Jeremiah Curtin era un americano assoluto. Sradicato, coltivava il mito delle
origini – passò la vita a rastrellare leggende. Nato a Detroit nel settembre del
1835 da genitori irlandesi, studiò legge ad Harvard, dimostrando un talento
poliedrico. Trentenne, fu al seguito di Cassius M. Clay, ambasciatore degli
Stati Uniti in Russia sotto l’amministrazione Lincoln. S’innamorò degli spazi,
delle tradizioni, della letteratura russa. Diversi anni dopo, nel 1900 – l’anno
in cui Rilke compie il secondo viaggio in Russia con Lou, incontrando, tra gli
altri, Lev Tolstoj – decise di attraversare la Siberia.
Amava il bianco, Curtin, amava le imprese impossibili. Il diario di quel viaggio
– A Journey in Southern Siberia – sarà pubblicato postumo. In Russia, lo
studioso mise le basi per una storia dei Mongoli, tradusse Nikolaj Gogol’
– Taras Bul’ba –, imparò il lituano e il polacco. Il legame più importante,
tuttavia, è con Henryk Sienkiewicz, lo scrittore polacco Nobel per la
letteratura nel 1905, di cui Curtin tradurrà i libri più famosi, compreso Quo
vadis?
Nelle fotografie, Jeremiah Curtin ha lo sguardo infuocato, la barba arricchita
da vampate di bianco. È un uomo instancabile, un americano assoluto, appunto – a
tratti, assomiglia a Whitman, l’Omero d’America. Tornato negli States dopo
alcuni anni in Russia, sposa Alma M. Cardell e inaugura la più grande impresa
della sua vita. Attraversa l’Irlanda in quattro lunghi viaggi, tra il 1871 e il
1893, fermandosi in particolare nel Munster e nelle isole Aran. Studia il
gaelico – la Gaelic League, ovvero “Conradh na Gaeilge” nascerà soltanto nel
1893 –, parla con allevatori e poeti, spiga leggende. L’esito sono diversi
libri, acerbi ma centrali per riscoprire la cultura d’Irlanda: Myths and
Folk-lore of Ireland (1890) troverà un eccellente e ispirato fan in William
Butler Yeats. Era affascinato da quel popolo dove – così scrive, riportando le
parole di una ‘fonte’ – “nove uomini su dieci credono nelle fate”. Ai racconti
delle fate e alle “antiche credenze a cui gli irlandesi sono aggrappati con una
vividezza di fede fenomenale ai nostri giorni”, dedicò un libro, Tales of the
Fairies and of the Ghost World pubblicato nel 1895. Ne riparleremo.
Tra i vari incarichi ricoperti da Jeremiah Curtin, quello più delicato gli fu
commissionato dal Bureau of American Ethnology. Dal 1883 Curtin guidò una serie
di spedizioni con lo scopo di raccogliere i miti dei Seneca, nativi americani
appartenenti alla “Lega irochese”, diffusi tra gli attuali stati di New York e
della Pennsylvania. Per lo più coltivatori, matrilineari in lignaggio – le donne
possedevano e coltivavano la terra e guidavano il clan –, i Seneca condividevano
il territorio, guerreggiando, con Uroni e Mohicani.
Curtin imparò l’idioma dei Seneca da un nativo, Sim Logan; visse in un clan per
un paio di mesi. Superate le iniziali ritrosie, lo studioso riuscì a raccogliere
un prezioso repertorio di leggende. “Soltanto gli anziani custodivano ancora una
profonda conoscenza della mitologia Seneca; i giovani l’avevano dimenticata. Se
tali miti non fossero stati raccolti per tempo, rischiavano di andare perduti
per sempre”. I Seneca affibbiarono a Jeremiah Curtin un nome, Hi-We-Sas
(“Cercatore di Conoscenza”), incorporandolo tra i membri del proprio clan.
La raccolta di Seneca Indian Myths collected by Jeremiah Curtin uscì soltanto
nel 1922. Curtin era morto nel 1906, in dicembre, nel Vermont. L’anno prima era
stato invitato da Theodore Roosevelt a partecipare alla conferenza di pace, a
Portsmouth, che avrebbe posto fine al conflitto russo-giapponese.
La bellezza del libro di Curtin sta nella formula: è una sorta di grande
novelliere. Nessuna interpretazione sloga i miti in becchime per accademici;
nessuna ‘idea’ li incrina. Dobbiamo molto a questi studiosi avventurieri,
studiosi pionieri che hanno tentato strenuamente di difendere mitologie
altrimenti assassinate. Si resta, così, sbalorditi di fronte alla facondia
immaginativa degli aedi americani. Le guerre iliadiche contro i serpenti si
alternano a leggende eziologiche che spiegano l’origine delle stelle e di alcuni
costumi tribali. Alcuni racconti – La donna, il cane e la luna – ci ricordano la
figura di Penelope e quella delle Moire. Il senso profondo di tali testi ci è
precluso: dietro la fiaba non scorgiamo l’operazione, l’efficacia, il rito. Non
sarà certo un articolo a fendere i sigilli del segreto – intanto, sussurriamo,
procediamo con labbra colibrì.
