In effetti, aveva motivo di essere felice. Le avevano proposto di introdurre le
poesie di Kabir, il grande mistico indiano vissuto nel XV secolo, rese in
inglese da Tagore. Il libro, Songs of Kabir, fu stampato a New York, da
Macmillan, nel 1915: mistica primizia per il mondo anglofono, copertina rossa,
un menhir, senza lordura d’immagine; un libro da tenere sempre con sé, a
spiazzare il ‘mondano’, a incapsulare il sé in una formula d’amore.
Lei gli si rivolse con adorazione, chiamò Tagore “Maestro”: la barba bianca, i
capelli lunghi e la stola, monastica nonostante le molteplici ricchezze
familiari, rappresentavano con esattezza l’idea – della sostanza diranno altri –
del santo. Gli scrisse una lettera piena di affetto – “Questa è la prima volta
che ho il previlegio di lavorare con qualcuno che è Maestro in cose che mi
stanno così a cuore ma di cui so così poco… è come sentire una lingua di cui
conosco a malapena l’alfabeto parlata con perfezione” – a cui lui non diede
risposta. Aveva ottenuto il Nobel per la letteratura due anni prima, nel 1913,
“Per la profonda sensibilità, la freschezza e la bellezza dei suoi versi”,
Tagore; viaggiava in lungo e in largo per l’Europa da anni.Alcune fotografie lo
fermano al fianco di Einstein; altre nella villa argentina di Victoria Ocampo,
che si onorava di averlo come amico; fu amico di Henri Bergson, di Thomas Mann,
di H.G. Wells. Saint-John Perse, poeta aristocratico quanto pochi altri, più
propenso alla sprezzatura che alla stretta di mano, lo inoltrò ad André Gide: al
grande scrittore – che prederà un Nobel molto più tardi, nel ’47 – si deve una
notevole traduzione della poesia di Tagore come L’Offrande lyrique,
costantemente ripubblicata. Nel 1961, in un Hommage, Saint-John Perse rievocò la
circostanza, l’opera e quel “poeta che ha tenuto alto il lignaggio del sogno
senza lasciarsi distrarre dall’uomo del suo tempo”. L’anno prima aveva avuto,
anche lui, il suo Nobel.
Ma di Tagore, il cui nome temprava, fino a poco tempo fa, labbra tumide di un
sentire ‘spirituale’, sappiamo tutto. Resta lei, Evelyn Underhill, a sfuggire ai
dogmi della fama. Quando scrisse la bella introduzione ai Songs of Kabir compiva
quarant’anni, era nata in dicembre; compita, tenue nel corpo, ottenebrata dalla
tenerezza, aveva sguardi maculati dall’ingenuità dei folli. Il padre, Arthur,
uscito dal Trinity College, era un importante giurista: non capì mai gli
svolazzi mistici della figlia, non si orientava a quel disorientamento. Lo
stesso tono – di critica quando non di ostilità – le fu riservato dal marito,
Hubert Stuart Moore; non ebbero figli, lei gli fu maniacalmente devota.
Visitata da visioni fin da ragazza, Evelyn Underhill aveva iniziato a
raccontarsi attraverso la cortina della letteratura; nei suoi romanzi, per lo
più convenzionali – The Lost Word, 1907; The Column of Dust, 1909, ad esempio –
comincia a narrare ‘l’anello che non tiene’, lo spazio ferino tra apparire ed
essere:
> “Aveva capito, brutalmente, d’improvviso, quanto siano fragili le difese che
> proteggono le nostre illusioni e ci allontanano dall’orrore del vero. Aveva
> scoperto un piccolo foro nel muro delle apparenze: sbirciando attraverso di
> esso, intravedeva il ribollente vulcano delle forze spirituali da cui, di
> tanto in tanto, un refolo di lava sale in superficie”.
Nel 1911 pubblicò il suo libro più noto: uno “Studio sulla natura e sullo
sviluppo della coscienza spirituale dell’uomo”. S’intitolava Mysticism, ebbe
successo, fu l’inizio di un percorso che la portò, da anglocattolica, ad
approfondire l’opera di Jan van Ruusbroec e il Mysticism of Plotinus (1919).
Delicatissima ma coriacea, amica dello scrittore Arthur Machen, Evelyn Underhill
fu la prima donna a essere invitata all’Università di Oxford per dare lezioni di
storia della liturgia e di mistica; guidò gli esercizi spirituali di alcuni alti
prelati anglicani.
La figura di Kabir non poteva non affascinare Tagore: fautore di un pensiero
religioso che supera l’idolo della dottrina e il formalismo, fino a sfiorare
l’eresia, Kabir – venerato da induisti e da musulmani – percepisce l’Assoluto
ovunque, propone una pratica più che una sintesi intellettuale, predilige
l’amore alla ragione. Alla sua morte, capitata a Maghar, nell’Uttar Pradesh, nel
1518, pare, in molti vollero razziare il suo corpo per farne una sacra reliquia,
per erigervi un tempio: la leggenda racconta che le spoglie terrene di Kabir
svanirono sotto una coltre di fiori.
