> “Il paradiso geme al fondo della coscienza, mentre la memoria piange.”
>
> Emil Cioran
> “Tuttavia possiamo noi respingere dal nostro spirito ciò che tante
> intelligenti generazioni vi hanno riversato di buono e di funesto? L’ignoranza
> non s’impara.”
>
> Gérard de Nerval
L’uomo è un animale vago, preda di una dualità straziante. Due monarchi vicini,
due vittime sole: l’io e il pensiero. Due entità che si amano e si danno
battaglia – litigandosi lo stesso corpo, la stessa persona entro cui si
alternano e per cui tra loro baccagliano: «questi nemici ereditari: il vero
sangue e il sangue intellettuale. E non bisogna immaginare che il vero sangue
sia così semplice come sembra, né che il sangue intellettuale sia così rosso
come si dice»[1]. Il primo articolo che Cortázar firma per la rivista “Sur” di
Victoria Ocampo s’intitola Muerte de Antonin Artaud, è pubblico sul numero 163
della rivista, nel maggio del 1948. Qui, lo scrittore argentino, parafrasando,
scrive che Artaud sospettava che la sua follia fosse la testimonianza
dell’eterna lotta tra il millenario homo sapiens e quell’altro che balbetta nel
profondo, e lotta nel tentativo di coesistere e di confluire nella fusione
totale. Insomma, Artaud, così come ogni altro autentico poeta, è stato
quest’aspra battaglia, l’espressione di un massacro, l’andare e venire tra l’Io
e l’Altro, il tedioso pilastro del ponte su cui marciano nel loro ininterrotto
andirivieni. Queste due inconciliabili parti, fra loro inseparabili, infestano e
fondano il medesimo io, costituendone la soggettività e l’intimo balbettio
creatore: «è troppo per un cervello solo!»[2].
Julian Jaynes, psicologo sperimentale di formazione e professore di psicologia
alla Princeton University, pubblica, nel 1976, un libro singolare: Il crollo
della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Che cos’è la coscienza?
Jaynes risponde a questa domanda attraverso un suggestivo intreccio tra
neurofisiologia, teoria del linguaggio e storia. La sua analisi muove dalla
divisione del cervello in due emisferi, e arriva a dimostrare che le differenze
degli emisferi nella funzione cognitiva riflettono le differenze fra dio e uomo.
Mentre la maggior parte delle funzioni per noi essenziali sono rappresentate
bilateralmente, le aree del linguaggio si trovano tutte nell’emisfero sinistro,
il quale, tendenzialmente, presiede al linguaggio e domina la vita cosciente.
Che funzione ha o ha avuto, allora, l’altro emisfero? Chi ha abitato o continua
ad abitare quell’emisfero muto? Jaynes sostiene che l’emisfero destro sia stato
abitato dalle voci degli dèi e che la struttura della mente bicamerale spieghi
la nostra irriducibile divisione in due entità:
> «la natura umana era scissa in due parti: una parte direttiva chiamata dio, e
> una parte soggetta chiamata uomo. Nessuna delle due parti era cosciente»[3].
Non è tutto qua; Jaynes si spinge oltre e asserisce che i due emisferi possono
presentare un comportamento indipendente: «nel nostro modello di cervello della
mente bicamerale, abbiamo supposto che la parte divina e la parte umana si
comportassero e pensassero con una certa misura d’indipendenza l’una
dall’altra [¼] È possibile pensare ai due emisferi del cervello quasi come a due
individui distinti, uno solo dei quali è in grado di parlare palesemente, mentre
entrambi sono in grado di ascoltare e di capire»[4], fino ad arrivare a
concludere – dopo aver esaminato una dozzina di pazienti che hanno subito una
completa commissurotomia, cioè il taglio chirurgico della linea mediana di tutte
le interconnessioni fra i due emisferi – che è come se «noi – qualsiasi cosa ciò
possa significare – ci trovassimo nel nostro emisfero sinistro e ora, con le
commissure tagliate, non potessimo mai sapere o avere coscienza di ciò che una
persona del tutto diversa, che è anch’essa noi, vede o pensa nell’altro
emisfero. Due persone in una testa sola»[5]. Due persone in una testa sola!
