> “Il paradiso geme al fondo della coscienza, mentre la memoria piange.”
>
> Emil Cioran
> “Tuttavia possiamo noi respingere dal nostro spirito ciò che tante
> intelligenti generazioni vi hanno riversato di buono e di funesto? L’ignoranza
> non s’impara.”
>
> Gérard de Nerval
L’uomo è un animale vago, preda di una dualità straziante. Due monarchi vicini,
due vittime sole: l’io e il pensiero. Due entità che si amano e si danno
battaglia – litigandosi lo stesso corpo, la stessa persona entro cui si
alternano e per cui tra loro baccagliano: «questi nemici ereditari: il vero
sangue e il sangue intellettuale. E non bisogna immaginare che il vero sangue
sia così semplice come sembra, né che il sangue intellettuale sia così rosso
come si dice»[1]. Il primo articolo che Cortázar firma per la rivista “Sur” di
Victoria Ocampo s’intitola Muerte de Antonin Artaud, è pubblico sul numero 163
della rivista, nel maggio del 1948. Qui, lo scrittore argentino, parafrasando,
scrive che Artaud sospettava che la sua follia fosse la testimonianza
dell’eterna lotta tra il millenario homo sapiens e quell’altro che balbetta nel
profondo, e lotta nel tentativo di coesistere e di confluire nella fusione
totale. Insomma, Artaud, così come ogni altro autentico poeta, è stato
quest’aspra battaglia, l’espressione di un massacro, l’andare e venire tra l’Io
e l’Altro, il tedioso pilastro del ponte su cui marciano nel loro ininterrotto
andirivieni. Queste due inconciliabili parti, fra loro inseparabili, infestano e
fondano il medesimo io, costituendone la soggettività e l’intimo balbettio
creatore: «è troppo per un cervello solo!»[2].
Julian Jaynes, psicologo sperimentale di formazione e professore di psicologia
alla Princeton University, pubblica, nel 1976, un libro singolare: Il crollo
della mente bicamerale e l’origine della coscienza. Che cos’è la coscienza?
Jaynes risponde a questa domanda attraverso un suggestivo intreccio tra
neurofisiologia, teoria del linguaggio e storia. La sua analisi muove dalla
divisione del cervello in due emisferi, e arriva a dimostrare che le differenze
degli emisferi nella funzione cognitiva riflettono le differenze fra dio e uomo.
Mentre la maggior parte delle funzioni per noi essenziali sono rappresentate
bilateralmente, le aree del linguaggio si trovano tutte nell’emisfero sinistro,
il quale, tendenzialmente, presiede al linguaggio e domina la vita cosciente.
Che funzione ha o ha avuto, allora, l’altro emisfero? Chi ha abitato o continua
ad abitare quell’emisfero muto? Jaynes sostiene che l’emisfero destro sia stato
abitato dalle voci degli dèi e che la struttura della mente bicamerale spieghi
la nostra irriducibile divisione in due entità:
> «la natura umana era scissa in due parti: una parte direttiva chiamata dio, e
> una parte soggetta chiamata uomo. Nessuna delle due parti era cosciente»[3].
Non è tutto qua; Jaynes si spinge oltre e asserisce che i due emisferi possono
presentare un comportamento indipendente: «nel nostro modello di cervello della
mente bicamerale, abbiamo supposto che la parte divina e la parte umana si
comportassero e pensassero con una certa misura d’indipendenza l’una
dall’altra [¼] È possibile pensare ai due emisferi del cervello quasi come a due
individui distinti, uno solo dei quali è in grado di parlare palesemente, mentre
entrambi sono in grado di ascoltare e di capire»[4], fino ad arrivare a
concludere – dopo aver esaminato una dozzina di pazienti che hanno subito una
completa commissurotomia, cioè il taglio chirurgico della linea mediana di tutte
le interconnessioni fra i due emisferi – che è come se «noi – qualsiasi cosa ciò
possa significare – ci trovassimo nel nostro emisfero sinistro e ora, con le
commissure tagliate, non potessimo mai sapere o avere coscienza di ciò che una
persona del tutto diversa, che è anch’essa noi, vede o pensa nell’altro
emisfero. Due persone in una testa sola»[5]. Due persone in una testa sola!
L’emisfero destro – legato da molteplici nessi all’emozione – di quei pazienti,
sollecitato a seguito di specifici test ed esperimenti, poteva addirittura
reagire in modo emotivo senza che l’emisfero sinistro, il nostro santuario
verbale e analitico, l’emisfero deputato al linguaggio, sapesse che cosa stesse
accadendo. Per Jaynes ciò dimostra, senza ombra di dubbio, che i due emisferi
sono in grado di funzionare come se fossero due persone indipendenti, persone
che, nel periodo bicamerale, erano «l’individuo e il suo dio»[6]. La coscienza,
dunque, sarebbe cosa relativamente recente, una forma faticosamente conquistata,
che si staglia dal fondo primitivo e istintuale della mente bicamerale. Una
conquista o una condanna? Il progressivo ritrarsi delle presenze divine e
l’ammutolirsi delle loro voci – ciò che chiamiamo storia –, ci ha condotti
all’avvento della coscienza e alla formazione della mente soggettiva
cosciente. Un mondo divino, non per questo salvifico, inabissatosi nel vuoto
della lucidità.