In quel mistico anticonformista si rivedeva anche Evelyn che
nell’introduzione affianca i versi di Kabir, “deliberatamente rivolti al popolo
più che ai religiosi, scritti in una lingua non letteraria” (alcuni ritengono
che Kabir fosse un analfabeta), a quelli di Jacopone da Todi e di Richard Rolle,
paragona la sua esperienza a quella di Francesco d’Assisi e di Giuliana di
Norwich. “Kabir appartiene al ristretto nucleo di supremi mistici – insieme a
Sant’Agostino, a Ruusbroec e al poeta sufi Rumi – che hanno realizzato quella
che possiamo chiamare visione sintetica di Dio, risolvendo la perpetua
opposizione tra personale e impersonale, trascendente e immanente, statico e
dinamico; tra l’Assoluto della filosofia e l’Amico della religione devozionale”.
Il fatto che fosse “un uomo semplice, un tessitore”, risponde a una tradizione
spirituale che supera i confini delle fedi: “come Paolo il fabbricante di tende,
il calzolaio Jacob Böhme, lo stagnino John Bunyan, il tessitore Gerhard
Tersteegen, Kabir sapeva combinare visione e laboriosità; il lavoro manuale
aiutava più che ostacolare la meditazione del cuore”.
Con pochi tratti, Evelyn Underhill dice del genio di Kabir:
> “Il suo destino è simile a quello di molti rivelatori della Realtà. Odiava
> l’esclusivismo religioso, desiderando iniziare gli uomini alla libertà degli
> autentici figli di Dio. I suoi seguaci ne onorano la memoria erigendo le
> stesse barriere che Kabir si è sforzato di abbattere: sopravvivono, però, i
> meravigliosi canti, espressione spontanea del suo amore. Nelle poesie di
> Kabir, viene messa in gioco una vasta gamma di emozioni mistiche: dalle
> astrazioni vertiginose all’intimo desiderio di confondersi in Dio, espresso
> con metafore quotidiane, con simboli religiosi tratti dalle tradizioni
> induiste e musulmane. Impossibile dire se questo poeta fosse un Sufi o un
> Brahmano, un discepolo del Vedanta, un devoto di Visnu. Egli stesso si dice
> ‘figlio di Allah e di Rama’. Lo Spirito Supremo che conosceva e adorava, alla
> cui amicizia tentava di introdurre le anime degli altri uomini, trascendeva,
> pur includendole, tutte le categorie metafisiche, tutte le definizioni;
> ciascuna di queste contribuisce a descrivere la Totalità semplice e infinita
> che si rivela, secondo misura, ai fedeli amanti di ogni fede”.
L’estro lirico di Kabir ricorda quello di ʿUmar Khayyām, poeta mitizzato dai
ranghi della cultura anglofona; il gusto per il paradosso ricorda quello del
micidiale Angelus Silesius e dei maestri taoisti. Il radicale sradicamento di
Kabir era accettato di buon grado dagli intellettuali europei del primo
Novecento, a loro agio con una spiritualità prêt-à-porter.
Nell’incipit della sua introduzione, Evelyn Underhill avvisa che quella di Kabir
“è la prima traduzione per i lettori inglesi” – si tratta di una mezza
verità. Due anni prima l’infaticabile Ezra Pound aveva tradotto Certain Poems of
Kabir sulla “Modern Review” (n.6, January 1913), facendosi aiutare da Kali Mohan
Ghose; l’editore Scheiwiller avrebbe pubblicato le Poesie di Kabir nella
versione di Pound (e, in questo caso, di Ghanshyam Singh), nel 1966. ‘Ez’ aveva
conosciuto Tagore a Londra, nel 1912; gli piaceva quell’uomo che come lui –
diversamente da lui – tentava di fondere Oriente e Occidente, i Veda e
Shakespeare. Lo presentò a William Butler Yeats, il sommo poeta irlandese, il
quale, in effetti, preso da vigoria spirituale, introdusse la versione inglese
del Gitanjali di Tagore (stampata nel ’12 dalla India Society e nel 1913 da
Macmillan).
La storia di Evelyn Underhill e di Tagore fu intrecciata, fino alla fine.
Infaticabile pacifista, Evelyn morì nel giugno del 1941; i bombardamenti su
Londra avevano intaccato la sua già fragile salute. Tagore morì tre settimane
dopo, nella sua villa, nel Bengala, dopo un lungo periodo di malattia: le
fotografie lo ritraggono con gli occhiali da sole, per sempre giovane; prima di
morire dettò alcune poesie, preso da continuo incanto.
**
Poesie di Kabir
Servo, dove mi cerchi?
Eccomi, sono al tuo fianco.
Non mi troverai nel tempio
né nella moschea; non abito
nella Kaaba né in cima al Kailash;
non mi circoscrive cerimonia
né rito, lo Yoga o la rinuncia.
Se sei un vero cercatore mi troverai
subito, mi incontrerai all’improvviso.
Kabir dice: “Dio respira in ogni respiro”.
*
Come dire la parola indicibile?
Come dire che Lui non è così ma è così?
Se dico che è dentro di me, l’universo si vergogna;
se dico che è fuori di me, sono un vigliacco.
L’esteriore e l’interiore sono uno in lui;
ragione e irragionevole sono i suoi sgabelli
non è manifesto né nascosto
non è rivelato né rivelabile
non ci sono parole per dire chi è.
*
Le immagini sono senza vita, non parlano:
lo so, ho gridato loro e non mi hanno risposto.
