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“Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti”. Le leggende dei Seneca
Jeremiah Curtin era un americano assoluto. Sradicato, coltivava il mito delle origini – passò la vita a rastrellare leggende. Nato a Detroit nel settembre del 1835 da genitori irlandesi, studiò legge ad Harvard, dimostrando un talento poliedrico. Trentenne, fu al seguito di Cassius M. Clay, ambasciatore degli Stati Uniti in Russia sotto l’amministrazione Lincoln. S’innamorò degli spazi, delle tradizioni, della letteratura russa. Diversi anni dopo, nel 1900 – l’anno in cui Rilke compie il secondo viaggio in Russia con Lou, incontrando, tra gli altri, Lev Tolstoj – decise di attraversare la Siberia.  Amava il bianco, Curtin, amava le imprese impossibili. Il diario di quel viaggio – A Journey in Southern Siberia – sarà pubblicato postumo. In Russia, lo studioso mise le basi per una storia dei Mongoli, tradusse Nikolaj Gogol’ – Taras Bul’ba –, imparò il lituano e il polacco. Il legame più importante, tuttavia, è con Henryk Sienkiewicz, lo scrittore polacco Nobel per la letteratura nel 1905, di cui Curtin tradurrà i libri più famosi, compreso Quo vadis? Nelle fotografie, Jeremiah Curtin ha lo sguardo infuocato, la barba arricchita da vampate di bianco. È un uomo instancabile, un americano assoluto, appunto – a tratti, assomiglia a Whitman, l’Omero d’America. Tornato negli States dopo alcuni anni in Russia, sposa Alma M. Cardell e inaugura la più grande impresa della sua vita. Attraversa l’Irlanda in quattro lunghi viaggi, tra il 1871 e il 1893, fermandosi in particolare nel Munster e nelle isole Aran. Studia il gaelico – la Gaelic League, ovvero “Conradh na Gaeilge” nascerà soltanto nel 1893 –, parla con allevatori e poeti, spiga leggende. L’esito sono diversi libri, acerbi ma centrali per riscoprire la cultura d’Irlanda: Myths and Folk-lore of Ireland (1890) troverà un eccellente e ispirato fan in William Butler Yeats. Era affascinato da quel popolo dove – così scrive, riportando le parole di una ‘fonte’ – “nove uomini su dieci credono nelle fate”. Ai racconti delle fate e alle “antiche credenze a cui gli irlandesi sono aggrappati con una vividezza di fede fenomenale ai nostri giorni”, dedicò un libro, Tales of the Fairies and of the Ghost World pubblicato nel 1895. Ne riparleremo.  Tra i vari incarichi ricoperti da Jeremiah Curtin, quello più delicato gli fu commissionato dal Bureau of American Ethnology. Dal 1883 Curtin guidò una serie di spedizioni con lo scopo di raccogliere i miti dei Seneca, nativi americani appartenenti alla “Lega irochese”, diffusi tra gli attuali stati di New York e della Pennsylvania. Per lo più coltivatori, matrilineari in lignaggio – le donne possedevano e coltivavano la terra e guidavano il clan –, i Seneca condividevano il territorio, guerreggiando, con Uroni e Mohicani.  Curtin imparò l’idioma dei Seneca da un nativo, Sim Logan; visse in un clan per un paio di mesi. Superate le iniziali ritrosie, lo studioso riuscì a raccogliere un prezioso repertorio di leggende. “Soltanto gli anziani custodivano ancora una profonda conoscenza della mitologia Seneca; i giovani l’avevano dimenticata. Se tali miti non fossero stati raccolti per tempo, rischiavano di andare perduti per sempre”. I Seneca affibbiarono a Jeremiah Curtin un nome, Hi-We-Sas (“Cercatore di Conoscenza”), incorporandolo tra i membri del proprio clan.  La raccolta di Seneca Indian Myths collected by Jeremiah Curtin uscì soltanto nel 1922. Curtin era morto nel 1906, in dicembre, nel Vermont. L’anno prima era stato invitato da Theodore Roosevelt a partecipare alla conferenza di pace, a Portsmouth, che avrebbe posto fine al conflitto russo-giapponese.  