Com’è avvenuto questo crollo? Furono molti i fattori, interni ed esterni. Ci
soffermeremo unicamente su ciò che più preme alla nostra analisi: «Il cuneo
insinuato fra dio e uomo che dette origine alla coscienza»[7] è il linguaggio.
La coscienza, difatti, pur non essendo tutta linguaggio, da esso è generata e da
esso è resa accessibile. Insomma, per Jaynes, la coscienza è un ritrovato
culturale, appreso e tramandato mediante il linguaggio, e non certo una
necessità biologica, il cui sviluppo fu senz’altro favorito dalla selezione
naturale. Imperscrutabile o, quantomeno, bizzarro il funzionamento di una
selezione naturale che, stando a quanto scrive lo stesso Jaynes nelle pagine
immediatamente precedenti, avrebbe condotto l’uomo in trappola, ipnotizzato
dalla sua stessa civiltà. Comunque, la parola di dio divenne silenziosa e l’uomo
non ricevette più istruzioni. Fu tutto così lineare? La bicameralità della mente
scomparve all’improvviso e definitivamente? Non nacquero e non vissero più
individui la cui forma mentale pare essere, al netto delle considerazioni di
Jaynes, una sorta di reliquia d’un mondo scomparso? Ovviamente no. Lo stesso
Jaynes, a più riprese, ci mostra -avvalendosi di testimonianze letterarie,
archeologiche e mediche – come la nostra intera storia sia innervata da una
nostalgia verso un’altra mente, e che la nostra vita psichica testimonia
numerosi fenomeni, dalla poesia alla schizofrenia, che a quell’alterità
rinviano. Ci furono e ci sono «uomini di transizione, in parte soggettivi e in
parte bicamerali»[8]. E come reagiamo di fronte all’apparizione di simili
persone? Come reagiscono questi stessi individui nei propri confronti, nei
confronti delle visioni che hanno e di cui si vergognano, che non comprendono e
a cui faticano a credere? Rimbaud diceva d’attendere dio con ingordigia, e che,
proprio per questo, appartenesse a una razza inferiore. La storia è implacabile
contro gli apostati.
Jaynes, per descrivere la perdita della mente bicamerale e della sua
sostituzione con la soggettività nel corso del primo millennio a.C., fa
riferimento, tra gli altri documenti, all’ Iliade e all’Odissea, così come alla
Bibbia. Se «nessuno è morale fra le marionette controllate dagli dèi
dell’Iliade. Bene e male non esistono»[9], diverso è il caso dell’Odissea – il
poema dell’interiorità e dello Spirito, in cui si cantano gli eroi della ragione
e della mente -, della serie di poemi epici riuniti attorno alla figura di
Odisseo. Qui si celebra la vittoria della coscienza, col suo inevitabile corteo
di astuzie e raggiri. D’altronde, l’Odissea è un «lungo canto [¼] verso
l’identità soggettiva e il suo trionfale riconoscimento e un lasciarsi alle
spalle la schiavitù allucinatoria del passato»[10]. Siamo dunque passati da una
schiavitù all’altra? Per fuggire dalle catene di dio, ci siamo sottomessi alla
saggezza. Perché? Jaynes ammette di non saper rispondere a una simile domanda, e
formula la sua inquietudine in una citazione che riteniamo opportuno riportare
per intero:
> «perché mai le muse, questa espressione del lobo temporale destro, che cantano
> questo poema epico attraverso gli aedi, debbano narratizzare la propria
> caduta, la propria dissoluzione nel pensiero soggettivo e celebrare l’ascesa
> di una nuova forma mentale che soverchierà l’atto stesso del loro canto [¼] i
> poeti non erano coscienti di ciò [¼] come se il lato divino dell’uomo
> bicamerale stesse approssimandosi alla coscienza prima del lato umano,
> l’emisfero destro prima dell’emisfero sinistro»[11].
Il lato divino dell’uomo bicamerale si è approssimato alla coscienza prima del
lato umano¼ Rimbaud chiama le voci coscienziose vergini stolte e crede che, come
i corvi dell’omonima poesia – voci d’angeli vere -, fossero ammonimenti inviati
dal Signore; così come Ducasse, nella penultima strofa del Sesto Canto, non dice
forse che «poiché la coscienza era stata inviata dal Creatore, ritenni opportuno
non lasciarmi sbarrare il passo da lei»[12]? E non ritiene la coscienza più
inutile della paglia perché, se questa è utile agli animali che se ne servono,
la coscienza non sa e non può far altro che esibire i suoi artigli d’acciaio?
