> “La verità è che per me non c’era soccorso su questa terra. E ora addio; possa
> il Cielo donarti una morte soltanto a metà così gioiosa e indicibilmente
> tenera come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io
> possa concepire per te”.
Nel novembre del 1811, dopo aver affidato queste parole a una lettera per la
sorella Ulrike, Heinrich von Kleist si siede sulla riva del Wannsee insieme a
Henriette Vogel. Le spara al petto, poi rivolge l’arma contro se stesso. Ha
trentaquattro anni. Non è solo l’epilogo di una biografia tormentata, ma il
riflesso fedele, quasi cinico, di una violenza strutturale che ha dominato
l’intera esistenza kleistiana. Un’ossessione febbrile, un moto perpetuo che lo
costringe a tornare, opera dopo opera, sulla stessa identica questione: cosa
succede quando le strutture che danno ordine al mondo smettono improvvisamente
di funzionare?
Il trauma, in Kleist, precede la parola. Nato nel 1777, rimasto orfano di padre
a undici anni e di madre a quindici, viene arruolato precocemente nel Reggimento
della Guardia di Potsdam. È, a tutti gli effetti, un bambino soldato, costretto
a subire una disciplina ferrea e una violenza istituzionalizzata di cui non
parlerà mai nelle sue infinite lettere. Questo silenzio ostinato, questo
sopportare l’adolescenza con un buco nel petto, segnerà profondamente la sua
estetica.
> “Felice, Guglielmina, vorrei essere felice e allora non è forse lecito il
> timore di sbagliare strada?”
Nei suoi racconti e nei suoi drammi manca quasi del tutto lo spazio per la
malinconia o per i riflessi della vergogna; i personaggi non hanno il tempo di
piangere, perché sono costantemente costretti a scontrarsi con la superficie
degli eventi. Questo radicale silenzio nei confronti del proprio tempo, questo
isolamento psichico e letterario, troverà un’eco cauta, un secolo dopo, nelle
parole di Robert Walser:
> “È terribile come tutto appaia addormentato, polveroso e privo di vita […] Io
> non vivo, grida, e non sa da che parte volgersi con occhi, mani, gambe e
> respiro. Un sogno. Per niente. Non voglio sogni”.
Per Kleist, il colpo di grazia a qualsiasi illusione di armonia vitale arriva
nel 1801 con la lettura di Kant. Lo devasta. La scoperta che la verità oggettiva
è inattingibile, che la realtà potrebbe essere solo una nostra deformazione
ottica, demolisce il suo intero sistema di valori. “Il mio unico, il mio più
alto scopo è crollato e non ne ho più alcuno”, scrive disperato a Wilhelmine. Se
la ragione fallisce, se il linguaggio non può nominare le cose per come sono,
allora ogni struttura, la legge, lo Stato, l’identità, la verità stessa, si
rivela una finzione fragile, pronta a spaccarsi al primo urto.
E nel momento in cui crollano le barriere che ordinano il mondo, a fallire,
tragicamente, è anche l’amore. È su questo crinale che precipita Pentesilea,
un’opera sacrale in cui il desiderio rivela la sua natura più arcaica,
distruttiva e ingovernabile.
> “Guerriera ardita,
> che succinta, e ristretta in fregio d’oro
> l’adusta mamma, ardente e furïosa
> tra mille e mille, ancor che donna e vergine,
> di qual sia cavalier non teme intoppo.”
Quando, nel 1808, Kleist termina la scrittura di questa tragedia, le critiche
dell’epoca non tardano ad arrivare. Il comportamento della regina Pentesilea,
che si scaglia contro una legge di Stato, viene visto come un affronto
all’ordine sociale e rigido e l’opera viene utilizzata come prova schiacciante
delle condizioni mentali precarie dell’autore.
Un secolo dopo, però, Pentesilea raggiungerà il riconoscimento meritato, quella
di un dramma che non solo aggredisce il perbenismo borghese, bensì che se lo
divora non lasciandone nemmeno le ossa.
> “Essendo tutto questo nient’altro che un desiderio, la fantasia ha giuoco
> illimitato e non deve legarsi ai ceppi della realtà…”
L’opera si svolge sul campo di battaglia di Troia, dove le Amazzoni sono pronte
a combattere i Greci. Rimane fondamentale appuntare che lo Stato delle
Amazzoni non è una comunità utopica, bensì una macchina sociale ferrea, spietata
e programmaticamente innaturale. La loro costituzione nasce da un trauma
originario, ovvero la sottomissione, lo stupro e lo sterminio che il popolo subì
in passato da parte dei barbari Etiopi.
La regina fondatrice, Tanaïs, istituisce uno Stato teocratico e matriarcale
retto da tre vincoli indissolubili: un’Amazzone non può scegliere l’uomo da
amare; gli uomini non sono soggetti, ma funzioni biologiche e religiose per la
riproduzione durante la Festa dei Fiori (Das Rosenfest); e infine la mutilazione
corporea come prezzo della libertà: per tendere l’arco con la massima forza e
combattere alla pari con il maschio, ogni Amazzone subisce l’asportazione della
mammella destra (da qui l’etimo a-mazos, “senza seno”).
Questa struttura d’ordine, tuttavia, funziona a un’unica, stringente condizione:
gli uomini devono rimanere ombre, astrazioni, simulacri privi di volto.
Il dramma si consuma quando Pentesilea commette l’errore tragico, squisitamente
moderno e romantico, di rompere questa barriera simbolica. Di fronte
all’esercito greco, lei non vede un archetipo o una preda anonima da portare
all’altare di Marte: lei vede Achille. Vuole quel guerriero, individualizzato e
amato come soggetto.
> “O lasciami, Protoe! Lascia che questo cuore, come un bambino insudiciato, si
> getti per un istante qui nel torrente del desiderio”.
Nel momento in cui il desiderio rifiuta la mediazione della legge dello Stato,
l’intera impalcatura sociale delle Amazzoni va in frantumi. Cacciando il Pelide
non per dovere istituzionale ma per scelta intima, Pentesilea spalanca un vuoto
che il suo popolo non ha gli strumenti per descrivere. E se la lingua non
possiede più le parole per mediare la relazione con l’alterità, l’unica forma di
possesso rimasta si sposta sul piano biologico e distruttivo
dell’incorporazione. L’amante e la preda finiscono per coincidere.
È in questo vuoto semantico che si consuma il celebre gioco di parole
kleistiano tra Küsse (baci) e Bisse (morsi). Il bacio è, per antonomasia, la
massima espressione della vicinanza che rispetta l’alterità dell’altro; il
morso, al contrario, ne esige la cancellazione. Se non posso stringerti
attraverso il patto amoroso della parola, devo assimilarti fisicamente.
> “Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.”
Non è un caso che, di fronte a una simile dismisura, l’olimpico classicismo
di Goethe abbia avvertito un senso di totale e viscerale rigetto. Rispondendo ad
alcuni estratti del dramma inviati dall’autore, egli scrive:
> “Non riesco ancora a sentirmi a mio agio… si muove in una regione talmente a
> me lontana che mi occorrerà del tempo… E poi permettetemi di dirvi […] che mi
> turba e impensierisce sempre vedere giovani di grande intelligenza e talento
> aspettare un teatro che è ancora di là da venire”.
L’uccisione di Achille cessa così di essere un banale omicidio passionale per
configurarsi come un codice sacrificale arcaico: lo Sparagmos, ovvero lo
smembramento rituale tipico del culto dionisiaco che Friedrich Nietzsche,
all’interno de La nascita della Tragedia, indicherà come il motore segreto della
tragedia greca originaria.
Nel momento in cui Pentesilea si scaglia sul Pelide, assistiamo alla distruzione
violenta del principium individuationis. L’umanità si azzera:
> “Pentesilea, per terra, unita alle cagne inferocite, lei che è stata partorita
> da un grembo umano, e strazia… e strazia le membra del Pelide!”
Non vi è odio in questo strazio, ma l’estasi intollerabile di un amore che, non
avendo uno spazio sociale o linguistico in cui abitare, deve farsi letteralmente
carne digerita. Questo sconfinamento della passione nel cannibalismo rituale
anticipa sotterraneamente le intuizioni che Elias Canetti esporrà, un secolo e
mezzo più tardi, nel celebre Massa e potere. Nella sua disamina delle dinamiche
ataviche del controllo, Canetti individua nella metamorfosi e nell’assimilazione
biologica le forme più radicali di esercizio del potere. Il predatore che caccia
la preda.
> “Il vero e proprio ‘atto di incorporare’ la preda comincia dalla bocca. Là
> conduceva originariamente la via di tutto ciò che era commestibile: dalla mano
> alla bocca”.
Pentesilea porta questa logica all’estremo. Nel mondo kleistiano, squassato dal
fallimento delle mediazioni formali, l’altro non basta più amarlo. Bisogna
possederlo interamente.
> “Oh, com’è fragile l’uomo, o dèi!”
Achille va incontro a Pentesilea disarmato, spogliato della sua corazza greca,
muovendosi verso di lei con dolci presentimenti per seguirla nei riti di Diana,
convinto di celebrare finalmente la Festa dei Fiori. Ma l’eroina è ormai
sprofondata nell’anarchia dei sensi. Il Pelide, torcendosi nel sangue, le tocca
le guance gridando:
> “Pentesilea! Mia sposa! Cosa fai! È questa la festa delle rose che mi hai
> promesso?”
Quando l’estasi dionisiaca si placa e l’effetto dello Sparagmos svanisce, a
Pentesilea non resta che contemplare l’orrore delle proprie mani e della propria
bocca grondanti di sangue. Il risveglio coincide con la presa d’atto del
collasso semantico:
> “L’ho baciato a morte? No? non l’ho baciato? Dilaniato, davvero? Parlate!”
In questo urlo straziante si consuma la tragedia dell’assimilazione canettiana.
Nel tentativo di possedere Achille in modo assoluto, di renderlo parte
inscindibile del proprio corpo, Pentesilea ne ha provocato la scomparsa come
soggetto esterno.