La bellezza del libro di Curtin sta nella formula: è una sorta di grande novelliere. Nessuna interpretazione sloga i miti in becchime per accademici; nessuna ‘idea’ li incrina. Dobbiamo molto a questi studiosi avventurieri, studiosi pionieri che hanno tentato strenuamente di difendere mitologie altrimenti assassinate. Si resta, così, sbalorditi di fronte alla facondia immaginativa degli aedi americani. Le guerre iliadiche contro i serpenti si alternano a leggende eziologiche che spiegano l’origine delle stelle e di alcuni costumi tribali. Alcuni racconti – La donna, il cane e la luna – ci ricordano la figura di Penelope e quella delle Moire. Il senso profondo di tali testi ci è precluso: dietro la fiaba non scorgiamo l’operazione, l’efficacia, il rito. Non sarà certo un articolo a fendere i sigilli del segreto – intanto, sussurriamo, procediamo con labbra colibrì. Jeremiah Curtin (1835-1906) *** Leggende dei Seneca La donna, il cane, la luna Una donna è seduta sulla luna e ricama con aculei di porcospino. Vicino a lei arde il fuoco – sopra il fuoco, c’è un bollitore: qualcosa sta bollendo. Al fianco della donna siede un grosso cane, che la osserva di continuo. Quando la donna si alza, per mescolare ciò che bolle nel bollitore, il cane disfa il suo ricamo.  Questo accade di continuo.  Con la stessa velocità con cui la donna ricama, il cane disfa il ricamo. Se la donna riuscisse a terminare il ricamo, la fine del mondo arriverebbe all’istante.  * Le dodici stelle Dodici bambini giocavano insieme, su un prato presso le capanne dei loro genitori. Inventarono un nuovo gioco. Si presero per mano, in cerchio, danzando – senza dondolare, però, restando fermi in un punto. Mentre danzavano cantavano: “Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”.  I genitori li osservavano, cullati dal canto dei loro figli, finché non si accorsero che i piedi dei bambini non toccavano terra. Spaventati, tentarono di fermare la danza, ma i bambini erano già in aria, sopra le loro teste, e sempre più su, cantando, “Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”. Salirono sempre più in alto, tenendosi per mano, fino a sparire. Più tardi, furono visti nella forma delle dodici stelle, sopra la capanna dei padri. Uno di loro si fece più distante dal cerchio, per questo una stella appare spostata rispetto alle altre.  * Lo scricciolo  A un ragazzo fu detto di non cacciare gli scriccioli: uccelli strani, difficili da colpire, misteriosi nelle loro abitudini. Un giorno, il ragazzo andò a caccia che il sole era già tramontato. Quando vide uno scricciolo, nonostante l’avvertimento, decise di catturarlo. Scoccò una freccia, poi un’altra e un’altra ancora. Invano. Lo scricciolo schivava le frecce volando di albero in albero. Gli sforzi del ragazzo erano inutili.  Infine, si nascose dietro un cespuglio. La sua mira era perfetta. Questa volta, la freccia solcò il cranio dello scricciolo. Lo scricciolo volò via, ferito – il ragazzo lo inseguì nel bosco. Mentre il ragazzo si avvicinava a un albero, udì gemiti e deboli lamenti: avanzò e vide un uomo, a terra. Il cranio era ferito, senza capelli; la testa era piena di sangue.  Terrorizzato, il ragazzo tornò al villaggio raccontando l’accaduto. La gente del villaggio lo seguì per prestare soccorso al ferito. Non trovarono nessuno. Ancora oggi chiamiamo lo scricciolo “uccello senza scalpo”: si era trasformato in un uomo per evitare di essere catturato mentre il dolore lo paralizzava.  * Le sette stelle dell’Orsa Sei uomini andarono a caccia: per lungo tempo non trovarono selvaggina. Uno di loro, il più pigro, disse di sentirsi male. Gli altri improvvisarono una lettiga. In quattro presero a sollevarlo. Il sesto chiudeva il gruppo, portava le pentole.  Finalmente, i cacciatori trovarono alcune impronte di orso. Erano così affamati che alla vista delle impronte mollarono il compagno e il loro carico gettandosi all’inseguimento dell’orso. Le impronte non erano più vecchie di tre giorni; “Domani raggiungeremo l’orso”, si dissero i cacciatori.  