Jaynes, come già accennato, si sofferma anche sui racconti biblici, dal momento
che «come narratizzazione del crollo della mente bicamerale e dell’avvento della
coscienza, il racconto biblico dovrebbe essere messo razionalisticamente a
confronto con la discussione dell’Odissea»[13] svolta nel capitolo a questo
precedente. Difatti, scrive che «un’altra osservazione da farsi riguarda la
storia della Caduta e come sia possibile considerarla un mito del crollo della
mente bicamerale»[14]. Il serpente – fonte della tentazione e capace
d’ingannare, capacità che, per Jaynes, è il principale contrassegno della
coscienza – promette che, mangiati i frutti dell’albero proibito della
conoscenza del bene e del male, l’albero della scienza, l’uomo sarebbe diventato
pari agli elohim. Ma così non fu, ad ambedue, uomo e donna, si aprirono gli
occhi, si accorsero di essere nudi, conobbero la vergogna – che in seguito
eleveranno al rango di virtù -, i loro dolori e le loro pene si moltiplicarono e
furono scacciati dall’Eden. In seguito, di norma, le voci tacquero, «ad esse
subentra il pensiero considerato soggettivo dei maestri di
morale [¼] L’Ecclesiaste e Esdra cercavano la saggezza, non un dio»[15].
Acuta l’osservazione di Jaynes secondo cui scienza ed etica sorgono insieme
dalla carcassa di dio: «coscienza e morale sono uno sviluppo unico. In assenza
degli dèi, infatti, è la morale, fondata su una conoscenza delle conseguenze
dell’azione, che deve dire agli uomini che cosa fare [¼] Conosci te
stesso [¼] Come si può conoscere se stessi? [¼]Bisogna vedere se stessi»[16]. A
che pro vedersi? Un’insonnia fortemente smaniata che, ottenuta e prolungata,
sbriciola i nervi fino a dissolverli nell’oblio voluttuoso del sonno.
Desiderando fuoriuscire dalla propria condizione barbara, si soccombe al fascino
del mondo dei nomi e delle idee, dell’astrazione, solo per poi sperare di poter
tornare all’indistinto, all’inorganico, all’inconsapevolezza di sé e del
mondo. Per orgoglio e per volontà non meno che per costrizione, l’uomo tradisce
la sua indolenza per intraprendere il cammino della conoscenza. Anni e anni per
fuoriuscire dal sonno in cui gli altri si crogiolano, solo per poi tentare di
sfuggire a quest’insopportabile risveglio, per liberarsi dalla tirannia delle
evidenze. Sforzo vano: «tutta l’acqua del mare non basterebbe a lavare una
macchia di sangue intellettuale»[17].
Insomma, l’Albero della Conoscenza ci viene presentato quale Albero della Morte.
L’Albero della Scienza non è l’Albero della Vita. Non è possibile barare. Non si
può – attraverso le tecniche, le pratiche e le formule della scienza –
raggiungere la vera vita. Da qui, l’inevitabile ciarlataneria dell’arte di cui
parla Baudelaire. Da qui, la ferocissima contestazione di Rimbaud al
cristianesimo quale ennesima dichiarazione della scienza. Da qui, l’orrore che
Ducasse patisce per essere volontariamente precipitato nella bassezza dei propri
simili asservendo se stesso e la propria rivolta al linguaggio. «Ci avevano
promesso che avrebbero sotterrato nell’ombra l’albero del bene e del male, che
avrebbero deportato le evidenze tiranniche, affinché noi potessimo recare il
nostro purissimo amore»[18]. E ricordiamo quello che ci dice Dostoevskij
nel Sogno di un uomo ridicolo? L’uomo ridicolo, protagonista del racconto, vuole
ammazzarsi, ma si addormenta e sogna quel che ci racconta la Bibbia: sogna di
trovarsi tra i figli del sole, uomini che non conoscono il bene né il male, non
hanno nessun sapere né vergogna e non sanno né possono giudicare. Uomini che,
diversamente da noi, non cercano di spiegare che cosa sia la vita per insegnare
come si debba vivere, ma che lo sanno direttamente, senza ricorrere alla
scienza. E cosa succede a seguito di questo loro incontro? Li corruppe tutti,
facendo loro dono del nostro sapere – col nostro sapere ai figli del sole
vennero incontro la morte e tutti gli orrori della terra. Cosa concluderne se
non che viviamo in una dimensione che sostituisce la saggezza alla potenza,
l’ordine alla creazione, la necessità alla libertà? La ragione, così come ciò
che la sopravanza ed eccede, è gelosa, «non vuole avere alcuna forza attiva
davanti a sé»[19]. La ragione ammette l’esistenza della fantasticheria, della
libertà, dell’assurdo solo dopo averli pastorizzati, deanimalizzati, cioè solo
dopo averli sottomessi alle sue leggi, ai suoi princìpi. Il pensiero è un atto
violento che non può compiersi se non negando la vita. È possibile uscire dalla
prigione del linguaggio, del pensiero? È possibile trovare un dio che sia oltre
e al di là di ogni religione speculativa, oltre ogni speculazione, come voleva
Nietzsche? E Rimbaud non si lamentava precisamente di questo quando
nella Stagione all’Inferno scrive che a seguito delle innumerevoli dichiarazioni
della scienza – e di una in particolare: il cristianesimo – «l’uomo si reciti,
dimostri a se stesso ogni evidenza, si gonfi del piacere di ripetere le prove, e
viva solo così! Tortura sottile, sciocca; fonte del mio divagare spirituale.
