Le date, in letteratura, sono importanti: ingannano l’eterno. James Joyce ha
realizzato un romanzo intero intorno al 16 giugno del 1904; per Petrarca è
decisivo il 6 aprile del 1327: in quel giorno – cadeva il Venerdì Santo – il
poeta incontra Laura: ne fu crocefisso. La morte di Virgilio, il sommo romanzo
di Hermann Broch, narra, invece, l’ultimo giorno terreno – ma già inverato di
cielo – di Virgilio, il 21 settembre del 19 a.C.; la vita della Signora
Dalloway, elegante controfigura di Virginia Woolf, si sviluppa di mercoledì, nel
giugno del 1923. Winston Smith, il protagonista di 1984, comincia a scrivere il
suo diario il “4 aprile 1984”:
> “Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava
> fin nelle viscere”.
Tremava – come al cospetto di una rivelazione. Se volessimo
riassumere 1984 potremmo usare questa frase: la scrittura è la vera rivoluzione;
rivela la sua natura brigante. Il romanzo tematizza proprio questo, in fondo.
Scrivere a mano, con la penna – esercizio che coinvolge tutto il corpo, la bella
fatica di chi ara – un diario, è il modo fondamentale per conoscere se stessi –
dunque: per non essere incarcerati da un regime, totalitario, democratico,
utopistico esso sia. È esercizio che violenta – e salva. La scrittura di un
diario personale è vomere e pugnale: qualcosa deve sanguinare perché qualcuno,
prima o poi, nasca. L’appendice a 1984 – I princìpi della Neolingua – descrive
con plastica precisione il regno delle intelligenze artificiali e dei poteri
coercitivi, che procedono per semplificazioni – e per parodia: simulando il
linguaggio giuridico, lirico, accademico, politico: retorica che livella
ogni lirica. Decisivo è – cito – “privare le parole di ogni ambiguità e di ogni
sfumatura di senso”, per costruire una lingua “concepita per esprimere pensieri
semplici e tendenti a uno scopo preciso”. Il linguaggio non dice più –
sviscerandoli – i labirinti dell’anima: è mera, disanimata, funzione, mera
disanima del qui. Il linguaggio è un ingranaggio, una macchina – da adescare,
addomesticare, aggiogare. Razziato, vinto nel linguaggio, l’uomo è un
burattino.
Orwell scrive 1984 a Jura, in un villaggio quasi inaccessibile delle Ebridi: si
sentiva – così il titolo originario del libro – The Last Man in Europe. Insieme
a lui, in condizioni estreme, il figlio adottivo, Richard Horatio; Eileen, la
moglie, era morta da poco. 1984 è uno dei romanzi più letti di sempre – non si
contano più le traduzioni italiane; ne sono previste altrettante. Non è il
romanzo più bello di sempre. Anzi. Orwell è un giornalista di genio: cinico,
sagace, possedeva il senso assoluto del ‘ritmo’ – sapeva rettificare le proprie
opinioni. Alcuni ‘pezzi’ – la ‘recensione’ del “Mein Kampf” di Hitler uscita nel
1940; l’“intervista immaginaria a Jonathan Swift”, del novembre ’42
e Riflessioni sul rospo, del ’46 – vanno riletti di continuo, per imparare il
‘mestiere’. Quanto a impatto culturale e ad analisi ‘morale’ – non certo per
bellezza estetica –, 1984 va letto al fianco del Signore degli Anelli e
del Dottor Zivago.
Scrittore singolare, singolarmente attratto dal sottosuolo e dalle scelte ultime
– obbligò la moglie a trasferirsi nell’Hertfordshire, in una casa senza
elettricità, bagno e acqua calda, procacciandosi il cibo nei campi coltivati con
estro da dilettante – Orwell è uno degli autori centrali del Novecento: lo
dimostra la bibliografia che lo accerchia, oceanica. Dire qualcosa su di lui –
gli studiosi hanno setacciato ogni carta, ogni cicca, ogni scarto, sanno perfino
quanto George sborsava ai bordelli – è pressoché impossibile; la “Orwell
Foundation” e la “Orwell Society” si impegnano a promuoverne l’opera. Il merito
del libro di Luca Fumagalli, George Orwell. L’arte di uno scrittore politico,
uscito nei ‘Profili’ delle Edizioni Ares, ha il merito di introdurci nel
pensiero di Orwell: tesse, insomma, una sorta di biografia per intenti, momenti,
ideali. Il libro va giù veloce, è la giusta rampa di lancio per un viaggio a
precipizio nello scrittore più citato – e più frainteso – del secolo: ciascuno
troverà l’Orwell che preferisce. Nella Prefazione al libro, Paolo Gulisano
scrive che “Ogni totalitarismo è, prima e al di là di ogni colore politico e
ideologico, un enorme laboratorio per la trasformazione della natura umana e la
creazione di una sorta di nuova specie”. La frase suona come un monito – Orwell,
più vivo che mai, ci serva come un’ascia per fendere questo tempo, per tornare
all’uomo in un’era dai tratti disumani.
