Nelle intercapedini chiaroscurali di Confessioni di una maschera, l’asse
stilistico di Yukio Mishimadevia programmaticamente dai canoni del resoconto
storico-biografico, della cronaca di una vita, per istituire un vero e proprio
rituale della crudeltà: un’autopsia dell’anima orchestrata con il rigore algido
del bisturi e una sublime compostezza classica. Concepito nel panorama instabile
e febbrile del Giappone post-bellico – ganglio sospeso tra catastrofe
assiologica e palingenesi coatta –, il testo si configura come un prisma
adamantino di mostruosa esattezza. Si assiste qui a un cortocircuito formale
radicale, in cui la massima trasparenza del lirismo si identifica
simmetricamente con l’artificio più calcolato, elevando la menzogna a rango di
unica epifania ontologica. La prosa vividissima di Mishima si trasforma in
investimento sensoriale estremo laddove le immagini si fanno emblema di una
percezione acutissima e lavacro di concretezza sensuosa.
In questa complessa architettura stilistica, l’iperestesia del protagonista non
è mai un semplice artificio descrittivo, bensì l’unica modalità d’accesso a un
reale altrimenti percepito come estraneo, spettrale, o come emorragia
dell’insensato. La parola letteraria opera così una costante trasmutazione della
materia, non verso meri dettagli esornativi, ma verso frammenti di un’epifania
carnale. Il protagonista riesce, tra l’incredulità e la diffidenza degli adulti,
a rievocare ricordi remoti, persino di quando era infante, che affiorano con
tutta la forza dei sensi e assumono una consistenza quasi metafisica: come
quello in cui, vista da poco la luce della vita, al suo primo bagno, si trova a
osservare un baluginante lucore sul bordo serico e ligneo della propria vasca.
Un ricordo apparentemente minimo ma rivelatore dell’esasperata percezione
estetica di Kochan, e che non è simbolo o correlativo oggettivo, ma annuncio di
una sensibilità estrema e quasi sinestetica.
Attraverso questa ricorrente “immersione” nella concretezza, l’artificio della
scrittura si purifica della sua natura astratta e intellettuale per farsi
esperienza tattile e visiva quasi insostenibile. Ma convive con essa la spinta
ipertrofica della mente verso un indagine lambiccata ed estenuante del pensiero
che cala nei penetrali dell’io del protagonista che si narra.
Fin dall’esordio, la traiettoria mnestica di Kochan demistifica l’archetipo
dell’infanzia come eden incontaminato. I primi anni di vita perdono ogni pretesa
di ingenuità temporale per farsi teatro di una precocissima, quasi spietata
autoconsapevolezza: i ricordi non fioriscono secondo l’idillio convenzionale
della nostalgia, ma vengono sezionati dalla luce nitida e geometrica di
un’intuizione già adulta. Lontano dalle nebbie dell’illusione o da una larvale
parata di fantasie oniriche o chimeriche, questo humus, a suo modo atopico,
diventa il terreno in cui il protagonista rintraccia, con la freddezza clinica
di un anatomista, le radici biologiche e innate del proprio desiderio,
accettandone la deviazione fin dal principio come un dato di fatto immanente e
inevitabile. Ogni ricordo d’infanzia viene così spogliato dell’innocenza,
sottratto a una rassicurante iconografia bambina e ricondotto alla sua verità
più nuda: una sequenza di epifanie carnali e imperative attrazioni che il
bambino non subisce come un trauma esterno, ma accetta e categorizza come i
tasselli inevitabili della propria irrimediabile deviazione dalla norma.
Escludendo preliminarmente ogni residuo di idealizzazione nostalgica o di
canonica ingenuità infantile – stilemi tipici del romanzo di formazione
tradizionale che Mishima qui rigetta –, la rievocazione biografica viene
immediatamente sussunta dalle categorie estetico-psicoanalitiche del perturbante
(das Unheimliche) e dalle strutture intertestuali del mito letterario. La
dimensione cronologica dell’infanzia perde la sua funzione di rifugio memoriale
per farsi, invece, spazio eziologico, retroterra traumatico idoneo
esclusivamente al radicamento di un’alterità ontologica e inemendabile.
Si assiste, pertanto, a una precoce scissione identitaria primitiva: lo sviluppo
psicosessuale del narratore non segue una traiettoria lineare, ma si fissa su
nodi ossessivi che sottraggono l’esperienza vissuta alla contingenza
evenemenziale e storica per consegnarla a una dimensione astorica e fatale.
Questa divaricazione originaria non si limita a strutturare la deviazione
profonda del protagonista, ma ne decreta il destino relazionale, affettivo,
condannandolo a una permanente e non scongiurabile marginalizzazione rispetto
alle dinamiche intersoggettive della sfera emotivo-relazionale comune;
precludendogli, di fatto, qualsiasi possibilità di riscatto all’interno del
tessuto sociale circostante nel quale prende posto tentando di adulterare
l’evidenza della propria natura fino a fare della maschera una seconda pelle.
Il baricentro di questa iniziazione estetica, prima di concretarsi nel feticismo
pittorico, trova una cruciale e carnale anticipazione analogica in un episodio
liminale dell’infanzia del protagonista: l’incontro ravvicinato con il giovane
addetto allo spurgo dei pozzi neri. Il protagonista sperimenta qui il presagio
che al mondo esiste una sorta di “desiderio simile a un dolore lancinante”. E il
desiderio assume due punti focali: uno dato dal risalto che conferiscono alle
gambe i blue jeans che le fasciano con aderenza, l’altro dal mestiere di chi li
indossa; l’autore vuole da subito identificarsi con quel giovane, e al pari di
altri bambini che crescendo fantasticano possibili mestieri, egli vuole essere
quel giovane e fare il suo stesso lavoro. Questa epifania primordiale, ben lungi
dal delinearsi come un mero aneddoto di degradazione urbana, si offre come la
prima, autentica manifestazione di un desiderio che si struttura immediatamente
attraverso l’estetizzazione della forza fisica e della marginalità sociale. Nel
contemplare quel giovane dal petto nudo, avvolto in un’aura di vigore rude e
urgente, Kochan sperimenta un’attrazione viscerale che non si proietta verso
l’alterità di un legame sentimentale o la reciprocità di una dialettica
intersoggettiva, ma si fissa sull’archetipo di una virilità plebea. Appare poi
come una sorta di emblema destinale della sua natura e del suo intrinseco
conflitto, l’episodio in cui la domestica rivela a Kochan che il sensuale e
marziale paradigma di mascolina bellicosità che egli aveva scambiato per un
classico cavaliere, in un libro illustrato, era in realtà una donna: Giovanna
d’Arco.
Il preludio sensoriale dell’operaio dei pozzi, in realtà prepara e devia il
terreno psichico trovando poi il suo compimento definitivo e la sua
legittimazione colta dinanzi a un simulacro cartaceo: la riproduzione del San
Sebastiano di Guido Reni. In questo frammento di tempo assoluto, che riscatta
l’immediatezza animale del primo incontro elevandola a canone artistico, Mishima
edifica lo scheletro della sua intera architettura filosofica. Contestualmente a
questa visione il protagonista si inizia alla masturbazione. L’Eros si emancipa
radicalmente da ogni funzione consolatoria, perfino ludica, men che meno
biologica o riproduttiva, per farsi consustanziale alla ferita e al supplizio.
La bellezza, di conseguenza, smette di essere intesa come armonia apollinea e
canonica, rivelandosi come evento intrinsecamente traumatico, fulgore colto
nell’istante esatto della sua transitoria e violenta dissoluzione.
I dardi che violano la carne turgida ed efebica del martire subiscono una
torsione semantica assoluta: svuotati del loro afflato soteriologico e
cristiano, essi si convertono in direttrici geometriche di un’estasi pagana. Si
consuma così un punto di fusione alchemico dove il parossismo del dolore fisico
diventa l’unico spartito e l’unico idioma intellegibile per un’esistenza
altrimenti interdetta al mondo, murata in un silenzio claustrofobico.
Sangue, carnalità e giovinezza effimera si stringono in un nodo indissolubile e
fatale, statuendo un principio irrevocabile: la contemplazione del supplizio e
la sacralizzazione della carne lacerata rimarranno le sole chiavi d’accesso per
dischiudere la verità interiore. Sotto il profilo strettamente storico-critico,
questa particolare configurazione psicologica – inquadrabile nell’alveo delle
anomalie dello sviluppo psicosessuale – si caratterizza per una precoce e
sistematica inversione dei nessi causali tra piacere e dolore. Nell’economia
interna del romanzo, l’impulso non si dirige verso la normale intersoggettività,
ma subisce una deviazione originaria in cui lo stimolo libidico si attiva
esclusivamente in presenza di fattori legati alla sottomissione, alla
distruzione o alla mortificazione del simulacro corporeo.
