Evelyn Waugh incarnò il paradosso. Anche se fu uno scrittore satirico, incline
alla risata e allo sberleffo sagace, nell’ultimo ventennio di vita soffrì di una
depressione cronica; donò poi in beneficienza grandi somme di denaro e fu sempre
prodigo di complimenti nei confronti degli altri autori che apprezzava, ma allo
stesso tempo sapeva essere spregevole e arrogante come pochi. Ancora: a un certo
punto della carriera, quando i suoi libri iniziarono a vendere bene e il suo
portafoglio a rimpinguarsi, prese ad atteggiarsi a facoltoso possidente sebbene
gli abiti a quadri e i cappellacci che era solito indossare lo facessero
sembrare un allibratore. Tuttavia i lettori che amarono i suoi romanzi furono in
grado di scorgere al di là della patina corrosiva il cuore pulsante di un uomo
fondamentalmente malinconico ed empatico.
Waugh nacque il 28 ottobre 1903 in una famiglia di letterati – anche suo
fratello Alec divenne romanziere di una certa fama – e dopo gli studi superiori
si immatricolò all’Hertford College di Oxford. Sin da subito, complici i gusti
raffinati in fatto di vestiti e libri, eccelse più che altro nell’arte di
indebitarsi. Non si fece mancare nemmeno frequentazioni omosessuali e con i
sodali fondò l’Hypocrites’ Club, un gruppo dedito alle ubriacature moleste. Si
ritirò nel 1924 senza aver ottenuto la laurea e non gli restò altra soluzione
che darsi all’insegnamento. Finì però per spostarsi irrequieto da una scuola
all’altra, collezionando solo fallimenti e frustrazioni.
Qualcosa iniziò a mutare nella sua esistenza quando, dopo la lettura di un
saggio dedicato agli artisti preraffaeliti, decise di scrivere un libro analogo
su Dante Gabriel Rossetti, completato in sei mesi e pubblicato nel 1928, poco
prima di Declino e caduta, il suo romanzo d’esordio. In quello stesso anno,
cogliendo di sorpresa parenti e amici, si sposò con l’omonima Evelyn Gardner. Fu
una scelta avventata, di pancia, tant’è che il loro matrimonio durò non più di
una manciata di mesi, concludendosi col divorzio.
Intanto la necessità di entrate più regolari aveva spinto Waugh verso i lidi del
giornalismo. Per sua fortuna possedeva i tre requisiti fondamentali del
perfetto freelancer: scriveva bene, era versatile e, soprattutto, aveva trovato
nel leggendario A. D. Peters un agente pronto a procacciargli le migliori
offerte. Nel 1930, oltre al primo di suoi numerosi libri di viaggio, vide la
luce un nuovo romanzo, Corpi vili, accolto con entusiasmo sia dal pubblico che
dalla critica. Ormai i caratteri salienti della sua prosa erano chiaramente
definiti e comprendevano uno stile accuratissimo, una delicata allusività e un
gusto tutto britannico per una satira dal sapore leggermente farsesco.
In quel periodo avvenne anche la sua conversione al cattolicesimo. Tutti
pensavano che la ragione di un passo tanto importante fosse da ricercare nella
recente delusione matrimoniale, ma, stando allo stesso Waugh, i motivi
principali furono altri: nell’immediato disse che la Chiesa di Roma incarnava la
civiltà europea in lotta contro il caos della modernità, mentre un ventennio più
tardi dichiarò che a un certo punto, da giovane, arrivò semplicemente alla
conclusione che «la vita era incomprensibile e insopportabile senza
Dio». Secondo Tom Driberg, al pari di molti convertiti Waugh divenne «più
ultramondano del Papa» e frasi come «Un artista deve essere reazionario. Deve
distinguersi dalla moda del suo tempo» o «La cristianità ebbe inizio con la
Controriforma» non lasciano adito a dubbi. Quando accadeva che venisse
rimproverato per i suoi comportamenti decisamente poco caritatevoli – cosa che,
in verità, capitava di frequente – Waugh replicava ogni volta: «Sarei ancora più
caustico se non fossi cattolico».
Tra gli amici più importanti, in aggiunta alla scrittrice Nancy Mitford e al
critico letterario Cyril Connolly, vi erano le sorelle Lygton, la cui bellissima
abitazione, Madresfield Court, fu una fondamentale fonte d’ispirazione per due
dei suoi romanzi più famosi, ossia Una manciata di polvere e Ritorno a
Brideshead, pubblicati rispettivamente nel 1934 e nel 1945. Waugh fu pure intimo
di Lady Diana Cooper, nobildonna e attrice, con la quale scambiò centinaia di
lettere e cartoline.
Ernest Oldmeadow, direttore del “Tablet”, fu invece uno dei suoi più accaniti
oppositori. Sul settimanale cattolico erano infatti comparse delle recensioni a
sua firma che criticavano aspramente gli ultimi romanzi di Waugh, tra
cui Misfatto negro, del 1932. Questi rispose senza mezzi termini e, quando nel
1935 la direzione del periodico venne affidata a Douglas Woodruff, ne divenne,
quasi per ripicca, un collaboratore regolare. In generale a migliorare i
rapporti con i correligionari più ostili contribuì anche la pubblicazione di una
biografia del gesuita Edmund Campion, martire sotto il regno di Elisabetta, i
cui guadagni furono dati in beneficienza per la ricostruzione di Campion Hall,
il centro della Compagnia di Gesù a Oxford. Il libro gli valse inoltre il
prestigioso Hawthornden Prize.
Ottenuto dal Vaticano l’annullamento del precedente matrimonio, nel 1937 Waugh
convolò a nozze con Laura Herbert, proveniente da un’agiata famiglia
convertitasi di recente alla Chiesa di Roma. Dalla loro unione nacquero sette
figli, uno dei quali morì purtroppo in tenera età. Grazie ai soldi messi a
disposizione dai generosi parenti della moglie e ai proventi del suo ultimo
romanzo, Scoop (1938), la coppia acquistò Piers Court, un bellissimo maniero del
XVIII secolo vicino a Dursley, dove Waugh poté finalmente coronare il sogno di
una vita da aristocratico di campagna con tanto di stemma famigliare
ufficialmente riconosciuto dal College of Heralds.
Sul versante politico in pochi dimostrarono di apprezzare le sue aperture di
credito nei confronti di Mussolini e di Franco. Waugh si lasciò scorrere addosso
le critiche e, anzi, colse l’occasione per rimarcare con malcelato divertimento
come certi intellettuali di sinistra ormai utilizzassero l’epiteto “fascista” a
caso per bollare chiunque non condividesse le loro idee. In un saggio del
1939, Robbery Under Law, dedicato alle ingiustizie perpetrate dal governo
messicano contro la proprietà privata e la Chiesa, lo scrittore fece aperta
confessione del suo conservatorismo:
> «Credo che le diseguaglianze generate dal benessere e dalla posizione siano
> inevitabili e che, di conseguenza, sia inutile discutere dei vantaggi della
> loro eliminazione; l’essere umano si organizza naturalmente in un sistema di
> classi, e tale sistema è necessario per ogni forma di cooperazione, in
> particolare per tenere insieme una nazione».
Va comunque detto che Waugh amava giocare a fare il provocatore, e se dichiarò
che le donne che fumavano meritavano l’arresto, allo stesso tempo dimostrò
sempre un totale disinteresse nei confronti delle sedicenti glorie dell’Impero
britannico, a suo dire un volgare prodotto del protestantesimo.
Allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, insieme a molti altri che erano
stati troppo giovani per combattere nella Grande guerra, si arruolò come
volontario, desideroso anch’egli di fare la propria parte. Waugh si fece
crescere i baffi, un abbellimento che ripropose, di tanto in tanto, anche più
avanti, e divenne noto tra i commilitoni per la sua insofferenza nei confronti
dei superiori (in fondo era uno spirito anarchico, mal disposto a ricevere
ordini). Servendo per la maggior parte del tempo nei Commando del colonnello
Laycock, prese parte a tre importanti operazioni, tutte sfortunate: la missione
a Dakar fu un fiasco, quella a Bardia un caos farsesco, mentre a Creta i
britannici andarono incontro a una sonora sconfitta. Con il figlio di Wiston
Churchill, Randolph – a cui aveva dedicato il romanzo Sempre più bandiere (1942)
– nel 1944 volò in Croazia per una missione a sostegno dei titini. Finì in un
litigio, anche perché lo scaltro Waugh intuì quasi subito che i partigiani, tra
una battaglia e l’altra, non si facevano troppi scrupoli a perseguitare i
cattolici. Denunciò la cosa al “Times” con un paio di lettere, ma le proteste
non ebbero alcun seguito.