L’emisfero destro – legato da molteplici nessi all’emozione – di quei pazienti,
sollecitato a seguito di specifici test ed esperimenti, poteva addirittura
reagire in modo emotivo senza che l’emisfero sinistro, il nostro santuario
verbale e analitico, l’emisfero deputato al linguaggio, sapesse che cosa stesse
accadendo. Per Jaynes ciò dimostra, senza ombra di dubbio, che i due emisferi
sono in grado di funzionare come se fossero due persone indipendenti, persone
che, nel periodo bicamerale, erano «l’individuo e il suo dio»[6]. La coscienza,
dunque, sarebbe cosa relativamente recente, una forma faticosamente conquistata,
che si staglia dal fondo primitivo e istintuale della mente bicamerale. Una
conquista o una condanna? Il progressivo ritrarsi delle presenze divine e
l’ammutolirsi delle loro voci – ciò che chiamiamo storia –, ci ha condotti
all’avvento della coscienza e alla formazione della mente soggettiva
cosciente. Un mondo divino, non per questo salvifico, inabissatosi nel vuoto
della lucidità.
Com’è avvenuto questo crollo? Furono molti i fattori, interni ed esterni. Ci
soffermeremo unicamente su ciò che più preme alla nostra analisi: «Il cuneo
insinuato fra dio e uomo che dette origine alla coscienza»[7] è il linguaggio.
La coscienza, difatti, pur non essendo tutta linguaggio, da esso è generata e da
esso è resa accessibile. Insomma, per Jaynes, la coscienza è un ritrovato
culturale, appreso e tramandato mediante il linguaggio, e non certo una
necessità biologica, il cui sviluppo fu senz’altro favorito dalla selezione
naturale. Imperscrutabile o, quantomeno, bizzarro il funzionamento di una
selezione naturale che, stando a quanto scrive lo stesso Jaynes nelle pagine
immediatamente precedenti, avrebbe condotto l’uomo in trappola, ipnotizzato
dalla sua stessa civiltà. Comunque, la parola di dio divenne silenziosa e l’uomo
non ricevette più istruzioni. Fu tutto così lineare? La bicameralità della mente
scomparve all’improvviso e definitivamente? Non nacquero e non vissero più
individui la cui forma mentale pare essere, al netto delle considerazioni di
Jaynes, una sorta di reliquia d’un mondo scomparso? Ovviamente no. Lo stesso
Jaynes, a più riprese, ci mostra -avvalendosi di testimonianze letterarie,
archeologiche e mediche – come la nostra intera storia sia innervata da una
nostalgia verso un’altra mente, e che la nostra vita psichica testimonia
numerosi fenomeni, dalla poesia alla schizofrenia, che a quell’alterità
rinviano. Ci furono e ci sono «uomini di transizione, in parte soggettivi e in
parte bicamerali»[8]. E come reagiamo di fronte all’apparizione di simili
persone? Come reagiscono questi stessi individui nei propri confronti, nei
confronti delle visioni che hanno e di cui si vergognano, che non comprendono e
a cui faticano a credere? Rimbaud diceva d’attendere dio con ingordigia, e che,
proprio per questo, appartenesse a una razza inferiore. La storia è implacabile
contro gli apostati.
Jaynes, per descrivere la perdita della mente bicamerale e della sua
sostituzione con la soggettività nel corso del primo millennio a.C., fa
riferimento, tra gli altri documenti, all’ Iliade e all’Odissea, così come alla
Bibbia. Se «nessuno è morale fra le marionette controllate dagli dèi
dell’Iliade. Bene e male non esistono»[9], diverso è il caso dell’Odissea – il
poema dell’interiorità e dello Spirito, in cui si cantano gli eroi della ragione
e della mente -, della serie di poemi epici riuniti attorno alla figura di
Odisseo. Qui si celebra la vittoria della coscienza, col suo inevitabile corteo
di astuzie e raggiri. D’altronde, l’Odissea è un «lungo canto [¼] verso
l’identità soggettiva e il suo trionfale riconoscimento e un lasciarsi alle
spalle la schiavitù allucinatoria del passato»[10]. Siamo dunque passati da una
schiavitù all’altra? Per fuggire dalle catene di dio, ci siamo sottomessi alla
saggezza. Perché? Jaynes ammette di non saper rispondere a una simile domanda, e
formula la sua inquietudine in una citazione che riteniamo opportuno riportare
per intero:
> «perché mai le muse, questa espressione del lobo temporale destro, che cantano
> questo poema epico attraverso gli aedi, debbano narratizzare la propria
> caduta, la propria dissoluzione nel pensiero soggettivo e celebrare l’ascesa
> di una nuova forma mentale che soverchierà l’atto stesso del loro canto [¼] i
> poeti non erano coscienti di ciò [¼] come se il lato divino dell’uomo
> bicamerale stesse approssimandosi alla coscienza prima del lato umano,
> l’emisfero destro prima dell’emisfero sinistro»[11].