Potrebbe annoiarsi la natura, forse! Il signor Prudhomme è nato con il
Cristo»[20]?
Non rimane che una profonda e acuta nostalgia «della volizione e del servizio
divini»[21], e «una forte nostalgia per la perduta bicameralità in un popolo
soggettivamente cosciente [¼] Appunto tale sentimento è la religione»[22]. È
quantomeno singolare notare come questo stesso sentimento, la nostalgia, venga
posto da Baudelaire alla radice della poesia – la nostalgia obbligherebbe la
poesia a esprimere «la testimonianza di una malinconia irritata, di una
postulazione dei nervi, di una natura esiliata nell’imperfetto e che vorrebbe
immediatamente impadronirsi, su questa stessa terra, di un paradiso
rivelato»[23]. Ma non abbiamo abbastanza fede, la mente bicamerale tace e le
muse si dissolvono nella notte dell’emisfero destro, il dio che s’era
avvicinato, fugge via e, come recita una poesia di William Empson, a noi non
resta che imparare uno stile da una disperazione. Non ci resta che convivere con
un dio che non si fa notare se non per la sua spiegabile assenza, e con la
consapevolezza che la natura filosofica e le voci coscienziose presenti in
ciascuno di noi non sono che un coro per placare l’impotenza e l’assenza.
Angelo Albani
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[1] B. Fondane, Falso trattato di estetica, a cura di L. Orlandini, Modena,
Mucchi Editore, 2015, cit., p. 18.
[2] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, a cura di L. Binni,
Milano, Garzanti, 2021, cit., p. 307.
[3] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, a
cura di L. Sosio, Milano, Adelphi, 2002, cit., p. 111.
[4] Ivi, cit., pp. 143-144.
[5] Ivi, cit., p. 145.
[6] Ivi, cit., p. 149.
[7] Ivi, cit., p. 312.
[8] Ivi, cit., p. 359.
[9] Ivi, cit., p. 330.
[10]Ivi, cit., p. 332.
[11] Ibid.
[12] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 167.
[13] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 358.
[14] Ibid.
[15] Ivi, cit., p. 373.
[16] Ivi, cit., p. 343.
[17] Lautréamont, I canti di Maldoror. Poesie. Lettere, cit., p. 443.
[18] A. Rimbaud, Opere complete, a cura di A. Adam, trad. it. di M. Richter,
Torino, Einaudi-Gallimard, 1992, cit., p. 393.
[19] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 447.
[20] A. Rimbaud, Opere complete, cit., p. 367.
[21] J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
cit., p. 374.
[22] Ivi, cit., p. 356.
[23] C. Baudelaire, Poesie e prose, a cura di G. Raboni, Milano, Mondadori,
1973, «I Meridiani», cit., pp. 643-644.
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della ragione) proviene da Pangea.
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Quest’anno ho cambiato la mia vita. L’ho stravolta. E non l’ho fatto grazie a
qualche influencer o guru che mi ha detto cosa fare. Non sono nemmeno tornata
dallo psicologo. Perché non tutte le passioni tristi vanno estinte. A volte è
necessario entrare in contatto con il dolore e camminare come un fachiro sui
carboni ardenti.
Mia madre è morta, e questo mi ha dato la forza di guardarmi allo specchio e di
dirmi che non ero più felice e che quindi dovevo cambiare le cose.
Il tempo è poco.
Ho avuto bisogno di piangere e di abbracciare il turbamento. Mi sono concessa il
privilegio di poter essere infelice. Almeno per un po’.
Ho continuato a meditare. Questo sì. L’arte della ripetizione e dell’esercizio
mi hanno aiutato e confortato. Sono anche entrata in chiesa più volte per
contemplare nel silenzio quell’immagine di distacco e Resurrezione.
