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La babbuina e il babbeo: Gilda ed Enoch, o della scim(m)unitudine
Si potrebbe giudicare paradossale l’idea di accostare autori così distanti come il piemontese – ma nato a Pola – Giovanni Arpino e la statunitense del profondo sud Flannery O’Connor, che nulla hanno in comune se non il fatto che sono scrittori – confesso, da me amati – di romanzi e racconti. Ed è proprio tra le novelle dell’uno e dell’altra, in cui, per una non cercata coincidenza, imbattendomi in loro, ho scorto una sorta di estrose connessioni. Mi si conceda la libertà, magari poco esegetica ma da appassionata lettrice, di dare l’abbrivio a una serie di personalissime osservazioni. O soltanto semplici suggestioni. Si tratta de La Babbuina[1] (1967) di Giovanni Arpino, e di Enoch e il gorilla[2] (1952) di Flannery O’Connor. La prima è una triste e surreale storia moderna, la seconda s’inscrive in uno scenario tra il realistico e il grottesco. In entrambe le narrazioni si parla di bestialità nel suo liminale, e mai concluso, rapporto con l’umanità. I personaggi infatti sono degli scimpanzè: da un lato c’è una scimmietta, dall’altro un (finto) gorilla.   Nel racconto del bravo e favoloso e purtroppo dimenticato Giovanni Arpino, il nome attribuito alla protagonista Babbuina è Gilda: per antifrasi, quasi un rimbalzo ironico, all’altra più nota Gilda dell’omonimo film diretto da Charles Vidor (1946), seducentemente interpretato da Rita Hayworth; la nostra però non ha niente della prorompente fisicità dell’attrice, icona di sensualità e irrequietezza. Appena un dettaglio di labile prossimità c’è fra loro: entrambe sono state comprate dai rispettivi mariti. Ammaestrata ad annullarsi, soggiogata la sua natura ferina, la scimmietta è un buon affare per l’uomo che, dopo averla scovata in un decadente circo, l’addomestica tanto da umanizzarla, al fine di averla al suo servizio, proseguendo in tal modo, nella sua casa, stabilmente in trappola, la sua cattività. Egli, divenuto marito, con ostentazione tutta virile, da sovrano domatore, e con la risoluta gonfiezza d’un io gretto e cinico, ne parla in prima persona.  … corpicino setoloso e gracile… povero mucchietto d’ossa: è una cosa, Gilda, una nullaggine, una povera diavola. Ed essendo robusta, sana, accuratissima dagli orecchi alla punta della coda… è tollerata nella bruttura del suo aspetto e nella sua pochezza mentale soprattutto perché non ha i difetti delle altre donne, le precedenti mogli, le tre streghe, petulanti, piagnucolose, spendaccione, inoltre non gli turba l’equilibrio delle giornate, del lavoro. Lei non disturba, rapida, meglio di una serva, nel rispondere. Con docilità e servizievole affabilità, con una premura d’incondizionata e disinteressata amabilità, asseconda ogni richiesta, che sia un’esigenza o un capriccio. Tutta sollecitudine. In lei non covano malizie, menzogne, aggressività, né pretese, nessuno sparuto uzzolo, nessun sentimento di odio e di possesso. Gilda: una fusione di virtù e mansuetudine.  La sposa Babbuina: uno scialbo vivere, sommesso e sottomesso. Albrecht Dürer, Vergine e Bambino con la scimmia, 1498 Lui, il maschio, il coniuge, padrone vampiro, gongola nella sua sovranità nonché nel suo furbesco calcolante buonismo: la tiene con sé senza partecipazione emotiva, in un’intimità che non è familiare confidenza, fratellanza, né affettuosa attenzione, la signoreggia in quanto suo prodotto, un mero oggetto, funzionale al suo egoico benestare. Una compiaciuta tirannia la sua che non lesina, di tanto in tanto, una melliflua pietà, una ipocrita forzata gentilezza, mischiata a una non rattenuta repulsione. > Forse, se sogna, torna con la mente al circo, ai suoi esercizi, quando la > vestivano da nonna che sferruzza, da pagliaccio