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“Himalaya della mente”. Daniel & Cecil Day-Lewis: una storia (poetica) di padri & figli
Ho visto Anemone. Daniel Day-Lewis è tornato a recitare dopo otto anni, dopo Il filo nascosto (2017). La prova – come sempre – magnetica, da dolmen del cinema. Daniel Day-Lewis è stato diretto dal figlio Ronan: la storia inscena un rapporto ambiguo, in assenza, tra un padre e un figlio. Il padre – più che altro: l’energumeno simbolo del Padre – vive da solo, nei boschi; conosce l’arte dell’uccidere più che quella di amare – coltiva anemoni in memoria (guarda caso) del padre. In fondo, è la storia di una discendenza – dunque, di una teogonia. Ogni paternità, in effetti, è la messa al mondo di un dio.  Anemone non mi pare un brutto film; non ha ricevuto recensioni entusiasmanti – non è questo il punto. È un film-feto, un film ancora acerbo.  Mi piacciono le storie dei padri e dei figli.  Ogni relazione di questa stoffa è sempre evangelica: ha la croce addosso. È una relazione ambigua e sghemba – che non tiene canoni né decaloghi. Un padre – dicono alcuni – si onora uccidendolo. Alcuni figli sono tumulati nel mito del padre, ne sono zittiti con corde in bocca. Alcuni, rari padri riesco a liberare i figli dalla propria ombra. Esistono figli che primeggiano sul totem paterno: pensiamo a Paolo Maldini, neo-eletto direttore tecnico della Nazionale. I figli detronizzano i padri (Zeus), ne recitano l’ombra (Telemaco) e la tragedia (Assalonne); li superano (Salomone). Dare valore a un’eredità significa, forse, spezzarla; quando recitiamo il Pater noster cosa stiamo masticando, a quale pasto ci apprestiamo? Un secolo fa, il poco più che ventenne Cecil Day-Lewis conosceva Wystan H. Auden, diventandone il più talentuoso discepolo. Frequentavano il Wadham College a Oxford. Il papà di Cecil, Frank, era rettore della Chiesa d’Irlanda; il ragazzo era nato a Ballintubbert, ameno villaggio irlandese; la famiglia aveva ascendenze inglesi. Nel ’28 Cecil si unì a Constance Mary King; nel frattempo allestiva il libro d’esordio. Transitional Poem – di cui in calce si traducono alcune lasse, finora inedite in Italia – esce nel 1929, col numero 9, nella collana ‘Living Poets’, diretta da Dorothy Wellsley per la Hogarth Press dei coniugi Woolf.Secondo il poeta, “Il tema centrale del poema è la mente. Il poema è diviso in quattro parti, che raffigurano quattro fasi dell’esperienza umana alla ricerca della risolutezza mentale. Una catabasi nella mente che pretende un mutamento, una sorta di progresso dello spirito. Per quanto sia possibile definire questi aspetti, essi sono (1) metafisico (2) etico (3) psicologico; il quarto mette in relazione l’impeto poetico con l’esperienza nel suo complesso”. Nel testo, Cecil Day-Lewis cita Spinoza, John Donne, Dante, Henry James, la Bibbia. Ciascuna sezione del poema è inaugurata dall’epigrafe di alcuni autori-faro: il poeta latino Massimiano; Walt Whitman; Herman Melville; W.H. Auden. Al netto delle spiegazioni – vaghe e indefinite – dell’autore, il poema è, al contempo, onnipotente e leggiadro; mostra una varietà stilistica da istrione e un’intelligenza esuberante. È vero: in controluce si vedono (nell’uso statuario e statico delle immagini, nella continua combinazione di elementi ‘volgari’ e concetti filosofici), i maestri di Cecil (Auden e Thomas S. Eliot); l’opera – dedicata all’amico R.E. Warner, poeta e romanziere che all’epoca insegnava in Egitto – è acerba, ma proprio per questo elettrizzante. Negli anni, Cecil Day-Lewis – eccellente traduttore di Virgilio e di Paul Valery – troverà una postura poetica più candida, callida, quieta, drappeggiata di ironia: un tono ‘medio’, risoluto e grato, che gli permetterà, nel 1968, di essere eletto da Sua Maestà Elisabetta II ‘Poet Laureate’ del regno. In Transitional Poem – un poema, appunto, ‘transitorio’, ‘di passaggio’, cioè scritto in fuga – resiste qualcosa di irriverente, un candore ingenuo e brigante.  Cecil Day-Lewis – insieme a Robinson Jeffers la vera colonna dei ‘Living Poets’ – scriverà tanto, di gusto, nel giusto: non raggiungerà mai più questa vastità d’intenti. Che poi il poema, in fondo, sia un poderoso fallimento, una specie di stella cometa, è il suo bello.  