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“Mundus pulcherrimum nihil”. Angelus Silesius, l’epigrammista mistico
Johannes Scheffler (1624-1677) uno dei poeti più emblematici del barocco tedesco, nasce a Breslavia, nel bel mezzo della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), un conflitto di dimensioni europee che, insieme alla Seconda guerra mondiale, è stata una delle più grandi sciagure della storia tedesca. Günter Grass, premio Nobel per la letteratura nel 1999, nell’ampio racconto Das Treffen in Telgte (L’incontro di Telgte), accosta le due epoche e rende possibile l’impossibile, immagina, cioè, che nel 1647, ossia un anno prima della fine della Guerra dei Trent’anni, si siano riuniti a Telgte i più celebrati poeti del barocco: esattamente come il “Gruppo 47” che nel 1947, tre secoli più tardi, si sarebbe  riunito allo scopo di discutere di letteratura tedesca e di rinnovamento dopo la disfatta bellica. Quindi a Telgte si danno appuntamento, come per miracolo e per pura invenzione letteraria, i più illustri autori barocchi e arrivano pertanto Weckherlin, Dach, Gryphius, Hoffmannswaldau, Logau, Czepko, Moscherosch… All’elenco viene aggiunto anche Johannes Scheffler, che sarebbe poi, con altro nome, diventato il più rinomato epigrammista barocco, ma che nel 1647 era ancora un giovane studente universitario di appena ventitré anni e di certo, quell’anno, non poteva trovarsi a Telgte, perché era a Padova a studiare medicina in attesa di  laurearsi nel 1648.  Günter Grass ne tratteggia da un lato l’indole generosa, ricordando che salvò una contadina dalla violenza della soldatesca, e dall’altro ne indica la tendenza letteraria, inserendolo nell’area mistica come una “scoperta di Czepko”. Già durante il soggiorno padovano Scheffler adotta il motto “Mundus pulcherrimum nihil” (mondo, bellissimo nulla), generalmente ritenuto il primo indizio del suo atteggiamento mistico. È di confessione protestante, che però i freddi studi filologici vanno atrofizzando e riducendo a spazio troppo angusto per il suo sentire, e quindi ripara in campo avversario. Nel 1653 annuncia la conversione al cattolicesimo ritenuto più disponibile alla mistica, al dilatarsi dell’anima oltre i confini della lettera: >  “Il mondo è troppo stretto e il cielo troppo piccolo, > dove troverò spazio per l’anima mia?” Il profondo cambiamento lo spinge a mutare anche il nome. E il nuovo nome, che segna la forte cesura della sua vita e col quale diventa famoso, è Angelus Silesius – ossia della Slesia, la sua terra.  Nel 1661 avviene la consacrazione sacerdotale. Si impegna con vari scritti a sostenere le finalità della Controriforma, accusa Lutero di essere un Lucifero che non diffonde la luce, ma le tenebre. Non è legato al denaro e impiega la cospicua eredità paterna in opere di beneficenza, aiutando generosamente gli orfanotrofi bisognosi: >  “Il saggio è accortamente ricco: tiene il denaro nella cassetta, > ma l’avaro l’ha nell’animo, e dunque non avrà mai riposo”. La fama letteraria di Silesius non si basa tanto sugli scritti polemici, quanto su altri di diverso impianto. Come, ad esempio, Heilige Seelen-Lust Oder Geistliche Hirten-Lieder der in ihren Jesum verliebten Psyche (Gaudio sacro dell’anima ovvero Poesie bucoliche spirituali di Psiche innamorata del suo Gesù). In tale opera la poesia pastorale si fonde con uno spiccato erotismo spirituale, che  nel tredicesimo secolo aveva avuto un fulgido antecedente nella Luce fluente della divinità scritta dalla monaca Matilde di Magdeburgo.  