Dopo la guerra il successo dei suoi romanzi – continuato con Il caro
estinto (1948), Elena (1950) e la trilogia La spada dell’onore (1965) – garantì
a Waugh una discreta ricchezza che però non durò a lungo: lo stile di vita
costoso, che prevedeva hotel di lusso, champagne, sigari cubani e vestiti di
alta sartoria, lo condusse presto sull’orlo del lastrico, costringendolo, tra
l’altro, a vendere i manoscritti dei suoi libri. Riuscì a racimolare quanto
bastò per tenere a galla lui e la famiglia, ma le spese pazze rimasero da allora
solo un lontano ricordo. Fu persino costretto a cedere Piers Court, i cui costi
di gestione erano diventati insostenibili, e a trasferirsi in una nuova dimora,
Combe Florey House, non lontano da Pixton Park, nel Somerset, altrettanto bella
ma meno signorile.
I viaggi in America accrebbero in lui lo spirito del cattolico militante e non
era raro che i suoi amici dovessero sorbirsi lunghe prediche. Disapprovò
l’assenza della religione nei romanzi di George Orwell e non nascose mai il suo
disappunto nei confronti della fede “eretica” dell’amico Graham Greene. A
maggior gloria della Chiesa inglese scrisse inoltre la biografia ufficiale di
mons. Ronald Knox, pubblicata nel 1959.
Col tempo Waugh iniziò a soffrire di una depressione cronica, un misto di
tristezza, ansia, senso di fallimento e paura per il futuro. Accusava poi una
crescente sordità e non era raro vederlo girare con un strano cornetto acustico.
Su consiglio di un sacerdote suo amico, decise infine di affidarsi alle cure
dello psicologo cattolico Eric Strauss che individuò la causa delle sue
allucinazioni nel cloralio e nel bromuro – mischiati all’alcol – che Waugh
assumeva per combattere l’insonnia. Gli prescrisse altri farmaci, ma lo
scrittore era una paziente riottoso, poco avvezzo a seguire le indicazioni, con
la conseguenza che la situazione precipitò. Waugh tentò pure di esorcizzare le
proprie paure mettendole nero su bianco nel romanzo La prova di Gilbert
Pinfold (1960): se l’esperimento non risolse i suoi problemi, almeno gli donò
una parentesi di sollievo.
Mentre era intento a scrivere Little Learning – il primo di tre volumi che
avrebbero dovuto comporre la sua autobiografia e l’unico a venir effettivamente
pubblicato, nel 1964 – arrivò la batosta del Concilio Vaticano II: Waugh non
voleva sentir parlare di aggiornamento né di ecumenismo, men che meno desiderava
veder accantonata, come un vecchio rottame, l’amata messa tridentina. Tentò di
raccogliere le forze “tradizionaliste” inglesi per dare il via a una campagna di
opposizione alle riforme, ma quando si rese conto che anche la gerarchia era
intenzionata a seguire il nuovo corso, gettò la spugna:
> «Prego Dio di non diventare un apostata, ma adesso vado in chiesa solo come
> atto di dovere e di obbedienza».
Morì per un attacco di cuore il 10 aprile 1966, il giorno di Pasqua. Fu così che
la letteratura inglese perse all’improvviso uno dei suoi più geniali alfieri,
che tra l’altro ebbe il merito di ridefinire le coordinate del romanzo
satirico.
Waugh è un autore senza tempo e i suoi libri rimangono utili strumenti per
indagare la superficialità di una società allo sbando, allora come oggi.
Luca Fumagalli
L'articolo “Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore
contro tutti proviene da Pangea.
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Derubricato un po’ troppo sbrigativamente da Swinburne e sodali a banale cantore
del perbenismo vittoriano, Coventry Patmore fu in verità un rimatore
d’eccezione. Eppure, complice anche la figura tutta d’un pezzo che emerge dal
noto ritratto che gli fece Sargent, di lui si continua ad avere l’impressione di
un conformista che poté godere del proverbiale quarto d’ora di celebrità
esclusivamente perché gli riuscì di intercettare gli umori del periodo con il
poemetto The Angel in the House, un’esaltazione della coniugalità. Per fortuna
negli ultimi decenni sono apparsi studi, tra cui, in Italia, quello
pionieristico di Augusto Guidi, che hanno spalancato le finestre su una poetica
assai più densa e intricata di come passa apparire a un primo sguardo.
Nato a Woodford, nell’Essex, il 23 luglio 1823, Patmore era il primogenito di un
letterato scettico e amante degli ambienti mondani che si era giocato la
reputazione a causa dell’ostentato dandysmo e delle opinioni eccentriche.Dopo il
matrimonio sembrava destinato a un’esistenza più regolare, ma la perdita di
tutti i risparmi a causa di avventate speculazioni finanziarie lo costrinse a
riparare all’estero – dove rimase fino alla morte – per sfuggire ai creditori.
Perlomeno trattò il figlio come pochi padri al tempo avrebbero fatto,
invitandolo a discutere con lui i grandi classici, introducendolo ai nomi noti
del mondo delle belle lettere e incoraggiandone l’inclinazione prodigiosa per la
poesia. Lo mandò a studiare anche oltremanica, ma, forse a causa di un amore non
corrisposto, al giovane Patmore l’esperienza insegnò più che altro a detestare i
francesi. Grazie ai contatti del genitore riuscì infine, all’età di ventuno
anni, a vedere pubblicate le sue prime poesie, che vennero apprezzate non solo
da illustri critici ma pure da Browning e Thackeray.
Tuttavia, dovendo provvedere a una famiglia sul lastrico, Patmore si diede
dapprima alle traduzioni e alle recensioni, per poi passare, dietro
raccomandazione, al dipartimento dei libri del British Museum. Seguì il
matrimonio con Emily Augusta Andrews, dalla quale ebbe sei figli, e il
trasferimento a Londra. La loro casa era frequentata, tra gli altri, da
Tennyson, Carlyle e Ruskin, né mancarono le visite di Rossetti e di altri della
cerchia preraffaellita. Questi, però, non esercitarono alcuna duratura influenza
sulla poesia di Patmore, piuttosto allergico ai contemporanei; i suoi maestri
erano infatti Coleridge, Wordsworth, Platone, i Padri della Chiesa e San
Tommaso, che prese a leggere sempre più assiduamente.
Andò così a formarsi in lui, un passo alla volta, una più chiara visione
poetica, che aveva come perno la convinzione che la verità si trovasse
unicamente nella semplicità, che la conoscenza autentica significasse in buona
sostanza comprendere più a fondo ciò che già è noto. Patmore, pertanto, non fu
un poeta originale, se con quest’aggettivo si intende l’esplorazione di nuovi
orizzonti, ma in ogni cosa che propose, per quanto familiare, si addentrò con
una passione unica, rendendo l’ovvio – o ciò che la distrazione considera tale –
qualcosa di meraviglioso. Tutto è ricondotto al quotidiano, all’essenziale, e
nelle sue liriche non vi è spazio per i voli pindarici né per gli inutili
orpelli. La poesia era vista come «naturale espressione dei sentimenti» e lui
stesso prendeva in mano la penna solo su pressione di una forte spinta emotiva.
Dunque, per un autore come lui, la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel
1862 dopo la prematura morte della moglie e un soggiorno a Roma suggeritogli
dall’amico Aubrey de Vere, ha il sapore di un inevitabile accordo tra esistenza
e arte: è la fede in un Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in
mezzo agli uomini, che ha scelto l’umiltà per la maggior gloria.