L’universo letterario di Yukio Mishima trova, poi, una delle sue radici più
profonde nell’assimilazione e nella successiva trasfigurazione del Decadentismo
europeo, un dialogo intertestuale in cui le suggestioni di autori come Oscar
Wilde, Gabriele D’Annunzio e Joris-Karl Huysmans vengono trapiantate nella
sensibilità tragica della tradizione nipponica. In questa cornice critica, la
fascinazione per la morte si emancipa dalla categoria di mero dato biologico per
elevarsi a fulcro di un’estetica dell’assoluto, strutturandosi attraverso la
dialettica psicanalitica tra Eros e Thanatos. Per Mishima, l’alleanza simbiotica
tra la pulsione sessuale e la tendenza alla dissoluzione si traduce nella
ricerca di una bellezza che possa definirsi tale solo nell’istante del suo
traumatico annientamento. Il corpo, costantemente celebrato nella sua turgida
giovinezza, viene concepito alla stregua di un delubro sacrificale, una
superficie plastica e vulnerabile destinata a una fine prematura e gloriosa che
sola possiede il potere di sottrarre la carne alla corruzione del tempo, alla
vecchiaia e alla banalità del quotidiano. Questa sconsacrazione dell’io e la
correlata sacralizzazione della ferita – che diviene emblema nell’investimento
feticistico sull’iconografia del martirio – rivelano la profonda natura
intellettualistica del Decadentismo mishimiano, dove il dolore fisico e la fine
biologica non sono subiti passivamente, ma vengono orchestrati come una suprema
messinscena liturgica. La morte diviene così il custode legittimo
dell’autenticità e l’unica via d’accesso per colmare un vuoto ontologico
originario, trasformando l’artificio letterario nell’unico possibile scudo con
cui ripararsi dai colpi della contingenza storica. Da un punto di vista
clinico-interpretativo, tale dinamica risponde a un preciso schema di
desensibilizzazione e di successiva intellettualizzazione del trauma:
l’impossibilità di allinearsi ai canoni dell’erotismo convenzionale determina un
ripiegamento della pulsione su se stessa. Il soggetto, di conseguenza, erige una
complessa impalcatura estetica per giustificare e nobilitare un’attrazione che
avverte come radicalmente estranea all’ordine morale comune. La sofferenza, sia
essa inflitta o contemplata, cessa di essere un elemento repulsivo per divenire
l’unico codice espressivo capace di decifrare la realtà, trasformando la
deviazione in un rigoroso e rassicurante rito di definizione identitaria.
Come scrive l’autore, il protagonista appariva, fin da ragazzo, propenso
all’introspezione e a una capziosa forma di ipersensibilità, e non per maggiore
maturità rispetto ai coetanei, ma per il bisogno inestinguibile di comprendere
sé e gestire la propria problematica identità; del resto, gli altri ragazzi
potevano esplicare la propria personalità con la massima naturalezza, mentre a
lui incombeva recitare una parte, e questo doveva richiedere “un acume e uno
studio considerevoli”. Il suo malessere era lo stesso di cui parla Stefan Zweig
quando dice:
> “Ciò che chiamiamo male è l’instabilità inerente a tutto il genere umano, che
> mette l’uomo fuori si sé e lo spinge sempre più avanti, verso qualcosa di
> insondabile, proprio come se la Natura avesse lasciato alle nostre anime un
> inestirpabile retaggio di instabilità dal suo fondo di antico caos”.
Mentre gli altri ragazzi vivevano la sorgiva spontaneità della propria “sana” e
gagliarda natura, egli era portato a interiorizzare e sviscerare il proprio Io,
provando inizialmente un ubriacante senso di superiorità rispetto ai propri
coetanei, destinato però a snebbiarsi con cruda verosimiglianza, in modo tale
che l’originario acquisito: “Io sono avanti agli altri” venisse emendato e
circoscritto nei limiti della modestia con l’espressione: “No, sono anch’io un
essere umano uguale a loro…” Per poi aggiungere a corollario: “E per giunta sono
uguale a loro sotto ogni aspetto”. La conclusione, inevitabile quanto mendace,
si espletava così: “Tutti sono uguali a me”. Ma così non era, e la cosa si
estrinsecava nella sua difficoltà a integrarsi, nonché, con un’evidenza
spietata, assieme concreta e sensuale, perfino nel contrasto tra la rozza e
integra mascolinità e spontaneità dei suoi compagni di scuola e la gracilità
della sua natura fragile e interiorizzante: i corpi dei compagni di scuola,
tesi nello sforzo dei giochi atletici o esposti al sole estivo avevano una loro
rozza e splendida innocenza, una totale assenza di sdoppiamento tra ciò che
erano e ciò che mostravano. Il protagonista, sparuto e costantemente avviluppato
nei suoi pensieri, si sentiva un intruso, un essere artificiale capitato per
errore in mezzo a una razza di creature autentiche. Il loro vigore, che ai suoi
occhi assumeva sfumature mitologiche, lo feriva profondamente perché gli
ricordava, a ogni istante, la sua irredimibile diversità. La sua infatuazione
adolescenziale per il compagno di scuola Omi era lì che lo testimonia. Il
ragazzo, che appariva ruvido e ribelle, nonché precoce nello sviluppo fisico,
era oggetto di un desiderio cocente ma che non poteva essere rivelato e veniva
custodito, da Kochan, quasi come un idolo libidico inattingibile.
“La vita è un palcoscenico”, così dicono tutti. Il protagonista, alla fine
della propria infanzia era già fortemente convinto che quella massima
corrispondesse a verità, e che avrebbe dovuto recitare la sua parte sul
palcoscenico senza mai tradire e rivelare, neppure una volta, il suo autentico
io. Egli credeva, con spirito ottimistico, “che una volta terminato lo
spettacolo, sarebbe calato il sipario e che il pubblico non avrebbe mai visto
l’attore senza il trucco”. In questo ambito, attraverso una costante catatonia
affettiva e un’iper-intellettualizzazione dei moti spontanei, ogni impulso
vitale veniva neutralizzato dalla censura super-egoica e ridotto a messinscena.
La finzione e la teatralizzazione dell’esistenza cessavano così di essere un
semplice schermo protettivo convertendosi in un feticcio strutturale:
l’artificio diveniva l’unica modalità di mediazione con una realtà estranea,
svelando, sotto la rimozione della maschera, non un’identità pacificata, ma la
vertigine di un’assenza assoluta. Ed è inscrivibile in questa logica, durante
gli anni della scuola, il tentativo disperato di Koachan di integrarsi e
dimostrare a se stesso e agli altri di poter provare un desiderio convenzionale,
tentando di stringere una relazione con Sonoko, la sorella di un amico.
Durante una festa, il confronto visivo con la spontaneità dei coetanei esaspera
la sua recitazione: tutti gli altri giovani ridono, parlano, si muovono con una
naturalezza che appare miracolosa e, al tempo stesso, irraggiungibile. Egli
inscena un legame amoroso con Sonoko, conscio di interpretare una parte,
stringendo la sua mano come se eseguisse un esercizio esteriore di cui conosce
le regole ma non lo spirito. Attore di una totale atonia emotiva, in quel
salone, circondato da ragazzi che vivono la vita reale, egli comprende con
inespugnabile certezza che la sua normalità non è che una messinscena faticosa,
e che tra il loro mondo e il suo esiste un abisso invalicabile. Sonoko appare
qui patetica, ingenuamente confidente, mossa da un sentimento troppo genuino per
non essere puntualmente inficiato dalla condotta di un seduttore che la pone al
centro di una recita anemotiva, sentimentalmente anemica. La sensibilità della
ragazza diventa quasi caricaturale, giustificata (all’apparenza) e
ingiustificata nel medesimo tempo (per ciò che il lettore sa essere veritiero):
quella stessa sensibilità di una creatura rapita dall’illusione romantica che
lascia il protagonista del tutto indifferente, e anzi compiaciuto della propria
messa in scena, nonché artefice di un “machiavello” amoroso che la ridicolizza,
senza mai far venire in luce la reale identità sessuale di chi lo attua. È
interessante a questo punto proporre un passaggio del testo laddove esso si fa
rivelatore della scissione interiore del personaggio al centro della sua “recita
amorosa”… Citando l’autore:
> “…Nonostante egli avesse il cuore colmo d’inquietudine e pena indicibile,
> atteggiava la faccia a un sorriso sardonico e sfrontato. Non doveva fare altro
> che rimuovere una piccola pietra d’inciampo, considerare ridicoli i mesi
> trascorsi (con la ragazza); che decidere di non essere mai stato innamorato,
> nemmeno da principio, di una ragazza di nome Sonoko, di quella marmocchia
> insulsa; che credere di aver seguito l’estro d’una effimera passioncella
> (bugiardo!) e di essersi preso gioco di lei. Ecco allora che sarebbe venuta a
> cadere autonomamente ogni ragione di doverla sposare. Un semplice bacio non
> impegna di sicuro!… Che meraviglia! Eccolo diventato un uomo capace di
> stregare una donna che gli è affatto indifferente e poi, quando l’amore le
> divampa in seno, di piantarla senza pensarci sopra.”
In realtà egli prova un intimo compiacimento ad esercitare il proprio fascino
con l’altro sesso, ma è qualcosa che rimane nell’alveo di un desiderio per il
desiderio di conquista, una formula sottile di egoistico orgoglio, che frena
persino ogni possibilità dialogante e lo lascia sempre come indolente e
infastidito dalla “pachidermica” femminilità delle donne che approccia, una
femminilità che si scontra inevitabilmente con la sua rigida fortificazione
interiore, del tutto priva, nei fatti e nei fini, di un autentico interesse
emotivo o carnale.
Per tornare al nucleo di violenza squisitamente estetica e di morbosa attrazione
per la traiettoria del tragico, di cui accennavo poc’anzi, esso si scontra in
modo drammatico e insanabile con la grigiastra contingenza quotidiana del
protagonista, il quale si trova costretto a negoziare la propria esistenza entro
le coordinate rigide, asfittiche e spietate di una società giapponese retta da
un militarismo febbrile, un impero crepuscolare ormai morente e un conformismo
tragicamente coercitivo. Il dramma profondo e intimo di Kochan risiede infatti
in un’inversione radicale e traumatica dell’ordine naturale delle cose,
introducendo una potente riflessione sulla dicotomia tra natura e artificio: per
la sua sensibilità, ciò che il mondo considera normalità
biologica – l’istituzione del matrimonio, l’allineamento borghese, la
rassicurante routine sociale e la proiezione verso un futuro
ordinario – rappresenta in verità l’artificio più estenuante, che richiede
simulazione e dissimulazione al contempo; una messinscena scomoda e innaturale.
