Tag - Seneca

“Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti”. Le leggende dei Seneca
Jeremiah Curtin era un americano assoluto. Sradicato, coltivava il mito delle origini – passò la vita a rastrellare leggende. Nato a Detroit nel settembre del 1835 da genitori irlandesi, studiò legge ad Harvard, dimostrando un talento poliedrico. Trentenne, fu al seguito di Cassius M. Clay, ambasciatore degli Stati Uniti in Russia sotto l’amministrazione Lincoln. S’innamorò degli spazi, delle tradizioni, della letteratura russa. Diversi anni dopo, nel 1900 – l’anno in cui Rilke compie il secondo viaggio in Russia con Lou, incontrando, tra gli altri, Lev Tolstoj – decise di attraversare la Siberia.  Amava il bianco, Curtin, amava le imprese impossibili. Il diario di quel viaggio – A Journey in Southern Siberia – sarà pubblicato postumo. In Russia, lo studioso mise le basi per una storia dei Mongoli, tradusse Nikolaj Gogol’ – Taras Bul’ba –, imparò il lituano e il polacco. Il legame più importante, tuttavia, è con Henryk Sienkiewicz, lo scrittore polacco Nobel per la letteratura nel 1905, di cui Curtin tradurrà i libri più famosi, compreso Quo vadis? Nelle fotografie, Jeremiah Curtin ha lo sguardo infuocato, la barba arricchita da vampate di bianco. È un uomo instancabile, un americano assoluto, appunto – a tratti, assomiglia a Whitman, l’Omero d’America. Tornato negli States dopo alcuni anni in Russia, sposa Alma M. Cardell e inaugura la più grande impresa della sua vita. Attraversa l’Irlanda in quattro lunghi viaggi, tra il 1871 e il 1893, fermandosi in particolare nel Munster e nelle isole Aran. Studia il gaelico – la Gaelic League, ovvero “Conradh na Gaeilge” nascerà soltanto nel 1893 –, parla con allevatori e poeti, spiga leggende. L’esito sono diversi libri, acerbi ma centrali per riscoprire la cultura d’Irlanda: Myths and Folk-lore of Ireland (1890) troverà un eccellente e ispirato fan in William Butler Yeats. Era affascinato da quel popolo dove – così scrive, riportando le parole di una ‘fonte’ – “nove uomini su dieci credono nelle fate”. Ai racconti delle fate e alle “antiche credenze a cui gli irlandesi sono aggrappati con una vividezza di fede fenomenale ai nostri giorni”, dedicò un libro, Tales of the Fairies and of the Ghost World pubblicato nel 1895. Ne riparleremo.  Tra i vari incarichi ricoperti da Jeremiah Curtin, quello più delicato gli fu commissionato dal Bureau of American Ethnology. Dal 1883 Curtin guidò una serie di spedizioni con lo scopo di raccogliere i miti dei Seneca, nativi americani appartenenti alla “Lega irochese”, diffusi tra gli attuali stati di New York e della Pennsylvania. Per lo più coltivatori, matrilineari in lignaggio – le donne possedevano e coltivavano la terra e guidavano il clan –, i Seneca condividevano il territorio, guerreggiando, con Uroni e Mohicani.  Curtin imparò l’idioma dei Seneca da un nativo, Sim Logan; visse in un clan per un paio di mesi. Superate le iniziali ritrosie, lo studioso riuscì a raccogliere un prezioso repertorio di leggende. “Soltanto gli anziani custodivano ancora una profonda conoscenza della mitologia Seneca; i giovani l’avevano dimenticata. Se tali miti non fossero stati raccolti per tempo, rischiavano di andare perduti per sempre”. I Seneca affibbiarono a Jeremiah Curtin un nome, Hi-We-Sas (“Cercatore di Conoscenza”), incorporandolo tra i membri del proprio clan.  La raccolta di Seneca Indian Myths collected by Jeremiah Curtin uscì soltanto nel 1922. Curtin era morto nel 1906, in dicembre, nel Vermont. L’anno prima era stato invitato da Theodore Roosevelt a partecipare alla conferenza di pace, a Portsmouth, che avrebbe posto fine al conflitto russo-giapponese.  