Siano benedetti i diplomatici: raccolgono dagli altri il meglio di sé, hanno la
stessa funzione che i mecenati avevano un tempo negli imperi.
La biografia di Carl Jacob Burckhardt è stringata, perché più che vivere
desiderò contenere in sé i racconti delle esistenze degli altri. Svizzero, nato
a Basilea nel 1891, studiò in diverse università europee per poi entrare, nel
1918, nella delegazione diplomatica di Vienna. Fu qui che la sua esistenza si
mise sulle tracce di Hugo von Hofmannsthal. Ricordi di Hofmannsthal, pubblicato
da Cederna nel 1948 nella classica traduzione di Ervino Pocar, ne è il commosso
resoconto, impreziosito da una raccolta di lettere di cui pubblichiamo un
estratto in calce all’articolo. Per capire la grandezza dei personaggi e la
favolosità degli intrecci, basta ricordare che quando il giovane Ervino Pocar si
cimentò nelle traduzioni dei primi drammi del poeta, ricevette una lettera
inaspettata in cui Hofmannsthal si congratulava per il lavoro esprimendogli la
più profonda gratitudine (una ristampa di questa testimonianza irripetibile si
trova nell’edizione Rusconi dei Piccoli drammi di Hofmannsthal).
Vienna, nel 1918, era sporca, affamata, senza luce e nella più squallida
carestia. Ma nonostante la sconfitta, la città non cessava di recitare la sua
parte. Un amico di Burckhardt gli diede una lettera di raccomandazione per
assistere a una rappresentazione di burattini. Quel teatrino, scrisse
Burckhardt, “fu la migliore istruzione che io abbia avuto in fatto di storia
austriaca e sociologia del passato”.
Lì, in quella sala, un visitatore si fece notare per il cappello nero e il
pastrano. I contorni del viso, alla luce della lampada ad acetilene, erano
“vividamente illuminati”. La rappresentazione incespicava. Allora il visitatore
si alzò e disse: “perdoni, oggi non ci siamo, è ancora tutto troppo vicino”. Si
alzò dalla sedia e, con una stretta di mano, fece per presentarsi: era
Hofmannsthal.
Come Pasternak fanciullo davanti a Rilke in Russia, anche Burckhardt riconosce
il miracolo. “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Peculiare tristezza e amara preveggenza si mescolavano nei suoi toni senza
sopraffarsi. Per Burckhardt parlare con Hofmannsthal era “come un colloquio con
più persone, quasi riverbero del lontano lampeggiare di una amara e precisa
saggezza derivante dal più antico retaggio che questa natura univa a tante altre
cose”. Questa ubiquità dello spirito disperso in più dimensioni era una delle
caratteristiche principali dell’Hofmannsthal poeta e prosatore: si immedesimava
in ogni contesto da protagonista ed era l’unico a leggere “Shakespeare o Racine
con la sensibilità del contemporaneo al quale tutti i posteri guardano
severamente negli occhi”. Non a caso, quando Burckhardt deve stringere
Hofmannsthal in una definizione, non ha dubbi: “contemporaneamente vicino a
tutti”.
Il riconoscimento tra spiriti affini è immediato e ogni cerimoniale decade
frettolosamente. Burckhardt si dimostra per quello che è: il Plutarco portatile
dei poeti moderni. Anche il suo incontro con Rilke in libreria a Parigi vale,
come episodio, più di molta retorica sulla comunità europea, perché attraverso
un casuale incontro in libreria dimostra che la passione condivisa per gli
stessi libri è la vera intesa tra lo spirito delle nazioni.
Burkhardt seguì Hofmannsthal sulla via del ritorno e in poco tempo divennero
amici. Quella sera, passeggiando per Vienna, il poeta fece da guida: raccontò di
come Peter Altenberg rincasava a notte fonda, e di come avvenne il suo battesimo
poetico. Aveva diciotto anni quando una notte, a palazzo Herberstein, entrò
improvvisamente un uomo dall’aspetto inquietante e imperioso, che gli si
avvicinò dicendo di essere venuto a Vienna soltanto per incontrarlo. Quell’uomo
era Stefan George.
Dopo poche settimane, Hofmannsthal invitò Burckhardt a Rodaun, ai margini di
Vienna, dove il poeta si ritirava per scrivere. Dopo l’inflazione seguita alla
Prima guerra mondiale, aveva perduto il suo piccolo patrimonio. Nell’estate del
1913, mentre lavorava a Parigi con Diaghilev, ebbe una premonizione bellica e
improvvisamente partì per Vienna. “Come uno che affoghi, aveva sentito ciò che
pendeva sulla sua patria e sul continente”. A Rodaun, però, regnava “un
Settecento intatto e molto italiano”, quell’Italia che “aveva nel sangue, ne era
tutto preso”, mentre i rapporti con Francia e Germania scricchiolavano: “la
nostra conversazione coi francesi è pur sempre il banchetto della volpe con la
cicogna: un perpetuo malinteso”. A Rodaun poteva nutrirsi di quel “senso di
radici affondate nel suolo”, e sempre a Rodaun, facendo delle camminate,
ascoltando un uomo suonare deliziosamente un valzer e due persone eseguire
Beethoven mentre poco più avanti una voce femminile cantava, Hofmannsthal
ritrovava la vecchia Austria intatta e incontaminata.
Sapeva che “le decisioni metafisiche sono ricche di spaventi”. Allontanandosi da
Vienna aveva deciso di trascendere i confini personali per dedicarsi a qualcosa
di più vasto. Fronteggiava le ristrettezze economiche e i disagi domestici
ricorrendo al proverbio arabo: “solo il gelo doma il fango”. Si dedicò all’opera
teatrale La torre, una rivisitazione moderna del dramma di Calderon, La vita è
sogno. A chi gli chiedeva perché lavorasse con più costanza alle opere teatrali,
con una predilezione per le commedie, rispondeva con il detto di Novalis: “dopo
una guerra perduta si devono scrivere commedie”. Secondo lui, erano un pretesto
per testimoniare l’uscita di scena di una intera società.
Di notte, mentre il vento sibilava tra i campi, Hofmannsthal prese a leggergli
l’Egmont di Goethe e si commosse. Ma non aveva un rapporto disteso con tutte le
espressioni dello spirito tedesco. “Egli sapeva valutare tutti i grandi
Tedeschi, ma non si lasciava mai sedurre dalla grandezza”. In Lutero, in certi
romantici e in alcuni aspetti di Hegel notava qualcosa di dannoso; ma anche in
alcune scene del Faust, che riteneva “torbide e rozze”; Fichte gli sembrava
cieco e borioso e Nietzsche “dolorosamente esagerato”. Fu proprio in questo
periodo che, allontanandosi dalle influenze esterne, si volse alla grande
tradizione teatrale spagnola e inglese, con un movimento uguale e contrario a
quello di Walter Benjamin, che nel Dramma barocco tedesco setacciò le stesse
fonti. Anche il destino di Hofmannsthal, come quello di Benjamin, fu tragico. Il
13 luglio il figlio Franz si suicidò con un colpo alla tempia. Due giorni dopo,
mentre si preparava ad accompagnarlo al cimitero, la morte raccolse anche
Hofmannsthal.
Andrea Muratore
**
Hofmannsthal a Burckhardt
Rodaun, 20 dicembre 1927
Il mio piccolo dono di Natale Le viene spedito direttamente dal mio libraio di
Lipsia. È la Rivolta nel deserto di T. E. Lawrence. È uno dei libri più belli
ch’io abbia mai letto. Quest’uomo è il vero tipo dell’eroe, appartenente alla
nostra epoca come a tutte le epoche passate, e altrettanto ammirevole quanto
dotato di un’incomparabile eleganza e grazia interiore – e oltre ciò è uno
scrittore grande come Sallustio. Non so che cosa darei per incontrarlo. Oggi
avrà appena quarant’anni – ma si è ritirato, dalla strada maestra, nei cespugli
che la fiancheggiano. Dicono che sotto falso nome faccia oggi il semplice
soldato in India. L’esistenza di simili uomini non può che rasserenare…
*
Bad Aussee, 29 novembre 1927
Nel romanzo di Conrad che ho appena terminato di leggere (nella traduzione
tedesca è intitolato Sieg e mi sembra l’opera più ammirevole di questo grande
autore, per quanto lo conosco), si tratta pure di un omicidio su un’isola
deserta. La combinazione fra gli eventi, narrati con la massima precisione, e la
determinatezza sociale dei personaggi riesce assai avvincente. Molto si può
apprendere da questo libro, ma mi faccio scrupolo a mandarglielo in questo
momento, perché potrebbe forse confonderla con la somiglianza dei soggetti e
intimorirla con la sua straordinaria maestria (dev’essere stato scritto negli
anni della piena maturità)…
*
Rodaun, 11 luglio 1928
Noi abbiamo in comune una cosa molto profonda, questo nostro desiderio di
afferrare le radici delle cose e di conservarle – ma intorno a questa cosa più
profonda c’è ancora una comunione infinita. Il fatto che per Lei o per la fase
presente della Sua vita la storia sia diventata il centro, è molto importante
anche per me. Il quesito: in che senso esista ancora la storia, condensa oggi
molte cose – da questo punto si scorgono i problemi più profondi. Ultimamente
leggevo con molta commozione un volume delle opere di Gotthelf che Lei mi ha
donato: La domenica del nonno, e i miei pensieri furono indirizzati quasi
violentemente verso di Lei e verso la nostra amicizia: ma non già per
quell’associazione di pensieri esteriore, bensì per un sentimento del tutto
diverso: tutte le cose profonde sono infatti di una sola natura, e quando il
nostro cuore è realmente tocco, il contenuto del cuore stesso si scuote e vibra
insieme; così il sentimento della nostra amicizia si agitò alla lettura di
quelle pagine perennemente belle, inesauribili…
L'articolo “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Su Hofmannsthal proviene da Pangea.
Tag - letteratura tedesca
No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il
silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne
maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno
ci sfiora, se non per un attimo.
Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco
d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!
Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da
bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano,
e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente
Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava
innocente fottuta paura.
Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul
posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e
presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la
pulizia della casa, per recuperare energie e forze.
No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di
egoismo.
Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la
letteratura le è stata accanto.
La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒
persino nello strazio.
(Giorgio Anelli)
**
Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora
là
nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo
poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒
Nelly Sachs
L'articolo “Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs
proviene da Pangea.
“Mille sbarre soltanto ovunque vede/ E dietro mille sbarre nessun mondo”. Una
pantera gira intorno a se stessa, il ferro che la rinchiude è visibile, netto,
solido. La sua prigione ha confini, ha senso; il suo limite può essere sfidato.
Rilke descriveva così la pantera dello zoo di Parigi, ma cosa succede quando
tale gabbia è invisibile, quando è più sottile e più crudele? Qui il prigioniero
si muove e il mondo non cambia. La libertà si mostra solo per togliere
respiro; il tempo non scorre, c’è solo pressione, ovunque, sempre.
> “Franz Biberkopf voleva il “bene”, ma cos’era altro se non una parola?“
>
> Alfred Döblin
È in questo contesto che si manifesta la lingua di Alfred Döblin in Berlin
Alexanderplatz; corre, inciampa, urta contro se stessa, parla, sibila, taglia.
Le immagini e le scene di Berlin Alexanderplatz scorrono davanti al lettore come
in un film. Ma c’è un abisso oltre tecnica e acutezza; tra le basi di un’opera
cardine regna amorfa una divinizzazione nichilista della forza bruta e della
cupidigia.
> “Döblin, come ho già detto, è un narratore epico gigantesco. Con la mano
> destra crea arte, e con il mignolo fa più di quasi tutti gli altri
> romanzieri”.
>
> Gottfried Benn
Alfred Döblin, scrittore, drammaturgo e psichiatra, nasce nel 1878 a Stettino,
in Polonia, da una famiglia ebrea assimilata. Nei suoi primi anni è ritenuto uno
degli autori più innovativi dell’avanguardia letteraria. Uno scrittore che non
tiene in conto le aspettative dei lettori, dell’editoria o della critica. Non
vuole essere fedele a nessuna scuola, a nessuno stile.
Al culmine del riconoscimento pubblico, il partito nazionalsocialista sferra il
suo attacco più vile; nel febbraio 1933, dopo l’incendio del Reichstag, in
quanto ebreo, è costretto a lasciare la Germania passando per la Svizzera verso
Parigi, divenendo cittadino francese per poi emigrare negli Stati Uniti.
> “Vi assicuro: non sono un uomo che piange, ma ciò che stava accanto a me e
> nasceva da buone circostanze, non si vantava di essere emigrazione esterna o
> interna, piangeva semplicemente a modo suo”.
Nel 1945 Döblin torna in Europa e nella sua Germania; è uno dei primi a farlo.
Tenta di ricostruire una nuova vita letteraria in patria e riesce a riunire
alcuni giovani autori, tra cui Günter Grass, allievo fedele.
> “Döblin non era al posto giusto. Non riusciva ad affermarsi. Per la sinistra
> progressista era troppo cattolico, per i cattolici troppo anarchico, […] il
> valore di Döblin non era e non è rispettato”.
>
> Günter Grass
La cerchia di stima verso Döblin non era per nulla ristretta o di poco
conto. Stefan Zweig gli riconosce gran parte della sua formazione; Thomas Mann,
riferendosi a Berlin Alexanderplatz, parla di “un tentativo magnificamente
riuscito” di “portare la realtà proletaria del nostro tempo nella sfera
dell’epico”.