Al contrario, la sua deviazione interiore, l’impulso omosessuale e l’ossessione
metafisica per la morte costituiscono l’unica, inconfessabile e genuina verità
del suo essere.
In un passaggio metaletterario, contestuale alla prima giovinezza del
protagonista, compare uno suo scritto che citiamo in parte:
> “…La maggioranza degli uomini oscilla perpetuamente nel dubbio se è o non è
> felice, se è o non è allegra. Questa è la condizione normale della felicità,
> giacché il dubbio è cosa naturalissima. Ecco perché il prossimo è portato a
> credere nella cosiddetta ‘felicità incontestabile’ di lui. E alla fine una
> cosa gracile ma reale viene rinchiusa in una macchina potente di falsità. La
> macchina prende a funzionare a tutta forza. E il prossimo non si accorge
> neppure che Ryotaro è un ammasso di ‘autoimpostura’… Non stava funzionando
> così nel mio caso? È un difetto frequente della fanciullezza credere che, se
> si trasforma un demone in eroe, il demone sarà soddisfatto.”
Qui è già chiaro che è per il protagonista una vera e propria missione di vita
esorcizzare la propria inconfessabile natura col rito della simulazione e
dell’aderenza formale alle regole e all’assaetto di una società in cui il suo Io
rimane sequestrato da riti vuoti, e per di più solo ostentati, nonché da
fantasmi di esperienze amorose convenzionali che non si incarnano mai né nella
reale infatuazione né nel loro compimento fisico. Ma qual è il vero “demone”
trasformato in eroe, la sua reale natura (da sventare) o l’impostura che la nega
alla vista di chicchessia e forse persino di se stesso? Pare quasi che la
schietta, infuocata e tracimante virilità dei corpi maschili oggetto di reale
desiderio si contrapponga in modo quasi ossimorico alla sua tepida recita di
amore eterosessuale.
Per sopravvivere a questo iato esistenziale così lacerante, che anticipa le
grandi tematiche dell’alienazione novecentesca e dell’esistenzialismo, Kochan si
vede costretto a far aderire plasticamente alla propria “faccia”, giorno dopo
giorno, una vera e propria maschera di carne, una costruzione millimetrica e
soffocante di gesti studiati, sguardi calibrati, sorrisi di circostanza e parole
programmaticamente contraffatte. Impara a mimare con precisione quasi
scientifica e antropologica i comportamenti standardizzati dei suoi coetanei,
analizzando freddamente le reazioni della massa per poterle replicare
artificialmente, recitando la commedia dell’amore eterosessuale e simulando un
desiderio erotico che non prova affatto. Come accennato, in questo sforzo
titanico, egli riversa ogni briciolo di energia psichica nel tentativo disperato
e razionale di innamorarsi della giovane, pura e angelica Sonoko, figura che
incarna l’ideale della grazia incontaminata. Questo corteggiamento, tuttavia, si
tramuta inevitabilmente in un freddo, quasi spietato esperimento di laboratorio,
un esercizio cerebrale e logorante che fallisce in modo sistematico; tale
fallimento non è dettato da una carenza di volontà, ma dall’incapacità cronica
del protagonista di abitare la realtà materiale e corporea senza la costante,
nevrotica mediazione dello specchio, dell’autoscopia speculare e della
scomposizione analitica dei propri impulsi profondi, cui si aggiunge, ed è anzi
pregressa, la sua naturale inclinazione per il proprio stesso sesso. Si
inserisce qui il tema cruciale della crisi dell’identità e del solipsismo: la
vera tragedia del romanzo non risiede semplicemente nell’obbligo sociale di
indossare un travestimento per schermarsi dalle sanzioni e dal giudizio punitivo
del mondo esterno, bensì nella spaventosa e nichilista scoperta metafisica
secondo cui, una volta rimossa la maschera con un atto di brutale, definitiva
onestà, sotto di essa non si nasconde alcun volto autentico, nessuna identità
pacificata o essenza primigenia rassicurante. Sotto la finzione si spalanca un
vuoto, un’assenza assoluta e vertiginosa che coincide paradossalmente con il
nucleo stesso dell’identità del protagonista: l’artificio ha interamente
divorato la natura, e la simulazione è divenuta l’unica modalità possibile di
percezione e cognizione del reale.
L’intera intelaiatura narrativa viene così pervasa da un rigoroso, quasi
compassato classicismo formale che flirta costantemente con l’elemento macabro,
decadente e surreale, saldando mirabilmente la precisione chirurgica e
l’introspezione della grande prosa psicologica europea – debitrice di Radiguet,
Wilde e Proust – alla sensibilità estetica tradizionale giapponese, storicamente
legata al concetto di mono no aware, ovvero la straziante e sublime impermanenza
di tutte le cose. Attraverso questa fusione, emerge con forza la tematica
estetizzante del corpo e della giovinezza, intesi non come segnali di vita,
continuità biologica o procreazione futuribile, ma come tempio sacrificale
votato per statuto a una fine prematura, tragica e per questo gloriosa. Le
descrizioni cariche di sensualità dei facchini dai petti nudi, che emanano un
odore acuto di sudore, polvere e salsedine, i corpi efebici e vigorosi dei
giovani soldati fatalmente destinati all’imminente e distruttivo battesimo del
fuoco bellico, e le visioni notturne di carni ferite ed esposte costituiscono le
uniche reali coordinate geografiche e spirituali in cui il desiderio deviato di
Kochan riesce a orientarsi e a trovare una temporanea, seppur dolorosa,
collocazione erotica. Questo connubio inscindibile tra agonia ed estasi,
tra Thanatos ed Eros, assume anche una forte valenza profetica e biografica,
anticipando in modo impressionante il destino dello stesso Mishima e il suo
futuro suicidio rituale (seppuku); il testo si trasforma così in un manifesto
programmatico in cui la morte non è concepita come l’interruzione o la negazione
della bellezza, bensì come il suo unico baluardo legittimo, assoluto ed eterno.
Solo una morte violenta e precoce possiede infatti tutti i crismi del potere di
sottrarre la carne, altrimenti corruttibile e condannata al biologico declino,
alla degradazione imposta dal tempo, dalla vecchiaia e dalla opaca banalità
della routine quotidiana. Questa tensione verso l’annientamento precoce non si
manifesta come una semplice negazione della vita, bensì come il tentativo
estremo di eternare la giovinezza, elevando il corpo a icona assoluta e
inviolabile, sottratta per sempre alle ingiurie della contingenza storica.
In questo contesto la visita di leva, nella parte terza del romanzo, in cui il
medico, erroneamente, diagnostica la tisi a Kochan, si rivela come dramma
dell’esclusione dalla Storia e dal sacrificio collettivo dei corpi, così in
carattere con la teleologia e l’estetica del giovane personaggio. L’errore
diagnostico, si fa allora cuneo ontologico: nel momento stesso in cui il
verdetto clinico lo restituisce alla mera immanenza biologica, lo priva
dell’unica eversione metafisica che avrebbe potuto redimerlo, ovvero la fusione
panica con l’epos nazionale attraverso la carne martirizzata. La bronchite,
scambiata per tisi fulminante, diviene il paradosso di una salvezza vissuta come
mutilazione psichica e colpa insostenibile ancorché accettata e assecondata.
Fuggendo dalla caserma, nel celebre brivido della corsa tra i campi, Kochan non
corre verso la libertà, ma sperimenta la scissione schizofrenica tra il sollievo
animale della carne fatta salva e il lutto pervasivo di un’anima che ha mancato
il proprio appuntamento con l’assoluto. Mishima distilla qui una prosa di
limpidezza ferale, specchio di una dissociazione permanente: privato del sangue
dei coetanei, l’io si scopre spettro, un simulacro immune al macello del mondo
ma condannato all’inesistenza. È l’istante in cui l’artificio cessa di essere
una strategia di occultamento della propria diversità per farsi epidermide
definitiva: la maschera sanziona l’ergastolo di una finzione perpetua, in cui
vivere non è più esistere, ma la fenomenologia di un Io sequestrato alla natura
cui sarebbe incline e condannato a un’esistenza spogliata per sempre di ogni
salvezza di verità.
Nel finale sospeso, denso e raggelante del romanzo, questa parabola esistenziale
giunge al suo definitivo compimento formale.
Nel fissare i muscoli contratti di un giovane delinquente a torso nudo,
investiti da una luce spietata, Kochan è completamente rapito e non bada alle
chiacchiere della leziosa Sonoko: realizza con assoluta e puntuale chiarezza
l’impossibilità di una redenzione, di una guarigione clinica o di una
normalizzazione della sua esistenza. Così recita il testo, con forza
voyeuristica:
> “Avrà avuto ventuno e ventidue anni, e i lineamenti del viso erano rozzi ma
> regolari, la carnagione bruna. Si era tolto la camicia restando seminudo e
> andava arrotolandosi una fascia intorno alla vita… Il suo torace nudo palesava
> i muscoli turgidi, pienamente sviluppati e tesi; uno spacco profondo solcava
> quei muscoli massicci fino all’addome… A questa vista, e soprattutto alla
> vista della peonia tatuata sul duro torace del giovane, mi sentii attanagliare
> dal desiderio… Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore… Avevo
> dimenticato l’esistenza di Sonoko. A nulla pensavo fuorché a queste cose: a
> lui che usciva nelle strade della torrida estate così seminudo com’era, e si
> cacciava in una zuffa con una banda rivale. A un pugnale acuminato che
> squarciava quella fascia, trafiggeva quel torso. A quella sudicia fascia
> mirabilmente tinta di vermiglio. Al suo cadavere lordo di sangue rappreso che
> veniva deposto su una barella improvvisata… In quell’attimo qualcosa dentro di
> me fu strappato in due parti con violenza brutale. Pareva che un fulmine fosse
> caduto spaccando un albero vivo. Udii crollare pietosamente al suolo
> l’edificio ch’ero andato costruendo finora con tutte le mie forze, pezzo per
> pezzo. Mi sembrò di aver assistito all’istante in cui la mia esistenza era
> stata trasformata in qualche specie di orrendo non-essere. Chiusi gli occhi e
> dopo un momento ricuperai il dominio del mio gelido senso del dovere.”
