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“Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti
Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo fondamentalmente malinconico ed empatico.   Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni. Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno, cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.  Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.  In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che, in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più caustico se non fossi cattolico». Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di lettere e cartoline.  Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel 1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne, quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall, il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il prestigioso Hawthornden Prize. Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds. Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del 1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta confessione del suo conservatorismo:  > «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano > inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della > loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di > classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in > particolare per tenere insieme una nazione».  Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.   Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942) – nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste non ebbero alcun seguito. Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora, Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella ma meno signorile. I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959. Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico. Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò una parentesi di sollievo. Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:  > «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come > atto di dovere e di obbedienza». Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri, che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo satirico.  Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.    Luca Fumagalli L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti proviene da Pangea.
August 6, 2026 / Pangea
“La vita non è soltanto gioiosa, è la gioia stessa”: Coventry Patmore, il poeta dell’amore umano e divino
Derubricato un po’ troppo sbrigativamente da Swinburne e sodali a banale cantore del perbenismo vittoriano, Coventry Patmore fu in verità un rimatore d’eccezione. Eppure, complice anche la figura tutta d’un pezzo che emerge dal noto ritratto che gli fece Sargent, di lui si continua ad avere l’impressione di un conformista che poté godere del proverbiale quarto d’ora di celebrità esclusivamente perché gli riuscì di intercettare gli umori del periodo con il poemetto The Angel in the House, un’esaltazione della coniugalità. Per fortuna negli ultimi decenni sono apparsi studi, tra cui, in Italia, quello pionieristico di Augusto Guidi, che hanno spalancato le finestre su una poetica assai più densa e intricata di come passa apparire a un primo sguardo.  Nato a Woodford, nell’Essex, il 23 luglio 1823, Patmore era il primogenito di un letterato scettico e amante degli ambienti mondani che si era giocato la reputazione a causa dell’ostentato dandysmo e delle opinioni eccentriche.Dopo il matrimonio sembrava destinato a un’esistenza più regolare, ma la perdita di tutti i risparmi a causa di avventate speculazioni finanziarie lo costrinse a riparare all’estero – dove rimase fino alla morte – per sfuggire ai creditori.  Perlomeno trattò il figlio come pochi padri al tempo avrebbero fatto, invitandolo a discutere con lui i grandi classici, introducendolo ai nomi noti del mondo delle belle lettere e incoraggiandone l’inclinazione prodigiosa per la poesia. Lo mandò a studiare anche oltremanica, ma, forse a causa di un amore non corrisposto, al giovane Patmore l’esperienza insegnò più che altro a detestare i francesi. Grazie ai contatti del genitore riuscì infine, all’età di ventuno anni, a vedere pubblicate le sue prime poesie, che vennero apprezzate non solo da illustri critici ma pure da Browning e Thackeray.  Tuttavia, dovendo provvedere a una famiglia sul lastrico, Patmore si diede dapprima alle traduzioni e alle recensioni, per poi passare, dietro raccomandazione, al dipartimento dei libri del British Museum. Seguì il matrimonio con Emily Augusta Andrews, dalla quale ebbe sei figli, e il trasferimento a Londra. La loro casa era frequentata, tra gli altri, da Tennyson, Carlyle e Ruskin, né mancarono le visite di Rossetti e di altri della cerchia preraffaellita. Questi, però, non esercitarono alcuna duratura influenza sulla poesia di Patmore, piuttosto allergico ai contemporanei; i suoi maestri erano infatti Coleridge, Wordsworth, Platone, i Padri della Chiesa e San Tommaso, che prese a leggere sempre più assiduamente.  Andò così a formarsi in lui, un passo alla volta, una più chiara visione poetica, che aveva come perno la convinzione che la verità si trovasse unicamente nella semplicità, che la conoscenza autentica significasse in buona sostanza comprendere più a fondo ciò che già è noto. Patmore, pertanto, non fu un poeta originale, se con quest’aggettivo si intende l’esplorazione di nuovi orizzonti, ma in ogni cosa che propose, per quanto familiare, si addentrò con una passione unica, rendendo l’ovvio – o ciò che la distrazione considera tale – qualcosa di meraviglioso. Tutto è ricondotto al quotidiano, all’essenziale, e nelle sue liriche non vi è spazio per i voli pindarici né per gli inutili orpelli. La poesia era vista come «naturale espressione dei sentimenti» e lui stesso prendeva in mano la penna solo su pressione di una forte spinta emotiva. Dunque, per un autore come lui, la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1862 dopo la prematura morte della moglie e un soggiorno a Roma suggeritogli dall’amico Aubrey de Vere, ha il sapore di un inevitabile accordo tra esistenza e arte: è la fede in un Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in mezzo agli uomini, che ha scelto l’umiltà per la maggior gloria.  