Ma Döblin verso la fine della Repubblica di Weimar si considerava superfluo,
inutile da qualunque punto di vista; le sue opere non decollavano più, il suo
schieramento politico azzardato lo portava al dimenticatoio; morì, dopo anni di
Parkinson, il 26 giugno 1957 a Emmendingen, tra il rumore silenzioso di chi fa
la rivoluzione e la quiete di chi mai ha voluto nulla.
> “Questo mondo è un mondo di due dèi. È un mondo insieme di costruzione e di
> disfacimento. Questo confronto avviene nel tempo, e noi vi siamo
> coinvolti. […] Vi sono ordine e disfacimento. Ma non è vero che l’ordine, e
> nemmeno la sua forma o la sua esistenza, sia reale senza la tendenza al
> disfacimento e la distruzione fattuale”.
>
> Alfred Döblin
In una recensione del 1930, dal titolo Crisi del romanzo, Walter
Benjamin annunciava la forma cinematografica come l’unica via di sopravvivenza
del romanzo moderno. L’opera di Döblin è di fatto proroga, linfa, siero di
immortalità che fonda la scrittura su nuove basi nell’epoca dei media e della
riproducibilità tecnica. Quando Döblin incorpora il cinema nella scrittura, non
lo fa per modernizzare il romanzo, ma per incrinarlo. Il montaggio, i tagli, i
cambi di scena non rendono la narrazione più fluida: la rendono instabile.
Costringono il lettore a vivere la stessa discontinuità dei personaggi.
> “Biberkopf è inoltre un ‘bambino bruciato’ e teme il fuoco. E quando entra nel
> mondo, ecco, vuole comportarsi onestamente, vuole eseguire le leggi di questo
> mondo, come le concepisce, in maniera sincera e leale – e – non ci riesce! Non
> ci riesce. Colpo su colpo lo travolge e lo annienta; potrei anche dire che
> annienta la sua posizione di pensiero”.
Il protagonista del romanzo si muove tra truffatori, protettori, piccoli
criminali; reagisce spesso con la violenza; trascina con sé anche chi gli è
vicino. La narrazione, però, non lo giudica. Döblin osserva e registra i
comportamenti come fenomeni sociali e biologici. Colpa, dipendenza, aggressività
non sono deviazioni individuali, ma elementi di un sistema in cui il singolo è
solo una particella, quasi sempre impotente.
Alcuni capitoli si svolgono nella Berlino sotterranea, resa incredibilmente
reale. Qui si incontra con la Dreigroschenoper di Brecht e Weill; le due opere
sono affini nella critica sociale e nell’atteggiamento artistico. Distanza e
riflessione, entrambe rispecchiano la tensione dell’atmosfera tedesca, percepite
come rivoluzionarie pur agendo in opposizione indiretta, con linee politiche
differenti; tutto diviene laboratorio, l’autore siede con una sigaretta in mano
e osserva ciò che il mondo ha da offrire, senza alcun filtro.
> “La punizione ha inizio. Si scrollò, deglutì. Si diede un calcio sul piede.
> Poi prese la rincorsa e si sedette sul tram. In mezzo alla gente. Si parte”.
L’uomo non è mai isola, bensì organismo immerso in correnti più grandi di lui,
legato da fili invisibili a forze arcaiche, biologiche, sociali, spirituali.
Questa dipendenza emerge con particolare evidenza nel ritmo incessante della
metropoli. Basta osservare una folla, una strada, una piazza, per coglierla. Nei
quartieri poveri, poi, l’effetto è ancora più netto. Non esiste alcuno spazio
per l’estetizzazione impressionista dei boulevard, ma solo per l’urto diretto
tra corpi, bisogni, desideri.
Frammenti solo in apparenza disordinati nascondono un’architettura interna
rigorosa. Il celebre “montaggio” döbliniano rende visibile un sistema
rivoluzionario. Pensieri, cronache minime, notizie di giornale, slogan
pubblicitari, canzoni, citazioni bibliche, descrizioni collettive si intrecciano
in una struttura quasi cinematografica. Ne nasce una percezione stratificata
della realtà urbana, in cui nessun punto di vista è definitivo. Figure
marginali, esterne alla società borghese, eppure dotate di una vita interiore
complessa, dolorosa, contraddittoria. L’uomo moderno che pensa, soffre, spera.
> “Ho potuto osservare questo tipo di persone in epoche e situazioni diverse, e
> cioè osservare nel modo che considero l’unico vero modo: vivendo con loro,
> agendo con loro, soffrendo con loro. Ho visto la pace qui”.
Il vero antagonista di Biberkopf è Berlino stessa. Una macchina che ingloba,
stimola, confonde, tradisce. Un moloc moderno fatto di strade, rumori, messaggi,
promesse, minacce. Berlin Alexanderplatz è di fatto un intreccio di riflessi,
fratture, voci, traiettorie. Un epos urbano che conquista territori nuovi sul
piano linguistico e narrativo, trasformando la storia di un manovale e venditore
ambulante in un evento letterario. Il pandemonio che osserva Döblin viene
estratto e ricostruito in un mormorio oscuro; un babelico frastuono di voci.
Prima di Döblin, mai la Germania aveva letto un testo simile. La rivoluzione del
romanzo inizia qui, e con le sue tracce in opere maestre come l’Ulysses di Joyce
o Manhattan Transfer di John Dos Passos.
Da questo punto in poi, l’arte tedesca comincia a parlare la lingua della crisi.
Kokoschka dipinge corpi e strade come se fossero attraversati da una scossa
continua; Kirchner espone la nudità commerciale della metropoli; Grosz riduce la
società a una processione di spettri. Georg Heym, con le sue poesie, registra lo
stesso tremore sotterraneo. In Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, già nel
1929, la città canta la propria fine. Come se la modernità avesse sempre portato
in sé il germe del suo collasso.
> “Tra le nostre città ci sono fogne.
> Non c’è nulla in esse e sopra di esse c’è fumo.
> Noi siamo ancora dentro. Non abbiamo goduto nulla.
> Noi scompariamo in fretta e lentamente pure esse”.
Tradurre Berlin Alexanderplatz è, insieme, impossibile e inevitabile.
Impossibile, perché il romanzo di Döblin è attraversato da una pluralità di
voci: lingua parlata, dialetto berlinese, gerghi, slogan, registri burocratici e
frammenti colti si intrecciano senza mai stabilizzarsi. Ogni personaggio porta
con sé una posizione sociale inscritta nella lingua, difficilmente trasferibile
senza perdite. Ma proprio per questo la traduzione è necessaria. Berlin
Alexanderplatz è uno dei grandi laboratori narrativi della modernità europea, e
lasciarlo confinato all’originale significherebbe ridurne la forza e la
circolazione. Le diverse edizioni italiane,principalmente basate sul lavoro
pionieristico di Alberto Spaini, testimoniano questa tensione irrisolta.Ogni
versione è un tentativo provvisorio, una scelta parziale, una mediazione
imperfetta.
> “Poiché Berlino restava ciò che era, spettava al condannato cambiare se
> stesso. Il tema centrale, dunque, è questo: significa sacrificarsi, offrirsi
> come vittima”.
C’è qualcosa che va oltre Franz Biberkopf, oltre Berlino, oltre il Novecento. La
condizione di un uomo non coincide mai con se stesso; il sè continuamente
spostato, deviato, consumato dal flusso in cui è immerso. Vorrebbe fermarsi, ma
vive dentro un mondo che non conosce tregua. Ogni voce, in questo romanzo, lotta
contro la propria dissoluzione. Parlare è già un modo di resistere alla
scomparsa. In mezzo al rumore della città, l’uomo cerca un varco, un punto di
silenzio, una forma fragile di permanenza. Si perde la forma, lentamente. E
forse pensare, oggi, significa proprio questo; guardare senza illusioni la
nostra instabilità, senza trasformarla in spettacolo o consolazione.
Tommaso Filippucci
*In copertina: George Grosz, Ritratto del dottor Felix J. Weil, 1926
L'articolo “Non sono un uomo che piange”. Alfred Döblin e “Berlin
Alexanderplatz”, il romanzo inevitabile proviene da Pangea.
Su Arno Schmidt c’è una buona voce di Wikipedia che mi esime dal ripercorrerne
vita e opere. Quanto al romanzo breve di cui si dà qui un’anteprima, scritto nel
1953 e pubblicato due anni dopo, due parole su trama e stile.
Agli albori del boom economico con relativi prodromi del turismo di massa, due
reduci della Wehrmacht che si erano persi di vista decidono di passare una
settimana di vacanza ai bordi di un laghetto della Bassa Sassonia. Uno, il
protagonista, è come l’autore un traduttore seriale e squattrinato, l’altro si è
specializzato in pittura di esterni con tanto di squadra agli ordini, e
ovviamente paga tutto per due. Nella pensione Joachim ed Erich incontrano due
giovani dattilografe pur esse in ferie, Selma e Annemie. Fatale l’accoppiamento
direi quasi da affinità elettive, nonostante le apparenze. Eros e natura la
fanno da padroni, con a rinforzo una buona dose di politica, cultura, ateismo e
ironia.
Quanto allo stile Schmidt, riprendendo un frammento di Novalis, aveva già
affermato altrove che, come la memoria al pari della vita stessa non è nessun
continuum ma una serie di momenti disgiunti e in sé conclusi, così il romanzo
non dev’essere nessun continuum, ma una serie di periodi staccati e perfetti in
sé.
Da qui la struttura formale di Paesaggio lacustre con Pocahontas (ora: Del
Vecchio Editore, 2026): 18 capitoletti sormontati in posizione di esergo (a dx
quindi, in formato simile a una foto che qui per motivi tecnici non è possibile
riprodurre) e da un breve testo ciascuno denominato “foto” che ritrae un momento
particolarmente significativo della trama, mentre ciascun capitoletto riporta in
sequenza cronologica una serie di periodi separati ciascuno da una barra.
Il romanzo all’uscita colpì molto il magistrato che lo accusò per blasfemia e
pornografia, ma un lustro dopo in altro senso Günther Grass, che pronunciò il
discorso di conferimento del prestigioso Premio Theodor Fontane affermando a
proposito di Paesaggio lacustre con Pocahontas che “nessuno come Arno Schmidt ha
saputo descrivere la pioggia”, e mezzo secolo dopo Walter Kempowski, che definì
il romanzo “la più bella storia d’amore del secondo Novecento”.
Tale e tanta è la ricchezza scoppiettante del tutto, che mi son visto costretto
ad apporre in appendice un commentario di dimensione uguale al testo: qui in
compenso mi limito a riportare un paio di “foto” inquadrandole
stenograficamente.
***
La foto 3 ritrae il primo incontro dei quattro nella sala-pranzo della pensione:
L’una : alta 6 piedi; inanellata di giallobianco nel vestitino da vespa
stecchita, “come gli antichi rappresentavano la morte”; interminabili
braccia-stanghe, marron scuro, stavano genuflesse davanti a lei sul tavolo;
presumibile anello di fidanzamento; seno almeno per ora non identificabile.
Poianesco uncinava il naso dal profilo irochese; la bocca informe, quasi priva
di labbra; lenti senza bordo cavalcavano innanzi a tanto d’occhi sbarrati :
“Hetcì !” (e ciò apparì comunque desolante e incriccato, come se sternutisse un
edificio gotico in mattoni o un traliccio dell’alta tensione). / L’altra :
piccola e campagnolmente tonda; bocca ricamata di rosso su viso giallo sego da
slava; dita stavano sparpagliate attorno alla tazza, bianche e storte come
trucioli; e dalla grassa miscela di vocali sprizzavano arzille le “r” dure :
«Ah, Gleiwitz o giù di lì» riconobbe eccitato Erich la nazionalità. La ragazza
color inferno piegò verso noi l’esile stelo, occhi aprirono per poco il
diaframma, la piccola scilinguò nel merito; e anche a Erich dalla rubrica
“Bisbiglii amorosi dell’Alta Slesia” tornò in mente senza necessità veruna :
»Perrché usi dito ? Ma usa LUI !»
Nella foto 4 il primo tête à tête in acqua bassa, alla fine del quale Joachim
battezzerà Selma col nome della principessa indiana:
«Si chiama Selma : ci ho fatto caso subito !» confessai. L’acqua, spessa come
una stoffa blu, ci faceva aderente da pareo. «Sul libro, al momento di
registrarci»; anche le spalle erano magrissime. Aprì goffamente la gran bocca,
poi rise stridula, divenne ancora più color mattone, e confidò al lago : «Pure
noi. Ma lei è Joachim, no ? !» e fece un respiro di sollievo. Billeri delle
nuvole. Inspirai così forte, che guardò affascinata il mio torace, lungo cui
poté andare come lungo una muraglia gialla : «Torniamo insieme !» asserii, e lei
annuì tra timidezza e zelo (ma si dette pro forma anche un moto di ripulsa).
Anatre decollarono come clipper. Entrambi senza cuffia. Ridemmo stoltamente, e
giocammo per imbarazzo con l’acqua. Anche mi rimase impresso : forcine di canna
nei capelli; la figura trista e rigida; pinne nerastre falciformi; nella
sinistra una pianta lacustre; tenere antenne rosso salmone a mo’ di fiori dietro
ciascun orecchio : ciò sortiva assai carino e ukulele. «Volevamo riposarci», mi
confidò ancora innocente.