Di fronte alle membra dilaniate del Pelide, l’unica azione coerente rimasta a
Pentesilea è il suicidio:
> “Perché adesso mi calo nel mio petto, come in un pozzo, e per me scavo, freddo
> come minerale, un sentimento annichilente […] lo pongo sull’incudine eterna
> della speranza e lo trasformo in un pugnale affilato e appuntito; a questo
> pugnale, adesso, porgo il mio petto: così! Così! Così! Così! E ancora!… Adesso
> è fatto!”
Questo cortocircuito tragico, in cui la tenerezza più pura si emancipa
attraverso la ferocia del morso e l’autodistruzione, non concede sconti né
consolazioni.
Thomas Mann annotava che: “Kleist sa metterci alla tortura… e fare in modo che
gliene siamo grati”. Una gratitudine masochistica, che nasce dalla nostra stessa
attrazione per quel nucleo traumatico dell’esistenza che Kleist ha avuto il
coraggio di mettere a nudo senza finzioni.
Kleist smette di essere un relitto del Romanticismo e si rivela come il primo
dei nostri contemporanei. Se noi moderni abbiamo imparato a sopravvivere
sottomettendoci alla nevrosi del compromesso, riducendo la felicità a un
freudiano evitare l’infelicità, addomesticando il desiderio dentro confini di
sicurezza e relazioni a distanza controllata, i personaggi di Kleist ci
ricordano il prezzo spaventoso di questa anestesia.
L’alternativa a un desiderio civilizzato e castrato non è la libertà idilliaca,
ma la distruzione muta. Pentesilea che sbrana Achille non è un delirio di
follia; è l’onestà brutale di un amore che preferisce divorare l’assoluto
piuttosto che vederlo ridotto a una funzione di Stato.
> “La quercia morta resiste alla bufera, ma quella sana ne è schiantata e
> travolta, perchè la tempesta può afferrarla per le fronde.”
L’essere umano non può essere e mai sarà libero. Nudo, spogliato di ogni etica
di fronte alla sua stessa ferocia divina, ha catene cucite di amore e orrore. E
in universo del crollo, dove la realtà non ha più linguaggio con cui essere
definita, l’unico modo per sottrarre l’assoluto al fallimento della storia è
consumarlo fino all’osso, non lasciandone intatto nemmeno un brandello.
Tommaso Filippucci
*In copertina: testa di Amazzone, Ercolano, 25 a.C.-15 d.C. ca.
L'articolo Sbranare Achille. Heinrich von Kleist tra baci e morsi proviene da
Pangea.
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Una poesia che s’intitola Poesie riassume la poetica di Rolf Bossert. “: satolli
piranha baciano gli azzurri pesci-usignolo/ sul mirabolante cadavere delle
ideologie”. La poesia è scritta proprio così: con i due punti e le lettere
minuscole, come se fosse ritagliata nel vento, in corsa. Come si spacca un
vetro. Il distico, al contempo, è marziale e surreale; è mistico e politico.
Dietro il ritmo clownesco e l’immagine graziosamente sgraziata, c’è il tipico
humor nero di Bossert, una specie di carnevalesca marcia funebre,
i Kindertotenlieder con i tamburelli e le cerbottane. A dire di Jan Wagner, tra
i più importanti poeti di oggi – in Italia è tradotto da Einaudi e da Bompiani –
Rolf Bossert “si muove entro un campo di tensione letteraria i cui poli estremi
sono Bertolt Brecht e Paul Celan”.
Nato nel 1952 a Reschitza, Romania, tra i gangli della comunità germanofona lì
trapiantata, Bossert imbracciò la poesia come una ribellione – estetica, per
evadere dall’ossessivo ‘realismo socialista’ rumeno, e dunque esistenziale.
Studi a Bucarest, moglie, Gudrun, due figli, Frank e Klaus; in una poesia
intrisa di azzurro cinismo, Sulla mia vita, il poeta traccia un truce referto
biografico:
> “io sono sposato e ho due bambini mia moglie insegna tedesco come lingua
> straniera anch’io noi abitiamo in due stanze di un trilocale… bagno e wc sono
> in comune… ora sto scrivendo una poesia io ho una fiducia sconfinata nel
> potere dell’arte poetica”.
Il poeta aveva compiuto da poco venticinque anni; insieme ad alcuni amici aveva
fondato l’Aktionsgruppe Banat, “gruppo di azione” letteraria presto sedato dalle
autorità rumene. In un altro testo, Gli scarafaggi, il poeta precisa la
comunione tra poesia e vita:
> “ogni parola
> un casamento pieno di panni mai lavati,
> cavolo sulla stufa, urina di gatti in cattività
> e bambini in posti bui o pieni di spifferi”.
La vita di Bossert, inevitabilmente, precipitò. Insegnava tedesco, praticava
come redattore per qualche casa editrice, per un po’ lavorò presso la Kulturhaus
“Friedrich Schiller” di Bucarest. Pubblicava i primi libri; una poesia, Modus
vivendi, centra l’indole di un’era: “ululano assieme/ ai lupi/ finché non si
danno/ la buona notte// : pecore/ in pelliccia di volpe”.
Rolf Bossert (1952-1986)
Nei versi di Bossert, la rassegnazione vagamente “beat” si mescola ai fotogrammi
di Werner Herzog, ai fulminanti aforismi di Peter Handke. Questa specie di
Fitzcarraldo dei bassifondi alterna toni politici, polemici (“Ora noi non
facciamo parte/ di nessun sistema,/ ogni tanto qualche bicchiere,/ domani ci
sposeremo// distrutti”) a escursioni in empiree oscurità (“Usciti nel pallido
giorno/ noi siamo saliti verso le betulle./ Oltrepassando malghe/ immerse nel
fumo: forni crematori/ per le ciglia dell’autunno”). Una notte, nel 1981, alcuni
agenti camuffati lo massacrano di botte, gli spaccano la mandibola. Seguirono
gli interrogatori della Securitate, la censura, l’impossibilità di pubblicare.
Il poeta tentò di resistere. In una poesia, Natale 1984, scrive, con la solita,
micidiale violenza, da cecchino del verbo:
> “Ci sono ancora alberi.
> Nel suo sguardo: questa
> folle, triangolare
> gioia di una volta”.
Nel 1985 gli fu concesso di espatriare in Germania, non prima delle
perquisizioni e del sistematico sequestro dei propri lavori. Il poeta che
sfidava il regime di Ceaușescu con versi apodittici, a battito d’ascia, fu
dichiarato “nemico dello Stato”. Ospitato in una casa di accoglienza, a
Francoforte, Rolf Bossert visse da insonne; i poeti tedeschi lo nobilitavano di
complimenti. Divorato nello spirito (“Siamo ancora umani? Un bacio sulla
schiena/ ha lo stesso prezzo di una crociera nei Caraibi”, aveva scritto
in Bucarest, gennaio 1985), il diciassette febbraio di quarant’anni fa il poeta
scelse di uccidersi. Era notte, era alla finestra, s’involò, diventando terra,
diventando cielo.
Herta Müller, Nobel per la letteratura nel 2009, nata nel Banato come lui,
un’amica, gli dedicò Cuoreanimale(tradotto da Feltrinelli nel 2021). Nel
romanzo, Rolf Bossert è Georg.
> “Espatriando, Georg aveva aperto la strada anche per me. Fuori dal vicolo
> cieco, aveva detto allora. E sei settimane dopo era steso sul selciato
> nell’inverno di Francoforte… La pozzanghera in cui posava la sua testa
> rifletteva forse il cielo. Ognuno aveva un amico in ogni pezzetto di nuvola”.
Nel 2006 le edizioni Schöffling & Co. hanno pubblicato l’opera poetica di
Bossert come Ich stehe auf den Treppen des Winds. Gesammelte Gedichte. Da quel
testo, Antonio Curcetti, con cocciuta pazienza, con spazientito amore, ha
ricavato Evviva la merda del futuro, titolo fuori commercio edito per la sua
Nessuno editore (info.nessunoeditore@tim.it), che già può vantarsi di aver
pubblicato le scandalose poesie di Klaus Kinski. In trecento pagine è riferita
l’opera poetica di Bossert, il dissidente estatico. Quella di Curcetti è una
scelta che esprime, credo, una “poetica della politica”. In tempi di macelleria
editoriale – il talento avvilito dalla scaltrezza dei cretini, la legge di
mercato che sconfina nell’abuso, confinando i giganti all’insussistenza,
confidando nel vile perbenismo dei modesti – il poeta resti un reietto, il libro
conservi l’aura della ribellione. La libreria, il tomo ben rilegato, il bon ton
delle conferenze pubbliche mal si adattano a Rolf Bossert un poeta la cui
regalità è nella sovversione delle forme, la cui poesia deve aggirarsi sotto
banco, senza raggiri, pronta.
Nelle rare fotografie, ingioiellato da una barba selvaggia, il poeta ha uno
sguardo irto d’ira – insegna la magnetica superiorità della preda.
*In copertina: Otto Dix, “Il veterano di guerra”, 1922
L'articolo “Siamo ancora umani?”: Rolf Bossert o del poeta come nemico dello
Stato proviene da Pangea.
Siano benedetti i diplomatici: raccolgono dagli altri il meglio di sé, hanno la
stessa funzione che i mecenati avevano un tempo negli imperi.
La biografia di Carl Jacob Burckhardt è stringata, perché più che vivere
desiderò contenere in sé i racconti delle esistenze degli altri. Svizzero, nato
a Basilea nel 1891, studiò in diverse università europee per poi entrare, nel
1918, nella delegazione diplomatica di Vienna. Fu qui che la sua esistenza si
mise sulle tracce di Hugo von Hofmannsthal. Ricordi di Hofmannsthal, pubblicato
da Cederna nel 1948 nella classica traduzione di Ervino Pocar, ne è il commosso
resoconto, impreziosito da una raccolta di lettere di cui pubblichiamo un
estratto in calce all’articolo. Per capire la grandezza dei personaggi e la
favolosità degli intrecci, basta ricordare che quando il giovane Ervino Pocar si
cimentò nelle traduzioni dei primi drammi del poeta, ricevette una lettera
inaspettata in cui Hofmannsthal si congratulava per il lavoro esprimendogli la
più profonda gratitudine (una ristampa di questa testimonianza irripetibile si
trova nell’edizione Rusconi dei Piccoli drammi di Hofmannsthal).