Purāṇa e Corano: vuote parole
io ho sollevato la cortina – e ho visto.
*
Davanti all’Incondizionato
io e te siamo uno:
questo proclamo.
Ecco la meraviglia
più grande: il maestro
che si inchina al cospetto
del discepolo.
*
Ho il corpo ammalato, ammaccata la mente:
mi manchi, Amato, vieni a casa!
Quando la gente dice che sono la tua sposa
mi vergogno: il mio cuore non si è ancora
ingemmato nel Tuo. Allora, cos’è l’amore?
Non voglio mangiare e non ho sonno
il mio cuore è sempre inquieto.
Come l’acqua per l’assetato, così
è l’amante per la sposa. Chi porterà
notizie di me al mio Amato? Kabir
folleggia: muore dal desiderio di vedere Lui.
*
Suona senza sosta il flauto dell’Infinito
il suo suono è amore: quando l’amore
supera ogni limite, giunge al vero.
La sua fragranza, allora, sgorga selvaggia.
L’amore è infinito e nulla lo ostacola;
la melodia lampeggia come un milione di soli.
Il suono della vina non ha paragoni
perché intona le note della verità.
*
Sottile è il sentiero dell’amore:
non c’è domanda né risposta –
si è persi tra i Suoi piedi
nella gioia della frenetica ricerca – immersi
negli abissi d’amore come il pesce
nell’oceano. Non tentenna l’amante
se deve offrire la testa al suo Signore:
questo è il segreto dell’amare
che Kabir intende svelarvi.
*
Le nuvole si accalcano in cielo
la loro voce è profonda, è un ruggito.
La pioggia viene da est, è monotona
la sua marcia. Cura le siepi al confine
dei campi: che la pioggia non le travolga.
Prepara la terra alla liberazione: che i rampicanti
dell’amore e della rinuncia si arrendano alla pioggia.
L’agricoltore prudente protegge il raccolto:
riempirà i suoi vasi per nutrire i saggi e i santi.
*
Mio cuore, destati! Il Supremo Spirito, il Maestro assoluto
è vicino a te: destati! Corri ai piedi dell’Amato, il tuo Signore
ti è vicino. Hai dormito per innumerevoli ere
non vuoi svegliarti proprio questa mattina?
*
La serratura dell’errore si vince con la chiave d’amore.
Aprendo la porta, risveglierai l’Amato.
Kabir dice: “Non farti sfuggire una tale fortuna!”
*
Chi ha addestrato la vedova a incenerirsi
sulla pira del marito? Chi ha insegnato
che l’amore trova ristoro nella rinuncia?
*
Da chi devo andare per conoscere l’Amato?
Così dice Kabir: “Se ignori l’albero, non puoi
trovare la foresta, così, non cercarLo tra le astrazioni”.
*
Perché scalpita impaziente il cuore?
Egli veglia sugli uccelli, sulle bestie e sugli insetti
si è preso cura di te quando eri nel grembo di tua madre:
ti dimenticherà proprio ora che sei al mondo?
Mio cuore, perché hai distolto lo sguardo
e ti sei allontanato da Lui? Hai lasciato
l’Amato e pensi ad altri: non lamentarti
se l’addestramento è vano.
*
È un’altalena l’amore: aggioga
il corpo e la mente alle braccia
dell’Amato, all’estasi d’amore.
Nei tuoi occhi, le lacrime della pioggia:
il cuore è adombrato dall’oscurità.
Avvicina il viso al Suo orecchio
svelagli indicibili desideri.
Dice Kabir: “La visione dell’Amato
trafigga il tuo cuore!”
*In copertina: Rabindranath Tagore (1861-1941); nel 1915 realizza insieme a
Evelyn Underhill una celebrata traduzione delle poesie del mistico indiano Kabir
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Se le mistiche tentano di uscire dal proprio corpo – o meglio, tentano di
‘inseminare’ Dio con il loro corpo, di farsi elette (e umiliate) per gemmazione,
eterno parto del Giusto –, i mistici tendono a imbragare il corpo entro una rete
di codici, di regole, di maglie. Si tratta, in effetti, di una ‘cavalleria’
spirituale, la loro, di una ‘palestra’: il corpo deve essere addestrato – per
primizia d’abbandono – affinché sia sovrabbondante l’anima. Si tratta di deviare
il ‘mestiere delle armi’ nell’armistizio spirituale: dunque, tenere in assedio
il corpo, intavolare trappole, forzare l’anima al duello e al boia. Che grande
ingegno nell’ideare stratagemmi di guerra i mistici!
Per le mistiche l’anima è biada offerta a Dio, nutrimento al Dio che tutto
pretende. Per i mistici, l’anima dev’essere forgiata come una spada, i mistici
la dovranno sfoggiare nei giorni della grande lotta. Ecco: la mistica si lascia,
si cede, eccede; il mistico scende in battaglia, non cede alla tentazione. La
mistica è acqua – il mistico è fuoco. La mistica, semmai, incendia il bosco – il
mistico perimetra il terreno, erige un tempio – fosse pure, mentale. La mistica
distrugge i confini, il mistico li misura, per superarli. Non si lascia
sopraffare – fa, il mistico. La mistica lascia fare.