Nella foto 7 il primo bacio, di ritorno da una passeggiata notturna di gruppo:
Mondo dei segni : quello arenario della luna; i triangoli simili dei frontoni;
millepodalico avanzava il viale; lampioni offuscavano il puro nerume, arrotavano
grilli, di nuovo inveì un cane alle nostre spalle. Tanto per cantare Annemie
intonò, su molli labbra lussuriose a foglia larga, un’aritmetica perversa : 1
notte di maggio, 2 chitarre in riva al mare, 3 moschettieri; e così sparì in
sordina la jazzosa creatura nell’inconsistente crepuscolo, davanti a noi,
abraccioderich. Mondo dei segni : i nostri dischi occhialuti si sovrapposero
l’uno all’altro, il suo rostro punse forte, le mani mi si annodarono
tutt’intorno (luna andò allora alla deriva qual brulotto tra fregate di nubi), i
suoi denti stringevano assai : – – e poi brancicammo oltre, sopra le bianche
sezioni coniche. Al ritorno. Case nerocutanee; un’auto passò borbottando; «hai
visto prima il serpente di nuvole rosse ?»
Saltando (io) il primo coito, nella foto 10 ecco il post:
Ancora lampeggiarono le ombre dalla nostra camera di piombo : sopra lo schienale
della sedia sottili tubi nudi, il triangolo e una doppia ciotolina rosa. Non
ebbi pace finché non si accomodarono i due minuscoli calzini, poi sotto, i
sandali marrone. «Che numero porti ?». Gemé disperata : «Non chiedere …»; poi
così affranta : «Quarantatré !», che accorsi subito e la consolai di carezze :
«Pocahontas ! – !». (Sbucare da foreste verdescuro con solo un rosso straccio
iliaco. Dovrebbe. Cercò un pochino nella sua valigia : – –, tirò fuori un
foulard e lo provò pudica : – –, fece il nodo finale sul lato : – – ?. Stava lì
zitta, braccia penzoloni : seria spuntava e scarna l’interminabile anca a destra
dalle lingue di stoffa arlecchinesche, era dunque il suo lato sinistro, e attese
devota e anelante finché la nominai e liberai : «Pocahontas !» – Una chiazza di
velluto rosso venne dalle sue labbra, si fece a punta, spinse impacciata, e mi
sgusciò poi giù fondo in bocca …).
Copertina ideata dall’autore e cassata dall’editore
Con un salto sestuplo di giorni dedicati, oltreché all’eros, a natura, politica
e cultura (dove la coppia via via si affiata svelando insospettate dosi di acume
nella partner), la penultima foto 17 fissa in una squallida torbiera il momento
del distacco per fine ferie:
Vagliare in parole il sondabile; burlarsi tranquillamente dell’insondabile : Un
albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli
neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme. Stava
sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza : passi da uomo, dalle tasche
della cerata sporgevano braccia oblique, nel viso di cuoio rosso una fessura
schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio di pioggia & lacrime :
«Pocahontas –»; si volse lentamente, e pianse impassibile più forte : – – finché
di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi
auricolari, l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un
suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei,
cullai, ancora il suo lamento faceva voltigare rebbi neri attorno alle nostre
teste : «Cara Pocahontas !». Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò
ruffiano tre braccia imbellettate : Damme, Osterfeine, Hunteburg : per ciascuno
di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve
risacca dell’aria ! Un battello di nebbia scialuppò a lungo nel porto erboso, e
naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure
lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva
già tirarle a sé, il viso non ancora.
*
Già da qui il lettore avrà visto, o subodora, come il comico nel romanzo viri
verso la fine, con serietà, nel tragico: sarà anche questo il motivo della sua
eccezionale bellezza?
*In copertina: Arno Schmidt (1914-1979) fa Pocahontas
L'articolo “Paesaggio lacustre con Pocahontas”. Il romanzo maledetto di Arno
Schmidt proviene da Pangea.
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
Questa storia, in cui tutto è possibile, inizia – o finisce – all’abbazia di
Pomposa, folgorante edificio del IX secolo, nel ferrarese, dove si dirama,
divorandosi, il Po. Affreschi e sculture, spesso arcani, incutono sacro terrore.
Qui pare sia stato redatto, nel XVII secolo, il De arte nihil credendi; dello
scrittore, Matteo Cnuzen, altrimenti detto Matthias Knutzen, predicatore
tedesco, ateo, si ignora la data di morte. Il testo – di cui non si ha altra
notizia – è custodito presso la Biblioteca Classense, “non è mai stato
pubblicato… ho potuto solo farne una copia a mano”, scrive l’autore. Un
fascicolo dal titolo analogo porta la firma di Geoffrey Vallée, anticlericale
estremista: in quel libello – titolato, in verità, La béatitude des Chrétiens ou
le Fléau de la foy – l’autore dimostra che la fede, fondata sull’ignoranza e sul
timore di Dio, riduce l’uomo a una bestia, a uno schiavo. Vallée fu arrestato,
impiccato e passato al rogo il 9 febbraio del 1574: aveva ventiquattro anni.
Il testo di Knutzen – che mesce, in cocktail micidiale, reminescenze di Lucrezio
e di Spinoza, di Garlandus Compotista e di Levi Smolinides, di Gregorio di Narek
e di Sabinus Serrat (faccio scoprire a voi chi di questi è un personaggio
fantomatico, fittizio) – è utilizzato dal poeta austriaco Raoul Schrott come
monito per un libro dal titolo emblematico, L’arte di non credere a nulla,
uscito in Germania, presso Hanser Verlag, dieci anni fa, tradotto ora da
Federico Italiano per Crocetti. I brani dell’incendiario pamphlet di Knutzen –
veri, verosimili, inventati? l’autore rifiuta spiegazioni – sono corrosivi,
perciò corroboranti. Ne cito alcuni:
> “sono avido se voglio tutto ciò che si può ottenere dalla vita – avere amici e
> allo stesso tempo stare solo? ciò che desidero è difficile da raggiungere –
> eppure una volta in mio possesso sono insoddisfatto come se avessi raggiunto
> nulla”;
> “sii come la neve che si scioglie: dal silenzio nascono i fiori – la lingua
> sia il loro bocciolo”;
> “tutto inizia con il sangue · inzuppati di sangue veniamo al mondo a testa in
> giù: tutto inizia con una separazione e in un mondo capovolto · avvinghiati a
> un seno non vediamo che oscurità: ora vivi amaro e cupo · da bambini
> scorrazziamo qui e là: e inquieti rimarremo · nella giovinezza ci dissolviamo
> sentendoci estranei: è solo un periodo di traviamento e confusione · con la
> vecchiaia la mente si annebbia: non aspettarti quindi la beatitudine da vecchi
> strampalati · così perplessi procediamo nelle tombe: senza riconoscere da
> nessuna parte un’anima o qualcosa di puro – solo imperfezione”
Siamo nei dintorni dell’atroce Albert Caraco più che in quelli dell’ardito
Zenone, il protagonista de L’opera al nero, il romanzo di Marguerite Yourcenar.
Nella prefazione, Schrott cita la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il
Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna e il magnetico trattato De tribus
impostoribus, di cui si discute – senza traccia di testo – dal XIII secolo:
sarebbe piaciuto a Borges. I legami con il maestro argentino, però, finiscono
qui: le poesie di Schrott – affratellate ai violenti aforismi del fatidico
Knutzen – non hanno nulla dell’enciclopedica freddezza di Borges. Al contrario,
è la vita presente, quotidiana, quella convocata da Schrott: nei suoi testi ci
sono il pizzaiolo e lo stilita (“qualcuno disposto a stare sull’orlo del
precipizio”), la cassiera (“il mondo è fatto di cose standard/ che mangiamo ·
beviamo · trasformiamo in esistenza”), il macellaio (“siamo e diventiamo ciò che
mangiamo/ con gli occhi spalancati rivoltandoci al pungolo…/ carne trafitta in
via di macellazione verso l’assoluto”). L’arte di non credere a nulla è un libro
che dà credito alla carne, in crepitio di eros; è un libro pieno di corpi
esposti e di rapporti cannibali. In lo sguardo di dio si canta “la vita baciata
e gettata come un pezzo di pane”; in una poesia si imitano i toni di una single
– donna – fine quaranta; è bello il finale: “la dolcezza · sale tra le mie gambe
· orma d’animale selvatico”. In viaggi notturni – forse, il testo più bello –
c’è una donna “nuda sul sedile distesa/ lo sguardo rivolto verso il nord che
manca come casa”: “il compendio della nostra vaga esistenza/ tali scrupoli
appena li considera:/ nomina il desiderio · vuole vederlo divenire realtà/ ma
biasima ogni indifferenza”.
Il libro è sigillato – va da sé – dal motto riassuntivo del trattatello di
Knutzen: “l’assoluto opera nel nulla”. Quando l’autore – troppo intelligente per
cadere nella trappola del refuso – mi dice che il modello de L’arte di non
credere a nulla è la Vita nuova di Petrarca (ovviamente, è di Dante), so che mi
sta sfidando. D’altronde, Raoul Schrott è una delle menti più sfrenate e
sofisticate della letteratura tedesca: mi ricorda, per impeto, Werner Herzog.
Nato a Landeck, Tirolo, nel 1964 – ma ha detto, a volte, di essere nato a San
Paolo, in Brasile, quando non in nave – è cresciuto tra Tunisi e Zurigo; insegna
all’Università di Vienna, dopo aver insegnato a Napoli, a Berlino e a Tubinga,
insieme allo scrittore Christoph Ransmayr. Romanziere, poeta, studioso, Schrott
è a abituato alle imprese impossibili: ha scritto resoconti tratti dalle sue
esplorazioni nel deserto (Il deserto di Lop è stato pubblicato da La Grande
Illusion nel 2022); ha partecipato a una spedizione, supportata dall’Università
di Colonia, in luoghi del Ciad ancora inesplorati. Da ragazzo, ha studiato il
Dadaismo, è stato il segretario di Philippe Soupault, a Parigi; ha tradotto
Derek Walcott e Seamus Heaney, la Teogonia di Euripide e l’Epopea di Gilgamesh;
nel 2008 ha pubblicato la sua traduzione – sgargiante, a dire dei più –
dell’Iliade: la tesi secondo cui Omero fosse uno scriba greco al servizio degli
assiri, vissuto a Karatepe, in Cilicia, gli attirò critiche. Tra l’altro,
Schrott ha scritto romanzi audaci in immaginario, imprevedibili fin nel titolo
(uno di questi fa pressappoco, Racconto del vento, ovvero dell’artigliere
tedesco che circumnavigò il mondo una prima volta e poi una seconda e una terza
volta); ha vinto premi. Con Erste Erde (2016), libro di magnetica forza, ha
tentato di dire in versi la storia del mondo, dal Big Bang a oggi.
L’ultimo progetto – benché non strettamente letterario – è altrettanto
‘mostruoso’: l’“Atlante dei cieli stellati” (Atlas der Sternenhimmel),
pubblicato da Hanser lo scorso anno, raccoglie – dispiegandoli – diciassette
cieli; le costellazioni degli antichi egizi e degli aborigeni australiani, degli
Inuit, dei Tuareg e dei Boscimani. Si narra, così, la storia dell’uomo e di ogni
civiltà, a partire dal rapporto con gli astri. Quasi che il cielo sia una
bibbia, le stelle una scrittura piena di brusii, vocalizzi, grida.
Insomma, abbiamo preteso Raoul Schrott al dialogo.
Preliminari: esiste davvero il “Manuale dell’esistenza transitoria” o è frutto
della sua transitoria immaginazione?
Esiste? Tutto ciò che scriviamo e leggiamo – che sia romanzo, poesia o filosofia
– esiste: è il frutto della nostra immaginazione.
Come è nata l’idea di accostare le poesie a un trattato del XVII secolo? Qual è
stato il ‘metodo’ di costruzione del libro? Vedo, ad esempio, che le poesie non
sono disposte in ordine cronologico.
In sostanza, le poesie riferiscono di una visione atea della vita e dell’amore,
da prospettive differenti. Per me, poesia è un modo di pensare più concentrato e
compiuto: ecco perché tutti i miei libri in versi sono centrati su un tema – gli
hotel; il sublime; il sacro; l’assenza – e incorniciati da un saggio. Qui si
tratta, letteralmente, dell’arte di non credere a nulla. Per costruire un
contesto alle poesie la – sbalorditiva – breve storia dell’ateismo mi è parsa
più che appropriata.
La maggior parte delle poesie sono ritratti di individui che ostentano le loro
opinioni, plasmate dal lavoro che svolgono, dai desideri, dalle circostanze. È
una galleria di professioni (di cui ho incidentalmente dimenticato il maestro).
Sono raggruppate tematicamente, poi completate da alcuni versi tratti
dal Manuale dell’esistenza transitoria, per dare a ogni poesia un significato
ulteriore. Se crede, il modello è la Vita nuova di Petrarca (sic!).
Come costruisce le proprie poesie? Intendo: parte da un concetto, da un insieme
di parole che combaciano audacemente assieme, da una ‘scena’, da una idea
narrativa…
Tutti questi elementi concorrono: intuizione, esperienza, l’incontro con
qualcuno (il cassiere del supermercato che ho incontrato sul treno per Berlino
non smetteva più di parlare). Questi elementi consegnano, come diceva Valéry,
il vers donnés su cui poi la poesia si sviluppa in vers calculés. In queste
poesie, il calcolo provvede alle rime (comunque discrete, difficili da scovare).