Coventry Patmore secondo John Singer Sargent, 1894
A questi sentimenti di fondo si legavano con una certa logica pure il suo
disprezzo per l’eccessivo attaccamento nei confronti degli animali, per gli
astemi, i vegetariani e per chi criticava i fumatori. L’esistenza era un dono
straordinario – «la vita non è solo gioiosa, è la gioia stessa» – e, a patto di
non cadere in eccessi autodistruttivi, andava gustata al meglio. Si trattava di
una convinzione talmente radicata in lui che anche dopo la conversione Patmore
faticò parecchio prima di trovare una qualche virtù nella verginità. In campo
politico, invece, era un inguaribile pessimista: il futuro radioso predicato dai
maggiorenti dell’Età vittoriana a lui pareva più che altro un generalizzato
tracollo morale e anche verso i sacerdoti dimostrò sempre una certa diffidenza.
Ciononostante seppe essere amico di uomini molto differenti da lui, compresi i
poeti cattolici Gerard Manley Hopkins e Francis Thompson (quest’ultimo lo
considerava addirittura un maestro).
Sin dagli esordi e per tutto il tempo che scrisse versi, Patmore ambì a offrire
all’Inghilterra un componimento nuovo che coniugasse i sentimenti fondamentali
dell’umanità con la realtà superiore di un mondo morale. Fu così che, sulla
spinta dell’attaccamento alla consorte, nacque il poemetto The Angel in the
House, formato da ventiquattro canti divisi in due libri e steso tra il 1853 e
il 1863. Il suo andamento narrativo descrive le emozioni di un fidanzamento
animato da un sincero affetto e poi di una vita coniugale felice, coronata dalla
nascita dei figli. Al contempo si afferma la santità del vincolo matrimoniale,
consacrazione dell’amore umano e simbolo della fede e dell’amore divino. A
rendere il poemetto godibile, al di là dei valori universali messi in campo e
del suo essere allo stesso tempo così individuale, contribuiscono la lieta
ironia di alcuni passaggi e una schiettezza, dai tratti affettuosi, che
impediscono la deriva nel sentimentalismo o nel moralismo. Patmore si dimostra
capace di chiarire i significati più sottili e le implicazioni psicologiche dei
banalissimi atti di una giornata, miscelando sapientemente ricordi, speculazioni
e aforismi d’effetto, inserendo anche quei riferimenti astronomici che tornano
di frequente nei suoi versi. Se nel complesso The Angel in the House soffre
soprattutto a causa di una mancanza di tono poetico e di composizione, a
riscattarlo vi è la freschezza di una poesia immediata, che fa della materia
concreta la sua sostanza.
A seguito del matrimonio con la ricca ereditiera Marianne Byles, Patmore
abbandonò il lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla letteratura e
all’amministrazione di Heron’s Ghyll, la dimora che la coppia aveva comprato nel
Sussex. Lì risiedettero una manciata d’anni prima di un nuovo trasferimento a
Hastings.
Nel 1877, superato un periodo di stallo creativo in cui arrivò a dare alle
fiamme alcuni suoi scritti, compreso un lavoro in prosa intitolato Sponsa Dei,
Patmore pubblicò la raccolta The Unknown Eros. Le odi «catalettiche» che la
compongono, simili alle grandi odi leopardiane, si distanziano dalla sua
precedente produzione per la maggior attenzione posta a temi elevati, profetici
e profondamente introspettivi. La forma e il concetto sono saldamente legati
all’espressione, e a una prima parte in cui affiora nei toni malinconici e
incerti l’ombra della sposa defunta e le suggestioni di un viaggio a Lourdes,
segue una seconda che è dedicata, ancora una volta, a scandagliare il legame
esistente tra amore umano e a amore divino. The Unknown Eros, per palati più
raffinati, non conobbe il successo di The Angel in the House; toccò a Edmund
Gosse, qualche anno dopo, riscoprirlo e dargli una seconda vita.
La Byles, da tempo malata, spirò nel 1880, e Patmore si sposò per la terza volta
con Harriet Robson, la quale gli donò il settimo figlio. Negli ultimi anni di
vita, prima che la morte lo cogliesse a Lymington il 26 novembre 1896, mise da
parte i versi per la prosa, sfornando alcuni interessanti saggi come Principle
in Art (1889), dedicato alla critica letteraria, Religio Poetae (1893), una
raccolta di scritti occasionali sulla poesia e la religione, e Rod, Root, and
Flower(1895), probabilmente il migliore, che esplora il misticismo cristiano e
il potere trasformativo dell’amore umano e divino.
Sebbene la critica ne abbia spesso frainteso l’opera, Patmore mantenne una
visione sacra e devota della poesia, invitando il lettore ad aggrapparsi con
tutto il cuore alla realtà, per evitare che questa sfugga nella superficialità,
o peggio, nel taedium vitae. Cesellò ogni suo verso con la consapevolezza di chi
doveva rendere conto della propria vocazione e del proprio talento, a mo’ di
quell’offerta pura riassunta perfettamente nelle sue parole: «Non ho dato al
mondo nulla che non fosse il meglio che avevo».
Luca Fumagalli
**
Il giorno di San Valentino
È giusto, Amore, che tu tenga la tua festa solenne
nel Febbraio sacro a Vesta;
e non scelga in suo luogo un qualche roseo giorno
dalla coroncina ricca del maggio entrante,
quando tutte le cose s’incontrano a maritarsi.
Oh, alacre, anteprimaverile potere,
segnalante puntuale, entro l’assonnata zolla,
il tempo esatto per il fiorire del bucaneve,
bello come il repentino voto della verginità,
primo grido del primo amore;
oh, infante Primavera,
d’un tratto vibrante, sotto il seno della terra,
un mese avanti la nascita;
donde viene la pacifica pungenza,
la gioia contrita,
più mesta del dolore, più dolce della gioia,
che preme ora il respiro di ogni cosa,
sebbene ognuna respiri come se a lei sola
il grato spasimo fosse conosciuto?
Nella penombra dell’alba, sul suo scuro ramo, in disparte,
il merlo infrange con esso il cuore del giovane giorno
nella sommessa sera,
il tordo che medita il cielo, lo dice;
il colle con pari rimorso
sorride al sorriso del sole nel suo declinante corso;
il battello del pescatore, piegandosi
nella baia ospitale, laggiù;
le gracchie richiamanti intorno alla rupe lucente;
i bimbi, chiassosi nel raggio del sole morente,
possiedono la dolce stagione, ciascuno come è in suo potere.
Pensieri stranamente gentili, colmi di una obliata pace
entro me montano;
lacrime nascono negli occhi della mia donna tanto gentile,
e, oh, le sue labbra, sottratte al mio bacio,
domandano al generoso amore. Oh, molto più che la beatitudine!
È la dolcezza. segreta e traboccante
del caro Desiderio che elegge la propria sconfitta?
È la terra ora ridesta che alla trascolorante volta
versa il primo grido del primo amore
e vanamente rinuncia, in un serafico sospiro,
alla naturale speranza dell’amore?
Predestinata o Terra benintenzionata, allo spergiuro!
Guarda, tutto amoroso il Maggio,
con le rose sulla fronte ridente,
è schiavo dei tuoi voti!
Dovresti tu, accanto al suo caldo grembo
tardare nel rigore della sfera del Serafino.
Dimentica le tue stolte parole;
corri al suo richiamo gaio,
il tuo cuore colmato di morte, di alate Innocenze,
come un nido è colmo di uccellini,
quando il falco ha ucciso gli adulti.
Ben fai, o Amore. a celebrare
il meriggio della tua mite estasi,
innanzi che sia troppo tardi,
innanzi che muoia il bucaneve!
*
Dolore
Dolore, mistero d’Amore,
parente prossimo per sangue
alla gioia e al diletto del cuore,
avverso al basso piacere,
eletto vitto di santità,
medicina al peccato,
angelo che sin coloro che voglian perseguire
il piacere in mezzo alla bufera infernale,
scoprono di doverlo
perversamente adorare,
il mio labbro, toccando il tuo carbone accesso, ti esprime fedele.