che rotola, da marinaio che va > in bicicletta, da cameriera che serve a tavola… Oppure, come è più probabile, > sogna il suo amore, cioè me. Perché anche di notte la sua mano mi cerca. > S’accontenta di un tocco leggero, io avverto quei suoi polpastrelli così > delicati e subito reagisco irrigidendo il muscolo della spalla[3]. Lei, del tutto annichilita, non possiede la parola, la parola per esprimersi, per nominare, per domandare, quella che può soccorrere; dispone non altro che di un solo scimmiesco balbettio – Biba – di una lallazione di bimba-babbuina, e di una qualche lacrimuccia, fiamma di non-parola, ingoiata per sete d’affetto. > Appena l’ho sgridata, però, mi pento subito. Lei si rincantuccia nel suo > angolo di poltrona e piange, si copre gli occhi con la mano, poi allarga le > dita per lanciarmi una guardatina umida, di nuovo alza il lamento con quella > sua vocetta stridula e disperata[4]. Una fiducia e una fedeltà totale che nulla chiedono se non l’attimo di una timida grazia, di un accenno fuggevole e distratto, affatto intenzionale: il tocco bugiardo di una moina. Con l’hybris e la sicumera del maschio, signore e padrone, dal sentire atrofizzato, egli è inetto a mettersi in relazione, a capire la natura e la sensibilità di quell’insignificante creatura, il gemere profondo, il suo essere sospirante. Di anima-le, di anima-liliale: “luogo della pura semplicità.”[5] Ma è nell’impensato epilogo che la vicenda devia il suo corso, quando, durante una visita allo zoo, Gilda si trova di fronte a una gabbia. > Era alta almeno un metro e ottanta, forse più, e lucida nel pelo nero, una > granbestia all’erta, dall’occhio violento di catrame, le dita però tenerissime > intorno al piccolo stretto in grembo[6]. Il confronto con un suo simile, con una madre orango e il suo cucciolo, è un’esperienza insolita per Gilda: un miscuglio inespresso di empatia, stupore e sconcerto, a cui s’aggiunge, senza meno, lo scuotimento per l’improvvisa percezione di un sé altro da sé, il sanguinamento invisibile di un dolore, della propria mancanza; un’unghiata che risveglia, nella memoria, una chiamata ancestrale: il tremore di una plutonica sostanza originaria e, presumibilmente, al contempo un tacito rinnegare ciò che è stata nelle mani degli uomini, l’abuso violento che hanno fatto del suo corpo, il saccheggio di tutto il suo essere.  E lui, il marito-dominatore, tutto invischiato in sé stesso, neppure un sussulto d’una fievole compassione, non trae un monito da questo epilogo per un salvifico mutamento: in lui non c’è disposizione all’accoglimento, non c’è conoscenza ispirata dall’amore.  Nel deserto di emozioni, di afflati affettivi inveteratamente spenti nell’animo, non giunge all’acutezza di percepire e com-prendere la sofferenza altrui. Serrato nel proprio imperturbabile ego, si autoassolve senza rimorsi né pentimenti. La commozione non attecchisce, asfittico e impagliato resta il cuore senza mai fiorire. > Ma poi: cosa vogliono queste donne da me, cosa pretendono, non capiscono > davvero la fatica che faccio, anche solo per tirare avanti, mettere pace? E > tuttavia… tuttavia, se rimango solo, se Gilda muore, che saprò fare di un me > stesso diventato padrone di niente[7]? * E pure di scimmie e di pelami si narra nella storia dell’affilata e destabilizzante Flannery O’Connor. Il quadrumane, in questo caso, è un gorilla che tuttavia non è il solo personaggio principale perché, come palesemente indicato dal titolo, il coprotagonista è appunto Enoch. Troviamo anche qui un nome che è un rimando, in questo caso biblico, al patriarca antidiluviano Enoch, discendente da Adamo ed Eva, vissuto per oltre trecento anni e che poi disparve catturato da Dio[8]. Il nostro Enoch è un diciottenne, zoppicante, coi denti