Tuttavia, la parola in rima di rado ha a che fare con la parola con cui rima,
introduce un elemento imprevisto, un frammento del mondo in generale – così che
il procedere pensando deve fermarsi in stazioni diverse. Questo rende la
scrittura, almeno per me, uno stupore continuo.
Come penetra nel suo linguaggio la lingua delle origini, dei testi che ha
tradotto, Iliade, Gilgamesh, Teogonia?
La loro lingua non penetra nella mia. Tradurre quei testi, però, ha significato
comprendere la tradizione e approfondire il mestiere: per scrivere da quel
centro del presente.
Che senso ha, oggi, la poesia?
La poesia è la macchina di tutto ciò che è umano, individuale, soggettivo. Ci
pensi: i romanzi, in quanto finzione, sono menzogne realistiche (presentano una
verità in modo elegante e persuasivo, certo), narrazioni che si basano su trame
e personaggi plausibili. La poesia, invece, non può che essere veritiera;
esprime i pensieri e le emozioni più profonde: è autentica. Tutto il contrario
della plausibilità. Questo vale anche per le poesie peggiori, in cui non si
capisce un cazzo [in italiano, ndt], tanto sono autoreferenziali. Dunque:
autenticità. Inoltre: la poesia sincronizza le tre modalità cognitive
dell’essere: le immagini in cui pensiamo; il linguaggio con cui ci esprimiamo;
la musica – metro e ritmo – che corrisponde ai battiti del cuore, al ritmo del
respiro, al moto delle ciglia. Ditemi quale altra arte riesce a fare tutto
questo con così pochi mezzi!
Che rapporto esiste, a suo dire, oggi, tra poesia e storia, la poesia e
‘politica’?
Credo che la poesia sia a-storica, nella misura in cui esprime intuizioni senza
tempo (pur se fugaci), verità soggettive che nella loro individualità sono
sempre in contrasto con la storia come fenomeno di massa. La poesia è il rifugio
e l’espressione di tutto ciò che è umanamente possibile, pensabile,
sperimentabile in tutta la sua stranezza e bellezza, in tutta la sua assurdità,
in tutto il suo orrore. La letteratura è sempre a-politica e a-morale. Non si
preoccupa e non deve occuparsi delle ideologie e dell’etica di una comunità,
altrimenti diventerà agitprop, slogan, un manifesto, insomma. La letteratura – e
in particolar modo la poesia – deve esprimerci come individui, con tutte le
nostre emozioni e pensieri, positivi o negativi essi siano, senza vincoli,
liberi, per essere autenticamente veritiera. Almeno, così è sempre stato.
Mi racconti qualcosa del suo “Atlante dei cieli stellati”: come nasce il
progetto, perché, come si insinua nel suo lavoro poetico?
L’Atlante dei cieli stellati non ha a che fare con la mia scrittura. A parte la
visibile poesia che raffigurano le costellazioni, è un lavoro accademico: come
professore di letteratura comparata ho compiuto ricerche per rintracciare i
cieli stellati di diciassette diverse culture del pianeta. Benché l’Unesco li
abbia dichiarati patrimonio culturale immateriale dell’umanità, non sono mai
stati studiati in modo esauriente: le costellazioni, graficamente ricostruite;
il simbolismo e la sapienza che le accompagna; la storia della tradizione
astronomica che le spiega; i miti delle origini che narrano la creazione del
cielo e della terra, del sole, della luna, delle stelle. Ci sono voluti sette
anni di lavoro per ricostruire il cielo dei babilonesi e dei cinesi, degli inuit
e dei boscimani, degli inca e degli arabi, dei tahitiani e dei maori… ciò che
questa ricerca ha prodotto (con mio grande stupore) sono settantamila anni di
storia culturale di cui nessuno sapeva nulla.
*In copertina: Raoul Schrott in un ritratto fotografico di Barbara Seyr
L'articolo “L’assoluto opera nel nulla”. Dialogo con Raoul Schrott proviene da
Pangea.
Qualcun altro per lui ha seminato bene crepuscoli. Sotto lo sguardo vigile di
Cerbero, vendemmia grappoli di tenebra nei suoi occhi prima ancora che nel
cielo. Al ritmo di un precipitare, dà coordinate esatte alla disperazione.
Grodek, 1914, novanta commilitoni squarciati nella carne e nell’anima che
chiedono sollievo e l’inutile perché di una guerra: troppo esili le sue spalle
per farsi carico di quel dolore, solo e senza farmaci – non resta che spingere
la prosodia fino alle porte dell’Orco per strapparla un’ultima volta alla sua
morsa. C’è Grete, “oscuro amore/ d’una selvaggia stirpe” e solo per questo casa
vuol dire ancora qualcosa. Compagna di sangue e di abisso; sorella di
un’innocenza che hanno perduto insieme, mano nella mano. Distilla bagliori
autunnali in punta di dita, come “oro di stelle cadute” (Al fanciullo Elis).
Si cammina in giorni bui come nei boschi fitti – che riparo c’è, dove –, nella
stagione signora del freddo e delle foglie ingiallite, non si capisce, nel tempo
che impiegano a cadere dondolando, se la musica muta che le muove è giuramento
di una prossima, lontana rifioritura o memoria volatile di un verde
irripetibile. L’eterno, ciclico incedere pare spezzarsi e le pupille inchiodano
un tramonto dove anche Dio, per un istante tutto umano, si raccoglie in
solitudine al termine della battaglia quotidiana col poeta. L’orlo di un
bicchiere di vino promette naufragi di porpora per domande troppo oscure, mentre
il sambuco tace e “presto s’annideranno stelle nelle ciglia dell’estenuato”
(L’autunno del solitario).
Georg Trakl, nato dipartito. Con perizia di aruspice indaga le viscere del
mondo, in un allucinato andare e tornare tra sogno e veglia ma sempre verso sé
stesso, come scrive in una lettera ad Irene Amtmann. L’amico fraterno Karl
Kraus, il bianco pontefice della Verità in una poesia a lui dedicata, non
comprende del tutto come Georg possa vivere. E infatti, come si vive quaggiù non
essendo di quaggiù? Sempre straniero in questa distesa sublunare che lacrima
sangue nel clamore delle armi, dentro il quale tutti gli orizzonti cortissimi
dell’eclissi del sacro cadono uno dopo l’altro, anche loro come soldati.
L’indigenza dell’arrischiato, scritta con la calma dei passi inesorabili, è la
frantumazione del centro. Schegge di uno specchio rotto, le immagini familiari
(la casa, un vecchio album di famiglia, il padre, la madre, etc…) sono ombre e
volti di pietra; tutte le cose, dice Trakl, tacciono mentre gli enigmi
dell’anima si sottraggono ad una chiarezza.
Nella poesia di Trakl – secondo Angelo Lumelli giocata tutta contro le
aspettative del discorso – il poeta raccoglie e accoglie come compagnia, lungo
la strada della parola, fantasmi, cioè silenzi che non redimono le domande più
ostinate, rinunciando a scioglierle in risposte comode ma fragili. Sacrifica la
tentazione di dire l’indicibile e per questo apre varchi ad azzurri diversi da
quelli del pensiero.
[…] Sotto cupi abeti
due lupi mescolavano il loro sangue
in abbraccio pietroso; d’oro
si perdeva la nuvola sul varco,
pazienza e silenzio dell’infanzia.
Di nuovo s’incontra il tenero cadavere
Sullo stagno del Tritone
Assopito nella sua chioma di giacinto.
Oh finalmente s’infrangesse il fresco capo!
Ché sempre segue, azzurra fiera,
un occhieggiare tra ombre crepuscolari d’alberi,
questi varchi più bui
vegliando e mossa da notturna armonia,
dolce delirio;
o suonava di oscura estasi
piena la musica
ai freschi piedi dell’espiatrice
nella città di pietra.
Cosa va distruggendo in poesia, mentre tocca ad una “fiera azzurra” la custodia
dell’”armonia degli anni spirituali” (Declino dell’estate)? Qui disperazione non
è semplicemente sprofondare; è il tentativo di recuperare la durata, di
strappare la vita alla marcescenza dell’epoca.
Ogni grande poeta va capito nel paradosso. Proprio perché si sottrae alle
allodole del discorso, Trakl non canta la morte, ma dice, sanguinando, dunque
proprio morendo, la vita. Al piano di sopra, noi che non siamo poeti e crediamo
di essere al riparo dei paradossi, dei loro agguati, chiamiamo vita
quest’andatura più o meno ordinata, regolare, ignari che c’è un poeta, proprio
dove non osiamo scendere, pronto ad ingaggiare per il troppo amore quel duello
decisivo contro il sole falso che abbiamo posto a misura dei nostri destini
traditi. Sui passi di quella fiera azzurra, torna il poeta verso la sua
infanzia, verso sé stesso con sfrontatezza da angelo caduto.
III
Voi grandi città
innalzate di pietra
Sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontane albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.
(Occidente)
(I versi citati sono nella traduzione di Leone Traverso)
Livia Di Vona
L'articolo “Azzurra fiera”. Inseguire Georg Trakl nel suo allucinato andare tra
sogno e veglia proviene da Pangea.
In questo momento storico esagitato, ora che il mondo che credevamo di conoscere
si sta rivelando non essere affatto come credevamo che fosse, svincolatosi dalle
leggi che credevamo lo governasse, in questo momento storico forsennato in cui
si svela che il mondo ha smesso da così tanto tempo di essere regolato dalle
leggi che credevamo lo governassero da rivelarsi praticamente a tutti così com’è
diventato, come sta diventando, per tutti intendo anche me che sono uno tra i
tutti, tutti tranne quei relativamente pochi che lo sanno da chissà quanto tempo
che le regole del mondo sono cambiate, che il mondo ha infranto le regole
precedenti e ne sta rodando delle nuove, che io non so affatto quali siano ma
che spero ci siano, senza regole quali che siano il gioco del mondo
semplicemente si fermerebbe invece il mondo gioca eccome, in questo momento
storico prepotente e angosciante, apocalittico, omicida a livelli più che
novecenteschi, ma progresso ormai non significa altro che aumento
dell’intensità, del profitto e del danno, in questo momento storico che sarà
storico anche lui come lo sono stati tutti quelli primi e che a me,
personalmente, non piace lungo i suoi sommi capi, io leggo Ludwig
Hohl, Note, Marcos y Marcos, e grazie a Ludwig Hohl – che nel 1980 curò una
nuova edizione delle note “scritte nei tre anni che vanno dal 1934 al 1936,
durante i quali vissi in Olanda in uno stato di assoluto isolamento
spirituale” – ora so che la lettera tedesca ß, cioè la doppia S tedesca, si
chiama Eszett o scharfes S (fonte: Wiki), lo so perché Hohl nella Nota
3 della Parte VI – Scrivere scrive: “Quanti leggono oggi Lichtenberg o
Kaßner?”.
Io non ho mai letto né l’uno né l’altro ma se cercare Lichtenberg su Google è
stato semplice non lo è stato per Kaßner: intanto dovevo capire come si
inserisse il carattere ß, non ho mai usato il carattere ß, e anche una volta
copiato online il carattere, una volta inserito sul motore di ricerca Kaßner,
niente, nessun responso, perché l’occorrenza vale per Kassner, Rudolf Kassner:
che piacque molto a Rilke oltre che a Hohl, si scopre navigando navigando, e
Hohl su Rilke? Da una nota alla Nota 4 sempre della Parte VI – Scrivere: “Mi
riferisco qui al tardo Rilke. E anche costui, allorché scrissi questo testo,
venne da me sopravvalutato.”
In questo momento storico allarmato, valicato, sbeffeggiato, trucidato e molto
molto molto commentato posso ancora addormentarmi la notte contento di aver
imparato la lettera nuova di una lingua che non parlo, la ß che si pronuncia
come una doppia esse in italiano e che allora potremmo ereditare, in questi
tempi di scrittura stringata, raccorciata, stritolata, politicamente pudibonda,
reticente, vieppiù omertosa, potremmo scrivere taßo e rifleßo e aßaßinio o, per
bypaßare la censura delle piattaforme così perbenino a modo loro, per non temere
di eßere derankizzati potremmo scrivere seßo quando avremo voglia di parlare di
seßo – siccome parlare è già un po’ un fare e siccome è indubbio che qualcosa
aßolutamente dobbiamo fare in questo momento storico demenziale, oßeßionato,
impanicato, frustrato, esploso.
Che fare? Leggere Hohl, per esempio.
antonio coda
L'articolo Che fare? Leggere Hohl in faccia a questo mondo assassino. Ovvero,
sul senso della lettera ß proviene da Pangea.
Il primo colpo di tosse sembra niente. Poi mano a mano il corpo si agita, sente
un’occlusione dei canali respiratori. Il fiato si fa corto, l’esofago si
stringe, come una mano che schiaccia la gola. Le contrazioni toraciche diventano
più insistenti, la tosse più grassa – reagisce a un’improvvisa pressione sui
polmoni. Nella bocca un sapore di ruggine, ferroso. La temperatura del corpo
sale: una costante febbre che dà spossatezza, perdita d’appetito, veloce
dimagrimento. Un bacillo potrebbe aver attaccato il sistema immunitario. Ma che
sia tubercolosi non è affatto detto. Potrebbe essere un’influenza più aggressiva
del normale, forse addirittura una polmonite. Solo che, stando alle statistiche,
quasi due miliardi di persone è contagiata dal mycobacterium tuberculosis, ma
soltanto il 5% svilupperà la malattia in maniera attiva nella propria vita. È la
prima delle scoperte a cui giunge Hans Castorp andando a trovare in sanatorio
suo cugino Joachim: la malattia non è una condizione di eccezionalità. Malati lo
siamo tutti. La differenza è il modo in cui assecondiamo e accogliamo quella
condizione; come dire, la nostra predisposizione a lasciare che la malattia
agisca sul nostro sistema vitale.