Coventry Patmore secondo John Singer Sargent, 1894 A questi sentimenti di fondo si legavano con una certa logica pure il suo disprezzo per l’eccessivo attaccamento nei confronti degli animali, per gli astemi, i vegetariani e per chi criticava i fumatori. L’esistenza era un dono straordinario – «la vita non è solo gioiosa, è la gioia stessa» – e, a patto di non cadere in eccessi autodistruttivi, andava gustata al meglio. Si trattava di una convinzione talmente radicata in lui che anche dopo la conversione Patmore faticò parecchio prima di trovare una qualche virtù nella verginità. In campo politico, invece, era un inguaribile pessimista: il futuro radioso predicato dai maggiorenti dell’Età vittoriana a lui pareva più che altro un generalizzato tracollo morale e anche verso i sacerdoti dimostrò sempre una certa diffidenza. Ciononostante seppe essere amico di uomini molto differenti da lui, compresi i poeti cattolici Gerard Manley Hopkins e Francis Thompson (quest’ultimo lo considerava addirittura un maestro). Sin dagli esordi e per tutto il tempo che scrisse versi, Patmore ambì a offrire all’Inghilterra un componimento nuovo che coniugasse i sentimenti fondamentali dell’umanità con la realtà superiore di un mondo morale. Fu così che, sulla spinta dell’attaccamento alla consorte, nacque il poemetto The Angel in the House, formato da ventiquattro canti divisi in due libri e steso tra il 1853 e il 1863. Il suo andamento narrativo descrive le emozioni di un fidanzamento animato da un sincero affetto e poi di una vita coniugale felice, coronata dalla nascita dei figli. Al contempo si afferma la santità del vincolo matrimoniale, consacrazione dell’amore umano e simbolo della fede e dell’amore divino. A rendere il poemetto godibile, al di là dei valori universali messi in campo e del suo essere allo stesso tempo così individuale, contribuiscono la lieta ironia di alcuni passaggi e una schiettezza, dai tratti affettuosi, che impediscono la deriva nel sentimentalismo o nel moralismo. Patmore si dimostra capace di chiarire i significati più sottili e le implicazioni psicologiche dei banalissimi atti di una giornata, miscelando sapientemente ricordi, speculazioni e aforismi d’effetto, inserendo anche quei riferimenti astronomici che tornano di frequente nei suoi versi. Se nel complesso The Angel in the House soffre soprattutto a causa di una mancanza di tono poetico e di composizione, a riscattarlo vi è la freschezza di una poesia immediata, che fa della materia concreta la sua sostanza.  A seguito del matrimonio con la ricca ereditiera Marianne Byles, Patmore abbandonò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura e all’amministrazione di Heron’s Ghyll, la dimora che la coppia aveva comprato nel Sussex. Lì risiedettero una manciata d’anni prima di un nuovo trasferimento a Hastings.  Nel 1877, superato un periodo di stallo creativo in cui arrivò a dare alle fiamme alcuni suoi scritti, compreso un lavoro in prosa intitolato Sponsa Dei, Patmore pubblicò la raccolta The Unknown Eros. Le odi «catalettiche» che la compongono, simili alle grandi odi leopardiane, si distanziano dalla sua precedente produzione per la maggior attenzione posta a temi elevati, profetici e profondamente introspettivi. La forma e il concetto sono saldamente legati all’espressione, e a una prima parte in cui affiora nei toni malinconici e incerti l’ombra della sposa defunta e le suggestioni di un viaggio a Lourdes, segue una seconda che è dedicata, ancora una volta, a scandagliare il legame esistente tra amore umano e a amore divino. The Unknown Eros, per palati più raffinati, non conobbe il successo di The Angel in the House; toccò a Edmund Gosse, qualche anno dopo, riscoprirlo e dargli una seconda vita.  La Byles, da tempo malata, spirò nel 1880, e Patmore si sposò per la terza volta con Harriet Robson, la quale gli donò il settimo figlio. Negli ultimi anni di vita, prima che la morte lo cogliesse a Lymington il 26 novembre 1896, mise da parte i versi per la prosa, sfornando alcuni interessanti saggi come Principle in Art (1889), dedicato alla critica letteraria, Religio Poetae (1893), una raccolta di scritti occasionali sulla poesia e la religione, e Rod, Root, and Flower(1895), probabilmente il migliore, che esplora il misticismo cristiano e il potere trasformativo dell’amore umano e divino.  Sebbene la critica ne abbia spesso frainteso l’opera, Patmore mantenne una visione sacra e devota della poesia, invitando il lettore ad aggrapparsi con tutto il cuore alla realtà, per evitare che questa sfugga nella superficialità, o peggio, nel taedium vitae. Cesellò ogni suo verso con la consapevolezza di chi doveva rendere conto della propria vocazione e del proprio talento, a mo’ di quell’offerta pura riassunta perfettamente nelle sue parole: «Non ho dato al mondo nulla che non fosse il meglio che avevo». Luca Fumagalli ** Il giorno di San Valentino È giusto, Amore, che tu tenga la tua festa solenne nel Febbraio sacro a Vesta; e non scelga in suo luogo un qualche roseo giorno  dalla coroncina ricca del maggio entrante, quando tutte le cose s’incontrano a maritarsi.  Oh, alacre, anteprimaverile potere, segnalante puntuale, entro l’assonnata zolla,  il tempo esatto per il fiorire del bucaneve,  bello come il repentino voto della verginità,  primo grido del primo amore; oh, infante Primavera, d’un tratto vibrante, sotto il seno della terra,  un mese avanti la nascita; donde viene la pacifica pungenza, la gioia contrita, più mesta del dolore, più dolce della gioia,  che preme ora il respiro di ogni cosa,  sebbene ognuna respiri come se a lei sola  il grato spasimo fosse conosciuto? Nella penombra dell’alba, sul suo scuro ramo, in disparte, il merlo infrange con esso il cuore del giovane giorno nella sommessa sera, il tordo che medita il cielo, lo dice; il colle con pari rimorso sorride al sorriso del sole nel suo declinante corso;  il battello del pescatore, piegandosi nella baia ospitale, laggiù; le gracchie richiamanti intorno alla rupe lucente;  i bimbi, chiassosi nel raggio del sole morente,  possiedono la dolce stagione, ciascuno come è in suo potere. Pensieri stranamente gentili, colmi di una obliata pace entro me montano; lacrime nascono negli occhi della mia donna tanto gentile, e, oh, le sue labbra, sottratte al mio bacio,  domandano al generoso amore. Oh, molto più che la beatitudine! È la dolcezza. segreta e traboccante del caro Desiderio che elegge la propria sconfitta?  È la terra ora ridesta che alla trascolorante volta  versa il primo grido del primo amore e vanamente rinuncia, in un serafico sospiro, alla naturale speranza dell’amore? Predestinata o Terra benintenzionata, allo spergiuro! Guarda, tutto amoroso il Maggio, con le rose sulla fronte ridente, è schiavo dei tuoi voti! Dovresti tu, accanto al suo caldo grembo  tardare nel rigore della sfera del Serafino.  Dimentica le tue stolte parole; corri al suo richiamo gaio, il tuo cuore colmato di morte, di alate Innocenze, come un nido è colmo di uccellini, quando il falco ha ucciso gli adulti.  