Il mondo esterno scorre “vigoroso”, pulsante e vitale, ma lui ne rimane
irrimediabilmente escluso, confinato al ruolo di eterno spettatore della propria
stessa vita. La pulsione vitale che scorge negli altri non è qualcosa in cui
potersi rispecchiare, ma un limine invalicabile che ne certifica l’esilio
emotivo.
La sua intera esistenza futura si palesa così come una perenne veglia funebre
del desiderio, un teatro d’ombre dove la maschera ha riportato la sua vittoria
totale e schiacciante. L’artificio non si limita più a nascondere la verità agli
occhi della società attraverso una faticosa messinscena eterosessuale, ma compie
un salto ontologico: la finzione è divenuta essa stessa l’unica pelle possibile,
l’unica corazza con cui tollerare il peso di uno sguardo troppo lucido, troppo
affilato e precoce sul proprio incolmabile vuoto interiore. La maschera, in
questo senso, cessa di essere uno strumento di difesa per trasformarsi in
destino: l’unico spazio formale in cui l’io può sopravvivere alla propria
radicale estraneità rispetto al mondo. La maschera smette di essere un
espediente estrinseco, eterodiretto, e diviene carattere intrinseco, fatale,
elemento ostensivo della sua compromessa identità.
Massimo Triolo
L'articolo “Uno strano brivido mi saettò in fondo al cuore”. Intorno a
“Confessioni di una maschera” proviene da Pangea.
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Nello stesso tempo, ha l’elegante compostezza di Mishima e lo sguardo obliquo,
orientato all’oblio di Takeshi Kitano. Beveva – tirava di boxe – scommetteva sui
cavalli. Shūji Terayama è stato definito “L’imperatore dell’Underground” – così
l’efficace didascalia dell’“Harvard Film Archive” –: purché per underground
s’intenda la categoria dell’ineffabile, lo spazio – celestiale e brutale assieme
– in cui l’artista rischia l’annientamento, senza pose da redditizio
maledettismo.
Nato il 10 dicembre del 1935 a Hirosaki, nella prefettura di Aomori, Shūji
Terayama vive, fin da subito, il trauma dell’abbandono e della morte. Il padre,
mobilitato in guerra, è ucciso nel Pacifico; la madre lo abbandona alle cure di
uno zio. Il bimbo riesce a scampare al ciclo di bombardamenti orditi dagli
americani su Aomori, nel luglio del ’45. Vede rovine – vive tra i rovi dei
sopravvissuti.
Studiò con poca voglia letteratura all’università: preferiva la lettura di
Basho, la frequentazione dei bassifondi – fu folgorato da Casablanca, cominciò a
studiare i film di Buñuel, la dinamica scenica di Cocteau. Nessuno prima di
Shūji Terayama – con la stessa, disperata forza – ha tentato di dilatare i
limiti delle arti, di fondere le arti, di deflagrarne i codici. Nello stesso
tempo, Shūji Terayama è stato poeta – svaginando i generi, cristallizzati, del
tanka e dell’haiku: esordisce poco più che ventenne, nel 1957 –, drammaturgo,
capobanda di una compagnia teatrale, regista. Spesso le poesie gli suggeriscono
l’idea di un film – i film (di enigmatica efficacia, lunari) vengono composti
come una poesia. Insieme alla moglie – Kyōko Kujō, da cui si separa poco dopo,
per installarsi nei canoni del libertinaggio – ideò una compagnia teatrale: i
testi venivano portati in zone periferiche, inadatte, infeconde, fuori scena,
detronizzate dal palco.
Da una performance scaturì uno dei film più noti, Gettiamo i libri, gettiamoci
in strada (1971; a cui il MoMa ha dedicato diverse retrospettive); tra gli
altri, tanti, citiamo Il gobbo di Aomori (1967), Gli eretici (1971), Labirinto
d’erba (1979). Dicono che Addio all’arca (1981), tratto, assai liberamente,
da Cent’anni di solitudine, sia il suo capolavoro perché sono riassunti tutti i
temi di Shūji Terayama: l’amore virginale e quello assassino, il potere che
tiene le anime in cattività – e a cui, cocciutamente, occorre sempre ribellarsi
–, la morte. Nel film appare un fantasma, un dio-cane, una ridda di demoni
inchiodati all’albero – la natura è sempre violata da una violenta idea di
‘progresso’. In Emperor Tomato Ketchup, film d’esordio del 1970, appaiono, in
serie, sequenze orrorifiche a significare sopraffazione e delirio del
delinquere: abusi su uomini e animali, feticismo, icone nazi. Lavorava sul
‘mostro’, sul sequestrare ogni giudizio; alcuni videro in lui una specie di
mefistofelico incrocio tra Artaud e Fellini, tra Lautréamont e Bataille – basta,
a dire il vero, leggere, ad altro livello di stile, Mishima: è tutto lì. In Les
fruits de la passion (1981) – che è poi un’inquieta rilettura di Histoire d’O –
dirige Klaus Kinski.
L’autore morì di cirrosi epatica nel maggio del 1983 – Shūji Terayama è uno
degli artisti giapponesi più imitati e invisibili (vedere i suoi film e leggere
i suoi libri è un’esperienza per pochi) della seconda metà del Novecento. Nel
1976 fu invitato a far parte della giuria della “Berlinale”: quell’anno l’Orso
andò a Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman; Nicolas Roeg portava The Man
Who Fell to Earth con David Bowie protagonista; gli italiani partecipavano con
Monicelli (Caro Michele) e Patroni Griffi (Divina creatura). Il film più
interessante, tuttavia, risultò quello del giapponese Nagisa Ōshima, Ecco
l’impero dei sensi, ritirato dalle sale durante la ‘prima’ e falciato dalla
censura per sovrabbondanza di scene di sesso – o meglio per il tema di fondo:
annullarsi tra i regni del piacere, in un’ossessione sempre più feroce,
cannibale.
Una frase decifra la poetica di Shūji Terayama:
> “Le parole di tutti i giorni, perfino quelle più scurrili, le più banali,
> celano una metafisica. Mescolando termini tratti dalle canzoni popolari, il
> gergo sportivo e la poesia si intravede un altro mondo. Ecco ciò che voglio:
> un romanzo metropolitano, un romanzo labirinto dove ogni vicolo sfocia nel
> proibito, nell’interdetto”.
Non è facile leggere Shūji Terayama. In Francia, dove è considerato un des plus
grands noms de la littérature japonaise contemporaine, le edizioni Inculte hanno
tradotto il romanzo Devant mes yeux le désert. Nel 2014 la casa editrice
statunitense Merwin Asia ha raccolto come The Crimson Thread of Abandon i
racconti di Shūji Terayama. Nella bella introduzione, Elizabeth L. Armstrong,
traccia così il diktat estetico dell’autore:
> “Fin dal precoce e controverso approccio alla poesia tradizionale tanka,
> quando era poco più che un adolescente, Shūji Terayama esprime la convinzione
> che ogni autenticità artistica risieda nella rottura di ogni convenzione –
> infrangere gli schemi per riformularli… l’appello al dissenso e perfino alla
> rivoluzione risuona in ogni sua opera”.
Nei racconti – di surreale iperrealismo – ci sono spesso dei bambini, gravati da
una solitudine marziale, cattiva. In fondo, è l’elogio della perdizione prima
che della perdita.
**
La tentazione dell’orchidea
Di tutti i fiori, l’orchidea ha gli organi più misteriosi, nascosti sottoterra.
A causa della loro misteriosa forma ellittica, Rabelais li disse “testicoli”.
Nel linguaggio dei fiori, l’orchidea è associata alla morte – benché siano tanto
sinistre, restano insuperabili per la bellezza del fiore, una bellezza, diremmo,
opulenta. Detto questo, detesto l’orchidea. Non per il suo fascino, in fondo
superficiale, ma perché condivide il nome con la donna che mi ha tradito.
Orchidea aveva la prestanza di una duchessa reduce da una sbornia. Giocava con
me non appena mi mettevo a scrivere una poesia.
Una sera, stavo dando ripetizioni di scienze a sua figlia, mi chiamò dalla
piscina. “Viene a vedere come galleggiano i fiori!”. Orchidea nuotava,
sprezzante, come una ragazzina. Era completamente nuda.
*
Mondo
Mi alzo da tavola
per chiudere la porta:
qualcosa gracchia –
il vento d’autunno
è gelido e urla.
La stufa mi illumina il viso
apro il giornale – l’acqua
del bagno si scalda.
Stiamo zitti – ottobre.
La donna che sta
per diventare madre
avvolge la Terra nello spago
perché questa è la storia
dell’uomo – resta tutto
il giorno sulla sedia.
*
una farfalla estiva
fende il mio cuore:
insieme alle parole
ho perduto i giorni
*
un vecchio tubo
del gas unisce
la prigione in cui ti trovi
al mio appartamento
*
ricucire l’orizzonte
con l’ago che mia
sorella ha nascosto
nella cesta di vimini
*
nato in cattività
sono solo anche
quando vinco –
cammino e mastico
uno stelo caldo d’erba
*
non so fare
l’attore: ascolto
il verso dei gabbiani
uccisi nella palude –
è inverno
*
uscii a comprare
un nuovo altare per il
mio nuovo Budda – mio
fratello e il suo canarino
sono scomparsi
*
il campo di riso
è stato venduto
questo inverno: torno
a casa da solo, dopo
aver seppellito il pettine
scarlatto di mia madre
*
accarezzo la tortora
con il pettine scarlatto
di mia madre, morta
da poco – pelo che
continua a cadere.