La vita di Simeone il Nuovo Teologo (949- 1022), venerato come santo dalla
Chiesa ortodossa, è emblematica in questo senso. Nato da famiglia nobile,
cresciuto per ascendere ai gangli della burocrazia imperiale di Costantinopoli,
mollò ogni ambizione, disgustato dalla vita mondana agita nella capitale,
ispirato da un maestro, Simeone Studita, che non tarderà a venerare – a dire,
prima di tutto, della necessità di un insegnante, che ci addestri prima di
indottrinarci, che ci conferisca il giusto lignaggio, ci incorpori nel suo
linguaggio.
Fu monaco, igumeno, mistico sovraccarico di ‘visioni’. Soprattutto: ovunque si
stabiliva, creava instabilità e scismi. L’intransigenza di Simeone fomentava la
collera dei fratelli, l’incomprensione dei superiori – subì espulsioni,
umiliazioni, fraintesi. Migrò di monastero in monastero, questa
farfalla-vampiro, fino a rifugiarsi a Santa Marina, sulla riva asiatica del
Bosforo, dove morì, elaborando trattati, scrivendo inni, pregando.
Nell’affascinante trattato Sui tre modi per pregare, a lui attribuito, Simeone
si fa pioniere della ‘preghiera del cuore’.
> “Il tema centrale del trattato riguarda la necessità di custodire il cuore… in
> primo luogo tramite una particolare postura del corpo; poi con il controllo
> del respiro, in modo da rallentarne il ritmo; infine, educando l’intelletto
> alla catabasi nel cuore, cercando il luogo autentico della sua ubicazione.
> Questo esercizio preliminare è necessario per concentrarsi, prima di
> intraprendere l’effettiva invocazione del Sacro Nome. Alcuni studiosi
> occidentali moderni hanno paragonato questa pratica ai metodi utilizzati dallo
> Yoga o dal Sufismo, ma non bisogna esagerare con i paragoni. L’autore dei Tre
> modi per pregare colloca questa tecnica in un ambito specificamente
> cristologico: lo scopo è preparare l’iniziato all’‘invocazione di Gesù
> Cristo’. […] Vale la pena ricordare che in questa prospettiva l’uomo è unità
> di corpo e anima; il corpo è un aspetto essenziale della nostra
> personalità totale, integrale: non deve dunque essere ignorato ma utilizzato
> dinamicamente durante la preghiera”.
>
> (G.E.K. Palmer, Philip Sherrard, Kallistos Ware, The Philokalia, vol. IV,
> Faber, Londra, 1995; da qui abbiamo tratto le traduzioni che seguono)
Nei suoi testi, l’assertività ‘militare’ lascia sempre un brio al dubbio;
brilla, sulla cima delle norme, acuminate e aspre, il genio della
contraddizione. Il bisogno di arginare un cuore che scalpita, di mettere alla
stanga il corpo che infuria, non è vile temerarietà, l’intemperanza di chi
ciecamente obbedisce, ma sacro impegno a tenere sempre in tensione l’anima,
sempre sul punto di sbriciolarsi o di schiudersi, tra il destino di essere
pettirosso e la voglia di farsi lupo.
**
Dai Capitoli pratici e teologici
Non puoi saziarti di cibo e al contempo godere della gioia spirituale, della
benedizione noumenica – se ti abbandoni allo stomaco, ti allontani dallo
spirito. Nella misura in cui disciplini il corpo, sarai ricolmo di nutrimento
spirituale.
*
Lascia tutto ciò che è terreno. Non devi semplicemente rinunciare alle
ricchezze, all’oro, alle cose materiali, ma espellere completamente da te ogni
desiderio per tali cose. Odia i piaceri del corpo, alienati dai suo insensati
umori; mortificati con la sofferenza. Perché è il corpo che risveglia i desideri
e stimola all’agire; finché il corpo sarà vivo l’anima sarà inevitabilmente
inetta, inerte, lenta alla risposta, impermeabile al dire divino.
*
Come una fiamma si innalza sempre nella stessa direzione, indipendentemente
dalla legna che la nutre, così il cuore di un uomo arrogante non potrà mai
umiliarsi; più gli chiedi aiuto, più si esalterà nell’offrirtelo. Se lo
ammonisci, reagisce con violenza; se lo incoraggi, la sua vanità non avrà più
limiti.
*
Chi si abitua a controbattere il prossimo è un’ascia a due tagli: senza saperlo,
ferisce la propria anima, la aliena dalla vita eterna.
*
Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto; chi vede l’Uno, tutto vede. Pur astenendosi
dalla contemplazione, è comunque nella contemplazione del tutto. Poiché dimora
nell’Uno, vede tutte le cose; dimorando in tutte le cose, non vede nulla. Chi
vede attraverso l’Uno percepisce attraverso l’Uno se stesso e tutti gli uomini e
tutte le cose; reclino nell’Uno, non vedrà più nulla.
*
La contrizione del cuore, se è eccessiva e intempestiva, turba la mente, la
oscura, distrugge l’umiltà dell’anima e la pura preghiera, addolora nel
compianto il cuore. Questo produce indurimento, fino a totale insensibilità. Per
mezzo di ciò, i demoni riducono gli spirituali alla disperazione.