Il lato divino dell’uomo bicamerale si è approssimato alla coscienza prima del
lato umano¼ Rimbaud chiama le voci coscienziose vergini stolte e crede che, come
i corvi dell’omonima poesia – voci d’angeli vere -, fossero ammonimenti inviati
dal Signore; così come Ducasse, nella penultima strofa del Sesto Canto, non dice
forse che «poiché la coscienza era stata inviata dal Creatore, ritenni opportuno
non lasciarmi sbarrare il passo da lei»[12]? E non ritiene la coscienza più
inutile della paglia perché, se questa è utile agli animali che se ne servono,
la coscienza non sa e non può far altro che esibire i suoi artigli d’acciaio?
Jaynes, come già accennato, si sofferma anche sui racconti biblici, dal momento
che «come narratizzazione del crollo della mente bicamerale e dell’avvento della
coscienza, il racconto biblico dovrebbe essere messo razionalisticamente a
confronto con la discussione dell’Odissea»[13] svolta nel capitolo a questo
precedente. Difatti, scrive che «un’altra osservazione da farsi riguarda la
storia della Caduta e come sia possibile considerarla un mito del crollo della
mente bicamerale»[14]. Il serpente – fonte della tentazione e capace
d’ingannare, capacità che, per Jaynes, è il principale contrassegno della
coscienza – promette che, mangiati i frutti dell’albero proibito della
conoscenza del bene e del male, l’albero della scienza, l’uomo sarebbe diventato
pari agli elohim. Ma così non fu, ad ambedue, uomo e donna, si aprirono gli
occhi, si accorsero di essere nudi, conobbero la vergogna – che in seguito
eleveranno al rango di virtù -, i loro dolori e le loro pene si moltiplicarono e
furono scacciati dall’Eden. In seguito, di norma, le voci tacquero, «ad esse
subentra il pensiero considerato soggettivo dei maestri di
morale [¼] L’Ecclesiaste e Esdra cercavano la saggezza, non un dio»[15].
Acuta l’osservazione di Jaynes secondo cui scienza ed etica sorgono insieme
dalla carcassa di dio: «coscienza e morale sono uno sviluppo unico. In assenza
degli dèi, infatti, è la morale, fondata su una conoscenza delle conseguenze
dell’azione, che deve dire agli uomini che cosa fare [¼] Conosci te
stesso [¼] Come si può conoscere se stessi? [¼]Bisogna vedere se stessi»[16]. A
che pro vedersi? Un’insonnia fortemente smaniata che, ottenuta e prolungata,
sbriciola i nervi fino a dissolverli nell’oblio voluttuoso del sonno.
Desiderando fuoriuscire dalla propria condizione barbara, si soccombe al fascino
del mondo dei nomi e delle idee, dell’astrazione, solo per poi sperare di poter
tornare all’indistinto, all’inorganico, all’inconsapevolezza di sé e del
mondo. Per orgoglio e per volontà non meno che per costrizione, l’uomo tradisce
la sua indolenza per intraprendere il cammino della conoscenza. Anni e anni per
fuoriuscire dal sonno in cui gli altri si crogiolano, solo per poi tentare di
sfuggire a quest’insopportabile risveglio, per liberarsi dalla tirannia delle
evidenze. Sforzo vano: «tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una
macchia di sangue intellettuale»[17].
Insomma, l’Albero della Conoscenza ci viene presentato quale Albero della Morte.