La bellezza del libro di Curtin sta nella formula: è una sorta di grande novelliere. Nessuna interpretazione sloga i miti in becchime per accademici; nessuna ‘idea’ li incrina. Dobbiamo molto a questi studiosi avventurieri, studiosi pionieri che hanno tentato strenuamente di difendere mitologie altrimenti assassinate. Si resta, così, sbalorditi di fronte alla facondia immaginativa degli aedi americani. Le guerre iliadiche contro i serpenti si alternano a leggende eziologiche che spiegano l’origine delle stelle e di alcuni costumi tribali. Alcuni racconti – La donna, il cane e la luna – ci ricordano la figura di Penelope e quella delle Moire. Il senso profondo di tali testi ci è precluso: dietro la fiaba non scorgiamo l’operazione, l’efficacia, il rito. Non sarà certo un articolo a fendere i sigilli del segreto – intanto, sussurriamo, procediamo con labbra colibrì. Jeremiah Curtin (1835-1906) *** Leggende dei Seneca La donna, il cane, la luna Una donna è seduta sulla luna e ricama con aculei di porcospino. Vicino a lei arde il fuoco – sopra il fuoco, c’è un bollitore: qualcosa sta bollendo. Al fianco della donna siede un grosso cane, che la osserva di continuo. Quando la donna si alza, per mescolare ciò che bolle nel bollitore, il cane disfa il suo ricamo.  Questo accade di continuo.  Con la stessa velocità con cui la donna ricama, il cane disfa il ricamo. Se la donna riuscisse a terminare il ricamo, la fine del mondo arriverebbe all’istante.  * Le dodici stelle Dodici bambini giocavano insieme, su un prato presso le capanne dei loro genitori. Inventarono un nuovo gioco. Si presero per mano, in cerchio, danzando – senza dondolare, però, restando fermi in un punto. Mentre danzavano cantavano: “Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”.  I genitori li osservavano, cullati dal canto dei loro figli, finché non si accorsero che i piedi dei bambini non toccavano terra. Spaventati, tentarono di fermare la danza, ma i bambini erano già in aria, sopra le loro teste, e sempre più su, cantando, “Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”. Salirono sempre più in alto, tenendosi per mano, fino a sparire. Più tardi, furono visti nella forma delle dodici stelle, sopra la capanna dei padri. Uno di loro si fece più distante dal cerchio, per questo una stella appare spostata rispetto alle altre.  * Lo scricciolo  A un ragazzo fu detto di non cacciare gli scriccioli: uccelli strani, difficili da colpire, misteriosi nelle loro abitudini. Un giorno, il ragazzo andò a caccia che il sole era già tramontato. Quando vide uno scricciolo, nonostante l’avvertimento, decise di catturarlo. Scoccò una freccia, poi un’altra e un’altra ancora. Invano. Lo scricciolo schivava le frecce volando di albero in albero. Gli sforzi del ragazzo erano inutili.  Infine, si nascose dietro un cespuglio. La sua mira era perfetta. Questa volta, la freccia solcò il cranio dello scricciolo. Lo scricciolo volò via, ferito – il ragazzo lo inseguì nel bosco. Mentre il ragazzo si avvicinava a un albero, udì gemiti e deboli lamenti: avanzò e vide un uomo, a terra. Il cranio era ferito, senza capelli; la testa era piena di sangue.  Terrorizzato, il ragazzo tornò al villaggio raccontando l’accaduto. La gente del villaggio lo seguì per prestare soccorso al ferito. Non trovarono nessuno. Ancora oggi chiamiamo lo scricciolo “uccello senza scalpo”: si era trasformato in un uomo per evitare di essere catturato mentre il dolore lo paralizzava.  * Le sette stelle dell’Orsa Sei uomini andarono a caccia: per lungo tempo non trovarono selvaggina. Uno di loro, il più pigro, disse di sentirsi male. Gli altri improvvisarono una lettiga. In quattro presero a sollevarlo. Il sesto chiudeva il gruppo, portava le pentole.  Finalmente, i cacciatori trovarono alcune impronte di orso. Erano così affamati che alla vista delle impronte mollarono il compagno e il loro carico gettandosi all’inseguimento dell’orso. Le impronte non erano più vecchie di tre giorni; “Domani raggiungeremo l’orso”, si dissero i cacciatori.  L’uomo che era stato trasportato dagli altri non era stanco. Quando vide che i suoi compagni lo avevano abbandonato, corse dietro di loro. Essendo più in forze di loro, li superò e uccise l’orso. Gli uomini, inseguendo l’animale, non si accorsero che stavano salendo sempre più in alto. Quando raggiunsero l’orso, erano già in cielo e lì sono rimasti fino a oggi: tutti possiamo vederli. L’uomo che portava le pentole si trova sulla curva dell’Orsa Maggiore. L’orso è all’angolo inferiore. Ogni autunno, con la prima gelata, le foglie di quercia si ricoprono d’olio: quello è il sangue dell’orso.  Alla vista dell’Orsa gli indiani dicono: “Il più pigro ha ucciso l’orso”.  * La grande guerra dei serpenti Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti.  Accadde così: un giorno, un uomo era a caccia, vide un serpente e cominciò a tormentarlo. Dopo averlo catturato, gli bucò il corpo, infilò una corda per piantarlo al suolo. Accese un fuoco e disse, “Ora combatti”. Poi bruciò il serpente, vivo. Allo stesso modo, tormentò diversi serpenti, sfidandoli.  Un giorno, un uomo che camminava nel bosco sentì uno strano strepito. Vide diversi serpenti che si riunivano in assemblea. “Daremo battaglia a Djissa [che significa Fuoco] perché ci ha sfidato. Tra quattro giorni cominceremo la nostra guerra”. L’uomo corse al villaggio per raccontare ai nostri ciò che aveva visto e udito. Il capo del villaggio inviò alcune sentinelle: dissero di serpenti ovunque, in ogni angolo del bosco, che sibilavano e sedevano in assemblea. Il capo disse: “Non abbiamo alternative, ci costringeranno alla guerra. Prepariamoci”.  Allora, piantarono due file di pali attorno al villaggio, ammassando diversa legna. Il quarto giorno, diedero fuoco alla legna. Quando i serpenti giunsero presso il villaggio, balzarono nel fuoco. Molti furono bruciati. Gli altri riuscirono a spegnere il fuoco. I serpenti vivi si arrampicavano sui morti e, nonostante gli uomini cercassero di ucciderli, giunsero alla seconda fila di pali. Anche qui: molti serpenti morirono bruciati, ma molti riuscirono a vincere il fuoco e a entrare nel villaggio. Allora iniziò la battaglia per la sopravvivenza.  Il primo uomo a essere ucciso fu Djissa, che aveva sfidato i serpenti. Il nostro popolo combatté a lungo finché il capo, dopo aver visto il vasto numero di morti, ordinò di arrendersi. Un serpente da corpo e dal cranio enormi si fece largo tra le carcasse e si avvicinò al capo, issandosi. “Io sono il capo dei serpenti: ce ne andremo dal tuo villaggio se ci prometti che, finché durerà il mondo, il tuo popolo non farà mai del male al mio né lo tormenterà”.  Il capo fece la promessa, i serpenti si dileguarono.  *In copertina: Frances Densmore con Mountain Chief, capo dei Blackfoot durante una registrazione, nel 1916 L'articolo “Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti”. Le leggende dei Seneca proviene da Pangea.
June 13, 2026 / Pangea