C’è un momento, durante La forma del vuoto di Francesco d’Alfonso, in cui si
comprende che il carcere non è più il carcere. Il carcere scenico non coincide
affatto con l’istituzione penitenziaria, con le sue mura, le sue sbarre, le sue
procedure; ma diventa invece la rappresentazione estrema di una condizione già
largamente diffusa nel mondo contemporaneo. Il detenuto, qui, non è l’eccezione
sociale. È l’uomo moderno stesso.
Presentato come progetto legato al Polo Universitario Penitenziario
della Sapienza – al quale sarà destinato il ricavato dello spettacolo – La
forma del vuoto nasce inoltre da un dialogo con L’Università di Rebibbia di
Goliarda Sapienza. Il personaggio femminile conserva, infatti, tracce evidenti
della scrittura e dello sguardo della Sapienza, mentre la figura del ragazzo
costituisce invece una creazione originale di Francesco d’Alfonso. Ed è proprio
in questa frattura tra memoria letteraria e contemporaneità che lo spettacolo
trova la propria tensione più autentica: da una parte una coscienza ancora
capace di interpretare il mondo attraverso il pensiero; dall’altra un individuo
cresciuto dentro il regime dell’immagine e dello sguardo permanente.
D’Alfonso evita intelligentemente quasi tutti gli equivoci del cosiddetto teatro
civile. Non c’è denuncia sociologica, non c’è pedagogia sentimentale, non c’è
l’abituale compiacimento realistico con cui il teatro contemporaneo tenta spesso
di legittimarsi moralmente. Il carcere non viene mostrato: viene pensato. E
proprio per questo riesce a risultare più vero.
La scena è quasi astratta. Nessuna cella ricostruita, nessun naturalismo
carcerario.
Una piattaforma rossa sospesa dentro uno spazio bianco e impersonale; due figure
separate; al centro un percussionista che non accompagna l’azione ma la
scandisce come una specie di meccanismo biologico. È importante che la scena
resti così spoglia, perché il vuoto del titolo non è uno stato psicologico: è
una condizione ontologica. I personaggi non attraversano semplicemente la
prigione; vengono lentamente svuotati di tutte quelle finzioni attraverso cui,
nel mondo esterno, riuscivano ancora a credere di possedere un’identità.
Fin dall’inizio, del resto, la regia chiarisce questo principio con notevole
intelligenza scenica. I due attori non entrano realmente in scena: cominciano
invece a camminare avanti e indietro, parallelamente, sfiorandosi, urtandosi
appena, ripetendo ossessivamente lo stesso tragitto. È una delle immagini più
riuscite dello spettacolo. Prima ancora che il carcere venga nominato, esso
esiste già nella coreografia dei corpi. Quei movimenti apparentemente liberi
rivelano immediatamente la loro natura meccanica e coatta. Tuttavia ciò che
rende quella sequenza veramente memorabile è il rapporto tra il silenzio e il
suono. I due corpi camminano dentro un silenzio quasi insostenibile, un silenzio
che non possiede nulla di pacifico ma che appare invece saturo di tensione
repressa, come se ogni passo fosse sul punto di produrre una frattura
invisibile. In mezzo a questo vuoto sonoro interviene il percussionista
(Francesco Conforti) non come semplice accompagnamento musicale, ma come
presenza organica e minacciosa. Ogni colpo sembra provenire dall’interno stesso
della scena, quasi dal cuore dei personaggi. Il percussionista non commenta
l’angoscia: la produce. Trasforma il ritmo in pressione psicologica, il suono in
una forma di costrizione fisica. Ed è precisamente lì che nasce il disagio dello
spettatore. Non si assiste più semplicemente a una rappresentazione del carcere;
si avverte corporalmente la sensazione della prigionia.
L’angoscia non viene raccontata: viene trasmessa.
Il percussionista, posto al centro, non accompagna dunque il movimento: lo
governa. È il battito cardiaco della scena, il centro nervoso di quell’universo
chiuso. Ogni colpo sembra ricordare che i personaggi non stanno realmente
andando da nessuna parte. Camminano, ma restano immobili. Ed è probabilmente
questa la definizione più esatta della condizione contemporanea che lo
spettacolo tenta di rappresentare.
Da una parte c’è la donna interpretata da Irene Ciani con un rigore asciutto e
magnetico. Colta, riflessiva, continuamente impegnata a interpretare la propria
esperienza attraverso il linguaggio. Il suo dramma consiste precisamente in
questo: credere ancora che il pensiero possa salvare l’individuo dalla
dissoluzione. Ogni esperienza viene analizzata, nominata, quasi immobilizzata
dentro il discorso. Il tempo stesso perde concretezza e diventa una materia
immobile, opaca, priva di sviluppo. Non accade più nulla: il tempo non
accompagna la vita, la consuma.
Ed è proprio attraverso il personaggio femminile che lo spettacolo introduce il
proprio tema più filosofico: quello della libertà. La donna comprende
progressivamente che il carcere non elimina affatto la libertà, ma la rende
visibile. Fuori dal carcere, infatti, gli individui credono di scegliere
continuamente: si muovono, lavorano, desiderano, consumano, parlano. Ma quella
che chiamano libertà coincide spesso soltanto con l’abitudine, con il rito
sociale, con una serie di gesti automatici che non vengono mai realmente
interrogati. Il carcere interrompe improvvisamente questa automatizzazione e
costringe l’individuo a guardare il vuoto che esisteva già prima della
reclusione. La prigione, allora, non crea la dipendenza: la rivela.