Tu bruci la mia carne, o Dolore,
ma incendi d’amore per una pace ardua i miei languidi nervi,
illumini la mia opaca vista,
finché io rendo grazie di questa benedizione,
ed è il mio spirito ridesto
un altro fuoco di beatitudine,
ove io apprendo
sensibilmente, come straziando e purgando il fuoco
deve furioso bruciare
di gioia, se non per un rassicurato desiderio
ma anche di una presente gioia,
a vedere il corrotto della vita, macchia a macchia,
fondersi nel bianco calore di Amore irato,
e, fumo a fumo, la smorta lega
del lusso dell’accidia e dell’odio,
evaporare;
e lasciar l’uomo, tanto scuro prima,
simile a schietto specchio del sorriso di Dio.
Quivi, o Dolore, riposa la lode
sulla quale io alzo il canto;
ma sin il bene bastardo di un passeggero sollievo
come grandemente ci piace!
Con qual riposo
l’essere arde allora della sua luminosa azione,
quando dalla strenua tempesta i sensi scivolano
in un breve porto profondo
di requie;
quando tu, o Dolore,
hai divorato i nervi che ti sostengono
e dormi, finché il tuo cibo delicato nuovamente ti si offra;
e come quella nenia
è piena di un amore accecato dal pianto!
Qual beffa d’un uomo son io palesemente,
se devo attendermi da te
che mi conquisti!
Neppure son oso d’amarti, finché tu non m’ami!
E qual vergogna, anche,
è questa:
che, quanto tu ami, io dapprima ho paura
del tuo bacio feroce,
al pari di fanciulla:
e soltanto confido nei tuoi incanti
e prendo coraggio nelle tue braccia sussultanti.
E quando ti allontani, che volubile animo
ti lasci dietro,
che, essendo per poco lontano dal mio sguardo.
già esso ti dimentica, chi sei,
e sovente il mio cuore adulterato
si sollazza col Piacere, tuo pallido nemico.
Oh, felice lo spirito senza pecca
che non vien meno,
ma sa del pari averti e perderti,
e azzarda molti incanti
illeciti fuorché a coloro che amano sì bene,
per richiamarti.
*
Beata
Dell’infinito cielo i raggi
trapassando un forellino nella nostra nera caverna,
terminarono il loro invisibile viaggio
colpendo te
solitaria, come una stalattite adamantina,
e accesero in seno all’oscurità una vampa d’arcobaleno
ove l’assoluta Ragione, Potere e Amore,
che dapprima provocavano
in me soltanto sforzo e stanchezza,
rinunciarono alla loro mortifera potenza,
rinunciarono al loro impercettibile impeto,
di bruciante cadenza,
e carezzarono il mio spirito con i più gai colori,
nulla del cielo mostrando in te infinito,
fuorché la gioia.
*
Ricordo della Grazia
Poiché il portar soccorso ai più deboli tra i saggi,
è onore di più nobil peso
che la sicurezza posseduta da tante anime sciocche,
questo io affermo,
pur se gli stolti ne divengano più fiduciosamente stolti:
chi Iddio si fa amico una volta, prendendolo cuore a cuore.
sino alla fine Egli gli resta amico;
e avendo una volta piantato quel seme prodigioso di vita,
un solo palpito dolce di ricambiato amore,
egli lo colloca in alto, al disopra
non del peccato o del rimorso amaro,
non del naufragio della fama,
ma delle infernali minacce più nere e insidiose,
ma dell’invidia, dell’avarizia e dell’orgoglio,
tollerati così facilmente dagli uomini che ne sono infetti
che a pochi piace persino di celarli come mali.
Da essi inalterabilmente esente
in virtù del ricordo della Grazia,
di quel divino abbraccio, dei suoi mesti errori nessuno
per quanto grossolano e riprovevole,
lo getterà più in basso della fiamma che lava
né lo lascerà dipartirsi affatto
da quel piccolo gregge detto «dei fedeli del cuore di Dio»,
a se stessi sconosciuti.
Né vacillerà nella fede,
né si farà rosso o smorto,
quando tutti gli idioti compiteranno
come la parola di questo o quel nuovo profeta
smentisca il loro ultimo alto oracolo:
ma costantemente la sua anima
punta al proprio polo,
così come fa l’ago della bussola, né sa perché;
e sotto le mutevoli nubi del dubbio,
quando altri gridano:
«le stelle se mai furono, sono estinte e morte»,
a lui, che guarda alle alture per un aiuto,
appaiono, aprendosi al bisogno,
squarci nella incombente oscurità, e, fulgida nell’aria,
Orione o l’Orsa.
traduzioni di Augusto Guidi
L'articolo “La vita non è soltanto gioiosa, è la gioia stessa”: Coventry
Patmore, il poeta dell’amore umano e divino proviene da Pangea.
Se negli ultimi anni le opere di Hilaire Belloc (1870-1953) non fossero state
proposte – o riproposte – dalla piccola editoria, in Italia l’autore britannico
avrebbe seguitato a essere menzionato quasi unicamente in relazione al ben più
noto G. K. Chesterton, suo grande amico e sodale di molte lotte. Eppure furono
in molti a ritenere Belloc superiore a quest’ultimo, per lo meno dal punto di
vista stilistico, tanto che la sua poesia e la sua prosa sembravano destinate a
rimanere immortali, salutate come il prodotto di un artista consumato.
Spirito ardente e appassionato, in circa mezzo secolo d’attività Belloc firmò
oltre centocinquanta pubblicazioni.Oltre a dedicarsi alla narrativa e ai versi,
fu giornalista, saggista, apologeta e politico, venendo eletto per due volte in
Parlamento. Soprattutto, fu tra gli intellettuali di punta della cultura
cattolica europea del primo Novecento, facendo del Pro Ecclesia contra mundum di
Pio IX la sua ragione d’essere.
Belloc, il cui nome completo era Joseph Hilaire Pierre, era nato a La Celle
Saint Cloud, a pochi chilometri da Parigi, da madre inglese e padre
francese. Aveva una sorella maggiore di due anni, Marie, che sarebbe anch’essa
diventata scrittrice (di lei si ricorda in particolare il romanzo Il
pensionante, che ispirò l’omonima pellicola di Alfred Hitchcock del 1927). Lo
scoppio del conflitto franco-prussiano, che fece germogliare in lui un virulento
istinto anti-tedesco, e la prematura scomparsa del padre, spinsero la famiglia a
traferirsi vicino a Westminster. Da quel momento divenne inglese a tutti gli
effetti anche se servì per un periodo nell’esercito francese e sempre dimostrò
un certo attaccamento al Paese natale.
La madre, di estrazione protestante, si convertì alla Chiesa cattolica grazie al
futuro cardinale H. E. Manning, un modello e una guida spirituale pure per il
figlio. Questi ne ereditò la solida dottrina e il piglio pugnace, compresa la
convinzione che ogni conflitto umano fosse ultimamente teologico. Dunque non è
un caso se nella maturità Belloc fu un fiero rivale dei protestanti e dei
laicisti di ogni estrazione, con cui incrociava volentieri le spade a ritmo di
confutazioni e battute sagaci.
Presto la famiglia partì per il sud, trasferendosi nel Sussex. La regione,
affacciata sul canale della Manica, divenne per Belloc il simbolo di quella
“Little England” che con Chesterton avrebbe difeso in molte occasioni, un
modello di localismo pacifico, vagamente medievaleggiante, da opporre a un
Impero tenuto in piedi da un pugno di affaristi e alimentato dall’avidità e
dall’ingordigia.
Mandato a studiare presso gli Oratoriani di Birmingham, concluse il percorso
scolastico nel 1887, distinguendosi per talento e dedizione, e dopo una breve
parentesi in terra francese che rivitalizzò in lui le simpatie repubblicane,
venne accettato dal prestigioso Balliol College di Oxford, ottenendo la laurea
nel 1895.
