Nelle intercapedini chiaroscurali di Confessioni di una maschera, l’asse
stilistico di Yukio Mishimadevia programmaticamente dai canoni del resoconto
storico-biografico, della cronaca di una vita, per istituire un vero e proprio
rituale della crudeltà: un’autopsia dell’anima orchestrata con il rigore algido
del bisturi e una sublime compostezza classica. Concepito nel panorama instabile
e febbrile del Giappone post-bellico – ganglio sospeso tra catastrofe
assiologica e palingenesi coatta –, il testo si configura come un prisma
adamantino di mostruosa esattezza. Si assiste qui a un cortocircuito formale
radicale, in cui la massima trasparenza del lirismo si identifica
simmetricamente con l’artificio più calcolato, elevando la menzogna a rango di
unica epifania ontologica. La prosa vividissima di Mishima si trasforma in
investimento sensoriale estremo laddove le immagini si fanno emblema di una
percezione acutissima e lavacro di concretezza sensuosa.
In questa complessa architettura stilistica, l’iperestesia del protagonista non
è mai un semplice artificio descrittivo, bensì l’unica modalità d’accesso a un
reale altrimenti percepito come estraneo, spettrale, o come emorragia
dell’insensato. La parola letteraria opera così una costante trasmutazione della
materia, non verso meri dettagli esornativi, ma verso frammenti di un’epifania
carnale. Il protagonista riesce, tra l’incredulità e la diffidenza degli adulti,
a rievocare ricordi remoti, persino di quando era infante, che affiorano con
tutta la forza dei sensi e assumono una consistenza quasi metafisica: come
quello in cui, vista da poco la luce della vita, al suo primo bagno, si trova a
osservare un baluginante lucore sul bordo serico e ligneo della propria vasca.
Un ricordo apparentemente minimo ma rivelatore dell’esasperata percezione
estetica di Kochan, e che non è simbolo o correlativo oggettivo, ma annuncio di
una sensibilità estrema e quasi sinestetica.
Attraverso questa ricorrente “immersione” nella concretezza, l’artificio della
scrittura si purifica della sua natura astratta e intellettuale per farsi
esperienza tattile e visiva quasi insostenibile. Ma convive con essa la spinta
ipertrofica della mente verso un indagine lambiccata ed estenuante del pensiero
che cala nei penetrali dell’io del protagonista che si narra.
Fin dall’esordio, la traiettoria mnestica di Kochan demistifica l’archetipo
dell’infanzia come eden incontaminato. I primi anni di vita perdono ogni pretesa
di ingenuità temporale per farsi teatro di una precocissima, quasi spietata
autoconsapevolezza: i ricordi non fioriscono secondo l’idillio convenzionale
della nostalgia, ma vengono sezionati dalla luce nitida e geometrica di
un’intuizione già adulta. Lontano dalle nebbie dell’illusione o da una larvale
parata di fantasie oniriche o chimeriche, questo humus, a suo modo atopico,
diventa il terreno in cui il protagonista rintraccia, con la freddezza clinica
di un anatomista, le radici biologiche e innate del proprio desiderio,
accettandone la deviazione fin dal principio come un dato di fatto immanente e
inevitabile. Ogni ricordo d’infanzia viene così spogliato dell’innocenza,
sottratto a una rassicurante iconografia bambina e ricondotto alla sua verità
più nuda: una sequenza di epifanie carnali e imperative attrazioni che il
bambino non subisce come un trauma esterno, ma accetta e categorizza come i
tasselli inevitabili della propria irrimediabile deviazione dalla norma.
Escludendo preliminarmente ogni residuo di idealizzazione nostalgica o di
canonica ingenuità infantile – stilemi tipici del romanzo di formazione
tradizionale che Mishima qui rigetta –, la rievocazione biografica viene
immediatamente sussunta dalle categorie estetico-psicoanalitiche del perturbante
(das Unheimliche) e dalle strutture intertestuali del mito letterario. La
dimensione cronologica dell’infanzia perde la sua funzione di rifugio memoriale
per farsi, invece, spazio eziologico, retroterra traumatico idoneo
esclusivamente al radicamento di un’alterità ontologica e inemendabile.