Silesius ci presenta Psiche, ossia l’anima, che va alla ricerca di Gesù, “l’impetuosa onda d’amore”, lo sposo desiderato, e si accende di un amore senza tempo che la inabissa nell’eternità dell’unio mystica: “Dov’è la mia fonte, o fresche fonti?/ Voi rivoli, dov’è il mio ruscello?/ La mia origine, che cerco sempre./ La mia sorgente che penso sempre…/ Oh Dio, dove devo cercare oltre,/ se non lo trovo in nessuna creatura?/ Chi mi porterà oltre la natura?/ … Mi devo lanciare oltre ogni cosa,/ elevare oltre me stessa:/ allora confido davvero / d’ incontrarti …” Nella Descrizione sensibile dei quattro novissimi del 1675 sono prefigurate le gioie e assaporati i piaceri del paradiso, percepito come una proiezione della terra, come un potenziamento dell’aiuola terrena, del nostro “piccolo giardino dei fiori”. È una visione della beatitudine mistica che non conosce soluzioni di continuità tra terra e cielo: >  “Scende il cielo, arriva e diventa terra: > quando salirà la terra a diventare cielo?” Ma è Il viandante cherubico (Der cherubinische Wandersmann), con il suo stuolo di epigrammi, a fondare la grandezza di Silesius assegnandogli un posto di rilievo nella letteratura tedesca dell’età barocca. L’autore si rifà qui al dualismo serafino/cherubino. Se i serafini, i più vicini a Dio, godono di una conoscenza intuitiva, i cherubini raggiungono la conoscenza per via riflessiva e la traducono in giudizi di saggezza. Ed è ciò che caratterizza il Viandante cherubico con la sua ricca messe di riflessioni e suggerimenti che testimoniano la dimestichezza dell’autore con il pensiero di Platone, Sant’Agostino, San Bernardo, Eckhart, Böhme, Czepko, con i mistici spagnoli.  Vi si respira un senso di vastità cosmica, di ariosa apertura: >  “Il sole tutto stimola e tutte le stelle fa danzare,  > e se anche tu non ti muovi, non appartieni al tutto”. La terra non è più racchiusa in un rigido sistema, ma vista più fluida rispetto al medioevo. Infatti Colombo, Vasco da Gama, Magellano aprono nuove vie negli oceani, Keplero e Galileo rivoluzionano i movimenti dei cieli: “Le vecchie dottrine, che valgono da millenni, crollano… Contengono molte leggi che poco spiegano, mentre la nuova ipotesi ha poche leggi che spiegano molto”, fa dire Bertolt Brecht a Galileo, docente in quella Padova dove, qualche decennio dopo, sarebbe arrivato lo studente Silesius. Nella nuova ipotesi gli astri non stanno più, come in precedenza, attaccati a mo’ di spilli lucenti su una volta di cristallo, ma girano, senza sostegno, liberi negli spazi, simili alle navi negli oceani. Anche il tempo si libera della ristretta suddivisione cronologica in presente, passato, futuro e tende a fondersi e confondersi con l’eternità: “Il tempo è come l’eternità e l’eternità come il tempo,/ purché tu stesso non crei una distinzione”. Oppure: “Sei tu a fare il tempo! L’orologio sono i tuoi sensi:/ blocca il bilanciere, e il tempo svanisce”. Si infrange ogni parete: “Via la parete divisoria, se devo vedere la mia luce/ non devo ergere muri al mio sguardo”. Allo stesso modo si spezzano e cadono i vincoli, le catene che stringono l’individuo di spirito indipendente e fiero: “Mettimi e stringimi tra mille catene, / resterò sempre libero e senza catene”. L’enigma insoluto resta Dio: egli è un ossimoro infinito, una infinita coincidentia oppositorum. Di lui si può dire: “Niente in Dio si conosce: egli è un unico Uno”. Ma si può affermare altresì: “Dio è puro nulla”. E così è anche l’uomo che, di per sé, è “lo zero”, “un carbone”. Eppure, se si sente fuso con Dio, può ben gridare: “Sono sconfinato come Dio”. “Senza di me Dio non può vivere un attimo.”