Nel frattempo continuava a coltivare la sua passione per le lunghe passeggiate e
intraprese i primi di molti viaggi che lo avrebbero portato in Africa, in Asia e
persino in America. Nel 1890 aveva inoltre conosciuto Elodie Hogan, una giovane
californiana di origine irlandese che si trovava in vacanza in Inghilterra
insieme alla madre e alla sorella. Appena la vide, se ne innamorò
perdutamente. Con grande determinazione mise da parte il denaro necessario e
l’anno seguente compì la traversata oceanica al solo scopo di dichiararsi. Le
cose, però, non andarono per il verso giusto: Elodie confidò al povero
pretendente che voleva farsi suora. Finalmente, qualche tempo dopo, quando la
ragazza fu certa di non essere adatta alla vita religiosa, diede il suo consenso
e i due si sposarono a San Francisco nell’estate del 1896. Il loro matrimonio,
spezzato anzitempo nel 1914 dalle morte di Elodie, fu felice e coronato da ben
cinque figli.
Di nuovo in Inghilterra, falliti i tentativi di assicurarsi una carriera in
ambito accademico, Belloc si accontentò di dare lezioni private agli studenti
universitari. Solo dopo una lunga gavetta da conferenziere e giornalista, le
vendite dei primi libri gli permisero di dedicarsi a tempo pieno alla
letteratura. Le sue finanze, comunque, non furono mai floride. Per tutta la vita
si sottopose a ritmi di lavoro massacranti e si contano vari episodi in cui, per
sostenersi, fu costretto ad appellarsi alla generosità degli amici o dei
parenti.
Nel 1900, in un piccolo bar-ristorante di Londra, avvenne il fatidico incontro
con Chesterton. Fu da quel caffè di Soho, piccolo e sporco, che, come da un covo
stregato, emerse il mostro bifronte al quale G. B. Shaw diede il nome di
“Chesterbelloc”. La loro amicizia, che presto coinvolse anche Cecil, il fratello
di Chesterton, fu la scintilla che appiccò il fuoco di quella disfida alle
eresie moderne che i due condussero al motto di “scrivere tanto, scrivere per la
verità”. A partire dal romanzo Emmanuel Burden (1904), il primo di Belloc a
contenere illustrazioni di Chesterton, il “Chesterbelloc” si concretizzò in una
collaborazione stretta e proficua. Le due parti di questo strano ircocervo di
pura genialità vivevano di influenze reciproche, e non è difficile scorgere lo
zampino di Belloc nella conversione al cattolicesimo dei due fratelli Chesterton
e del loro comune amico Maurice Baring, altro scrittore oggi colpevolmente
dimenticato.
Dato che l’esperienza parlamentare si era dimostrata negativa, Belloc decise di
portare avanti la battaglia politica sulla carta stampata: il candidato che alle
elezioni del 1906 si era presentato col rosario in mano, rivendicando con
orgoglio la propria appartenenza alla Chiesa di Roma, non voleva mollare.
Insieme a Cecil Chesterton fondò nel 1911 un settimanale,
l’«Eye-Witness», attento a rivelare le malefatte della partitocrazia, e nel
medesimo anno i due scrissero anche un interessante saggio sul tema, The Party
System. Col tempo Cecil subentrò a Belloc nella direzione del periodico e ne
cambiò il nome in «New Witness», ma la nuova impresa si concluse presto a causa
della sua morte nel 1918, alla fine della Grande guerra.
Qualche anno prima, nel 1912, Belloc aveva dato alle stampe uno dei suoi saggi
più famosi, The Servile State, che gettava le basi teoriche del
cosiddetto “distributismo”, una filosofia economico-politica, alternativa al
capitalismo e al comunismo, che predicava la ripartizione dei mezzi di
produzione fra la popolazione. Il progetto, ispirato alla dottrina sociale della
Chiesa, coinvolse numerosi intellettuali, tra cui lo stesso Chesterton e il
domenicano Vincent McNabb, non producendo però alcun risultato duraturo. Tra gli
anni Venti e Trenta Belloc sperò che almeno il fascismo facesse sue le istanze
del “distributismo”, ma il progressivo avvicinamento di Mussolini a Hitler – che
lui detestava profondamente – e l’introduzione in Italia delle leggi razziali
gli fece aprire poco alla volta gli occhi sui reali intendimenti del Duce.
Politica a parte, la sua fervida immaginazione seguitava a fluire. Oltre alle
poesie, che variavano dagli epigrammi taglienti alle filastrocche per bambini,
negli anni scrisse pure nuovi saggi e romanzi. Non mancarono nemmeno lavori
come Europe and the Faith (1920) e Great Heresies (1938) pubblicati allo scopo
di difendere le ragioni del cattolicesimo e di sfatare i più grossolani miti che
circolavano sul suo conto. Impossibile, poi, non citare The Path to Rome (1902),
il migliore tra i suoi libri di viaggio, l’avvincente resoconto del
pellegrinaggio che l’autore fece, a piedi, fino a Roma.Il testo fa il paio con
un’altra prosa di qualità, The Four Men (1911), la narrazione di un’avventura
picaresca nel Sussex, alla riscoperta della campagna inglese.
Lo scoppio della Seconda guerra gettò Belloc nello sconforto. Gli amici più
intimi, tra cui Chesterton, erano morti, ed era ormai per lui impossibile
lavorare a causa di un’incipiente demenza che gli causava continui vuoti di
memoria. Con l’avanzare dell’età il crocifisso finì per diventare la sua unica
consolazione, e quando si spense, a Guildford, era da undici anni che non
scriveva più nulla.
Si racconta che mentre sua madre era all’ultimo stadio del parto, un violento
temporale stesse sconquassando i cieli di Francia. Per questo motivo la donna
avrebbe voluto chiamare il figlio “Vecchio Tuono” e forse, col senno di poi,
nessun altro nome sarebbe stato più azzeccato.
Luca Fumagalli
L'articolo Hilaire Belloc: il “vecchio tuono” della letteratura inglese proviene
da Pangea.
Il signore delle mosche (1954), al pari di altri romanzi di William Golding,
vincitore del Nobel nel 1983, contiene nelle prime pagine, in nuce, i temi
destinati a essere sviluppati nel resto della narrazione.
Ralph e Piggy – soprannome che significa “maialino” – sono i primi che si
incontrano, e non potrebbero essere ragazzi più diversi: biondo e di
bell’aspetto il primo, asmatico e in sovrappeso il secondo, costretto pure a
portare gli occhiali. Sono tra i pochi superstiti di un volo aereo che
trasportava alcuni scolari inglesi di buona famiglia verso l’Australia, unico
luogo sicuro in un mondo distopico devastato dalla guerra atomica.
I due, dopo essersi presentati, discutono animatamente sul da farsi, valutando
ogni possibile opzione. Per il momento la cosa più intelligente sembra quella di
scoprire se ci siano altri sopravvissuti e decidono perciò di suonare una grande
conchiglia, trovata sulla spiaggia. Poco alla volta compaiono una ventina di
ragazzi, tra i sei e i dodici anni, mentre degli adulti non vi è alcuna
traccia.
Viene quindi indetta un’assemblea con lo scopo di organizzarsi al meglio e Ralph
è eletto capo nonostante le proteste di Jack, del tutto simile a lui per età e
carisma. A quest’ultimo, come risarcimento morale, viene lasciata la guida dei
membri del coro che diventano i cacciatori del gruppo.
Il primo capitolo si chiude con una missione esplorativa che vede impegnati
Ralph e Jack, affratellati momentaneamente in un legame simile a quello tra
Abele e Caino. Giungono al limite estremo della spiaggia e capiscono di essere
su un’isola, con una montagna centrale e un’ampia foresta tutt’intorno.
Pochi fatti, chiari, cronologicamente ordinati e una semplicità di linguaggio
che non lascia spazio a fraintendimenti: come in The Coral Island di Ballantyne,
l’anti-modello ottocentesco del libro di Golding, i giovani protagonisti si
ritrovano in luogo affascinante, misterioso, che conserva qualcosa del mito di
Wells e dello spirit of place di Lawrence Durrell; e le loro prime azioni,
orientate al governo e all’esplorazione, sono un perfetto esempio di pragmatismo
britannico. Eppure, anche in questa comunità quasi originaria, assoluta,
disseminate un po’ ovunque si avvertono piccole avvisaglie di quello che accadrà
successivamente, di come, almeno a partire dalla seconda metà del romanzo, la
situazione andrà precipitando.