Quando, l’8 maggio del 1936, Thomas Mann viene invitato a Vienna a tenere un
discorso per l’ottantesimo compleanno del padre della psicanalisi, Sigmund
Freud, a un certo punto afferma che quando incontrò la sua opera si accorse che
due questioni significativamente lo legavano all’autore dell’Interpretazione dei
sogni: l’amore per la verità e la malattia come mezzo di
conoscenza. Tralasciando la prima questione, sulla seconda Mann sottolinea:
> «Ad ogni pagina sembra insegnarci che nessun profondo sapere è possibile senza
> quell’esperienza, premessa e condizione di ogni più alta salute. Anche questo
> senso potrebbe quindi ricondurre a Nietzsche, se non fosse piuttosto
> strettamente congiunto con l’essenza stessa dell’uomo spirituale in genere e
> del poeta in ispecie, anzi, con l’essenza stessa di tutta l’umanità, per quel
> che v’ha in essa di specificamente umano e di cui il poeta è l’espressione
> esagerata ed estrema. […] L’uomo è stato definito “animale malato” a causa
> delle tensioni e delle difficoltà, che sono il suo peso e il suo privilegio, a
> lui imposte dalla sua posizione stessa, intermedia fra natura e spirito, fra
> angelo e bestia».
Si colga, nel ragionamento, questa continua dualità che Mann estremizza. L’uomo
è un “animale malato”, e quella malattia è un “peso” e al contempo un
“privilegio”, perché la sua posizione è in continua tensione tra “natura” e
“spirito”, tra “bene” e “male”. L’uomo è malato perché è tale nella sua essenza.
Quello che si presenta come il sintomo di un improvviso disfunzionamento
dell’organismo non fa che mettere in evidenza un difetto spirituale. È
l’argomento della Montagna magica quello di comprendere quale sia il legame tra
queste due forme di instabilità, in che modo coincidano una malattia del corpo e
una della psiche, e come questa possibile coincidenza, o questo dissidio
indissolubile e inscindibile, possano aprire le porte di quel mistero insolubile
che è l’uomo in quanto tale.
*
La genesi del romanzo è piuttosto nota. Dal 15 maggio al 13 giugno del 1912,
Mann accompagna sua moglie in un sanatorio a Davos per farla curare da una
sospetta tubercolosi. In quel periodo stava terminando La morte a
Venezia. L’esperienza del sanatorio comincia a ispirarlo, ma per molto tempo
quello che ha in mente è una novella, una sorta di appendice al romanzo di
Aschenbach. Nel ’14 scoppia la guerra e l’attenzione di Mann si volge a
questioni che reputa più urgenti per il destino dell’Europa intera. Solo alla
fine del primo conflitto mondiale – che molto influì sulle pagine
della Montagna – il lavoro riprende con costanza e si complica. In una pagina di
diario del 1919 Mann scrive:
> «Penso frattanto che sia davvero questo il momento giusto per riprendere in
> mano lo Zbg [Montagna magica]. Durante la guerra sarebbe stato troppo presto,
> ho dovuto interrompere. La guerra doveva prima manifestarsi chiaramente come
> inizio della rivoluzione, il suo epilogo doveva non soltanto aver luogo ma
> anche mostrarsi come epilogo fittizio. Il conflitto tra reazione (simpatia per
> il Medioevo) e illuminismo umanistico è assolutamente storico e antecedente
> alla guerra. La sintesi sembra trovarsi nel futuro (comunista): il nuovo
> consiste sostanzialmente in una nuova concezione dell’uomo come sintesi di
> corpo e spirito (superamento del dualismo cristiano di anima e corpo, Chiesa e
> Stato, morte e vita), una concezione sorta anch’essa, del resto, prima della
> guerra. Si tratta della prospettiva riguardante il rinnovamento in chiave
> umanistica del regno di Dio cristiano, cioè di un regno di Dio in qualche modo
> umanamente compiuto e trascendente e, dunque, spirituale e corporeo: tanto
> Burge [il nome definitivo sarà Naptha nel romanzo], quanto Settembrini, con le
> loro tendenze, hanno allo stesso tempo ragione e torto. Il fatto che Hans
> Castorp venga dimesso per la guerra significa che è dimesso per partecipare
> all’inizio delle lotte per il nuovo, dopo che ha assaggiato pedagogicamente le
> sue componenti, quella cristiana e quella pagana».
*
Andiamo per gradi. Per Hans Castorp, un giovane studente di ingegneria navale,
orfano di madre e di padre, rimasto sotto la tutela dello zio, quella montagna
che raggiunge per andare a far visita al cugino Joachim, ospite del sanatorio da
qualche tempo, è un mistero. Un mistero che egli pensa di risolvere in sole tre
settimane. Eppure, fin dal suo arrivo, fin dalla prima sera, percepisce che il
suo corpo sta reagendo a qualcosa, il volto gli va in fiamme, come se fosse
stato sorpreso da un’improvvisa febbre. Una condizione che non lo mollerà per
giorni, nonostante la strafottenza di negare qualsivoglia disturbo, quasi
sentisse di vivere una doppia vita, una organica, che gli pare addirittura
autonoma, l’altra di emozioni.
> «La cura del riposo mi sta bene, la faccio volentieri come tutti, ma misurarsi
> la febbre sarebbe un po’ troppo per un ospite in visita, lo lascio volentieri
> a voi di quassù. Se solo sapessi […] perché mai ho queste continue
> palpitazioni…. È un fatto inquietante, ci sto pensando da un bel po’. Le
> palpitazioni vengono di solito quando siamo in attesa di una particolare gioia
> o quando siamo in apprensione, insomma, quando sono in gioco le emozioni, non
> ti pare? Ma se il cuore ti comincia a battere da solo, senza motivo e senza
> scopo, per conto suo, diciamo, trovo che sia una cosa perturbante, comprendimi
> bene, è come se il corpo se ne andasse per la sua strada e non avesse più
> alcun rapporto con l’anima o fosse, per così dire, morto pur non essendo
> veramente morto… […] è, piuttosto, come se il corpo conducesse una vita molto
> intensa, ma totalmente autonoma».
«Come se il corpo», dichiara Castorp, «non avesse più alcun rapporto con
l’anima». Questo scollamento è il principio di un dualismo su cui Mann ragiona
per tutto il corso del romanzo. È un dualismo stratificato, risultato di una
condizione che prevede un processo conoscitivo. Un dualismo da cui Castorp
sembra ossessionato, che sente di dover continuamente ricercare, scardinare,
addirittura farsene sedurre. Il primo segno viene appunto dal corpo, da uno
stato percepito fisicamente ma non ancora psichicamente. Quasi che il corpo
vivesse una vita sua propria, quasi che la psiche percepisse un attimo dopo
quello che il corpo suggerisce.
Ora però ci sarebbe da capire se la malattia che il corpo suggerisce era
qualcosa che preesisteva o è stata la montagna a scatenarla. O ancora, la
malattia del corpo la montagna l’ha provocata o l’ha soltanto manifestata? La
questione non è faccenda intellettualistica. Hans parte con un falso scopo, o
con un pretesto, una visita di piacere a suo cugino. Non nutre coscientemente
alcun bisogno di cura. Il suo problema, un problema che presto emergerà, è
l’assenza stessa di uno scopo, di una ragione di vita. L’allontanamento da
Amburgo, o dalle zone basse, verso “quelli di lassù”, verso la montagna, non è
che un tentativo incosciente di allontanarsi da un problema esistenziale. Il
primo segno che quello spostamento – quella ricerca – gli concede, è appunto il
manifestarsi di un disagio fisico. Il corpo per primo, voglio dire, segnala un
disagio di cui non si conosce la natura, o la causa.
A sottolineare fin da subito la questione della malattia come qualcosa di fisico
e psichico nello stesso tempo è nel romanzo il dottor Krokowski quando incontra
per la prima volta il nuovo arrivato Castorp, il quale però dichiara di essere
perfettamente sano.
> «Sul serio? Ma allora lei è un fenomeno più che degno di essere studiato!
> Perché una persona perfettamente sana io, finora, non l’ho mai incontrata. […]
> Dunque non intende approfittare qui di nessun trattamento medico, né fisico né
> psichico?».
Del resto è il dottor Krokowski che mensilmente tiene nel sanatorio delle
conferenze di carattere psicanalitico, una sorta di Freud sceso nel regno dei
morti a mostrare l’abisso in cui tutti gli ospiti del sanatorio si trovano, non
solo per lo spazio che abitano – uno spazio definito spesso nel romanzo fuori
dalla vita –, ma per come la malattia li abbia messi in relazione con quella
parte dello spirito che è la zona d’ombra di ognuno, quella da cui scaturiscono
tutti i dolori di cui si sente il peso ma di cui non si individua l’origine. Di
discesa nel regno dei morti parla anche uno dei personaggi principali del
romanzo, il letterato italiano allievo di Carducci, l’illuminista, il massone
Settembrini,
> «lei non è dei nostri? È sano, ed è solo ospite qui, come Odisseo nel regno
> delle ombre? Che audacia, discendere nelle profondità dove dimorano i morti,
> privi di sensi, e le ombre degli uomini estinti […] Siamo esseri del profondo
> abisso».
Il fatto che la montagna e il sanatorio rappresentino il regno delle ombre, un
abisso, un luogo frequentato da morti, o da quei vivi che abitando totalmente la
malattia si sono posti fuori dalla vita, che vuol dire fuori da un tempo
ordinario, pone tutta la “scena” del romanzo in una condizione onirica. Ma forse
è ancora qualcosa di diverso. Se il corpo, in quello spazio onirico, manifesta
un disagio, un disagio tale da rendere impossibile un ritorno tra “quelli di
laggiù”, dove la vita continua, è perché la montagna ha ordito il suo
incantesimo, il suo sortilegio. La malattia di cui tutti soffrono e per la quale
muoiono, è reale e irreale nello stesso tempo; o meglio: è doppiamente reale. Da
una parte il corpo, manifestando il proprio disagio respiratorio – manca l’aria,
si tossisce, si sputa sangue –, rende impossibile una qualsiasi fuga. Il corpo
malato è una sorta di trappola. Dall’altra, in quel particolare carcere che è la
montagna, il corpo concede, con il suo disfunzionamento, con la sua malattia, di
entrare in un’altra forma di malattia, quella per cui gli abissi divengono una
condizione assolutamente soggettiva. Pare addirittura che nessuno degli ospiti
di quel sanatorio voglia veramente curarsi. Ognuno sembra fare i conti con la
propria malattia, diversa e uguale per tutti. Se la malattia del corpo di cui
tutti soffrono è la tubercolosi, quella specifica malattia dei polmoni e del
respiro, dall’altra, quella malattia del corpo ha aperto a ciascuno una crepa
dentro la propria specifica malattia. Quando Castorp è costretto a riconoscere
di essere anche lui malato, che non potrà quindi lasciare il sanatorio, dichiara
di essere sorpreso e nello stesso tempo di non esserlo:
> «Che io sia un po’ malato è per me una sorpresa, certo per prima cosa dovrò
> adattarmi a questo, a sentirmi un paziente tale e quale a voi, e non, com’è
> stato finora, un semplice ospite. Al tempo stesso, però, la cosa quasi non mi
> sorprende, perché in verità non mi sono mai sentito magnificamente bene. […]
> Comunque sia, sto qui sdraiato da ieri e non faccio che riflettere su come mi
> sono sempre sentito, su quale è stato il mio rapporto con ogni cosa, con la
> vita e con le sue esigenze […] Ebbene tutto questo, penso, deriva dal fatto
> che anch’io ho una crepa e fin dall’inizio mi sono inteso con la malattia».
Gli studi che Hans Castorp compie per occupare il tempo del riposo, quelle ore
che sono necessarie in sanatorio alla cura, quelle ore che sono pure uno dei
modi per scandire un tempo sospeso dalla vita, non sono studi umanistici, né
tantomeno riguardano la materia di cui è esperto, l’ingegneria. Si tratta di
libri di anatomia, fisiologia, biologia. Castorp vuole comprendere il
funzionamento del corpo umano. Non solo. Vuole capire cosa ci si nasconde
dentro, di cosa sia composto, fino a dove la scienza può giungere a conoscere la
più piccola parte del nostro organismo. E da cosa, questa parte infinitesimale
di noi che ci abita, sia nata. Castorp, attraverso la malattia, attraverso lo
studio del corpo, attraverso la scienza anatomica, vuole comprendere cosa sia
esattamente la vita e da cosa essa nasca. E ciò che arriva a comprendere è che
la stessa scienza ammette che la vita nasca da una non vita, da qualcosa che non
è possibile definire scientificamente.