. Tali epigrammi destano stupore e meraviglia, secondo la sensibilità poetica del Seicento che prediligeva la stupefazione e il concettismo. Tuttavia c’è in essi un fascino coinvolgente, una freschezza che ce li rende vicini, sorprendentemente moderni. Gio Batta Bucciol Johannes Scheffler / Angelus Silesius (1624-1677) ** Dal Gaudio sacro dell’anima Psiche ha nostalgia solo di Gesù Dove sei, o mia vita, a cui mi sono votata, da cui sono soggiogata? Dove devo volgermi e abbia fine la mia inchiesta? Dove posso trovarti, o tu che illumini i ciechi, dove vedrò la tua luce, il tuo nitore? Dimmi, dove stai pascendo, soffrendo nel meridiano ardore, dimmelo e volerò da te  a pascere con te, mia unica gioia! Che io ti abbracci e mai più ti lasci nell’amore stretti e nel dolore. Ti trovo sotto il tiglio, cuor mio, o sotto il melo? Cespugli e boschi prati e campi devo percorrere ed esplorare con trafelato affanno? O mi devo sulle vette inerpicare? Dimmi se devo godere  con te in riva ai fiumi, o impetuosa onda d’amore! Dimmi se dobbiamo insieme avvicinarci alle fiamme, sì che tu mi possa avvampare sì che il mio cuore scorga come puro in te si fonde e sgorga. Ora mi voglio apprestare a valicare i deserti, per te, o mia piccola tortora.  Voglio sforzarmi d’andare lontano, lontano, senza badare alle avversità, voglio solo in fretta congiungermi con te. Sì, voglio osare di tendere a te, finché avrò respiro. Per siepi e rovi per arbusti e spine, tra grotte e fosse  tra valli e abissi mi aprirò la via. Oh vienimi incontro, o vita, a cui mi sono abbandonata, a cui tutta mi sono data! Ahimè, ahimè, io mi struggo, e sollievo più non troverò, se non ti avrò, fanciullo divino! E se averti non potrò,  ecco, prenditi la mia vita. * Psiche lo desidera al sorgere del sole Il sole ricompare nella nostra sfera celeste! Già appare in alto lo sfolgorio dei suoi raggi. Ma dove resta il mio sole, la mia amatissima luce? Il mio Gesù, il mio conforto ancora non mi appare. A cosa mi serve questo sole, il giorno se non posso vedere,  nella spelonca del mio corpo, il sole dell’anima mia? Il mio cielo resta opaco, se la vera luce del sole che amo non vedo levarsi. Quanto sarei felice se l’amato splendore   dopo tante notti oscure  mi recasse il giorno mio! Ma devo pur vivere ancora come chi è privo    di quella luce che è la sua gioia. Oh spunta allora, mio carissimo chiarore solare! Allontana dal cuore l’oscurità e il dolore.  E che i tuoi raggi d’oro  mi rallegrino l’intero tuo mondo dei bei colori: vieni, vieni, eroe celestiale. ** Dal Viandante cherubico Devi essere tutto divino Dio, non mi basta servirti angelicamente e germogliare per te in perfezione celestiale: cosa per me insoddisfacente e per il mio spirito troppo poco. Chi vuol servirti a dovere, dev’essere più che divino. * Dio non si afferra Dio è puro nulla. Non lo sfiorano il tempo e lo spazio. Quanto più cerchi di afferrarlo, tanto più ti sfugge. * Un abisso chiama l’altro L’abisso del mio spirito chiama sempre con forza l’abisso di Dio. Di’: qual è più profondo? * L’immagine di Dio Porto in me l’immagine di Dio e se vuole vedersi, lo può solo in me e in chi a me assomiglia. * Devi ritornare all’origine Uomo, all’origine l’acqua è pura e chiara. E se non bevi alla sorgente, ti trovi in pericolo. * Ci sono migliaia di soli Tu dici che nel firmamento c’è un unico sole, ma io ti dico che ci sono molte migliaia di soli. * L’uomo è la cosa più alta Nulla mi sembra alto: sono io la cosa più alta, anche Dio senza di me è per sé poca cosa. * Senza perché La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce. Non bada a sé. Non chiede se la vedi. * Il silenzio vince il canto degli angeli Bello è il canto degli angeli: eppure so che il tuo canto all’Altissimo, se fai perfetto silenzio, riecheggia