Dall’altra parte c’è il ragazzo interpretato da Gabriele Enrico con
un’intensità nervosa e sorprendentemente autentica. Il giovane detenuto non
possiede veramente un’identità autonoma: esiste soltanto attraverso lo sguardo
degli altri. I social network, il corpo, l’esibizione continua di sé hanno
costruito in lui una soggettività puramente riflessa. Ma il carcere modifica
brutalmente la natura dello sguardo. Fuori era approvazione, desiderio,
riconoscimento; dentro diventa controllo, minaccia, paura.
Il punto veramente tragico del personaggio maschile consiste però nel fatto che
egli non possiede più un io separato dall’immagine che produce. La sua identità
coincide interamente con la percezione altrui. Fuori dal carcere questo
meccanismo appariva persino desiderabile: i social network, il desiderio di
piacere, la continua esposizione di sé trasformavano lo sguardo degli altri in
una forma di conferma esistenziale. Ma il carcere altera brutalmente la natura
di quello sguardo. Non c’è più seduzione: resta soltanto il giudizio. E il
personaggio scopre così qualcosa di terribile: chi vive esclusivamente
attraverso l’approvazione degli altri finisce inevitabilmente per diventare
prigioniero dello sguardo altrui.
È significativo che il gesto più autentico del personaggio sia quello di
continuare a scrollare il vuoto anche senza telefono. Quel movimento automatico
del pollice possiede qualcosa di profondamente tragico: mostra un individuo che
continua a cercare immagini perfino quando non esiste più nulla da vedere. È
forse una delle intuizioni più lucide dell’intero spettacolo, perché suggerisce
che persino il nostro modo di percepire il nulla è ormai condizionato dalla
ripetizione meccanica dell’esposizione contemporanea.
Il carcere allora non appare più come privazione della libertà, ma come
rivelazione di una schiavitù precedente. I due personaggi non sembrano uomini
improvvisamente privati della propria autonomia; sembrano piuttosto individui
che non hanno mai veramente posseduto sé stessi. La donna dipende dal
linguaggio; il ragazzo dipende dallo sguardo altrui. Entrambi scoprono
progressivamente che la loro identità era costruita sopra una finzione.
In questo senso, La forma del vuoto è soprattutto uno spettacolo sul fallimento
contemporaneo della soggettività.
Anche il silenzio assume una funzione decisiva. Non è mai pace o sospensione; è
piuttosto un silenzio coatto, artificiale, quasi amministrativo. Anche il suono
assume una funzione decisiva. Il percussionista trasforma il ritmo in una
presenza costante e oppressiva: colpi, echi e vibrazioni ricordano continuamente
ai personaggi la persistenza del corpo dentro uno spazio che lentamente dissolve
l’identità.
Molto efficace è inoltre la scelta di non fare mai incontrare davvero i due
protagonisti. Parlano parallelamente, come se ciascuno fosse rinchiuso non tanto
in una cella materiale quanto nella propria impossibilità di comunicare. E forse
è proprio questa l’intuizione più amara dello spettacolo: la solitudine non
nasce dalle mura del carcere; esiste già prima, nella struttura stessa delle
relazioni contemporanee.
Naturalmente il testo non è privo di squilibri. In alcuni momenti il personaggio
femminile tende a eccedere nella riflessione teorica, e il linguaggio rischia di
diventare più letterario che teatrale. Ma si tratta di un limite quasi
inevitabile in uno spettacolo che sceglie consapevolmente il primato della
parola. Anzi, questa stessa abbondanza verbale finisce per assumere un
significato preciso: mostra il disperato tentativo dell’individuo moderno di
salvarsi attraverso l’interpretazione continua di sé stesso.
Alla fine ciò che resta non è tanto il tema carcerario quanto una domanda assai
più inquietante. Se un uomo riesce a sentirsi reale soltanto quando viene
osservato, riconosciuto, confermato dagli altri, si può ancora parlare di
libertà?
È qui che La forma del vuoto supera definitivamente il teatro di denuncia per
trasformarsi in qualcosa di più raro: una riflessione tragica sul presente.
Perché il vero carcere che lo spettacolo mette in scena non è Rebibbia, né
qualsiasi altra istituzione penitenziaria. È una società che ha sostituito
l’esperienza con l’esposizione, il pensiero con la distrazione, il desiderio con
il bisogno incessante di essere guardati. Per questo La forma del vuoto inquieta
più di molti spettacoli apertamente politici. Perché non denuncia soltanto
un’istituzione penitenziaria. Denuncia una società nella quale gli individui,
pur credendosi liberi, hanno ormai bisogno di essere costantemente guardati per
sentirsi reali.
Ed è forse qui che il monologo finale del ragazzo assume un significato che
supera completamente il carcere: «Ma allora… quand’è che uno è libero?».
È una domanda semplice, quasi ingenua. Ma proprio per questo insopportabile.
Perché nessuno, uscendo dal teatro, possiede davvero una risposta.
Ahmed Marouani
* Il 25 maggio, all’Auditorium della Cappella dell’Università La Sapienza di
Roma, è andato in scena “La forma del vuoto” di Francesco d’Alfonso,
interpretato da Irene Ciani e Gabriele Enrico, con le percussioni dal vivo di
Francesco Conforti
In copertina: Joseph Wright of Derby, The Prisoner, 1787 ca.
L'articolo Che cos’è la libertà? Quando il carcere rivela la nostra vera
schiavitù proviene da Pangea.