Come ha fatto Orwell a diventare Orwell, cioè lo scrittore citato più di tutti,
lo scrittore-profeta per antonomasia? Per caso, per un frainteso, per un tiro
della Storia?
Orwell non era affatto un talento naturale e men che meno un genio delle belle
lettere. In altri termini, non era uno di quegli scrittori, come ad esempio
William Golding, che ebbe la fortuna di ottenere uno straordinario successo di
pubblico e critica con la sua opera d’esordio, né era uno alla C. S. Lewis, che
vergava con facilità pagine su pagine di ottima prosa senza alcuna necessità di
rivederle e correggerle. Orwell nacque dalla fatica, dal sacrificio, da quel
duro lavoro che, proverbialmente, prima o poi paga. Difatti fu solo al termine
di una gavetta lunghissima, durata quasi tutta la vita, che riuscì a trovare la
sua “voce”, a dare una direzione chiara alla propria scrittura, finendo per
sfornare due capisaldi della letteratura occidentale del Novecento quali La
fattoria degli animali e 1984. E tutto questo lo fece pagandone sempre e
comunque il fio: non ebbe mai aiuti o protettori influenti, e le sue prese di
posizione – sovente controcorrente, esito di una straordinaria lucidità e di
un’onestà intellettuale non comune – gli causarono non pochi grattacapi.
Orwell: più sagace opinionista che geniale romanziere. È d’accordo?
Da sempre si dibatte su quale sia l’Orwell migliore, se il saggista vivace e
polemico o il romanziere, specie quello favolistico/distopico. È innegabile che
nel testo breve Orwell seppe coltivare uno stile singolarmente raffinato e
penetrante, di difficile imitazione, ma è altrettanto evidente che se non avesse
scritto La fattoria degli animali e 1984 il suo nome sarebbe finito nel
dimenticatoio. Detto questo, Orwell fu un fine critico letterario, tutt’altro
che convenzionale, mentre come opinionista politico ebbe intuizioni al limite
del profetico. Nel corso della sua breve parabola biografica si dimostrò inoltre
coraggioso nel limare o rivedere le proprie opinioni, ammettendo ogni volta gli
eventuali sbagli. Tuttavia, quando la sua narrativa imboccò quella via politica
che l’avrebbe condotto ai capolavori della maturità, l’Orwell romanziere si
dimostrò una spanna avanti al saggista, facendogli guadagnare l’immortalità.
Credo che il punto centrale di “1984” sia quello di ricordarci che ogni potere,
anche il più ‘benevolo’, agisce attraverso il linguaggio, sottraendoci il
linguaggio, sostituendo il linguaggio umano con la ‘neolingua’, semplificando i
‘classici’, togliendoci le parole per dire l’amore e la rivolta. È così? In
qualche modo Orwell è l’antidoto al dominio del linguaggio ‘artificiale’?
Il linguaggio è lo strumento principe attraverso il quale il potere cerca di
controllare le masse, distorcendolo, depauperandolo, pervertendone i
significati. Orwell suggerisce giustamente che senza un vocabolario adeguato a
rappresentare le mille e più sfumature del reale, la realtà stessa si fa
meschina, piatta, banale. Pertanto la complessità che la contraddistingue si
annulla in uno slogan – o in un meme – buono per tenere a bada le coscienze e
per evitare che il cervello faccia lo sforzo di concedersi una riflessione un
poco più approfondita. La manipolazione del linguaggio non è prerogativa
esclusiva dei regimi totalitari o della propaganda politica in senso lato, ma
pure di quel mondo liberal-capitalistico che lo scrittore inglese criticava con
pari ferocia, il cui spirito è incarnato dalla pubblicità denunciata nel
romanzo Fiorirà l’aspidistra. Orwell, da parte sua, invita a rimanere ancorati
al dato esperienziale, alla concretezza della realtà, a ciò che è oggettivo:
solo così è possibile sfuggire alla fumosità di un linguaggio reso astratto da
chi ha l’ambizione di intruppare le coscienze.