buffi, strani, strabico, con una protuberanza sotto l’occhio, che gli conferiva un’aria ottusa, insensibile: si direbbe portamento autistico: un coacervo di sgraziataggine e assenze, così maldestro da non riuscire neppure a ripararsi da una pioggia torrentizia sotto un vecchio ombrello. Un ragazzotto che non prova simpatia alcuna verso i bambini; un’avversione alla quale corrisponde un’astiosa curiosità da parte dei medesimi bambini. Un beota, estraneo a tutti, Enoch: non ha legami, non entra in amicizia con alcuno. La stessa gente verso di lui mostra, più che superficialità, inequivocabile malevolenza. Ma ciò che maggiormente lo appaga e che gli dà forza e ardimento, è la lettura dei fumetti, quasi un portarsi lontano dal suo solito mondo, in una dimensione tutta sua, fantastica. Succede dunque che nella cittadina vengano affissi dei manifesti dove s’annuncia l’arrivo sensazionale di un divo di Hollywood, evocazione del King Kong nel colossal di M. C. Cooper ed E. B. Schoedsack del 1933. > Si trovò a fronteggiare il ritratto, a grandezza naturale e a quattro colori, > di un gorilla. Sopra la testa del gorilla, a lettere rosse, c’era la scritta: > “GONGA! Gigantesco re della giungla e divo del cinema! IN CARNE E OSSA!!!” Al > livello del ginocchio del gorilla, c’era un’altra scritta che diceva: “Gonga > apparirà in carne e ossa davanti a questo cinematografo alle dodici > antimeridiane di OGGI! Ingresso gratuito ai primi dieci che avranno il > coraggio di avvicinarsi e stringergli la mano!”[9] Un’irripetibile esibizione. Tanta la curiosità. Enoch vuole essere tra quei primi dieci, vuole dimostrare a sé di essere in grado di affrontare lo scimmione, di irriderlo, magari con qualche parolaccia o con una delle sue abituali scurrilità.  > […] c’era una piccola piattaforma, alta una trentina di centimetri. L’animale > ci salì sopra, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. Non erano > ringhi molto sonori, ma velenosi sì; sembravano uscire da un cuore nero. > Enoch, terrorizzato, sarebbe scappato via di corsa, se non fosse stato > circondato da tutti quei bambini[10]. È un’occasione unica, una circostanza propizia affinché finalmente sia lui a sbandellare i cardini di una vita monotona, a governare quella sardonica sorte che gli è sempre avversa, ad assestarle, lui stesso, almeno per una volta sola, un sonoro calcio.  Arriva quindi il suo turno: è al cospetto del selvaggio colosso. > Il suo cervello, entrambe le parti del suo cervello erano completamente vuote. > […] Il cuore di Enoch batteva violentemente. […] la scimmia […] gli prese la > mano con gesto automatico[11]. Non una morsa, ma una pressione tenera, un turbamento indefinibile, godibile: qualcosa di mai provato, una finezza che dura un baleno. > Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti […]: un brutto paio di occhi > umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di > celluloide. “Vai all’inferno,” disse una voce arcigna […], in tono basso ma > distinto, e la mano si ritrasse bruscamente[12]. Uno shock! La scoperta è sconcertante, deludente: uno smacco alle sue aspettative, uno sbigottimento: l’energumeno in mostra, la star di Hollywood, non è un vero gorilla, bensì una maschera, un travestimento, un falso fenomeno: una laida e miserabile impostura.  