*
Un uomo pieno di ansie per le cose del mondo, non è libero: è dominato
dall’ansia, ne è schiavo, che riguardi se stesso o il prossimo. Chi è davvero
libero, non è trafitto da preoccupazioni mondane, che riguardino se stesso o il
prossimo. Tuttavia, costui non resterà inattivo né trascurerà i dettagli più
insignificanti e triviali della propria vita: farà tutto per la gloria di Dio,
compirà tutto senza ansia.
*
Un’anima impassibile è una cosa, un corpo impassibile è un’altra. Quando è
impassibile, l’anima santifica il corpo con la propria luminosità e con lo
splendore dello Spirito Santo. Un corpo impassibile non conferisce, di per sé,
alcun beneficio a chi lo possiede.
*
La terra gettata sul fuoco lo spegne – allo stesso modo, le preoccupazioni
mondane e l’attaccamento, pur per la cosa più minima e insignificante, smorzano
il fervore che arde nel cuore.
*
Se sei gravido della paura di morire, proverai disgusto per ogni cibo, bevanda o
abito elegante. Non troverai piacere nemmeno nel mangiar pane o nel bere acqua.
Concederai al corpo soltanto ciò di cui ha bisogno per rimanere in vita; e non
solo rinuncerai a ogni tua volontà, ma, a discrezione verso coloro a cui
obbedisci, sarai il servo di tutti.
*
Fratello, il ritiro dal mondo è perfetto solo se mortifichi la tua volontà; il
distacco è compiuto se ti alieni da genitori, familiari, amici.
*
Quante persone credono che sia un maestro spirituale chi ostenta grandi capacità
retoriche e considerano rozzo e inutile l’uomo al giogo del silenzio, attento a
non sprecare parole…
*
Fa’ ogni cosa con umiltà – è Lui che ha detto: “Dopo ogni cosa che avete
compiuto, dite: ‘Servi inutili siamo, fatto abbiamo ciò che si doveva fare’”.
*
Non comunicarti se hai qualcosa contro qualcuno, fosse pure un pensiero
contorto. Non comunicarti prima di esserti riconciliato. Anche di questo ti
istruirà il pregare.
*
Nulla ci sia nella tua cella, nemmeno un ago – soltanto, la stuoia e il
mantello. Se possibile: neanche una sedia. Ci sarebbe molto da dire su questo
punto: chi vuol capire, capisca.
**
Da I tre modi per pregare
Esistono tre modi per pregare e attenersi alla contemplazione, mediante i quali
l’anima è eletta o precipita. Chi adotta questi metodi nel modo giusto si eleva,
chi li impiega in modo triviale, si schianta, crolla. Vigilanza e preghiera
dovrebbero essere sempre collegate tra loro, come il corpo all’anima: l’una non
sussiste senza l’altra. La vigilanza avanza come un esploratore e comincia la
lotta contro il peccato; la preghiera gli è dietro e stermina i pensieri malvagi
che la vigilanza ha già combattuto – la sola attenzione non basta a vincerli.
Dunque, questi sono i portali della vita e della morte. Se per mezzo della
vigilanza manteniamo pura la preghiera, progrediamo; se lasciamo la preghiera
orfana, incustodita, si contamina e ogni sforzo è vano.
Il primo metodo per pregare
Quando una persona sosta in preghiera, alza le mani, gli occhi e l’intelletto
verso il cielo; riempie l’intelletto di pensieri divini, di immagini di celeste
bellezza, vede le angeliche schiere e la dimora dei giusti. In breve: al momento
del pregare, raccoglie nell’intelletto tutto ciò che ha udito dalla Sacra
Scrittura, risvegliando l’anima al divino desiderio – talvolta, dando in
lacrime.
Chi prega secondo questo metodo senza attenzione, monta in orgoglio, il cuore si
esalta, considerando ciò che gli accade come effetto della grazia divina. Tale
supposizione è illusoria, perché il bene non è bene se non si accorda al giusto
metodo. Chi persegue il metodo congiunto a una vita di assoluto isolamento, può
cadere in pazzia. Anche se ciò non gli accade, non gli sarà comunque accordato
lo stato santo.
Chi adotta questo tipo di preghiera spesso si inganna: vede luci con gli occhi
del corpo, sente dolci profumi e vorticose voci. Alcuni sono preda dei demoni, e
vagano di qua e di là, resi alla follia. Altri non distinguono il diavolo
dall’angelo di luce, confidano in lui, persistono in un incorreggibile stato di
illusione, rifiutando ogni consiglio. Altri ancora, preda del demonio, si sono
uccisi, gettandosi da un rupe, o impiccandosi.
In effetti, chi può dire le svariate forme con cui il demonio ci inganna? Chi
adotta questo metodo può evitare il male se vive in comunità – tuttavia,
potrebbe passare la vita senza compiere progressi.
Il secondo metodo per pregare
L’orante distoglie l’attenzione dell’intelletto dalle cose sensoriali, le
concentra su se stesso, custodisce in sé i sensi, raccoglie i pensieri; procede
ignaro della vanità del mondo. A volte, investiga i suoi pensieri, a volte
presta attenzione alle parole che rivolge a Dio, a volte draga i pensieri che ha
imprigionato; quando è sopraffatto dalla passione, si sforza, passa oltre.