Mi sono ritirata nella natura per due mesi, in una casetta sperduta tra le
colline marchigiane, facendo il sugo con i pomodori dell’orto, dando da mangiare
alle galline e alle tartarughe, scrivendo, meditando e andando al mare. Non
volevo più tornare. E in effetti, in un certo qual modo, non l’ho fatto. Per un
po’ sono tornata fisicamente a Milano, ma non sono tornata alla mia vita di
prima.
E mentre mi trovavo in questa sorta di Eden, ho letto un libro del filosofo
Peter Sloterdijk che ha un titolo degno di un libro self-help ma che in realtà
s’ispira a un passaggio della poesia Il torso arcaico di Apollo di Rainer Maria
Rilke, in cui viene declamato il monito: Devi cambiare la tua vita. Qualcosa che
avevo già messo in atto quasi inconsapevolmente, facendo ricorso al mio maestro
interiore, che come ogni degno allenatore può accompagnare verso l’alto soltanto
se l’allievo non smette di desiderare.
L’uomo è un essere abitudinario, ha bisogno della ripetizione per poter
comprendere: “Si fa solo ciò che si riesce, e si riesce a fare solo ciò che
viene continuamente ripetuto”. Chi vuole scrivere non deve fare altro che
scrivere; chi vuole dipingere non deve fare altro che dipingere; chi vuole
suonare non deve fare altro che suonare. Si dice che siano necessarie almeno
10.000 ore per diventare bravi in qualcosa, per rendere una certa attività una
“seconda natura”.
Per imparare, ci vuole esercizio. Per placare l’ansia, ci vuole esercizio. Per
meditare, ci vuole esercizio. È l’opposto di ciò che propone il mondo di oggi,
dove si vuole ottenere tutto e subito. Zero fatica, zero impegno, zero “sbatti”,
per usare il gergo giovanile.
Oggi il vero rivoluzionario è il praticante, colui che si diletta con devozione
nell’arte della ripetizione. È questo rito ad aver elevato le grandi menti della
storia. Il genio non nasce a caso sugli alberi. “Ogni educazione è una
conversione”, scriveva Pierre Hadot, e Sloterdijk aggiunge che è anche una
sovversione.
Apro i social e vedo corsi per diventare insegnanti di meditazione a 99,99 euro;
corsi di yoga per brillare nell’infinito e risolvere ogni problema. E penso che
ho smesso di fare la critica musicale quando nelle canzoni sono scomparse le
chitarre e gli assoli, perché le nuove generazioni non hanno voglia di
cimentarsi almeno 10.000 ore per imparare a suonare discretamente. Meglio il
computer, meglio l’AI, che a breve farà le canzoni al posto nostro. La Corea lo
ha già fatto, una “cantante” generata artificialmente ha firmato un contratto da
cinquanta milioni di dollari con una casa discografica.
Ricordo che una sera sono uscita a fumare una sigaretta nel cortile della
casetta in campagna. Mi sono presa una pausa dalla lettura, e mi sono messa a
guardare le stelle senza fare nient’altro che esserci. E sì, un vecchio maestro
indiano di Ayurveda mi disse che puoi fumare anche se mediti e pratichi yoga,
anche molti sadhu indiani fumano, basta farlo consapevolmente e godersela, senza
fare altro. E infatti non fumo camminando, non fumo facendo cose, non fumo
nemmeno quando scrivo. Quando fumo, fumo e basta.
Poi sono tornata al mio libro e alle tensioni verticali stimolate dalle
riflessioni: “Finiamo di volere ciò che abbiamo sinora voluto”, ha tuonato
Seneca. E ho ripensato alla mia necessità di accogliere la mestizia, il più
grande maestro che potessi incontrare. Totalmente controcorrente, in un mondo
che sente sempre più il bisogno di creare uomini senza refusi, dove la
possibilità di disporre di sé stessi e di avere accesso al proprio universo
interiore non è diventata altro che un’ennesima forma di consumo e produzione e
il lavoro l’unica forma di esercizio accettabile. Che non si perda tempo a fare
gli eremiti. Non c’è più spazio per la preghiera e la meditazione. Serve
manovalanza, nonostante ci sia un eccesso di “superflui”, di persone che in
realtà sono “inutilizzabili”, un “proletariato” condannato alla frustrazione,
che sarebbe meglio iniziare a sedare, educare, punire. E già fin da ora,
figuriamoci con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Ma visto che nemmeno in
seguito sarà possibile cambiare la propria vita: “dovrai lasciarti trasformare
fin dall’inizio da noi”, e cioè dallo Stato, il produttore di uomini, che con
l’educazione comincerà a occuparsi di un miglioramento di massa, dato che
l’automiglioramento della minoranza non è più possibile e sostenibile.