L’Albero della Scienza non è l’Albero della Vita. Non è possibile barare. Non si
può – attraverso le tecniche, le pratiche e le formule della scienza –
raggiungere la vera vita. Da qui, l’inevitabile ciarlataneria dell’arte di cui
parla Baudelaire. Da qui, la ferocissima contestazione di Rimbaud al
cristianesimo quale ennesima dichiarazione della scienza. Da qui, l’orrore che
Ducasse patisce per essere volontariamente precipitato nella bassezza dei propri
simili asservendo se stesso e la propria rivolta al linguaggio. «Ci avevano
promesso che avrebbero sotterrato nell’ombra l’albero del bene e del male, che
avrebbero deportato le evidenze tiranniche, affinché noi potessimo recare il
nostro purissimo amore»[18]. E ricordiamo quello che ci dice Dostoevskij
nel Sogno di un uomo ridicolo? L’uomo ridicolo, protagonista del racconto, vuole
ammazzarsi, ma si addormenta e sogna quel che ci racconta la Bibbia: sogna di
trovarsi tra i figli del sole, uomini che non conoscono il bene né il male, non
hanno nessun sapere né vergogna e non sanno né possono giudicare. Uomini che,
diversamente da noi, non cercano di spiegare che cosa sia la vita per insegnare
come si debba vivere, ma che lo sanno direttamente, senza ricorrere alla
scienza. E cosa succede a seguito di questo loro incontro? Li corruppe tutti,
facendo loro dono del nostro sapere – col nostro sapere ai figli del sole
vennero incontro la morte e tutti gli orrori della terra. Cosa concluderne se
non che viviamo in una dimensione che sostituisce la saggezza alla potenza,
l’ordine alla creazione, la necessità alla libertà? La ragione, così come ciò
che la sopravanza ed eccede, è gelosa, «non vuole avere alcuna forza attiva
davanti a sé»[19]. La ragione ammette l’esistenza della fantasticheria, della
libertà, dell’assurdo solo dopo averli pastorizzati, deanimalizzati, cioè solo
dopo averli sottomessi alle sue leggi, ai suoi princìpi. Il pensiero è un atto
violento che non può compiersi se non negando la vita. È possibile uscire dalla
prigione del linguaggio, del pensiero? È possibile trovare un dio che sia oltre
e al di là di ogni religione speculativa, oltre ogni speculazione, come voleva
Nietzsche? E Rimbaud non si lamentava precisamente di questo quando
nella Stagione all’Inferno scrive che a seguito delle innumerevoli dichiarazioni
della scienza – e di una in particolare: il cristianesimo – «l’uomo si reciti,
dimostri a se stesso ogni evidenza, si gonfi del piacere di ripetere le prove, e
viva solo così! Tortura sottile, sciocca; fonte del mio divagare spirituale.
Potrebbe annoiarsi la natura, forse! Il signor Prudhomme è nato con il
Cristo»[20]?
Non rimane che una profonda e acuta nostalgia «della volizione e del servizio
divini»[21], e «una forte nostalgia per la perduta bicameralità in un popolo
soggettivamente cosciente [¼] Appunto tale sentimento è la religione»[22]. È
quantomeno singolare notare come questo stesso sentimento, la nostalgia, venga
posto da Baudelaire alla radice della poesia – la nostalgia obbligherebbe la
poesia a esprimere «la testimonianza di una malinconia irritata, di una
postulazione dei nervi, di una natura esiliata nell’imperfetto e che vorrebbe
immediatamente impadronirsi, su questa stessa terra, di un paradiso
rivelato»[23]. Ma non abbiamo abbastanza fede, la mente bicamerale tace e le
muse si dissolvono nella notte dell’emisfero destro, il dio che s’era
avvicinato, fugge via e, come recita una poesia di William Empson, a noi non
resta che imparare uno stile da una disperazione. Non ci resta che convivere con
un dio che non si fa notare se non per la sua spiegabile assenza, e con la
consapevolezza che la natura filosofica e le voci coscienziose presenti in
ciascuno di noi non sono che un coro per placare l’impotenza e l’assenza.
Angelo Albani
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[1] B. Fondane, Falso trattato di estetica, a cura di L. Orlandini, Modena,
Mucchi Editore, 2015, cit., p. 18.
[2] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, a cura di L. Binni,
Milano, Garzanti, 2021, cit., p. 307.
[3] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, a
cura di L. Sosio, Milano, Adelphi, 2002, cit., p. 111.
[4] Ivi, cit., pp. 143-144.
[5] Ivi, cit., p. 145.
[6] Ivi, cit., p. 149.
[7] Ivi, cit., p. 312.
[8] Ivi, cit., p. 359.
[9] Ivi, cit., p. 330.
[10]Ivi, cit., p. 332.
[11] Ibid.
[12] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 167.
[13] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 358.
[14] Ibid.
[15] Ivi, cit., p. 373.
[16] Ivi, cit., p. 343.
[17] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 443.
[18] A. Rimbaud, Opere complete, a cura di A. Adam, trad. it. di M. Richter,
Torino, Einaudi-Gallimard, 1992, cit., p. 393.
[19] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 447.
[20] A. Rimbaud, Opere complete, cit., p. 367.
[21] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 374.
[22] Ivi, cit., p. 356.
[23] C. Baudelaire, Poesie e prose, a cura di G. Raboni, Milano, Mondadori,
1973, «I Meridiani», cit., pp. 643-644.
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della ragione) proviene da Pangea.