Chi lotta in questo modo, tuttavia, non potrà mai dirsi in pace e vincersi. È
come un uomo che combatte di notte: sente le voci dei nemici, ne è impaurito, ma
non vede con chiarezza chi sono, da dove attaccano e perché. Così è per chi ha
un intelletto oscuro. Combattendo in tal modo, non sfugge ai nemici
intellettuali – ne è sopraffatto. Nonostante gli sforzi, non ottiene nulla.
Immaginando erroneamente di essere nella giusta postura, cade nella vanagloria.
Dominato da essa, da essa deriso, disprezza le debolezze degli altri – si crede
il pastore, ma è come il cieco che guida un’orda di ciechi.
Queste sono le caratteristiche del secondo modo per pregare – chiunque aspiri
alla salvezza sa che arreca il male. Eppure, è preferibile al primo, come una
notte di luna è più bella di una notte buia e senza stelle.
Il terzo metodo per pregare
Il terzo metodo per pregare è sorprendente, difficile conficcarlo in uno
scritto, incredibile per chi pratica, pochissimi quelli che lo intendono.
Questo metodo distrugge le invisibili astuzie dei demoni che tentano di
trascinare l’intelletto in ogni sorta di tortuoso pensare. Liberato,
l’intelletto combatte con ogni sua forza, scrutando i pensieri sudici e
insinuanti del nemico, eliminandoli con magistrale destrezza, mentre il cuore,
purificato, si offre a Dio. Questo è l’inizio di una vita di autentico
isolamento.
Il punto di partenza di questo metodo non è fissare il cielo, alzare le mani,
concentrare i propri pensieri e invocare l’aiuto celeste. Questo, come ho detto,
è un metodo di pregare illusorio. Non comincia neanche sorvegliando i sensi con
l’intelletto, senza accorgersi dei nemici che già ci assediano dall’interno,
dall’intimo.
Prima di intraprendere questa via, pratica l’esatta obbedienza. Mantieni pura la
coscienza davanti a Dio, davanti al tuo padre spirituale, davanti al resto della
comunità e degli uomini. Astieniti dal fare cose che confliggono con il culto
tributato a Dio; fa’ ciò che ti dice di fare il padre spirituale, lasciati
guidare; non fare nulla al prossimo che non vorresti fosse fatto a te. Non avere
rapporti obliqui con le cose materiali: cibo, bevande, vestiti. Fa’ sempre tutto
come fossi alla presenza di Dio.
Ecco in modo conciso in cosa consiste questa via. Intanto: vegliare
continuamente il cuore, eliminando i pensieri seminati dal nemico. All’inizio,
questa pratica è ardua; difficile è trovare la gioia che si trova nel profondo
del cuore anche per gli iniziati.
Alcuni padri hanno chiamato questa pratica, ‘quiete del cuore’, altri ‘custodia
del cuore’, altri ancora vigilanza o indagine dei pensieri per la cura
dell’intelletto. Così dice Qoelet: “Rallegrati, giovane, della tua giovinezza;
cammina nelle vie del cuore”. Molti nostri padri – San Marco l’Asceta, San
Giovanni Climaco, Sant’Esichio, San Filoteo del Sinai, Sant’Isaia il Solitario e
San Barsanofio – hanno scritto della custodia del cuore; ad esso è dedicato un
libro, Il Paradiso dei padri.
In breve, se non vigili l’intelletto non puoi giungere alla purezza del cuore,
così da essere degno di vedere Dio. Senza tale veglia incessante non diventerai
povero in spirito né afflitto né affamato di giustizia, né misericordioso, puro
di cuore, operatore di pace, perseguitato per amore della giustizia.
Poi, sforzati di acquisire questi tre stati. Primo: liberati da ansia e
agitazione rispetto al tutto, ragionevole o insensata sia quest’ansia. In
sostanza: impara a morire al tutto. Secondo: preserva la coscienza pura, in modo
da non avere nulla da rimproverarti. Terzo: distaccati da ogni cosa, in modo che
i pensieri non siano inclini a nulla di mondano. Poi siediti in una cella
tranquilla, in un angolo, da solo. Chiudi la porta, distogli l’intelletto da ciò
che è inutile e transitorio. Ruota il mento e la barba in direzione del petto,
concentra lo sguardo, fisico e intellettuale, verso il centro del ventre o verso
l’ombelico. Trattieni l’ispirazione nelle narici, per esaminare dentro di te e
trovare il covo del cuore, dove risiedono tutte le potenze dell’anima.
All’inizio, troverai oscurità, una densità impenetrabile. Più avanti, praticando
giorno e notte, scoprirai, come per miracolo, le fonti della sempiterna gioia.
Non appena l’intelletto giunge al luogo del cuore, impara cose di cui non sapeva
nulla. Vede gli aperti spazi del cuore, contempla il completamente luminoso, il
piena di saggezza. Da lì in poi, l’intelletto scaccerà ogni pensiero avvelenato,
creato per distrarti, con l’invocazione a Gesù Cristo. Da lì in poi,
l’intelletto, carico di un’ira celeste contro i demoni, li insegue, li stana, li
abbatte. Il resto lo imparerai da solo, con l’aiuto di Dio, custodendo
l’intelletto e serbando Gesù nel cuore. Come si dice: “Siedi nella cella – ti
insegnerà tutto”
*In copertina: Nicola Samorì, Arco della sete, 2020
L'articolo “Chi è cieco all’Uno è cieco a tutto”. Addestrare il cuore: l’opera
di Simeone il Nuovo Teologo proviene da Pangea.