> “Quando il senso per il miracolo lascia il posto al senso per il meraviglioso
> nasce la “cultura” moderna”.
Il benessere è il nuovo lusso. Avere tempo per sé stessi, per cucinare, per
andare in palestra, in piscina, a padel, per rilassarsi, per mettersi le creme
per il corpo, andare dall’estetista.
> “Ora l’individuo sembra piuttosto un allenatore, che cura la selezione dei
> propri talenti e sprona la squadra delle proprie abitudini. Che questo
> atteggiamento venga chiamato “micropolitica”, “arte di vivere”, “autodesign”
> oppure “empowerment”, è solamente questione di gusto”.
Anziché distruggere l’ego, ecco diventare l’Io il nuovo grande progetto,
l’impresa cui dedicare tutta la propria vita. È l’epoca dell’Io S.p.a. Ciò che
una volta era santità, oggi è fitness.
Il dilemma dell’uomo moderno è questo: cambiare sé stesso o il mondo? Oppure
entrambi allo stesso tempo? L’eccesso d’individualismo crea
confusione. L’esercizio, la ripetizione e la fuga dal mondo sembrano ormai volti
soltanto all’autorealizzazione, alla performance interiore, e non a una
preparazione all’arte mistica di morire. E questo perché? Perché la paura della
morte è il segno più eclatante di mancanza di solidarietà tra gli uomini.
I santi hanno lasciato il posto alla società dello spettacolo e al lifestyle. Ma
il buonismo e il relax semplificano la vita a dei livelli estremi e non
rispecchiano la realtà delle cose, demoliscono la tensione verticale e portano
a evitare passione e sofferenza. Per non parlare della frenesia
dell’immortalismo terreno inseguita dai ricchi e agognata dai poveri.
Solo l’arte sembra salvarsi da tutto questo, è lì che sopravvivono residui di
contemplazione, dove la fede si trasforma in stupore e la preghiera in
ammirazione.
> “Che cos’è l’arte, se non una forma del saper patire e nello stesso tempo la
> forma che assume la passione del saper-fare”.
Ma cosa è rimasto, oggi, dell’arte? L’artista è ancora interessato a elevare sé
stesso? Non nel senso della fama, di quell’Io perennemente in costruzione e
strabordante, ma nel senso di saper guardare ancora verso ciò che è in Alto.
E allora, alla fine, ecco cosa mi hanno insegnato la morte di mia madre,
Sloterdijk e il monito di Rilke “Devi cambiare la tua vita”: prendi la tua
strada verso le colline e la via della luce e non fare più ritorno. Avanza.
Preparati alla Grande Catastrofe. Se sarai ancora capace di farlo, cerca il
sublime, l’ultimo disperato appello verso la salvezza, verso l’impossibile,
verso l’elevazione. Non dare precedenza al becero intrattenimento, dalla ai
libri, alla riflessione e ai trasognamenti. Ambisci al sapere senza il timore di
perdere la tua identità. Prendi le cose dannatamente sul serio.Attua una
rivoluzione spirituale contro l’ottusità, l’avvilimento, l’abbruttimento, la
banalità, la cocciutaggine, la semplificazione, la mancanza di rispetto,
l’impazienza e le apparenze che ti hanno infestato il cervello. Assumi buone
abitudini per una sopravvivenza comune e liberati dagli automatismi demoniaci
che ti privano dell’anima.
Le cose non possono più andare avanti così.
Il resto, sono solo chiacchiere.
Dejanira Bada
*In copertina e nel testo: opere di Alberto Martini (1876-1954)
L'articolo Ambisci al sapere. Attua una rivoluzione spirituale contro
l’ottusità. Il resto, sono solo chiacchiere proviene da Pangea.
> Cælum, non animum mutant qui trans mare currunt
>
> Orazio, Epistulae, I, 11, v.27
La retorica inciampa da sola perché è imbranata: tanto se la racconta, tanto se
la canta, che gira su sé stessa fino a cadere – come fanno per gioco i bambini.
E in effetti, la retorica è infantile: egoriferita, bizzosa, volubile secondo la
convenienza. Ma siccome: agere sequitur esse; coloro che la retorica praticano,
magari inconsapevolmente che retorica sia, sono come bambini, creature
psicologicamente infantili. Scelgono un giocattolo: è l’argomento della loro
retorica, ciò che dev’essere giustificato dalle loro chiacchere. Dei vari
argomenti/giocattolo uno ci pare sia più diffuso degli altri: il viaggio. E già
si prefigura l’immagine del tizio tutto compiaciuto, le gote gonfie come quelle
di un pupo, appena tornato da quell’avventura d’una settimana andata esattamente
come aveva previsto l’agenzia di viaggi o la premurosa fidanzata, che ti dice:
“eeh, viaggiare sì che ti apre la mente” – e tu, stronzo, che non viaggi perché
magari quando hai i soldi non c’hai tempo e quando c’hai tempo non c’hai i
soldi, o forse soltanto di viaggiare non ti frega niente, perché il senso della
tua esistenza non dipende dall’ottemperanza di riti sociali massificati né
dall’incontro con il presunto «altro» antropologico… tu, stronzo, t’interroghi
su quella curiosa espressione, cercando di capire se in fondo tizio non abbia
ragione.
