Potrei parlare dei tuoi versi e stare a girare attorno alle tue parole, quelle
che hai scritto in poesia, che già bastano e sono lì per sempre, come un
deposito di bene e verità. Io qui oggi voglio ricordare Matteo, che era poeta ed
era uomo, e le due cose non si separavano mai in te.
Ti ho conosciuto che avevo diciassette anni, in una lettura estiva che avevi
organizzato a Lugo o in qualche paese dei dintorni della bassa Romagna. Mi
ricordo la tua schiena un po’ ricurva in avanti, i ricci neri e uno sguardo
sempre attento a tutto, a dispetto del corpo che aveva una postura sempre
rilassata. Gli occhi li tenevi a fessura e sembravi anche distratto ma ascoltavi
tutto. Davvero tutto. La poesia non ti ha mai stancato, non ti ha mai sfiancato
l’andare e venire delle voci giovani. Molti della mia generazione ti devono
tanto, io per prima. Alcuni ti devono tutto.
Non ti sei mai stancato di ascoltare gli altri, di leggerli, di dare consigli,
di farlo nel tuo modo tagliente e diretto che io ho sempre apprezzato anche
quando mi avevi stroncato gli inediti, avevi ragione, sai? Ci ho lavorato dopo e
avevi ragione. Matteo Fantuzzi era così, non si stancava mai di accogliere i
versi degli altri, di aiutare, di dire la sua. Aveva una corazza forte e
sembrava anche molto duro, ma siamo nati sotto lo stesso segno delle stelle e
questo io lo capivo molto bene. Quando si ha nella loggia cardiaca molto spazio
per accogliere gli altri bisogna proteggersi bene. Era anche severo Matteo, non
dava spazio a morbidezze e linee d’ombra, lui se sentiva una verità in un testo
e se credeva in quel poeta andava dritto.
Mi ricordo una sua telefonata in un marzo di dodici anni fa, in cui mi chiedeva
se volevo entrare dentro “Atelier Poesia” come redattrice. E poi dopo qualche
anno una telefonata simile e la richiesta di dirigere la parte online, quando
Fabiano Alborghetti si dimise. Matteo riusciva a guardare le persone oltre le
loro insicurezze, oltre l’immaturità, oltre le paure. Ha riconosciuto moltissime
voci che ora sono voci ferme della poesia italiana, è stato sempre in grado di
spronare i giovani poeti che avessero davvero un fuoco dietro lo sterno. Anche
quando non ne erano affatto consapevoli. Rileggo i nostri scambi e sono sempre
stati pratici, lui che non sopportava i vocali e io che dovevo riscrivere tutto
per messaggio scritto. Il nostro dialogo era schietto, diretto, e penso sia così
per molti di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo. Non ho mai avuto paura
di dire la mia, anche quando lui aveva un pensiero totalmente diverso, non ho
mai avuto timore di discutere con lui sulla poesia di qualche autore.
Perchè Matteo era così, vita e poesia erano parte della stessa radice, non si
scindevano mai. Lui era poeta sempre, quando svolgeva il suo lavoro di
farmacista, quando stava coi suoi bambini, quando scherzava con gli amici.
Matteo era bravissimo anche a cucinare, ricordo le cene a casa sua, il suo ragù
buonissimo fatto tutto da lui, io – confesso – gli chiedevo sempre di farmi il
ragù quando organizzava una serata. Comunicare con lui era facile, ti diceva le
cose dritte, a volte anche in modo pungente, un po’ dovevi metterti a schivare i
colpi quando ti sferrava una sua verità che non eri pronta a sentire. Che lui
aveva già visto in te, prima ancora che tu fossi in grado di saperla
confrontare, starci di fronte serenamente a proprio agio.
Molti della mia generazione, e non solo, devono tanto a Matteo e ad “Atelier
Poesia”. Lui è sempre stato vigile, attento, acuto. Aveva le sue idee e le
difendeva ma aveva una capacità unica, che pochi nel mondo della poesia hanno:
sapeva rispettare le ideologie altrui, poteva dialogare con persone di
schieramenti politici e poetici differenti e totalmente opposti, sapeva mettere
lì la propria realtà, guardare quella degli altri e bere qualcosa insieme.
Non volevo parlare di lui solo come poeta, volevo dire di Matteo come uomo, del
bene che ha consegnato, della fiducia che ha riposto in molti giovani, come me a
quel tempo. Una volta mi chiese un commento critico su un autore molto noto e io
avevo sempre il timore di non essere all’altezza, non mi sono mica laureata in
lettere, gli dicevo, e lui mi rispondeva “meno male… non ho dubbi, per questo ho
chiesto a te e non ad altri”. Guardava oltre le etichette, le toglieva
proprio. Matteo non era solo il poeta della poesia più tragica e vera sulla
strage di Bologna, non era solo un poeta ‘civile’, Matteo Fantuzzi era molto
altro. Io lo ricordo come un amico e c’è una cosa che non credo dimenticherò
mai: la sua voce, aveva un accento romagnolo fortissimo, una risata
rotonda, leggeva i suoi versi come fosse scontato il miracolo della poesia,
poi i suoi occhi vedevano tutto, oltre le pose e le finzioni.
Clery Celeste
*
La tv cessò di andare
la sera del 10 di settembre
e l’indomani era dal tecnico.
Alla radio puoi soltanto interpretare
come vadano le cose, anche un aereo
che si schianta su una torre
te lo immagini, o la gente
che si getta giù da piani e piani
sull’asfalto, perché sa che non ha scampo.
Non ha nulla.
*
Lo sai si può partire
andare e basta, senza spiegazioni
fogli, né un’attesa
e a noi a quel punto
resta solo il volto sul cuscino
come una sindone, un’impronta:
restano i momenti mai voluto,
gli episodi. E resta
come squarcio la domanda
sempre feroce, sempre sanguinante:
“ho delle colpe?” e “ha capito?”
Lei ha capito che mi manca?
*
Aspetto davanti alla stazione di Bologna
un mio amico residente nel bresciano
e che non vedo ormai da tempo.
Non tutti i viaggiatori sanno che lì
c’è un orologio rotto: alcuni modificano
il proprio, mentre altri si rivolgono
agli addetti chiedendo spiegazioni,
lamentando il disservizio.
E per certuni quella lapide è patetica,
porta tristezza alla mattina presto a questi
che si recano al lavoro. Gradirebbero piuttosto
un cartellone che la sostituisca,
qualcosa d’esplosivo, una pubblicità di sconti
eccezionali, di prezzi bomba, qualcosa
d’inimmaginabile, che colpisca le coscienze,
che sui passanti abbia un effetto devastante.
Da Matteo Fantuzzi, Kobarid, Raffaelli, 2008
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