Luca Barachetti è giornalista, musicista, poeta, avanguardista. Da Bergamo
scruta il mondo con quel suo sguardo da saggio e quel suo fare quieto che
nasconde urgenza di raccontare – tramite canoni non convenzionali tra arte,
musica e poesia – di malattie, nevrosi, provincia, tempi moderni, nostalgie. Il
suo ultimo lavoro, Rilascio, è un disco di sola carriola preparata. Una vera
carriola da cantiere (arrugginita, scalfita, provata dalle intemperie e dal
tosto lavoro di muratura) fatta suonare splendidamente grazie ad un sapiente
utilizzo percussivo filtrato attraverso pedali per chitarra e microfoni. Penso
che Luca sia l’unica persona al mondo che riesca a tirare fuori suoni da una
semplice carriola da cantiere.
“Bancale”, band di provincia che sfodera testi sorprendenti, chitarre graffiate,
calma e rumore. Dentro c’era già, seppur in maniera minore, il suono da
“cantiere” della carriola che oggi ha preso il sopravvento su tutto. Cosa
ricordi di quel periodo e di quell’esordio?
Di quel periodo mi ricordo di essermi divertito molto, di avere imparato tante
cose – prima di tutto come si sta su un palco – di aver messo a fuoco piano
piano un immaginario e provato a imbastire una poetica. Ricordo però anche le
tensioni interne che paradossalmente, ma neanche poi tanto, mentre ci dividevano
rendevano i live sempre più intensi e travolgenti. Quella tensione ha portato
allo scioglimento, ma ho una memoria bella e feconda di quel periodo,
soprattutto dal vivo. È in quest’ultimo contesto, dal vivo, che ho introdotto la
carriola: allora la picchiavo selvaggiamente, oggi l’approccio è totalmente
diverso. Ma è innegabile che se non fossi passato da lì, oggi non ci sarebbe la
carriola preparata e il disco Rilascio. Confrontando il presente rispetto ad
allora quello che manca, che ho deciso di abbandonare, è l’immaginario della
provincia. Sia perché me ne sono distaccato io, andando verso altri ascolti e
letture, sia perché la malattia che mi ha colpito cinque anni fa, oltre a darmi
un bel po’ di problemi, mi ha aperto delle questioni non secondarie su temi come
la materia, il dolore, la malattia e la morte. Temi per i quali non trovato
nella carriola preparata una compagnia inaspettata.
Giornalista, direttore di un ufficio stampa per musicisti ma anche poeta con la
raccolta Fuoco prendi tutto. Ricordo bene la tua svolta, da cantante di una band
alternativa a poeta. Mi piacerebbe che ci raccontassi di questa urgenza, di
questo cambio di rotta perché scrivere poesie è diverso dallo scrivere canzoni.
La linea sottile dei versi si divide, ci sono regole da seguire, ci sono logiche
differenti.
Scrivere poesie è diverso da scrivere canzoni; ma io nei “Bancale” non scrivevo
propriamente canzoni e certamente nemmeno poesie. Scrivevo una cosa a metà, che
fosse bella e incisiva da dire, su cui poi Alessandro e Fabrizio costruivano una
musica. Il passaggio dalla canzone alla poesia non è stato molto razionale. Sono
da sempre un lettore abbastanza forte di poesia. Ad un certo punto, diciamo
quattro anni prima della pubblicazione di Fuoco prendi tutto, che è del 2018
(sto andando a memoria, quindi potrei sbagliare data) ho iniziato a sentirmi
attratto magneticamente dai frammenti di Eraclito che già conoscevo perché li
avevo letti – come prima ero stato attratto magneticamente dalla carriola. Così
decisi di scrivere delle poesie dove “incastravo” i frammenti di Eraclito o
delle poesie che germinavano da un determinato frammento. Se devo pensare a
oggi, alla carriola preparata, la scrittura di quel libro è stata molto
importante per fare quello che faccio adesso. Perché la poesia è un gesto sonoro
e da quando ho scritto quel libro – e a dirla tutta ho lavorato in due
fondamentali workshop sul gesto di Virgilio Sieni – per me il gesto sonoro è
stata la priorità assoluta. Difatti non ho quasi più scritto poesie se non
saltuariamente, anche perché ho preso atto di avere intorno a me persone che
sono veramente poeti (ne dico due, che consiglio: Anna Lamberti-Bocconi e
Alessandro Ardigò) e poi perché sentivo il bisogno di andare oltre la parola,
pur senza alcuna intenzione di rinnegarla.
Una disabilità inaspettata che sorprende e che in qualche modo ti porta via dal
quotidiano ordinario ti ha allontanato dalle scene per diversi anni. Cosa è
successo?