> «L’idea che la vita fosse nata da ciò che non ha vita, era impossibile da
> respingere, e lo iato che nella natura esterna si cercava invano di chiudere,
> quello tra vita e assenza di vita, quello iato doveva essere colmato o
> superato in un qualche modo all’interno, un interno organico, dalla natura. A
> un certo momento la divisione doveva condurre a unità composte, sì ma non
> ancora organizzate, che mediavano tra vita e non vita, gruppi di molecole che
> costituivano il passaggio tra forma di vita e semplice chimica. Giunti però
> alla molecola chimica, ci si trovava in prossimità di un abisso che si
> spalancava assai più misterioso di quello posto tra natura organica e
> inorganica: un abisso vicino a quello che si apre tra realtà materiale e
> immateriale».
La questione è qui. Quello di cui la malattia ci informa attraverso il corpo è
che l’elemento vitale che ci sostiene è qualcosa che faticheremo a chiamare
vita. Proprio la sua impronunciabilità rende la nostra stessa vita un enigma.
Quello che Castorp comprende è che la malattia del proprio corpo gli ha concesso
di scendere in un territorio in cui non è più il corpo a gestire. Ovvero, la
malattia del corpo gli ha fatto toccare quell’elemento inorganico e immateriale
che la scienza non saprebbe definire se non come non vita ma che pure,
misteriosamente, ci determina. Castorp tocca, con l’esperienza della malattia,
il segreto che tutti possediamo. Lì, nascoso dentro di noi, tra materia organica
e inorganica, dove la non vita genera vita, esiste un’energia segreta che lega
il corpo allo spirito, la vita alla morte. Proprio lì, in quella “crepa”, dentro
quel segreto, c’è la nostra psiche. È questo il momento in cui Castorp
percepisce che ogni uomo custodisce e alimenta la propria follia.
*
Mi si conceda una digressione. Da un po’ di tempo ho questa cosa in testa.
Penso a come sia nato il romanzo moderno, dico alle cause che hanno fatto in
modo che le forme si spezzassero, che la voce cambiasse, che la lingua seguisse
l’ellissi di una immaginazione che si costruisse dall’interno e non solo, o non
più dall’esterno. Le cause, quindi. Quelle conclamate, la scoperta della
psicanalisi e lo scoppio della Grande guerra. Due “eventi” talmente grandi da
somigliare a una rivoluzione. Naturalmente a questi andrebbe aggiunta la
“questione scientifica”, la relatività, la concezione del tempo e tutto quello
che ne consegue in termini filosofici. Poi, leggendo Mann, ho cominciato a
pensare alla malattia, a questa specifica malattia che è stata la tubercolosi,
che si è scatenata tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento. Una
malattia, per così dire, democratica, che ha colpito chiunque, ricchi e poveri,
e anche molti artisti (Kafka, Gozzano, Scipione, tanto per citarne alcuni).
Ecco, pensavo, la tubercolosi come malattia dei polmoni, come disturbo del
respiro. E il respiro è la voce. Ho pensato, voglio dire, che dovrà aver
significato certo qualcosa il fatto che si morisse così diffusamente per assenza
di respiro, per un difetto della voce. Avrà dovuto certo significare qualcosa in
termini di immaginario collettivo, tanto da trasformare una malattia del respiro
in un disturbo della psiche. Qualcosa che andava curato allontanandosi dalla
vita, cercando uno spazio altro, creando di conseguenza il “mito”
dell’isolamento. Quanti sanatori nella storia della letteratura moderna. Spazi
fuori dalla vita. Luoghi di cura che scatenano l’immaginazione. Quella specifica
immaginazione che moltiplica le possibilità dell’io, trasformando l’io in una
molteplicità. Luoghi di cura come spazi mentali, in cui il tempo si deforma, si
relativizza. Spazi in cui si fa esperienza della morte, in cui la morte si
affaccia alla vita come un soffio, un respiro, una voce appunto. E non è
la Montagna magica il risultato più alto di questa concezione romanzesca?
Thomas Mann (1875-1955)
*
Sappiamo che la stesura della Montagna magica fu interrotta per un certo periodo
da Mann per la scrittura di una conferenza che darà vita a un saggio
particolarmente significativo, quello che avrà come titolo Goethe e Tolstoj. È
chiaro che Mann fosse pienamente dentro l’oggetto di indagine
della Montagna anche mentre scriveva di altro, e infatti troviamo una pagina che
molto dice anche del romanzo, proprio a proposito della malattia:
> «La malattia ha un doppio volto e un doppio rapporto con ciò che è umano e con
> la sua dignità. Da un lato essa è nemica di questa dignità in quanto accentua
> troppo fortemente l’elemento corporeo e, col respingere e rigettare l’uomo nei
> confini del corpo, lo disumana e abbassa al semplice corpo. D’altro lato
> tuttavia è possibile pensare e sentire la malattia come qualche cosa di
> altamente degno dell’uomo. Se infatti sarebbe troppo arrischiato dire che la
> malattia è spirito e più ancora […] che lo spirito è malattia, tuttavia questi
> concetti hanno molto di comune fra loro. Spirito infatti è orgoglio,
> un’opposizione […] alla natura, che tende a emanciparsi, sciogliersi,
> allontanarsi, estraniarsi da essa; spirito è ciò che contraddistingue l’uomo,
> questo essere che si sente in alto grado sciolto dalla natura, a lei opposto,
> diverso da tutti gli altri esseri organici. Il problema quindi, il problema
> aristocratico è di sapere se l’uomo sia tanto più altamente uomo quanto più è
> sciolto dalla natura, cioè quanto più è malato. Infatti, che cosa sarebbe la
> malattia se non separazione dalla natura?».
Si è detto di una dualità che Mann ossessivamente sottolinea per tutta la
narrazione; una dualità che per Hans Castorp è prima di tutto ricerca; una
dualità che nel romanzo è personificata dai due pedagoghi ospiti del sanatorio,
che Castorp avvicina stringendo con loro un legame, come volesse vivere
esternamente un conflitto che lo abita, come avesse bisogno della loro
dialettica per risolvere una crisi a cui non sa ancora dare una lingua, una
voce: il letterato compagno del progresso Settembrini, che immagina un
rinascimento umanistico illuminato, razionale, e il gesuita Naphta, il quale ha
in disprezzo il corpo e, si direbbe, la stessa vita sulla terra per un’idea di
vita più alta, totalmente spirituale. In una delle loro infinite discussioni –
discussioni insopportabilmente lunghe alle volte, su cui Mann calca pesantemente
il ragionamento, mostrando un eccesso di intenzione – leggiamo delle pagine che
mettono in evidenza, quasi con le stesse parole, quanto aveva pronunciato nella
conferenza su Goethe e Tolstoj.
> «Il signor Settembrini, disse, l’aveva completamente conquistato con quella
> sua plastica teoria. Perché si poteva dire quello che si voleva… e qualcosa da
> dire c’era, ad esempio che la malattia costituiva una condizione esistenziale
> di ordine superiore e dunque aveva in sé un che di solenne… ma certo è che la
> malattia, disse, enfatizza il corpo in modo eccessivo, per così dire rimanda e
> rinvia l’uomo al suo corpo in tutto e per tutto, tanto da nuocere alla sua
> dignità fino ad annientarla, in quanto, appunto, degrada l’uomo a semplice
> corpo. La malattia è perciò disumana. Naphta ribatté subito che la malattia,
> invece, era sommamente umana; giacché essere uomo significava essere malato.
> L’uomo è, in verità, essenzialmente malato, proprio la sua malattia lo rende
> umano, e chi lo vuole guarire, chi vuole indurlo a fare pace con la natura, a
> ritornare alla natura (quando, invece, mai egli è stato naturale), tutti quei
> fanatici della rigenerazione, quei consumatori di cibi crudi, quei naturisti,
> quei fanatici dei bagni di sole e così via che se ne vanno in giro come
> profeti, tutti quei tipi alla Rousseau ad altro non mirano che a
> disumanizzarlo e abbrutirlo… Umanità? Nobiltà? È lo spirito a distinguere
> l’uomo, questo essere in sommo grado separato dalla natura, il quale sente se
> stesso radicalmente antitetico a tutto il resto della vita organica. Nello
> spirito, nella malattia è riposta la dignità dell’essere umano, la sua
> nobiltà: egli è, in una parola, tanto più uomo quanto più è malato, e il
> genius della malattia è più umano di quello della salute. […] Il signor
> Settembrini ha sempre la parola “progresso” sulle labbra. Come se il
> progresso, ammesso che una cosa del genere esista, non dovesse la sua
> esistenza unicamente alla malattia e cioè: al genio… e in quanto tale altro
> non fosse, appunto, che malattia! Come se i sani di ogni tempo non avessero
> vissuto delle conquiste dalla malattia! Ci sono state persone che
> consapevolmente e volontariamente si sono abbandonate alla malattia e alla
> follia per guadagnare all’umanità conoscenze che divennero preziose per la
> salute dopo esser state acquisite attraverso la follia, e il cui possesso e
> godimento, dopo quell’eroico sacrificio, non è più stato condizionato né dalla
> malattia né dalla follia. È questa la vera morte sulla croce…».
Siamo nell’abisso del romanzo, nel suo conflitto. La malattia come regressione
dell’umano a puro corpo o come sintomo della sua superiorità rispetto a tutti
gli elementi organici? Malattia come regressione allo stato naturale o come
elevazione spirituale? La malattia, in definitiva, come seduzione della morte o
come sorgente di una vita più elevata, fuori dai canoni ordinari (quella vita
ordinata e borghese da cui Castorp – e lo stesso Mann – proviene)? È chiaro che
questo dualismo che nel romanzo si presenta in forma tanto netta, addirittura
personificata nelle figure di Settembrini e Naphta, non troverà,
dialetticamente, cioè filosoficamente, alcuna sintesi, alcuna soluzione
condivisa. Settembrini e Naphta non discutono veramente, piuttosto monologano,
esponendo la loro granitica posizione, la loro specifica filosofia. Questo li
rende tanto insopportabili. Castorp è una spugna, si fa sedurre da entrambi, non
ha un’idea sua propria, somiglia a una pagina bianca ancora da scrivere, è un
uomo che si forma e che per formarsi ha accettato di liberarsi dalla vita
ordinaria che conduceva, di scendere negli abissi della montagna, di riconoscere
dentro di sé questo principio di malattia per cui ancora non è in grado di dire
se si regredisca o ci si elevi. Ma finché ascolterà discutere, finché lui stesso
discuterà di malattia, di natura e di spirito, di vita e di morte in termini
puramente intellettuali, non sarà in grado di conoscere la realtà di quanto egli
stesso sta facendo esperienza – l’istinto alla vita unito all’istinto di morte
–: non entrerà mai nella verità della sua stessa follia.
*
È la quinta parte del romanzo quella in cui Mann fa vivere al suo Hans Castorp
un’esperienza di reale abbandono. Anche se per fargliela vivere sembra metterlo
prima alla prova, quasi facendogli toccare con mano il rischio in cui incorre. È
l’esperienza della morte quella che Castorp, prima di abbandonarsi alla propria
follia, deve conoscere, per questo, nel paragrafo intitolato “Danza macabra”,
sentirà il desiderio di accudire gli ospiti del sanatorio che non hanno più
speranza di vivere. «Ti rivelerò un mio proposito», confessa Hans a suo cugino
Joachim,
> «Qui viviamo porta a porta con gente che muore, con dolori e sofferenze
> strazianti, e non solo ci comportiamo come se la cosa non ci riguardasse
> affatto, ma veniamo protetti e risparmiati proprio per far sì che non entriamo
> in contatto con queste cose e non vediamo nulla […] Ebbene, quel che mi
> propongo per l’avvenire è di occuparmi un po’ di più dei malati gravi e dei
> moribondi che si trovano in sanatorio, mi farà bene…».
Mann crea una sorta di ambiguità. Proprio in quello che chiama il luogo delle
ombre, l’abisso, il regno dei morti, insomma la montagna e il suo sanatorio, la
morte viene celata, nascosta, occultata. Non è un’ambiguità priva di senso. Se i
vivi fossero consapevoli della propria morte imminente non riuscirebbero a
immaginare qualcosa che li tenga in vita, o a credere che quello spazio fuori
dal tempo che li ospita somigli alla vita di “quelli di laggiù”. Ma c’è altro.
Vale, come nel caso degli studi scientifici che Castorp ha compiuto (e proprio
nel paragrafo precedente, intitolato “Ricerche”), lo stesso principio per cui la
vita nasce da una non vita, da quell’abisso che non si è in grado di riconoscere
e di spiegare.
La morte, in sanatorio, è occultata ai vivi affinché essi non vedano cosa li
tiene in vita; li tiene in vita proprio perché è qualcosa di sottratto alla
vista. I vivi restano in vita perché altri, nelle loro stesse condizioni, non
muoiono, ma scompaiono. I morti, nel sanatorio, sono la rimozione stessa di chi
ancora vive. È dentro questa rimozione che Hans ha necessità di scendere; solo
vivendo l’abisso di ciò che è occultato può conoscere la vertigine che gli
spalanca la doppia realtà della malattia. Non è un caso che dopo la “Danza
macabra” quell’esperienza finalmente avvenga nella “Notte di Valpurga”, con
riferimento a una tradizione dell’Europa del Nord nella quale si festeggiava la
Santa Valpurga, protettrice delle streghe e della magia.
