> Quale direttore de l’ospizio di Charenton
> vi do il benvenuto in questo mio salon
> Al qui ricoverato signor de Sade siamo grati
> che per maggior edificazione dei malati
> un dramma ha immaginato ed inscenato
> qui fra non molto lo vedrete presentato
Con la voce del direttore Coulmier si apre il Prologo del dramma La persecuzione
e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentata dagli internati dell’ospedale
di Charenton sotto la direzione del Marchese de Sade dello scrittore tedesco
Peter Weiss. L’opera venne rappresentata per la prima volta allo
Schiller-Theater di Berlino il 29 aprile 1964.
Le radici e le contaminazioni di Weiss sono quelle del teatro politico di
Bertold Brecht e quelle del Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud e,
quest’ultimo, sulla sua persona aveva sperimentato per molti anni la condizione
di internato in diverse strutture manicomiali francesi.
*
Andare a Charenton
Émile Goudeau, giornalista e poeta bohémien, fondò nel 1878 il club letterario
gli Hydropathes, luogo dove il mercoledi e il venerdi sera si leggevano poesie e
si rappresentavano testi teatrali, con l’impegno per i soci a non bere acqua –
buona solo per i borghesi – ma solo vino e pure assenzio verde. Le riunioni si
chiamavano sedute spiritiste.
Quando nel 1881 venne aperto nel quartiere di Montmartre il cabaret de Le Chat
Noir, Goudeau trasferì al nr. 84 di Boulevard de Rochechouart gli Idropatici e
un giorno nello stesso locale organizzò da vivente il suo funerale burla e poi
fece transitare la sua anima verso il paese dei pazzi, il manicomio di
Charenton. Ne scrisse pure la lunga e dissacrante poesia Sur la route de
Charenton, che si apre con l’immagine surreale di un angelo inchiodato su una
bara.
> Un ange
> Est cloué dans un cercueil
e nell’avanzare del testo, con l’anima di un poeta molto bello da portare a
Charenton.
> L’âme d’un très chouette
> Poète,
> Qu’on emporte à Charenton.
Per Goudeau Charenton è il luogo della follia creatrice degli artisti e dei
poeti e diventa pure per i francesi un luogo comune, gergale. Andare a
Charenton era l’espressione popolare per descrivere chi sta impazzendo o coloro
che sono destinati ad andare al paese dei pazzi – Aller au pays des fous –, a
varcare le mura dell’Hospice, un ricovero per malati mentali e non solo, fondato
nel 1645 dalla congregazione religiosa Frères de la Charité.
Stesso luogo comune adottato in Italia: andare a Cogoleto (Ospedale psichiatrico
provinciale di Genova), andare a Volterra (manicomio con annesso il Cimitero dei
malati di mente), andare sull’isola di San Servolo (il manicomio della
Serenissima), andare al Mombello (è stato uno dei più grandi manicomi italiani)
dove venne internato per alcuni mesi Lucio Mastronardi, l’autore del Maestro di
Vigevano, al cui protagonista diede simbolicamente il nome di Mombelli.
A Charenton, dietro quelle mura, alle porte di Parigi, trovarono ospitalità
forzata molti artisti considerati socialmente pericolosi o le cui condotte erano
ritenute immorali.
Charenton entra così nelle pagine della storia della Letteratura quando
l’Hospice diventa una sorta di drammaturgia, il luogo dove si scrivono romanzi,
poesie e si allestiscono drammi teatrali. Il Marchese de Sade fu il più illustre
paziente/prigioniero del lungo ciclo epico di Charenton. La diagnosi era demenza
libertina. Altri meno illustri, a volte ospitati con la formula della Lettre de
cachet, una lettera firmata dal Re di Francia e chiusa con un sigillo reale, con
il quale senza alcun processo una persona poteva essere rinchiusa in una
prigione o in un manicomio, come accadde per il Divin Marchese de Sade dal 1801
fino alla sua morte.
Altri ospiti furono il compositore Jean-Joseph Mouret, il musicologo Jérôme de
Momigny, il vignettista e illustratore André Gill, lo scrittore Jean Henri
Latude, il danzatore e coreografo Pierre Trénitz, il matematico André Bloch che
vi rimase ben 31 anni dopo aver ucciso il fratello e due zii. Secondo alcuni
biografi, ma le fonti sono incerte, anche Paul Verlaine transitò per Charenton.
De Sade a Charenton scrisse alcune opere e sotto la guida del direttore
dell’epoca, l’Abbé de Coulmier, mise in scena spettacoli teatrali con la recita
dei pazienti, fino a quando nel 1811 un ordine ministeriale ne vietò la
continuazione.
*
L’epica di Charenton e degli altri asili
Se la presenza di De Sade ha reso famoso Charenton, ciò non è accaduto con il
manicomio di Rodez dove era stato ospite un altro illustre fou come Antonin
Artaud – il Marat nel film Napoléon (1927), di Abel Gance, un classico del
cinema muto – che scrive nel 1947 a Rodez il saggio Van Gogh il suicidato della
società.
Lo scrittore Gerald de Nerval (1808-1855), altro nome importante della
letteratura romantica francese, autore di Sylviè e Aurelia, era stato internato
in diverse cliniche parigine e morì impiccato al lampione di una strada. Artaud
nel 1946 confidò con una lettera indirizzata a Georges Le Breton:
> Voglio dirvi con questo quanto ho sempre sentito che la vita di Gérard de
> Nerval fosse molto simile alla mia.
