Tag - Eva

“Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci dalla prigionia del Demiurgo
Il libro di Paolo Riberi, La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da Nag Hammadi ad Alan Moore (Venexia, 2025) analizza uno dei testi più enigmatici ritrovati nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto: un componimento poetico in cui una divinità femminile parla in prima persona con la lingua della dualità: Io sono la prima e l’ultima. Io sono la onorata e la disprezzata. Io sono la puttana e la santa[1]. Riberi affronta il tema del femminino sacro, centrato in particolare sulla figura di Iside, rivela le radici arcaiche, cristiane e pagane, del verbo che si traduce in potenza (Μεγάλη Δύναμις) e il filo che lega nell’invisibile tutte le religioni e i culti, dall’antico Egitto al pantheon greco e latino sino al cristianesimo esoterico.  Riberi studia l’identità e i richiami della misteriosa voce che è divinità femminile e maschile (nei passaggi in cui è tradotto dallo stesso Riberi Io sono Colui), indaga i legami simbolici tra le divinità che riconducono all’origine, al doppio carattere della Dea che si dà nella dualità nel mondo materiale per sottendere sempre l’unicità dell’Uno nel Pléroma. Il femminino sacro qui menzionato consta di: Sophia, la Sapienza divina degli gnostici caduta nella materia; Chokmah, la sapienza personificata che in ebraico assume sembianze femminili; Iside, la dea universale egizia; Eva, nel suo essere canale di conoscenza in quanto già il Giardino dell’Eden è opera del Demiurgo nel mito gnostico, e la conoscenza donata dal serpente (un’alterità di Eva) non è il male ma l’offerta del percorso di catabasi che permette la ricongiunzione; Asherah, l’antica e dimenticata consorte di Yahweh nella tradizione ebraica; Maria Maddalena, concepita non solo come seguace, ma come depositaria di una conoscenza superiore, trasmessa dai Vangeli gnostici di Filippo, di Maria, e di Verità.  Come in altri suoi lavori, Riberi non si limita ad analizzare l’eco di tali figure nell’antichità, racconta come l’archetipo della Dea e della conoscenza sia sopravvissuto e riemerso oggi in opere moderne, ad esempio in Alan Moore (Watchmen e Promethea), Ridley Scott (Alien e Prometheus), Toni Morrison. La voce della Dea Gnostica include – ed esordisce con – una nuova traduzione del manoscritto Tuono, Mente Perfetta, e una serie di paragoni con altri testi antichi in cui a parlare è il femminino sacro. Tra le pagine di questo bel libro di Paolo Riberi, il deserto di Nag Hammadi sussurra il nome di una madre dimenticata, c’india in un’archeologia del dolore e del trionfo, dove il reperto storico si fa ferita e guarigione; l’ombra di Iside è il mistero della Gnosi. Riberi rintraccia la sapienza di Sophia nella potenza di Iside (Io sono la Sophia dei greci, e la Gnosi dei barbari[2]), la Dea egizia, che ricompone le membra sparse di Osiride si rifrange nello specchio cosmico in quanto Sapienza che si è frantumata nel mondo. È il dramma del divino che si fa materia, l’astrazione greca che s’incarna nel rito egizio per evocare la dualità: Io sono la onorata e la disprezzata. Riberi ci conduce nel labirinto dello specchio rotto del mondo, dove il volto di Iside si fonde con quello della Sophia caduta, la prostituta santa che abita l’esilio del corpo. Il testo è una catabasi e un’anabasi tra la dialettica del logos greco e il misticismo più oscuro. La Dea di cui Riberi scrive non è la rassicurante figura del dogma; è un’entità liminale, una creatura d’abisso che sfida la legge del Demiurgo – quel dio cieco e geloso che ha imprigionato la luce nel fango.Qui, mistica, magia e fede sono il campo di battaglia; Maria Maddalena e Asherah riemergono potentissime dalle macerie del patriarcato teologico, rivendicando una spiritualità che non teme il desiderio, che non tarpa l’intuizione, ma la eleva a unica, sola fiamma