Nel romanzo siamo nella sera del martedì grasso, è carnevale, e nel sanatorio si
entra in un’atmosfera di festa e di magia, tanto che Mann cita dei versi
del Faust di Goethe: «Ma pensate che il monte è pazzo di magia/, Oggi, e se un
fuoco fatuo vi indica la via/ Non dovete aver troppe pretese». Quasi che Mann
stesse avvertendo i suoi lettori di uno stravolgimento delle leggi della vita;
che il contesto che sta per raccontare non può seguire le stesse regole a cui
siamo abituati, e a cui sono abituati gli ospiti del sanatorio. Il primo segno
di questo stravolgimento è linguistico. Tra i malati è concesso, per via di
quella festa, per via della magia che stanno vivendo, di darsi del “tu” anziché
del consueto “lei”, quasi che le distanze, in virtù delle maschere che tutti
indossano, possano essere annullate. Annullate, s’intende, ancora con una forma
di occultamento, perché a parlarsi l’un l’altro non sono gli stessi individui
che ogni giorno si incontrano nella sala da pranzo o in quella da gioco, ma
appunto le maschere che ognuno di loro indossa.
È in virtù di quelle maschere che Hans riesce ad avvicinare, dopo sette mesi di
desiderio muto e palpitazioni, la donna che segretamente ama, la russa Clawdia
Chauchat, ospite del sanatorio già per la terza volta e in procinto di tornare
alle terre basse il giorno successivo alla festa. La stessa Clawdia che
annunciava la sua presenza nella sala mensa facendo sbattere la porta
d’ingresso. E non si tratta di un gesto, di un segno di poco conto.
Quell’incuranza era una rottura delle leggi del decoro e del buon comportamento.
Se Castorp odiava sentire sbattere le porte ora è costretto ad ammettere che
quel segno di rottura era una possibilità di liberazione e di abbandono; quasi
che solo accettando quella “crepa” nell’ordinario fosse possibile aprirsi a una
conoscenza più profonda.
Quando la ragazza entra nella sala, in quel mondo carnevalesco capovolto, la
cosa che Castorp nota sono prima di tutto le parti del corpo che il vestito
lascia scoperte:
> «La completa, accentuata e abbacinante nudità delle splendide membra di
> quell’organismo intossicato era un evento che si dimostrava assai più potente
> della trasfigurazione di allora, un’apparizione alla quale non si poteva
> reagire altrimenti che chinando il capo e ripetendo a mezza voce: “Dio
> mio!”».
È ancora il corpo a segnalare la malattia. Ma quell’«organismo intossicato»
questa volta non è una regressione alla materia ma un’apparizione. Il corpo
desiderato mette ora in evidenza l’abisso al quale Castorp è sottomesso.
> «Era pallido come un morto, pallido come allora, quando era giunto imbrattato
> di sangue alla conferenza, rientrando dalla sua solitaria passeggiata».
L’accostamento che Mann fa sullo stato di Castorp non è assolutamente casuale.
Non dice soltanto che Hans è «pallido come un morto», quasi volesse farlo
entrare in relazione con l’«organismo intossicato» di Clawdia, nella sua sfera
abissale, nella sua psiche, ma paragona quello stato a uno vissuto qualche tempo
prima, il giorno in cui, durante una passeggiata, comincia a sputare sangue.
Insomma, il giorno in cui deve ammettere a se stesso di essere anche lui, come
tutti, malato. Ma c’è altro. Il giorno di quella rivelazione, della rivelazione
della propria malattia, entrando con quel pallore di morte nella sala
conferenze, sente parlare per la prima volta il dottor Krokowski. Un’esposizione
pubblica che ha come tema l’amore e la malattia.
> «I due gruppi di forze, la spinta amorosa e gli impulsi a essa ostili – tra i
> quali vanno citati in particolare il pudore e il disgusto – si caratterizzano
> per una straordinaria intensità e passionalità che sopravanza la misura
> borghese consueta, e la lotta tra i due gruppi, condotta negli abissi della
> psiche, impedisce quella recinzione, protezione e incivilimento delle pulsioni
> devianti che conduce all’usuale armonia e alla vita amorosa conforme alla
> norma. Ma questo conflitto tra le forze della castità e quelle dell’amore – di
> questo infatti si tratta – come si conclude? In apparenza con la vittoria
> della castità. Timore, senso della decenza, pudibonda ripugnanza, trepidante
> bisogno di purezza hanno represso l’amore, lo hanno costretto nell’ombra, gli
> hanno permesso tutt’al più di affiorare parzialmente alla coscienza e
> all’atto, ma in una misura di gran lunga inferiore alla sua forza e
> complessità. Se non che questa vittoria della castità è solo apparente, è una
> vittoria di Pirro, perché l’imperio dell’amore non si lascia né imbavagliare
> né strattonare, l’amore represso non è morto, invece, e tenta, anche
> nell’ombra e nel segreto più profondo, di appagarsi, spezza la barriera della
> castità e riappare, seppure in forma mutata e irriconoscibile… E sotto quale
> forma, sotto quale maschera ricompare l’amore represso e inammissibile? […]
> Sotto forma di malattia. Il sintomo della malattia è attività amorosa
> camuffata e la malattia non è altro che amore trasformato».
La stessa Clawdia, ora che finalmente la malattia ha svelato il suo
travestimento, ora che, proprio perché il momento di magia ha calato entrambi in
una vertigine, in uno stato di sogno, la vita e la morte si toccano nell’abisso
della loro psiche, può rimproverare bonariamente Castorp di amare l’ordine più
della libertà. È qui che Castorp comincia a dialogare con l’amata in francese,
in una lingua che non è la sua, che conosce a malapena, ma se riesce a
utilizzarla è perché Mann vuole sottolineare che il contesto, quella festa in
maschera, è in realtà un sogno, che lo stesso Hans riconosce di vivere,
> «Devi sapere che per me è come un sogno stare qui seduto insieme a te… come un
> sogno particolarmente profondo».
Quella lingua a lui sconosciuta ma che pure lo fa esprimere liberamente è un
nuovo occultamento della verità, una nuova maschera; una maschera però che ha la
specifica funzione di farlo abbandonare:
> «Oh, l’amore non è niente se non è follia, se non è una cosa insensata,
> proibita, un’avventura del male […] Il corpo, l’amore, la morte, son tre cose
> che ne fanno una sola. Poiché il corpo, il corpo è malattia e voluttà, ed è
> lui che fa la morte, sì, sono entrambi carnali, l’amore e la morte, ed è
> questo il loro spavento e la loro grande magia! Ma la morte, capisci, è da un
> lato una faccenda malfamata e impudente che fa arrossire di vergogna;
> dall’altro, però, è una potenza quanto mai maestosa… assai più elevata della
> vita che se la ride guadagnando quattrini e riempendosi la pancia… assai più
> venerabile del progresso che da un tempo all’altro non fa che blaterare…
> perché la morte è la storia e la nobiltà e la pietà e l’eternità e il sacro
> che ci fa togliere il cappello e camminare in punta dei piedi… E comunque il
> corpo, anch’esso, e l’amore del corpo sono una cosa indecente e incresciosa, e
> il corpo sulla sua superficie arrossisce e impallidisce per imbarazzo e
> vergogna di se stesso. Ma al contempo è una gloria immensa, degna di essere
> adorata, immagine miracolosa della vita organica, sacra magnificenza della
> forma e della bellezza, e l’amore per lui, per il corpo umano, è altresì una
> inclinazione estremamente umanitaria e una potenza più capace di educare di
> tutta la pedagogia della terra!… Oh, incantevole bellezza organica che non è
> fatta né di pietra né di colori a olio, bensì di materia vivente e
> corruttibile, colma del segreto febbrile della vita e della decomposizione!».
C’è qualcosa che valga davvero di più, nella vita, dell’amare? Del perdersi,
sprofondare, vivere pienamente per quel sentimento sorgivo a cui non sappiamo
trovare un ordine concettuale che lo spieghi definitivamente? È come se Castorp,
con la lingua sconosciuta con la quale si esprime, con una lingua impossibile
perché non la conosce se non dentro lo spazio di un sogno, o di una visione,
volesse abbracciare la totalità della vita, accoglierne l’estasi e la ferita, la
felicità e la disperazione.
Castorp è talmente dentro l’abisso di sé, talmente dentro la sua malattia, da
non essere più nemmeno se stesso, o è totalmente se stesso proprio perché non sa
chi è, quale lingua parli, come fosse nato di nuovo in un corpo suo e altro,
come se l’altro corpo, la psiche di Clawdia, gli avesse dato un’altra vita, o la
sola vita che valesse la pena conoscere, in cui tutto è chiaro e oscuro al
contempo, tutto è vita e morte in un solo flusso, in una sola immagine. Castorp
è dentro la propria psiche e dentro quella di Clawdia, dentro la sua malattia e
dentro la malattia di lei. È un essere umano di carne e di spirito; un essere
umano che ora conosce tutto il male e tutto il bene. E, proprio perché malato,
proprio perché se stesso e altro da sé, è vivo e morto contemporaneamente.
Non deve stupire che Castorp, innamorandosi, anzi, esprimendo il suo amore,
somigli a una sorta di dio greco, un novello Dioniso. Del resto la cultura
pagana della classicità, tra Otto e Novecento, e proprio nel mondo germanofono,
era vissuta come un modello di interpretazione del presente. Si pensi alla
filosofia del Nietzsche nella Nascita della tragedia, o agli studi di Rodhe
sull’idea di aldilà nella Grecia antica, o a scrittori e poeti come Hofmannsthal
e Rilke, e ancora, ovviamente, alla psicanalisi di Freud. Il punto è che gli dèi
sono pur sempre archetipi con cui l’essere umano spiega o rappresenta le proprie
contraddizioni, le forze contrastanti che in lui agiscono. Mann aveva
interiorizzato la lezione di Nietzsche. Sapeva che nell’uomo convivono Apollineo
e Dionisiaco, che nell’uomo coabitano furia e ragione, buio e luce, istinto alla
vita e desiderio di morte, ed è per questo che nessuna vita è mai soddisfatta di
quello che ha; in ogni vita manca sempre qualcosa – si direbbe risieda in essa
un vuoto che non si colma, che non può colmarsi, e non c’è scelta, o cambiamento
che possa realmente risolvere questo errore d’esistenza, questo inciampo del
destino, e non c’è essere umano che non arrivi, nel mezzo della vita, a
osservare quella voragine, a calarsi dentro quel buio che lo riguarda, perdendo
l’orientamento e ogni punto di riferimento, perché in ognuno di noi convive una
molteplicità in conflitto, un io con cui ci sembra di essere più a nostro agio –
malgrado ci sfugga continuamente la ragione per cui ne proviamo anche paura, a
volte orrore – e un altro che tiene in piedi l’esistenza. Certo questo conflitto
ci destina a un inevitabile sentimento di solitudine. Ma è un sentimento da cui
nessuno riesce mai a fuggire, che a volte crea incomprensioni, distanze,
lacerazioni.
L’amore di Castorp per Clawdia non è un amore irrisolto, nel senso che non può
consumarsi, è piuttosto un amore impossibile, cioè vissuto totalmente dentro una
“crepa”, dentro il buio della malattia; un amore vero proprio nella sua
impossibilità, che si maschera perché la luce della conoscenza e della ragione
lo annienterebbero, come nel mito di Amore e Psiche, caduti nella tragedia per
violazione di un segreto, di un mistero che, svelandosi, ha perduto ogni potere
numinoso, trasformando un legame sacro in un sacrilegio, perché le cose divine
si rivelano restando taciute. Ma, dice il mito, è necessario perdersi, essere
disposti addirittura al sacrificio di sé affinché quell’amore sia sacro; sacro
proprio in virtù della sua natura di perdizione, di oscurità, di follia, di
morte.
Castorp alla distanza e alla separazione è destinato, perché Clawdia si
allontanerà dal sanatorio il giorno successivo a quel momento di follia divina.
Ma è come se quella maschera, quella lingua sconosciuta con cui Hans ha
pronunciato l’impronunciabile, gli avesse appunto dato modo di aprire una
finestra sul buio che lo abita, per questa ragione è pronto, ora, e proprio in
virtù dell’assenza dell’amata, a perdersi, finanche a morire. Lo testimonia quel
paragrafo cruciale nel sesto capitolo intitolato “Neve”, dove Hans compie un
gesto di insensatezza, ancora di follia, facendo in solitudine una gita in
montagna con gli sci. Ma presto un vento contrario mozza il respiro, la nebbia
cala sulla parete della montagna addensandosi tra gli alberi, non si distingue
più quale sia l’alto o il basso, la destra e la sinistra, e anche il tempo pare
si sia dilatato enormemente, pochi minuti sono un’eternità; sembra Hans stia
percorrendo davvero il regno dei morti o uno spazio di sogno, riconosce quanto
la natura sia terribile e nella sua autonomia totalmente priva di cortesia per
l’essere umano. I punti di orientamento si perdono mentre una tormenta di neve
lo sorprende. Si rifugia sotto la tettoia di una casa dentro cui non abita
nessuno, attaccato con la schiena alle pareti esterne della baita disabitata per
provare a difendersi da quella pioggia bianca che lo stordisce. L’inferno non è
caldo, è invece gelido. Castorp sta per morire, forse è morto davvero, come
Psiche quando scende tra i morti, quando solo nella morte trova una possibilità
di mettere termine al tormento che la devasta, esclusivamente nella morte
immagina di ritrovare la sola vita a cui attribuisce un senso, quella
dell’amore. Castorp si addormenta – sogna. Ora è in un luogo pieno di luce,
mediterraneo, tutto gli sembra meraviglioso, vede ragazzi giocare, una madre
allattare suo figlio, giovani donne danzare e suonare, e percepisce di essere un
estraneo in quel contesto, perché è tornato lì dove non era mai stato prima,
alle origini della civiltà. Ma l’atmosfera cambia improvvisamente. Quel mondo di
luce nasconde le sue brutalità. Arriva in un tempio, vi entra gonfio di
spavento, e si accorge che due donne dall’aspetto di streghe stanno compiendo un
sacrificio, dilaniano con le loro stesse mani il corpo di un bambino. Si sta
compiendo un vero e proprio rito. E il rito non è che un modo per accedere al
mistero del mondo, per evocarlo ed esserne partecipi, per rivelarlo continuando
a tacerlo.