C’è chi crede che il mondo sia il suo giardino, e chi crede invece che il suo
giardino sia il mondo. Ma che cos’è un «giardino»? Nell’accezione volgare, per
«giardino» s’intende generalmente lo spazio verde che circonda la casa. Tra
erba, fiori della mamma o della nonna, magari qualche albero, il giardino è la
dimora delle fantasticherie del bambino. Egli lì gioca; ma proprio lì il suo
gioco assume un potere diverso rispetto a quanto accade dentro le mura: il
giardino è casa, si; ma è anche natura, che, per quanto addomesticata, conserva
quella capacità di fascinazione ambigua che la natura ha da sempre sull’Uomo. Il
bambino che gioca nel giardino percepisce l’eccitazione dell’avventura vera. Poi
però il bambino cresce; dell’avventura rimane solo l’idea, il ricordo nostalgico
che pure non cèssa di pungolare la coscienza perché si ribelli al mondo adulto
delle convenzioni opprimenti, delle frustrazioni svilenti, degli scopi
fuorvianti. In ogni adulto che ha conosciuto da bambino il giardino, resta
impressa la traccia dell’avventura.
Ma l’adulto, l’avventura, non sa più viverla. Non sa più viverla perché oramai
comprende secondo il criterio dell’estensione quantitativa ciò che da bambino
era compreso per intensità qualitativa[1]: al bambino era sufficiente qualche
impressione di verde per ritrovarsi in un bosco; all’adulto non è sufficiente
l’oceano per bagnarsi, non sono sufficienti i deserti per conoscere la sete, non
sono sufficienti le vette per avere le vertigini. In fondo, la sua
insoddisfazione, oltre ogni retorica, è dovuta ad un fraintendimento: ricorda
l’avventura, ma si è rinchiuso in casa. Il giardino non è più un ponte verso
l’altrove; è diventato decorazione perimetrale del suo Ego – ed essendo per lui
il mondo il suo giardino; allora: il mondo è ridotto ad oggetto; ad oggetto
desiderabile, da possedere, ma anche, fattualmente, inerte.
Albrecht Dürer, Angeli mostrano la Veronica in cui è impresso Cristo, 1513
C’è poi chi crede che il suo giardino sia il mondo. In genere, è colui che viene
stigmatizzato dai benpensanti benfacenti come l’“ottuso”, colui che, invece di
“aprire la mente” col tirabusciò del viaggio, resta inquilino dell’ignoranza,
della superstizione domestica. Forse potrebbero pure avere qualche ragione, se
del giardino e del mondo si avesse una comprensione esclusivamente estensiva. Ma
siccome è possibile comprenderli diversamente; allora: il piedistallo della loro
boria è piuttosto lo scalino su cui inciampano, facendo la figura dei
coglioni κατ’ ἀλήθειαν. Del giardino e del mondo si può infatti avere anche una
comprensione qualitativa, che ci fa accedere al senso autentico di entrambi.
Al giardino dedicò molti anni fa un interessante libello, purtroppo incompiuto,
Attilio Mordini[2]. Scrive Mordini:
> […] il giardino, almeno nella storia della nostra civiltà, nasce in
> Mesopotamia quale paradiso; vale a dire quale idealizzazione del creato, luogo
> di meditazione e di contemplazione intimamente complementare al tempio. [Nasce
> e si afferma quale manifestazione di bellezza intesa come espressione di una
> verità suprema a cui l’Uomo, elevandosi, aspira e tende sempre più […] È da
> una tale idea, da un tale archetipo di giardino che muove ogni altro giardino
> nel corso della Storia, accentuando ora in un senso ora in un altro la sua
> funzione di porgere all’uomo un significato che, pur modificandosi di luogo in
> luogo e di tempo in tempo, è rimasto fondamentalmente lo stesso, almeno fino
> agli albori dell’età moderna][3].
Ben lungi dall’essere meramente uno spazio decorativo; il giardino è, o meglio:
era un segno di una «verità suprema». Di tale segno, il significante sono gli
elementi vegetali e floreali, combinati armoniosamente con elementi artificiali,
p.e. fontane, vasche, etc.; mentre il suo significato è offrire all’Uomo
l’occasione per accedere al suo intimo Sé, attraverso la meditazione sulla
bellezza quintessenziale del Creato.