In fondo, qual è la ‘visione del mondo’ di Orwell? In cosa credeva Orwell?
Guido Bulla, uno dei principali divulgatori di Orwell in Italia, lo ha definito
un «socialista asociale». Si tratta di un’etichetta facile, ma che ha dalla sua
la capacità di cogliere l’essenza, il nocciolo duro del pensiero orwelliano. Lo
scrittore inglese era infatti un socialista adogmatico, del tipo umanitario, e
fece sempre parte a sé, rifiutando ogni compromesso, anche minimo. La sua fu una
scelta radicale che diede alla personale lotta contro l’ingiustizia un tono
eroico, a tratti commovente, condannandolo a uno scontro perenne con la destra e
la sinistra, attaccato su entrambi i fronti. Orwell non ebbe mai paura delle
proprie idee e pure nei suoi testi non si contano i richiami ai temi
dell’autonomia dell’individuo e della libertà di chi scrive. Quando sostenne che
«l’arte è in qualche misura propaganda» – una delle sue frasi più travisate –
intendeva che la letteratura deve supportare un qualcosa di importante e di
meritevole, non svilirsi servendo il potere. Allo stesso tempo, però, fece
sempre fatica a rompere il cordone ombelicale con quella ‘lower-upper-middle
class’, come lui la definiva, dalla quale proveniva, fatta di rispettabilità e
buon senso. Ciò rende ragione del suo essere un pensatore asistematico,
cangiante, quando non apertamente contraddittorio. Tuttavia questo non toglie
nulla al suo fascino.
Si può dire che Orwell esprimesse una ‘poetica della politica’ come scrittore?
Orwell è da considerarsi uno scrittore politico non perché la politica fosse il
suo interesse esclusivo, anzi, ma perché fu per lui uno strumento per difendere
innanzitutto valori non politici: «Se il totalitarismo diviene il nostro
consueto modo di vivere», scrive Bernard Crick, il suo primo biografo di una
certa rilevanza, «allora tutti gli altri valori umani, libertà, fraternità,
giustizia sociale, amore per la letteratura, del parlar franco e dello scrivere
chiaro, la fiducia dell’esistenza di una morale naturale fra la gente comune,
l’amore per la natura, il gusto per la bizzarria umana e il patriottismo
perirebbero». Semplificando un poco, si potrebbe affermare che i capolavori
orwelliani altro non sono che una fenomenologia del potere in forma narrativa –
in questo, per quanto lontanissimi nello spirito e nel genere, non troppo
dissimili da Il Signore degli Anelli – e tra le gemme più luminose di quel
tesoro che lo scrittore ha voluto consegnare alla posterità vi è senza ombra di
dubbio l’ammonimento a coltivare una coscienza critica, a essere disposti a
mettere in discussione ogni cosa in nome della verità. Si tratta di un
insegnamento che appare ancor più decisivo in una società come la nostra in cui,
complice la tecnologia, il grado di falsificazione del reale ha raggiunto vette
che Orwell non avrebbe neanche mai potuto immaginare. Tra parasocialità
internettistica, intelligenze artificiali e fake news è facilissimo smarrirsi e,
come sempre, chi trae vantaggio dal disorientamento collettivo sono i pochi che
tirano i fili.
Ci dica: il libro di Orwell assolutamente da leggere – e il testo più
inconsueto, spiazzante.
Oltre a La Fattoria degli animali e a 1984 sono particolarmente legato al
romanzo Una boccata d’aria, che tocca i temi dell’urbanizzazione alienante e
della nostalgia con un piglio insieme irriverente e commovente. Invece lo
scritto più spiazzante resta per me La strada di Wigan Pier, un “documentario”
sulla terribile condizione dei minatori del nord dell’Inghilterra, che si
risolve, nella seconda parte, in una tirata contro l’ipocrisia di certa
intellighenzia di sinistra per certi versi ancora attuale.