L’uomo che era stato trasportato dagli altri non era stanco. Quando vide che i suoi compagni lo avevano abbandonato, corse dietro di loro. Essendo più in forze di loro, li superò e uccise l’orso. Gli uomini, inseguendo l’animale, non si accorsero che stavano salendo sempre più in alto. Quando raggiunsero l’orso, erano già in cielo e lì sono rimasti fino a oggi: tutti possiamo vederli. L’uomo che portava le pentole si trova sulla curva dell’Orsa Maggiore. L’orso è all’angolo inferiore. Ogni autunno, con la prima gelata, le foglie di quercia si ricoprono d’olio: quello è il sangue dell’orso.  Alla vista dell’Orsa gli indiani dicono: “Il più pigro ha ucciso l’orso”.  * La grande guerra dei serpenti Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti.  Accadde così: un giorno, un uomo era a caccia, vide un serpente e cominciò a tormentarlo. Dopo averlo catturato, gli bucò il corpo, infilò una corda per piantarlo al suolo. Accese un fuoco e disse, “Ora combatti”. Poi bruciò il serpente, vivo. Allo stesso modo, tormentò diversi serpenti, sfidandoli.  Un giorno, un uomo che camminava nel bosco sentì uno strano strepito. Vide diversi serpenti che si riunivano in assemblea. “Daremo battaglia a Djissa [che significa Fuoco] perché ci ha sfidato. Tra quattro giorni cominceremo la nostra guerra”. L’uomo corse al villaggio per raccontare ai nostri ciò che aveva visto e udito. Il capo del villaggio inviò alcune sentinelle: dissero di serpenti ovunque, in ogni angolo del bosco, che sibilavano e sedevano in assemblea. Il capo disse: “Non abbiamo alternative, ci costringeranno alla guerra. Prepariamoci”.  Allora, piantarono due file di pali attorno al villaggio, ammassando diversa legna. Il quarto giorno, diedero fuoco alla legna. Quando i serpenti giunsero presso il villaggio, balzarono nel fuoco. Molti furono bruciati. Gli altri riuscirono a spegnere il fuoco. I serpenti vivi si arrampicavano sui morti e, nonostante gli uomini cercassero di ucciderli, giunsero alla seconda fila di pali. Anche qui: molti serpenti morirono bruciati, ma molti riuscirono a vincere il fuoco e a entrare nel villaggio. Allora iniziò la battaglia per la sopravvivenza.  Il primo uomo a essere ucciso fu Djissa, che aveva sfidato i serpenti. Il nostro popolo combatté a lungo finché il capo, dopo aver visto il vasto numero di morti, ordinò di arrendersi. Un serpente da corpo e dal cranio enormi si fece largo tra le carcasse e si avvicinò al capo, issandosi. “Io sono il capo dei serpenti: ce ne andremo dal tuo villaggio se ci prometti che, finché durerà il mondo, il tuo popolo non farà mai del male al mio né lo tormenterà”.  Il capo fece la promessa, i serpenti si dileguarono.  *In copertina: Frances Densmore con Mountain Chief, capo dei Blackfoot durante una registrazione, nel 1916 L'articolo “Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti”. Le leggende dei Seneca proviene da Pangea.
June 13, 2026 / Pangea
“Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e l’epopea di scrittori straordinari)
Il padre era sbarcato negli Stati Uniti a dieci anni. I suoi venivano dalla Germania, erano protestanti, piuttosto abbienti. Commerciavano in orologi. Il padre indossava tre nomi: Florenz, Friedrick, Martin; diede agli Usa quattro figli. Il primogenito, Alfred Louis Kroeber, nacque a Hoboken, modesta cittadina del New Jersey; fu spedito alla Columbia, amava la letteratura inglese. Conosceva il greco, parlava naturalmente inglese, in famiglia si esprimeva in tedesco. Pare avesse un certo talento nella scrittura, poi abbandonato – certe cose non si ereditano, sono un lascito.  Folgorato dalla figura di Franz Boas, il pioniere dell’antropologia moderna, tedesco come lui, trasferitosi negli Usa dopo aver compiuto esplorazioni tra gli eschimesi e i nativi, Alfred Kroeber ne divenne l’allievo più talentuoso. I suoi primi studi si concentrarono sugli Arapaho; in California, a Berkeley, fondò la cattedra di antropologia e diresse il “Phoebe A. Hearst Museum of Anthropology”. Al suo rapporto con Ishi, un nativo, un sopravvissuto, deve le sue scoperta sulla civiltà Yana, popolo originario della California settentrionale, quasi del tutto sterminato durante i feroci fasti della “Corsa all’oro”.  