È successo che da un giorno all’altro ho avuto una malattia rara, talmente rara
che allora, nel 2021, non era stata ancora classificata e che oggi si chiama,
credo comunque provvisoriamente, Sindrome da deficit di folati celebrali. Si
tratta di una sindrome – quindi di un insieme di malattie – di stampo
neurologico-metabolico. Sarebbe lungo e complesso spiegare in cosa consiste
effettivamente. Credo però che rispetto alla carriola preparata, su cui ho
iniziato a lavorare circa due anni dopo che mi sono ammalato, sia stato
importante il sorgere di due acufeni continui ad entrambe le orecchie,
qualitativamente e quantitativamente differenti (fruscii, soffioni, suoni
digitali e tanti altri). Ma pure la malattia in sé è stata importante. Fermo
restando che me la sarei risparmiata molto volentieri, senza questa malattia
probabilmente non avrei intrapreso il percorso con la carriola preparata e non
ci sarebbe il disco Rilascio. Tuttavia, a parte tutto questo, il “ritiro dalle
scene” non è stato tanto per la malattia, quanto perché ho lavorato per quattro
anni, in un modo molto intenso, all’Eco di Bergamo. Quando ho lasciato perché la
malattia e quel lavoro non andavano d’accordo, ho iniziato a lavorare in modo
serio, sia a livello teorico che pratico, sulla carriola preparata.
Il ritorno dopo anni e la condivisione quotidiana con questa forma di disabilità
è appunto: Rilascio, un disco dove la carriola, strumento inusuale legato alla
manodopera nei cantieri, diventa finalmente protagonista assoluta. La carriola
si trasforma e si fa strumento percussivo per un suono rotto, atmosferico,
distorto, delicato. Tra gli Einsturzende Neubauten degli esordi e le logiche
minimali di Harry Partch o Phil Niblock. Nel panorama italiano è qualche cosa di
unico ed originale. Sei forse l’unica persona al mondo che riesce a tirare fuori
suoni da una carriola da cantiere. Mi racconti la genesi di questo tuo approccio
e come hai pensato ad un disco in solo per questo strumento così inusuale nel
mondo musicale?
La genesi è semplice. La carriola che “suono” è una vecchia carriola da cantiere
piena di incrostazioni, scalfitture, zone arrugginite. Già di per sé,
semplicemente toccandola, produce un sacco di suoni differenti. Se poi
aggiungiamo che le possibilità di tocco con le mani e i piedi sono tantissime
(per me è tutt’oggi incredibile assistere a quanti suoni può fare una mano) e
che ai manubri della carriola ho aggiunto due fili di metallo tesi che
pizzicandoli vibrano, e che il tutto viene preso da due microfoni a contatto
capaci di prendere anche tocchi molto lievi (microfoni a contatto che tocco,
come tocco i cavetti che li collegano al mixer e i quattro nastri adesivi che li
fermano sulla carriola), mentre tutto è poggiato su un tappeto su cui struscio
la carriola – ed essa sembra respirare – capisci che è difficile, per uno che ha
sempre amato il suono come me, non innamorarsi di un oggetto così bello e
vitale. I riferimenti che fai mi lusingano, ma se dovessi citare i riferimenti
strettamente musicali a cui mi sono sentito vicino in questi anni di lavoro
sulla carriola preparata sono: Keith Jarett, i Matmos e Loren Mazzacane Connors.
Almeno, questi sono i primi tre che mi vengono in mente.
Ti ho sempre visto con quel fare da vecchio saggio che scruta il mondo in
maniera beffarda, sorniona, dietro le tue lenti, dietro la barba lunga, lungo la
linea lombarda. Un artista “differente” che è riuscito a spingersi oltre senza
l’utilizzo dei riflettori social. Qual è il tuo vero sguardo sul mondo, su
questo mondo dell’oggi, così diverso da quello di ieri?
Grazie della descrizione, ma non credo di essere quella persona lì. Magari lo
fossi. Sicuramente sono molto beffardo, chi mi conosce lo sa bene, anche un po’
sornione. Però a me piace andare nei centri commerciali e mangiare da
“McDonald”. Credo che se si voglia capire qualcosa di noi, oggi, nel tempo del
tardo liberismo prestazionale, si debba andare in quei posti e anche inquinarsi
un po’. Lì, più che nei cimiteri, che sono didascalie della morte, c’è il
dolore, la malattia e appunto la morte. La morte-in-vita, che a me pare
diffusissima, e la morte-in-morte, che è ovviamente ancora più diffusa. Poi,
certo, mi piace tanto anche la grande letteratura, il cinema, i musei. Ma non
credo che per me ci sia nulla di più generativo di significati di un “Big
Mac”. Perderò dei fans dopo questa dichiarazione, ma tant’è.