Di solito, la storia delle religioni da’ su un bivio implacabile. Da un lato, la
via della Legge – il viatico dell’obbedire – dall’altro quella del cuore –
l’ammutinamento a sé, la più sublime obbedienza. Da una parte, un radicare il
dio in questo mondo, nel mondano; dall’altra, sradicarsi dal mondano, tornare
mondi, rientrare nel feto del tempo, in un perpetuo primo giorno del mondo. La
via ‘legalista’ – che è poi: riflessione nei meandri dei sacri precetti – ha la
sua ancella nella vita ‘attiva’: il fedele partecipa alla Storia, si fa carico
delle storie di tutti, è presente nel ‘sociale’. La sua vita è moralmente
integra: mira a creare una città celeste nelle nostre metropoli. Al contrario,
c’è chi smaterializza la Legge fino al simbolo, fino al suo superamento; si fa
estraneo alla Storia perché partecipe dell’Eterno, non contempla il ‘sociale’ –
pur amando l’uomo come amerebbe un insetto o una pietra – perché tutto è già
salvo: la ‘non azione’, o meglio, la contemplazione – questa è la sua via – lo
porta a estraniarsi dal mondo, a preferire la solitudine. Per gli uni, è da
attendere il Giudizio, che separerà i retti dagli irredenti, per quest’altro il
Giudice ha i contorni sconfinati dell’Amato. All’agorà, all’assemblea, costui
preferisce il deserto – perché soltanto lì potrà rinfocolare un eden, un
giardino –; alla politica predilige i sentieri dell’apolide, alla teologia la
fame, ai paramenti sacri la nudità, al rito la preghiera incessante. Il suo
spazio non è il tempio – angusto chiavistello di Dio – ma il vento, l’incavo tra
le rocce e il roveto, il fuoco e la nube: i luoghi dove agli esordi Dio parlava,
muggiva, fischiava.
Queste due dimensioni – la prima alla luce degli eventi storici, l’altra nelle
tenebre del nascondimento: ma lo spettro di tale lucore è illusorio – presiedono
ogni sentiero spirituale; a volte sono in contrasto, di certo non sono
sovrapponibili. Se il rischio del primo livello è la retorica fine a stessa, il
formalismo, l’Iddio bigiotteria, l’Iddio orpello; quello del secondo è l’afasia,
l’abulia, la confusione tra miracolo e miraggio, fino a fare del deserto un
idolo, della solitudine una regola, una reggia. Al contrario, la via ‘negativa’
incendia ogni norma, ogni ‘normalizzazione’: la regola è l’irregolare, a lambire
il fuorilegge, dacché, per natura, nulla è fuori dalla legge di Dio.
Nato nel gennaio del 1630 in Punjab, all’epoca dell’India Moghul, di Sultan Bahu
sappiamo poco, oltre i veli dell’agiografia, Manaqib-i Sultani, scritta molti
anni dopo la sua morte, accaduta nel 1691. Da ragazzo, amava vagare nelle
foreste; fu la madre, Ravi, nel tentativo di avviare a un destino a temperatura
spirituale quel figlio indocile, ad affidarlo a un maestro sufi. Bahu studiò a
Delhi, si affratellò alla Qadiryya, l’ordine fondato da Abdul Qadir Gilani,
diffuso in India, Pakistan e Afghanistan. Visse scrivendo, insegnando una rude
compassione; fondò una confraternita, “Sarwari”, che predicava l’annientamento
in Dio, l’inutilità dei precetti esteriori, la folgore di un contatto diretto
con il divino. Esprimeva i suoi insegnamenti in poesie di glaciale nitidezza,
sagaci nel paradosso, nell’esasperare i modi della poesia persiana: l’estro
erotico (tipico in Hafez, ad esempio) si esaurisce nella meditazione, in quel
rogo azzurro; il cuore non è più un incendio ma un oceano. A volte, Sultan Bahu
procede per terzine polemiche, che stigmatizzano chi crede di poter ingabbiare
Dio in un luogo, un lemma, un codice:
> “Dio non giace sui troni, Dio non è imprigionato alla Kaʿba
> non troverai Dio nei libri, Dio non è nel mihrab, nel mirare alla Mecca.
> Egli non si sprigiona se nuoti nel Gange o se intraprendi un pellegrinaggio”
La purezza non proviene dal fiume, la fede non si basa sui ‘pilastri’
dell’islam. “Le poesie mistiche di Sultan Bahu esprimo una critica alle forme,
alla cristallizzazione legalista, alle istituzioni del religioso; egli crede
nella possibilità di una relazione individuale con Dio. Bahu enfatizza il punto
centrale del Sufismo: l’assoluto amore, la profonda dedizione a Dio sono il
risultato di uno smarrirsi nel divino. Per ‘annegare in Dio’ è necessario
eliminare tutti gli ostacoli, i desideri, gli umani affetti, l’attaccamento al
mondo carnale, transeunte. Attraverso un sistematico distacco dal mondo e la
pratica dell’ascetismo sotto la guida di un maestro – cioè: meditando
incessantemente il nome di Dio – il Sufi avrà successo e domerà l’anima” (così
Jamal J. Elias in Death Before Dying. The Sufi Poems of Sultan Bahu, University
of California, 1998).