Jeremiah Curtin (1835-1906)
***
Leggende dei Seneca
La donna, il cane, la luna
Una donna è seduta sulla luna e ricama con aculei di porcospino. Vicino a lei
arde il fuoco – sopra il fuoco, c’è un bollitore: qualcosa sta bollendo. Al
fianco della donna siede un grosso cane, che la osserva di continuo. Quando la
donna si alza, per mescolare ciò che bolle nel bollitore, il cane disfa il suo
ricamo.
Questo accade di continuo.
Con la stessa velocità con cui la donna ricama, il cane disfa il ricamo. Se la
donna riuscisse a terminare il ricamo, la fine del mondo arriverebbe
all’istante.
*
Le dodici stelle
Dodici bambini giocavano insieme, su un prato presso le capanne dei loro
genitori. Inventarono un nuovo gioco. Si presero per mano, in cerchio, danzando
– senza dondolare, però, restando fermi in un punto. Mentre danzavano cantavano:
“Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”.
I genitori li osservavano, cullati dal canto dei loro figli, finché non si
accorsero che i piedi dei bambini non toccavano terra. Spaventati, tentarono di
fermare la danza, ma i bambini erano già in aria, sopra le loro teste, e sempre
più su, cantando, “Noi siamo i danzatori, noi siamo i danzatori”.
Salirono sempre più in alto, tenendosi per mano, fino a sparire. Più tardi,
furono visti nella forma delle dodici stelle, sopra la capanna dei padri. Uno di
loro si fece più distante dal cerchio, per questo una stella appare spostata
rispetto alle altre.
*
Lo scricciolo
A un ragazzo fu detto di non cacciare gli scriccioli: uccelli strani, difficili
da colpire, misteriosi nelle loro abitudini. Un giorno, il ragazzo andò a caccia
che il sole era già tramontato. Quando vide uno scricciolo, nonostante
l’avvertimento, decise di catturarlo. Scoccò una freccia, poi un’altra e
un’altra ancora. Invano. Lo scricciolo schivava le frecce volando di albero in
albero. Gli sforzi del ragazzo erano inutili.
Infine, si nascose dietro un cespuglio. La sua mira era perfetta. Questa volta,
la freccia solcò il cranio dello scricciolo. Lo scricciolo volò via, ferito – il
ragazzo lo inseguì nel bosco. Mentre il ragazzo si avvicinava a un albero, udì
gemiti e deboli lamenti: avanzò e vide un uomo, a terra. Il cranio era ferito,
senza capelli; la testa era piena di sangue.
Terrorizzato, il ragazzo tornò al villaggio raccontando l’accaduto. La gente del
villaggio lo seguì per prestare soccorso al ferito. Non trovarono nessuno.
Ancora oggi chiamiamo lo scricciolo “uccello senza scalpo”: si era trasformato
in un uomo per evitare di essere catturato mentre il dolore lo paralizzava.
*
Le sette stelle dell’Orsa
Sei uomini andarono a caccia: per lungo tempo non trovarono selvaggina. Uno di
loro, il più pigro, disse di sentirsi male. Gli altri improvvisarono una
lettiga. In quattro presero a sollevarlo. Il sesto chiudeva il gruppo, portava
le pentole.
Finalmente, i cacciatori trovarono alcune impronte di orso. Erano così affamati
che alla vista delle impronte mollarono il compagno e il loro carico gettandosi
all’inseguimento dell’orso. Le impronte non erano più vecchie di tre giorni;
“Domani raggiungeremo l’orso”, si dissero i cacciatori.
L’uomo che era stato trasportato dagli altri non era stanco. Quando vide che i
suoi compagni lo avevano abbandonato, corse dietro di loro. Essendo più in forze
di loro, li superò e uccise l’orso. Gli uomini, inseguendo l’animale, non si
accorsero che stavano salendo sempre più in alto. Quando raggiunsero l’orso,
erano già in cielo e lì sono rimasti fino a oggi: tutti possiamo vederli. L’uomo
che portava le pentole si trova sulla curva dell’Orsa Maggiore. L’orso è
all’angolo inferiore. Ogni autunno, con la prima gelata, le foglie di quercia si
ricoprono d’olio: quello è il sangue dell’orso.
Alla vista dell’Orsa gli indiani dicono: “Il più pigro ha ucciso l’orso”.
*
La grande guerra dei serpenti
Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti.
Accadde così: un giorno, un uomo era a caccia, vide un serpente e cominciò a
tormentarlo. Dopo averlo catturato, gli bucò il corpo, infilò una corda per
piantarlo al suolo. Accese un fuoco e disse, “Ora combatti”. Poi bruciò il
serpente, vivo. Allo stesso modo, tormentò diversi serpenti, sfidandoli.