Si assiste, pertanto, a una precoce scissione identitaria primitiva: lo sviluppo
psicosessuale del narratore non segue una traiettoria lineare, ma si fissa su
nodi ossessivi che sottraggono l’esperienza vissuta alla contingenza
evenemenziale e storica per consegnarla a una dimensione astorica e fatale.
Questa divaricazione originaria non si limita a strutturare la deviazione
profonda del protagonista, ma ne decreta il destino relazionale, affettivo,
condannandolo a una permanente e non scongiurabile marginalizzazione rispetto
alle dinamiche intersoggettive della sfera emotivo-relazionale comune;
precludendogli, di fatto, qualsiasi possibilità di riscatto all’interno del
tessuto sociale circostante nel quale prende posto tentando di adulterare
l’evidenza della propria natura fino a fare della maschera una seconda pelle.
Il baricentro di questa iniziazione estetica, prima di concretarsi nel feticismo
pittorico, trova una cruciale e carnale anticipazione analogica in un episodio
liminale dell’infanzia del protagonista: l’incontro ravvicinato con il giovane
addetto allo spurgo dei pozzi neri. Il protagonista sperimenta qui il presagio
che al mondo esiste una sorta di “desiderio simile a un dolore lancinante”. E il
desiderio assume due punti focali: uno dato dal risalto che conferiscono alle
gambe i blue jeans che le fasciano con aderenza, l’altro dal mestiere di chi li
indossa; l’autore vuole da subito identificarsi con quel giovane, e al pari di
altri bambini che crescendo fantasticano possibili mestieri, egli vuole essere
quel giovane e fare il suo stesso lavoro. Questa epifania primordiale, ben lungi
dal delinearsi come un mero aneddoto di degradazione urbana, si offre come la
prima, autentica manifestazione di un desiderio che si struttura immediatamente
attraverso l’estetizzazione della forza fisica e della marginalità sociale. Nel
contemplare quel giovane dal petto nudo, avvolto in un’aura di vigore rude e
urgente, Kochan sperimenta un’attrazione viscerale che non si proietta verso
l’alterità di un legame sentimentale o la reciprocità di una dialettica
intersoggettiva, ma si fissa sull’archetipo di una virilità plebea. Appare poi
come una sorta di emblema destinale della sua natura e del suo intrinseco
conflitto, l’episodio in cui la domestica rivela a Kochan che il sensuale e
marziale paradigma di mascolina bellicosità che egli aveva scambiato per un
classico cavaliere, in un libro illustrato, era in realtà una donna: Giovanna
d’Arco.
Il preludio sensoriale dell’operaio dei pozzi, in realtà prepara e devia il
terreno psichico trovando poi il suo compimento definitivo e la sua
legittimazione colta dinanzi a un simulacro cartaceo: la riproduzione del San
Sebastiano di Guido Reni. In questo frammento di tempo assoluto, che riscatta
l’immediatezza animale del primo incontro elevandola a canone artistico, Mishima
edifica lo scheletro della sua intera architettura filosofica. Contestualmente a
questa visione il protagonista si inizia alla masturbazione. L’Eros si emancipa
radicalmente da ogni funzione consolatoria, perfino ludica, men che meno
biologica o riproduttiva, per farsi consustanziale alla ferita e al supplizio.
La bellezza, di conseguenza, smette di essere intesa come armonia apollinea e
canonica, rivelandosi come evento intrinsecamente traumatico, fulgore colto
nell’istante esatto della sua transitoria e violenta dissoluzione.
I dardi che violano la carne turgida ed efebica del martire subiscono una
torsione semantica assoluta: svuotati del loro afflato soteriologico e
cristiano, essi si convertono in direttrici geometriche di un’estasi pagana. Si
consuma così un punto di fusione alchemico dove il parossismo del dolore fisico
diventa l’unico spartito e l’unico idioma intellegibile per un’esistenza
altrimenti interdetta al mondo, murata in un silenzio claustrofobico.
