Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
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> Cælum, non animum mutant qui trans mare currunt
>
> Orazio, Epistulae, I, 11, v.27
La retorica inciampa da sola perché è imbranata: tanto se la racconta, tanto se
la canta, che gira su sé stessa fino a cadere – come fanno per gioco i bambini.
E in effetti, la retorica è infantile: egoriferita, bizzosa, volubile secondo la
convenienza. Ma siccome: agere sequitur esse; coloro che la retorica praticano,
magari inconsapevolmente che retorica sia, sono come bambini, creature
psicologicamente infantili. Scelgono un giocattolo: è l’argomento della loro
retorica, ciò che dev’essere giustificato dalle loro chiacchere. Dei vari
argomenti/giocattolo uno ci pare sia più diffuso degli altri: il viaggio. E già
si prefigura l’immagine del tizio tutto compiaciuto, le gote gonfie come quelle
di un pupo, appena tornato da quell’avventura d’una settimana andata esattamente
come aveva previsto l’agenzia di viaggi o la premurosa fidanzata, che ti dice:
“eeh, viaggiare sì che ti apre la mente” – e tu, stronzo, che non viaggi perché
magari quando hai i soldi non c’hai tempo e quando c’hai tempo non c’hai i
soldi, o forse soltanto di viaggiare non ti frega niente, perché il senso della
tua esistenza non dipende dall’ottemperanza di riti sociali massificati né
dall’incontro con il presunto «altro» antropologico… tu, stronzo, t’interroghi
su quella curiosa espressione, cercando di capire se in fondo tizio non abbia
ragione.
C’è chi crede che il mondo sia il suo giardino, e chi crede invece che il suo
giardino sia il mondo. Ma che cos’è un «giardino»? Nell’accezione volgare, per
«giardino» s’intende generalmente lo spazio verde che circonda la casa. Tra
erba, fiori della mamma o della nonna, magari qualche albero, il giardino è la
dimora delle fantasticherie del bambino. Egli lì gioca; ma proprio lì il suo
gioco assume un potere diverso rispetto a quanto accade dentro le mura: il
giardino è casa, si; ma è anche natura, che, per quanto addomesticata, conserva
quella capacità di fascinazione ambigua che la natura ha da sempre sull’Uomo. Il
bambino che gioca nel giardino percepisce l’eccitazione dell’avventura vera. Poi
però il bambino cresce; dell’avventura rimane solo l’idea, il ricordo nostalgico
che pure non cèssa di pungolare la coscienza perché si ribelli al mondo adulto
delle convenzioni opprimenti, delle frustrazioni svilenti, degli scopi
fuorvianti. In ogni adulto che ha conosciuto da bambino il giardino, resta
impressa la traccia dell’avventura.
Ma l’adulto, l’avventura, non sa più viverla. Non sa più viverla perché oramai
comprende secondo il criterio dell’estensione quantitativa ciò che da bambino
era compreso per intensità qualitativa[1]: al bambino era sufficiente qualche
impressione di verde per ritrovarsi in un bosco; all’adulto non è sufficiente
l’oceano per bagnarsi, non sono sufficienti i deserti per conoscere la sete, non
sono sufficienti le vette per avere le vertigini. In fondo, la sua
insoddisfazione, oltre ogni retorica, è dovuta ad un fraintendimento: ricorda
l’avventura, ma si è rinchiuso in casa. Il giardino non è più un ponte verso
l’altrove; è diventato decorazione perimetrale del suo Ego – ed essendo per lui
il mondo il suo giardino; allora: il mondo è ridotto ad oggetto; ad oggetto
desiderabile, da possedere, ma anche, fattualmente, inerte.
Albrecht Dürer, Angeli mostrano la Veronica in cui è impresso Cristo, 1513
C’è poi chi crede che il suo giardino sia il mondo. In genere, è colui che viene
stigmatizzato dai benpensanti benfacenti come l’“ottuso”, colui che, invece di
“aprire la mente” col tirabusciò del viaggio, resta inquilino dell’ignoranza,
della superstizione domestica. Forse potrebbero pure avere qualche ragione, se
del giardino e del mondo si avesse una comprensione esclusivamente estensiva. Ma
siccome è possibile comprenderli diversamente; allora: il piedistallo della loro
boria è piuttosto lo scalino su cui inciampano, facendo la figura dei
coglioni κατ’ ἀλήθειαν. Del giardino e del mondo si può infatti avere anche una
comprensione qualitativa, che ci fa accedere al senso autentico di entrambi.
Al giardino dedicò molti anni fa un interessante libello, purtroppo incompiuto,
Attilio Mordini[2]. Scrive Mordini:
> […] il giardino, almeno nella storia della nostra civiltà, nasce in
> Mesopotamia quale paradiso; vale a dire quale idealizzazione del creato, luogo
> di meditazione e di contemplazione intimamente complementare al tempio. [Nasce
> e si afferma quale manifestazione di bellezza intesa come espressione di una
> verità suprema a cui l’Uomo, elevandosi, aspira e tende sempre più […] È da
> una tale idea, da un tale archetipo di giardino che muove ogni altro giardino
> nel corso della Storia, accentuando ora in un senso ora in un altro la sua
> funzione di porgere all’uomo un significato che, pur modificandosi di luogo in
> luogo e di tempo in tempo, è rimasto fondamentalmente lo stesso, almeno fino
> agli albori dell’età moderna][3].