Ciononostante non desiste la virtù della speranza in Enoch: qualcosa frulla nel suo piccolo caliginoso cervello. Diverrà lui l’attrazione, il torvo orango, il divo del cinema, il villoso bestione che tenderà la mano alle persone in fila per una stretta che sarà, di certo, altrettanto calda e morbida. L’inutile smembrato ombrello, che ancora l’accompagna, diverrà lo strumento di una particolarissima tortura passata di moda, col quale realizzerà il suo furtivo, imaginificamente diabolico, piano: assumere il sembiante di Gonga, impossessarsi di lui, rubargli il vestimento, intrufolarsi nelle sue viscere. Così…  > Una figura nera, più pesante, più arruffata, sostituì quella di Enoch […] la > figura rimase immobile, senza far niente. Poi si mise a ringhiare e a battersi > il petto: saltava su e giù, agitava le braccia e buttava avanti la testa. I > ringhi erano incerti e leggeri, da principio, ma si fecero più forti dopo un > secondo. Si fecero bassi e velenosi, poi ancora più forti, poi di nuovo bassi > e velenosi; poi smisero del tutto. La figura tese la mano, strinse l’aria e > scosse vigorosamente il braccio; ritrasse il braccio, tornò a stenderlo, > strinse l’aria, e lo scosse di nuovo. Ripeté questo gesto quattro o cinque > volte. […] Nessun gorilla, in nessun posto, in Africa o in California o a New > York, era più felice di lui[13].  Ma la felicità, si sa, è un ciglio sul precipizio: l’incontro con le persone sarà rovinoso. Al di là delle sue previsioni, tutte le attese verranno distrutte: ancora una volta la gente – o forse la rincrudita sorte – frustrerà ogni suo desiderio e speranza. Risucchiato vertiginosamente nella delusione, paralizzato nel suo disinganno il Gonga-Enoch, sconfitto… > restò immobile, come sorpreso, e dopo un po’ lasciò ricadere il braccio lungo > il fianco[14]. * Dunque, Gilda ed Enoch, la scimmia e lo sciocco, la babbuina e il babbeo: già lessicalmente la radice e la consonanza dei sostantivi indicano una particolare similarità, ma lo stesso vissuto di bizzarra tragicità li accomuna: antieroi ambedue, sono situati in una cornice di amarezza, di solitudine e incomunicabilità, di perenne orfanità. Nonché di soffocata e inascoltata sensibilità. Se della loro vicenda, inverosimile e insieme drammatica, si volesse rintracciare un sottotesto e avanzare alcune riflessioni, fors’anche soggettive e opinabili, si potrebbe individuare un fenomeno che ci riguarda molto da vicino: non solamente il rapporto difficile tra uomo e bestia, ma pure quello, tuttora irresoluto, tra normalità e diversità.  L’animale Gilda e il baggiano Enoch sono creature fuori dall’ordinario, dallo stabilito, da scansare, inadatte al mondo: la raffigurazione del singolare, del brutto, dell’estraneo, dell’epilettico, dell’idiota: l’altro, per antonomasia. Così come sintetizza il principe Myškin, cristallizzando nell’aria la disarmata immagine di sé, dichiarandola al mondo intero con una mitezza che sconcerta: > Ero così grande, sono sempre così goffo, e anche brutto, lo so… per giunta, > ero uno straniero[15].  Ovvero l’alieno nei suoi molteplici aspetti: eccolo nella nostra società; scorgiamolo nelle piazze, nelle vie, inferrato alla mezzanotte dei lampioni: lui, l’obliquo, il funambolo zoppo, il muso da baraccone, il derviscio nella tempesta; lei, la mestierante del nulla, l’accattona senza vangeli, la bracconiera dei venti, la cantatrice calva: loro, il prodotto, per destino, malriuscito, l’anormale, in mezzo a una massa unica di individui, di uguali. > Tersite, lui solo, […]  > il più spregevole, fra tutti i venuti all’assedio di Troia. > Aveva le gambe storte, zoppo da un piede, le spalle > ricurve, cadenti sul petto; sopra le spalle, > aveva la testa a pera, e ci crescevano radi i capelli[16]. Il diverso, lo strambo, l’estraneo: razza bandita non omologabile, abitatrice degli strapiombi. Il loro giorno, una ballata sciancata tra fiumane di schegge; la loro notte, un’insonne e ammutolita poesia. L’uguale, il cosiddetto normale, talora con la coscienza allignata nell’aridezza, ingolfato in un atavico narcisismo che, di fronte all’inusuale, è incapace di andare oltre sé stesso, di esperire qualcosa che discordi dal consueto. Questi, pietrificato nello stallo dell’individualismo, barricato nelle proprie casematte, siano esse concrete o mentali, non apre le finestre del pensiero, non spalanca porte all’accadimento-avvento, non s’avventura nell’ignoto, né gli s’avvicina per conoscerlo, per scoprilo, per sfiorarne il pelo, le setole, il cuore nero di corpo randagio nell’esilio, per percepirne il sobbalzo d’anima, giù nel più oscuro e negletto anfratto di solitudine, dal quale provengono, non udite, strozzate grida.  > Barricati, hanno traversato molti deserti, molte paure, > hanno dormito in caverne ferine sentendo tutta la notte i lupi. > Il tascapane vuoto, vuota la borraccia. Divisero coi loro muli > carrube secche e ghiande. […][17] Essendo la vita della maggioranza della gente ingabbiata in una costante, inavvertita ed egemonica quotidianità, l’irrompere dell’altro costituisce uno strappo alla costumanza, un oltraggio alla vita livellata e levigata, apparentemente priva di sterpi, asperità e crepe. Sicché nel momento in cui il dissonante, l’inconsueto, il forestiero, sconfinano dal loro recinto, immediato avviene lo sgretolamento delle fondamenta della norma, la frattura della cieca uniformità. Il faccia a faccia, il confronto con l’immondo e la menomazione provoca, dopo qualche malcelata risatina di scherno o un subitaneo moto di commiserazione, lo scardinamento dal rituale, dal tranquillizzante status quo, dal socialmente allineato. > È forse vero però quel che dicono di lui, che è un po’… così[18]. La comparsa del diverso – delle migliaia di altri – evoca i mille spettri dell’anomalia: infermità, manchevolezza, malformazione, inferiorità, depravazione, impurità… > Il suo aspetto normale era deturpato da una ferita, che andava dall’angolo > delle labbra alla clavicola[19]. L’altro è marcato a fuoco da uno stigma: pericoloso attraversare il suo silenzio che è silenzio tellurico, di bufera e frane, senza un dopo di appiglio e soccorso; pericoloso seguirne l’ombra da fuggiasco: lungo il cammino dissemina agguati di serpi, uste di lebbra e ribrezzo. Pericoloso porsi dinanzi al suo volto, che ci riporta all’incarnazione della malvagità, così ben espressa in quella demoniaca figura scimmiesca posta nel fondo, come in un’eterna irrimediabile notte, nel Compianto sul Cristo deposto di Rosso Fiorentino[20]. Simile incarnazione si individua anche nella descrizione di quel monaco, ex eretico, dalla ributtante fisionomia, di cui parla Asdo da Mesk:  > L’essere [Salvatore] alle nostre spalle pareva un monaco, anche se la tonaca > sudicia e lacera lo faceva assomigliare piuttosto a un vagabondo, e il suo > volto non era dissimile da quello dei mostri che avevo appena visti sui > capitelli. Non mi è mai accaduto in vita, come invece accade a molti miei > confratelli, di essere visitato dal diavolo, ma credo che se esso dovesse > apparirmi un giorno, incapace per decreto divino di celare appieno la sua > natura anche quando volesse farsi simile all’uomo, esso non avrebbe altre > fattezze di quelle che mi presentava in quell’istante il nostro interlocutore. > La testa rasata, ma non per penitenza, bensì per l’azione remota di qualche > viscido eczema, la fronte bassa, ché se egli avesse avuto capelli sul capo > essi si sarebbero confusi con le sopracciglia (che aveva dense e incolte), gli > occhi erano rotondi, con le pupille piccole e mobilissime, e lo sguardo non so > se innocente o maligno, e forse entrambe le cose, a tratti e in momenti > diversi[21]. Pericoloso essere fissati dai suoi occhi, sguardo gorgonico, sguardo d’insidia. Entrare in tale pupilla d’abisso significa affacciarsi, a picco, sull’orrido del proprio io: si rischia la perdizione, lo specchiamento delle nostre scurità fino all’annegamento, si spezza la nostra illusoria unità di soggetto, s’apre la petrigna voragine del male rimosso, si scatena la nostra abietta paura, la paura dell’immedesimazione in quelle stimmate ustorie. Paura di carbonizzarsi. Disgusto è “uno stato d’allarme e di emergenza, una crisi acuta dell’autoaffermazione di contro a un’impossibilità ad assimilare l’alterità.”