Sangue, carnalità e giovinezza effimera si stringono in un nodo indissolubile e
fatale, statuendo un principio irrevocabile: la contemplazione del supplizio e
la sacralizzazione della carne lacerata rimarranno le sole chiavi d’accesso per
dischiudere la verità interiore. Sotto il profilo strettamente storico-critico,
questa particolare configurazione psicologica – inquadrabile nell’alveo delle
anomalie dello sviluppo psicosessuale – si caratterizza per una precoce e
sistematica inversione dei nessi causali tra piacere e dolore. Nell’economia
interna del romanzo, l’impulso non si dirige verso la normale intersoggettività,
ma subisce una deviazione originaria in cui lo stimolo libidico si attiva
esclusivamente in presenza di fattori legati alla sottomissione, alla
distruzione o alla mortificazione del simulacro corporeo.
L’universo letterario di Yukio Mishima trova, poi, una delle sue radici più
profonde nell’assimilazione e nella successiva trasfigurazione del Decadentismo
europeo, un dialogo intertestuale in cui le suggestioni di autori come Oscar
Wilde, Gabriele D’Annunzio e Joris-Karl Huysmans vengono trapiantate nella
sensibilità tragica della tradizione nipponica. In questa cornice critica, la
fascinazione per la morte si emancipa dalla categoria di mero dato biologico per
elevarsi a fulcro di un’estetica dell’assoluto, strutturandosi attraverso la
dialettica psicanalitica tra Eros e Thanatos. Per Mishima, l’alleanza simbiotica
tra la pulsione sessuale e la tendenza alla dissoluzione si traduce nella
ricerca di una bellezza che possa definirsi tale solo nell’istante del suo
traumatico annientamento. Il corpo, costantemente celebrato nella sua turgida
giovinezza, viene concepito alla stregua di un delubro sacrificale, una
superficie plastica e vulnerabile destinata a una fine prematura e gloriosa che
sola possiede il potere di sottrarre la carne alla corruzione del tempo, alla
vecchiaia e alla banalità del quotidiano. Questa sconsacrazione dell’io e la
correlata sacralizzazione della ferita – che diviene emblema nell’investimento
feticistico sull’iconografia del martirio – rivelano la profonda natura
intellettualistica del Decadentismo mishimiano, dove il dolore fisico e la fine
biologica non sono subiti passivamente, ma vengono orchestrati come una suprema
messinscena liturgica. La morte diviene così il custode legittimo
dell’autenticità e l’unica via d’accesso per colmare un vuoto ontologico
originario, trasformando l’artificio letterario nell’unico possibile scudo con
cui ripararsi dai colpi della contingenza storica. Da un punto di vista
clinico-interpretativo, tale dinamica risponde a un preciso schema di
desensibilizzazione e di successiva intellettualizzazione del trauma:
l’impossibilità di allinearsi ai canoni dell’erotismo convenzionale determina un
ripiegamento della pulsione su se stessa. Il soggetto, di conseguenza, erige una
complessa impalcatura estetica per giustificare e nobilitare un’attrazione che
avverte come radicalmente estranea all’ordine morale comune. La sofferenza, sia
essa inflitta o contemplata, cessa di essere un elemento repulsivo per divenire
l’unico codice espressivo capace di decifrare la realtà, trasformando la
deviazione in un rigoroso e rassicurante rito di definizione identitaria.