Ben lungi dall’essere meramente uno spazio decorativo; il giardino è, o meglio:
era un segno di una «verità suprema». Di tale segno, il significante sono gli
elementi vegetali e floreali, combinati armoniosamente con elementi artificiali,
p.e. fontane, vasche, etc.; mentre il suo significato è offrire all’Uomo
l’occasione per accedere al suo intimo Sé, attraverso la meditazione sulla
bellezza quintessenziale del Creato.
Questo significato del giardino assume col Cristianesimo una sfumatura
peculiare. Dice sempre Mordini:
> Il giardino riappare […] nella contemplazione cristiana come perfezione ultima
> della selva, ma non propriamente nel senso cosmico; riappare, invece,
> come hortus conclusus, riappare soprattutto come simbolo dell’anima separata
> dalla selva del mondo per essere coltivata e curata con l’aiuto della
> grazia.[4]
Quindi il giardino, con la contemplazione cristiana, viene compreso
simbolicamente come l’anima di ogni persona. Ed è in questo giardino, in
tale hortus conclusus, che l’Uomo può cogliere ciò che non per caso è stato
chiamato: il «fiore dell’anima» (Proclo), ovverosia: incontrare lo Spirito,
trasformarsi nello Spirito – compiendo così il gesto fondamentale per
la divinizzazione (2Pt I, 4). E allora: colui che crede la propria anima sia il
mondo, abiterebbe questo giardino senza aver bisogno d’altro spazio terreno,
perché tutta la Terra sarebbe diventata un mondo troppo angusto. Dove andare
allora, cosa esplorare, quale “altro” incontrare se l’esigenza fondamentale è
andare nella propria anima, esplorarla, affinché non si resti tragicamente
stranieri in essa?
D’altronde, trovare questo giardino ed abitarlo non è immediato. Esso sta aldilà
del deserto. È là che andò a cercarlo s. Antonio abate, e con lui tutti i grandi
contemplativi eremiti del Cristianesimo. Una certa vulgata interpreta il gesto
di s. Antonio come misantropia: lui volle allontanarsi dagli uomini per sfuggire
alla loro corruzione, quasi fossero tutti degli appestati dal peccato che
avrebbero potuto contagiarlo. Ma la verità è un’altra: ogni luogo abitato
dall’Uomo può diventare un paradiso in Terra, può offrire tutto ciò di cui lo
Ego abbisogna o desidera. Tra gli uomini si può infatti trovare una casa in cui
abitare comodamente, si può trovare delle attività che ci soddisfino o che ci
allietino, si può trovare l’amore per un’altra persona, si possono coltivare
speranze terrene – insomma: si può trovare tutto ciò che distrae dalla
concentrazione nel Sé[5]. Si capisce che il deserto non era il fine, bensì: il
mezzo.
Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli, 1516 ca.
Oggi dov’è il deserto? Si potrebbe pensare ch’esso sia fattualmente scomparso:
quale luogo della Terra può infatti essere considerato davvero «deserto», quando
tutto lo spazio terrestre è abitato dalla telecomunicazione? Quando il cielo è
percorso con indifferente alacrità dai satelliti, e tutti noi nuotiamo,
annaspiamo, forse: affoghiamo nella banda larga? È opportuno intendersi su cosa
sia il «deserto». S. Antonio ce lo ha insegnato: esso è l’assenza di umanità. In
questo senso, oggi il deserto è paradossalmente molto più vicino di quanto fosse
per lui: in una società come la nostra, disumanizzata e disumanizzante, la
sabbia copre già la soglia delle nostre case. Viviamo in un tempo in cui
l’umanità pretende di instaurare il paradiso in Terra, ma il paradiso dello Ego
non può che essere un inferno – ardente e riarso proprio come un deserto!
L’Uomo contemporaneo si è così ritrovato a vivere una situazione segnata da
un’ambiguità drammatica: se per chi cerca il proprio giardino interiore essa
offre opportunità sorprendenti; per chi invece non ha il pollice verde della
speranza teologale, il deserto è solo un deserto: è la disperazione.
Niccolò Mochi-Poltri
*In copertina: William Turner, Studio di un angelo steso al sole, 1841 ca.
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[1] Cfr. R. Guénon, Il Regno della quantità ed il segno dei tempi, trad. it. di
P. Nutrizio, T. Masera, Adelphi, Milano 2009
[2] A. Mordini, Giardini d’Occidente e d’Oriente, a cura di F. Cardini, Edizioni
Settimo Sigillo, Roma 2008
[3] Ivi, p. 31
[4] Ivi, p. 58
[5] S. Atanasio di Alessandria, in: Vita di Antonio (l’edizione di riferimento è
a cura di L. Cremaschi, Edizioni Paoline, Alba 1984), dice: “5.1. Ma il diavolo,
che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane [s.
Antonio] tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di
lui i suoi intrighi abituali. 2. Per prima cosa cercò di distoglierlo
dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la
sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria,
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita”.
L'articolo Il deserto e il giardino. Ovvero: il viaggio “che ti apre la mente” e
quello che muta il cuore proviene da Pangea.