A proposito della ‘vocazione’ alla scrittura di Orwell: sono stati decisivi i
giorni in Birmania o quelli a Parigi?
Difficile rispondere, anche perché Orwell non è mai completamente affidabile
quando ritorna sul proprio passato col senno di poi. Nei suoi memoriali sostiene
infatti che la decisione di darsi alla scrittura avvenne a conclusione di un
periodo trascorso in Birmania, subito dopo il diploma, in forza presso la
polizia coloniale. Lo sfruttamento sistematico e i soprusi di cui fu testimone,
sempre a suo dire, lo convinsero a prendere la penna e a denunciare le storture
del sistema, schierandosi dalla parte degli oppressi. La cosa, fonti alla mano,
appare poco probabile: quella di Orwell, allora, fu forse un’intuizione, non una
scelta così chiara come poi ebbe a descriverla. Allo stesso modo i mesi a
Parigi, vissuti in povertà, furono un primo, timido tentativo di sposare la
causa degli underdog, in questo caso dei derelitti che abitavano i bassifondi.
L’esperimento fu di per sé fallimentare, ma si trattò di un piccolo passo verso
quella consapevolezza politica che sarebbe stata alla base dei suoi
capolavori.
Orwell e le donne. In uno studio recente, Anna Funder si premura di ricordarci
che Orwell era misogino, sessuomane, maldestro fino a essere manesco. Un
fedifrago compulsivo. E che il vero genio, in famiglia, era la prima moglie,
Eileen O’Shaughnessy. Concorda? Commenti.
Il libro della Funder, L’invisibile signora Orwell, nel complesso è ben
documentato e godibile. Ha anche il merito di “umanizzare” Orwell, di mostrarne
cioè i limiti caratteriali e i pregiudizi. Troppo spesso infatti l’inglese è
stato trattato dagli ammiratori alla stregua di un santo laico, di un eroe senza
macchia e senza paura. Nondimeno la Funder cade nella trappola di un approccio
ideologico che deforma grottescamente la realtà: smaniosa com’è di denunciare la
cosiddetta “cultura patriarcale”, finisce per azzerare, o quasi, i meriti di
Orwell e per rimarcare eccessivamente quelli di Eileen, incistata nel ruolo
della povera donna di genio vittima dell’asservimento domestico.
Cosa ha scoperto di sorprendente – quando non di inedito – della biografia
orwelliana? Un dettaglio che ci mostro Orwell con un profilo inconsueto.
Resta intrigante la scelta di Orwell, subito dopo la fine del Secondo conflitto
mondiale, di trasferirsi sull’isola di Jura, nelle Ebridi. Si tratta, allora
come oggi, di un luogo remoto, difficilmente raggiungibile, che nulla ha a che
spartire col caos di Londra. Alcuni hanno definito la sua decisione, presa
all’indomani del successo finalmente ottenuto con La fattoria degli animali, un
suicidio o un atto masochistico; ma forse, al di là delle cagionevoli condizioni
di salute, dietro di essa si nascondeva il sogno di edificare una sorta di bolla
edenica, una piccola parentesi di serenità bucolica in un mondo che si stava
dirigendo a grandi passi verso la Guerra fredda. Jura fu forse anche la volontà
di una rinnovata comunione con la terra, di riscoperta delle proprie radici – la
famiglia di Orwell era originaria della Scozia – quasi un guanto di sfida
gettato in faccia alla modernità alienante.
Orwell – come Kafka – è stato relegato a un aggettivo, ‘orwelliano’. Già, ma chi
sono gli autentici scrittori orwelliani, oggi? (Tra quelli di ieri, ricordo
soltanto Burgess, a tratti).