Luca Barachetti chino sul suo strumento
Sono anni duri, difficili. Ma sono decenni ormai che ce lo ripetiamo. Non
usciremo mai da questa impasse? La musica riuscirà a risollevare almeno gli
animi da tutta questa polvere?
Rispondo alla domanda rimanendo alla situazione italiana, sarebbe troppo lungo e
complesso andare oltre. Io credo molto nella musica, nella letteratura,
nell’arte in generale. Ma non mi pare che oggi i meccanismi dell’industria
culturale siano diversi da quelli che inducono le persone a fare la fila davanti
all’Apple Store per il nuovo modello di iPhone. La differenza però è che l’arte
non ti dà scampo: è la massima espressione di libertà che abbiamo. Quindi se non
sei totalmente libero nello scrivere o nel suonare, se pensi invece di
assecondare il pubblico con dei surrogati di rock o di canzone d’autore, allora
io preferisco Annalisa ed Elodie, due di cui è molto chiaro quello che fanno e
non si spacciano per cultura. Questo declino, che a me pare diffuso in ogni
forma d’arte, non è dato dal fatto che non ci sono più nuovi De André, nuovi
Petri o nuovi Moravia, ma è dato dal fatto che c’è stata negli ultimi trent’anni
almeno, ma forse anche di più, una precisa strategia al ribasso qualitativo che
da un lato ha marginalizzato chi poteva ereditare i nomi di coloro che hanno
fatto grande la nostra arte, ma dall’altro ha soprattutto impoverito il gusto
del pubblico. Il quale una volta aveva ben chiaro che da una parte ci stava De
André e dall’altra i Ricchi e Poveri e sceglieva in base a quello che cercava
dalla musica. Invece oggi a me pare ci sia una larga fetta di pubblico che non
ha gli strumenti, la sensibilità e il tempo per distinguere ciò che è buono da
ciò che non lo è. E io non mi sento estraneo del tutto da questo tipo di
pubblico, non mi sento superiore, forse un po’ diverso ma neanche così tanto.
Perché anche io ho respirato l’aria di questo paese negli ultimi
trenta-quarant’anni. E che aria è stata? Èstata l’aria che ha lasciato respirare
il declino artistico del nostro Paese. Un Paese che, come altre volte è capitato
nella Storia, ha le caratteristiche di una sorta di enorme installazione
artistico-sociologica d’avanguardia. Mi spiego: nel Novecento siamo stati tra i
primi ad avere una dittatura e a sparare per questioni politiche (non mi
riferisco alla Resistenza, ma al terrorismo); siamo stati tra i primi, con il
riflusso, a sgonfiare ogni intenzione di dissenso radicale marginalizzandolo o
lasciando che venisse inglobato dal liberismo; siamo stati i primi ad avere un
imprenditore prima e un politico poi che, con le televisioni, ha trasformato
antropologicamente il paese nei suoi valori, nel suo immaginario e
nell’orizzonte sentimentale. E potrei andare avanti ancora. Come se ne esce?
Premettendo che non ho poi tutti questi strumenti per prevedere cosa accadrà, a
me sembra che non se ne esca e non se ne uscirà se non con enormi sforzi di
immaginazione. Lo dico riprendendo a modo mio il pensiero di Mark Fisher.
Dobbiamo avere la capacità di immaginare un mondo totalmente altro da quello in
cui siamo, bucare lo schermo di quella presunta realtà irrimediabile in cui
viviamo. E c’è chi lo sta facendo, ciascuno come sa: con la musica, i libri, il
cibo, la tecnologia. Queste forme di resistenza sono ciò su cui dobbiamo puntare
e fare rete; chi pratica queste forme di contropotere talmente visionarie da
essere quasi psichedeliche deve trovarsi e guardarsi. Una cosa difficilissima,
perché viviamo vite che fra tecnologia, lavoro, angoscia per il presente e
ancora di più per il futuro, individualismo ed egocentrismo, devitalizzazione
del singolo senza grandi narrazioni a cui affidarsi, ad eccezione di quella
liberista, e molto altro, sono inumane e invivibili. Ma non credo ci siano molte
altre possibilità di cambiamento. E soprattutto sono convinto che questi sforzi
di immaginazione siano una delle forme più alte di godimento sociale che
possiamo permetterci. Perché non voglio che l’alternativa alla realtà sia
pauperistica e triste. Ma feconda e gioiosa.
Giosuè Gorinzi
L'articolo “Dobbiamo immaginare un mondo totalmente altro”. Dialogo con Luca
Barachetti, l’uomo che fa suonare la carriola proviene da Pangea.