Aldo Piromalli nasce a Roma nel 1946 e inizia a scrivere precocemente. È
caparbio e ribelle. «Nelle pagine giovanili della vita di Piromalli – in linea
con i fermenti della Contestazione – la lontananza dalla famiglia che,
probabilmente non capisce la sua vera natura di uomo che aspira a una sua
libertà, è preoccupata, ne limita i movimenti e cerca in qualche modo di
“raddrizzarlo”, ma lui non ha né voglia di continuare a studiare (per lo meno il
frequentare il distante istituto scolastico voluto dal padre), né di applicarsi
in maniera consapevole in altro modo»[1].
Lui stesso dichiarerà:
> Mia madre e mio padre mi fecero rinchiudere in un ospedale psichiatrico perché
> si sentivano disturbati pericolosamente dalla mia persona. Carlo Silvestro
> (giornalista) fece sì che lo psichiatra mi lasciasse uscire da quell’istituto
> di ricovero.
>
> (lettera del 2019)[2]
E anche:
> Ci tengo a sottolineare e a specificare a proposito della mia permanenza di
> tre mesi in un ospedale psichiatrico essere questa stata un’esperienza
> dolorosissima. Solo tramite l’arrivo di Carlo Silvestro e di ******** ******
> riuscii a uscire… E ciò grazie alla conversazione che costoro ebbero con lo
> psichiatra in cui spiegarono che se non mi avesse lasciato uscire avrebbero
> scritto degli articoli di protesta sui giornali per cui loro stavano
> lavorando… in seguito non avrei più vissuto assieme ai miei genitori… avevo
> vent’anni… non avevo voluto prestare servizio militare (ero stato riformato
> con l’articolo 28). Era l’anno di grazia 1969… c’era stato un anno prima il
> maggio francese… io nel 1966 ero già stato ad Amsterdam.
>
> (lettera del 2019)[3]
Retrospettivamente il suo stile di vita e le scelte da poeta possono essere
affiancate con il concetto e l’immagine di ‘beat’. Piromalli, con altri, fece
parte di un movimento dal basso che propose, di fatto, un’altra via alla poesia,
oltre la linea tradizionale e oltre quella iper-intellettuale della
neoavanguardia. Gli autori del momento, giovani, alcuni scappati di casa,
stavano cocciutamente ed “eroicamente” rifiutando famiglia, lavoro, chiesa e
partiti (la gioventù diserta le organizzazioni partitiche/ e costruisce le
grotte per nascondersi, da Urlo Beat, Milano, 1967), sentiti come barriere
separanti da superare. Questi ragazzi stavano trovando modi per dissociarsi da
molto di quello che avevano di fronte.
I maestri di Piromalli però non sono, come per gli americani, i grandi musicisti
bop o Walt Whitman e i suoi slanci, bensì i grandi esiliati della letteratura
europea e poi Dante e Leopardi. Non risulta comunque facile capire se vi fu
un’influenza poetica decisiva o predominante. Il nostro appare come un degno
nipote di Arthur Rimbaud, Dino Campana e, come suggerisce il professor Ugo
Fracassa, Emanuel Carnevali.
Lascio ancora la parola a lui:
> Sono nato in una città maledetta dove il terrore per l’assoggettamento m’ha
> invecchiato. Non ho visto che visi di gente rozza, priva di fede. Ho creduto
> all’errore, mi sono evoluto con la vita inconclusa e la mente volta alla noia.
> Ho assaporato dispiaceri nella voglia del tempo, inconsapevolmente sono corso
> alla rovina senza parole aspre e colori e derisioni. Tutte le società ho
> rifiutato: creature nulle, ricche soltanto di sudore e di sguardi insensibili,
> armate di arena e di spini, mi trucidarono sulle spiagge desolatamente
> spaventose. […] I ragazzi di borgata non chiesero mai il mio nome a un barista
> o a un tappezziere perché s’accorsero che stavo divenendo idiota ubriaco e
> assassino. E non porto loro rancore.[4]
A Roma, come accennato, Piromalli aveva preso parte alla vita
dell’underground in locali dove leggeva le sue poesie e si confrontava con altri
poeti del periodo come Carlo Silvestro, Adriano Dorato e Ivano Urban. Anche
nella capitale si viveva allora quasi protetti all’interno di una ‘tribù’
(parola cara a Gianni Milano). Quella sorta di famiglia, probabilmente fu meno
coesa di quella milanese che gravitava attorno alla redazione di Mondo Beat, e
forse non fu così solida dal trattenerlo.