Anthony Burgess, poco noto al grande pubblico se non come autore di Arancia
meccanica, il romanzo da cui Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro
cinematografico, ha firmato diversi lavori di taglio distopico sul modello
orwelliano, con rimandi talvolta evidenti (basti pensare a 1984 & 1985,
esplicito sin dal titolo, o a Il seme inquieto). Qualcosa di Orwell c’è anche
nel Dave Eggers de Il cerchio, romanzo abbastanza mediocre dal punto di vista
letterario, ma in cui le dinamiche connesse al Grande fratello sono
efficacemente aggiornate all’epoca di internet e dei social. Altro “orwelliano”
è il danese Henrick Stangerup, autore di un’opera come L’uomo che voleva essere
colpevole che ben illustra gli effetti disumani prodotti da una reiterata
mistificazione della realtà. Analogo discorso per Margaret Atwood, che ne Il
racconto dell’Ancella e ne I testamenti dell’Ancella descrive una società futura
in cui i diritti umani vengono repressi e le donne vivono in una condizione di
semischiavitù.
Dove si avverte, a suo dire, la ‘funzione Orwell’ in Italia?
Orwell meriterebbe di essere riscoperto, soprattutto alle nostre latitudini, non
tanto e non solo per i moniti sulla società massificante e le subdole
manipolazioni del potere, ma soprattutto per quell’onestà intellettuale e quello
spirito genuinamente libertario che oggi è quasi del tutto scomparso, affossato
da ridicole partigianerie e da interessi di piccolo cabotaggio. La frase
«nell’epoca dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario»,
che solitamente gli si attribuisce, non è una citazione esatta tratta da uno dei
suoi libri, ma, come a volte capita con simili apocrifi, ha almeno il pregio di
riassumerne efficacemente il pensiero, ancora drammaticamente attuale.
L'articolo Orwell contro tutti. Dialogo intorno allo scrittore più citato (e
frainteso) di sempre proviene da Pangea.
Tag - Luca Fumagalli
Nel 1950, scrivendo una recensione di The Lost Traveller, il secondo romanzo di
Antonia White, Evelyn Waugh colse l’occasione per dire la sua sulla letteratura
cattolica:
> «Molti hanno iniziato a dubitare che esista una cosa del genere. Ebbene, qui
> si può trovare in una forma completa e splendida. […] I personaggi sono tutti
> permeati dalla fede. Dio è l’influenza suprema nelle loro vite, […] e quando
> vi è la minaccia di un disastro, tutti si rivolgono alla preghiera. La loro
> religione è la loro vita, sebbene superficialmente siano occupati con altro.
> Non si tratta di “trascinare il cattolicesimo dentro”. È sempre lì, al centro
> della storia».
Per quanto poco conosciuta in Italia, la White – pseudonimo di Eirene Botting –
è stata una delle personalità più rappresentative di quella letteratura di marca
“papista” che conobbe una certa diffusione nella Gran Bretagna del Novecento, in
particolare nella prima metà del secolo.
La sua fu un’esistenza travagliata, segnata non solo dalla cronica mancanza di
denaro, ma anche da tre matrimoni falliti, da un rapporto complicato con le
figlie e da una serie di frustranti impieghi d’ufficio che le toglievano tempo
ed energie per la scrittura. Persino la sua fede, abbracciata da bambina in
seguito alla conversione dei genitori, non fu sempre salda e per parecchi anni
smise di praticarla. Infine, dovette sopportare pure il peso di una grave
malattia psicologica, da lei ribattezzata «la bestia», che minò non poco le sue
potenzialità creative (la questione è stata recentemente analizzata nel
dettaglio da Patricia Moran nel volume Antonia White and Manic-Depressive
Illness). Come sottolinea Jane Dunn, autrice di Antonia White: A Life, quello
della inglese
> «è un dramma di vasta portata che abbraccia grandi questioni di fede, i
> bisogni dell’anima, la lotta per diventare sia scrittrice che donna;
> l’impossibilità di essere moglie e madre quando si combatte per la propria
> sanità mentale».
Da ciò deriva la scarsità della sua bibliografia, che comprende quattro romanzi
parzialmente autobiografici, un epistolario, una manciata di poesie, qualche
articolo, delle traduzioni dal francese e una smilza raccolta di racconti; a
questi lavori vanno aggiunti due libri per bambini con protagonista una coppia
di gatti – gli animali preferiti della White – il primo dei quali, Mila e Cuor
di Leone, è ad oggi l’unica sua opera ad essere stata tradotta in italiano.