I primi studi compiuti di Kroeber, pubblicati nel 1907, riguardano Indian Myths of South Central California e The Religion of the Indians of California. Da Boas, Kroaber aveva recepito la regola fondamentale dell’antropologia scientifica: l’osservazione sul campo, confortata da strenua raccolta di dati. Il primo esito di questa cernita venne pubblicato nel 1900 sul “Journal of American Folk-Lore” (Vol. 13; Issue 50): si tratta di una raccolta di Cheyenne Tales a tratti di struggente bellezza. Tali miti & leggende – un breve repertorio è tradotto in calce all’articolo – sono stati “registrati sotto dettatura oppure direttamente trascritti dai nativi”. La “rozzezza stilistica”, così come i salti allusivi, le apparenti illogicità nella trama del racconto, sono, per Kroeber, fondamentali perché denunciano il “carattere originario del testi”. La poetica della ‘simpatia’ – o meglio, la magia – prevale sulla didattica della dialettica; il sacro ha un vello ispido, da ritualità senza mediatore. La “nudità primordiale”, priva di orpelli retorici, ci fa intuire – pur per sussulti, per balbettii, per fraintesi spiragli – i caratteri della cultura dei nativi. “Il drappeggio di una parafrasi moderna” – così scrive Kroeber – ne danneggerebbe irrimediabilmente il pregio. È lunga la storia di abbellimenti culturali che hanno imbellettato il primordiale con disneyano trucco, al fine di ridurre i nativi a meri figuranti, a figurine, quando non a statuari, astrusi esseri con copricapo di piume, pronti per Hollywood.  Benché abbia condotto spedizioni in Messico e in Perù, l’interesse scientifico di Kroeber si è concentrato per lo più intorno ai nativi della California. È da quelle osservazioni che l’antropologo trae la propria visione dei fenomeni culturali “come appartenenti alla natura, situandoli però in una dimensione separata (quella del ‘superorganico’), autonoma dai fenomeni fisici e chimici (l’‘inorganico’) così come da quelli biologici e psichici (l’‘organico’). La cultura possiederebbe perciò una natura ipostatica che trascende la stessa coscienza e volontà dell’individuo” (così la “Treccani”). Fino a qualche decennio fa, i libri di Kroeber erano fondamentali per chi volesse diventare antropologo. In Italia, Il Mulino pubblicava La natura della cultura (1952), Antropologia dei modelli culturali (1976), Il concetto di cultura (1972); per Feltrinelli è uscito Antropologia: razza, lingua, cultura, psicologia, preistoria (1983). Categorie di un mondo perduto.  Kroeber morì, ricco di gloria accademica, nel 1960, pluriottantenne, a Parigi. Sfoggiava una folta barba, aveva lo sguardo intenso; nonostante una certa compiuta severità, lo dicono simpatico, pronto al prossimo. La prima moglie, Henriette, morì di tubercolosi dopo sette anni di matrimonio; la seconda, Theodora, di vent’anni più giovane, vedova pure lei, lo seguì nelle ricerche antropologiche – scrisse un’importante studio sul nativo Ishi – e gli dedicò, nel 1970, una bella biografia, Alfred Kroeber. A Personal Configuration. L’anno prima si era risposata con un artista, John Quinn.  Dall’unione tra Alfred e Theodora nacque, nel 1929, la scrittrice Ursula K. Le Guin: esordì alla letteratura un anno prima della morte del padre. La complessità dei mondi fantastici ideati da Ursula deriva dalla sapienza trasmessale dai genitori: in particolare, in Always Coming Home (in italiano: Sempre la valle, Mondadori, 2025), la scrittrice costruisce, con impressionante armatura antropologica, l’epopea dei Kesh, “un popolo pacifico, che rifiuta governi e costrizioni”, sopravvissuto a immane catastrofe ecologica. Ursula crea il linguaggio – con glossario – di questo popolo di nativi, un corpus di miti, il repertorio delle loro conoscenze musicali. Insomma, il libro – che ha richiesto cinque anni di elaborazione – è una specie di “romanzo antropologico”. Anche le poesie