Vienna, nel 1918, era sporca, affamata, senza luce e nella più squallida
carestia. Ma nonostante la sconfitta, la città non cessava di recitare la sua
parte. Un amico di Burckhardt gli diede una lettera di raccomandazione per
assistere a una rappresentazione di burattini. Quel teatrino, scrisse
Burckhardt, “fu la migliore istruzione che io abbia avuto in fatto di storia
austriaca e sociologia del passato”.
Lì, in quella sala, un visitatore si fece notare per il cappello nero e il
pastrano. I contorni del viso, alla luce della lampada ad acetilene, erano
“vividamente illuminati”. La rappresentazione incespicava. Allora il visitatore
si alzò e disse: “perdoni, oggi non ci siamo, è ancora tutto troppo vicino”. Si
alzò dalla sedia e, con una stretta di mano, fece per presentarsi: era
Hofmannsthal.
Come Pasternak fanciullo davanti a Rilke in Russia, anche Burckhardt riconosce
il miracolo. “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Peculiare tristezza e amara preveggenza si mescolavano nei suoi toni senza
sopraffarsi. Per Burckhardt parlare con Hofmannsthal era “come un colloquio con
più persone, quasi riverbero del lontano lampeggiare di una amara e precisa
saggezza derivante dal più antico retaggio che questa natura univa a tante altre
cose”. Questa ubiquità dello spirito disperso in più dimensioni era una delle
caratteristiche principali dell’Hofmannsthal poeta e prosatore: si immedesimava
in ogni contesto da protagonista ed era l’unico a leggere “Shakespeare o Racine
con la sensibilità del contemporaneo al quale tutti i posteri guardano
severamente negli occhi”. Non a caso, quando Burckhardt deve stringere
Hofmannsthal in una definizione, non ha dubbi: “contemporaneamente vicino a
tutti”.
Il riconoscimento tra spiriti affini è immediato e ogni cerimoniale decade
frettolosamente. Burckhardt si dimostra per quello che è: il Plutarco portatile
dei poeti moderni. Anche il suo incontro con Rilke in libreria a Parigi vale,
come episodio, più di molta retorica sulla comunità europea, perché attraverso
un casuale incontro in libreria dimostra che la passione condivisa per gli
stessi libri è la vera intesa tra lo spirito delle nazioni.
Burkhardt seguì Hofmannsthal sulla via del ritorno e in poco tempo divennero
amici. Quella sera, passeggiando per Vienna, il poeta fece da guida: raccontò di
come Peter Altenberg rincasava a notte fonda, e di come avvenne il suo battesimo
poetico. Aveva diciotto anni quando una notte, a palazzo Herberstein, entrò
improvvisamente un uomo dall’aspetto inquietante e imperioso, che gli si
avvicinò dicendo di essere venuto a Vienna soltanto per incontrarlo. Quell’uomo
era Stefan George.
Dopo poche settimane, Hofmannsthal invitò Burckhardt a Rodaun, ai margini di
Vienna, dove il poeta si ritirava per scrivere. Dopo l’inflazione seguita alla
Prima guerra mondiale, aveva perduto il suo piccolo patrimonio. Nell’estate del
1913, mentre lavorava a Parigi con Diaghilev, ebbe una premonizione bellica e
improvvisamente partì per Vienna. “Come uno che affoghi, aveva sentito ciò che
pendeva sulla sua patria e sul continente”. A Rodaun, però, regnava “un
Settecento intatto e molto italiano”, quell’Italia che “aveva nel sangue, ne era
tutto preso”, mentre i rapporti con Francia e Germania scricchiolavano: “la
nostra conversazione coi francesi è pur sempre il banchetto della volpe con la
cicogna: un perpetuo malinteso”. A Rodaun poteva nutrirsi di quel “senso di
radici affondate nel suolo”, e sempre a Rodaun, facendo delle camminate,
ascoltando un uomo suonare deliziosamente un valzer e due persone eseguire
Beethoven mentre poco più avanti una voce femminile cantava, Hofmannsthal
ritrovava la vecchia Austria intatta e incontaminata.
Sapeva che “le decisioni metafisiche sono ricche di spaventi”. Allontanandosi da
Vienna aveva deciso di trascendere i confini personali per dedicarsi a qualcosa
di più vasto. Fronteggiava le ristrettezze economiche e i disagi domestici
ricorrendo al proverbio arabo: “solo il gelo doma il fango”. Si dedicò all’opera
teatrale La torre, una rivisitazione moderna del dramma di Calderon, La vita è
sogno. A chi gli chiedeva perché lavorasse con più costanza alle opere teatrali,
con una predilezione per le commedie, rispondeva con il detto di Novalis: “dopo
una guerra perduta si devono scrivere commedie”. Secondo lui, erano un pretesto
per testimoniare l’uscita di scena di una intera società.
Di notte, mentre il vento sibilava tra i campi, Hofmannsthal prese a leggergli
l’Egmont di Goethe e si commosse. Ma non aveva un rapporto disteso con tutte le
espressioni dello spirito tedesco. “Egli sapeva valutare tutti i grandi
Tedeschi, ma non si lasciava mai sedurre dalla grandezza”. In Lutero, in certi
romantici e in alcuni aspetti di Hegel notava qualcosa di dannoso; ma anche in
alcune scene del Faust, che riteneva “torbide e rozze”; Fichte gli sembrava
cieco e borioso e Nietzsche “dolorosamente esagerato”. Fu proprio in questo
periodo che, allontanandosi dalle influenze esterne, si volse alla grande
tradizione teatrale spagnola e inglese, con un movimento uguale e contrario a
quello di Walter Benjamin, che nel Dramma barocco tedesco setacciò le stesse
fonti. Anche il destino di Hofmannsthal, come quello di Benjamin, fu tragico. Il
13 luglio il figlio Franz si suicidò con un colpo alla tempia. Due giorni dopo,
mentre si preparava ad accompagnarlo al cimitero, la morte raccolse anche
Hofmannsthal.
Andrea Muratore
**
Hofmannsthal a Burckhardt
Rodaun, 20 dicembre 1927
Il mio piccolo dono di Natale Le viene spedito direttamente dal mio libraio di
Lipsia. È la Rivolta nel deserto di T. E. Lawrence. È uno dei libri più belli
ch’io abbia mai letto. Quest’uomo è il vero tipo dell’eroe, appartenente alla
nostra epoca come a tutte le epoche passate, e altrettanto ammirevole quanto
dotato di un’incomparabile eleganza e grazia interiore – e oltre ciò è uno
scrittore grande come Sallustio. Non so che cosa darei per incontrarlo. Oggi
avrà appena quarant’anni – ma si è ritirato, dalla strada maestra, nei cespugli
che la fiancheggiano. Dicono che sotto falso nome faccia oggi il semplice
soldato in India. L’esistenza di simili uomini non può che rasserenare…
*
Bad Aussee, 29 novembre 1927
Nel romanzo di Conrad che ho appena terminato di leggere (nella traduzione
tedesca è intitolato Sieg e mi sembra l’opera più ammirevole di questo grande
autore, per quanto lo conosco), si tratta pure di un omicidio su un’isola
deserta. La combinazione fra gli eventi, narrati con la massima precisione, e la
determinatezza sociale dei personaggi riesce assai avvincente. Molto si può
apprendere da questo libro, ma mi faccio scrupolo a mandarglielo in questo
momento, perché potrebbe forse confonderla con la somiglianza dei soggetti e
intimorirla con la sua straordinaria maestria (dev’essere stato scritto negli
anni della piena maturità)…
*
Rodaun, 11 luglio 1928
Noi abbiamo in comune una cosa molto profonda, questo nostro desiderio di
afferrare le radici delle cose e di conservarle – ma intorno a questa cosa più
profonda c’è ancora una comunione infinita. Il fatto che per Lei o per la fase
presente della Sua vita la storia sia diventata il centro, è molto importante
anche per me. Il quesito: in che senso esista ancora la storia, condensa oggi
molte cose – da questo punto si scorgono i problemi più profondi. Ultimamente
leggevo con molta commozione un volume delle opere di Gotthelf che Lei mi ha
donato: La domenica del nonno, e i miei pensieri furono indirizzati quasi
violentemente verso di Lei e verso la nostra amicizia: ma non già per
quell’associazione di pensieri esteriore, bensì per un sentimento del tutto
diverso: tutte le cose profonde sono infatti di una sola natura, e quando il
nostro cuore è realmente tocco, il contenuto del cuore stesso si scuote e vibra
insieme; così il sentimento della nostra amicizia si agitò alla lettura di
quelle pagine perennemente belle, inesauribili…
L'articolo “Parlava in un modo che non ho mai udito da altri né prima né poi”.
Su Hofmannsthal proviene da Pangea.
No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il
silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne
maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno
ci sfiora, se non per un attimo.
Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco
d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!
Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da
bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano,
e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente
Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava
innocente fottuta paura.
Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul
posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e
presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la
pulizia della casa, per recuperare energie e forze.
No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di
egoismo.
Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la
letteratura le è stata accanto.
La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒
persino nello strazio.
(Giorgio Anelli)
**
Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora
là
nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo
poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒
Nelly Sachs
L'articolo “Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs
proviene da Pangea.
“Mille sbarre soltanto ovunque vede/ E dietro mille sbarre nessun mondo”. Una
pantera gira intorno a se stessa, il ferro che la rinchiude è visibile, netto,
solido. La sua prigione ha confini, ha senso; il suo limite può essere sfidato.
Rilke descriveva così la pantera dello zoo di Parigi, ma cosa succede quando
tale gabbia è invisibile, quando è più sottile e più crudele? Qui il prigioniero
si muove e il mondo non cambia. La libertà si mostra solo per togliere
respiro; il tempo non scorre, c’è solo pressione, ovunque, sempre.
> “Franz Biberkopf voleva il “bene”, ma cos’era altro se non una parola?“
>
> Alfred Döblin
È in questo contesto che si manifesta la lingua di Alfred Döblin in Berlin
Alexanderplatz; corre, inciampa, urta contro se stessa, parla, sibila, taglia.
Le immagini e le scene di Berlin Alexanderplatz scorrono davanti al lettore come
in un film. Ma c’è un abisso oltre tecnica e acutezza; tra le basi di un’opera
cardine regna amorfa una divinizzazione nichilista della forza bruta e della
cupidigia.