Velocemente, nel frattempo, l’orizzonte di Piromalli si fa decisamente più ampio
e sfaccettato nel tentativo di portare il discorso artistico e poetico molto più
in là rispetto al primo volume pubblicato (nel ‘71) fino a estreme conseguenze
di significanti e di estetica. Con l’ingresso negli anni Settanta, dopo
molteplici viaggi (spesso in autostop o camminando per ore a piedi), Piromalli
si sposta in pianta stabile ad Amsterdam. Una delle ragioni principali è quella
di allontanarsi dal paese che lo ha condannato al carcere per sei mesi (nel ’70)
dopo essere stato trovato con un grammo e mezzo di marijuana.
Prima della partenza, anche grazie ad un piccolo gruppo di sodali, esordisce
con Uccello nel guscio (che riporta come sottotitolo la dicitura Versi per
lottare contro le cose difficili e una nota di Bruno Corà), che rende conto
delle propulsioni, del movimento e dei significati che oggi possiamo includere
fra la più ispirata letteratura beat nazionale. L’uomo-uccello Piromalli crea e
porta avanti la metafora dell’uccello e del guscio che richiama «un mondo
duplice che è sia di protezione, a difesa dell’ambiente esterno, ma anche di
chiusura, prigionia e claustrofilia. Insomma, un luogo-non luogo, che descrive
una condizione, uno stato dell’essere, prima ancora che un vero spazio»[5].
Piromalli rientra brevemente nel nostro paese per partecipare al Festival
internazionale dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. Il Festival fu
organizzato, fra gli altri da Ulisse Benedetti (direttore dell’associazione Beat
’72, frequentata anni prima dal nostro) e da Simone Carella (editore ‘nominale’
del suo primo volume di poesie). In quell’occasione condivise il palco con le
maggiori personalità poetiche del tempo e molti beat americani.
Sembra che dal periodo post Castelporziano, dove diede il contributo orale e
performativo più noto con la sua Affanculo, che gli fornì un lieve e inatteso
clamore, inizi per lui il momento di focalizzazione dentro un vero e proprio
laboratorio della forma. In questa fase Piromalli comincia ad andare al di là
rispetto ai territori linguistici ed estetici precedenti lambendo territori
nuovi e diversi.
La sua poesia inizia a farsi e darsi come processo e modellamento. Lo scavo nel
linguaggio si fa più profondo. Piromalli prova ad esplorarne le capacità e le
costruzioni come ‘materia’:
> Non vorrei chiamare poesie i miei testi… ma composizioni… fatte di parole sì…
> di termini in senso concreto… come la lavorazione della plastica… che ben si
> conosce… e che generalmente si disprezza… (…) delle miniature pressoché
> tridimensionali… volevo in tal guisa realizzare delle strutture con parole…
> chiamavo ciò linguaggio concreto… questo dovrebbe essere il mio apporto in
> senso letterario…[6]
Negli anni, quindi, altera radicalmente procedimenti e rapporti con il
linguaggio (non è un caso che i curatori Giulia Girardello e Mattia Pellegrini
abbiano scelto il titolo Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura
dell’esilio al primo volume che rende conto di questi mutamenti).
Piromalli tenterà di scavare in profondità dentro il significato delle parole
fino ad arrivare ad una concezione sintetica quasi ideogrammatica. Scriverà
poesie da intendersi come delle specie di macchine fatte di parole o generi di
improvvisazioni di pensiero e visione. In tale approccio sembra anche esserci
un’implicita difesa della poesia (e della lingua) in quanto comunicazione altra,
diversa, eversiva rispetto al discorso ordinario.
Dagli anni Ottanta, dal punto di vista del lettore italiano, Piromalli e la sua
scrittura scompare dai radar. L’inabissamento si fa massimo. La solitudine e
l’esilio, in buona parte ricercati, saranno infatti due pilastri che
caratterizzeranno le ultime decadi del poeta espatriato in cui lo spazio per
guardarsi indietro e ripercorrere il passato è decisamente poco. Anzi, il suo
agire sembra mosso da un disfare il reale trascorso sotto l’effetto di altre
suddivisioni, di altre sintassi facendo vacillare le stesse leggi della lingua.