Nata nel 1899, tutto o quasi del suo destino umano e letterario fu deciso
nell’infanzia, quando venne mandata a studiare presso la scuola femminile
annessa al Convento del Sacro Cuore, a Roehampton, dove le suore, il cui ordine
era stato fondato da una santa francese, erano famose per mantenere una
disciplina ferrea. Lì imparò ad amare i libri e volle provare, appena
quindicenne, a scrivere un romanzo. Nelle sue intenzioni doveva essere la
classica storia di un peccatore che cambia vita; peccato, però, che il
manoscritto, ancora fermo alla prima parte, quando il protagonista è immerso nel
vizio, venne scoperto e giudicato scandaloso. La conseguente espulsione fu un
duro colpo e da allora la White non fu più in grado di mettere nero su bianco
nulla che non fosse in qualche modo legato alla propria esperienza personale. A
questo si aggiungeva un perfezionismo esasperato che la portava a riempire le
pagine di così tante correzioni da renderle quasi illeggibili, causandole di
riflesso parentesi intermittenti di blocco della scrittura.
Terminati gli studi alla St Paul’s Girls’ School, dopo vari rovesci sentimentali
e un ricovero di nove mesi in un ospedale psichiatrico, nel 1933 vide la luce il
suo primo e più famoso romanzo, Frost in May, oggi considerato un classico della
narrativa a sfondo scolastico, sebbene privo del lieto fine che solitamente
caratterizza il genere. La storia vanta uno stile limpido, distaccato, e
racconta le giornate di Nanda Gray, un’alunna del collegio cattolico di
Lippington, da cui però è infine allontanata a causa di uno spiacevole
incidente. Il titolo, suggerito all’autrice da un articolo sulle rose trovato in
una rivista di giardinaggio, sottolinea l’infelice destino di Nanda, a cui si
accompagna una critica non tanto alla Chiesa quanto all’autoritarismo e alla
miopia di un’istituzione educativa al limite del sadismo.
Durante la Seconda guerra, segnata da un’esistenza che non le aveva risparmiato
nulla, tornò definitivamente al cattolicesimo, una decisione motivata per esteso
in un volume del 1965, The Hound and the Falcon, che contiene una serie di
missive scambiate tra il 1940 e il 1941 con il sessantenne giornalista Peter
Thorp, ex seminarista che come lei aveva da poco riscoperto la fede.
Anche se la scrittrice seguitò a non condividere alcuni aspetti della dottrina,
specie quelli legati al sesso, e le sue simpatie erano tutte per gli
intellettuali più divisivi, mosse diverse critiche alle riforme liturgiche
introdotte a seguito del Concilio Vaticano II, ritenute impoverenti:
> «Nella messa ormai non c’è più spazio per il silenzio. Quando sono andata alla
> messa solenne in latino, sono stata profondamente scossa da un moto di
> nostalgia, [ma] sono stata pure colpita da quanto la liturgia abbia perso
> nella versione scarna che abbiamo oggi. Tutto quel lento e riverente rituale
> dà il tempo di apprezzare il significato mistico della messa. E persino
> l’ammirevole preoccupazione per le ingiustizie della società e gli ardenti
> preti “rivoluzionari” sembrano dare troppa enfasi a quello che si potrebbe
> definire il lato “materiale” del cattolicesimo – o forse “l’amore per il
> prossimo” a danno dell’amore per Dio».
Nel frattempo, grazie anche al supporto di alcuni amici scrittori come David
Gascoyne, Dylan Thomas e Graham Greene, dopo anni di gestazione, la White era
finalmente riuscita a pubblicare l’attesissimo seguito di Frost in May,
intitolato The Lost Traveller, a cui erano seguiti The Sugar House (1952)
e Beyond the Glass (1954). La protagonista, ribattezzata Clara, ancora una volta
ripercorre più o meno le medesime tappe esistenziali della sua autrice, finendo
per essere ricoverata a causa di un crollo nervoso.
I romanzi, di impianto troppo tradizionale per colpire i critici alla moda,
vennero accolti tiepidamente, col risultato che la White, oltremodo delusa,
lasciò incompiute le bozze di un quinto libro della serie, conosciuto col titolo
provvisorio di Julian Tye o Clara IV, e preferì trasferirsi per un periodo negli
Stati Uniti, occupando la cattedra di scrittura creativa al Saint Mary’s
College, affiliato alla Notre Dame University.