Ben fai, o Amore. a celebrare il meriggio della tua mite estasi,  innanzi che sia troppo tardi, innanzi che muoia il bucaneve! * Dolore Dolore, mistero d’Amore, parente prossimo per sangue alla gioia e al diletto del cuore, avverso al basso piacere, eletto vitto di santità, medicina al peccato, angelo che sin coloro che voglian perseguire  il piacere in mezzo alla bufera infernale, scoprono di doverlo perversamente adorare, il mio labbro, toccando il tuo carbone accesso, ti esprime fedele. Tu bruci la mia carne, o Dolore,  ma incendi d’amore per una pace ardua i miei languidi nervi, illumini la mia opaca vista, finché io rendo grazie di questa benedizione, ed è il mio spirito ridesto un altro fuoco di beatitudine, ove io apprendo sensibilmente, come straziando e purgando il fuoco  deve furioso bruciare di gioia, se non per un rassicurato desiderio  ma anche di una presente gioia, a vedere il corrotto della vita, macchia a macchia, fondersi nel bianco calore di Amore irato, e, fumo a fumo, la smorta lega del lusso dell’accidia e dell’odio,  evaporare; e lasciar l’uomo, tanto scuro prima, simile a schietto specchio del sorriso di Dio. Quivi, o Dolore, riposa la lode sulla quale io alzo il canto; ma sin il bene bastardo di un passeggero sollievo come grandemente ci piace! Con qual riposo l’essere arde allora della sua luminosa azione, quando dalla strenua tempesta i sensi scivolano  in un breve porto profondo di requie; quando tu, o Dolore, hai divorato i nervi che ti sostengono e dormi, finché il tuo cibo delicato nuovamente ti si offra; e come quella nenia è piena di un amore accecato dal pianto!  Qual beffa d’un uomo son io palesemente, se devo attendermi da te che mi conquisti! Neppure son oso d’amarti, finché tu non m’ami! E qual vergogna, anche, è questa: che, quanto tu ami, io dapprima ho paura del tuo bacio feroce, al pari di fanciulla: e soltanto confido nei tuoi incanti e prendo coraggio nelle tue braccia sussultanti.  E quando ti allontani, che volubile animo ti lasci dietro, che, essendo per poco lontano dal mio sguardo. già esso ti dimentica, chi sei, e sovente il mio cuore adulterato si sollazza col Piacere, tuo pallido nemico. Oh, felice lo spirito senza pecca che non vien meno, ma sa del pari averti e perderti, e azzarda molti incanti illeciti fuorché a coloro che amano sì bene,  per richiamarti. * Beata Dell’infinito cielo i raggi trapassando un forellino nella nostra nera caverna,  terminarono il loro invisibile viaggio colpendo te solitaria, come una stalattite adamantina, e accesero in seno all’oscurità una vampa d’arcobaleno  ove l’assoluta Ragione, Potere e Amore, che dapprima provocavano in me soltanto sforzo e stanchezza,  rinunciarono alla loro mortifera potenza,  rinunciarono al loro impercettibile impeto, di bruciante cadenza, e carezzarono il mio spirito con i più gai colori,  nulla del cielo mostrando in te infinito, fuorché la gioia. * Ricordo della Grazia Poiché il portar soccorso ai più deboli tra i saggi,  è onore di più nobil peso che la sicurezza posseduta da tante anime sciocche, questo io affermo, pur se gli stolti ne divengano più fiduciosamente stolti: chi Iddio si fa amico una volta, prendendolo cuore a cuore. sino alla fine Egli gli resta amico; e avendo una volta piantato quel seme prodigioso di vita, un solo palpito dolce di ricambiato amore,  egli lo colloca in alto, al disopra  non del peccato o del rimorso amaro,  non del naufragio della fama, ma delle infernali minacce più nere e insidiose, ma dell’invidia, dell’avarizia e dell’orgoglio, tollerati così facilmente dagli uomini che ne sono infetti che a pochi piace persino di celarli come mali. Da essi inalterabilmente esente  in virtù del ricordo della Grazia,  di quel divino abbraccio, dei suoi mesti errori nessuno  per quanto grossolano e riprovevole, lo getterà più in basso della fiamma che lava  né lo lascerà dipartirsi affatto da quel piccolo gregge detto «dei fedeli del cuore di Dio», a se stessi sconosciuti.  Né vacillerà nella fede, né si farà rosso o smorto, quando tutti gli idioti compiteranno come la parola di questo o quel nuovo profeta  smentisca il loro ultimo alto oracolo: ma costantemente la sua anima punta al proprio polo, così come fa l’ago della bussola, né sa perché; e sotto le mutevoli nubi del dubbio, quando altri gridano: «le stelle se mai furono, sono estinte e morte», a lui, che guarda alle alture per un aiuto,  appaiono, aprendosi al bisogno, squarci nella incombente oscurità, e, fulgida nell’aria,  Orione o l’Orsa. traduzioni di Augusto Guidi L'articolo “La vita non è soltanto gioiosa, è la gioia stessa”: Coventry Patmore, il poeta dell’amore umano e divino proviene da Pangea.
July 28, 2026 / Pangea
Hilaire Belloc: il “vecchio tuono” della letteratura inglese
Se negli ultimi anni le opere di Hilaire Belloc (1870-1953) non fossero state proposte – o riproposte – dalla piccola editoria, in Italia l’autore britannico avrebbe seguitato a essere menzionato quasi unicamente in relazione al ben più noto G. K. Chesterton, suo grande amico e sodale di molte lotte. Eppure furono in molti a ritenere Belloc superiore a quest’ultimo, per lo meno dal punto di vista stilistico, tanto che la sua poesia e la sua prosa sembravano destinate a rimanere immortali, salutate come il prodotto di un artista consumato. Spirito ardente e appassionato, in circa mezzo secolo d’attività Belloc firmò oltre centocinquanta pubblicazioni.Oltre a dedicarsi alla narrativa e ai versi, fu giornalista, saggista, apologeta e politico, venendo eletto per due volte in Parlamento. Soprattutto, fu tra gli intellettuali di punta della cultura cattolica europea del primo Novecento, facendo del Pro Ecclesia contra mundum di Pio IX la sua ragione d’essere. Belloc, il cui nome completo era Joseph Hilaire Pierre, era nato a La Celle Saint Cloud, a pochi chilometri da Parigi, da madre inglese e padre francese. Aveva una sorella maggiore di due anni, Marie, che sarebbe anch’essa diventata scrittrice (di lei si ricorda in particolare il romanzo Il pensionante, che ispirò l’omonima pellicola di Alfred Hitchcock del 1927). Lo scoppio del conflitto franco-prussiano, che fece germogliare in lui un virulento istinto anti-tedesco, e la prematura scomparsa del padre, spinsero la famiglia a traferirsi vicino a Westminster. Da quel momento divenne inglese a tutti gli effetti anche se servì per un periodo nell’esercito francese e sempre dimostrò un certo attaccamento al Paese natale. La madre, di estrazione protestante, si convertì alla Chiesa cattolica grazie al futuro cardinale H. E. Manning, un modello e una guida spirituale