Questo significato del giardino assume col Cristianesimo una sfumatura
peculiare. Dice sempre Mordini:
> Il giardino riappare […] nella contemplazione cristiana come perfezione ultima
> della selva, ma non propriamente nel senso cosmico; riappare, invece,
> come hortus conclusus, riappare soprattutto come simbolo dell’anima separata
> dalla selva del mondo per essere coltivata e curata con l’aiuto della
> grazia.[4]
Quindi il giardino, con la contemplazione cristiana, viene compreso
simbolicamente come l’anima di ogni persona. Ed è in questo giardino, in
tale hortus conclusus, che l’Uomo può cogliere ciò che non per caso è stato
chiamato: il «fiore dell’anima» (Proclo), ovverosia: incontrare lo Spirito,
trasformarsi nello Spirito – compiendo così il gesto fondamentale per
la divinizzazione (2Pt I, 4). E allora: colui che crede la propria anima sia il
mondo, abiterebbe questo giardino senza aver bisogno d’altro spazio terreno,
perché tutta la Terra sarebbe diventata un mondo troppo angusto. Dove andare
allora, cosa esplorare, quale “altro” incontrare se l’esigenza fondamentale è
andare nella propria anima, esplorarla, affinché non si resti tragicamente
stranieri in essa?
D’altronde, trovare questo giardino ed abitarlo non è immediato. Esso sta aldilà
del deserto. È là che andò a cercarlo s. Antonio abate, e con lui tutti i grandi
contemplativi eremiti del Cristianesimo. Una certa vulgata interpreta il gesto
di s. Antonio come misantropia: lui volle allontanarsi dagli uomini per sfuggire
alla loro corruzione, quasi fossero tutti degli appestati dal peccato che
avrebbero potuto contagiarlo. Ma la verità è un’altra: ogni luogo abitato
dall’Uomo può diventare un paradiso in Terra, può offrire tutto ciò di cui lo
Ego abbisogna o desidera. Tra gli uomini si può infatti trovare una casa in cui
abitare comodamente, si può trovare delle attività che ci soddisfino o che ci
allietino, si può trovare l’amore per un’altra persona, si possono coltivare
speranze terrene – insomma: si può trovare tutto ciò che distrae dalla
concentrazione nel Sé[5]. Si capisce che il deserto non era il fine, bensì: il
mezzo.
Marco d’Oggiono, Pala dei tre Arcangeli, 1516 ca.
Oggi dov’è il deserto? Si potrebbe pensare ch’esso sia fattualmente scomparso:
quale luogo della Terra può infatti essere considerato davvero «deserto», quando
tutto lo spazio terrestre è abitato dalla telecomunicazione? Quando il cielo è
percorso con indifferente alacrità dai satelliti, e tutti noi nuotiamo,
annaspiamo, forse: affoghiamo nella banda larga? È opportuno intendersi su cosa
sia il «deserto». S. Antonio ce lo ha insegnato: esso è l’assenza di umanità. In
questo senso, oggi il deserto è paradossalmente molto più vicino di quanto fosse
per lui: in una società come la nostra, disumanizzata e disumanizzante, la
sabbia copre già la soglia delle nostre case. Viviamo in un tempo in cui
l’umanità pretende di instaurare il paradiso in Terra, ma il paradiso dello Ego
non può che essere un inferno – ardente e riarso proprio come un deserto!
L’Uomo contemporaneo si è così ritrovato a vivere una situazione segnata da
un’ambiguità drammatica: se per chi cerca il proprio giardino interiore essa
offre opportunità sorprendenti; per chi invece non ha il pollice verde della
speranza teologale, il deserto è solo un deserto: è la disperazione.
Niccolò Mochi-Poltri
*In copertina: William Turner, Studio di un angelo steso al sole, 1841 ca.
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[1] Cfr. R. Guénon, Il Regno della quantità ed il segno dei tempi, trad. it. di
P. Nutrizio, T. Masera, Adelphi, Milano 2009
[2] A. Mordini, Giardini d’Occidente e d’Oriente, a cura di F. Cardini, Edizioni
Settimo Sigillo, Roma 2008
[3] Ivi, p. 31
[4] Ivi, p. 58
[5] S. Atanasio di Alessandria, in: Vita di Antonio (l’edizione di riferimento è
a cura di L. Cremaschi, Edizioni Paoline, Alba 1984), dice: “5.1. Ma il diavolo,
che odia il bene ed è invidioso, non sopportò di vedere in un giovane [s.
Antonio] tale proposito di vita e incominciò a mettere in opera anche contro di
lui i suoi intrighi abituali. 2. Per prima cosa cercò di distoglierlo
dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la
sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria,
il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita”.
L'articolo Il deserto e il giardino. Ovvero: il viaggio “che ti apre la mente” e
quello che muta il cuore proviene da Pangea.