meglio. * Si parla col silenzio Uomo, se vuoi esprimere l’essenza dell’eternità, prima devi spogliarti interamente del linguaggio. * L’aquila si libra in alto Chi è aquila può ben librarsi in alto e oltre i serafini spingersi per mille cieli. * Tutto è originato segretamente Chi l’avrebbe mai creduto! Dalla tenebra viene la luce, dalla morte la vita, dal nulla qualcosa. * Dio è una sorgente Dio assomiglia a una sorgente, scorre copioso nella sua creatura, eppure resta in sé stesso. * Dio non può volere nulla di male Dio non può volere nulla di male: se volesse la morte del reo e la nostra sventura, non sarebbe più Dio. * La cosa più bella Non c’è nessuna cosa di me più bella, perché Dio – la bellezza stessa – si è innamorato di me. * L’arma da fuoco spirituale Il cuore è la canna, l’amore è la polvere e la miccia, l’innesco è la buona volontà: spara e colpirai Dio. * Conclusione Amico, ora basta. Se vuoi leggere di più, va’ e diventa tu stesso scrittura ed essenza. Traduzione di Gio Batta Bucciol *Gio Batta Bucciol era uomo di un altro tempo, dalle virtù nobili, maschie. Nato a Oderzo nel 1940, è morto qualche giorno fa: ha dato la vita alla poesia, al linguaggio, dedicandosi al tradurre con insuperabile dedizione. Strenuo collaboratore di Nicola Crocetti, è parte del “Comitato di redazione” di “Poesia”; a dicembre, due anni fa, credo, mi ha inviato una fotografia da Tübingen, “che per sedici anni è stata la mia città” – dell’antica accademia civica è stato lettore di italiano. Le rive del Neckar, il cielo bigio, le case ortogonali: tutto precipitava in Friedrich Hölderlin, di cui Bucciol ha da poco tradotto i testi in un’antologia, Gli alberi e l’etere, edita da Molesini Editore in Venezia. Con Molesini, Bucciol ha prodotto altri libri di pregio: E come mani erano i miei occhi, di Michael Donhauser (2023), le “Poesie scelte” di Heinrich Heine (2024) e soprattutto una sgargiante edizione del Viandante cherubico di Angelus Silesius (2023). Fu intorno a quel libro e a quel mistico che lo conobbi: gli chiesi un servizio per “Poesia”, che qui, in memoria, si ricalca, lievemente modificato. Tra l’altro, ha insegnato letteratura tedesca all’Università di Verona, ha voltato Luciano Erba e Mario Luzi in tedesco, ha reso Rilke in italiano. Gio Batta Bucciol svariava, con prodigiosa professionalità, dai ‘classici’ ai contemporanei, dandosi ad ogni avventura. Per l’antologia ideata da Jovanotti & Crocetti, Poesie da viaggio (Crocetti, 2026) ha tradotto, tra l’altro, Friedrich Hebbel e Goethe, ma anche un classico di oggi come Rainer Malkowski. Il suo aiuto è stato straordinario per l’impresa dell’“Antologia della poesia universale”, Dimmi un verso anima mia (Crocetti, 2023). Tra le tante poesie voltate in italiano con pudica eleganza – ricordo, tra l’altro, testi di Hans Magnus Enzensberger e di Herta Müller – è il Curriculum vitæ di Erich Fried ad avere il passo del testamento, ed è con queste parole – le sue, in fondo –, sgargianti per onestà, che lo salutiamo: “Come uomo mi indigno per l’ingiustizia e mi rallegro per ogni barlume di speranza Come uomo sono desto e stanco e lavoro e ho apprensioni e sete di comprendere e d’essere compreso Come uomo provo piacere per i miei amici e provo piacere per la donna e i figli e i nipoti e temo per loro e ho nostalgia della sicurezza e voglio stare con gli uomini e talvolta solo e compiango ogni notte trascorsa senza amore Come uomo sono malato e vecchio e morirò e non sarò né pietra né nuvola né campana ma terra o cenere ma questo non importa” L'articolo “Mundus pulcherrimum nihil”. Angelus Silesius, l’epigrammista mistico proviene da Pangea.
July 2, 2026 / Pangea