pure per il figlio. Questi ne ereditò la solida dottrina e il piglio pugnace, compresa la convinzione che ogni conflitto umano fosse ultimamente teologico. Dunque non è un caso se nella maturità Belloc fu un fiero rivale dei protestanti e dei laicisti di ogni estrazione, con cui incrociava volentieri le spade a ritmo di confutazioni e battute sagaci. Presto la famiglia partì per il sud, trasferendosi nel Sussex. La regione, affacciata sul canale della Manica, divenne per Belloc il simbolo di quella “Little England” che con Chesterton avrebbe difeso in molte occasioni, un modello di localismo pacifico, vagamente medievaleggiante, da opporre a un Impero tenuto in piedi da un pugno di affaristi e alimentato dall’avidità e dall’ingordigia. Mandato a studiare presso gli Oratoriani di Birmingham, concluse il percorso scolastico nel 1887, distinguendosi per talento e dedizione, e dopo una breve parentesi in terra francese che rivitalizzò in lui le simpatie repubblicane, venne accettato dal prestigioso Balliol College di Oxford, ottenendo la laurea nel 1895.  Nel frattempo continuava a coltivare la sua passione per le lunghe passeggiate e intraprese i primi di molti viaggi che lo avrebbero portato in Africa, in Asia e persino in America. Nel 1890 aveva inoltre conosciuto Elodie Hogan, una giovane californiana di origine irlandese che si trovava in vacanza in Inghilterra insieme alla madre e alla sorella. Appena la vide, se ne innamorò perdutamente. Con grande determinazione mise da parte il denaro necessario e l’anno seguente compì la traversata oceanica al solo scopo di dichiararsi. Le cose, però, non andarono per il verso giusto: Elodie confidò al povero pretendente che voleva farsi suora. Finalmente, qualche tempo dopo, quando la ragazza fu certa di non essere adatta alla vita religiosa, diede il suo consenso e i due si sposarono a San Francisco nell’estate del 1896. Il loro matrimonio, spezzato anzitempo nel 1914 dalle morte di Elodie, fu felice e coronato da ben cinque figli. Di nuovo in Inghilterra, falliti i tentativi di assicurarsi una carriera in ambito accademico, Belloc si accontentò di dare lezioni private agli studenti universitari. Solo dopo una lunga gavetta da conferenziere e giornalista, le vendite dei primi libri gli permisero di dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Le sue finanze, comunque, non furono mai floride. Per tutta la vita si sottopose a ritmi di lavoro massacranti e si contano vari episodi in cui, per sostenersi, fu costretto ad appellarsi alla generosità degli amici o dei parenti. Nel 1900, in un piccolo bar-ristorante di Londra, avvenne il fatidico incontro con Chesterton. Fu da quel caffè di Soho, piccolo e sporco, che, come da un covo stregato, emerse il mostro bifronte al quale G. B. Shaw diede il nome di “Chesterbelloc”. La loro amicizia, che presto coinvolse anche Cecil, il fratello di Chesterton, fu la scintilla che appiccò il fuoco di quella disfida alle eresie moderne che i due condussero al motto di “scrivere tanto, scrivere per la verità”. A partire dal romanzo Emmanuel Burden (1904), il primo di Belloc a contenere illustrazioni di Chesterton, il “Chesterbelloc” si concretizzò in una collaborazione stretta e proficua. Le due parti di questo strano ircocervo di pura genialità vivevano di influenze reciproche, e non è difficile scorgere lo zampino di Belloc nella conversione al cattolicesimo dei due fratelli Chesterton e del loro comune amico Maurice Baring, altro scrittore oggi colpevolmente dimenticato. Dato che l’esperienza parlamentare si era dimostrata negativa, Belloc decise di portare avanti la battaglia politica sulla carta stampata: il candidato che alle elezioni del 1906 si era presentato col rosario in mano, rivendicando con orgoglio la propria appartenenza alla Chiesa di Roma, non voleva mollare. Insieme a Cecil Chesterton fondò nel 1911 un settimanale, l’«Eye-Witness», attento a rivelare le malefatte della partitocrazia, e nel medesimo anno i due scrissero anche un interessante saggio sul tema, The Party System. Col tempo Cecil subentrò a Belloc nella direzione del periodico e ne cambiò il nome in «New Witness», ma la nuova impresa si concluse presto a causa della sua morte nel 1918, alla fine della Grande guerra. Qualche anno prima, nel 1912, Belloc aveva dato alle stampe uno dei suoi saggi più famosi, The Servile State, che gettava le basi teoriche del cosiddetto “distributismo”, una filosofia economico-politica, alternativa al capitalismo e al comunismo, che predicava la ripartizione dei mezzi di produzione fra la popolazione. Il progetto, ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, coinvolse numerosi intellettuali, tra cui lo stesso Chesterton e il domenicano Vincent McNabb, non producendo però alcun risultato duraturo. Tra gli anni Venti e Trenta Belloc sperò che almeno il fascismo facesse sue le istanze del “distributismo”, ma il progressivo avvicinamento di Mussolini a Hitler – che lui detestava profondamente – e l’introduzione in Italia delle leggi razziali gli fece aprire poco alla volta gli occhi sui reali intendimenti del Duce.  Politica a parte, la sua fervida immaginazione seguitava a fluire. Oltre alle poesie, che variavano dagli epigrammi taglienti alle filastrocche per bambini, negli anni scrisse pure nuovi saggi e romanzi. Non mancarono nemmeno lavori come Europe and the Faith (1920) e Great Heresies (1938) pubblicati allo scopo di difendere le ragioni del cattolicesimo e di sfatare i più grossolani miti che circolavano sul suo conto. Impossibile, poi, non citare The Path to Rome (1902), il migliore tra i suoi libri di viaggio, l’avvincente resoconto del pellegrinaggio che l’autore fece, a piedi, fino a Roma.Il testo fa il paio con un’altra prosa di qualità, The Four Men (1911), la narrazione di un’avventura picaresca nel Sussex, alla riscoperta della campagna inglese. Lo scoppio della Seconda guerra gettò Belloc nello sconforto. Gli amici più intimi, tra cui Chesterton, erano morti, ed era ormai per lui impossibile lavorare a causa di un’incipiente demenza che gli causava continui vuoti di memoria. Con l’avanzare dell’età il crocifisso finì per diventare la sua unica consolazione, e quando si spense, a Guildford, era da undici anni che non scriveva più nulla. Si racconta che mentre sua madre era all’ultimo stadio del parto, un violento temporale stesse sconquassando i cieli di Francia. Per questo motivo la donna avrebbe voluto chiamare il figlio “Vecchio Tuono” e forse, col senno di poi, nessun altro nome sarebbe stato più azzeccato. Luca Fumagalli L'articolo Hilaire Belloc: il “vecchio tuono” della letteratura inglese proviene da Pangea.