*
Quando la malinconia mi affligge, guardo il mare
torno a casa dopo essere stato in una libreria dell’usato e guardo il mare
Quando sei malata, guardo il mare
nelle mattine che corrodono l’anima, guardo il mare
Oh, il mare!
Spalle larghe e petto ampio.
Per quanto sia brutale il giorno
per quanto sia crudele la notte
tutto finirà
La vita finirà –
resterà soltanto il mare
Quando la malinconia vince, vado verso il mare
Nelle notti più dure, vado a vedere il mare.
*
Ho scritto la parola albero
ma mi pareva così triste
che ho aggiunto un altro albero
e gli alberi sono diventati foresta.
Quando fisso la parola solitario
capisco perché gli alberi piangono:
è quando inizia un amore
che la solitudine arriva.
**
Nascondersi fino a diventare adulti
“Giochiamo a nascondino!”. Era il ragazzo dai capelli verdi. Nessuno sapeva il
suo nome né da dove venisse, ma tutti i bambini si radunarono intorno a lui.
Volevano giocare.
“Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo dai capelli verdi. “Perdo
sempre”, disse. Tirò fuori la lingua. Poi si coprì gli occhi, si accucciò,
cominciò a contare. I bambini si dispersero cercando un nascondiglio.
“Ci siete, siete pronti?”, urlò il ragazzo.
“Non ancora”, disse una voce. Il ragazzo contò ancora fino a cento. “E ora?
Siete pronti?”. Non rispose nessuno. “Va bene, arrivo”. Il ragazzo si alzò,
iniziò a correre, se ne andò via. Non cercò i bambini nascosti nel paese.
La sera ci fu un gran trambusto. Il telefono della stazione di polizia suonava
in continuazione. Una madre in lacrime mugolava: “Mio figlio non è tornato a
casa stasera”. Una ragazzina delle medie, sconvolta, disse, “Mio fratello è
scomparso”. I bambini che avevano giocato a nascondino non ricomparvero mai più.
Una squadra di ricerca perlustrò la città, ma dei bambini non fu trovata
traccia.
Il giorno dopo, in un’altra città, grosso modo alla stessa ora, il ragazzo dai
capelli verdi chiamò a sé alcuni bambini. “Giochiamo a nascondino!”. Nessuno
sapeva il suo nome, nessuno sapeva da dove fosse arrivato, ma tutti i bambini si
radunarono intorno a lui. “Chi conta?”. Sasso, carta, forbice… uscì il ragazzo
dai capelli verdi. “Perdo sempre”, disse. Si coprì gli occhi, si accucciò,
cominciò a contare. “Siete pronti?”, gridò.
I bambini che si erano nascosti scomparvero. Nessuno riusciva a capire se
fossero semplicemente svaniti nel nulla o se volessero restare nascosti per
anni, per non essere mai più ritrovati.
Nei giorni successivi, in altre città, tutti i bambini che giocavano a
nascondino con il ragazzo dai capelli verdi scomparvero. Chi era quel ragazzo
dai capelli verdi?
È autunno, in questa luce effimera mi viene in mente la terzina di un poeta
spagnolo:
Conta per mille notti
e i bambini morti e i bambini
nascosti torneranno a casa adulti.
Shūji Terayama
*In copertina e nel testo: fotografie e fotogrammi tratti dalle opere di Shūji
Terayama
L'articolo Shūji Terayama, l’imperatore dell’underground proviene da Pangea.
Nel 1926 esce nelle sale cinematografiche giapponesi un film destinato a fare la
storia – pur perimetrato di enigmi. Il film s’intitola Una pagina di
follia (“Kurutta Ichipēji”), racconta – per allusioni e allucinazioni – la
storia del custode di un manicomio. Ex marinaio, costui svolge le proprie
mansioni per prendersi cura della moglie, afasica, internata dopo aver tentato
di uccidere sé e il figlio, neonato. L’uomo è roso dal rimorso; la figlia
grande, nel frattempo, tenta di sposarsi con un ‘buon partito’. Su tutto,
aleggia la demenza dei pazienti – una demenza, s’intuisce, sinonimo di cupa
sapienza.
Il film, fenomenale quanto spiazzante, ebbe un certo successo; sulle locandine
campeggiava l’icona di una maschera del teatro Nō – di quella si velano i folli,
in una delle scene più belle della pellicola. Inutile immaginare un film per
sequenze, secondo i caratteri della ‘trama’; Una pagina di follia è orchestrato
in modo maniaco, tra trafitture, visioni, flash – è un film ‘sperimentale’ i cui
temi di fondo sono di estasiata potenza. Provo a riassumerli in alcuni
interrogativi: che cos’è davvero la pazzia?; perché il potere, per esistere, ha
bisogno di ammutolire i ‘diversi’, di carcerarli, di cancellarli?; perché ogni
relazione ‘esclusiva’ si rivela, infine, elusiva?; che cos’è l’io, che cos’è
l’uomo sotto la coltre delle sue svariate maschere?
Diretta da Teinosuke Kinugasa – regista di alto talento: nel 1953 avrebbe vinto
il Gran Prix al Festival di Cannes con La porta dell’inferno –, Una pagina di
follia svanì presto dalle sale; la pellicola fu riscoperta, quasi per caso,
mutilata, emblema di un’era irripetibile, nel 1971. Oggi la si trova facilmente
in rete, dura poco più di un’ora – sconcerta ancora; anzi, in un tempo in cui
vincono le fiction che allettano il nostro desiderio di conforto, sbalordisce
più di allora.
Il dettaglio particolare è che il soggetto di Una pagina di follia è scritto da
Yasunari Kawabata, il grande scrittore, futuro Nobel per la letteratura. Il
film, in effetti, avrebbe dovuto fungere da manifesto della Shinkankakuha, la
“Scuola della nuova sensibilità” di cui Kawabata era il promotore. In reazione
alle forme artistiche tradizionali da un lato e alla “letteratura proletaria”
dall’altro, lo scrittore proponeva “una riflessione senza precedenti sul posto
che occupano le sensazioni nella vita degli uomini”. Kawabata sintetizzò gli
intenti della sua ‘scuola’ in una frase diventata emblematica: “se finora si è
sempre scritto ‘i miei occhi hanno visto rose rosse’, perché gli occhi e le rose
sono elementi distinti, i nuovi scrittori fondono occhi e rose scrivendo ‘i miei
occhi sono rose rosse’”. Cadono, insomma, tutti i filtri tra ragione e
ispirazione, tra realtà e immaginario, tra il disegno del testo e il colore: la
scrittura di Kawabata, in particolare – pensiamo al suo capolavoro, Il paese
delle nevi –, si struttura come un quadro impressionista.
In questa dinamica, la fusione delle arti – che è poi uno dei tratti specifici
del ‘modernismo’ – è fondamentale. Una pagina di follia esce sotto il marchio
della “Società di produzione cinematografica Shinkankakuha”: sarà il primo e
unico film prodotto da Kawabata e dai suoi sodali. Il soggetto dello scrittore è
bellissimo, fitto di pennellate liriche: è raccolto, per la traduzione di
Costantino Pes, nel ‘Meridiano’ Mondadori che raccoglieRomanzi e racconti di
Kawabata (2003). Ecco l’attacco:
“Notte. Il tetto di un ospedale psichiatrico. Un parafulmine. Un acquazzone.
Lampi.
Una ballerina danza leggiadra su un gaio palcoscenico.
Davanti al palcoscenico appaiono delle sbarre. Le sbarre di una cella.
Il gaio scenario si trasforma gradualmente nella stanza di un manicomio.
Anche lo splendido costume della ballerina muta gradualmente in un’uniforme da
ricoverato.
La ballerina pazza danza follemente”.
Il testo procede in questo modo per una ventina di pagine. Chi ha maneggevolezza
con la letteratura giapponese, ricorderà in questi modi – scabri, di violenta
espressività – la destrezza di Ryunosuke Akutagawa, il maestro di Kawabata (gli
ultimi esiti del suo addestramento, raccolti in Italia, ad esempio, in La ruota
dentata e altri racconti, Se, 2003).
Ecco un altro passo, di particolare intensità:
“La moglie giocherella con un bottone.
L’inserviente riappare.
La donna si volta. Si mette a dormire.
La pioggia batte contro la finestra.
Il bottone rotola sul pavimento.
Appaiono le acque scure di uno stagno.
L’inserviente ha l’espressione di chi è assorto in ricordi lontani.
Uno stagno scuro. Un neonato. L’inserviente all’epoca in cui era un marinaio, in
cerca di qualcosa sulla riva dello stagno. La moglie cerca di annegarsi, la
figlia la trattiene. Per errore, il bambino sfugge dalle braccia della madre e
cade nello stagno.
Espressione di intenso dolore dell’inserviente”.
È difficile trovare momenti in cui la scrittura compenetri così profondamente la
visione. Di solito, gli scrittori prestano la propria opera per la resa filmica:
in questo caso il regista realizza la scrittura di Kawabata.