Un giorno, un uomo che camminava nel bosco sentì uno strano strepito. Vide
diversi serpenti che si riunivano in assemblea. “Daremo battaglia a Djissa [che
significa Fuoco] perché ci ha sfidato. Tra quattro giorni cominceremo la nostra
guerra”.
L’uomo corse al villaggio per raccontare ai nostri ciò che aveva visto e udito.
Il capo del villaggio inviò alcune sentinelle: dissero di serpenti ovunque, in
ogni angolo del bosco, che sibilavano e sedevano in assemblea. Il capo disse:
“Non abbiamo alternative, ci costringeranno alla guerra. Prepariamoci”.
Allora, piantarono due file di pali attorno al villaggio, ammassando diversa
legna. Il quarto giorno, diedero fuoco alla legna. Quando i serpenti giunsero
presso il villaggio, balzarono nel fuoco. Molti furono bruciati. Gli altri
riuscirono a spegnere il fuoco. I serpenti vivi si arrampicavano sui morti e,
nonostante gli uomini cercassero di ucciderli, giunsero alla seconda fila di
pali. Anche qui: molti serpenti morirono bruciati, ma molti riuscirono a vincere
il fuoco e a entrare nel villaggio. Allora iniziò la battaglia per la
sopravvivenza.
Il primo uomo a essere ucciso fu Djissa, che aveva sfidato i serpenti. Il nostro
popolo combatté a lungo finché il capo, dopo aver visto il vasto numero di
morti, ordinò di arrendersi. Un serpente da corpo e dal cranio enormi si fece
largo tra le carcasse e si avvicinò al capo, issandosi. “Io sono il capo dei
serpenti: ce ne andremo dal tuo villaggio se ci prometti che, finché durerà il
mondo, il tuo popolo non farà mai del male al mio né lo tormenterà”.
Il capo fece la promessa, i serpenti si dileguarono.
*In copertina: Frances Densmore con Mountain Chief, capo dei Blackfoot durante
una registrazione, nel 1916
L'articolo “Nei tempi antichi ingaggiammo una grande guerra contro i serpenti”.
Le leggende dei Seneca proviene da Pangea.
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Il poeta presiede all’identità di un luogo.
Potremmo dire che un luogo esiste in virtù del canto del poeta.
Quando quel canto si perde, da quei luoghi fuggono gli dèi e i negromanti; quei
luoghi tornano anonimi, legati, semmai, a qualche catena di parentele – che come
ogni altra cosa, prima o poi si slegherà – a qualche circostanza
‘paesaggistica’, fotografica. The nymphs are departed, cantava Eliot sulla sua
rovinosa arpa: il Tamigi scorre dolce, trascinando “bottiglie vuote, carte da
sandwich… cicche di sigarette”; al posto dei fauni corrono, fatui, i ben
agghindati banchieri della City, in brigata.
*
Soltanto il canto dispiega i nomi, ne dice – celandolo – il segreto. E quel nome
– cioè: quel fiume e quella valle, quel bosco e quella particolare rocca, quella
particola fonte – splende, imperituro, imperiale, nostro. Se perdiamo il canto,
siamo dispersi al mondo. L’arte, allora – o ciò che ne resta – non è che
implorazione e lamento, peana malinconico, reprimenda, semmai, inerte trama di
marce vocali. Gli artisti – non più poeti, non più aedi – si rinnovano nei
ricami del lacchè, dei mestieranti del sé. Diventano esperti,
sono professionisti – mentre l’incanto e l’inesprimibile cerca gli ingenui e i
dilettanti; chi, vuoto di sé, sappia davvero incaricarsi dell’altro, invasarsi
di altro. L’angelo, allora, non grida più dalle pareti delle più inerpicate
pievi; il dio non scende più dalla volta celeste, non scoscende come un
acquazzone, in corsa – i lupi, i licaoni e gli stambecchi non corrispondono più
al canto – il poeta ha smesso di essere falco e erba, cicala e serpe.
*
In un dialogo privato, Rosita Copioli, poetessa, studiosa di William Butler
Yeats e del misticismo irlandese, mi ha introdotto alla figura dell’ollam. Nella
cultura d’Irlanda, l’ollam ha un ruolo diverso dal bardo, dall’aedo, dal poeta
di corte: egli serba i canti che riformulano il mondo. L’ollam è il garante del
re, in quanto mediatore dei poteri superni. L’ollam somma in sé la statura del
bardo e la sapienza del druido: il suo addestramento è un destino, al ruolo si è
avviati per lignaggio. Quando un ollam sceglie di farsi morire perché un re gli
ha mancato di rispetto, si siede sulla soglia del castello e digiuna. Alla morte
dell’ollam segue, necessariamente, quella del re: la legge terrena è officiata
dal canto celeste.