di Le Guin sono – direttamente o indirettamente – legate agli studi compiuti dai genitori. In un poemetto, in particolare, A Private Ceremony of Public Mourning for the Language of the People Called Wappo (raccolto in Wild Oats and Fireweed, uscito nel 1988, intorno agli anni di Sempre la valle), Le Guin cita un libro del padre, Handbook of the Indians of California (1925). Da lì, impalca una sorta di lugubre canto rituale:  > “Non c’è nessuno > non c’è                        nessuno          niente > nessuno in vita non più > non più lingua non più uno che sappia > parola non uno > e nessun nome no non più: quale > fu il loro nome? > Quale quello del mio popolo? > Chi li uccise li disse Temerari. > Morti – e con loro morti i nomi”.  Anche così, da genitori a figli, trapassa il sapere. Ogni esercizio di linguaggio è resurrezione. Come una talea, il mito passa di mano in mano – chi dice che sia un vaso vuoto, un vortice di niente, non vede il germoglio che prende coraggio, esplode.  ** Leggende Cheyenne Quando furono creati, le genti si unirono in assemblea per capire se sarebbero vissuti a lunghi, se morte si stagliava su loro. Se una pietra galleggia sull’acqua, viviamo, se affonda moriamo, dicono. La pietra è gettata in acqua. Per un attimo resta sulla superficie dell’acqua e tutti gioiscono: viviamo per sempre, dicono. Poi affonda. Ne gettarono un’altra. Galleggiava per un po’, poi spariva alla vista. Il breve periodo in cui la pietra galleggia significa che la vita dell’uomo è breve – definitiva la morte. * Animali di terra e di cielo tennero consiglio per stringere patti e promettersi reciproco aiuto, come fossero fratelli. Questa riunione fu chiamata “Assemblea dell’amicizia con gli uccelli”. La maggior parte delle bestie era propensa a vivere in pace, ma gli uccelli rapaci – l’aquila, il falco, la gazza e il corvo – si opposero. Il falco disse: La guerra è la più nobile cosa. Poi volò via a cacciare altri uccelli. Anche l’aquila lo seguì, esprimendo parole contrarie all’amicizia. L’assemblea fu sciolta. Le bestie appresero nuovi nascondigli – tutte furono cibo per i rapaci.  * Un uomo prese il sentiero di guerra. Venne il giorno del ritorno a casa. Una bufera di neve gli fece perdere i sensi, rischiò di morire. Qualcuno lo sollevò, conducendolo presso una tenda. In tanti affollavano la tenda, in tanti vestivano a festa. Era una congrega di volpi. Insegnarono all’uomo la loro danza, gli mostrarono come dipingere, cosa indossare, quali canti intonare. Con loro, c’erano quattro ragazze. Il quarto mattino, l’uomo aveva imparato ogni cosa, la tempesta era terminata, il tempo era buono. La danza si interruppe e l’uomo fu accompagnato verso casa. Quando la compagnia si sciolse, l’uomo vide che si trattava di lupi e di coyote. Un lupo guidò l’uomo che tornò sano e salvo a casa. Lì, l’uomo istituì la danza delle volpi, che dura tuttora.  * Sole e Luna disputarono si chi dei due fosse superiore. Il Sole disse di essere luminoso, di governare sul giorno; disse che nessuno era più potente di lui. La Luna disse di governare la notte; disse che nessuno era più potente di lei: si prendeva cura di tutte le cose della terra, proteggeva uomini e animali dai pericoli. Il Sole le rispose: “Sono io che illumino il mondo. Se dovessi riposare, tutto si oscurerebbe; l’umanità non può fare a meno di me”. Allora la Luna replicò: “Io sono grande. E potente. Posso prendere il governo del giorno e guidare ogni cosa. Non mi importa se tu riposi”. Sole e Luna sono entrambi grandi sovrani, si parlarono a lungo. Il giorno in cui disputarono durò due giorni: tanto a lungo si parlarono. Infine, la Luna disse di avere moltissimi esseri meravigliosi e potenti dalla sua parte – si riferiva alle stelle.  * La terra poggia su una grande trave. Lontano, a Nord, abita un castoro, bianco come la neve: è il padre dell’umanità. Un giorno, rosicchierà i sostegni della trave e la terrà crollerà perché siamo indifesi. Quando si arrabbierà, il castoro farà proprio questo. Il palo è già corroso. Per questo, i Cheyenne non mangiano castoro e non toccano la sua pelle. Se non rispettano questa norma, si ammalano.  * Uno spettro prese il corpo di un uomo: aveva due facce, una rivolta in avanti e una indietro. Era immensamente grande e poteva attraversare i fiumi camminando. Era un grande cacciatore: non esisteva selvaggina in grado di sfuggirgli. Un giorno, trovò una tenda isolata, in cui viveva un uomo con la sua famiglia, tra cui la figlia, molto bella. Lo spettro si innamorò perdutamente della ragazza e decise di rifornire di carne quella famiglia. Ogni mattina, prima dell’alba, lasciava selvaggina fuori dalla tenda. L’uomo ignorava chi fosse così generoso con loro, così scavò un nascondiglio e vi entrò quando scese la notte. Fu allora che vide lo spettro. Ne fu spaventato e quando il fantasma tornò presso la tenda gli disse che non gli avrebbe concesso sua figlia. Decisero allora di sfidarsi facendo un gioco. Giocarono per cinque notti. Il gioco consisteva nel nascondere un bottone nelle mani. L’uomo riuscì con astuzia a battere il fantasma, che perse la donna di cui era infatuato. Non portò più cibo a quella famiglia.  * Un uomo andò a caccia di aquile. Scavò una buca, la coprì con sterpaglie, vi mise sopra un vitello di bufalo, scuoiato. Poi si nascose nella buca. L’aquila vide il vitello e piombò su di lui. Appena cominciò a mangiarlo, l’uomo afferrò le gambe del rapace. L’aquila non si fece intimidire e volò su una montagna ripida, da cui sapeva che l’uomo non avrebbe potuto scendere. L’uomo cominciò ad avere fame e pianse. Adorò il sole, lo pregò di aiutarlo a scendere in pianura sano e salvo. Alla fine, la tempesta lo riportò a casa. Era stato salvato dal sole.  * Affamato, il coyote cercava cibo. Non riuscì a catturare né lepre né uccello, non aveva nulla da mangiare. Quando incontro una tartaruga, decise di ucciderla. Sapendo di non poter sfondare il suo guscio, tentò di vincerla con uno stratagemma. “Sono un grande amico del popolo delle tartarughe”, disse il coyote. “Le tartarughe mi chiamano Capo Tartaruga perché sono amico per la vita delle tartarughe”. Così il coyote voleva costringere la tartaruga a mostrarsi. La tartaruga disse che si chiamava Tartaruga Medicina. “Bene, tartaruga, abbiamo avuto un incontro da amici: ricordiamolo a lungo”. Stavano per lasciarsi e il coyote pensò di poter uccidere la tartaruga. Andò a baciarla, pensando di poterla dilaniare. La tartaruga, però, intuì le sue intenzioni e morse il muso del coyote, che scappò via.  * Un cacciatore aveva ucciso un bufalo. Nel luogo dove lo stava macellando, si posò un corvo. “Ho molta fame”, disse il corvo al cacciatore, “e non ho mai mangiato gli occhi del bufalo. Conosco molto bene i problemi degli occhi e ti chiedo di farmi mangiare gli occhi del bufalo e di nutrirmi della carne che desidero”. L’uomo rispose al corvo: “Ti darò la carne che desideri e ucciderò altri bufali per te, così potrai saziarti dei loro occhi”. Il corvo disse: “Tornerò dalla mia famiglia, porterò qui mia moglie e i miei giovani corvi. In cambio, ti istruirò sui modi per guarire gli occhi”. L’uomo pensò che gli sarebbe utile quell’insegnamento perché la moglie era cieca da un occhi e vedeva male dall’altro. Il corvo tornò con la sua famiglia nel luogo dove l’uomo stava tagliando la carne e ne mangiarono. Poi il corvo e sua moglie gli diedero insegnamenti riguardo agli occhi. Entrambi cominciarono a cantare. L’uomo credette a ciò che gli cantava il corvo, ma a causa del suo insegnamento perse immediatamente gli occhi. Quando cercò di tornare a casa, si perse. Infine, cadde in una gola ripida e profonda. Latrò, urlò, ma nessuno venne ad aiutarlo.  *In copertina: Sioux nella fotografia di Edward Sheriff Curtis (1868-1952) L'articolo “Un uomo andò a caccia di aquile…”: le leggende dei Cheyenne (e l’epopea di scrittori straordinari) proviene da Pangea.
March 11, 2026 / Pangea