Come scrive l’autore, il protagonista appariva, fin da ragazzo, propenso
all’introspezione e a una capziosa forma di ipersensibilità, e non per maggiore
maturità rispetto ai coetanei, ma per il bisogno inestinguibile di comprendere
sé e gestire la propria problematica identità; del resto, gli altri ragazzi
potevano esplicare la propria personalità con la massima naturalezza, mentre a
lui incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere “un acume e uno
studio considerevoli”. Il suo malessere era lo stesso di cui parla Stefan Zweig
quando dice:
> “Ciò che chiamiamo male è l’instabilità inerente a tutto il genere umano, che
> mette l’uomo fuori si sé e lo spinge sempre più avanti, verso qualcosa di
> insondabile, proprio come se la Natura avesse lasciato alle nostre anime un
> inestirpabile retaggio di instabilità dal suo fondo di antico caos”.
Mentre gli altri ragazzi vivevano la sorgiva spontaneità della propria “sana” e
gagliarda natura, egli era portato a interiorizzare e sviscerare il proprio Io,
provando inizialmente un ubriacante senso di superiorità rispetto ai propri
coetanei, destinato però a snebbiarsi con cruda verosimiglianza, in modo tale
che l’originario acquisito: “Io sono avanti agli altri” venisse emendato e
circoscritto nei limiti della modestia con l’espressione: “No, sono anch’io un
essere umano uguale a loro…” Per poi aggiungere a corollario: “E per giunta sono
uguale a loro sotto ogni aspetto”. La conclusione, inevitabile quanto mendace,
si espletava così: “Tutti sono uguali a me”. Ma così non era, e la cosa si
estrinsecava nella sua difficoltà a integrarsi, nonché, con un’evidenza
spietata, assieme concreta e sensuale, perfino nel contrasto tra la rozza e
integra mascolinità e spontaneità dei suoi compagni di scuola e la gracilità
della sua natura fragile e interiorizzante: i corpi dei compagni di scuola,
tesi nello sforzo dei giochi atletici o esposti al sole estivo avevano una loro
rozza e splendida innocenza, una totale assenza di sdoppiamento tra ciò che
erano e ciò che mostravano. Il protagonista, sparuto e costantemente avviluppato
nei suoi pensieri, si sentiva un intruso, un essere artificiale capitato per
errore in mezzo a una razza di creature autentiche. Il loro vigore, che ai suoi
occhi assumeva sfumature mitologiche, lo feriva profondamente perché gli
ricordava, a ogni istante, la sua irredimibile diversità. La sua infatuazione
adolescenziale per il compagno di scuola Omi era lì che lo testimonia. Il
ragazzo, che appariva ruvido e ribelle, nonché precoce nello sviluppo fisico,
era oggetto di un desiderio cocente ma che non poteva essere rivelato e veniva
custodito, da Kochan, quasi come un idolo libidico inattingibile.
“La vita è un palcoscenico”, così dicono tutti. Il protagonista, alla fine
della propria infanzia era già fortemente convinto che quella massima
corrispondesse a verità, e che avrebbe dovuto recitare la sua parte sul
palcoscenico senza mai tradire e rivelare, neppure una volta, il suo autentico
io. Egli credeva, con spirito ottimistico, “che una volta terminato lo
spettacolo, sarebbe calato il sipario e che il pubblico non avrebbe mai visto
l’attore senza il trucco”. In questo ambito, attraverso una costante catatonia
affettiva e un’iper-intellettualizzazione dei moti spontanei, ogni impulso
vitale veniva neutralizzato dalla censura super-egoica e ridotto a messinscena.
La finzione e la teatralizzazione dell’esistenza cessavano così di essere un
semplice schermo protettivo convertendosi in un feticcio strutturale:
l’artificio diveniva l’unica modalità di mediazione con una realtà estranea,
svelando, sotto la rimozione della maschera, non un’identità pacificata, ma la
vertigine di un’assenza assoluta. Ed è inscrivibile in questa logica, durante
gli anni della scuola, il tentativo disperato di Koachan di integrarsi e
dimostrare a se stesso e agli altri di poter provare un desiderio convenzionale,
tentando di stringere una relazione con Sonoko, la sorella di un amico.