La conchiglia, ad esempio, se da un verso è lo strumento che riconduce i ragazzi
sperduti all’ordine, dall’altro produce una nota profonda che suscita
inquietudine. Durante l’assemblea, poi, solo chi l’ha in mano ha diritto di
parola, ma la pace è più volte turbata da Jack che si oppone all’elezione
democratica del capo. Infine è sintomatica la scelta di affidare il ruolo dei
cacciatori proprio ai ragazzi del coro, generalmente reputati docili e pacati.
Pure in questo particolare si cela un silenzioso avvertimento.
Il momento in cui il lettore percepisce più chiaramente il senso di diffusa
incertezza è però la scena in cui Jack, visto un maialino intrappolato in un
intrico di rampicanti, si avvicina per ucciderlo con il suo coltello a
serramanico, fermandosi solo all’ultimo momento.
Intanto, mentre alcuni irresponsabili preferiscono divertirsi anziché aiutare
gli altri a costruire dei rifugi per la notte, appaiono sempre più nette le
differenze tra i due leader. Ralph è preso da un istinto civilizzatore, vuole
ricostruire sull’isola un ambiente domestico e si prodiga per accendere un
grande fuoco di segnalazione. Anche Jack, sulle prime, sembra voler ripercorrere
la via della civiltà quando si offre di mantenerlo sempre acceso e declama,
certo inconsapevole, un elogio del tipo umano promosso dal Defoe di Robinson:
«Dopo tutto, non siamo selvaggi. Siamo inglesi, e gli inglesi sono i più bravi
in tutto. Dunque dobbiamo fare quello che è giusto». Malgrado ciò, similmente
alle fiamme che si propagano indomabili distruggendo mezzo chilometro quadrato
di foresta, Jack inizia a praticare l’arte della caccia trascinato da
un’impulsività violenta che solo qualche tempo prima lo avrebbe ripugnato, una
mancanza di contegno che si mostra anche nei volti dipinti e nei capelli lunghi
e scarmigliati dei cacciatori.
Altro personaggio rilevante nell’economia della storia è il piccolo Simon.
Considerato strano da tutti, è sensibile alle sofferenze altrui ed è colui che
entra in un contatto quasi mistico con la natura. Si rende subito conto che
l’isola non è un Eden, ma un luogo terribile in cui si nasconde la presenza del
male, chiuso in quella giungla nera che un po’ assomiglia alle loro anime. Non a
caso sarà lui che, suo malgrado, dovrà portare la croce per tutti, allo stesso
modo del cireneo omonimo descritto nei Vangeli.
A Roger, che lancia dei sassi vicino a un compagno, è invece affidato il compito
di preconizzare quella globale inversione di atteggiamenti che ha il suo inizio
poco dopo, quando Jack rompe gli occhiali di Piggy e, impegnato in una caccia
furiosa che lo porta ad uccidere un maiale, non nota che il fuoco si è spento
proprio nel momento in cui passava una nave. Ma la cosiddetta civiltà, quella
che dovrebbe tenere legati i ragazzi alla giustizia e al rispetto reciproco, è
lacerata da un conflitto senza soluzione e pertanto non può offrire alcuna reale
speranza di salvezza. Anche gli occhiali rotti, immagine di chi giudica le cose
da un punto di vista limitato e parziale, raccontano tutta la precarietà della
visione razionale del proprietario, che si sgretola quando lo stesso implora
ridicolmente Jack per avere un pezzo di carne.
A Ralph non resta che convocare una nuova assemblea nella speranza di poter
riportare un po’ di ordine. Si tratta tuttavia di una pia illusione e, come se i
problemi non fossero già abbastanza, i bambini più piccoli cominciano a temere
che l’isola sia abitata da un mostro, soprannominato “la bestia”. Jack, che nel
frattempo ha deciso di stabilirsi con i cacciatori su un lembo roccioso vicino
alla spiaggia, si adopera allora per uccidere un grande maiale, la cui testa
viene conficcata su un palo a mo’ di offerta per la misteriosa creatura che li
intimorisce.
Quando Simon vede per la prima volta il macabro trofeo, sanguinante e attorniato
dagli insetti, ne rimane scioccato. Intuisce con una folgorazione improvvisa che
il male, simbolicamente rievocato dal “Signore delle Mosche” di biblica memoria,
ossia Belzebù, è una tentazione con cui ogni essere umano deve fare i conti e ha
la definitiva conferma che il mostro non è nella giungla, ma vive in ognuno di
loro.
Dopo essersi ripreso dallo spavento, si dirige verso la montagna, dove si dice
che la creatura abbia la sua dimora. Scopre invece il corpo di un paracadutista
deceduto e, sollevato, corre a riferirlo agli altri. Ha la possibilità di
raccontare a tutti la verità e, come in una sorta di rito catartico, di
liberarli dalle paure irrazionali, costringendoli davanti alla loro nuda
anima. In un crescendo di macabra ironia, però, tra le ombre della sera il
ragazzo viene scambiato per la “bestia” e ucciso.Quella verità che poteva
generare consapevolezza è sfuggita per sempre, inafferrabile, lontana come
l’orizzonte marino verso cui si dirigono il paracadute e il cadavere del
fanciullo.
La morte di Simon getta un’ombra sinistra sull’intera vicenda. Se, da una parte,
Ralph è dilaniato dal dubbio e della paura, Jack, per esorcizzare il senso di
colpa, ordina di far punire uno dei compagni, accusato ingiustamente di essere
l’assassino. Ciononostante passa poco tempo prima che si compia un nuovo
delitto: un masso, fatto cadere da Roger, uccide Piggy sul colpo e manda in
frantumi la conchiglia che il ragazzo teneva in mano, a sottolineare come ogni
composizione pacifica sia ormai compromessa e come sull’isola non ci sia più
nulla in grado di frenare la violenza.
L’ultimo capitolo, in cui la sete di sangue si fa incontenibile, invita
implicitamente il lettore al confronto con la prima parte del romanzo. Rimasto
solo, Ralph capisce che Jack e i suoi non hanno ancora finito e che la loro
intenzione è quella di fare di lui la nuova offerta per la “bestia”. Il giorno
successivo ha dunque inizio una spietata caccia all’uomo con gli ex coristi che
appiccano il fuoco all’intera isola pur di stanarlo. Alla fine, ansimante sulla
spiaggia, Ralph si ritrova ai piedi di un ufficiale: una nave ha avvistato il
fumo e alcuni soldati sono giunti per salvarli (la paradossalità della
circostanza è palese). Quando arrivano anche i cacciatori, la prima reazione del
mondo adulto è quella di ridurre tutto ad un gioco. L’ufficiale non comprende
cosa stia accadendo realmente, guarda i giovani dall’alto in basso e non si
rende conto che il loro male è anche il suo. Ogni speranza è morta, dissolta in
un attimo, e Ralph non può fare altro se non abbassare lo sguardo:
> «Piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano».
Il signore delle mosche è un romanzo che nasconde una rivelazione, con giovani
protagonisti – gli incolpevoli per definizione – che si scoprono rei come tutti
gli altri. D’altronde il fuoco che avvolge l’isola al termine del libro, quasi
fosse una sorta di cartolina infernale, sembra suggerire l’impossibilità per
l’uomo di edificare qualcosa di sano e duraturo. Tutto è contaminato, rovinato e
abbruttito anche solo dalla sua semplice presenza. A essere messe in discussione
sono le banalizzazioni di un Hobbes e di un Rousseau, le quali non reggono il
confronto con una realtà che dimostra come il peccato originale sia tutt’altro
che un’invenzione di matrice religiosa.
Il pessimismo radicale di Golding, quasi luterano, lascia spazio solo
occasionalmente a momenti in cui emerge impellente un desiderio di salvezza, di
qualcosa che, in un certo senso, possa riscattare le persone dalla loro
condizione disperata. Ma nulla è in grado di farsi antidoto efficace al male
dilagante. Tutto quello che rimane dell’esperienza dei ragazzi è il grido
inascoltato negli occhi di Ralph.