May 13, 2026 / Pangea
“Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra dell’uomo
Il signore delle mosche (1954), al pari di altri romanzi di William Golding, vincitore del Nobel nel 1983, contiene nelle prime pagine, in nuce, i temi destinati a essere sviluppati nel resto della narrazione.  Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si incontrano, e non potrebbero essere ragazzi più diversi: biondo e di bell’aspetto il primo, asmatico e in sovrappeso il secondo, costretto pure a portare gli occhiali. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica. I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di scoprire se ci siano altri sopravvissuti e decidono perciò di suonare una grande conchiglia, trovata sulla spiaggia. Poco alla volta compaiono una ventina di ragazzi, tra i sei e i dodici anni, mentre degli adulti non vi è alcuna traccia.  Viene quindi indetta un’assemblea con lo scopo di organizzarsi al meglio e Ralph è eletto capo nonostante le proteste di Jack, del tutto simile a lui per età e carisma. A quest’ultimo, come risarcimento morale, viene lasciata la guida dei membri del coro che diventano i cacciatori del gruppo. Il primo capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati Ralph e Jack, affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra Abele e Caino. Giungono al limite estremo della spiaggia e capiscono di essere su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.  Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità di linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti: come in The Coral Island di Ballantyne, l’anti-modello ottocentesco del libro di Golding, i giovani protagonisti si ritrovano in luogo affascinante, misterioso, che conserva qualcosa del mito di Wells e dello spirit of place di Lawrence Durrell; e le loro prime azioni, orientate al governo e all’esplorazione, sono un perfetto esempio di pragmatismo britannico.  Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, assoluta, disseminate un po’ ovunque si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del romanzo, la situazione andrà precipitando.  La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che suscita inquietudine. Durante l’assemblea, poi, solo chi l’ha in mano ha diritto di parola, ma la pace è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione democratica del capo. Infine è sintomatica la scelta di affidare il ruolo dei cacciatori proprio ai ragazzi del coro, generalmente reputati docili e pacati. Pure in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento. Il momento in cui il lettore percepisce più chiaramente il senso di diffusa incertezza è però la scena in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un intrico di rampicanti, si avvicina per ucciderlo con il suo coltello a serramanico, fermandosi solo all’ultimo momento.  Intanto, mentre alcuni irresponsabili preferiscono divertirsi anziché aiutare gli altri a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per accendere un grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere la via della civiltà quando si offre di mantenerlo sempre acceso e declama, certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson: «Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Malgrado ciò, similmente alle fiamme che si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato di foresta, Jack inizia a praticare l’arte della caccia trascinato da un’impulsività violenta che solo qualche tempo prima lo avrebbe ripugnato, una mancanza di contegno che si mostra anche nei volti dipinti e nei capelli lunghi e scarmigliati dei cacciatori. Altro personaggio rilevante nell’economia della storia è il piccolo Simon. Considerato strano da tutti, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che entra in un contatto quasi mistico con la natura. Si rende subito conto che l’isola non è un Eden, ma un luogo terribile in cui si nasconde la presenza del male, chiuso in quella giungla nera che un po’ assomiglia alle loro anime. Non a caso sarà lui che, suo malgrado, dovrà portare la croce per tutti, allo stesso modo del cireneo omonimo descritto nei Vangeli. A Roger, che lancia dei sassi vicino a un compagno, è invece affidato il compito di preconizzare quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia furiosa che lo porta ad uccidere un maiale, non nota che il fuoco si è spento proprio nel momento in cui passava una nave. Ma la cosiddetta civiltà, quella che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è lacerata da un conflitto senza soluzione e pertanto non può offrire alcuna reale speranza di salvezza. Anche gli occhiali rotti, immagine di chi giudica le cose da un punto di vista limitato e parziale, raccontano tutta la precarietà della visione razionale del proprietario, che si sgretola quando lo stesso implora ridicolmente Jack per avere un pezzo di carne. A Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nella speranza di poter riportare un po’ di ordine. Si tratta tuttavia di una pia illusione e, come se i problemi non fossero già abbastanza, i bambini più piccoli cominciano a temere che l’isola sia abitata da un mostro, soprannominato “la bestia”. Jack, che nel frattempo ha deciso di stabilirsi con i cacciatori su un lembo roccioso vicino alla spiaggia, si adopera allora per uccidere un grande maiale, la cui testa viene conficcata su un palo a mo’ di offerta per la misteriosa creatura che li intimorisce.  Quando Simon vede per la prima volta il macabro trofeo, sanguinante e attorniato dagli insetti, ne rimane scioccato. Intuisce con una folgorazione improvvisa che il male, simbolicamente rievocato dal “Signore delle Mosche” di biblica memoria, ossia Belzebù, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti e ha la definitiva conferma che il mostro non è nella giungla, ma vive in ognuno di loro. Dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, dove si dice che la creatura abbia la sua dimora. Scopre invece il corpo di un paracadutista deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Ha la possibilità di raccontare a tutti la verità e, come in una sorta di rito catartico, di liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda anima. In un crescendo di macabra ironia, però, tra le ombre della sera il ragazzo viene scambiato per la “bestia” e ucciso.Quella verità che poteva generare consapevolezza è sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come l’orizzonte marino verso cui si dirigono il paracadute e il cadavere del fanciullo. La morte di Simon getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda. Se, da una parte, Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Jack, per esorcizzare il senso di colpa, ordina di far punire uno dei compagni, accusato ingiustamente di essere l’assassino. Ciononostante passa poco tempo prima che si compia un nuovo delitto: un masso, fatto cadere da Roger, uccide Piggy sul colpo e manda in frantumi la conchiglia che il ragazzo teneva in mano, a sottolineare come ogni composizione pacifica sia ormai compromessa e come sull’isola non ci sia più nulla in grado di frenare la violenza.  