Durante una festa, il confronto visivo con la spontaneità dei coetanei esaspera
la sua recitazione: tutti gli altri giovani ridono, parlano, si muovono con una
naturalezza che appare miracolosa e, al tempo stesso, irraggiungibile. Egli
inscena un legame amoroso con Sonoko, conscio di interpretare una parte,
stringendo la sua mano come se eseguisse un esercizio esteriore di cui conosce
le regole ma non lo spirito. Attore di una totale atonia emotiva, in quel
salone, circondato da ragazzi che vivono la vita reale, egli comprende con
inespugnabile certezza che la sua normalità non è che una messinscena faticosa,
e che tra il loro mondo e il suo esiste un abisso invalicabile. Sonoko appare
qui patetica, ingenuamente confidente, mossa da un sentimento troppo genuino per
non essere puntualmente inficiato dalla condotta di un seduttore che la pone al
centro di una recita anemotiva, sentimentalmente anemica. La sensibilità della
ragazza diventa quasi caricaturale, giustificata (all’apparenza) e
ingiustificata nel medesimo tempo (per ciò che il lettore sa essere veritiero):
quella stessa sensibilità di una creatura rapita dall’illusione romantica che
lascia il protagonista del tutto indifferente, e anzi compiaciuto della propria
messa in scena, nonché artefice di un “machiavello” amoroso che la ridicolizza,
senza mai far venire in luce la reale identità sessuale di chi lo attua. È
interessante a questo punto proporre un passaggio del testo laddove esso si fa
rivelatore della scissione interiore del personaggio al centro della sua “recita
amorosa”… Citando l’autore:
> “…Nonostante egli avesse il cuore colmo d’inquietudine e pena indicibile,
> atteggiava la faccia a un sorriso sardonico e sfrontato. Non doveva fare altro
> che rimuovere una piccola pietra d’inciampo, considerare ridicoli i mesi
> trascorsi (con la ragazza); che decidere di non essere mai stato innamorato,
> nemmeno da principio, di una ragazza di nome Sonoko, di quella marmocchia
> insulsa; che credere di aver seguito l’estro d’una effimera passioncella
> (bugiardo!) e di essersi preso gioco di lei. Ecco allora che sarebbe venuta a
> cadere autonomamente ogni ragione di doverla sposare. Un semplice bacio non
> impegna di sicuro!… Che meraviglia! Eccolo diventato un uomo capace di
> stregare una donna che gli è affatto indifferente e poi, quando l’amore le
> divampa in seno, di piantarla senza pensarci sopra.”
In realtà egli prova un intimo compiacimento ad esercitare il proprio fascino
con l’altro sesso, ma è qualcosa che rimane nell’alveo di un desiderio per il
desiderio di conquista, una formula sottile di egoistico orgoglio, che frena
persino ogni possibilità dialogante e lo lascia sempre come indolente e
infastidito dalla “pachidermica” femminilità delle donne che approccia, una
femminilità che si scontra inevitabilmente con la sua rigida fortificazione
interiore, del tutto priva, nei fatti e nei fini, di un autentico interesse
emotivo o carnale.
Per tornare al nucleo di violenza squisitamente estetica e di morbosa attrazione
per la traiettoria del tragico, di cui accennavo poc’anzi, esso si scontra in
modo drammatico e insanabile con la grigiastra contingenza quotidiana del
protagonista, il quale si trova costretto a negoziare la propria esistenza entro
le coordinate rigide, asfittiche e spietate di una società giapponese retta da
un militarismo febbrile, un impero crepuscolare ormai morente e un conformismo
tragicamente coercitivo. Il dramma profondo e intimo di Kochan risiede infatti
in un’inversione radicale e traumatica dell’ordine naturale delle cose,
introducendo una potente riflessione sulla dicotomia tra natura e artificio: per
la sua sensibilità, ciò che il mondo considera normalità
biologica – l’istituzione del matrimonio, l’allineamento borghese, la
rassicurante routine sociale e la proiezione verso un futuro
ordinario – rappresenta in verità l’artificio più estenuante, che richiede
simulazione e dissimulazione al contempo; una messinscena scomoda e innaturale.