Tutti conosciamo la storia di Eraclito, tramandata da Diogene Laerzio. Il
pensatore oscuro, artefice di enigmi, capace di penetrare nelle angustie del
linguaggio – avrà un eletto discepolo nel poeta francese René Char – è preteso
dagli abitanti di Efeso, la sua città. Alla richiesta di plasmare per loro la
costituzione, Eraclito si indigna, preferisce ritirarsi all’ombra del tempio di
Artemide e giocare a dadi con i bambini. Infine, sceglie l’ascesi tra i boschi,
si imbestia, dimentico di sé, a quattro zampe, seguace delle belve notturne.
*
Alla poesia incantatoria seguirà il poema cavalleresco, che reca diletto ai
principi in stanze corredate di orsi impagliati e impigliati falchi, contorno di
Titani alle pareti, di nubi e forre ricche di satiri. Nelle sale dei re rivive
il selvatico e la selva, ormai dragato dall’ingegno umano, che relega le ninfe a
ninfette, le sirene a pin up, i duelli all’arma bianca, sotto lo stemma del
fato, a stermini di massa. L’azione fine a se stessa si volge in azienda, il
‘bel gesto’, connaturato al cavaliere, stinge in spiccio utilitarismo. La fiaba
reca ancora, sigillato, il segreto di un mondo fatato e fatale; il motto e
l’adagio popolare serbano dell’antico poema cosmico la lisca, l’estrema esca.
Carlo Fornara, Da una leggenda alpina, 1902
*
Forse è per l’ancestrale potere degli ollamain che in Irlanda il poeta è tenuto
in alto onore: è ancora lui a onorare i nomi delle valli, dei fiumi, dei brutali
bastioni. Un’amicizia si stringe sotto il fuoco del poeta. In Inghilterra un
valore simile ha il “Poet Laureate”: l’incarico (mutuato dall’alloro poetico
conferito in Italia, tra l’altro, a Petrarca), di eminenza ‘politica’ (a
investire il poeta è il Primo ministro in carica e il sovrano, non una combine
di intellettuale né un club di letterati), dura dieci anni. Un tempo – fino al
1999 – era un compito da percorrere a vita, ora è qualcosa di simile al
‘servizio di Stato’. Il primo poeta laureato fu John Dryden, incoronato nel
1668. L’esercizio, dicevo, è ‘politico’: il poeta si fa – secondo il proprio
insindacabile, ingiustificabile estro – portavoce dell’identità della nazione.
Il poeta laureato inglese di maggior talento, Ted Hughes, trafficava con gli
oroscopi, ha dedicato il suo libro più bello al corvo, l’uccello psicopompo, si
ritirava nello Yorkshire a scrivere e a cacciare. Non è un caso che abbia
tradotto Eschilo, tra i tragici il più grave di sacro. In una intervista del
1971, rilasciata al “London Magazine”, Hughes anela al ritorno del
poeta-sciamano: “Il Bardo Thodol è un volo sciamanico, con ritorno. Il buddismo
tibetano è influenzato enormemente dallo sciamanesimo. Il potere occulto che
emana la cultura tibetana proviene dal substrato sciamanico più che dal
buddismo. Lo sciamanesimo si concentra sull’attività di uno stregone, un uomo di
medicina, presso le genti primordiali. L’individuo è evocato da certi sogni. Gli
stessi sogni in tutto il mondo. Uno spirito lo chiama… di solito un animale o
una donna. Se egli rifiuta la chiamata, muore… o muore uno che gli è accanto. Se
accetta, si predispone al lavoro, ci vogliono anni… Di solito si apprende l’arte
da un altro sciamano, ma lo spirito può dare insegnamenti diretti. Una volta
educato, può entrare in trance a suo piacimento e varcare il mondo degli
spiriti… Lo stesso schema lo troviamo in migliaia di racconti popolari e di
miti. L’Odissea, la Divina Commedia, Faust… Come può un poeta tornare stregone e
volare alla fonte, saper guarire e pronunciare oracoli?”.
*
Nella prima delle Leggende delle Alpi Lepontine catalogate e riscritte con garbo
da Aurelio Garobbio (ora stampate dall’Associazione culturale Terra Insubre per
tramite di De Piante Editore), Il drago di Sesto Calende, si dice di un
pescatore che d’improvviso partecipa ai misteri della terra e del cielo. “L’uomo
sentì dentro di sé un che di immenso nel quale gli parve naufragare”. Al di là
della eco leopardiana, è proprio questa, frugale, lignea, l’esperienza
sciamanica: cogliere i colloqui tra “acqua terra cielo”. Il poeta ascolta, si fa
da parte – inscrive se stesso e i suoi in un luogo. Digging, direbbe Seamus
Heaney, il grande poeta irlandese – scavando.