In questa fase conosce e collabora con Simon Vinkenoog, considerato uno dei
maggiori esponenti del fenomeno beat/provos olandese e con Jack Micheline. Tenta
anche di aprire una scuola di poesia, la “School of Analphabetica”.
In una poesia del 2011 scrive:
> Per me era solo una grande
> generalizzazione e poi quando mi
> sentii costretto in un angolino, fu
> solo il tempo di sparire, d’andare
> via. […][7]
E ribadisce come, per lui:
> […] il segreto è sì forse nel linguaggio ma le motivazioni sia del segreto
> come del linguaggio in quanto formula per superare sé stessi vanno trovate
> altrove… lei non può venire “moralmente” o “praticamente” a trovare qui “me”
> visto che il “me” non c’è… o lo realizza per davvero “alterato” o “corroso” da
> fattori sia esterni come interni a un qualche “me” […][8].
In questo contesto la sua vocazione si palesa con evidenza interdisciplinare. Le
intersezioni fra parola e referente visivo sono ormai quasi una costante e
l’asse interpretativo sembra spostarsi verso un piano adatto per essere
osservato in silenzio attraverso trasmissioni estetiche di istanti di tempo.
Osservando il suo creare si è di fronte ad una specie di attivazione di un
movimento circolare che comprende scrittura, disegno, partiture musicali,
fotografia e studio di alcune lingue antiche. Questi elementi spesso trovano una
riunificazione nella pratica della mail art.
Dagli anni 2000 si affianca una quota di mistero nelle sue realizzazioni
infatti, spesso, manca un significato da attribuire immediatamente ad un
significante. Solo in anni recenti si è messa in atto, faticosamente, la
rivalutazione di questo poeta e artista caratterizzato dal costante e
apparentemente naturale lavorio creativo da animale poetico irregolareche
considera la sua attività creativa e ri-creativa nella trasformazione da un
medium espressivo all’altro, come tensione verso un’ipotesi di compimento.
(Sul tavolo di casa sua ad Amsterdan c’era una poesia scritta da poche ore il
giorno in cui è morto all’inizio di giugno 2024).
Alessandro Manca
***
Si pubblicano tre poesie di Aldo Piromalli tratte da Uccello nel guscio, ora
anche in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, a cura di
Alessandro Manca e Lorenzo Spurio (Sensibili alle foglie, 2023)
Lettore,
continuiamo a ragionare con questo cervello e con questo cuore
e cerchiamo un motivo e una ragione e un incanto nel nostro
piccolo con l’occhio del nostro piccolo quando la mente cosmica
che è in ognuno di noi ci parla nell’insieme di tutti i nostri
gesti-pensieri-blateramenti-inverso-estroverso-perversoattraverso-
azioni.
Dov’è la normalità?
Qual è la normalità?
Vogliamo ancora il meridiano delle ristrettezze?
L’America è stata scoperta da un pezzo, andiamo a piedi nudi
sulla Luna e continuiamo ad aggrapparci con lacrimucce
alla logicità spicciola.
Ammiro Dante e Omero e Pound e i mille altri diamanti
dell’anima
e le spiagge delle mie terre non aspettano vascelli e le lacrime sui sassi
che ho versato puzzavano come piscio di cavalli.
Mi muovo per fiuto. Sono un vecchio animalaccio che vuole
sopravvivere alle trasformazioni trasformandosi anch’esso,
di dentro. E per questo mi ci vuole uno sforzo.
Prima devo scrollarmi di dosso la logicità canina, il paravento.
Devo mettermi a considerare le mie due facce. Questo mio
conscio
e inconscio li devo piazzare alla luce-buio in cui tutto
l’universo si muove.
Mi devo trastullare in questo mare di doppi, di diavoli e dei.
E tutto perché mi sono messo a balbettare, perché dietro
il bello c’è il brutto, visto che viaggiamo sempre alla solita
dimensione e la lingua che abbiamo per comunicarci cose non è
altro che quella della torre di Babele.
In testa all’uomo che legge libri e giornali rimangono frammenti
e frammenti sono i ricordi e le azioni e gli incontri della
quotidianità quando lui se ne va a dormire e affronta così
finalmente se stesso.