> “Döblin, come ho già detto, è un narratore epico gigantesco. Con la mano
> destra crea arte, e con il mignolo fa più di quasi tutti gli altri
> romanzieri”.
>
> Gottfried Benn
Alfred Döblin, scrittore, drammaturgo e psichiatra, nasce nel 1878 a Stettino,
in Polonia, da una famiglia ebrea assimilata. Nei suoi primi anni è ritenuto uno
degli autori più innovativi dell’avanguardia letteraria. Uno scrittore che non
tiene in conto le aspettative dei lettori, dell’editoria o della critica. Non
vuole essere fedele a nessuna scuola, a nessuno stile.
Al culmine del riconoscimento pubblico, il partito nazionalsocialista sferra il
suo attacco più vile; nel febbraio 1933, dopo l’incendio del Reichstag, in
quanto ebreo, è costretto a lasciare la Germania passando per la Svizzera verso
Parigi, divenendo cittadino francese per poi emigrare negli Stati Uniti.
> “Vi assicuro: non sono un uomo che piange, ma ciò che stava accanto a me e
> nasceva da buone circostanze, non si vantava di essere emigrazione esterna o
> interna, piangeva semplicemente a modo suo”.
Nel 1945 Döblin torna in Europa e nella sua Germania; è uno dei primi a farlo.
Tenta di ricostruire una nuova vita letteraria in patria e riesce a riunire
alcuni giovani autori, tra cui Günter Grass, allievo fedele.
> “Döblin non era al posto giusto. Non riusciva ad affermarsi. Per la sinistra
> progressista era troppo cattolico, per i cattolici troppo anarchico, […] il
> valore di Döblin non era e non è rispettato”.
>
> Günter Grass
La cerchia di stima verso Döblin non era per nulla ristretta o di poco
conto. Stefan Zweig gli riconosce gran parte della sua formazione; Thomas Mann,
riferendosi a Berlin Alexanderplatz, parla di “un tentativo magnificamente
riuscito” di “portare la realtà proletaria del nostro tempo nella sfera
dell’epico”.
Ma Döblin verso la fine della Repubblica di Weimar si considerava superfluo,
inutile da qualunque punto di vista; le sue opere non decollavano più, il suo
schieramento politico azzardato lo portava al dimenticatoio; morì, dopo anni di
Parkinson, il 26 giugno 1957 a Emmendingen, tra il rumore silenzioso di chi fa
la rivoluzione e la quiete di chi mai ha voluto nulla.
> “Questo mondo è un mondo di due dèi. È un mondo insieme di costruzione e di
> disfacimento. Questo confronto avviene nel tempo, e noi vi siamo
> coinvolti. […] Vi sono ordine e disfacimento. Ma non è vero che l’ordine, e
> nemmeno la sua forma o la sua esistenza, sia reale senza la tendenza al
> disfacimento e la distruzione fattuale”.
>
> Alfred Döblin
In una recensione del 1930, dal titolo Crisi del romanzo, Walter
Benjamin annunciava la forma cinematografica come l’unica via di sopravvivenza
del romanzo moderno. L’opera di Döblin è di fatto proroga, linfa, siero di
immortalità che fonda la scrittura su nuove basi nell’epoca dei media e della
riproducibilità tecnica. Quando Döblin incorpora il cinema nella scrittura, non
lo fa per modernizzare il romanzo, ma per incrinarlo. Il montaggio, i tagli, i
cambi di scena non rendono la narrazione più fluida: la rendono instabile.
Costringono il lettore a vivere la stessa discontinuità dei personaggi.
> “Biberkopf è inoltre un ‘bambino bruciato’ e teme il fuoco. E quando entra nel
> mondo, ecco, vuole comportarsi onestamente, vuole eseguire le leggi di questo
> mondo, come le concepisce, in maniera sincera e leale – e – non ci riesce! Non
> ci riesce. Colpo su colpo lo travolge e lo annienta; potrei anche dire che
> annienta la sua posizione di pensiero”.
Il protagonista del romanzo si muove tra truffatori, protettori, piccoli
criminali; reagisce spesso con la violenza; trascina con sé anche chi gli è
vicino. La narrazione, però, non lo giudica. Döblin osserva e registra i
comportamenti come fenomeni sociali e biologici. Colpa, dipendenza, aggressività
non sono deviazioni individuali, ma elementi di un sistema in cui il singolo è
solo una particella, quasi sempre impotente.
Alcuni capitoli si svolgono nella Berlino sotterranea, resa incredibilmente
reale. Qui si incontra con la Dreigroschenoper di Brecht e Weill; le due opere
sono affini nella critica sociale e nell’atteggiamento artistico. Distanza e
riflessione, entrambe rispecchiano la tensione dell’atmosfera tedesca, percepite
come rivoluzionarie pur agendo in opposizione indiretta, con linee politiche
differenti; tutto diviene laboratorio, l’autore siede con una sigaretta in mano
e osserva ciò che il mondo ha da offrire, senza alcun filtro.
> “La punizione ha inizio. Si scrollò, deglutì. Si diede un calcio sul piede.
> Poi prese la rincorsa e si sedette sul tram. In mezzo alla gente. Si parte”.
L’uomo non è mai isola, bensì organismo immerso in correnti più grandi di lui,
legato da fili invisibili a forze arcaiche, biologiche, sociali, spirituali.
Questa dipendenza emerge con particolare evidenza nel ritmo incessante della
metropoli. Basta osservare una folla, una strada, una piazza, per coglierla. Nei
quartieri poveri, poi, l’effetto è ancora più netto. Non esiste alcuno spazio
per l’estetizzazione impressionista dei boulevard, ma solo per l’urto diretto
tra corpi, bisogni, desideri.
Frammenti solo in apparenza disordinati nascondono un’architettura interna
rigorosa. Il celebre “montaggio” döbliniano rende visibile un sistema
rivoluzionario. Pensieri, cronache minime, notizie di giornale, slogan
pubblicitari, canzoni, citazioni bibliche, descrizioni collettive si intrecciano
in una struttura quasi cinematografica. Ne nasce una percezione stratificata
della realtà urbana, in cui nessun punto di vista è definitivo. Figure
marginali, esterne alla società borghese, eppure dotate di una vita interiore
complessa, dolorosa, contraddittoria. L’uomo moderno che pensa, soffre, spera.
> “Ho potuto osservare questo tipo di persone in epoche e situazioni diverse, e
> cioè osservare nel modo che considero l’unico vero modo: vivendo con loro,
> agendo con loro, soffrendo con loro. Ho visto la pace qui”.
Il vero antagonista di Biberkopf è Berlino stessa. Una macchina che ingloba,
stimola, confonde, tradisce. Un moloc moderno fatto di strade, rumori, messaggi,
promesse, minacce. Berlin Alexanderplatz è di fatto un intreccio di riflessi,
fratture, voci, traiettorie. Un epos urbano che conquista territori nuovi sul
piano linguistico e narrativo, trasformando la storia di un manovale e venditore
ambulante in un evento letterario. Il pandemonio che osserva Döblin viene
estratto e ricostruito in un mormorio oscuro; un babelico frastuono di voci.
Prima di Döblin, mai la Germania aveva letto un testo simile. La rivoluzione del
romanzo inizia qui, e con le sue tracce in opere maestre come l’Ulysses di Joyce
o Manhattan Transfer di John Dos Passos.
Da questo punto in poi, l’arte tedesca comincia a parlare la lingua della crisi.
Kokoschka dipinge corpi e strade come se fossero attraversati da una scossa
continua; Kirchner espone la nudità commerciale della metropoli; Grosz riduce la
società a una processione di spettri. Georg Heym, con le sue poesie, registra lo
stesso tremore sotterraneo. In Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, già nel
1929, la città canta la propria fine. Come se la modernità avesse sempre portato
in sé il germe del suo collasso.
> “Tra le nostre città ci sono fogne.
> Non c’è nulla in esse e sopra di esse c’è fumo.
> Noi siamo ancora dentro. Non abbiamo goduto nulla.
> Noi scompariamo in fretta e lentamente pure esse”.
Tradurre Berlin Alexanderplatz è, insieme, impossibile e inevitabile.
Impossibile, perché il romanzo di Döblin è attraversato da una pluralità di
voci: lingua parlata, dialetto berlinese, gerghi, slogan, registri burocratici e
frammenti colti si intrecciano senza mai stabilizzarsi. Ogni personaggio porta
con sé una posizione sociale inscritta nella lingua, difficilmente trasferibile
senza perdite. Ma proprio per questo la traduzione è necessaria. Berlin
Alexanderplatz è uno dei grandi laboratori narrativi della modernità europea, e
lasciarlo confinato all’originale significherebbe ridurne la forza e la
circolazione. Le diverse edizioni italiane,principalmente basate sul lavoro
pionieristico di Alberto Spaini, testimoniano questa tensione irrisolta.Ogni
versione è un tentativo provvisorio, una scelta parziale, una mediazione
imperfetta.
> “Poiché Berlino restava ciò che era, spettava al condannato cambiare se
> stesso. Il tema centrale, dunque, è questo: significa sacrificarsi, offrirsi
> come vittima”.
C’è qualcosa che va oltre Franz Biberkopf, oltre Berlino, oltre il Novecento. La
condizione di un uomo non coincide mai con se stesso; il sè continuamente
spostato, deviato, consumato dal flusso in cui è immerso. Vorrebbe fermarsi, ma
vive dentro un mondo che non conosce tregua. Ogni voce, in questo romanzo, lotta
contro la propria dissoluzione. Parlare è già un modo di resistere alla
scomparsa. In mezzo al rumore della città, l’uomo cerca un varco, un punto di
silenzio, una forma fragile di permanenza. Si perde la forma, lentamente. E
forse pensare, oggi, significa proprio questo; guardare senza illusioni la
nostra instabilità, senza trasformarla in spettacolo o consolazione.
Tommaso Filippucci
*In copertina: George Grosz, Ritratto del dottor Felix J. Weil, 1926
L'articolo “Non sono un uomo che piange”. Alfred Döblin e “Berlin
Alexanderplatz”, il romanzo inevitabile proviene da Pangea.
Su Arno Schmidt c’è una buona voce di Wikipedia che mi esime dal ripercorrerne
vita e opere. Quanto al romanzo breve di cui si dà qui un’anteprima, scritto nel
1953 e pubblicato due anni dopo, due parole su trama e stile.
