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Hilaire Belloc: il “vecchio tuono” della letteratura inglese
Se negli ultimi anni le opere di Hilaire Belloc (1870-1953) non fossero state proposte – o riproposte – dalla piccola editoria, in Italia l’autore britannico avrebbe seguitato a essere menzionato quasi unicamente in relazione al ben più noto G. K. Chesterton, suo grande amico e sodale di molte lotte. Eppure furono in molti a ritenere Belloc superiore a quest’ultimo, per lo meno dal punto di vista stilistico, tanto che la sua poesia e la sua prosa sembravano destinate a rimanere immortali, salutate come il prodotto di un artista consumato. Spirito ardente e appassionato, in circa mezzo secolo d’attività Belloc firmò oltre centocinquanta pubblicazioni.Oltre a dedicarsi alla narrativa e ai versi, fu giornalista, saggista, apologeta e politico, venendo eletto per due volte in Parlamento. Soprattutto, fu tra gli intellettuali di punta della cultura cattolica europea del primo Novecento, facendo del Pro Ecclesia contra mundum di Pio IX la sua ragione d’essere. Belloc, il cui nome completo era Joseph Hilaire Pierre, era nato a La Celle Saint Cloud, a pochi chilometri da Parigi, da madre inglese e padre francese. Aveva una sorella maggiore di due anni, Marie, che sarebbe anch’essa diventata scrittrice (di lei si ricorda in particolare il romanzo Il pensionante, che ispirò l’omonima pellicola di Alfred Hitchcock del 1927). Lo scoppio del conflitto franco-prussiano, che fece germogliare in lui un virulento istinto anti-tedesco, e la prematura scomparsa del padre, spinsero la famiglia a traferirsi vicino a Westminster. Da quel momento divenne inglese a tutti gli effetti anche se servì per un periodo nell’esercito francese e sempre dimostrò un certo attaccamento al Paese natale. La madre, di estrazione protestante, si convertì alla Chiesa cattolica grazie al futuro cardinale H. E. Manning, un modello e una guida spirituale pure per il figlio. Questi ne ereditò la solida dottrina e il piglio pugnace, compresa la convinzione che ogni conflitto umano fosse ultimamente teologico. Dunque non è un caso se nella maturità Belloc fu un fiero rivale dei protestanti e dei laicisti di ogni estrazione, con cui incrociava volentieri le spade a ritmo di confutazioni e battute sagaci. Presto la famiglia partì per il sud, trasferendosi nel Sussex. La regione, affacciata sul canale della Manica, divenne per Belloc il simbolo di quella “Little England” che con Chesterton avrebbe difeso in molte occasioni, un modello di localismo pacifico, vagamente medievaleggiante, da opporre a un Impero tenuto in piedi da un pugno di affaristi e alimentato dall’avidità e dall’ingordigia. Mandato a studiare presso gli Oratoriani di Birmingham, concluse il percorso scolastico nel 1887, distinguendosi per talento e dedizione, e dopo una breve parentesi in terra francese che rivitalizzò in lui le simpatie repubblicane, venne accettato dal prestigioso Balliol College di Oxford, ottenendo la laurea nel 1895.  Nel frattempo continuava a coltivare la sua passione per le lunghe passeggiate e intraprese i primi di molti viaggi che lo avrebbero portato in Africa, in Asia e persino in America. Nel 1890 aveva inoltre conosciuto Elodie Hogan, una giovane californiana di origine irlandese che si trovava in vacanza in Inghilterra insieme alla madre e alla sorella. Appena la vide, se ne innamorò perdutamente. Con grande determinazione mise da parte il denaro necessario e l’anno seguente compì la traversata oceanica al solo scopo di dichiararsi. Le cose, però, non andarono per il verso giusto: Elodie confidò al povero pretendente che voleva farsi suora. Finalmente, qualche tempo dopo, quando la ragazza fu certa di non essere adatta alla vita religiosa, diede il suo consenso e i due si sposarono a San Francisco nell’estate del 1896. Il loro matrimonio, spezzato anzitempo nel 1914 dalle morte di Elodie, fu felice e coronato da ben cinque figli. Di nuovo in Inghilterra, falliti i tentativi di assicurarsi una carriera in ambito accademico, Belloc si accontentò di dare lezioni private agli studenti universitari. Solo dopo una lunga gavetta da conferenziere e giornalista, le vendite dei primi libri gli permisero di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Le sue finanze, comunque, non