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“L’ora suprema della Poesia”. Bruno Lauzi, il poeta
Bruno Lauzi è stato uno dei cantautori del secondo Novecento più originali e liberi, senz’altro il più colto (come più volte lo ha definito Gino Paoli) avendo fatto studi più avanzati della maggior parte degli altri – eppure, essenzialmente, si sentiva un poeta. Tutto era cominciato in un’aula del liceo-ginnasio “Andrea D’Oria” di Genova dove, nell’anno scolastico 1951-52, un ragazzino quindicenne che si chiamava Bruno Lauzi frequentava la V B. Il professore di Lettere di quella classe era Adriano Gimorri, piuttosto anziano (era nato nel 1889 a Pievepelago sull’Appennino tosco-emiliano), con un passato piuttosto prolifico come autore di libri di poesie (a partire dal 1909), come traduttore (di Nietzsche) e saggista, con uno studio (nel 1938) su Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che a Pievepelago – dove era nata la moglie – aveva soggiornato a lungo; e probabilmente quel poeta ribelle aveva influenzato Gimorri, tanto che i suoi libri di versi avevano titoli esplicitamente ceccardiani, come Fronde e sussulti (1910) o Nostalgia notturna (1912). Gimorri dunque attribuiva alla poesia grande importanza e, come professore nel più storico liceo-ginnasio di Genova, intendeva trasmettere quella passione anche ai suoi alunni tanto che, dopo avergli fatto tradurre in prosa italiana il De bello gallico di Giulio Cesare, ne richiedeva anche una versione in endecasillabi. Per convincere i più riottosi, gli faceva osservare che “l’italiano parlato è tutto un susseguirsi di endecasillabi”. Uno di quei privilegiati (tali per avere un professore che amava e sapeva far amare la poesia) si chiamava Bruno Lauzi e in lui il bisogno di scrivere in versi andrà oltre il dovere scolastico di compitare endecasillabi, anche perché quell’esercizio, all’apparenza eccessivo, lo aveva liberato “per sempre dalla paura di versificare” come affermerà nella sua autobiografia Tanto domani mi sveglio (Gammarò, 2006). Quel compito svolto sul banco della scuola sarà per Lauzi il viatico per una scoperta dell’armonia delle parole che durerà per tutta la vita, tanto che quando una quarantina di anni più tardi pubblicherà il suo libro d’esordio in versi, I mari interni (Crocetti, 1994), esso si aprirà con il verso programmatico che riassume il compito del poeta: “Ricomporre armonie spezzate”, verso che forse riecheggia i noti versi ungarettiani che si leggono in I fiumi: “Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia”.   Intanto però Lauzi aveva scoperto l’armonia delle note: a questo proposito aveva avuto un altro maestro decisivo, Giorgio Calabrese, paroliere eccellente e di raffinata cultura, che gli spiegò le assonanze, le rime interne, la grazia e la levità dei suoi testi, “come dire tutto con poche parole”. E non sarà un caso allora che una delle prime canzoni di Lauzi cantautore – alla quale rimarrà per sempre molto legato – sarà intitolata (nel 1961) Il poeta.  Bisognerà aspettare però ancora oltre trent’anni perché egli, peraltro nel frattempo protagonista di una carriera di successo come musicista (e anche come cabarettista ironico e graffiante), cominciasse a credere nella forza delle parole anche quando non erano sostenute dal suono delle note. Dopo il primo già citato libro di poesie, sono uscite le sillogi Riapprodi (Rangoni, 1996), Versi facili (Edizioni Marittime, 1999, che recuperava con lievi varianti le liriche delle due prime raccolte) ed Esercizi di sguardo (ivi, 2002); postumo uscirà infine Agli immobili cieli (Pincopallo, 2010): tutti saranno raccolti nel volume, uscito a mia cura nel 2020, Ricomporre armonie (Oltre). Questi libri di versi, che comprendevano un centinaio di testi contrassegnati dalla spontanea freschezza e dalla programmatica esclusione di ogni componente cerebrale – e il titolo forse riduttivo di Versi facili ben lo dichiarava – indicavano che l’attività poetica per Lauzi non aveva il carattere dell’occasionalità, né era da lui intesa come un’appendice a quella musicale, bensì aveva una sua