Al contrario, la sua deviazione interiore, l’impulso omosessuale e l’ossessione
metafisica per la morte costituiscono l’unica, inconfessabile e genuina verità
del suo essere.
In un passaggio metaletterario, contestuale alla prima giovinezza del
protagonista, compare uno suo scritto che citiamo in parte:
> “…La maggioranza degli uomini oscilla perpetuamente nel dubbio se è o non è
> felice, se è o non è allegra. Questa è la condizione normale della felicità,
> giacché il dubbio è cosa naturalissima. Ecco perché il prossimo è portato a
> credere nella cosiddetta ‘felicità incontestabile’ di lui. E alla fine una
> cosa gracile ma reale viene rinchiusa in una macchina potente di falsità. La
> macchina prende a funzionare a tutta forza. E il prossimo non si accorge
> neppure che Ryotaro è un ammasso di ‘autoimpostura’… Non stava funzionando
> così nel mio caso? È un difetto frequente della fanciullezza credere che, se
> si trasforma un demone in eroe, il demone sarà soddisfatto.”
Qui è già chiaro che è per il protagonista una vera e propria missione di vita
esorcizzare la propria inconfessabile natura col rito della simulazione e
dell’aderenza formale alle regole e all’assaetto di una società in cui il suo Io
rimane sequestrato da riti vuoti, e per di più solo ostentati, nonché da
fantasmi di esperienze amorose convenzionali che non si incarnano mai né nella
reale infatuazione né nel loro compimento fisico. Ma qual è il vero “demone”
trasformato in eroe, la sua reale natura (da sventare) o l’impostura che la nega
alla vista di chicchessia e forse persino di se stesso? Pare quasi che la
schietta, infuocata e tracimante virilità dei corpi maschili oggetto di reale
desiderio si contrapponga in modo quasi ossimorico alla sua tepida recita di
amore eterosessuale.
Per sopravvivere a questo iato esistenziale così lacerante, che anticipa le
grandi tematiche dell’alienazione novecentesca e dell’esistenzialismo, Kochan si
vede costretto a far aderire plasticamente alla propria “faccia”, giorno dopo
giorno, una vera e propria maschera di carne, una costruzione millimetrica e
soffocante di gesti studiati, sguardi calibrati, sorrisi di circostanza e parole
programmaticamente contraffatte. Impara a mimare con precisione quasi
scientifica e antropologica i comportamenti standardizzati dei suoi coetanei,
analizzando freddamente le reazioni della massa per poterle replicare
artificialmente, recitando la commedia dell’amore eterosessuale e simulando un
desiderio erotico che non prova affatto. Come accennato, in questo sforzo
titanico, egli riversa ogni briciolo di energia psichica nel tentativo disperato
e razionale di innamorarsi della giovane, pura e angelica Sonoko, figura che
incarna l’ideale della grazia incontaminata. Questo corteggiamento, tuttavia, si
tramuta inevitabilmente in un freddo, quasi spietato esperimento di laboratorio,
un esercizio cerebrale e logorante che fallisce in modo sistematico; tale
fallimento non è dettato da una carenza di volontà, ma dall’incapacità cronica
del protagonista di abitare la realtà materiale e corporea senza la costante,
nevrotica mediazione dello specchio, dell’autoscopia speculare e della
scomposizione analitica dei propri impulsi profondi, cui si aggiunge, ed è anzi
pregressa, la sua naturale inclinazione per il proprio stesso sesso. Si
inserisce qui il tema cruciale della crisi dell’identità e del solipsismo: la
vera tragedia del romanzo non risiede semplicemente nell’obbligo sociale di
indossare un travestimento per schermarsi dalle sanzioni e dal giudizio punitivo
del mondo esterno, bensì nella spaventosa e nichilista scoperta metafisica
secondo cui, una volta rimossa la maschera con un atto di brutale, definitiva
onestà, sotto di essa non si nasconde alcun volto autentico, nessuna identità
pacificata o essenza primigenia rassicurante. Sotto la finzione si spalanca un
vuoto, un’assenza assoluta e vertiginosa che coincide paradossalmente con il
nucleo stesso dell’identità del protagonista: l’artificio ha interamente
divorato la natura, e la simulazione è divenuta l’unica modalità possibile di
percezione e cognizione del reale.