Cecil Day-Lewis, Jill Balcon e Daniel nel 1968 Ma torniamo al tema determinante. Transitional Poem è un poema che omaggia i padri distaccandosene; al cero acceso segue il rasoio-roveto. Un poema è sempre un buco nella parete, è il vanto del ladro. Dopo vent’anni di matrimonio, Cecil incontrò Jill Balcon, attrice di folgorante bellezza, di vent’anni più giovane di lui. Divorziò dalla prima moglie. Al matrimonio con Jill seguirono due figli; il più giovane, Daniel Day-Lewis nacque il 29 aprile del ’57: due giorni prima Cecil compiva 53 anni. Alcune fotografie ritraggono padre-e-figlio in istituzionali gesti di affetto: Cecil morì nel 1972, l’anno prima, quattordicenne, il figlio aveva esordito al cinema come comparsa, in Sunday Bloody Sunday di John Schlesinger. Lo pagarono due sterline per spaccare un paio di auto: l’esperienza gli parve meravigliosa. Il padre lo fissava sempre da una distanza remota, da lontano, conferendo ai gesti del figlio un’aura mitica. Le leggende si costruiscono sempre da una sorta di distanza di sicurezza – poi, anche la leggenda va sfinita e sfatata, finché non restano qualche cane da caccia, un cassetto vuoto, una lettera sul letto.  **  Da Transitional Poem 13 Può forse una talpa censire le stelle? Il firmamento non  le sbriciolerà la testa.  L’uomo che s’insinua nell’incavo della donna trova una tana notturna troppo vasta per un enigma: mentre colui la cui preghiera puntella il sistema stellare nei possedimenti di Dio non ha alcuna difficoltà.  Così io, forse,  né talpa né mantide delle costellazioni vedo soltanto le lacune le lacerazioni.  * 18 Alla mia destra: alberi, sinuoso rivo che scorre impervio come anaconda  verso i soli autunnali; i rami sono vipere  si contorcono per scrollarsi via l’estate.  Qui c’è il prato troiano, lì lo Scamandro e io, Achille fantoccio, sento il dio-fiume che si issa per sbriciolarmi e una malinconia serpentina mi morde il calcagno. Alla sinistra: la città celebre in pettegolezzi e tolleranza. I vecchi corrono ovunque cercano la realtà, cercano l’alca con un retino per farfalle. I giovani ingrassano urlano a Elena al ristorante deridono Elena dai ripari monastici.  Il ragazzo Achille, che conosce Elena da tempo per amarla o disprezzarla, la fissa accigliato.  Tra il rivo e la città, piramidi di sporcizia testimoniano una norma di fumanti fetori. Guarda! La patetica pira dove i Troiani tengono le prede al riparo della vendetta del tempo: vecchie reti per farfalle, divani adatti agli amanti –  mobilio fuori moda. Così il fuoco sventra i campioni del vero: così Troia crema i suoi morti e ascende alle altezze.  Svegliatevi, Greci, inneggiate alla felicità della norma! Che Achille si trovi un lavoro: la sete di sangue tornerà ancora a sfamarvi flottando sui campioni che non sono ancora morti.  Se Scamandro si impenna e azzanna questo anello di rifiuti infuocati, ogni furia si smorzerà. Eroi, siete salvi nei puerili dintorni del Dio infernale dei re e degli schiavi.  * 29 Himalaya della mente impossibile possesso: abissi e omissioni  tra te e il tuo Everest. Chi cataloga vette su vette soddisfi il suo desiderio: puoi mungere il granello di neve? puoi ingoiare l’adamantio?  Preferisco il gallo domestico che razzola nel cortile e becca il grano: il suo canto acquazzone annuncia un’alba privata. L’altro uccello, altrettanto sagace gira in tondo smarrito dove lunghe onde si spalleggiano verso il magnetico continente.  “Queste rocce irrompono nella nostra gloria”: gesticolano al sole e si spezzano le onde, furtive e tumide, poi si coagulano e continuano la marcia.  L’onda avanza; l’Assoluta Scogliera irresponsabile la respinge; indugia, striscia; dove l’assalto fallisce l’attrito lascia tracce.  L’uccello non vede nulla plana indifferente, vaga di rupe in rupe in mezzo all’oceano in cerca di cirripedi e strascichi d’alga.  * 30 Nell’era caotica tanto mi bastava –  la sua bellezza che solca  la pagina e si fa poesia.  Ora la crosta è cotta la piena è tenuta a balia le montagne hanno forma e l’aria il proprio regno.  Nulla permane e brucia se non nella sacra collina che nelle vene serba il principio del fuoco.  Ma il fuoco non slaccia  le stelle dalla loro orbita: oggi brucia per compiere vane moine sulla città.  Resta questo torbido canale che si stringe notte dopo notte.  Basta un’ora per esaltare il giubileo della luce,  per mostrare che bellezza è un moto della mente un oscuro capriccio sconfinato o al confino.  * 34 Il falco crolla dal cielo lima lo sguardo sull’orizzonte a coltelli converte l’indagine in preghiera.  Indovina la preda rannicchiata nel sottosuolo, impara  a mantenere le distanze per  spogliare la terra dei suoi vuoti. Poi trebbia l’aria, fiero della sua meditazione finché la verità della valle e dei colli non si fa evidente.  O la piccola allodola che ara l’aria con il canto senza chiedere condoni primaverili al tramonto: di notte entra nell’albero prescelto: il celebre cantore torna nell’anonimato.  Così, dal picco dell’estate entro nella mia pace le ali hanno per premio la notte il canto può cessare.  Cecil Day-Lewis *In copertina: Daniel Day-Lewis e Juliette Binoche in “L’insostenibile leggerezza dell’essere” (1988) L'articolo “Himalaya della mente”. Daniel & Cecil Day-Lewis: una storia (poetica) di padri & figli proviene da Pangea.
July 18, 2026 / Pangea