completa autonomia sino a diventare, negli ultimi anni di vita, predominante, anche in seguito alla malattia del morbo di Parkinson che lo aveva colpito nel 2000 impedendogli di continuare a suonare. Quanto all’autonomia della poesia scritta rispetto a quella musicata, in più occasioni Lauzi aveva voluto sottolineare la differenza (ma non certo la gerarchia) tra queste due categorie e semmai la supremazia della prima sulla seconda perché la sua forza si fonda esclusivamente sulla parola nuda e sulla suggestione che questa da sola sa creare, mentre per i cantautori la parola si appoggia anche sul suono di uno o più strumenti.  Se dunque la poesia per Lauzi prescindeva dalla sua più nota attività musicale, era tuttavia inevitabile che ne risentisse la comune consuetudine per la ricerca della già ricordata armonia con il frequente ricorso alle rime, alle assonanze e alle consonanze e con un palese ordito musicale di fondo; e se, come involontaria eco della giovanile consuetudine a tradurre in endecasillabi i testi latini, rintracciamo soprattutto nei versi delle prime raccolte residui delle letture di classici (“peristilii”, “malcelate”, “asperrima”, “parvenza” nei Mari interni, dove pure troviamo il fantasioso neologismo “s’inturchina”), la sua costante esigenza di chiarezza e di diretta comunicativa lo sollecitava soprattutto verso un lessico quotidiano  – peraltro privo di cadute nel volgare se non quando intendeva ironizzare sul turpiloquio  – del resto indispensabile per il generale tono basso delle sue poesie. Queste sono spesso giocose (come Il porcino maligno suggerita da un bel fungo che al poeta era parso si fosse nascosto per non farsi cogliere) e ironiche (come Il portone, che racconta di una casalinga che nel rientrare a casa meccanicamente ha sbagliato portone col commento di Lauzi: “Eppure potrebbe servire – si fa così, per dire… –/ cambiare ogni tanto prigione…”) e volte alla rappresentazione, come spunto per personali riflessioni esistenziali, di microepisodi simbolici; esemplare risulta in tal senso la poesia Arma di Taggia, dove il tema della morte è affrontato con leggerezza estrema sull’eco minimale del racconto di una normale giornata di vacanza.  Quanto al paesaggio che fa da sfondo e talora da protagonista nelle sue poesie, sebbene la permanenza stabile di Lauzi in Liguria non si sia protratta per più di quindici anni, questa rimane la più presente, raffigurata per lo più nell’aspetto marino – basti pensare ai titoli delle prime due raccolte I mari interni e Riapprodi – e sogno perenne di un ritorno in un ambiente che gli regala la leggerezza, i piaceri minimi dello staccarsi dal mondo e annullarsi, come invece nell’altrove frenetico di altri luoghi non è possibile; e ciò appare compiutamente nei versi sereni di Battaglia, poesia inclusa da Lauzi nel cd Tra cielo e mare (2004) e affidata alla lettura di Beppe Grillo che alla fine scherzosamente aggiunse, per far rima, l’ espressione in genovese “e me l’imbelino”.  Ma che cosa intende Lauzi per poesia?  Già si è accennato all’importanza programmatica del verso iniziale di tutta la sua attività di poeta, quel “ricomporre armonie spezzate” che esprime la convinzione che gli uomini “oggi precipitati” spesso non sanno cogliere la bellezza, la vitalità, la positività, le emozioni e cedono invece al nihilismo, alle negatività e al razionalismo nella ferma consapevolezza che questo non potrà mai riuscire a scoprire la componente nascosta e inesplicabile delle vicende umane e della natura nella quale vive come viene espresso dai versi di Il respiro segreto.Proprio il rifiuto di tutto quanto non ha respiro è il tema centrale della sua quarta silloge Esercizi di sguardo, che rappresenta il superamento dell’iniziale fase di apprendistato e il pieno raggiungimento della maturazione poetica. Qui emerge una curiosità quasi fanciullesca, “da bambino eterno”, con possibili gli echi del “cuore fanciullo” di Sbarbaro, altro poeta da Lauzi molto amato, esplicitamente dichiarata nelle domande retoriche in prosa che introducono gli Esercizi di sguardo: “Che posso fare