L’intera intelaiatura narrativa viene così pervasa da un rigoroso, quasi
compassato classicismo formale che flirta costantemente con l’elemento macabro,
decadente e surreale, saldando mirabilmente la precisione chirurgica e
l’introspezione della grande prosa psicologica europea – debitrice di Radiguet,
Wilde e Proust – alla sensibilità estetica tradizionale giapponese, storicamente
legata al concetto di mono no aware, ovvero la straziante e sublime impermanenza
di tutte le cose. Attraverso questa fusione, emerge con forza la tematica
estetizzante del corpo e della giovinezza, intesi non come segnali di vita,
continuità biologica o procreazione futuribile, ma come tempio sacrificale
votato per statuto a una fine prematura, tragica e per questo gloriosa. Le
descrizioni cariche di sensualità dei facchini dai petti nudi, che emanano un
odore acuto di sudore, polvere e salsedine, i corpi efebici e vigorosi dei
giovani soldati fatalmente destinati all’imminente e distruttivo battesimo del
fuoco bellico, e le visioni notturne di carni ferite ed esposte costituiscono le
uniche reali coordinate geografiche e spirituali in cui il desiderio deviato di
Kochan riesce a orientarsi e a trovare una temporanea, seppur dolorosa,
collocazione erotica. Questo connubio inscindibile tra agonia ed estasi,
tra Thanatos ed Eros, assume anche una forte valenza profetica e biografica,
anticipando in modo impressionante il destino dello stesso Mishima e il suo
futuro suicidio rituale (seppuku); il testo si trasforma così in un manifesto
programmatico in cui la morte non è concepita come l’interruzione o la negazione
della bellezza, bensì come il suo unico baluardo legittimo, assoluto ed eterno.
Solo una morte violenta e precoce possiede infatti tutti i crismi del potere di
sottrarre la carne, altrimenti corruttibile e condannata al biologico declino,
alla degradazione imposta dal tempo, dalla vecchiaia e dalla opaca banalità
della routine quotidiana. Questa tensione verso l’annientamento precoce non si
manifesta come una semplice negazione della vita, bensì come il tentativo
estremo di eternare la giovinezza, elevando il corpo a icona assoluta e
inviolabile, sottratta per sempre alle ingiurie della contingenza storica.
In questo contesto la visita di leva, nella parte terza del romanzo, in cui il
medico, erroneamente, diagnostica la tisi a Kochan, si rivela come dramma
dell’esclusione dalla Storia e dal sacrificio collettivo dei corpi, così in
carattere con la teleologia e l’estetica del giovane personaggio. L’errore
diagnostico, si fa allora cuneo ontologico: nel momento stesso in cui il
verdetto clinico lo restituisce alla mera immanenza biologica, lo priva
dell’unica eversione metafisica che avrebbe potuto redimerlo, ovvero la fusione
panica con l’epos nazionale attraverso la carne martirizzata. La bronchite,
scambiata per tisi fulminante, diviene il paradosso di una salvezza vissuta come
mutilazione psichica e colpa insostenibile ancorché accettata e assecondata.
Fuggendo dalla caserma, nel celebre brivido della corsa tra i campi, Kochan non
corre verso la libertà, ma sperimenta la scissione schizofrenica tra il sollievo
animale della carne fatta salva e il lutto pervasivo di un’anima che ha mancato
il proprio appuntamento con l’assoluto. Mishima distilla qui una prosa di
limpidezza ferale, specchio di una dissociazione permanente: privato del sangue
dei coetanei, l’io si scopre spettro, un simulacro immune al macello del mondo
ma condannato all’inesistenza. È l’istante in cui l’artificio cessa di essere
una strategia di occultamento della propria diversità per farsi epidermide
definitiva: la maschera sanziona l’ergastolo di una finzione perpetua, in cui
vivere non è più esistere, ma la fenomenologia di un Io sequestrato alla natura
cui sarebbe incline e condannato a un’esistenza spogliata per sempre di ogni
salvezza di verità.