In questi giorni è uscita anche in Italia una mini-serie TV, targata BBC, tratta
da Il signore delle mosche. È l’esordio del capolavoro di Golding sul piccolo
schermo, mentre per il cinema erano già stati proposti due adattamenti, datati
rispettivamente 1963 e 1990. Il primo, diretto da Peter Brook, è contraddistinto
da un bianco e nero sferzante, con chiare valenze simboliche. L’altro, per la
regia di Harry Hook, convince molto meno soprattutto a causa di alcune
discutibili scelte di sceneggiatura, lontane dallo spirito del romanzo. Si spera
che la nuova mini-serie, possa fare di meglio, restituendo allo spettatore tutto
il fascino tragico dell’opera originale.
Luca Fumagalli
*In copertina: un fotogramma dal “Signore delle Mosche” nella versione di Peter
Brook (1963)
L'articolo “Il signore delle mosche”: a precipizio nel cuore di tenebra
dell’uomo proviene da Pangea.
Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Nel 1950, scrivendo una recensione di The Lost Traveller, il secondo romanzo di
Antonia White, Evelyn Waugh colse l’occasione per dire la sua sulla letteratura
cattolica:
> «Molti hanno iniziato a dubitare che esista una cosa del genere. Ebbene, qui
> si può trovare in una forma completa e splendida. […] I personaggi sono tutti
> permeati dalla fede. Dio è l’influenza suprema nelle loro vite, […] e quando
> vi è la minaccia di un disastro, tutti si rivolgono alla preghiera. La loro
> religione è la loro vita, sebbene superficialmente siano occupati con altro.
> Non si tratta di “trascinare il cattolicesimo dentro”. È sempre lì, al centro
> della storia».
Per quanto poco conosciuta in Italia, la White – pseudonimo di Eirene Botting –
è stata una delle personalità più rappresentative di quella letteratura di marca
“papista” che conobbe una certa diffusione nella Gran Bretagna del Novecento, in
particolare nella prima metà del secolo.
La sua fu un’esistenza travagliata, segnata non solo dalla cronica mancanza di
denaro, ma anche da tre matrimoni falliti, da un rapporto complicato con le
figlie e da una serie di frustranti impieghi d’ufficio che le toglievano tempo
ed energie per la scrittura. Persino la sua fede, abbracciata da bambina in
seguito alla conversione dei genitori, non fu sempre salda e per parecchi anni
smise di praticarla. Infine, dovette sopportare pure il peso di una grave
malattia psicologica, da lei ribattezzata «la bestia», che minò non poco le sue
potenzialità creative (la questione è stata recentemente analizzata nel
dettaglio da Patricia Moran nel volume Antonia White and Manic-Depressive
Illness). Come sottolinea Jane Dunn, autrice di Antonia White: A Life, quello
della inglese
> «è un dramma di vasta portata che abbraccia grandi questioni di fede, i
> bisogni dell’anima, la lotta per diventare sia scrittrice che donna;
> l’impossibilità di essere moglie e madre quando si combatte per la propria
> sanità mentale».
Da ciò deriva la scarsità della sua bibliografia, che comprende quattro romanzi
parzialmente autobiografici, un epistolario, una manciata di poesie, qualche
articolo, delle traduzioni dal francese e una smilza raccolta di racconti; a
questi lavori vanno aggiunti due libri per bambini con protagonista una coppia
di gatti – gli animali preferiti della White – il primo dei quali, Mila e Cuor
di Leone, è ad oggi l’unica sua opera ad essere stata tradotta in italiano.
Nata nel 1899, tutto o quasi del suo destino umano e letterario fu deciso
nell’infanzia, quando venne mandata a studiare presso la scuola femminile
annessa al Convento del Sacro Cuore, a Roehampton, dove le suore, il cui ordine
era stato fondato da una santa francese, erano famose per mantenere una
disciplina ferrea. Lì imparò ad amare i libri e volle provare, appena
quindicenne, a scrivere un romanzo. Nelle sue intenzioni doveva essere la
classica storia di un peccatore che cambia vita; peccato, però, che il
manoscritto, ancora fermo alla prima parte, quando il protagonista è immerso nel
vizio, venne scoperto e giudicato scandaloso. La conseguente espulsione fu un
duro colpo e da allora la White non fu più in grado di mettere nero su bianco
nulla che non fosse in qualche modo legato alla propria esperienza personale. A
questo si aggiungeva un perfezionismo esasperato che la portava a riempire le
pagine di così tante correzioni da renderle quasi illeggibili, causandole di
riflesso parentesi intermittenti di blocco della scrittura.
Terminati gli studi alla St Paul’s Girls’ School, dopo vari rovesci sentimentali
e un ricovero di nove mesi in un ospedale psichiatrico, nel 1933 vide la luce il
suo primo e più famoso romanzo, Frost in May, oggi considerato un classico della
narrativa a sfondo scolastico, sebbene privo del lieto fine che solitamente
caratterizza il genere. La storia vanta uno stile limpido, distaccato, e
racconta le giornate di Nanda Gray, un’alunna del collegio cattolico di
Lippington, da cui però è infine allontanata a causa di uno spiacevole
incidente. Il titolo, suggerito all’autrice da un articolo sulle rose trovato in
una rivista di giardinaggio, sottolinea l’infelice destino di Nanda, a cui si
accompagna una critica non tanto alla Chiesa quanto all’autoritarismo e alla
miopia di un’istituzione educativa al limite del sadismo.
Durante la Seconda guerra, segnata da un’esistenza che non le aveva risparmiato
nulla, tornò definitivamente al cattolicesimo, una decisione motivata per esteso
in un volume del 1965, The Hound and the Falcon, che contiene una serie di
missive scambiate tra il 1940 e il 1941 con il sessantenne giornalista Peter
Thorp, ex seminarista che come lei aveva da poco riscoperto la fede.
Anche se la scrittrice seguitò a non condividere alcuni aspetti della dottrina,
specie quelli legati al sesso, e le sue simpatie erano tutte per gli
intellettuali più divisivi, mosse diverse critiche alle riforme liturgiche
introdotte a seguito del Concilio Vaticano II, ritenute impoverenti:
> «Nella messa ormai non c’è più spazio per il silenzio. Quando sono andata alla
> messa solenne in latino, sono stata profondamente scossa da un moto di
> nostalgia, [ma] sono stata pure colpita da quanto la liturgia abbia perso
> nella versione scarna che abbiamo oggi. Tutto quel lento e riverente rituale
> dà il tempo di apprezzare il significato mistico della messa. E persino
> l’ammirevole preoccupazione per le ingiustizie della società e gli ardenti
> preti “rivoluzionari” sembrano dare troppa enfasi a quello che si potrebbe
> definire il lato “materiale” del cattolicesimo – o forse “l’amore per il
> prossimo” a danno dell’amore per Dio».
Nel frattempo, grazie anche al supporto di alcuni amici scrittori come David
Gascoyne, Dylan Thomas e Graham Greene, dopo anni di gestazione, la White era
finalmente riuscita a pubblicare l’attesissimo seguito di Frost in May,
intitolato The Lost Traveller, a cui erano seguiti The Sugar House (1952)
e Beyond the Glass (1954). La protagonista, ribattezzata Clara, ancora una volta
ripercorre più o meno le medesime tappe esistenziali della sua autrice, finendo
per essere ricoverata a causa di un crollo nervoso.
I romanzi, di impianto troppo tradizionale per colpire i critici alla moda,
vennero accolti tiepidamente, col risultato che la White, oltremodo delusa,
lasciò incompiute le bozze di un quinto libro della serie, conosciuto col titolo
provvisorio di Julian Tye o Clara IV, e preferì trasferirsi per un periodo negli
Stati Uniti, occupando la cattedra di scrittura creativa al Saint Mary’s
College, affiliato alla Notre Dame University.
A salvarla dall’oblio letterario ci pensò Carmen Callil, fondatrice della Virago
Press, incontrata alla fine degli anni Settanta. Quest’ultima fece
ripubblicare Frost in May e i suoi seguiti garantendo alla scrittrice, di cui
divenne anche agente, una fama mai goduta prima.
