Una poesia che s’intitola Poesie riassume la poetica di Rolf Bossert. “: satolli
piranha baciano gli azzurri pesci-usignolo/ sul mirabolante cadavere delle
ideologie”. La poesia è scritta proprio così: con i due punti e le lettere
minuscole, come se fosse ritagliata nel vento, in corsa. Come si spacca un
vetro. Il distico, al contempo, è marziale e surreale; è mistico e politico.
Dietro il ritmo clownesco e l’immagine graziosamente sgraziata, c’è il tipico
humor nero di Bossert, una specie di carnevalesca marcia funebre,
i Kindertotenlieder con i tamburelli e le cerbottane. A dire di Jan Wagner, tra
i più importanti poeti di oggi – in Italia è tradotto da Einaudi e da Bompiani –
Rolf Bossert “si muove entro un campo di tensione letteraria i cui poli estremi
sono Bertolt Brecht e Paul Celan”.
Nato nel 1952 a Reschitza, Romania, tra i gangli della comunità germanofona lì
trapiantata, Bossert imbracciò la poesia come una ribellione – estetica, per
evadere dall’ossessivo ‘realismo socialista’ rumeno, e dunque esistenziale.
Studi a Bucarest, moglie, Gudrun, due figli, Frank e Klaus; in una poesia
intrisa di azzurro cinismo, Sulla mia vita, il poeta traccia un truce referto
biografico:
> “io sono sposato e ho due bambini mia moglie insegna tedesco come lingua
> straniera anch’io noi abitiamo in due stanze di un trilocale… bagno e wc sono
> in comune… ora sto scrivendo una poesia io ho una fiducia sconfinata nel
> potere dell’arte poetica”.
Il poeta aveva compiuto da poco venticinque anni; insieme ad alcuni amici aveva
fondato l’Aktionsgruppe Banat, “gruppo di azione” letteraria presto sedato dalle
autorità rumene. In un altro testo, Gli scarafaggi, il poeta precisa la
comunione tra poesia e vita:
> “ogni parola
> un casamento pieno di panni mai lavati,
> cavolo sulla stufa, urina di gatti in cattività
> e bambini in posti bui o pieni di spifferi”.
La vita di Bossert, inevitabilmente, precipitò. Insegnava tedesco, praticava
come redattore per qualche casa editrice, per un po’ lavorò presso la Kulturhaus
“Friedrich Schiller” di Bucarest. Pubblicava i primi libri; una poesia, Modus
vivendi, centra l’indole di un’era: “ululano assieme/ ai lupi/ finché non si
danno/ la buona notte// : pecore/ in pelliccia di volpe”.
Rolf Bossert (1952-1986)
Nei versi di Bossert, la rassegnazione vagamente “beat” si mescola ai fotogrammi
di Werner Herzog, ai fulminanti aforismi di Peter Handke. Questa specie di
Fitzcarraldo dei bassifondi alterna toni politici, polemici (“Ora noi non
facciamo parte/ di nessun sistema,/ ogni tanto qualche bicchiere,/ domani ci
sposeremo// distrutti”) a escursioni in empiree oscurità (“Usciti nel pallido
giorno/ noi siamo saliti verso le betulle./ Oltrepassando malghe/ immerse nel
fumo: forni crematori/ per le ciglia dell’autunno”). Una notte, nel 1981, alcuni
agenti camuffati lo massacrano di botte, gli spaccano la mandibola. Seguirono
gli interrogatori della Securitate, la censura, l’impossibilità di pubblicare.
Il poeta tentò di resistere. In una poesia, Natale 1984, scrive, con la solita,
micidiale violenza, da cecchino del verbo:
> “Ci sono ancora alberi.
> Nel suo sguardo: questa
> folle, triangolare
> gioia di una volta”.
Nel 1985 gli fu concesso di espatriare in Germania, non prima delle
perquisizioni e del sistematico sequestro dei propri lavori. Il poeta che
sfidava il regime di Ceaușescu con versi apodittici, a battito d’ascia, fu
dichiarato “nemico dello Stato”. Ospitato in una casa di accoglienza, a
Francoforte, Rolf Bossert visse da insonne; i poeti tedeschi lo nobilitavano di
complimenti. Divorato nello spirito (“Siamo ancora umani? Un bacio sulla
schiena/ ha lo stesso prezzo di una crociera nei Caraibi”, aveva scritto
in Bucarest, gennaio 1985), il diciassette febbraio di quarant’anni fa il poeta
scelse di uccidersi. Era notte, era alla finestra, s’involò, diventando terra,
diventando cielo.
Herta Müller, Nobel per la letteratura nel 2009, nata nel Banato come lui,
un’amica, gli dedicò Cuoreanimale(tradotto da Feltrinelli nel 2021). Nel
romanzo, Rolf Bossert è Georg.
> “Espatriando, Georg aveva aperto la strada anche per me. Fuori dal vicolo
> cieco, aveva detto allora. E sei settimane dopo era steso sul selciato
> nell’inverno di Francoforte… La pozzanghera in cui posava la sua testa
> rifletteva forse il cielo. Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola”.
Nel 2006 le edizioni Schöffling & Co. hanno pubblicato l’opera poetica di
Bossert come Ich stehe auf den Treppen des Winds. Gesammelte Gedichte. Da quel
testo, Antonio Curcetti, con cocciuta pazienza, con spazientito amore, ha
ricavato Evviva la merda del futuro, titolo fuori commercio edito per la sua
Nessuno editore (info.nessunoeditore@tim.it), che già può vantarsi di aver
pubblicato le scandalose poesie di Klaus Kinski. In trecento pagine è riferita
l’opera poetica di Bossert, il dissidente estatico. Quella di Curcetti è una
scelta che esprime, credo, una “poetica della politica”. In tempi di macelleria
editoriale – il talento avvilito dalla scaltrezza dei cretini, la legge di
mercato che sconfina nell’abuso, confinando i giganti all’insussistenza,
confidando nel vile perbenismo dei modesti – il poeta resti un reietto, il libro
conservi l’aura della ribellione. La libreria, il tomo ben rilegato, il bon ton
delle conferenze pubbliche mal si adattano a Rolf Bossert un poeta la cui
regalità è nella sovversione delle forme, la cui poesia deve aggirarsi sotto
banco, senza raggiri, pronta.
Nelle rare fotografie, ingioiellato da una barba selvaggia, il poeta ha uno
sguardo irto d’ira – insegna la magnetica superiorità della preda.
*In copertina: Otto Dix, “Il veterano di guerra”, 1922
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