furono mai floride. Per tutta la vita si sottopose a ritmi di lavoro massacranti e si contano vari episodi in cui, per sostenersi, fu costretto ad appellarsi alla generosità degli amici o dei parenti. Nel 1900, in un piccolo bar-ristorante di Londra, avvenne il fatidico incontro con Chesterton. Fu da quel caffè di Soho, piccolo e sporco, che, come da un covo stregato, emerse il mostro bifronte al quale G. B. Shaw diede il nome di “Chesterbelloc”. La loro amicizia, che presto coinvolse anche Cecil, il fratello di Chesterton, fu la scintilla che appiccò il fuoco di quella disfida alle eresie moderne che i due condussero al motto di “scrivere tanto, scrivere per la verità”. A partire dal romanzo Emmanuel Burden (1904), il primo di Belloc a contenere illustrazioni di Chesterton, il “Chesterbelloc” si concretizzò in una collaborazione stretta e proficua. Le due parti di questo strano ircocervo di pura genialità vivevano di influenze reciproche, e non è difficile scorgere lo zampino di Belloc nella conversione al cattolicesimo dei due fratelli Chesterton e del loro comune amico Maurice Baring, altro scrittore oggi colpevolmente dimenticato. Dato che l’esperienza parlamentare si era dimostrata negativa, Belloc decise di portare avanti la battaglia politica sulla carta stampata: il candidato che alle elezioni del 1906 si era presentato col rosario in mano, rivendicando con orgoglio la propria appartenenza alla Chiesa di Roma, non voleva mollare. Insieme a Cecil Chesterton fondò nel 1911 un settimanale, l’«Eye-Witness», attento a rivelare le malefatte della partitocrazia, e nel medesimo anno i due scrissero anche un interessante saggio sul tema, The Party System. Col tempo Cecil subentrò a Belloc nella direzione del periodico e ne cambiò il nome in «New Witness», ma la nuova impresa si concluse presto a causa della sua morte nel 1918, alla fine della Grande guerra. Qualche anno prima, nel 1912, Belloc aveva dato alle stampe uno dei suoi saggi più famosi, The Servile State, che gettava le basi teoriche del cosiddetto “distributismo”, una filosofia economico-politica, alternativa al capitalismo e al comunismo, che predicava la ripartizione dei mezzi di produzione fra la popolazione. Il progetto, ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, coinvolse numerosi intellettuali, tra cui lo stesso Chesterton e il domenicano Vincent McNabb, non producendo però alcun risultato duraturo. Tra gli anni Venti e Trenta Belloc sperò che almeno il fascismo facesse sue le istanze del “distributismo”, ma il progressivo avvicinamento di Mussolini a Hitler – che lui detestava profondamente – e l’introduzione in Italia delle leggi razziali gli fece aprire poco alla volta gli occhi sui reali intendimenti del Duce.  Politica a parte, la sua fervida immaginazione seguitava a fluire. Oltre alle poesie, che variavano dagli epigrammi taglienti alle filastrocche per bambini, negli anni scrisse pure nuovi saggi e romanzi. Non mancarono nemmeno lavori come Europe and the Faith (1920) e Great Heresies (1938) pubblicati allo scopo di difendere le ragioni del cattolicesimo e di sfatare i più grossolani miti che circolavano sul suo conto. Impossibile, poi, non citare The Path to Rome (1902), il migliore tra i suoi libri di viaggio, l’avvincente resoconto del pellegrinaggio che l’autore fece, a piedi, fino a Roma.Il testo fa il paio con un’altra prosa di qualità, The Four Men (1911), la narrazione di un’avventura picaresca nel Sussex, alla riscoperta della campagna inglese. Lo scoppio della Seconda guerra gettò Belloc nello sconforto. Gli amici più intimi, tra cui Chesterton, erano morti, ed era ormai per lui impossibile lavorare a causa di un’incipiente demenza che gli causava continui vuoti di memoria. Con l’avanzare dell’età il crocifisso finì per diventare la sua unica consolazione, e quando si spense, a Guildford, era da undici anni che non scriveva più nulla. Si racconta che mentre sua madre era all’ultimo stadio del parto, un violento temporale stesse sconquassando i cieli di Francia. Per questo motivo la donna avrebbe voluto chiamare il figlio “Vecchio Tuono” e forse, col senno di poi, nessun altro nome sarebbe stato più azzeccato. Luca Fumagalli L'articolo Hilaire Belloc: il “vecchio tuono” della letteratura inglese proviene da Pangea.
May 13, 2026 / Pangea