*
Nelle leggende registrate da Garobbio ci sono le ninfe di lago: sono nella Valle
Isorno, una delle valli dell’Ossola; sguazzano nel Matogno, a poco più di
duemila metri. Attraggono a sé i viandanti, il loro fare ricorda quello delle
Sirene:
> “Sono creature amorose ed attirano i giovani cantando. L’incauto che udendole
> s’avvicina alle rive, difficilmente riesce a sottrarsi a tanto fascino; esse
> lo invitano mostrandosi dalle ginocchia in su. Chi mette un piede nell’acqua
> più non si libera dall’incantesimo e le segue immergendosi pian piano, come
> esse si immergono, scomparendo nei flutti in un abbraccio che non ha fine”.
C’è qualcosa di liberty in queste donne che all’ardore omerico uniscono le
ambiguità dei ritratti di Klimt.
“Tra i ghiacciai del Rosa”, invece, si apre “una misteriosa isola verde”, specie
di Eden di ubertose terre, a contrasto con le gelide lande. Sembra di rileggere
il mito tibetano di Śambhala, di varcare la prodigiosa città di Shangri-la,
conficcata in un luogo segreto, a nord del Ladakh. In quel luogo – che è poi un
varco tra i mondi, è un luogo simbolico – il viandante accede a un’armonia
perduta, impara il linguaggio delle bestie:
> “Per tre settimane egli resta nella valle fatata, in mezzo agli animali che
> più non fuggono dinanzi a lui, e vive la loro vita imparando il loro
> linguaggio. Ode suoni mai uditi e vede cose che sempre sfuggirono al suo
> occhio acutissimo, apprende mille segreti penetrando nell’armonia del
> creato”.
È una sorta di quarantena al contrario, questa, di ventuno giorni: l’uomo
ritorna Adamo e Mowgli, puer eterno che doma le fiere e ascolta i sussurri degli
alberi.
Al ghiacciaio del Belvedere, presso Macugnaga, dimora invece la Fata Bianca:
naturalmente, è agli umani precluso il suo “volto fulgente”. Secondo il mito
classico – Atteone, mutato in cervo dopo aver scorto Artemide nuda – e il monito
biblico – “Mosè si coprì il volto, aveva paura di guardare verso Dio”, Es 3, 6 –
la vista del divino è vietata all’uomo, pena la cecità e la morte: “gli occhi
umani non resistono a quel celestiale splendore”.
D’altronde, se si è ciechi a se stessi è per eguale ragione: terrore provoca
sondare il mostro che si agita nel nostro cuore. Meglio ignorarlo – e che lui,
ingordo, ci divori da dentro. Rinnegare se stessi, cioè: disertarsi, essere di
sé il bandito, bandire razzia all’ego. Così, vuoti, potremo fare altare
dell’Altro.
*
Da bambino, volevo conquistare il monte Zeda. Forse per quel nome, definitivo.
Più tardi, avrei associato lo Zeda a Zembla, l’immaginaria regione dei ghiacci
inventata da Vladimir Nabokov in Fuoco pallido, romanzo impossibile che ruota
attorno a un poema, un’eredità, una filigrana di magie. Zembla è mutuato, credo,
da Novaja Zemlja, l’inaccessibile arcipelago russo che perfora il Mar Glaciale
Artico. Vi domina l’orso polare e la volpe bianca – fu un’importante base
nucleare sovietica.
Anselm Kiefer, Voglio vedere le mie montagne – für Giovanni Segantini, 2013
Lo Zeda svetta in Val Grande. Da bambino, si partiva verso il Rifugio Pian
Cavallone da Miazzina o da Comero. Si passava lì la notte – le stelle,
agnelline, belavano – i pascoli pieni di mirtilli. Lo Zeda – poco più di duemila
metri – mi fissava, come un selvaggio con l’arco a tracolla. L’ho sognato più
volte – come fosse il mio Himalaya personale, un Everest da taschino. Garobbio
scrive dello Zeda in un racconto che s’intitola Il pastore malvagio; come
sempre, è capace nel pennello, pare un Segantini:
> “In alto stanno i pascoli del monte Zeda, e da lontano sembrano velluto,
> soffici come sono all’occhio che riposato li percorre digradando lungo pendici
> e sostando su ripiani e pianori. L’aria risuona del martellante scampanio
> delle mandrie; in qualche anfratto gli ultimi rododendri segnano rosse
> pennellate”.
Nel sentiero che dal rifugio porta allo Zeda, si spalanca, dopo un po’, una
cella. Vi è dipinto, in modo rudimentale, un angelo che schiaccia la serpe, il
demonio. La serpe si diparte in un cespuglio di corpi che sibilano; l’angelo ha
il volto camuffato, ha un volto da lupo. Le ali, appese alla meglio, sembrano
chiese in prestito da un airone. Lo zio mi diceva che lì abitava il monaco dello
Zeda. Figura per lo più leggendaria, non apparteneva, nel suo appartarsi al
mondo, ad alcun ordine monastico costituito. Vagabondava con una Bibbia in mano,
come l’antico pellegrino russo, di tutto spoglio, di nulla manchevole. Dicono
sapesse mutarsi in cervo; dicono sapesse curare chi era preda, su quel suolo di
ingannevoli pietre, di un incidente; morso di vipera non ne intaccava il nerbo.