L’ultimo capitolo, in cui la sete di sangue si fa incontenibile, invita implicitamente il lettore al confronto con la prima parte del romanzo. Rimasto solo, Ralph capisce che Jack e i suoi non hanno ancora finito e che la loro intenzione è quella di fare di lui la nuova offerta per la “bestia”. Il giorno successivo ha dunque inizio una spietata caccia all’uomo con gli ex coristi che appiccano il fuoco all’intera isola pur di stanarlo. Alla fine, ansimante sulla spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale: una nave ha avvistato il fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli (la paradossalità della circostanza è palese). Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco. L’ufficiale non comprende cosa stia accadendo realmente, guarda i giovani dall’alto in basso e non si rende conto che il loro male è anche il suo. Ogni speranza è morta, dissolta in un attimo, e Ralph non può fare altro se non abbassare lo sguardo:  > «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano». Il signore delle mosche è un romanzo che nasconde una rivelazione, con giovani protagonisti – gli incolpevoli per definizione – che si scoprono rei come tutti gli altri. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro, quasi fosse una sorta di cartolina infernale, sembra suggerire l’impossibilità per l’uomo di edificare qualcosa di sano e duraturo. Tutto è contaminato, rovinato e abbruttito anche solo dalla sua semplice presenza. A essere messe in discussione sono le banalizzazioni di un Hobbes e di un Rousseau, le quali non reggono il confronto con una realtà che dimostra come il peccato originale sia tutt’altro che un’invenzione di matrice religiosa.  Il pessimismo radicale di Golding, quasi luterano, lascia spazio solo occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare le persone dalla loro condizione disperata. Ma nulla è in grado di farsi antidoto efficace al male dilagante. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido inascoltato negli occhi di Ralph.  In questi giorni è uscita anche in Italia una mini-serie TV, targata BBC, tratta da Il signore delle mosche. È l’esordio del capolavoro di Golding sul piccolo schermo, mentre per il cinema erano già stati proposti due adattamenti, datati rispettivamente 1963 e 1990. Il primo, diretto da Peter Brook, è contraddistinto da un bianco e nero sferzante, con chiare valenze simboliche. L’altro, per la regia di Harry Hook, convince molto meno soprattutto a causa di alcune discutibili scelte di sceneggiatura, lontane dallo spirito del romanzo. Si spera che la nuova mini-serie, possa fare di meglio, restituendo allo spettatore tutto il fascino tragico dell’opera originale. Luca Fumagalli *In copertina: un fotogramma dal “Signore delle Mosche” nella versione di Peter Brook (1963) L'articolo “Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra dell’uomo proviene da Pangea.
February 28, 2026 / Pangea
Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e frainteso) di sempre
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il suo diario il “4 aprile 1984”:  > “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava > fin nelle viscere”.  Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione; rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo. Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi – dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico, utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno, prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più – sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare, addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un burattino.  Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico, sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel 1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42 e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il ‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e del Dottor Zivago.   Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime – obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui – gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico, uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti, ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell, più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare all’uomo in un’era dai tratti disumani.  Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti, lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro della Storia? Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.  Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo? Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.  Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere, anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i ‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’? Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo: solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.   In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?  Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che «l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate – intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico, cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie nulla al suo fascino. Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore? Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità, giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune, l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa – in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui, complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e, come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che tirano i fili.  Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più inconsueto, spiazzante.  Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario” sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.  A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i giorni in Birmania o quelli a Parigi? Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone, sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano, appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi. L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi capolavori.   Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie, Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.  Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.   Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.  Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida gettato in faccia alla modernità alienante.  Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo soltanto Burgess, a tratti).   Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985, esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano” è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di semischiavitù. Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia? Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase «nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario», che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.  L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e frainteso) di sempre proviene da Pangea.
January 6, 2026 / Pangea
“I bisogni dell’anima”. Antonia White, una scrittrice “papista” contro il Concilio Vaticano II