Agli albori del boom economico con relativi prodromi del turismo di massa, due
reduci della Wehrmacht che si erano persi di vista decidono di passare una
settimana di vacanza ai bordi di un laghetto della Bassa Sassonia. Uno, il
protagonista, è come l’autore un traduttore seriale e squattrinato, l’altro si è
specializzato in pittura di esterni con tanto di squadra agli ordini, e
ovviamente paga tutto per due. Nella pensione Joachim ed Erich incontrano due
giovani dattilografe pur esse in ferie, Selma e Annemie. Fatale l’accoppiamento
direi quasi da affinità elettive, nonostante le apparenze. Eros e natura la
fanno da padroni, con a rinforzo una buona dose di politica, cultura, ateismo e
ironia.
Quanto allo stile Schmidt, riprendendo un frammento di Novalis, aveva già
affermato altrove che, come la memoria al pari della vita stessa non è nessun
continuum ma una serie di momenti disgiunti e in sé conclusi, così il romanzo
non dev’essere nessun continuum, ma una serie di periodi staccati e perfetti in
sé.
Da qui la struttura formale di Paesaggio lacustre con Pocahontas (ora: Del
Vecchio Editore, 2026): 18 capitoletti sormontati in posizione di esergo (a dx
quindi, in formato simile a una foto che qui per motivi tecnici non è possibile
riprodurre) e da un breve testo ciascuno denominato “foto” che ritrae un momento
particolarmente significativo della trama, mentre ciascun capitoletto riporta in
sequenza cronologica una serie di periodi separati ciascuno da una barra.
Il romanzo all’uscita colpì molto il magistrato che lo accusò per blasfemia e
pornografia, ma un lustro dopo in altro senso Günther Grass, che pronunciò il
discorso di conferimento del prestigioso Premio Theodor Fontane affermando a
proposito di Paesaggio lacustre con Pocahontas che “nessuno come Arno Schmidt ha
saputo descrivere la pioggia”, e mezzo secolo dopo Walter Kempowski, che definì
il romanzo “la più bella storia d’amore del secondo Novecento”.
Tale e tanta è la ricchezza scoppiettante del tutto, che mi son visto costretto
ad apporre in appendice un commentario di dimensione uguale al testo: qui in
compenso mi limito a riportare un paio di “foto” inquadrandole
stenograficamente.
***
La foto 3 ritrae il primo incontro dei quattro nella sala-pranzo della pensione:
L’una : alta 6 piedi; inanellata di giallobianco nel vestitino da vespa
stecchita, “come gli antichi rappresentavano la morte”; interminabili
braccia-stanghe, marron scuro, stavano genuflesse davanti a lei sul tavolo;
presumibile anello di fidanzamento; seno almeno per ora non identificabile.
Poianesco uncinava il naso dal profilo irochese; la bocca informe, quasi priva
di labbra; lenti senza bordo cavalcavano innanzi a tanto d’occhi sbarrati :
“Hetcì !” (e ciò apparì comunque desolante e incriccato, come se sternutisse un
edificio gotico in mattoni o un traliccio dell’alta tensione). / L’altra :
piccola e campagnolmente tonda; bocca ricamata di rosso su viso giallo sego da
slava; dita stavano sparpagliate attorno alla tazza, bianche e storte come
trucioli; e dalla grassa miscela di vocali sprizzavano arzille le “r” dure :
«Ah, Gleiwitz o giù di lì» riconobbe eccitato Erich la nazionalità. La ragazza
color inferno piegò verso noi l’esile stelo, occhi aprirono per poco il
diaframma, la piccola scilinguò nel merito; e anche a Erich dalla rubrica
“Bisbiglii amorosi dell’Alta Slesia” tornò in mente senza necessità veruna :
»Perrché usi dito ? Ma usa LUI !»
Nella foto 4 il primo tête à tête in acqua bassa, alla fine del quale Joachim
battezzerà Selma col nome della principessa indiana:
«Si chiama Selma : ci ho fatto caso subito !» confessai. L’acqua, spessa come
una stoffa blu, ci faceva aderente da pareo. «Sul libro, al momento di
registrarci»; anche le spalle erano magrissime. Aprì goffamente la gran bocca,
poi rise stridula, divenne ancora più color mattone, e confidò al lago : «Pure
noi. Ma lei è Joachim, no ? !» e fece un respiro di sollievo. Billeri delle
nuvole. Inspirai così forte, che guardò affascinata il mio torace, lungo cui
poté andare come lungo una muraglia gialla : «Torniamo insieme !» asserii, e lei
annuì tra timidezza e zelo (ma si dette pro forma anche un moto di ripulsa).
Anatre decollarono come clipper. Entrambi senza cuffia. Ridemmo stoltamente, e
giocammo per imbarazzo con l’acqua. Anche mi rimase impresso : forcine di canna
nei capelli; la figura trista e rigida; pinne nerastre falciformi; nella
sinistra una pianta lacustre; tenere antenne rosso salmone a mo’ di fiori dietro
ciascun orecchio : ciò sortiva assai carino e ukulele. «Volevamo riposarci», mi
confidò ancora innocente.
Nella foto 7 il primo bacio, di ritorno da una passeggiata notturna di gruppo:
Mondo dei segni : quello arenario della luna; i triangoli simili dei frontoni;
millepodalico avanzava il viale; lampioni offuscavano il puro nerume, arrotavano
grilli, di nuovo inveì un cane alle nostre spalle. Tanto per cantare Annemie
intonò, su molli labbra lussuriose a foglia larga, un’aritmetica perversa : 1
notte di maggio, 2 chitarre in riva al mare, 3 moschettieri; e così sparì in
sordina la jazzosa creatura nell’inconsistente crepuscolo, davanti a noi,
abraccioderich. Mondo dei segni : i nostri dischi occhialuti si sovrapposero
l’uno all’altro, il suo rostro punse forte, le mani mi si annodarono
tutt’intorno (luna andò allora alla deriva qual brulotto tra fregate di nubi), i
suoi denti stringevano assai : – – e poi brancicammo oltre, sopra le bianche
sezioni coniche. Al ritorno. Case nerocutanee; un’auto passò borbottando; «hai
visto prima il serpente di nuvole rosse ?»
Saltando (io) il primo coito, nella foto 10 ecco il post:
Ancora lampeggiarono le ombre dalla nostra camera di piombo : sopra lo schienale
della sedia sottili tubi nudi, il triangolo e una doppia ciotolina rosa. Non
ebbi pace finché non si accomodarono i due minuscoli calzini, poi sotto, i
sandali marrone. «Che numero porti ?». Gemé disperata : «Non chiedere …»; poi
così affranta : «Quarantatré !», che accorsi subito e la consolai di carezze :
«Pocahontas ! – !». (Sbucare da foreste verdescuro con solo un rosso straccio
iliaco. Dovrebbe. Cercò un pochino nella sua valigia : – –, tirò fuori un
foulard e lo provò pudica : – –, fece il nodo finale sul lato : – – ?. Stava lì
zitta, braccia penzoloni : seria spuntava e scarna l’interminabile anca a destra
dalle lingue di stoffa arlecchinesche, era dunque il suo lato sinistro, e attese
devota e anelante finché la nominai e liberai : «Pocahontas !» – Una chiazza di
velluto rosso venne dalle sue labbra, si fece a punta, spinse impacciata, e mi
sgusciò poi giù fondo in bocca …).
Copertina ideata dall’autore e cassata dall’editore
Con un salto sestuplo di giorni dedicati, oltreché all’eros, a natura, politica
e cultura (dove la coppia via via si affiata svelando insospettate dosi di acume
nella partner), la penultima foto 17 fissa in una squallida torbiera il momento
del distacco per fine ferie:
Vagliare in parole il sondabile; burlarsi tranquillamente dell’insondabile : Un
albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli
neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme. Stava
sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza : passi da uomo, dalle tasche
della cerata sporgevano braccia oblique, nel viso di cuoio rosso una fessura
schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio di pioggia & lacrime :
«Pocahontas –»; si volse lentamente, e pianse impassibile più forte : – – finché
di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi
auricolari, l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un
suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei,
cullai, ancora il suo lamento faceva voltigare rebbi neri attorno alle nostre
teste : «Cara Pocahontas !». Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò
ruffiano tre braccia imbellettate : Damme, Osterfeine, Hunteburg : per ciascuno
di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve
risacca dell’aria ! Un battello di nebbia scialuppò a lungo nel porto erboso, e
naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure
lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva
già tirarle a sé, il viso non ancora.
*
Già da qui il lettore avrà visto, o subodora, come il comico nel romanzo viri
verso la fine, con serietà, nel tragico: sarà anche questo il motivo della sua
eccezionale bellezza?
*In copertina: Arno Schmidt (1914-1979) fa Pocahontas
L'articolo “Paesaggio lacustre con Pocahontas”. Il romanzo maledetto di Arno
Schmidt proviene da Pangea.
“Perché non v’è punto qui/ che non ti veda. Devi cambiare la tua vita”. Fermo,
di fronte al torso arcaico di Apollo, Rilke formula un imperativo oracolo,
ascoltando ciò che muta come se parlasse. Non è la nebbia di una morale, bensì
l’esperienza di metamorfosi che ogni vivente, nel suo perire, impone allo
sguardo; un volto d’albero, un muro di spine, una foglia che cade, ogni cosa
diviene giudice muto e maestro metafisico.
È da questa soglia rilkeana, da questa “Schwere der Dinge”, che possiamo
avvicinarci a Christian Morgenstern e alla parte del suo animo nascosta tra le
fronde. Perché anche nel suo Blätterfall, in un quadro autunnale che raschia sul
bordo della meditazione morale, la natura non è sfondo, ma interlocutrice,
segno, terreno dove l’uomo impara la sua postura, la discrezione, il silenzio
assordante.