Allora non ci sono più scuse. Tutto si manifesta in lui. La sua
pace giunge nell’accettazione dell’universo totale. Angeli e
mostri si tengono a braccetto e se così non fosse ne salterebbero
fuori incubi e castrazioni.
La prima grossa castrazione ti viene quando incominci a dividere.
Adamo ed Eva andarono avanti o indietro mangiando la mela? Io
penso che dopo cominciassero a crogiolarsi davanti a specchi.
Il poeta deve essere un mago.
Deve volere la luce.
Egli è schifato di tutto ciò che l’uomo sommerso da sopravvivenze
minutali respinge.
Dietro la prima pelle deve osservare e spiegarsi, deve
esplorare il regno dello sconosciuto.
Lo sconosciuto esiste per essere esplorato.
*
La città di cemento e metallo
Apre le porte alla notte
E il passo di milioni di uomini
Aumenta sull’asfalto.
Grande è la corsa verso le luci
Il mito della forza
Sovrasta i cieli delle cattedrali
Gli esseri della metropoli
Vagano per i ponti.
Quale malattia ci penetra le ossa
E i sogni che abbiamo
Perché non muoiono
Alle prime luci?
Il mio delirio nero
Ha un’acuta sete d’azzurro
Mito fanciulla nuda
E segreto di rivoltella
Angoscia mia d’Europa
In un pisciatoio all’aperto
Dopo il film dei sogni.
Alle sette di sera gli uomini
Escono dalle fabbriche
Per morire di pubblicità
La solitudine dei tram
Viene a inghiottirci la notte.
(1965)
*
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
A carezzare questo cielo minuscolo
Quadretti d’azzurro
Passeri delle quattro del mattino
Primavera
Il quartiere della prigione si spoglia della notte
Mi giungono i mormorii della città
Non voglio rincantucciarmi
Impaurito della veglia
Ho da affrontare questo silenzio
Colomba che si riposa
Persiana che sbatte
Squillo di telefono
Non me ne sono andato via
E m’immagino tutto questo
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Detenuto per gli uomini
In attesa di giudici e periti
Con il tempo che mette la coda
Avviticchiato a questo letto
A questa cella
A un compagno che ogni tanto cambia
Sapere dai giornali
Che un giorno tutto non è più così
E che domani ogni cosa è tornata uguale
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Trastevere e la piazza di Santa Maria
Ferrazzoli Bar Tabacchi
Estati e estati sprofondato
Dietro i tavolini
Ho dimenticato cosa vuol dire donna
Fra poco suonerà la campanella
Porteranno pane e latte – andrò avanti anche oggi
Avevo lunghi capelli
Quei miei pantaloni consumati
Quei miei stivali e cintura
Signor brigadiere
A cosa le è servito condurmi qui
Avevo forse fra le mani
La formula per addomesticare il sistema?
Libanese rosso
Vecchi problemi di razza
Roba d’anteguerra
Esseri improduttivi, capelloni…
E ormai più nulla mi tocca
Comincio a morire dietro un uccello intravisto
E per le mie orecchie che gentilezza i vostri stridii.
Voglio scrollarmi di dosso
Questa vecchia pelle
Non credere più alle fate.
Così sono andato all’inferno.
(Roma, Regina Coeli, aprile 1971)
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[1] ALDO PIROMALLI, CONTROVERSO POETA DEL BEAT ITALIANO, TRA LA CONTESTAZIONE
DEGLI ANNI ’60/’70 E LA PIÙ RECENTE ESPERIENZA DELLA MAIL ART, di Lorenzo
Spurio, in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, di Aldo
Piromalli, a cura di Alessandro Manca e Lorenzo Spurio, Sensibili alle foglie,
Roma, 2023, pagg. 219-229
[2] Spurio, cit., pag. 220
[3] Spurio, cit., pag. 220
[4] Spurio, cit., pag. 225
[5] Spurio, cit., pag. 224
[6] Da Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio, a cura
di Giulia Girardello e Mattia Pellegrini, Sensibili alle foglie, Roma, 2013
lettera del 12 novembre 2011, pagg. 29-30
[7] Da Se io sono la lingua, 3 gennaio 2011, pag. 43
[8] Da Se io sono la lingua, 29 settembre 2011, pag. 83
L'articolo “Affanculo”. Vita estrema di Aldo Piromalli, l’anti-poeta proviene da
Pangea.