Nel 1950, scrivendo una recensione di The Lost Traveller, il secondo romanzo di Antonia White, Evelyn Waugh colse l’occasione per dire la sua sulla letteratura cattolica:  > «Molti hanno iniziato a dubitare che esista una cosa del genere. Ebbene, qui > si può trovare in una forma completa e splendida. […] I personaggi sono tutti > permeati dalla fede. Dio è l’influenza suprema nelle loro vite, […] e quando > vi è la minaccia di un disastro, tutti si rivolgono alla preghiera. La loro > religione è la loro vita, sebbene superficialmente siano occupati con altro. > Non si tratta di “trascinare il cattolicesimo dentro”. È sempre lì, al centro > della storia». Per quanto poco conosciuta in Italia, la White – pseudonimo di Eirene Botting – è stata una delle personalità più rappresentative di quella letteratura di marca “papista” che conobbe una certa diffusione nella Gran Bretagna del Novecento, in particolare nella prima metà del secolo.  La sua fu un’esistenza travagliata, segnata non solo dalla cronica mancanza di denaro, ma anche da tre matrimoni falliti, da un rapporto complicato con le figlie e da una serie di frustranti impieghi d’ufficio che le toglievano tempo ed energie per la scrittura. Persino la sua fede, abbracciata da bambina in seguito alla conversione dei genitori, non fu sempre salda e per parecchi anni smise di praticarla. Infine, dovette sopportare pure il peso di una grave malattia psicologica, da lei ribattezzata «la bestia», che minò non poco le sue potenzialità creative (la questione è stata recentemente analizzata nel dettaglio da Patricia Moran nel volume Antonia White and Manic-Depressive Illness). Come sottolinea Jane Dunn, autrice di Antonia White: A Life, quello della inglese  > «è un dramma di vasta portata che abbraccia grandi questioni di fede, i > bisogni dell’anima, la lotta per diventare sia scrittrice che donna; > l’impossibilità di essere moglie e madre quando si combatte per la propria > sanità mentale».  Da ciò deriva la scarsità della sua bibliografia, che comprende quattro romanzi parzialmente autobiografici, un epistolario, una manciata di poesie, qualche articolo, delle traduzioni dal francese e una smilza raccolta di racconti; a questi lavori vanno aggiunti due libri per bambini con protagonista una coppia di gatti – gli animali preferiti della White – il primo dei quali, Mila e Cuor di Leone, è ad oggi l’unica sua opera ad essere stata tradotta in italiano.  Nata nel 1899, tutto o quasi del suo destino umano e letterario fu deciso nell’infanzia, quando venne mandata a studiare presso la scuola femminile annessa al Convento del Sacro Cuore, a Roehampton, dove le suore, il cui ordine era stato fondato da una santa francese, erano famose per mantenere una disciplina ferrea. Lì imparò ad amare i libri e volle provare, appena quindicenne, a scrivere un romanzo. Nelle sue intenzioni doveva essere la classica storia di un peccatore che cambia vita; peccato, però, che il manoscritto, ancora fermo alla prima parte, quando il protagonista è immerso nel vizio, venne scoperto e giudicato scandaloso. La conseguente espulsione fu un duro colpo e da allora la White non fu più in grado di mettere nero su bianco nulla che non fosse in qualche modo legato alla propria esperienza personale. A questo si aggiungeva un perfezionismo esasperato che la portava a riempire le pagine di così tante correzioni da renderle quasi illeggibili, causandole di riflesso parentesi intermittenti di blocco della scrittura. Terminati gli studi alla St Paul’s Girls’ School, dopo vari rovesci sentimentali e un ricovero di nove mesi in un ospedale psichiatrico, nel 1933 vide la luce il suo primo e più famoso romanzo, Frost in May, oggi considerato un classico della narrativa a sfondo scolastico, sebbene privo del lieto fine che solitamente caratterizza il genere. La storia vanta uno stile limpido, distaccato, e racconta le giornate di Nanda Gray, un’alunna del collegio cattolico di Lippington, da cui però è infine allontanata a causa di uno spiacevole incidente. Il titolo, suggerito all’autrice da un articolo sulle rose trovato in una rivista di giardinaggio, sottolinea l’infelice destino di Nanda, a cui si accompagna una critica non tanto alla Chiesa quanto all’autoritarismo e alla miopia di un’istituzione educativa al limite del sadismo.   Durante la Seconda guerra, segnata da un’esistenza che non le aveva risparmiato nulla, tornò definitivamente al cattolicesimo, una decisione motivata per esteso in un volume del 1965, The Hound and the Falcon, che contiene una serie di missive scambiate tra il 1940 e il 1941 con il sessantenne giornalista Peter Thorp, ex seminarista che come lei aveva da poco riscoperto la fede. Anche se la scrittrice seguitò a non condividere alcuni aspetti della dottrina, specie quelli legati al sesso, e le sue simpatie erano tutte per gli intellettuali più divisivi, mosse diverse critiche alle riforme liturgiche introdotte a seguito del Concilio Vaticano II, ritenute impoverenti:  > «Nella messa ormai non c’è più spazio per il silenzio. Quando sono andata alla > messa solenne in latino, sono stata profondamente scossa da un moto di > nostalgia, [ma] sono stata pure colpita da quanto la liturgia abbia perso > nella versione scarna che abbiamo oggi. Tutto quel lento e riverente rituale > dà il tempo di apprezzare il significato mistico della messa. E persino > l’ammirevole preoccupazione per le ingiustizie della società e gli ardenti > preti “rivoluzionari” sembrano dare troppa enfasi a quello che si potrebbe > definire il lato “materiale” del cattolicesimo – o forse “l’amore per il > prossimo” a danno dell’amore per Dio». Nel frattempo, grazie anche al supporto di alcuni amici scrittori come David Gascoyne, Dylan Thomas e Graham Greene, dopo anni di gestazione, la White era finalmente riuscita a pubblicare l’attesissimo seguito di Frost in May, intitolato The Lost Traveller, a cui erano seguiti The Sugar House (1952) e Beyond the Glass (1954). La protagonista, ribattezzata Clara, ancora una volta ripercorre più o meno le medesime tappe esistenziali della sua autrice, finendo per essere ricoverata a causa di un crollo nervoso.  I romanzi, di impianto troppo tradizionale per colpire i critici alla moda, vennero accolti tiepidamente, col risultato che la White, oltremodo delusa, lasciò incompiute le bozze di un quinto libro della serie, conosciuto col titolo provvisorio di Julian Tye o Clara IV, e preferì trasferirsi per un periodo negli Stati Uniti, occupando la cattedra di scrittura creativa al Saint Mary’s College, affiliato alla Notre Dame University.  A salvarla dall’oblio letterario ci pensò Carmen Callil, fondatrice della Virago Press, incontrata alla fine degli anni Settanta. Quest’ultima fece ripubblicare Frost in May e i suoi seguiti garantendo alla scrittrice, di cui divenne anche agente, una fama mai goduta prima.  Dopo la morte della White, avvenuta nel 1980, videro la luce il frammento autobiografico As Once in May – incentrato sui suoi primi anni di vita– e i diari, raccolti in due volumi. Nel 1982 la BBC acquistò i diritti dei romanzi e ne trasse una miniserie in quattro episodi. Grazie alla Virago, ancora oggi in prima linea nella promozione di una letteratura “al femminile”, la scrittrice in perenne crisi creativa continua, almeno in Inghilterra, a essere letta e amata. C’è da esser certi che nulla l’avrebbe resa più felice. Luca Fumagalli L'articolo “I bisogni dell’anima”. Antonia White, una scrittrice “papista” contro il Concilio Vaticano II proviene da Pangea.