> “Nella vita ci sono grandi ore. Noi leviamo gli occhi verso di esse come verso
> le colossali figure del futuro e dell’antichità.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
Nato nel 1871 a Monaco di Baviera, Christian Morgenstern è solitamente ricordato
per le sue Galgenlieder, i suoi Fatti lunari (pubblicati in Italia da Guanda) e
per l’umorismo stralunato. Cresciuto fra pittori e febbri, fu poeta dalla salute
sempre inclinata, funambolo dell’assurdo prima che l’assurdo avesse una
capitale. Colpito da tubercolosi sin dalla giovinezza – malattia che lo portò
alla morte prematura nel 1914 – conobbe a lungo la stanza del malato; il luogo
in cui l’immaginazione impara a uscire prima del corpo. Da qui la doppia natura:
da un lato l’inventore di quei poemetti che sembrano nati in un teatro di
marionette composto da canneti metafisici; dall’altro, un autore capace di una
spiritualità calma, quasi orientale, nutrita di Steiner, di teosofie leggere e
antroposofia.
I frequenti spostamenti lo portarono a soggiornare alcuni mesi, tra il 1906 e il
1907, nel sanatorio per malattie polmonari di Birkenwerder. Qui lo studio del
Vangelo di Giovanni e degli scritti di Meister Eckhart gli procurò una sorta di
iniziazione spirituale che lo rese liminale. La poesia Blätterfall appartiene a
questa fase più meditativa e più “seria” della sua produzione; non trascende
l’ironia dei Galgenlieder, ma esplode una sorta di piccola filosofia in cui la
natura diventa maestra di saggezza tragica e di compostezza.
Caduta delle foglie
Il bosco autunnale fruscia intorno a me…
Un infinito mare di foglie
Si stacca dalla rete dei rami.
Ma tu, il cui cuore appesantito
Vuole condividere il grande dolore…
Sii forte, sii forte e taci!
Impara a sorridere quando le foglie,
Facili prede del vento leggero,
Ondeggiano e scompaiono.
Tu sai che proprio la caducità
È la spada con cui lo spirito del tempo
Supera se stesso.
Morgenstern dispone il “mare di foglie” come un teatro cosmico in cui l’uomo,
fragile spettatore, è chiamato a un’ascesi del silenzio: «Sii forte, sii forte e
taci!». Rilke avrebbe riconosciuto in questo comandamento la stessa disciplina
interiore che governa le Dinggedichte, dove il poeta non descrive la cosa, ma la
lascia farsi gesto, inclinazione, destino. Ciò che si perde si apre, ciò che
discende si libera. La poesia, nella sua apparente semplicità, si colloca così
accanto alla visione rilkeana del mondo che “stirbt und wird”, muore e diviene,
una visione che fa dell’effimero un’energia spirituale.
> “Cerchi che si tendono sempre più
> ampi sopra le cose è la mia vita.”
>
> Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore
Se Rilke ci insegna a far parlare le cose, Hölderlin ci mostra il gesto opposto
e complementare. La natura non è soltanto scena ma compagna di redenzione,
cornice in cui si misura il rapporto umano con il divino. La malinconia
dignitosa e la tensione verso una forma di abitare il mondo si incontrano in
Hölderlin in una poetica del mediamento. L’estasi del poeta è sempre una
mediazione che tenta di ricollegare la frammentazione moderna. In relazione a
Morgenstern, Hölderlin ci permette di leggere l’esortazione al silenzio come
forma di abitare il tempo. Il suo “sii forte e taci” risuona come regola
heideggerianamente prescientifica dell’abitare che Hölderlin, prima di tutti,
aveva posto come questione poetica.
Christian Morgenstern (1871-1914)
Lo studio critico moderno conferma questo aggancio; la natura come mezzo per
oltrepassare la contingenza e riconsegnare all’uomo una misura dell’entusiasmo
poetico. “Non coerceri maximo, / contineri minimo / divinum est.”,riporta il
lungo epitaffio sulla tomba di Ignazio di Loyola citato da Hölderlin
nell’apertura dell’Iperione: “Non essere limitato da cos’è più grande, essere
contenuto da ciò che è minimo, questo è divino”. Così, quando Morgenstern invita
a “sorridere” davanti al fogliame che svanisce nel vento, chiede un atto di fede
nel ritmo dell’essere. Imparare dai cicli naturali a non opporsi alla perdita,
perché è proprio lì che l’anima comprende la misura del mondo.
> “Costruisco una tomba per il mio cuore, affinchè possa riposare; mi imbozzolo
> perchè ovunque è inverno; mi avvolgo nei miei ricordi contro la tempesta.”
>
> Friedrich Hölderlin, Iperione
A sorreggere questa interpretazione giunge Nietzsche, il vero “formatore” della
giovinezza di Morgenstern e colui che offrì un primo fondamento filosofico al
suo rifiuto emotivo dell’arida incultura guglielmina. Il vento leggero che
rapisce il fogliame non è, per Nietschze, minaccia, ma forza dionisiaca che
smuove la forma, afferma la potenza del divenire e spezza le catene della
malinconia reattiva. “Tutto va, e tutto torna”, scrive nello Zarathustra,
ricordando che la vita è un eterno ritorcersi di forme e di energie.
Il Blättermeer di Morgenstern, osservato nella sua fluttuante impermanenza,
diventa così una figura nietzscheana: la danza minima di ciò che continua a
vibrare mentre scompare. Il comando “sii forte” non è una severità morale, ma
una pedagogia del divenire; accogliere il mondo nella sua continua evaporazione,
senza cedere all’illusione di un centro stabile.
> “Voglio imparare sempre di più a vedere come bello ciò che è necessario nelle
> cose; allora io sarò uno di quelli che fanno le cose belle. Amor fati:
> lasciate che sia il mio amore d’ora in poi!”
>
> Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
A fornirci l’ultimo nodo, però, è Bergson, che con la sua filosofia
della durée (durata) sembra quasi commentare direttamente i versi finali della
poesia: “Tu sai che proprio la caducità/ È la spada con cui lo spirito del
tempo/ Supera se stesso”. La temporalità bergsoniana non è una serie di istanti
che si consumano, ma un flusso qualitativo, una “élan vital” in cui vita e tempo
coincidono come movimento indivisibile.
Il testo di Morgenstern, nel suo insistere sulla caducità che «sovrasta» il
tempo, può essere letto come poesia della durata: il fogliame che cade non
interrompe l’esperienza, la intensifica; la caducità è l’atto che concentra la
memoria e l’anticipazione in un presente vivo. Bergson sostiene che il puro
presente è un inafferabile avanzare del passato che divora il futuro, e così, il
sorriso che l’io consiglia è gesto proprio, modalità del presente che incorpora
il passato e prepara il divenire. Nella sinergia di Bergson e Morgenstern il
tempo smette di essere nemico e diventa materia plastica dell’anima.
> “E tutto è unanime, nel silenzio su noi,
> metà vergogna, forse, e metà speranza ineffabile.”
>
> Rainer Maria Rilke, II Elegia Duinese
In questo modo, il bosco autunnale non è più soltanto un luogo della malinconia,
bensì il laboratorio dove Rilke vede la cosa dichiarare la propria anima, dove
Hölderlin riconosce la ferita sacra dell’esistenza, dove Nietzsche vi scorge il
gioco in cui l’essere si afferma contro la gravità della fine, e dove Bergson
ascolta il pulsare segreto del tempo che si rinnova.
Morgenstern, sotto questa luce, appare come un poeta che conosce la leggerezza
del pensiero profondo; parla alla quiete, ma soprattutto parla del mondo intero.
Nel suo invito a sorridere mentre tutto svanisce, si cela un gesto ontologico,
una teologia dell’imparare che la vita non ci appartiene per durare, ma per
trasformarsi, per transitare, per brillare un istante prima di dissolversi nel
respiro dell’universo. Morgenstern, con la sua voce più lieve e più
adulta, trasforma una visione in gesto etico, in assentire, e tacere. Un tacere
che non è resa, un tacere che non è condanna.
Il mondo vive nel suo cadere e l’uomo cresce nella misura in cui impara ad
accompagnarlo senza rumore.
Tommaso Filippucci
*In copertina: la “sfera dei colori” secondo Philipp Otto Runge (1777-1810)
L'articolo “Sii forte, sii forte e taci”. Christian Morgenstern o della legge
del mondo proviene da Pangea.
Questa storia, in cui tutto è possibile, inizia – o finisce – all’abbazia di
Pomposa, folgorante edificio del IX secolo, nel ferrarese, dove si dirama,
divorandosi, il Po. Affreschi e sculture, spesso arcani, incutono sacro terrore.
Qui pare sia stato redatto, nel XVII secolo, il De arte nihil credendi; dello
scrittore, Matteo Cnuzen, altrimenti detto Matthias Knutzen, predicatore
tedesco, ateo, si ignora la data di morte. Il testo – di cui non si ha altra
notizia – è custodito presso la Biblioteca Classense, “non è mai stato
pubblicato… ho potuto solo farne una copia a mano”, scrive l’autore. Un
fascicolo dal titolo analogo porta la firma di Geoffrey Vallée, anticlericale
estremista: in quel libello – titolato, in verità, La béatitude des Chrétiens ou
le Fléau de la foy – l’autore dimostra che la fede, fondata sull’ignoranza e sul
timore di Dio, riduce l’uomo a una bestia, a uno schiavo. Vallée fu arrestato,
impiccato e passato al rogo il 9 febbraio del 1574: aveva ventiquattro anni.
Il testo di Knutzen – che mesce, in cocktail micidiale, reminescenze di Lucrezio
e di Spinoza, di Garlandus Compotista e di Levi Smolinides, di Gregorio di Narek
e di Sabinus Serrat (faccio scoprire a voi chi di questi è un personaggio
fantomatico, fittizio) – è utilizzato dal poeta austriaco Raoul Schrott come
monito per un libro dal titolo emblematico, L’arte di non credere a nulla,
uscito in Germania, presso Hanser Verlag, dieci anni fa, tradotto ora da
Federico Italiano per Crocetti. I brani dell’incendiario pamphlet di Knutzen –
veri, verosimili, inventati? l’autore rifiuta spiegazioni – sono corrosivi,
perciò corroboranti. Ne cito alcuni:
> “sono avido se voglio tutto ciò che si può ottenere dalla vita – avere amici e
> allo stesso tempo stare solo? ciò che desidero è difficile da raggiungere –
> eppure una volta in mio possesso sono insoddisfatto come se avessi raggiunto
> nulla”;
> “sii come la neve che si scioglie: dal silenzio nascono i fiori – la lingua
> sia il loro bocciolo”;
> “tutto inizia con il sangue · inzuppati di sangue veniamo al mondo a testa in
> giù: tutto inizia con una separazione e in un mondo capovolto · avvinghiati a
> un seno non vediamo che oscurità: ora vivi amaro e cupo · da bambini
> scorrazziamo qui e là: e inquieti rimarremo · nella giovinezza ci dissolviamo
> sentendoci estranei: è solo un periodo di traviamento e confusione · con la
> vecchiaia la mente si annebbia: non aspettarti quindi la beatitudine da vecchi
> strampalati · così perplessi procediamo nelle tombe: senza riconoscere da
> nessuna parte un’anima o qualcosa di puro – solo imperfezione”
Siamo nei dintorni dell’atroce Albert Caraco più che in quelli dell’ardito
Zenone, il protagonista de L’opera al nero, il romanzo di Marguerite Yourcenar.