Dicono che le stelle lo seguissero, a notte, come cani. Sognavo di vivere quella
stessa vita – lo dicono altissimo, bianchissimo, purificato dal gelo – a metà
tra l’eremita e il licaone.
*
Quando racconta degli strani abitanti nei pressi di Dongio, in Canton Ticino,
Garobbio scrive che costoro “conoscevano i segreti delle erbe, delle piante,
degli animali, dei sassi, leggevano nelle stelle, adoravano il sole e la luna e
forse vedevano al di là delle cose visibili”. Dimoravano presso pareti
vertiginose, vivendo secondo la formula degli antichi cenacoli: dai pitagorici
ai Terapeuti, dai seguaci di Orfeo agli Esseni, agli pneumatici confitti nelle
meteore dell’Athos. A quello stadio, il canto non conta più: si vive
nell’incanto. Il poeta non ha più peso né senso perché si è tutti poeti e la
profezia è ormai realizzata. Non esiste legge né loggia, mio o tuo, bene o male
– tutto, semplicemente, è.
*In copertina: Giovanni Segantini, Il castigo delle lussuriose, 1891
L'articolo “Conoscevano i segreti delle erbe, delle piante, degli animali, dei
sassi, leggevano nelle stelle” proviene da Pangea.
Si trasformò da arguto rivoluzionario a “Robinson polare”. Nato Natan
Mandelevich Bogoraz a Ovruč, attuale Ucraina, da famiglia colta ebraica, voltò
il nome in Vladimir dopo essersi convertito al cristianesimo, firmava i suoi
libri “Tan”. Come se il suo nome fosse il suono di un tamburo, un richiamo dai
primordi d’Oriente. Agli studi di legge a San Pietroburgo, Vladimir alternava
l’attività rivoluzionaria nei gangli dell’organizzazione antizarista e
sovversiva “Narodnaja volja”. Arrestato nel 1886, poco più ventenne, fu spedito
in Siberia, presso la Kolyma, in Jacuzia, area dei futuri campi stalinista,
luogo d’orrore reso leggenda nei memorabili Racconti della Kolyma di Varlam
Šalamov.
La reclusione e l’esilio nell’Estremo Oriente russo cambiarono la vita
di Vladimir Bogoraz. Fu affascinato dalla popolazione autoctona dei Ciukci:
tribù di pescatori, di cacciatori e allevatori di renne, veneravano l’orso,
vivevano in tende vaste come ville, si muovevano in kayak o su slitta. Sapevano
addestrare il cane e la renna alla briglia. Erano riusciti a tradurre un luogo
inospitale in una terra fertile di ‘segni’; perfino la più infima ombra, ai loro
occhi, era viva:
> “La lampada ha le zampe, cammina. Le pareti della tenda hanno voci
> proprie… le ombre sul muro costituiscono tribù ben definite, con un proprio
> terreno di caccia, delle proprie dimore, dei cacciatori sapienti…”
In questo mondo di ombre e di segni, che proliferavano ovunque, come il caglio
di un dio, gli sciamani avevano un ruolo preponderante. Vivevano in prossimità
dei boschi, addestrati dalle ‘voci’, per lo più eccentrici, decentrati
all’esistenza comune. Evanescenti come la neve. A loro ci si rivolgeva di
continuo: per propiziare la caccia e l’unione, per benedire le bestie e i
nascituri, per dialogare con i morti, che dilagavano, dappertutto. Esistevano
sciamani crudeli, scoppiavano guerre tra sciamani avversari. Bogoraz era
affascinato, soprattutto, dalla struttura sociale dei Ciukci: pareva non
avessero governanti diretti, le attività si svolgevano secondo
un’‘autogestione’, per così dire, guidata da gerarchie cosmiche, da una
consuetudine che nessuno osava intaccare. Gli parve di trovarsi di fronte a
degli uomini buoni.