di verità nella lingua del silenzio. La ricerca di Riberi, nel suo rigore, si tende nel recupero di un mistero celato, strappa il velo che ha coperto per secoli la voce del tuono, permettendoci di ascoltare un divino che non giudica, deflagra. È un invito a riconoscere la Dea di Tuono, Mente Perfetta che abita le nostre contraddizioni più feroci: la santità nel fango, la luce nell’orrore, la pienezza nel vuoto, un ritorno all’origine. Leggerlo è un’iniziazione potente; Riberi ci restituisce una storia sommersa: lo Gnosticismo in quanto conoscenza che sconfina dal dogma, poiché il sacro non ristagna inchiodato alla dialettica servo/padrone, ma abita il paradosso di un’entità (da cui la nostra anima umana) che è, contemporaneamente, schiava e regina, una e molteplice, inizio e fine. È un viatico nella meraviglia del terrifico, verso la propria scintilla divina.  L’abisso chiama l’abisso; senza volontarismi, studiando lo Gnosticismo, sempre più mi viene in mente (e perciò rileggo) lo Zarathustra di Nietzsche. Per specchiarsi in Ialdabaoth, il Dio cieco, bisogna avere il coraggio di Zarathustra quando scende dalla montagna, portando con sé il fuoco di una verità che incenerisce le consolazioni umane. Nello Gnosticismo, il creatore di questo mondo non è il Sommo Bene, ma Ialdabaoth: il figlio abortito di Sophia, un’entità con il volto di leone e il corpo di serpente, nato da un atto di hybris e rimasto intrappolato nella propria ignoranza: il Demiurgo, l’architetto di una prigione di carne che noi chiamiamo realtà, Ialdabaoth, grida la sua gelosia e la sua vendicativa possessività, quale impedimento del Kénoma (il mondo vuoto) di assurgere alla luce del Pléroma (la pienezza della presenza). È il Dio della Legge, del Tu devi, colui che incatena lo spirito alla ripetizione eterna del bisogno e della sofferenza. Nietzsche e lo gnostico si stringono la mano in silenzio. Il Dio morto di Zarathustra non è forse proprio questo Demiurgo? Nietzsche smaschera la morale dottrinale come una creazione di Ialdabaoth: una struttura che nega la vita, odia il corpo e trasforma la debolezza in virtù. Mentre lo gnostico cerca di sfuggire allo sguardo soffocante del Dio malvagio per tornare al Dio Supremo, Zarathustra invita a calpestare il cadavere del Dio che punisce e castiga per far nascere l’Oltreuomo (uomo che si fa divino). Entrambi riconoscono che il mondo costruito sulla Legge e sulla Colpa è un’illusione che deve essere infranta.  La Dea Gnostica è la scintilla ribelle che Ialdabaoth cerca disperatamente di spegnere; è l’ebbrezza dionisiaca che Nietzsche oppone alla rigidità apollinea. Come l’Inno di Sophia è il canto di chi ha attraversato il nichilismo più nero e ne è uscito integro (Io sono la vergogna e la franchezza[3]), Zarathustra è colui che accoglie il paradosso dell’eterno ritorno: il grande dire di Sì alla vita, anche al dolore più atroce, trasformando la prigione del Demiurgo in un teatro di creazione suprema. Nietzsche scrive con il sangue, lo gnostico scrive con la luce, la ferita è la medesima. Il Demiurgo è la Soggettività tirannica, è il limite che ci impedisce di essere Dei. La voce della Dea è il richiamo a risvegliarsi dal sonno ipnotico imposto da Ialdabaoth, se il Demiurgo incarna il nichilismo che ci vuole schiavi di una verità imposta, la Gnosi è l’atto di rivolta assoluto: l’istante in cui l’uomo comprende che la chiave della cella è sempre stata nelle sue mani, nascosta tra le pieghe del proprio caos interiore.  