Quando rinviene, Hans capisce che attraverso di lui l’anima del mondo sogna la
sua bellezza e la sua terribile oscenità, che proprio perdendosi è entrato in
contatto con lo spirito originario di tutte le cose, e che nel profondo della
propria crepa il bene e il male convivono, così come la pace e il sangue, che
l’istinto alla vita di ogni essere umano maschera qualcosa di delittuoso, la
terribile oscenità della morte. Eppure non è alla morte che l’essere umano
tende, pure partecipando, nel fondo di se stesso, alla sua oscenità. L’uomo,
pensa Castorp, è alla vita che dona il suo maggiore interesse, opponendo tutto
se stesso per respingere quel desiderio luttuoso che pure lo abita. Un desiderio
che però deve attraversare per sentire quanto il dominio dell’amore sia quella
forza capace di attraversare ogni rischio, capace di mettere in pericolo ogni
sostanza vitale. È in questo paradosso la “magia” del romanzo di Mann, che
scrive, ed è significativamente la sola frase interamente in corsivo di tutto il
libro, «In nome della bontà e dell’amore, l’uomo non deve concedere alla morte
il dominio dei suoi pensieri». Una frase che fa eco alla domanda con cui si
conclude il romanzo,
> «Forse che da questa sagra mondiale della morte, da questa voluttà smaniosa e
> maligna che incendia tutt’intorno il piovoso cielo della sera, potrà un giorno
> innalzarsi l’amore?».
Quando Hans Castorp, dopo sette lunghi anni, lascerà il sanatorio e la montagna
che lo ha accolto, che lo ha rivelato a se stesso, il mondo di “quelli di
laggiù” lo travolge vestendolo da soldato, perché nel frattempo è scoppiata la
grande guerra. Non sapremo, da questo momento, più nulla di Castorp, lo vedremo
appena avanzare in battaglia, una granata gli esplode davanti ma non lo uccide;
si rialza e continua a camminare, mentre assurdamente canta il Der Lindenbaum di
Schubert. I versi citati da Mann sono questi: «Nella corteccia incidevo/ tante
parole dolci […] E i suoi rami mormoravano/ come per dirmi…». Mann allude,
lascia in sospeso ciò che la composizione di Schubert esprime. C’è un tiglio
alla fonte dove chi scrive faceva «sogni d’oro». Quel tiglio, quella fonte, non
sono che il luogo dell’origine, quello da cui la morte ci allontana. «Il vento
freddo/ mi soffiava in faccia», dice la canzone, «mi volò il cappello dalla
testa;/ non mi voltai./ Ora, varie ore di cammino/ mi separano; e ancora lo
sento mormorare:/ là troverai la pace».
Hans Castorp, questo «riottoso figlio della vita», come lo aveva soprannominato
Settembrini, capisce, andando incontro alla malattia del mondo, alla follia
degli uomini che hanno lasciato che il dominio della morte prendesse il
sopravvento, che la vita è il tormento di questa distanza che ci separa dai
nostri «sogni d’oro», lì dove sarebbe possibile trovare «pace», dove si nasconde
il segreto di ciò che siamo, e che quello che non possiamo dire, il mistero
divino che si rivela tacendo, lo possiamo però cantare.
Andrea Caterini
*L’edizione consultata per la scrittura di questo saggio è: Thomas Mann, La
montagna magica, cura e introduzione di Luca Crescenzi, traduzione di Renata
Colorni, Mondadori, I Meridiani, 2011.
L'articolo “Siamo esseri del profondo abisso”. Saggio sulla “Montagna magica” di
Thomas Mann proviene da Pangea.
Un esile monolite austero, essenziale, incandescente. Breve come una sentenza
capace di incidere nella carne viva della Storia, la domanda che nessun
fiammifero riesce a pronunciare senza bruciare: da dove nasce un assassino?
Il male non ha un principio teatrale, non comincia con un grido o
un’esplosione. Il male indossa i panni del giorno feriale, siede in cattedra,
detta compiti, chiede declinazioni. Il male, spesso, si impara. E in un breve
romanzo – un pugno e una preghiera – Alfred Andersch ci porta dentro l’aula dove
il suo alter ego, Franz Kien, adolescente inquieto, è protagonista di
un’inquietudine più grande: la sua espulsione dalla ginnasio per mano del
preside Himmler; sì, il padre di quel Himmler, quell’Heinrich al tempo ancora
ragazzino, ancora impacciato, ancora figlio, colui che diverrà generale,
poliziotto e criminale di guerra tedesco; il diretto organizzatore della
soluzione finale all’origine dell’Olocausto.
Il padre di un assassino (Der Vater eines Mörders) è l’ultimo testo che Alfred
Andersch pubblica, un ago di luce infilato nel passato, rivolto al silenzio. È
un’invocazione contro l’oblio travestita da racconto scolastico. Scrivere questo
libro – nel 1980, un mese prima della sua morte – fu per Andersch una forma
di testamento civile. Trasmettere una ferita.
> “Il giovane Himmler è un tipo molto a posto – gli aveva detto suo padre – un
> giovanotto in gamba, un seguace di Hitler, ma non fazioso.”
È il 1928. Siamo in un Gymnasium bavarese. Andersch è protagonista di una scena
apparentemente banale: un’interrogazione, un errore, uno sguardo che si fa
giudizio. Ma tra quei banchi, tra quelle frasi arcaiche e le pause imposte dal
silenzio, si gioca qualcosa di più profondo: il rito della sottomissione.
Il preside Himmler è il custode di un mondo morente, quello della Germania
imperiale, della pedagogia rigida come il passo dell’oca, del latino come lingua
sacra dell’obbedienza. Il preside. L’autorità. Il vetro. L’arma. Kien, invece, è
l’erede di un tempo nuovo, ancora oscuro, ancora informe, ma già indotto a
sfidare la violenza. L’atto educativo diventa allora un processo al bambino
stesso: il preside non insegna, giudica. E il giudizio, lo sappiamo, è la prima
forma di condanna.
> “Le pagelle scolastiche sono l’unico documento personale della mia infanzia e
> della mia adolescenza che sia sopravvissuto alla guerra. Sono firmate dal
> preside del ginnasio Wittelsbach: Himmler.”
Nato nel 1914 a Monaco, Alfred Andersch cresce nel cuore di una Germania ancora
traumatizzata dalla sconfitta nella Prima guerra e dalle turbolenze della
Repubblica di Weimar. Abbandona presto la scuola, rifiutando la disciplina
soffocante dell’istruzione tradizionale. Si iscrive giovanissimo al partito
comunista e subisce l’internamento a Dachau.
Durante la seconda guerra mondiale viene arruolato nella Wehrmacht e, nel 1944,
diserta in Italia per farsi catturare dagli Alleati. Passa il resto della guerra
come prigioniero in un campo americano. Al ritorno, fonda con Hans Werner
Richter il celebre Gruppo 47, fucina della nuova letteratura tedesca del
dopoguerra.
> “Non serve davvero a niente, pensò Franz, che io continui a fingere che le
> risposte alle sue domande mi vengano a mancare proprio quando me le pone.
> Perchiò butto fuori un ‘no’ a bassa voce, ma senza esitazione.”
Andersch è un autore schivo e complesso, fin troppo antiaccademico per l’élite
letteraria, troppo borghese per la sinistra rivoluzionaria. È tuttavia sempre
lucido, sempre inquieto. Mai compromesso nonostante le censure. Reduce dal
dissenso, esule per scelta, narratore del margine, egli affida al ricordo
l’onere della resistenza. Scrive con la sobrietà di chi ha molto visto e poco
dimenticato. Non c’è pianto, non c’è retorica. Il suo stile è secco come una
sentenza scolastica ma ci fa sentire come se sotto la superficie asciutta del
testo si agitasse un magma di colpa e domande senza risposta. Lui stesso spiega
il motivo dell’uso di un alter ego:
> “Il raccontare in terza persona permette a uno scrittore di essere il più
> sincero possibile. Lo aiuta a superare le inibizioni di cui difficilmente puo’
> liberarsi quando dice – Io –”.
Perché, però, raccontare questo spaccato d’infanzia congelata? Perché lì, in
quella mattina di maggio, Andersch ha visto l’origine del nazismo: non nei
proclami, non nella folla, ma nell’educazione come strumento di controllo, nella
famiglia come prima caserma, nella scuola come anticamera del Reich. Il ventre
in cui si forma la disciplina cieca, il seme del fanatismo, la grammatica
dell’obbedienza. Una frase come una misura. Una bilancia. Un confine. È tutto
qui, nel gesto minimo del giudicare, Andersch cerca la radice, osserva, ricorda
la forma mentis che rende possibile l’assassinio; egli scrive per non tacere..
> “La definizione di assassino per Heinrich Himmler è molto mite; non è stato un
> assassino qualsiasi ma, fin dove arrivano le mie nozioni storiche, il più
> grande sterminatore di vite umane che sia mai esistito.”
Il vero tema del libro, dunque, non è Himmler o lo stesso Andersch: è il modo in
cui si costruisce un individuo incapace di scegliere. Andersch lascia che la
scena parli da sé. L’assassino non nasce per vocazione. Ma per esposizione
quotidiana a una cultura che educa all’obbedienza come virtù. Il vero Nazismo è
un’enorme pedagogia del conformismo.
Quando nel 1961 Hannah Arendt assiste al processo Eichmann a Gerusalemme,
formula la celebre teoria della Banalità del male. Eichmann non è un mostro, non
è un sadico: è un uomo mediocre, che si è rifiutato di pensare. Un funzionario
della morte che ha applicato regole. Un alunno modello del sistema. Il padre di
un assassino mostra qualcosa di simile: il male come effetto collaterale
dell’obbedienza, come frutto dell’incapacità di mettere in discussione
l’autorità, di dire “no”. Il preside Himmler, con la sua educazione cinica, non
guida; misura. E nella misura c’è già la distanza, e nella distanza,
l’abbandono.
> “Non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà
> e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli
> istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo.”
>
> Hannah Arendt
Il padre di un assassino (uscito, in Italia, per Guanda e per Marcos y Marcos) è
anche un trattato implicito su come l’istruzione possa deformare l’essere umano.
Il giovane Himmler, sconosciuto all’Andersch ragazzino, non è all’epoca l’uomo
dei campi di sterminio, ma è guidato verso la metamorfosi in
mostro. Foucault affermava che la scuola, così come la caserma e la prigione, è
un’istituzione che plasma i corpi e le menti attraverso la microfisica del
potere. L’autorità si interiorizza nei gesti quotidiani, nei voti, negli
sguardi. Chi obbedisce non lo fa più per pa1ura, ma perché ha imparato che
obbedire è giusto. In questo senso, il padre di Himmler — preside, figura
autorevole, rappresentante della vecchia Germania imperiale — è un’emanazione
viva del potere disciplinare. Ma non è un carnefice. Non è nemmeno un ideologo.
È un funzionario. Un nodo nella rete.
Anche Nietzsche, in Al di là del bene e del male, smaschera l’educazione, la
intende come meccanismo di addomesticamento. La cultura borghese tedesca, quella
in cui è nato Himmler, ha prodotto individui obbedienti, ben nutriti e incapaci
di pensiero critico. L’uomo addestrato non è l’uomo libero. La massa, infatti,
come spiega EliasCanetti, desidera il comando, e l’autorità diventa figura sacra
proprio perché intoccabile, distante, paterna. La scena del preside che espelle
il giovane Andersch è perfetta per incarnare una distanza sacralizzata: il
potere che si legittima non parlando mai abbastanza.
> “Io mi sono tratto d’impaccio, poichè ho tentato di scrivere la storia di un
> ragazzo che non ha voglia di studiare. E neppure in questo senso la cos aè
> priva di ambiguità: ci saranno lettori che, di fronte allo scontro fra il Rex
> e Franz Kien, prenderanno le parti del preside.”
La tragedia non è che Himmler diventerà un assassino. È che nessuno glielo
impedirà in tempo, perché tutti avranno fatto della disciplina la regola della
sopravvivenza. Andersch ci da quindi un avvertimento. Un libro breve come un
ricordo, ma duro come un monito inciso nella carne. Ogni società educa i propri
figli. Ogni educazione trasmette una visione del mondo. Quale mondo stiamo
insegnando?
In un tempo in cui vige la reificazione dell’uomo; in un’epoca che ama la
performance, il ranking, la produttività, e che premia il silenzio mascherandolo
da competenza, questo libro resta un contrappunto filosofico radicale. Forse non
è l’odio a generare l’assassino. Forse è l’obbedienza cieca, il rispetto con la
benda sugli occhi, il sistema che premia chi non mette in dubbio nulla. Forse,
siamo tutti fanatici prigioneri.
Tommaso Filippucci
L'articolo Genesi di un nazista. Alfred Andersch e la scuola di Himmler, ovvero:
imparare a obbedire proviene da Pangea.