La prima raccolta di “Miti e leggende dei Ciukci” è pubblicata da Bogoraz nel
1899; l’anno dopo esce a San Pietroburgo l’importantissimo “Materiali per lo
studio della lingua e del folclore dei ciukci”. Il giovane rivoluzionario
divenuto pioniere dell’antropologia russa, è accolto nei gangli dell’Accademia
delle Scienze. Quando può, però, Bogoraz attraversa l’oceano a sbarca a New
York: presso l’American Museum of Natural History trova un complice
nell’etnologo Franz Boas e partecipa alla mitica “Jesup North Pacific
Expedition”. La missione si occupa di snidare, sondare e studiare le popolazioni
indigene intorno allo stretto di Bering, tra Alaska e Estremo Oriente russo;
l’esito di queste osservazioni permette a Vladimir Bogoraz – ormai
americanizzato “Waldemar” – di pubblicare, nel 1910, Chukchee Mythology (da cui
abbiamo tratto i testi in appendice) e nel 1913 The Eskimo of Siberia. Sono
lavori miliari: la pagina dedicata ai Ciukci in Testi dello Sciamanesimo
siberiano e centro-asiatico (Utet 1984; 2009), si avvale ancora di quel
repertorio.
Rientrato in Russia, Bogoraz fu professore di etologia; forse vide in Lenin il
prototipo dello sciamano moderno; intuì che la Rivoluzione era guidata da un
fervore ‘magico’, che le masse si muovono soltanto se guidate dalle voci e dalle
ombre – cioè: dalle idee o dal dio, che a tratti sono la stessa cosa. Nel 1930
fondò a San Pietroburgo – allora Leningrado – l’“Istituto dei Popoli del Nord”,
con il compito precipuo di studiare le lingue degli indigeni, organizzandole per
vocabolari. Fu facile per Bogoraz intuire la parentela tra i Ciukci e gli Ainu,
gli indigeni del Giappone settentrionale, un popolo per molti versi avvolto nel
mistero. Ma i tempi cambiavano con rapidità di fortunale: Bogoraz, patriarca
dell’antropologia russa, fu attaccato dagli allievi più giovani perché si
rifiutava di utilizzare i codici della “lotta di classe” nell’interpretare
l’organizzazione sociale dei Ciukci. Lo accusarono di voler preservare i nativi
del Nord dai fasti dello “sviluppo economico”: per Bogoraz il cosiddetto
‘progresso’ avrebbe definitivamente corrotto la sciamanica autarchia dei Ciukci.
Voleva credere in un Eden nordico, nella possibilità – ancora viva, prossima –
di poter parlare con le renne, di cavalcare l’orso, di coalizzare un esercito di
spiriti. Le ombre avevano preso a dialogare con lui.
Il vecchio rivoluzionario fu costretto a ritrattare e a rivedere alcune
conclusioni. Comunque, morì poco dopo, nel maggio del 1936, in circostanze non
del tutto chiare. Costantemente ristampate nel mondo americano, le opere di
Bogoraz sono state recepite di recente dalle Éditions des Syrtes, in
Francia: Récits de la Perdition raccoglie i miti dei Ciukci, ma soprattutto il
picaresco racconto di un intellettuale perduto nel grande Nord. Così ne ha
scritto “Le Monde”: “Intriso di una tenerezza non priva di humour, il libro
racconta l’intima tragedia e il turbamento metafisico di un uomo bandito dalla
società, prigioniero di una natura superba ma di cui non sa riconoscere i
simboli, in cui è disorientato”.
Dal vasto repertorio di leggende, proverbi, miti assemblato da Bogoraz, si è
scelto di tradurre alcuni “Incantesimi”. Si tratta di parole pronunciate dagli
sciamani Ciukci e di brevi sketch che dicono di un mondo affollato di demoni, in
cui l’invisibile ha la prevalenza sulla mera, sgargiante superficie delle cose;
in cui le bestie parlano e risorgere vale quanto vendicarsi. Questo è un mondo
in cui la parola – coagulata in gesti, in effluvio di gesticolii – è efficace o
non è – come dovrebbe essere la parola poetica. Non c’è nulla di esornativo
nella ripetizione della formula verbale, perché è grazie a quel giaculio, a quel
gracidio, che il mondo continua a parlarci, continua a esistere. Vivere nel
canto per non subire l’incanto; fare nido nel miracolo osteggiando il miraggio.
In un testo raccolto in Testo dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico,
“Il giovane sciamano e la sua fidanzata”, si narra del più piccolo di cinque
fratelli che rifiuta di conformarsi ai riti sociali. Quando è il suo turno di
prendere moglie, scappa, si nasconde, “sciamanizza” (cioè: articola canti a
ritmo di tamburo). Infine, si innamora di una ragazza morta, dopo aver scorto il
suo feretro trascinato dalle renne. Grazie agli innati, misteriosi poteri, il
giovane va nell’aldilà (“Ora io andrò… mi immergo… cerco la sua anima…”),
recupera l’anima della ragazza, la incastra nel corpo, fa della risorta la
propria moglie. L’estasi dello sciamano è un’immersione nell’amnio del mondo –
ascesi per apnea, diremmo –; la sua unione l’opera di un potere degno di aura. I
fratelli non canzoneranno più il più piccolo, accogliendo il suo destino di
solitudine e di estraneità.