Il cuore di Una pagina di follia, comunque, è rappresentato dalla ballerina che
“danza follemente”. Dall’inizio al termine del film, la ballerina, internata,
danza: è come se il mondo – cioè: il sogno; o l’incubo – esistesse a patto che
la ballerina continui a danzare. Che la danza – specie di scrittura in moto, di
corpo-verbo che dice danzando – sia legata al sacro, punto di giunzione – di
giunture/preghiere – tra uomo e Dio, è proprio di ogni tradizione. Il corpo che
danza, in qualche modo, sutura Dio nell’incanto; oppure lo scuce dal suo
risentimento, scuce tutte le ferite.
In particolare, Kawabata era affascinato dalle ballerine e dal mondo degli
“attori girovaghi”, con cui era entrato in contatto nel 1918: a quel mondo
dedica uno dei suoi racconti più noti, La danzatrice di Izu, pubblico nel
gennaio del 1926, quasi in concomitanza con le riprese di Una pagina di follia –
realizzate a Kyoto, sotto la continua supervisione dello scrittore. I
riferimenti, però, sono anche altri; in particolare, in quegli anni, due. Da un
lato, c’è Rainer Maria Rilke: sono diverse le poesie che il grande poeta dedica
alla danza; i Sonetti a Orfeo – testi ‘da ballare’, in questo senso
autenticamente ‘orfici’ – sono dedicati alla memoria di Wera Knoop, ballerina
morta ragazza; la quinta delle Elegie duinesi è dedicata ai “randagi eterni”,
gli artisti girovaghi, i saltimbanchi. Il riferimento decisivo, comunque, è
quello di William Butler Yeats. In Yeats, la poesia è, nel suo assoluto senso,
danza – è parola che infrange i limiti, in un sovrappiù del corpo: che incorpora
e scorpora. “Il fascino che esercitava su Yeats la danza: era il momento in cui
poteva essere superata la divisione tra Arte e Vita” (Anthony L. Johnson). In
una delle poesie più note di Yeats, The Double Vision of Michael Robartes –
raccolta nel 1919 in The Wild Swans at Coole – appare “una ragazza…/ che forse
aveva danzato per tutta la vita” e “danzando pareva/ quasi che nella danza
avesse superato/ il pensiero”. La danza impazzita, la figura della crazed
girl “che improvvisa la sua musica/ la sua poesia, danzando sulla spiaggia,/
l’anima divisa da se stessa”, saranno fondamentali nell’opera dell’ultimo
Yeats, dopo l’incontro con Margot Ruddock, l’attrice-musa, la pura ispirata,
autrice di un unico, enigmatico libro, The Lemon Tree(tradotto dalle nostre
edizioni come Vita, l’assalto), bellissima, presto svanita nei labirinti della
mente e reclusa in un istituto psichiatrico.
Eiko Minami, la ballerina che appare in Una pagina di follia
Le ispirazioni non sono peregrine: Kawabata traduceva dall’inglese, la “Scuola
della nuova sensibilità” si rifaceva, tra l’altro, alla psicanalisi e alla
letteratura mitteleuropea. In modo analogo a Yeats – ma da ‘orienti’ diversi –
anche Kawabata tentava un’unione tra la propria tradizione profonda (nel suo
caso, la poesia di Dogen e di Ryokan, il carisma del teatro Nō) e la cultura
occidentale. Yeats, a suo modo, fondeva le Upanishad ai canti irlandesi, il
“Celtic Twilight” alla scoperta – accaduta grazie a Ezra Pound – del teatro
classico giapponese.
Kawabata proseguirà la propria ricerca artistica entro i dettami di uno stile
rarefatto, fatto di coltellate di luce. La danza – come sempre – raffigurava, al
contempo, l’azione rituale e il moto che rompe le convenzioni; armonia e caos.
Resta da dire della ballerina che si vede, trasfigurata, quasi un burattino,
in Una pagina di follia. Si chiama Eiko Minami. Fu danzatrice di una certa fama,
con rare apparizioni in film dell’epoca. Fece una tournée in Manciuria che ebbe
vasta eco; nel 1939 – l’anno in cui muore Yeats – mutò nome, aveva aperto una
scuola di ballo. Era nata trent’anni prima, in febbraio. Da allora, di lei non
si sa nulla; ignota la data della morte – scomparve, forse, follemente
danzando.
L'articolo “La ballerina danza follemente”. Discorso intorno a “Una pagina di
follia”, un film impossibile proviene da Pangea.
> «“Ningen Sabaku”, deserto di umanità, è il termine che i giapponesi usano per
> indicare Tôkyô. Questa spaventosa e affascinante megalopoli inghiotte ogni
> anno molte migliaia di persone che svaniscono nel nulla come ombre».
>
> Dall’introduzione di Gian Carlo Calza(Longanesi & C., “La gaia scienza”,
> Milano, 1972)
Non potrò più né nominarla né pensala impunemente; né, sedendo su una spiaggia o
tra le dune di un ipotetico deserto, considerarla inerte – stupido! – e priva di
un vago senso di minaccia, latente o sopito. Dopo essere scivolato come in un
cratere terrestre dentro alle pagine de La donna di sabbia di Kōbō Abe, la
sabbia mi risuonerà negli orecchi per sempre come sinonimo di lavoro, di
schiavitù e di morte. D’ora in poi, non dimenticherò più d’annoverarla come il
quinto elemento naturale, di rilevanza mitica ai miei occhi, al pari dell’acqua
e del fuoco, dell’aria e della terra.
Considerata statica e arida, alla luce di questo romanzo, insignito del Premio
Unesco quale “opera rappresentativa” del patrimonio letterario universale, la
sabbia diventa agente dalla volontà autonoma, penetrante, umida e corrosiva;
un’entità bifronte con cui è meglio non averci niente a che fare. Capace di
spingersi fin dentro ai reconditi anfratti dell’animo umano, in grado di
impossessarsi della dimensione materiale e immateriale del mondo, essa è in
perenne movimento, e si sposta, e muta d’assetto, pur preservandosi, nella sua
primitiva e spietata essenza, uguale a sé.
Questo eterno nomadismo la rende cosa assolutamente viva e, allo stesso tempo,
ne decreta un carattere ostile verso qualsiasi altra forma di vita che presso di
essa tenti di insediarsi.
> “La sabbia non si riposa mai. Senza rumore, ma con certezza, invade la
> superficie della terra distruggendola a poco a poco… L’immagine della sabbia
> che continua a spostarsi dette all’uomo uno choc indicibile e lo eccitò.
> Pareva che la sterilità della sabbia non fosse semplicemente dovuta alla
> siccità, come viene interpretata in genere, ma alla sua mobilità perenne che
> rifiuta la presenza di ogni forma di vita dentro di sé. Quale sollievo se si
> pensa al senso opprimente che comporta ogni realtà di questo mondo, che ci
> costringe persistentemente a rimanerle aggrappati! Certo, la sabbia non crea
> un ambiente adatto per la vita. Ma è davvero assolutamente indispensabile
> stabilirsi in un luogo per vivere? Non è forse il desiderio di stabilirsi in
> un luogo che dà il via a quella concorrenza obbrobriosa tra gli esseri
> viventi? Se uno rifiutasse di stabilirsi in un luogo e si lasciasse andare
> insieme ai movimenti della sabbia, non ci sarebbe più la possibilità di
> concorrenza.”
L’insegnante Junpei Niki, entomologo amatoriale, decide di trascorre le ferie
andandosene a caccia di nuove specie di insetti. In particolare, spera di
scoprire un inedito esemplare di cicindela che, secondo le sue supposizioni,
sopravvive negli habitat sabbiosi e di poter così iscrivere il proprio nome, a
futura memoria, negli elenchi delle enciclopedie specializzate. Approda perciò
in uno sperduto villaggio di campagna, in un’ampia zona desertica del Giappone.
Al calar del sole, su una delle centinaia di dune che assolvono al compito di
omologare visivamente il paesaggio circostante, l’uomo viene avvicinato da un
vecchio che, malgrado un primo approccio brusco e diffidente, gli offre poi
ospitalità notturna presso una delle case del villaggio. Ingannato
dall’apparente buona fede del vecchio, l’uomo (definito genericamente “uomo” per
l’intero arco del romanzo e quindi, privato dell’identità nominale, già relegato
in qualche misura allo status di persona scomparsa) si lascia guidare presso la
dimora promessa.
La casa è costruita sul «basso ventre» di una buca enorme, scavata per decine di
metri nella sabbia. A sporgersi dal bordo, della casa in basso s’intravedono
soltanto il tetto e il porticato pencolante. Nient’altro. Il vecchio lo invita
allora a calarsi tramite una scaletta di corda, prontamente allestita, e,
nonostante le perplessità iniziali che nutre, l’uomo decide di dargli ascolto.
Cosa mai potrà succedermi, sembra pensare lui mentre affonda volontariamente
nella buca, sono Junpei Niki, nato il 7 marzo 1927, ho una compagna, amici e
colleghi, ho regolare contratto di lavoro con l’istituto scolastico, faccio
parte di cerchie rispettabili e di una più ampia, e anch’essa assai
rispettabile, società civile; sono oggetto di tutele da parte del sistema
sanitario nazionale e protetto dai codici giuridici di molti tribunali, ai quali
posso fare appello in caso di controversie o, dio non voglia, di atti di
violenza.
Ma non appena mette piede sul fondo della buca, il vecchio ritira su la
scaletta. Con essa non svanisce soltanto la possibilità fisica di tornare
al conforme mondo di fuori, ma scompaiono le ferree convinzioni su cui quel
mondo si ergeva, tanto inamovibile e sicuro. È l’innesco dell’incubo.