Nella prefazione, Schrott cita la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il
Mausoleo di Galla Placidia, a Ravenna e il magnetico trattato De tribus
impostoribus, di cui si discute – senza traccia di testo – dal XIII secolo:
sarebbe piaciuto a Borges. I legami con il maestro argentino, però, finiscono
qui: le poesie di Schrott – affratellate ai violenti aforismi del fatidico
Knutzen – non hanno nulla dell’enciclopedica freddezza di Borges. Al contrario,
è la vita presente, quotidiana, quella convocata da Schrott: nei suoi testi ci
sono il pizzaiolo e lo stilita (“qualcuno disposto a stare sull’orlo del
precipizio”), la cassiera (“il mondo è fatto di cose standard/ che mangiamo ·
beviamo · trasformiamo in esistenza”), il macellaio (“siamo e diventiamo ciò che
mangiamo/ con gli occhi spalancati rivoltandoci al pungolo…/ carne trafitta in
via di macellazione verso l’assoluto”). L’arte di non credere a nulla è un libro
che dà credito alla carne, in crepitio di eros; è un libro pieno di corpi
esposti e di rapporti cannibali. In lo sguardo di dio si canta “la vita baciata
e gettata come un pezzo di pane”; in una poesia si imitano i toni di una single
– donna – fine quaranta; è bello il finale: “la dolcezza · sale tra le mie gambe
· orma d’animale selvatico”. In viaggi notturni – forse, il testo più bello –
c’è una donna “nuda sul sedile distesa/ lo sguardo rivolto verso il nord che
manca come casa”: “il compendio della nostra vaga esistenza/ tali scrupoli
appena li considera:/ nomina il desiderio · vuole vederlo divenire realtà/ ma
biasima ogni indifferenza”.
Il libro è sigillato – va da sé – dal motto riassuntivo del trattatello di
Knutzen: “l’assoluto opera nel nulla”. Quando l’autore – troppo intelligente per
cadere nella trappola del refuso – mi dice che il modello de L’arte di non
credere a nulla è la Vita nuova di Petrarca (ovviamente, è di Dante), so che mi
sta sfidando. D’altronde, Raoul Schrott è una delle menti più sfrenate e
sofisticate della letteratura tedesca: mi ricorda, per impeto, Werner Herzog.
Nato a Landeck, Tirolo, nel 1964 – ma ha detto, a volte, di essere nato a San
Paolo, in Brasile, quando non in nave – è cresciuto tra Tunisi e Zurigo; insegna
all’Università di Vienna, dopo aver insegnato a Napoli, a Berlino e a Tubinga,
insieme allo scrittore Christoph Ransmayr. Romanziere, poeta, studioso, Schrott
è a abituato alle imprese impossibili: ha scritto resoconti tratti dalle sue
esplorazioni nel deserto (Il deserto di Lop è stato pubblicato da La Grande
Illusion nel 2022); ha partecipato a una spedizione, supportata dall’Università
di Colonia, in luoghi del Ciad ancora inesplorati. Da ragazzo, ha studiato il
Dadaismo, è stato il segretario di Philippe Soupault, a Parigi; ha tradotto
Derek Walcott e Seamus Heaney, la Teogonia di Euripide e l’Epopea di Gilgamesh;
nel 2008 ha pubblicato la sua traduzione – sgargiante, a dire dei più –
dell’Iliade: la tesi secondo cui Omero fosse uno scriba greco al servizio degli
assiri, vissuto a Karatepe, in Cilicia, gli attirò critiche. Tra l’altro,
Schrott ha scritto romanzi audaci in immaginario, imprevedibili fin nel titolo
(uno di questi fa pressappoco, Racconto del vento, ovvero dell’artigliere
tedesco che circumnavigò il mondo una prima volta e poi una seconda e una terza
volta); ha vinto premi. Con Erste Erde (2016), libro di magnetica forza, ha
tentato di dire in versi la storia del mondo, dal Big Bang a oggi.
L’ultimo progetto – benché non strettamente letterario – è altrettanto
‘mostruoso’: l’“Atlante dei cieli stellati” (Atlas der Sternenhimmel),
pubblicato da Hanser lo scorso anno, raccoglie – dispiegandoli – diciassette
cieli; le costellazioni degli antichi egizi e degli aborigeni australiani, degli
Inuit, dei Tuareg e dei Boscimani. Si narra, così, la storia dell’uomo e di ogni
civiltà, a partire dal rapporto con gli astri. Quasi che il cielo sia una
bibbia, le stelle una scrittura piena di brusii, vocalizzi, grida.
Insomma, abbiamo preteso Raoul Schrott al dialogo.
Preliminari: esiste davvero il “Manuale dell’esistenza transitoria” o è frutto
della sua transitoria immaginazione?
Esiste? Tutto ciò che scriviamo e leggiamo – che sia romanzo, poesia o filosofia
– esiste: è il frutto della nostra immaginazione.
Come è nata l’idea di accostare le poesie a un trattato del XVII secolo? Qual è
stato il ‘metodo’ di costruzione del libro? Vedo, ad esempio, che le poesie non
sono disposte in ordine cronologico.
In sostanza, le poesie riferiscono di una visione atea della vita e dell’amore,
da prospettive differenti. Per me, poesia è un modo di pensare più concentrato e
compiuto: ecco perché tutti i miei libri in versi sono centrati su un tema – gli
hotel; il sublime; il sacro; l’assenza – e incorniciati da un saggio. Qui si
tratta, letteralmente, dell’arte di non credere a nulla. Per costruire un
contesto alle poesie la – sbalorditiva – breve storia dell’ateismo mi è parsa
più che appropriata.
La maggior parte delle poesie sono ritratti di individui che ostentano le loro
opinioni, plasmate dal lavoro che svolgono, dai desideri, dalle circostanze. È
una galleria di professioni (di cui ho incidentalmente dimenticato il maestro).
Sono raggruppate tematicamente, poi completate da alcuni versi tratti
dal Manuale dell’esistenza transitoria, per dare a ogni poesia un significato
ulteriore. Se crede, il modello è la Vita nuova di Petrarca (sic!).
Come costruisce le proprie poesie? Intendo: parte da un concetto, da un insieme
di parole che combaciano audacemente assieme, da una ‘scena’, da una idea
narrativa…
Tutti questi elementi concorrono: intuizione, esperienza, l’incontro con
qualcuno (il cassiere del supermercato che ho incontrato sul treno per Berlino
non smetteva più di parlare). Questi elementi consegnano, come diceva Valéry,
il vers donnés su cui poi la poesia si sviluppa in vers calculés. In queste
poesie, il calcolo provvede alle rime (comunque discrete, difficili da scovare).
Tuttavia, la parola in rima di rado ha a che fare con la parola con cui rima,
introduce un elemento imprevisto, un frammento del mondo in generale – così che
il procedere pensando deve fermarsi in stazioni diverse. Questo rende la
scrittura, almeno per me, uno stupore continuo.
Come penetra nel suo linguaggio la lingua delle origini, dei testi che ha
tradotto, Iliade, Gilgamesh, Teogonia?
La loro lingua non penetra nella mia. Tradurre quei testi, però, ha significato
comprendere la tradizione e approfondire il mestiere: per scrivere da quel
centro del presente.
Che senso ha, oggi, la poesia?
La poesia è la macchina di tutto ciò che è umano, individuale, soggettivo. Ci
pensi: i romanzi, in quanto finzione, sono menzogne realistiche (presentano una
verità in modo elegante e persuasivo, certo), narrazioni che si basano su trame
e personaggi plausibili. La poesia, invece, non può che essere veritiera;
esprime i pensieri e le emozioni più profonde: è autentica. Tutto il contrario
della plausibilità. Questo vale anche per le poesie peggiori, in cui non si
capisce un cazzo [in italiano, ndt], tanto sono autoreferenziali. Dunque:
autenticità. Inoltre: la poesia sincronizza le tre modalità cognitive
dell’essere: le immagini in cui pensiamo; il linguaggio con cui ci esprimiamo;
la musica – metro e ritmo – che corrisponde ai battiti del cuore, al ritmo del
respiro, al moto delle ciglia. Ditemi quale altra arte riesce a fare tutto
questo con così pochi mezzi!
Che rapporto esiste, a suo dire, oggi, tra poesia e storia, la poesia e
‘politica’?
Credo che la poesia sia a-storica, nella misura in cui esprime intuizioni senza
tempo (pur se fugaci), verità soggettive che nella loro individualità sono
sempre in contrasto con la storia come fenomeno di massa. La poesia è il rifugio
e l’espressione di tutto ciò che è umanamente possibile, pensabile,
sperimentabile in tutta la sua stranezza e bellezza, in tutta la sua assurdità,
in tutto il suo orrore. La letteratura è sempre a-politica e a-morale. Non si
preoccupa e non deve occuparsi delle ideologie e dell’etica di una comunità,
altrimenti diventerà agitprop, slogan, un manifesto, insomma. La letteratura – e
in particolar modo la poesia – deve esprimerci come individui, con tutte le
nostre emozioni e pensieri, positivi o negativi essi siano, senza vincoli,
liberi, per essere autenticamente veritiera. Almeno, così è sempre stato.
Mi racconti qualcosa del suo “Atlante dei cieli stellati”: come nasce il
progetto, perché, come si insinua nel suo lavoro poetico?