A volte, attirato nell’altro mondo, nell’altrove, nel nessundove, uno sciamano
non fa ritorno su questa terra. Il suo corpo resta crisalide vuota, in una
specie di infantile rimbambimento. Tra le mani dello sciamano, si dice, mangiano
gli orsi; lo sciamano, si dice, può domare perfino la tigre dell’Amur, la preda
sbalorditiva, amata da Dersu Uzala, il “piccolo uomo delle grandi pianure”
eternato dal film di Kurosawa.
Di questa recluta di leggende desunte da un sussurro, di identità spaiate in
fotografia, in una cronaca della scienza, forse, restano le viscere di un dio,
il pellame messo a nudo, lo scalpo, lo scalpiccio.
***
Incantesimo di una donna rifiutata dal proprio marito, gelosa della rivale
Dunque sei tu quella donna!
Amore hai da mio marito – tanto che lui mi respinge.
Ma tu non sei un umano essere. In carogna ti muto, carogna che crolla sui
ciottoli, carogna vecchia, putrefatta.
Muto mio marito in un orso. Orso che viene da terre lontane. Orso roso dalla
fame. Orso che incrocia la carogna e la divora. Poi la vomita. In quel vomito ti
volto. Mio marito contempla il vomito. E la rifiuta appena la vede.
Muto il mio corpo in quello di un giovane castoro appena svezzato. Liscio ogni
mio pelo. Questa donna è gradita a lui, lui mi insegue, mi desidera, perché
l’altra gli è ripugnante.
(Sputa, si imbratta di bava dalla testa ai piedi, il marito comincia a volerla).
Egli mi ha rigettata e io mi rivolgo a lui, per lui mi trasformo in un male
mortale. Che sia attratto dal mio odore, che mi azzanni. Lo respingo perché con
più forza mi assalga.
Finché mio marito non abbandona la sua amante.
*
Incantesimo per far tornare indietro i morti
L’uomo è morto da poco e un altro esce allo scoperto: il morto è ancora nella
sala d’attesa della morte, nella più remota stanza.
L’altro uomo parla all’Alba e all’Essere Superiore. Dice: Mente disorientata la
mia, mente dissennata. A chi posso chiedere aiuto? Mi rivolgo a te. Dammi il tuo
cane! Sono addolorato per mio figlio, che è scappato in un luogo lontano.
Lasciami usare il tuo cane.
Muove la mano sinistra, come se afferrasse il cane. Poi sussurra all’occhio del
morto, ulula come un cane, Uu, uuu, così.
Il cane allora si lascia avvincere e insegue il morto. Lo insegue e ulula e
abbaia. Gli passa davanti, lo incrocia, lo incorna. Abbaia con ferocia. Gli si
avventa contro, gli blocca in ogni direzione il cammino. Infine, lo obbliga a
interrompere il suo lungo viaggio e a tornare indietro. Deve rimetterlo nel
corpo, deve riposizionarlo nel corpo. Poi il morto ricomincia lentamente a
respirare. Pur essendo morto, ora vive.
*
Per curare un malato
Quando un uomo è malato fino al punto di poter morire e il suo corpo è debole,
quest’uomo viene portato fuori casa, con grandi sforzi, e viene strofinato con
la neve, dappertutto. Un altro uomo implora le Regioni Superiori e il fiume
detto Ciottolo. “O Fiume Ciottolo, vieni a me! Scivola in me! Desidero che tu mi
serva”. Inoltre, reclama il vento dell’Est.
Segue un acquazzone. Il fiume si gonfia. Il malato diventa le rapide del fiume.
Tutto viene spazzato via – non resta più nulla. Qualcuno getta cibo nelle acque,
e il fiume trascina via ogni rifiuto e ogni dono.
Così l’uomo che soffre può guarire e viene riportato a casa.
*
Incantesimo per allontanare Ke’let, il demone
Quando scende la sera, lego due grandi orsi sulla soglia di casa mia e dico:
“Oh, voi siete così grandi, così forti, non può capitarmi nulla di male finché
sono al vostro fianco”.
Se un ke’let mi vuole e cerca di entrare in casa, gli orsi lo afferrano perché
non fanno passare nessuno.
Poi c’è una vecchia, cieca, con gli occhi incavati, con le orbite vuote: agita
una frusta di ferro tutta la notte, in ogni direzione. Lei sa spaventare i
ke’let. È difficile assalirla. Dopo, su ogni lato della casa devi porre dei gufi
polari di ferro. Hanno becchi di ferro e ali di ferro. Hanno becchi molto
affilati.
Quando ke’let, l’Assassino, l’aggressore, trova la casa, loro lo colpiscono, lo
feriscono, gli cavano gli occhi. Il demone, pieno di sangue, volta verso il
deserto – vola obliquo, ha paura, se ne va per sempre.
L'articolo “La lampada cammina, le ombre parlano”. Bogoraz e gli incantesimi dei
Ciukci proviene da Pangea.