> “Alla vista della donna, l’uomo rimase senza fiato dimentico del dolore negli
> occhi. La donna era completamente nuda. Nella visione offuscata dalle lacrime
> la donna sembrava galleggiare nell’aria come ombra. Supina sul pavimento di
> giunco intrecciato, era distesa con l’intero corpo completamente nudo, salvo
> il viso, una mano leggermente appoggiata sul basso ventre, gonfio sotto la
> vita ben tornita. Le parti che rimanevano abitualmente nascoste erano esposte,
> mentre il viso, la parte che nessuno ha paura di mostrare agli altri, era
> accuratamente nascosto sotto un asciugamano. Comprensibilmente, era per
> difendere dalla sabbia gli occhi e l’apparato respiratorio, ma il contrasto
> parve far risaltare la nudità del corpo. Per di più, tutta la superficie del
> corpo era ricoperta da un velo finissimo di sabbia dai granuli minuscoli. La
> sabbia celava i particolari del corpo mettendo però in rilievo le curve
> tipicamente femminili; tutto sembrava una statua argentata di sabbia.”
Nella casa in fondo alla buca, abita una donna anonima, tanto remissiva nel
privato quanto assoggettata alle logiche sistemiche perverse del villaggio che
sopravvive anche grazie al suo faticoso e insensato lavoro di spalare la sabbia,
in cambio della razione giornaliera d’acqua e di cibo. La donna accoglie l’uomo
con sospetto. Rifà il letto, in silenzio. Prepara l’acqua calda in bollitori
infestati di sabbia, in silenzio. Il suo mutismo è un’omissione volontaria della
verità. Non sa quanto, se e come aprirsi con il nuovo venuto. E tra i due
s’insinua una tensione prima verbale, fatta di continue richieste da parte
dell’uomo – perché, come mai, che succede – che la donna, evasiva, lascia
inesaudite. Poi questa stessa tensione si gonfia e si ramifica in una necessaria
attrazione sessuale – magnifica qui l’associazione di Kōbō Abe tra la copula e
una fredda redazione d’incartamenti, di atti notarili e di certificati, immagine
che desublima l’attività “scandalosa” a mero scambio di liquidi
corporei, burocratizzato e su cui, conclusa la transazione, apporre un timbro di
visura. I due esseri umani, come ologrammi, appaiono a un tempo naufraghi e
reduci, esiliati e proscritti da un mondo tentacolare che non ne contempla la
morte, e li alimenta, soltanto per ragioni d’opportunismo.
Il vecchio, infatti, cala nella buca una pala per «il nuovo arrivato». Quella
pala è il contrassegno che suggerisce all’uomo d’integrarsi bonariamente, senza
scalpitare; è l’utensile attraverso cui siglare un accordo di lavoro che lo
renderà utile agli occhi della comunità del villaggio e perciò degno d’essere
mantenuto in vita. La cosa appare all’uomo del tutto assurda ed è qui, ai primi
vagiti della sua disperazione, che inizia a franare il muro tra la realtà
finzionale e la realtà del lettore, che patisce la deriva del protagonista in
queste infinite onde – di sabbia. La sprezzante, delicata e ultra-nichilista
metafora intessuta dall’autore ha come obiettivo, mai dichiarato, di accorciare
le distanze tra i due piani, di far sì che quella sabbia onnipresente possa
strisciare fuori dalle pagine e mettersi lentamente a consumare, a logorare e
infine a sgretolare le certezze, i pilastri santi e intoccabili su cui un
individuo strutturato del nostro tempo crede di fondarsi.
> “Nessuna notizia indispensabile. Una torre di illusioni costruita con mattoni
> inesistenti, messi su da mani disordinate. Se, tuttavia, le notizie fossero
> state tutte indispensabili, la realtà sarebbe stata come un oggetto di vetro
> soffiato, così fragile da non poterlo toccare con le mani. In fin dei conti,
> la vita quotidiana è piena zeppa di cose illusorie. Per questo, tutti,
> consapevoli del non senso delle proprie azioni, fissano il centro del compasso
> nella propria casa.”
Chissà com’è il mondo quando non ci siamo. Le cose distanti si ammantano di un
fascino inaudito, allattando desideri e fantasmagorie, e quelle vicine, facili
da afferrare o di cui si è già in possesso, vengono ricacciate nella vasta cesta
della noia e declassate d’ufficio tra i fumi dell’abiura. È così che all’uomo,
di fronte alla tanto agognata possibilità di fuggire concretamente dalla buca,
si spegne in gola, tra le irritazioni causate dalla sabbia ingerita, anche
l’ultimo desiderio.
> “Guardando in su verso l’orlo della buca, messo in rilievo dal chiaro della
> luna, l’uomo pensò che quel sentimento bruciante si chiamava forse gelosia.
> Geloso delle vie cittadine, dei treni che trasportavano i lavoratori, dei
> semafori agl’incroci delle vie, della pubblicità sui pali della corrente,
> delle carogne dei gatti, delle farmacie dove vendevano anche le sigarette,
> geloso di tutto ciò che esprimeva la densità della vita sulla terra. Come la
> sabbia aveva intaccato le pareti interne di legno e i pilastri, la gelosia
> l’aveva trafitto lasciandogli un buco nel corpo, rendendolo vulnerabile come
> una pentola vuota messa sul fornello. […] Benché si trovasse tuttora in fondo
> alla buca, l’uomo si sentiva ormai come in cima a una torre altissima. Forse
> il mondo era stato capovolto e le sue vette e le sue valli erano state
> rovesciate.”
La donna di sabbia è una violenta e dolorosa presa di coscienza dell’infamante
condizione umana, dibattuta tra il giogo della fame e quello del lavoro. Uno
spettacolo di marionette in cui si intuiscono chiaramente sia i fili di
controllo sia le dita del burattinaio. E l’aspetto più desolante è che tutto,
all’interno e all’esterno della narrazione, risulta strettamente normale,
normato.
Uomini e donne che, oggi ancor più che nel 1962 (anno della prima edizione
giapponese), vengono filati su un telaio dalle trame geometriche, ripetitive e
conformiste. Colui che fu insegnante e ossequioso contribuente all’erario, è
adesso, per sempre e soltanto, un uomo che aderisce, suo malgrado, all’utero di
terra a cui non sapeva di appartenere. Qui, non c’è un viaggio di ritorno. Qui,
non esiste caverna platonica che regga. Ogni azione porta al seppellimento
della precedente fino a che non si avrà più nemmeno voglia di muovere un
muscolo. Dentro o fuori la buca, fa lo stesso. Misurati sulla bilancia gli
esisti della propria esistenza, è semmai il fuori a risultare posticcio e
inflazionato. Presso quale illusoria idolatria decideremo di sacrificare
interamente i nostri giorni? Con quali scuse, per esserci lasciati traviare
dalla nostra natura, ci accosteremo all’estremo respiro? Con quante e quali
convinzioni, giuste o sbagliate, ma necessariamente indotte dall’esterno,
moriremo infine? Da dèi invincibili e onnipotenti, a umilissimi insetti che in
sé non sono capaci di covare altro che il germe di un servilismo degno del più
belante ovile.
P.S. Questo libro è sconsigliato ai convinti sostenitori della propria univoca
postura nel mondo, ai patrocinatori delle campagne per l’installazione di nuove
piante sulle scrivanie al fine di abbellire le forche impiegatizie dette
uffici, agli zelanti conferenzieri della logica usuraia del lavoro che dà il
pane ed esige la vita, ai trombettieri del «bisogna immaginare Sisifo felice»,
puah!, ai carcerieri inconsapevoli di quelle gabbie, mentali e non, che mai
risultano dorate abbastanza e che pure elargiscono soddisfazioni a iosa,
mascherando la prigionia con l’autoaffermazione, la schiavitù con la libertà; e,
va da sé, scoraggio dalla lettura gli entomologi principianti.
A ciascuno la propria pala, che di sabbia, e di buche in cui rintanarsi, ne è
pieno il mondo. Le manovre per scavarci la tomba sono iniziate da un pezzo.
Siamo in ritardo. Non demordiamo!
Vincenzo Montisano
L'articolo Manovre per scavarci la tomba. Kōbō Abe o del deserto della nostra
umanità proviene da Pangea.
Della poesia giapponese sorprende il contrasto senza mediazioni. Ciò che è lieve
– il più misero sussulto del cuore – è in grado di flettere un astro, di fendere
una montagna. Il velo nasconde una tigre; il cuore remissivo, devoto agli
stracci, estrae da sé un ruggito. Allo stesso modo: che differenza c’è tra il
vento che scuote l’erba e la spada che in frusciando ti decapita?
Che violenza l’haiku: poesia-libellula, che è come l’ultimo respiro. Rivelazione
che resta nella cruna dell’orecchio; si cammina a piedi scalzi. Povertà di
parole che rende angusto l’accesso, fa esplodere all’infinito la possibilità
delle interpretazioni.
Se poi si parla di poesia giapponese scritta da donne è come se il contrasto si
esasperasse. Appena letti, i versi paiono sparire, come neve tra le mani; allo
stesso tempo, permangono imperituri, come il marmo – ogni poesia è un compito da
adempiere. Imperiale è la presenza femminile nel canone nipponico: geishe,
cortigiane, femmine relegate nell’ombra, nella clausura del verbo; sono le donne
– da Murasaki Shikibu e Sei Shōnagon in poi, fino a Yosano Akiko e a Fumiko
Enchi – ad aver forgiato la letteratura di laggiù. Gioco d’astuzia tra i
paraventi, sortilegio di una lingua che fu labirinto e laboratorio. Alla legge,
un legiferare tra i pettegolezzi.