A salvarla dall’oblio letterario ci pensò Carmen Callil, fondatrice della Virago
Press, incontrata alla fine degli anni Settanta. Quest’ultima fece
ripubblicare Frost in May e i suoi seguiti garantendo alla scrittrice, di cui
divenne anche agente, una fama mai goduta prima.
Dopo la morte della White, avvenuta nel 1980, videro la luce il frammento
autobiografico As Once in May – incentrato sui suoi primi anni di vita– e i
diari, raccolti in due volumi. Nel 1982 la BBC acquistò i diritti dei romanzi e
ne trasse una miniserie in quattro episodi.
Grazie alla Virago, ancora oggi in prima linea nella promozione di una
letteratura “al femminile”, la scrittrice in perenne crisi creativa continua,
almeno in Inghilterra, a essere letta e amata. C’è da esser certi che nulla
l’avrebbe resa più felice.
Luca Fumagalli
L'articolo “I bisogni dell’anima”. Antonia White, una scrittrice “papista”
contro il Concilio Vaticano II proviene da Pangea.
Se nel Novecento inglese non sono mancati gli esempi di sacerdoti cattolici
votati alla letteratura, come R. H. Benson, Ronald Knox o John Ayscough, di
certo Sylvester Houédard ne è stato il rappresentante più eccentrico, monaco
benedettino e poeta della Beat Generation.
Classe 1924, Pierre-Thomas-Paul Joseph Houédard – Sylvester è il nome assunto da
religioso – era nato a Guernsey, una piccola isola nel canale della Manica, da
una famiglia di origini francesi. Sin da ragazzo dimostrò una non comune
vivacità intellettuale che si associava a una profonda devozione. Nel 1977, in
un articolo per il «Tablet» intitolato Memories of a Catholic Childhood,
raccontò del suo amore di allora per la liturgia latina e di come volentieri
accompagnasse la madre alla messa domenicale.
Rimasto orfano, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale fu costretto a
trasferirsi nel Lancashire con il fratello maggiore, pilota della RAF, purtroppo
destinato a morire in combattimento poco tempo dopo. Nel 1941 riuscì a ottenere
l’ingresso al Jesus College di Oxford, dove studiò storia moderna, e venne
nominato presidente della prestigiosa Newman Society, in prima fila nell’animare
la pastorale cattolica in università.
Intanto Houédard iniziava a scorgere nel proprio animo i chiari segnali di una
vocazione religiosa e perciò volle recarsi in visita al monastero di Prinknash,
vicino a Gloucester, dove, di lì a poco, sarebbe entrato come novizio l’amico
Victor Brooke, nipote del famoso generale Lord Alanbrooke.
Sul finire della guerra fu chiamato a operare in Asia per conto
dell’Intelligence e, per un breve periodo, lavorò al Ministero
dell’Alimentazione. Data la pessima calligrafia dovuta alla meningite e
all’artrite reumatoide di cui aveva sofferto da piccolo, finì per essere
costretto a usare sistematicamente la macchina da scrivere: non è esagerato
affermare che senza la scoperta di quel prezioso strumento la sua successiva
carriera d’autore non sarebbe mai iniziata.
Una volta congedato, Houédard ritornò a Oxford per completare il suo percorso di
studi, dopodiché nel 1949 fu libero di indossare l’abito monacale. Prima di
entrare a Prinknash, regalò agli amici ciò che possedeva e a Christopher
Tolkien, terzogenito dell’autore de Il Signore degli Anelli, toccò un bastone da
passeggio in ebano, con un pomello d’avorio finemente intarsiato, che si diceva
fosse appartenuto all’Imperatore d’Abissinia.
Tra il 1951 e il 1954 studiò al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma,
scrivendo una tesi sulla libertà nell’opera di Sartre, e nel 1959 venne ordinato
sacerdote.
Al di là dei meriti squisitamente ecclesiastici – scrisse di teologia, collaborò
con diverse case editrici cattoliche e curò la pubblicazione, nel 1966,
della Bibbia di Gerusalemme – Houédard si distinse per essere stato tra i
principali interpreti della cosiddetta “poesia concreta” (concrete poetry), una
delle tante manifestazioni artistiche germogliate in seno
al milieucontroculturale degli anni Sessanta e Settanta.