se il treno vola ancora e ancora sto col naso al finestrino? Com’è che il tempo non mi rende saggio? Perché mi ha conservato un po’ bambino?”, senza peraltro che questo atteggiamento disincantato neghi la consapevolezza del male, come appare esemplarmente nella poesia La mano, dove l’infermità viene esorcizzata con l’ironia e viene comunque accettata come parte, sia pure dolorosa, della vita al punto da dichiarare alla sua “mano farfalla” che “la continuo ad amare/ pur se perdutamente”. E analogamente in Autunno la vecchiaia che incombe, con “le prime avarie” che minano il corpo, pur essendo un inevitabile “cadere di foglie”, rimane tuttavia “un magnifico autunno” nel quale è comunque ancora possibile godere il conforto del mare amico in un gioco di parole esito della consuetudine a cercarvi echi e risonanze. E quando, in conclusione della raccolta Esercizi di sguardo, Lauzi avviava il suo congedo dal lettore nella poesia eponima, nella consapevolezza di aver detto nei suoi versi “il grosso” e che non rimaneva che “qualche incrostazione di parole/ sul fondo del barile”, concludeva poi che era giunto il momento del silenzio e allora “bello è il tacere/ qui/ davanti al mare”, pacificato con tutto e con tutti, tornando così alla condizione della poesia manifesto del suo secondo libro Riapprodi: “Sciogliermi in acque chiare./ Ritornare/ dov’è iniziato tutto”. Sebbene la critica, spesso ottusamente contraria ad accettare chi proviene, magari con successo, da altri campi di attività artistica, non avesse guardato con troppa attenzione alle poesie fino ad allora pubblicate da Lauzi, ormai con sempre maggiore convinzione egli si volgeva alla scrittura in versi (ma intanto stava anche lavorando al suo estroso – da lui definito un “giallo filosofico” – primo romanzo, Il caso del pompelmo levigato, uscito nel 2005 presso Bompiani); e così si propose di creare un organico discorso poematico, un’ampia architettura complessa e articolata in “versi dedicati agli dei dell’Olimpo” perché, “non potendone descrivere la potenza ci basti raccontare la pochezza degli uomini”: il titolo sarebbe stato Agli immobili cieli, riprendendo un verso di una sua poesia dei Mari interni. Il 16 maggio 2002, mandandomi quello che avrebbe voluto fosse il primo testo della serie, mi scriveva:  > “Come vedi sono già alle prese con un nuovo problema: come raccontare il > bisogno del Mito e la nostalgia degli Dei. Ho pensato di arrivarci per > esclusione: le storie che racconto, emblematiche nella loro minimalità, sono > così ridicolmente povere che non può certo essere attraverso la loro > esemplarità che capiremo il nostro destino. Sarebbe come se le cavie > giudicassero lo scienziato”.  Con questo paradosso e con questa ironia (due tra le qualità più spiccate di Lauzi) era cominciata la stesura dei testi che avrebbero formato quel nuovo (e assai differente rispetto ai precedenti) libro di poesie, stesura che non fu né breve, né facile (i Versi facili appartenevano ormai ad un momento lontano), tanto egli era portato ai rifacimenti e ai ripensamenti nella elaborazione di questi testi. In essi egli intendeva mettere a fuoco una multiforme galleria di personaggi tanto marginali quanto esemplari.  La stesura di Agli immobili cieli ebbe una lunga gestazione, segnata da periodi di febbrile creatività con testi che si succedevano giornalmente (e che tempestivamente Lauzi mi inviava per riceverne un parere), ma anche da lunghi periodi di stasi e di ripensamenti; su questo complesso lavoro del quale non vide la fine egli s’ impegnò, dilatandone le dimensioni, sino ai suoi ultimi giorni e, quasi per offrirne una primizia, ne incluse un paio nella sua già citata autobiografia, completata proprio alla vigilia della scomparsa, dove peraltro recupera versi anche da precedenti raccolte, a sottolineare così l’importanza della poesia nella sua vita, anche perché, come aveva scritto nella premessa a Versi facili, “questi m’hanno aiutato a vivere”. Francesco De Nicola ** Ricomporre armonie (da I mari interni, 1994) Ricomporre armonie spezzate dentro gli antichi colonnati