Nel 1977 Kenneth Rexroth, l’intrepido poeta statunitense, raccoglie come Woman
Poets of Japan, un’antologia di settantasette poetesse giapponesi, dall’epoca
classica – la principessa Nukata, vissuta nel VII secolo – ai nostri giorni (la
più giovane installata nel libro, Mieko Kanai, è nata nel 1947). È un lavoro a
suo modo straordinario – di cui in calce abbiamo riferito alcuni estratti –
edito da New Directions e frutto di una antica consuetudine di Rexroth con la
poesia estremorientale: nel 1955, sempre per New Directions, aveva curato One
Hundred Poems from the Japanese. Poeta estroso, dal polimorfico ingegno, è una
gioia leggere Rexroth: si è occupato, con impareggiabile maestria e ‘orecchio’,
di poeti dell’antica Cina e della Grecia classica, di William Blake e di Van
Gogh, di gnosticismo e di Matteo Ricci, il gesuita che fu missionario in Cina
nel XVI secolo. In qualche modo – in spregio agli accademismi, con l’arguzia
dell’avventuriero – Rexroth ha continuato l’opera avventuriera inaugurata da
Ezra Pound. In Italia, tolto il mio amico Flavio Santi – che di lui ha tradotto,
nel 1999, per Marcos y Marcos, Su quale pianeta –, Rexroth fa quasi la parte del
paria; InternoPoesia ha da poco pubblicato come Lasciati celebrare una selezione
di poesie, a cura di Francesco Dalessandro: speriamo sia l’inizio della
rivalutazione di questo poeta ‘totale’.
In un saggio del 1958 – The Poetry of the Far East in a General Education –
Rexroth lamentava la mancanza di cultura poetica in generale e di quella
orientale in particolare nei vasti programmi scolastici di educazione delle
masse.
> “È curioso che l’intero programma umanistico diffuso nei nostri giorni ignori
> la letteratura orientale e la poesia lirica. L’unica poesia che il nostro
> sedicente risveglio umanistico sembra ammettere è quella epica e drammatica.
> Nulla potrebbe differenziarci di più dai paesi dell’Estremo Oriente dove, per
> tradizione, la poesia ha un’importanza primaria nel curriculum di un uomo
> colto. Insieme ai trattati filosofici e a quelli che riguardano etica e
> sociologia, la poesia è la base dell’educazione classica. Chiunque legga,
> oggi, i quotidiani giapponesi si stupirà nell’osservare che ai concorsi di
> poesia partecipino banchieri e statisti, diplomatici, generali e membri della
> famiglia reale. D’altronde, funzionari di corte, imperatori e maestri della
> guerra sono tra i maggiori poeti del canone giapponese e cinese”.
Al di là di questo aspetto – che rientra nella dizione: ‘poetica della politica’
– Rexroth fa un’osservazione non dissimile da quella che Iosif Brodskij avrebbe
fatto dal pulpito del Nobel trent’anni dopo:
> “Il valore della poesia nell’educazione risiede in questo: aiuta a rispondere
> alla vita in maniera più profonda, vasta, intensa. È la poesia a renderci
> uomini completi, compiuti. Ciò non significa che saremo uomini migliori –
> questo dipende soltanto da noi, è ovvio – ma che, avendo familiarità con la
> poesia, sapremo affrontare la vita e i suoi problemi, le relazioni con le
> persone e le cose, in maniera universale”.
La pratica della traduzione è disciplina ‘marziale’ necessaria per affinare il
proprio estro, estromettendo gli eccitamenti del mero io:
> “Quanto si perde nella traduzione dell’originale orientale? In un certo senso,
> tutto; in un altro, nulla. Il lavoro di traduzione della poesia cinese e
> giapponese, proprio perché si tratta di poesia per lo più intraducibile, ti
> obbliga a essere un poeta pienamente occidentale. Eppure: ti purifica dai vizi
> della poesia occidentale. Realizza in un colpo solo i vari programmi delle più
> svariate rivoluzioni poetiche del XX secolo: i manifesti imagisti e
> oggettivisti e così via devono essere introiettati per tradurre in maniera
> decente la poesia estremorientale. Non puoi tradurre con superficialità la
> poesia giapponese: è troppo sottile, degenererebbe nel più sdolcinato
> sentimentalismo”.
In Rexroth, la pratica del tradurre è una specie di via spirituale, di devozione
alla ferocia:
> “Una sensibilità abissale verso i moti dell’uomo, i suoi problemi morali,
> sociali, spirituali, connessi all’universo vivente, sono il messaggio
> fondamentale della poesia dell’Estremo Oriente. Questo costringe il
> traduttore, se non vuole svanire in versi pseudo-immaginifici e tediosi, in
> fondo banali, ad approfondire le proprie radici, a raccogliersi nelle proprie
> tradizioni umane, ad avvicinarsi agli altri nei loro fondamenti, a tutti gli
> uomini come parte della vita universale. Troppo spesso in Occidente tendiamo a
> crederci soli di fronte a un cosmo inanimato, insensato, neutro. Da qui,
> l’esistenzialismo e l’idea di un’anima individuale al cospetto di un creatore
> solitario (i teologi esistenziali) o di fronte al nulla (Sartre & la sua
> banda). Il dilemma esistenziale non esiste nella poesia di Tu Fu come nella
> poesia di Francis Jammes. L’uomo è a casa sua in questo mondo. Dal momento che
> ci impegniamo a rendere questo pianeta sempre meno simile a una casa,
> qualsiasi propedeutica che ci faccia sentire bene al mondo, che nomini le cose
> nel loro umano essere, ha un valore inestimabile”.
Non so quanto sia certo di questo irenismo – che è poi più che altro un eroismo.
Di certo, vorrei essere al cospetto di una di queste poetesse giapponesi vissute
una manciata di secoli fa: sussurrare parole artigliate contro i paraventi,
confinarmi tra versi cifrati, dare fioritura alla notte, chiamare civetta
l’ultima lanterna, avidità la luna che come untore appesta il nostro dire, il
nostro ardore.
***
Poetesse giapponesi
Imperatrice Jitō
(645 – 703)
Sfiorisce primavera
forse è già estate: bianche
lenzuola al sole presso
la Collina del Profumo Celeste.
*
Per la morte dell’imperatore Tenmu
Allora anche il fuoco
può essere soffocato
e recluso in una cassa.
Per questo, ora voglio
incontrare il mio signore
morto da poco.
**
Kasa no Iratsume
(VIII secolo)
I celesti sono irragionevoli:
davvero potrei morire
senza incontrarti mai più?
A sera il dolore mi travolge:
vedo un fantasma che dice
le stesse cose che dicevi tu.
**
Shirome
(X secolo)
Se fossi certa
di vivere per sempre
non piangerei ogni volta
che mi separo da te.
**
Fujiwara no Michitsuna no Haha
(935 – 995)
Sospiro, non riesco a dormire:
dimmi quando piomberà l’alba.
Quando soffia il vento
lo interrogo: non ha responsi
ma dilania le ragnatele
che accecano il cielo.
**
Akazome Emon
(956 ca. – 1041)
Sarebbe stato meglio
dormire e disertare la veglia
piuttosto che attenderlo
inutilmente fino alla fine
del plenilunio.
**
Ise no Taifu
(989 – 1060)
Nel lago imperiale l’acqua è limpida
da così tante generazioni che puoi
riconoscere la radice sul fondo:
sono grata di essere stata scelta
nonostante le mie umili origini.
*
Solo la luna del mattino
si annuncia nella mia stanza:
nessun amante in vista.
**
Dama Sagami
(XI secolo)
La notte è ferita
dai lampi, ma dov’è
quel miraggio
che ho appena
intravisto, di schiena?
**
Principessa Shikishi
(1149 – 1201)
La vita è un filo e attraversa
le mie gioie – spezzati!
spezzati ora!
La debolezza mi rende
docile: se vivrò ancora
finirò per svelare i miei
segreti amori.
**
Yokube
(XII secolo)
Ti sei rasato il cranio:
come posso compatirti?
Le corde del tuo cuore
sono intoccabili
come quelle di un arco:
seguendo la tua Via
mi sono fatta monaca.
**
Abutsu-Ni
(1209 – 1283)
Il mio cuore è nascosto
è come il più profondo burrone
della montagna: forse una lucciola
si è accesa.
**
Kawai Chigetsu-Ni
(1632 – 1736)
Locuste
cinguettano nelle maniche
di uno spaventapasseri.
*
I gatti amoreggiano nel tempio
ma se un uomo e una donna si accoppiassero
in questo luogo, la gente urlerebbe allo scandalo.
**
Fukuda Chiyo-Ni
(1703 – 1775)
Cacciatore di libellule:
fin dove hai
vagato oggi?
*
Cuculo!
Cuculo!
Mentre meditavo
su questo tema
si alzò il sole.
**
Enomoto Seifu-Jo
(1731 – 1814)
Dormono tutti:
nulla si frappone
fra me e la luna.
*
Yosano Akiko
(1878 – 1942)
Speri sempre, mio cuore:
per questo sempre accendo
una lampada al crepuscolo.
*
Come il sole è il mio cuore:
l’oscurità lo annienta
la pioggia lo divora
il vento lo bastona.
**
Chino Masako
(1880 – 1946)
Ho osato rivelarti
il mio amore: ora
mi nascondo nella luna
è notte, è primavera.
**
Baba Akiko
(1928)
Non conosco madre
non sarò mai madre.
Sorridiamo al sole
io e una bambina senza volto.
*
Autunno: le parole fanno il rumore
dell’ascia – ho un demone dentro:
vuole alzarsi, andarsene.
**
Mitsuhashi Takajo
(1899 – 1972)
Cantano gli uccelli:
i morti vagano
sulle pianure del mare.
**
Yagi Mikajo
(1924)
L’utero del bosco
è nel fiore: le sue
branchie respirano.
*
Le gambe di un maratoneta
si aprono e chiudono come
monaci sotto una cascata.
L'articolo “Finirò per svelare i miei segreti amori”. Rassegna di poetesse
giapponesi proviene da Pangea.