Teorizzata dal brasiliano E. M. de Melo e Castro, la “poesia concreta” sposta
l’attenzione dal contenuto del testo ai suoi elementi costitutivi, che sono
parole, sillabe e fonemi di cui si esalta la dimensione tipografica, variamente
valorizzati mediante la disposizione sul foglio o anche su materiali diversi
dalla carta. L’intento, sulla falsariga delle prove futuriste, è quello di
scomporre il linguaggio tradizionale per donargli una dimensione visiva e sonora
inedita, con un esito che si situa a metà strada tra la letteratura e l’arte
figurativa.
La lettera-manifesto di E. M. de Melo e Castro, apparsa sul «Times Literary
Supplement» nel 1962, incoraggiò un drastico cambio di direzione nella poesia di
Houédard, fino a quel momento limitata a componimenti semi-confessionali in
versi liberi. Le possibilità offerte dalla “poesia concreta” dettero pure un
nuovo contesto agli arabeschi che andava producendo sin dagli anni Quaranta con
la sua fidata macchina da scrivere, una Olivetti Lettera 22.
Houédard realizzò la quasi totalità dei suoi lavori nell’arco di una decina
d’anni, tutti firmati con l’acronimo “dsh” (Dom Sylvester Houédard). Li chiamò
“poemi visivi” o “typestracts”, una crasi tra typewriter e abstractsuggeritagli
dall’amico Edwin Morgan. Fu pertanto molto prolifico, ma solo per un periodo
relativamente limitato, collaborando con numerose riviste, gruppi artistici e
piccole realtà teatrali. Inoltre fu un conferenziere instancabile e le sue opere
vennero esposte sia in Inghilterra che negli Stati Uniti.
Inevitabilmente il suo stato ambiguo di monaco e autore, o, secondo una
fortunata definizione, di «seguace della cultura Beat venuto dal Medioevo», non
mancò di procurare qualche malumore a Prinknash, anche perché il suo legame col
movimento controculturale lo portò a schierarsi politicamente e a occuparsi di
tematiche sessuali in termini un po’ troppo espliciti.
In generale Houédard predicava una visione teologica e artistica la più
inclusiva possibile. Fu un pioniere del dialogo ecumenico, un appassionato
studioso di Islam, di religioni orientali e del mistico Meister Eckhart, e nei
suoi articoli, privi di punteggiatura e zeppi di segni grafici inusuali,
sostenne sempre la necessità di fondere le arti, sintetizzandole in un prodotto
omnicomprensivo. La macchina da scrivere cosmica a cui allude il titolo del
volume curato da Nicola Simpson nel 2012, Notes from the Cosmic Typewriter, ad
oggi lo studio migliore sulla vita e le opere del benedettino, fa appunto
riferimento a una poesia concepita come preghiera, anti-dogmatica, senza limiti,
intesa a cogliere frammenti di quello spirito universale che è Dio.
Sebbene Houédard fosse un tipo schivo, più interessato a sostenere gli scrittori
emergenti che alle luci della ribalta, godette anch’egli del proverbiale quarto
d’ora di celebrità: una sua foto apparve su «Vogue» ed entrò in contatto con un
numero così elevato di letterati e artisti, tra cui Allen Ginsberg, William S.
Burroughs, Jack Kerouac, Yoko Ono e John Cage, che la sua rubrica telefonica
pare contasse quasi tremila nomi. Non è dunque una sorpresa scoprirlo tra gli
spettatori in presenti alla Albert Hall, nel 1965, in occasione della prima
International Poet Incarnation (il suo volto glabro, seminascosto dagli
immancabili occhiali da sole, fa capolino nel filmato dell’evento, The Wholly
Communion, diretto da Peter Whitehead).
Houédard morì nel 1992, all’età di sessantasette anni, e il suo corpo venne
sepolto nel parco del nuovo monastero, dove i benedettini si erano trasferiti
vent’anni prima. Secondo l’ex abate Aldhelm Cameron-Brown, malgrado il
confratello fosse un tipo peculiare,
> «era pur sempre una persona adorabile, ed era dedito alla comunità, anche se
> sentiva che non sempre apprezzavamo quello che stava facendo. […]. A suo modo
> condusse una vita piena di Fede».
Luca Fumagalli
L'articolo «Un Beat venuto dal Medioevo»: storia di Sylvester Houédard, monaco e
poeta proviene da Pangea.