*
Il linguaggio insensato del poeta
I poeti plasmano la parola, a volte è soltanto un suono. Coniano parole senza
significato, creano immagini metafisiche, spesso bestemmiano e mettono in
imbarazzo i benpensanti. Sono dei libertini del pensiero e la loro casa, dove
comporre e declamare versi, è il manicomio, l’asylum. L’asilo – dove il folle
è incatenato – è paradossalmente il luogo sicuro, inviolabile, il tempio greco
dove lasciarlo poetare. O dove i pazienti possono recitare, cantare e ballare…
magari guidati dal Divin Marchese, con l’autorizzazione del liberale direttore
di Charenton, François Simonet de Coulmier, che tra una purga e un salasso, e un
bagno d’acqua ghiacciata, concedeva ai pazienti la recitazione, per la ragione
che le arti belle s’insegnano ai malati.
*
Charenton nella storia della follia
Michel Foucault, cita molte volte il manicomio nel suo saggio Storia della
follia nell’età classica (1963), riprendendo articoli, lettere e
testimonianze, tra cui alcuni riferimenti a Coulmier e a Sade.
> “Esiste a Charenton un uomo reso troppo celebre dalla sua audace immoralità e
> la cui presenza in questo ospizio suscita i più gravi inconvenienti. Intendo
> parlare dell’autore dell’infame romanzo di Justine. Quest’uomo non è un
> alienato. Il suo solo delirio è quello del vizio, e questa specie di vizio non
> può essere repressa in una casa consacrata alla cura medica dell’alienazione.
> Bisogna che l’individuo che ne è colpito sia sottomesso al sequestro più
> severo.”
>
> […] Coulmier […] aveva organizzato quei famosi spettacoli in cui i folli
> interpretavano sia la parte di attori sia quella di spettatori osservati. “Gli
> alienati che assistevano a queste rappresentazioni teatrali erano l’oggetto
> dell’attenzione e della curiosità di un pubblico leggero, sconsiderato e
> talvolta malvagio. Il comportamento bizzarro di quegli infelici, il loro
> contegno provocavano le risa beffarde e la pietà insultante degli astanti.” La
> follia diventa puro spettacolo, in un mondo sul quale Sade estende la sua
> sovranità,e così viene offerta, come distrazione, alla buona coscienza di una
> ragione sicura di se stessa.
*
Charenton nella storia delle arti
Letteratura, Cinema e Teatro hanno dato vita alla leggenda di Charenton, alla
sua narrazione epica. Diventa l’archetipo, il modello del lunatic asylum: la
casa che ospita i lunatici, coloro che sono influenzati dalla luna. Come lo
sono i licantropi e i folli. I poeti, poi, hanno da sempre subito il fascino
della luna. Le fasi lunari muovono gli oceani e sommuovono anima e psiche.
Dalle poesie di Émile Goudeau declamate a Le Chat Noir al dramma La persecuzione
e l’assassinio di Jean-Paul Marat… di Peter Weiss, alla pellicola dell’inglese
Peter Brook Marat-Sade (1967) ispirato alla piece di Weiss. Un altro
drammaturgo, l’americano Doug Wright ha scritto nel 1995 il dramma Quills
– letteralmente penne d’oca –, sempre ambientato a Charenton che poi è diventato
il soggetto cinematografico di Quills, la penna dello scandalo diretto da Philip
Kaufman con al centro un Divin Marchese pornografo.
In Italia diverse sono state le rappresentazioni del testo di Weiss, tra cui
quella di Raffaele Maiello nel 1967 al Piccolo Teatro di Milano con Carla
Gravina nel ruolo di Carlotta Corday. Dopodichè altri registi italiani hanno
allestito il Marat-Sade: Carlo Cerciello (Napoli), Antonio Lo Presti (Messina),
Nanni Garella (Bologna). Il regista teatrale Walter Le Moli nel 2005 rappresentò
il testo di Weiss con l’accompagnamento de Le quattro stagioni di Vivaldi –
da Il cimento dell’armonia e dell’inventione Opera VIII –, eseguite dal vivo
dall’orchestra Europa Galante.
Anche Louis-Ferdinand Céline si ispira a Charenton quando in Morte a
credito(1936) fa finire in manicomio Courtial des Pereir, il personaggio più
geniale e grottesco del romanzo. Charenton ha ispirato pure le arti figurative.
L’incisore e scultore messicano José Luis Cuevas (1934-2017) ha prodotto nel
1965 una serie di 14 litografie a colori. Molti anni prima un altro incisore,
Godefroy Engelmann (1788–1839), aveva prodotto una litografia con l’immagine
dell’edificio View of Lunatic Asylum in Charenton e pure la satirica Le
Charenton ministériel – Différentes monomanies, utilizzando il luogo comune che
non ci sono differenze tra i politici e i folli e che la politica debba essere
rinchiusa in manicomio. Il pittore americano Jonah Kinigstein (1923-2015) ha
dipinto ad olio la tela Asylum in Charenton.
Pure i cantanti sono stati ispirati dalla simbologia di Charenton. Sous les
ponts de Paris (Sotto i ponti di Parigi) è un testo del 1913 del paroliere Jean
Rodor interpretato da diversi artisti, tra cui Andrè Claveau, Yves Montand e
Juliette Greco:
> Pour aller à Suresnes ou bien à Charenton
> Tout le long de la Seine on passe sous les ponts.
(Suresnes era un altro manicomio dell’epoca, noto anche per l’internamento della
pittrice di origine italiana Juana Romani (1867-1923).
*
Charenton oggi
Il vecchio Hospice de Charenton è stato chiuso nel XX secolo e nel 1988 è
diventato un monumento storico, ma la sua leggenda continua nelle opere dei
poeti e degli artisti.
Francesco Bova
*In copertina: Antonin Artaud è Marat nel film Napoléon (1927), di Abel Gance
L'articolo Drammaturgia di Charenton. Come la casa dei matti diventò grande
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