Dopo la morte della White, avvenuta nel 1980, videro la luce il frammento
autobiografico As Once in May – incentrato sui suoi primi anni di vita– e i
diari, raccolti in due volumi. Nel 1982 la BBC acquistò i diritti dei romanzi e
ne trasse una miniserie in quattro episodi.
Grazie alla Virago, ancora oggi in prima linea nella promozione di una
letteratura “al femminile”, la scrittrice in perenne crisi creativa continua,
almeno in Inghilterra, a essere letta e amata. C’è da esser certi che nulla
l’avrebbe resa più felice.
Luca Fumagalli
L'articolo “I bisogni dell’anima”. Antonia White, una scrittrice “papista”
contro il Concilio Vaticano II proviene da Pangea.
Se nel Novecento inglese non sono mancati gli esempi di sacerdoti cattolici
votati alla letteratura, come R. H. Benson, Ronald Knox o John Ayscough, di
certo Sylvester Houédard ne è stato il rappresentante più eccentrico, monaco
benedettino e poeta della Beat Generation.
Classe 1924, Pierre-Thomas-Paul Joseph Houédard – Sylvester è il nome assunto da
religioso – era nato a Guernsey, una piccola isola nel canale della Manica, da
una famiglia di origini francesi. Sin da ragazzo dimostrò una non comune
vivacità intellettuale che si associava a una profonda devozione. Nel 1977, in
un articolo per il «Tablet» intitolato Memories of a Catholic Childhood,
raccontò del suo amore di allora per la liturgia latina e di come volentieri
accompagnasse la madre alla messa domenicale.
Rimasto orfano, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale fu costretto a
trasferirsi nel Lancashire con il fratello maggiore, pilota della RAF, purtroppo
destinato a morire in combattimento poco tempo dopo. Nel 1941 riuscì a ottenere
l’ingresso al Jesus College di Oxford, dove studiò storia moderna, e venne
nominato presidente della prestigiosa Newman Society, in prima fila nell’animare
la pastorale cattolica in università.
Intanto Houédard iniziava a scorgere nel proprio animo i chiari segnali di una
vocazione religiosa e perciò volle recarsi in visita al monastero di Prinknash,
vicino a Gloucester, dove, di lì a poco, sarebbe entrato come novizio l’amico
Victor Brooke, nipote del famoso generale Lord Alanbrooke.
Sul finire della guerra fu chiamato a operare in Asia per conto
dell’Intelligence e, per un breve periodo, lavorò al Ministero
dell’Alimentazione. Data la pessima calligrafia dovuta alla meningite e
all’artrite reumatoide di cui aveva sofferto da piccolo, finì per essere
costretto a usare sistematicamente la macchina da scrivere: non è esagerato
affermare che senza la scoperta di quel prezioso strumento la sua successiva
carriera d’autore non sarebbe mai iniziata.
Una volta congedato, Houédard ritornò a Oxford per completare il suo percorso di
studi, dopodiché nel 1949 fu libero di indossare l’abito monacale. Prima di
entrare a Prinknash, regalò agli amici ciò che possedeva e a Christopher
Tolkien, terzogenito dell’autore de Il Signore degli Anelli, toccò un bastone da
passeggio in ebano, con un pomello d’avorio finemente intarsiato, che si diceva
fosse appartenuto all’Imperatore d’Abissinia.
Tra il 1951 e il 1954 studiò al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma,
scrivendo una tesi sulla libertà nell’opera di Sartre, e nel 1959 venne ordinato
sacerdote.
Al di là dei meriti squisitamente ecclesiastici – scrisse di teologia, collaborò
con diverse case editrici cattoliche e curò la pubblicazione, nel 1966,
della Bibbia di Gerusalemme – Houédard si distinse per essere stato tra i
principali interpreti della cosiddetta “poesia concreta” (concrete poetry), una
delle tante manifestazioni artistiche germogliate in seno
al milieucontroculturale degli anni Sessanta e Settanta.
Teorizzata dal brasiliano E. M. de Melo e Castro, la “poesia concreta” sposta
l’attenzione dal contenuto del testo ai suoi elementi costitutivi, che sono
parole, sillabe e fonemi di cui si esalta la dimensione tipografica, variamente
valorizzati mediante la disposizione sul foglio o anche su materiali diversi
dalla carta. L’intento, sulla falsariga delle prove futuriste, è quello di
scomporre il linguaggio tradizionale per donargli una dimensione visiva e sonora
inedita, con un esito che si situa a metà strada tra la letteratura e l’arte
figurativa.
La lettera-manifesto di E. M. de Melo e Castro, apparsa sul «Times Literary
Supplement» nel 1962, incoraggiò un drastico cambio di direzione nella poesia di
Houédard, fino a quel momento limitata a componimenti semi-confessionali in
versi liberi. Le possibilità offerte dalla “poesia concreta” dettero pure un
nuovo contesto agli arabeschi che andava producendo sin dagli anni Quaranta con
la sua fidata macchina da scrivere, una Olivetti Lettera 22.
Houédard realizzò la quasi totalità dei suoi lavori nell’arco di una decina
d’anni, tutti firmati con l’acronimo “dsh” (Dom Sylvester Houédard). Li chiamò
“poemi visivi” o “typestracts”, una crasi tra typewriter e abstractsuggeritagli
dall’amico Edwin Morgan. Fu pertanto molto prolifico, ma solo per un periodo
relativamente limitato, collaborando con numerose riviste, gruppi artistici e
piccole realtà teatrali. Inoltre fu un conferenziere instancabile e le sue opere
vennero esposte sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.
Inevitabilmente il suo stato ambiguo di monaco e autore, o, secondo una
fortunata definizione, di «seguace della cultura Beat venuto dal Medioevo», non
mancò di procurare qualche malumore a Prinknash, anche perché il suo legame col
movimento controculturale lo portò a schierarsi politicamente e a occuparsi di
tematiche sessuali in termini un po’ troppo espliciti.
In generale Houédard predicava una visione teologica e artistica la più
inclusiva possibile. Fu un pioniere del dialogo ecumenico, un appassionato
studioso di Islam, di religioni orientali e del mistico Meister Eckhart, e nei
suoi articoli, privi di punteggiatura e zeppi di segni grafici inusuali,
sostenne sempre la necessità di fondere le arti, sintetizzandole in un prodotto
omnicomprensivo. La macchina da scrivere cosmica a cui allude il titolo del
volume curato da Nicola Simpson nel 2012, Notes from the Cosmic Typewriter, ad
oggi lo studio migliore sulla vita e le opere del benedettino, fa appunto
riferimento a una poesia concepita come preghiera, anti-dogmatica, senza limiti,
intesa a cogliere frammenti di quello spirito universale che è Dio.
Sebbene Houédard fosse un tipo schivo, più interessato a sostenere gli scrittori
emergenti che alle luci della ribalta, godette anch’egli del proverbiale quarto
d’ora di celebrità: una sua foto apparve su «Vogue» ed entrò in contatto con un
numero così elevato di letterati e artisti, tra cui Allen Ginsberg, William S.
Burroughs, Jack Kerouac, Yoko Ono e John Cage, che la sua rubrica telefonica
pare contasse quasi tremila nomi. Non è dunque una sorpresa scoprirlo tra gli
spettatori in presenti alla Albert Hall, nel 1965, in occasione della prima
International Poet Incarnation (il suo volto glabro, seminascosto dagli
immancabili occhiali da sole, fa capolino nel filmato dell’evento, The Wholly
Communion, diretto da Peter Whitehead).
Houédard morì nel 1992, all’età di sessantasette anni, e il suo corpo venne
sepolto nel parco del nuovo monastero, dove i benedettini si erano trasferiti
vent’anni prima. Secondo l’ex abate Aldhelm Cameron-Brown, malgrado il
confratello fosse un tipo peculiare,
> «era pur sempre una persona adorabile, ed era dedito alla comunità, anche se
> sentiva che non sempre apprezzavamo quello che stava facendo. […]. A suo modo
> condusse una vita piena di Fede».
Luca Fumagalli
L'articolo «Un Beat venuto dal Medioevo»: storia di Sylvester Houédard, monaco e
poeta proviene da Pangea.