Nel finale sospeso, denso e raggelante del romanzo, questa parabola esistenziale
giunge al suo definitivo compimento formale.
Nel fissare i muscoli contratti di un giovane delinquente a torso nudo,
investiti da una luce spietata, Kochan è completamente rapito e non bada alle
chiacchiere della leziosa Sonoko: realizza con assoluta e puntuale chiarezza
l’impossibilità di una redenzione, di una guarigione clinica o di una
normalizzazione della sua esistenza. Così recita il testo, con forza
voyeuristica:
> “Avrà avuto ventuno e ventidue anni, e i lineamenti del viso erano rozzi ma
> regolari, la carnagione bruna. Si era tolto la camicia restando seminudo e
> andava arrotolandosi una fascia intorno alla vita… Il suo torace nudo palesava
> i muscoli turgidi, pienamente sviluppati e tesi; uno spacco profondo solcava
> quei muscoli massicci fino all’addome… A questa vista, e soprattutto alla
> vista della peonia tatuata sul duro torace del giovane, mi sentii attanagliare
> dal desiderio… Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore… Avevo
> dimenticato l’esistenza di Sonoko. A nulla pensavo fuorché a queste cose: a
> lui che usciva nelle strade della torrida estate così seminudo com’era, e si
> cacciava in una zuffa con una banda rivale. A un pugnale acuminato che
> squarciava quella fascia, trafiggeva quel torso. A quella sudicia fascia
> mirabilmente tinta di vermiglio. Al suo cadavere lordo di sangue rappreso che
> veniva deposto su una barella improvvisata… In quell’attimo qualcosa dentro di
> me fu strappato in due parti con violenza brutale. Pareva che un fulmine fosse
> caduto spaccando un albero vivo. Udii crollare pietosamente al suolo
> l’edificio ch’ero andato costruendo finora con tutte le mie forze, pezzo per
> pezzo. Mi sembrò di aver assistito all’istante in cui la mia esistenza era
> stata trasformata in qualche specie di orrendo non-essere. Chiusi gli occhi e
> dopo un momento ricuperai il dominio del mio gelido senso del dovere.”
Il mondo esterno scorre “vigoroso”, pulsante e vitale, ma lui ne rimane
irrimediabilmente escluso, confinato al ruolo di eterno spettatore della propria
stessa vita. La pulsione vitale che scorge negli altri non è qualcosa in cui
potersi rispecchiare, ma un limine invalicabile che ne certifica l’esilio
emotivo.
La sua intera esistenza futura si palesa così come una perenne veglia funebre
del desiderio, un teatro d’ombre dove la maschera ha riportato la sua vittoria
totale e schiacciante. L’artificio non si limita più a nascondere la verità agli
occhi della società attraverso una faticosa messinscena eterosessuale, ma compie
un salto ontologico: la finzione è divenuta essa stessa l’unica pelle possibile,
l’unica corazza con cui tollerare il peso di uno sguardo troppo lucido, troppo
affilato e precoce sul proprio incolmabile vuoto interiore. La maschera, in
questo senso, cessa di essere uno strumento di difesa per trasformarsi in
destino: l’unico spazio formale in cui l’io può sopravvivere alla propria
radicale estraneità rispetto al mondo. La maschera smette di essere un
espediente estrinseco, eterodiretto, e diviene carattere intrinseco, fatale,
elemento ostensivo della sua compromessa identità.
Massimo Triolo
L'articolo “Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore”. Intorno a
“Confessioni di una maschera” proviene da Pangea.