i peristilii oggi precipitati. Equilibri di sfere i mari interni i lampi luminosi ed i sorrisi enigmatici e chiusi della classicità. Queste, e altre cose ancora sono la poesia da ritrovare. Questo bisogna fare. * La mano (da Esercizi di sguardo, 2002) La mia mano farfalla bestiola spaventata frullo d’ali improvviso di preda impallinata di rifugio in rifugio di taschino in taschino ha una sola speranza: che voi dimentichiate le sue dita agitate che riempion la stanza mentre s’inventa il vento o vi racconta il mare… Nata per lavorare sul palco della vita per farsi perdonare arranca inutilmente, eppure l’ho avvertita: faccia quel che si sente, io la continuo a amare, pur se perdutamente… Adolescente avrei flirtato volentieri con la Morte. Fortunatamente lei, che sapeva tutto della vita, mi disse: “Sono troppo vecchia per te, non sei ancora pronto per un legame serio e duraturo, non andremmo bene… eventualmente, quando sarai maturo per avere una storia importante, vorrà dire che ti presenterò una ragazza seria, la mia sorellina Malattia…”. E la stagione è venuta, finalmente! È bastato guardarci e ci siam presi. La cosa strana è che è stata lei a chiedere la mia mano… Ormai è più di un anno che conviviamo, ma i miei non sono contenti per niente. * Arma di Taggia  (da Esercizi di sguardo, 2002) Come? Ciabattando tra papere di plastica, confuso tra la gente in fuga dalla spiaggia, mentre non penso a niente, sul più bello, fermo al passaggio a livello d’Arma di Taggia, al centro d’un Creato fatto di nonne e urlanti nipotini – “Non è il momento di chiedere il gelato, mamma ha già preparato gli involtini…” – S’alzeranno le sbarre, gli altri proseguiranno. In coda al gruppo io resterò stupito, lì, seduto per terra, addormentato… … un cagnolino si sarà voltato. Così vorrei andare, così la morte sembrerà apparente, inespressiva come l’ovvietà. Così il Levante si farà Ponente. * Pigrizie (da Esercizi di sguardo, 2002) È lunga  l’onda e lungo  è il lungomare… m’allungo sulla sabbia a disegnare con la punta dell’alluce segreti improbabili viaggi della mente che non vorrei mai fare veramente ma fingo per tenermi in esercizio. L’attesa del tramonto È un vecchio vizio… * Battaglia (da Esercizi di sguardo, 2002) Si muove il cielo sopra Portofino: la terra si prepara a dar battaglia al rapinoso vento novembrino. Potrà ben poco: già si gonfia il mare e picchia prepotente alle scogliere con strepito di schiocchi e di fanfare. Oggi è da stare a casa, a riposare, a godersi la fiamma nel camino, a starsela a contare e bere vino… Fuori, i gabbiani, soli ad affrontare – remando controvento – la tempesta. Gli uomini? Dentro, a giocare alle carte e fare festa fin dalle prime ore del mattino. Di là dai vetri spruzzi di salino. * Il respiro segreto (da Esercizi di sguardo, 2002) Il fruscio del serpente tra il fogliame. il topolino per istinto nascosto, il ragnetto assassino che ha cambiato di posto per maligne esigenze e nuove trame, testimoniano presenze inesplicate e il respiro segreto dell’Estate.  * Foce, 1946  (da Esercizi di Sguardo, 2002) Dove il Bisagno si faceva mare  una lattina vuota si gettava – acquatico birillo – a navigare nave corsara tra le opposte rive  da cui io vigilavo non passasse:  per affondarla le tiravo sassi  sempre più grossi man mano che avanzava  risospinta da spuma di risacca e quando la battaglia terminava  e mi gloriavo fosse stata vera giorno non era, e non ancora sera… Così, contro un nemico inesistente m’allenavo alla vita  che più tardi sarebbe parsa ancor più inconsistente. * Il professore, Genova, 1951 (da Agli immobili cieli, 2002-2006)     Ogni mattino quando entrava in classe era come se alato messaggero annunciasse l’ora suprema della Poesia, quella che trae dal Cielo nutrimento  e dalle traduzioni tradimento. Lui invece coltivava un vecchio sogno: che almeno uno di quei privilegiati  sopra il De bello gallico impegnati a tradurre il latino in versi sciolti tramutasse il dovere in un bisogno. Bruno Lauzi L'articolo “L’ora suprema della Poesia”. Bruno Lauzi, il poeta proviene da Pangea.
June 27, 2026 / Pangea