July 19, 2025 / Pangea
«Un Beat venuto dal Medioevo»: storia di Sylvester Houédard, monaco e poeta
Se nel Novecento inglese non sono mancati gli esempi di sacerdoti cattolici votati alla letteratura, come R. H. Benson, Ronald Knox o John Ayscough, di certo Sylvester Houédard ne è stato il rappresentante più eccentrico, monaco benedettino e poeta della Beat Generation.  Classe 1924, Pierre-Thomas-Paul Joseph Houédard – Sylvester è il nome assunto da religioso – era nato a Guernsey, una piccola isola nel canale della Manica, da una famiglia di origini francesi. Sin da ragazzo dimostrò una non comune vivacità intellettuale che si associava a una profonda devozione. Nel 1977, in un articolo per il «Tablet» intitolato Memories of a Catholic Childhood, raccontò del suo amore di allora per la liturgia latina e di come volentieri accompagnasse la madre alla messa domenicale.  Rimasto orfano, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale fu costretto a trasferirsi nel Lancashire con il fratello maggiore, pilota della RAF, purtroppo destinato a morire in combattimento poco tempo dopo. Nel 1941 riuscì a ottenere l’ingresso al Jesus College di Oxford, dove studiò storia moderna, e venne nominato presidente della prestigiosa Newman Society, in prima fila nell’animare la pastorale cattolica in università.  Intanto Houédard iniziava a scorgere nel proprio animo i chiari segnali di una vocazione religiosa e perciò volle recarsi in visita al monastero di Prinknash, vicino a Gloucester, dove, di lì a poco, sarebbe entrato come novizio l’amico Victor Brooke, nipote del famoso generale Lord Alanbrooke. Sul finire della guerra fu chiamato a operare in Asia per conto dell’Intelligence e, per un breve periodo, lavorò al Ministero dell’Alimentazione. Data la pessima calligrafia dovuta alla meningite e all’artrite reumatoide di cui aveva sofferto da piccolo, finì per essere costretto a usare sistematicamente la macchina da scrivere: non è esagerato affermare che senza la scoperta di quel prezioso strumento la sua successiva carriera d’autore non sarebbe mai iniziata. Una volta congedato, Houédard ritornò a Oxford per completare il suo percorso di studi, dopodiché nel 1949 fu libero di indossare l’abito monacale. Prima di entrare a Prinknash, regalò agli amici ciò che possedeva e a Christopher Tolkien, terzogenito dell’autore de Il Signore degli Anelli, toccò un bastone da passeggio in ebano, con un pomello d’avorio finemente intarsiato, che si diceva fosse appartenuto all’Imperatore d’Abissinia. Tra il 1951 e il 1954 studiò al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma, scrivendo una tesi sulla libertà nell’opera di Sartre, e nel 1959 venne ordinato sacerdote. Al di là dei meriti squisitamente ecclesiastici – scrisse di teologia, collaborò con diverse case editrici cattoliche e curò la pubblicazione, nel 1966, della Bibbia di Gerusalemme – Houédard si distinse per essere stato tra i principali interpreti della cosiddetta “poesia concreta” (concrete poetry), una delle tante manifestazioni artistiche germogliate in seno al milieucontroculturale degli anni Sessanta e Settanta. Teorizzata dal brasiliano E. M. de Melo e Castro, la “poesia concreta” sposta l’attenzione dal contenuto del testo ai suoi elementi costitutivi, che sono parole, sillabe e fonemi di cui si esalta la dimensione tipografica, variamente valorizzati mediante la disposizione sul foglio o anche su materiali diversi dalla carta. L’intento, sulla falsariga delle prove futuriste, è quello di scomporre il linguaggio tradizionale per donargli una dimensione visiva e sonora inedita, con un esito che si situa a metà strada tra la letteratura e l’arte figurativa. La lettera-manifesto di E. M. de Melo e Castro, apparsa sul «Times Literary Supplement» nel 1962, incoraggiò un drastico cambio di direzione nella poesia di Houédard, fino a quel momento limitata a componimenti semi-confessionali in versi liberi. Le possibilità offerte dalla “poesia concreta” dettero pure un nuovo contesto agli arabeschi che andava producendo sin dagli anni Quaranta con la sua fidata macchina da scrivere, una Olivetti Lettera 22.  Houédard realizzò la quasi totalità dei suoi lavori nell’arco di una decina d’anni, tutti firmati con l’acronimo “dsh” (Dom Sylvester Houédard). Li chiamò “poemi visivi” o “typestracts”, una crasi tra typewriter e abstractsuggeritagli dall’amico Edwin Morgan. Fu pertanto molto prolifico, ma solo per un periodo relativamente limitato, collaborando con numerose riviste, gruppi artistici e piccole realtà teatrali. Inoltre fu un conferenziere instancabile e le sue opere vennero esposte sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Inevitabilmente il suo stato ambiguo di monaco e autore, o, secondo una fortunata definizione, di «seguace della cultura Beat venuto dal Medioevo», non mancò di procurare qualche malumore a Prinknash, anche perché il suo legame col movimento controculturale lo portò a schierarsi politicamente e a occuparsi di tematiche sessuali in termini un po’ troppo espliciti.   In generale Houédard predicava una visione teologica e artistica la più inclusiva possibile. Fu un pioniere del dialogo ecumenico, un appassionato studioso di Islam, di religioni orientali e del mistico Meister Eckhart, e nei suoi articoli, privi di punteggiatura e zeppi di segni grafici inusuali, sostenne sempre la necessità di fondere le arti, sintetizzandole in un prodotto omnicomprensivo. La macchina da scrivere cosmica a cui allude il titolo del volume curato da Nicola Simpson nel 2012, Notes from the Cosmic Typewriter, ad oggi lo studio migliore sulla vita e le opere del benedettino, fa appunto riferimento a una poesia concepita come preghiera, anti-dogmatica, senza limiti, intesa a cogliere frammenti di quello spirito universale che è Dio. Sebbene Houédard fosse un tipo schivo, più interessato a sostenere gli scrittori emergenti che alle luci della ribalta, godette anch’egli del proverbiale quarto d’ora di celebrità: una sua foto apparve su «Vogue» ed entrò in contatto con un numero così elevato di letterati e artisti, tra cui Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Jack Kerouac, Yoko Ono e John Cage, che la sua rubrica telefonica pare contasse quasi tremila nomi. Non è dunque una sorpresa scoprirlo tra gli spettatori in presenti alla Albert Hall, nel 1965, in occasione della prima International Poet Incarnation (il suo volto glabro, seminascosto dagli immancabili occhiali da sole, fa capolino nel filmato dell’evento, The Wholly Communion, diretto da Peter Whitehead). Houédard morì nel 1992, all’età di sessantasette anni, e il suo corpo venne sepolto nel parco del nuovo monastero, dove i benedettini si erano trasferiti vent’anni prima. Secondo l’ex abate Aldhelm Cameron-Brown, malgrado il confratello fosse un tipo peculiare,  > «era pur sempre una persona adorabile, ed era dedito alla comunità, anche se > sentiva che non sempre apprezzavamo quello che stava facendo. […]. A suo modo > condusse una vita piena di Fede». Luca Fumagalli L'articolo «Un Beat venuto dal Medioevo»: storia di Sylvester Houédard, monaco e poeta  proviene da Pangea.
April 1, 2025 / Pangea