L’Atlante dei cieli stellati non ha a che fare con la mia scrittura. A parte la
visibile poesia che raffigurano le costellazioni, è un lavoro accademico: come
professore di letteratura comparata ho compiuto ricerche per rintracciare i
cieli stellati di diciassette diverse culture del pianeta. Benché l’Unesco li
abbia dichiarati patrimonio culturale immateriale dell’umanità, non sono mai
stati studiati in modo esauriente: le costellazioni, graficamente ricostruite;
il simbolismo e la sapienza che le accompagna; la storia della tradizione
astronomica che le spiega; i miti delle origini che narrano la creazione del
cielo e della terra, del sole, della luna, delle stelle. Ci sono voluti sette
anni di lavoro per ricostruire il cielo dei babilonesi e dei cinesi, degli inuit
e dei boscimani, degli inca e degli arabi, dei tahitiani e dei maori… ciò che
questa ricerca ha prodotto (con mio grande stupore) sono settantamila anni di
storia culturale di cui nessuno sapeva nulla.
*In copertina: Raoul Schrott in un ritratto fotografico di Barbara Seyr
L'articolo “L’assoluto opera nel nulla”. Dialogo con Raoul Schrott proviene da
Pangea.
Qualcun altro per lui ha seminato bene crepuscoli. Sotto lo sguardo vigile di
Cerbero, vendemmia grappoli di tenebra nei suoi occhi prima ancora che nel
cielo. Al ritmo di un precipitare, dà coordinate esatte alla disperazione.
Grodek, 1914, novanta commilitoni squarciati nella carne e nell’anima che
chiedono sollievo e l’inutile perché di una guerra: troppo esili le sue spalle
per farsi carico di quel dolore, solo e senza farmaci – non resta che spingere
la prosodia fino alle porte dell’Orco per strapparla un’ultima volta alla sua
morsa. C’è Grete, “oscuro amore/ d’una selvaggia stirpe” e solo per questo casa
vuol dire ancora qualcosa. Compagna di sangue e di abisso; sorella di
un’innocenza che hanno perduto insieme, mano nella mano. Distilla bagliori
autunnali in punta di dita, come “oro di stelle cadute” (Al fanciullo Elis).
Si cammina in giorni bui come nei boschi fitti – che riparo c’è, dove –, nella
stagione signora del freddo e delle foglie ingiallite, non si capisce, nel tempo
che impiegano a cadere dondolando, se la musica muta che le muove è giuramento
di una prossima, lontana rifioritura o memoria volatile di un verde
irripetibile. L’eterno, ciclico incedere pare spezzarsi e le pupille inchiodano
un tramonto dove anche Dio, per un istante tutto umano, si raccoglie in
solitudine al termine della battaglia quotidiana col poeta. L’orlo di un
bicchiere di vino promette naufragi di porpora per domande troppo oscure, mentre
il sambuco tace e “presto s’annideranno stelle nelle ciglia dell’estenuato”
(L’autunno del solitario).
Georg Trakl, nato dipartito. Con perizia di aruspice indaga le viscere del
mondo, in un allucinato andare e tornare tra sogno e veglia ma sempre verso sé
stesso, come scrive in una lettera ad Irene Amtmann. L’amico fraterno Karl
Kraus, il bianco pontefice della Verità in una poesia a lui dedicata, non
comprende del tutto come Georg possa vivere. E infatti, come si vive quaggiù non
essendo di quaggiù? Sempre straniero in questa distesa sublunare che lacrima
sangue nel clamore delle armi, dentro il quale tutti gli orizzonti cortissimi
dell’eclissi del sacro cadono uno dopo l’altro, anche loro come soldati.
L’indigenza dell’arrischiato, scritta con la calma dei passi inesorabili, è la
frantumazione del centro. Schegge di uno specchio rotto, le immagini familiari
(la casa, un vecchio album di famiglia, il padre, la madre, etc…) sono ombre e
volti di pietra; tutte le cose, dice Trakl, tacciono mentre gli enigmi
dell’anima si sottraggono ad una chiarezza.
Nella poesia di Trakl – secondo Angelo Lumelli giocata tutta contro le
aspettative del discorso – il poeta raccoglie e accoglie come compagnia, lungo
la strada della parola, fantasmi, cioè silenzi che non redimono le domande più
ostinate, rinunciando a scioglierle in risposte comode ma fragili. Sacrifica la
tentazione di dire l’indicibile e per questo apre varchi ad azzurri diversi da
quelli del pensiero.
[…] Sotto cupi abeti
due lupi mescolavano il loro sangue
in abbraccio pietroso; d’oro
si perdeva la nuvola sul varco,
pazienza e silenzio dell’infanzia.
Di nuovo s’incontra il tenero cadavere
Sullo stagno del Tritone
Assopito nella sua chioma di giacinto.
Oh finalmente s’infrangesse il fresco capo!
Ché sempre segue, azzurra fiera,
un occhieggiare tra ombre crepuscolari d’alberi,
questi varchi più bui
vegliando e mossa da notturna armonia,
dolce delirio;
o suonava di oscura estasi
piena la musica
ai freschi piedi dell’espiatrice
nella città di pietra.
Cosa va distruggendo in poesia, mentre tocca ad una “fiera azzurra” la custodia
dell’”armonia degli anni spirituali” (Declino dell’estate)? Qui disperazione non
è semplicemente sprofondare; è il tentativo di recuperare la durata, di
strappare la vita alla marcescenza dell’epoca.
Ogni grande poeta va capito nel paradosso. Proprio perché si sottrae alle
allodole del discorso, Trakl non canta la morte, ma dice, sanguinando, dunque
proprio morendo, la vita. Al piano di sopra, noi che non siamo poeti e crediamo
di essere al riparo dei paradossi, dei loro agguati, chiamiamo vita
quest’andatura più o meno ordinata, regolare, ignari che c’è un poeta, proprio
dove non osiamo scendere, pronto ad ingaggiare per il troppo amore quel duello
decisivo contro il sole falso che abbiamo posto a misura dei nostri destini
traditi. Sui passi di quella fiera azzurra, torna il poeta verso la sua
infanzia, verso sé stesso con sfrontatezza da angelo caduto.
III
Voi grandi città
innalzate di pietra
Sulla pianura!
Così muto segue
chi non ha patria
con oscura fronte il vento,
alberi spogli sul colle.
Voi correnti che lontane albeggiate!
Potente affanna
orrore d’un tramonto
nei nembi della tempesta
Voi popoli morenti!
Pallida onda
che si rompe alla spiaggia della notte,
cadenti stelle.
(Occidente)
(I versi citati sono nella traduzione di Leone Traverso)
Livia Di Vona
L'articolo “Azzurra fiera”. Inseguire Georg Trakl nel suo allucinato andare tra
sogno e veglia proviene da Pangea.
In questo momento storico esagitato, ora che il mondo che credevamo di conoscere
si sta rivelando non essere affatto come credevamo che fosse, svincolatosi dalle
leggi che credevamo lo governasse, in questo momento storico forsennato in cui
si svela che il mondo ha smesso da così tanto tempo di essere regolato dalle
leggi che credevamo lo governassero da rivelarsi praticamente a tutti così com’è
diventato, come sta diventando, per tutti intendo anche me che sono uno tra i
tutti, tutti tranne quei relativamente pochi che lo sanno da chissà quanto tempo
che le regole del mondo sono cambiate, che il mondo ha infranto le regole
precedenti e ne sta rodando delle nuove, che io non so affatto quali siano ma
che spero ci siano, senza regole quali che siano il gioco del mondo
semplicemente si fermerebbe invece il mondo gioca eccome, in questo momento
storico prepotente e angosciante, apocalittico, omicida a livelli più che
novecenteschi, ma progresso ormai non significa altro che aumento
dell’intensità, del profitto e del danno, in questo momento storico che sarà
storico anche lui come lo sono stati tutti quelli primi e che a me,
personalmente, non piace lungo i suoi sommi capi, io leggo Ludwig
Hohl, Note, Marcos y Marcos, e grazie a Ludwig Hohl – che nel 1980 curò una
nuova edizione delle note “scritte nei tre anni che vanno dal 1934 al 1936,
durante i quali vissi in Olanda in uno stato di assoluto isolamento
spirituale” – ora so che la lettera tedesca ß, cioè la doppia S tedesca, si
chiama Eszett o scharfes S (fonte: Wiki), lo so perché Hohl nella Nota
3 della Parte VI – Scrivere scrive: “Quanti leggono oggi Lichtenberg o
Kaßner?”.
Io non ho mai letto né l’uno né l’altro ma se cercare Lichtenberg su Google è
stato semplice non lo è stato per Kaßner: intanto dovevo capire come si
inserisse il carattere ß, non ho mai usato il carattere ß, e anche una volta
copiato online il carattere, una volta inserito sul motore di ricerca Kaßner,
niente, nessun responso, perché l’occorrenza vale per Kassner, Rudolf Kassner:
che piacque molto a Rilke oltre che a Hohl, si scopre navigando navigando, e
Hohl su Rilke? Da una nota alla Nota 4 sempre della Parte VI – Scrivere: “Mi
riferisco qui al tardo Rilke. E anche costui, allorché scrissi questo testo,
venne da me sopravvalutato.”
In questo momento storico allarmato, valicato, sbeffeggiato, trucidato e molto
molto molto commentato posso ancora addormentarmi la notte contento di aver
imparato la lettera nuova di una lingua che non parlo, la ß che si pronuncia
come una doppia esse in italiano e che allora potremmo ereditare, in questi
tempi di scrittura stringata, raccorciata, stritolata, politicamente pudibonda,
reticente, vieppiù omertosa, potremmo scrivere taßo e rifleßo e aßaßinio o, per
bypaßare la censura delle piattaforme così perbenino a modo loro, per non temere
di eßere derankizzati potremmo scrivere seßo quando avremo voglia di parlare di
seßo – siccome parlare è già un po’ un fare e siccome è indubbio che qualcosa
aßolutamente dobbiamo fare in questo momento storico demenziale, oßeßionato,
impanicato, frustrato, esploso.
Che fare? Leggere Hohl, per esempio.
antonio coda
L'articolo Che fare? Leggere Hohl in faccia a questo mondo assassino. Ovvero,
sul senso della lettera ß proviene da Pangea.