Eva tentata in una miniatura di Berthold Furtmeyr (XV secolo) Ialdabaoth è tutto ciò che in noi dice No alla vita. La Dea è il Sì che deflagra oltre ogni morale (Nietzsche si dichiarava il primo immoralista della storia, ciò non significa non avere un’etica, ma sovrastare il moralismo che restringe la sete di conoscenza). Nel libro di Paolo Riberi però non è presente il paragone con Nietzsche, ma il confronto costante con un divino che si manifesta in quanto potenza che unisce gli opposti; Iside, in quanto impalcatura su cui poggia l’enigma di Tuono, Mente Perfetta, ne è la Matrice Madre, l’ombra luminosa che precede e nutre la Sophia gnostica. Riberi traccia un parallelismo filologico diretto: l’inno di Nag Hammadi è strutturato esattamente come le antiche aretalogie isiache, e vi sono dei parallelismi anche con il Libro di Dinanukht, con L’origine del mondo e L’ipostasi degli Arconti. In Egitto, Iside, nelle aretalogie parlava dicendo:  > Io sono Iside, sovrana di ogni terra (…). Io ho stabilito ordini per i > mortali. Io ho fissato leggi che nessuno può cambiare. Io sono la più vecchia > tra le figlie di Crono Io sono la moglie e la sorella di Re Osiride. Io sono > colei che ha scoperto il frutto per i mortali. Io sono la madre di re Horus. > Io sono colei che sorge nella costellazione del Cane. Io sono colei che viene > chiamata ‘dio’ dalle donne (…). Io ho stabilito lingue diverse per i greci e > per i barbari. Io ho istruito la pietà per i supplici. Io onoro coloro che si > difendono con giustizia. Con me, la giustizia è potente. Io sono la signora > dei fiumi, delle acque e del mare. Nessuno è onorato, senza il mio giudizio. > Io sono la signora della guerra. Io sono la signora del tuono[4].  Nel testo gnostico, tale voce trasfigurata mantiene la stessa autorità regale. Iside è il modello archetipico della divinità che non ha bisogno di intermediari: lei è la Legge, la Natura, la Sapienza. Se Iside è la grande potenza inviata dalla forza sovrana che tiene insieme (religo) il cosmo, la voce di Tuono ne estremizza i contrasti. Iside è colei che cerca le membra sparse di Osiride (il dio smembrato); allo stesso modo, la Dea gnostica cerca le scintille divine sparse nel mondo del Demiurgo. Iside rappresenta la concordia oppositorum (l’unione degli opposti): è sposa e sorella, vita e regina dei morti, è la fertilità del Nilo e il silenzio del sepolcro. In Tuono, Mente Perfetta, questa dualità assume un volto lirico: Io sono la moglie e la vergine. Io sono la madre e la figlia. Iside presta la sua veste cosmica a questa nuova entità, facendosi portavoce di ogni coscienza risvegliata. “Come si è già avuto modo di approfondire mediante il confronto con l’Ipostasi degli Arconti e l’Origine del Mondo, nella danza delle immagini maschili e femminili che contraddistinguono il brano si cela un antico enigma che rinvia al mito gnostico di Adamo ed Eva. Quando però la Eva umana lascia definitivamente spazio alla sua controparte spirituale, la Dea, ecco che anche il personaggio maschile cessa di coincidere con Adamo, e diviene “colui che ha generato” la protagonista, le ha conferito la sua forza e ha preordinato ogni sua azione fin dal principio dei tempi: “ciò che egli desidera a me accade”. Si tratta della grande potenza, il supremo principio maschile di cui la Dea rappresenta la controparte femminile, e che nel primo verso di Tuono, mente perfetta invia la protagonista sulla Terra. L’obiettivo è delineare un’analogia con le figure umane di Adamo ed Eva, costruendo una perfetta proposizione: Eva-Adamo = Dea-Grande Potenza Proprio come Eva è la metà femminile di Adamo, la Dea è la metà femminile del Signore dello Spirito, la Grande Potenza: la prima coppia rappresenta l’origine dell’umanità, mentre la seconda è la sorgente dell’universo divino del Pléroma, situato al di là della volta celeste.”[5] Ilaria Palomba *In copertina: William Blake, “The Temptation and Fall of Eve”, 1808 -------------------------------------------------------------------------------- [1] P. Riberi, La voce della Dea Gnostica, Venexia, p. 11 [2] Ivi, p. 15 [3] Ivi, p. 13 [4] Ivi, pp. 47-48 [5] Ivi, pp. 132-133 L'articolo “Io sono la signora del tuono”. Solo la Dea Gnostica può salvarci dalla prigionia del Demiurgo proviene da Pangea.
May 26, 2026 / Pangea