A dire di Sultan Bahu, l’intelligenza serve a sbriciolare l’intelletto, la
cultura distoglie dalla ricerca del vero, la cui lampante evidenza è avvelenata
dai chiosatori. Come tutti i mistici, i poeti-profeti, Bahu ama guerreggiare con
il linguaggio attraverso l’arma del paradosso:
> “Per rintracciare l’Amato ti basti la prima lettera, alif
> non hai bisogno di aprire il Corano”.
Nel suo vagabondaggio nelle tane dell’eterno, Bahu sembra oscillare tra la
“preghiera del cuore” – l’insondabile mantra, auspicio di una perdizione che
orienta, lanterna degli esicasti e del ‘pellegrino russo’ – e i “doveri del
cuore” (Chovot ha-Levavot, il trattato di Bahya ibn Paquda, rabbino vissuto
nella Spagna islamica un millennio fa). Eppure, gli è necessaria la poesia,
garrulo dire da fedele in disgrazia, il cui alimento è l’amore:
> “Come il falcone è impedito al volo se gli legano le zampe
> così, senza amore, Bahu smarrisce ogni parola”.
Sapienza degli insipienti, vocabolario di analfabeti, gloria degli ignoti e
degli ignavi, vita da lebbrosi d’amore: ogni contrasto è varcato da chi percorre
la via negativa. Il frainteso è ovunque, le trappole degli artificieri
d’accademia pure: la vera fede è tacciata di infedeltà, l’innocenza presa per
abominio – ma è proprio quello il segno. Della vita di un uomo, a ben dire, non
resta che il sussurro, il flebile fiorire di una leggenda – un’esasperazione di
oasi. Chiameremmo colibrì quel Corano colabrodo – di lui diranno: si è fatto in
briciole per attirare Dio, perché se ne nutrisse, a piene mani.
*
Sultan Bahu
(Shorkot, Pakistan, 1630 – Jhang, Pakistan, 1691)
Sei infimo se infine
all’essenza divina
non ti affratelli
Fa’ razzia del tuo io
fai a pezzi quella iena
Se i desideri ti sovrastano
resterai uno svergognato
Uno che vive già nella tomba
*
Non sopporto la padronia
del cuore – i desideri
mi logorano
Gli amici non sanno
acquietare il cuore
l’amore è un incendio
Nell’arena dell’amore
tutto arde e tutto muore
Mi sacrifico perché Bahu
persiste nell’impazienza
*
Pietà inondi Shorkot
la città di Bahu
Pietà ammanti
cercatori e pionieri
con la stessa cura
con cui il giardiniere
accudisce i fiori
La divina visione della Pietà
si appropria di te all’istante
Bahu, l’uomo nobile,
accoglie l’amato nella sua casa
*
Vivi nel canto:
sei un discepolo
diventa cercatore
Aggrappati al manto
del maestro – un maestro
diventa
Immergiti nel credo:
se pronunci
continuamente
il nome di Allah
Allah ti purificherà
*
Chi pratica lo spirito
senza la sapienza
è un infedele e morirà
demente
Lo adorano da secoli
ma nessuno conosce Allah
L’ignoranza erige templi
in cui dimora un idolo
analfabeta – c’è
Chi attenta all’Unità
dell’Uno: a lui io
mi attengo
*
Non ha luogo l’intelletto
non ha casa il pensiero
nelle segrete del Glorioso
Non esistono mullah
né astrologhi né chi strologa
in teologia – tutto
Ha annientato il Divino
Io, Bahu, ho avuto accesso
ai misteri della sapienza
senza aprire alcun libro
*
L’amore arde e mi chiama
alla preghiera – le orecchie
rispondono alla chiamata
Eseguo l’abluzione nel sangue
Allah mi chiama, vuole
che io mi annienti:
Nessun ritorno è possibile
Chi accoglie la chiamata
realizza il sapere
*
Soltanto un vero
amante può eseguire
la preghiera d’amore
che non ha parole.
Nessun altro può cantare
l’inno d’amore: egli
Esegue l’abluzione con il sangue
del cuore e le lacrime degli occhi
La lingua non si muove
le labbra non tremano:
questa è la vera preghiera
*
Se ami sei nel rogo
e il tuo cuore è una montagna
Nemici a frotte
fiottano insulti: per te
non sono che prati in fiore
Come Al-Hallaj crocefiggi
il tuo segreto: non
Desistere dall’umiliazione
che continuino a dirti infedele
*
Chi ama vaga
nell’incendio
Vive in due mondi
chi ha donato l’anima
all’Amato
Perché accendere una lampada
quando il cuore è già luce?
Oltre i regni dell’intelletto
Bahu annienta ogni
forma di intelletto
*
Il cuore è un abisso
più profondo dei fiumi
e degli oceani: chi può
dire di conoscerlo?
Nei suoi meandri:
velieri e zattere
alberi e mozzi – come
una vela si dispiegano
i quattordici regni
tra gli spiragli del cuore
chi ha confidenza con il cuore
detto Bahu sarà amato
dal Salvatore
L'articolo “Fa’ razzia dell’io, fai a pezzi quella iena”. Le poesie mistiche di
Sultan Bahu proviene da Pangea.