[22] L’impatto con la bestia, col brutto e il malfatto scatena un climax emotivo: dalla curiosità alla stupefazione, dallo sbigottimento all’orrore: l’orrifico attrae affascina stupisce atterrisce fino a rivestirci di infausto, di sciagura, generando inquietudine e angoscia. Scuote il sottosuolo della coscienza, l’occulto terrore della corruzione, del contagio, risveglia l’ansia del ferimento nella dimensione esistenziale e lo spietato rinfaccio, vanamente respinto, della nostra vulnerabilità e finitezza, della nostra nullità.  Incontrare la piaga degli altri è conficcare la lama nella propria nascosta purulenta tabe. > E, del resto, mi sembra che siamo persone d’aspetto così diverso… per una > quantità di circostanze, che forse non possiamo nemmeno aver molti punti di > contatto; ma sapete, quest’ultima è un’idea alla quale io stesso non credo, > perché assai spesso sembra solo che non ci siano punti di contatto, e ce ne > sono invece parecchi… Dipende dall’umana pigrizia se la gente si raggruppa > così a occhio e non trova nulla di comune… Ma forse ho cominciato un discorso > noioso[23]. L’alterità rimanda alle intersezioni tra il bestiale e l’umano; rifrange la nostra anima animalesca, le nostre belluine midolla. La comune e congenita nostra primordiale appartenenza.  Sarà per questo che la rifuggiamo? Avviene così che, nel tentativo di esorcizzare l’homo horridus, il ferino, la bruttezza, la malattia, e finanche la morte, di scongiurare l’urto non governabile dinanzi al deforme e al paria, prenunzi dell’extra-umano, le istintive vie di scampo sono la ripugnanza, il rigetto, creare una distanza, l’allontanamento e la fuga: insomma, azzeramento e negazione dell’altro. > L’uomo girò la testa proprio in tempo per vedere il gorilla ritto a pochi > passi di distanza, nero, orribile, con la mano tesa. Tolse il braccio dalle > spalle della donna e sparì in silenzio nei boschi. Lei, quando voltò gli > occhi, corse via urlando verso la strada[24]. Nondimeno…  Nondimeno un cristallo di rocca, una purezza primitiva, più che nel raziocinante e incivilito animale-uomo, sono annidati nel difforme, là, sotto e dentro lo scimmiesco e lo scimunito; una nudità originaria, un selvatico candore sono intanati, là, dentro e sotto sussultanti.  Gilda ed Enoch, la bestia e il ritardato: esseri distaccati, stralunati, sovralunari, dall’elfica indole, sgorganti umori di ingenuità e insapienza. > […] egli si va riducendo… all’irriducibile: alla verità del suo essere, del > suo-essere-così, spogliato di tutto, di ragione e di giustificazione. E questo > è lo stato più vicino all’innocenza.[25] E piace supporre che il motivo per cui la O’Connor attribuisca il nome di Enoch al suo protagonista stia a indicare probabilmente il fatto che Dio ami aver accanto a sé lo sghembo, il tardo, la bestia, lo scarto, così come la ripresa della figura del patriarca Enoch sembra voglia alludere nel libro della Sapienza. > Divenuto caro a dio, fu da lui amato, e lo tolse di mezzo ai peccatori, fra i > quali viveva. Fu rapito affinché la malizia non mutasse la sua mente e la > fallacia non traesse in inganno l’anima sua, poiché il fascino del vizio > oscura il bene e l’agitazione della passione travolge l’animo semplice[26].  * Così è l’altro, qui personificato nelle figure di Gilda ed Enoch, dal corpo ondivago nel fallimento, rannicchiato giù nella sconcia ombra, da cui sembra lanciare, senza rimedio, mimetizzati richiami. Un ronzio sordo, un doloroso vibrato.  > Mia compagna, mendicante, bambina e mostro! […] Tu aggrappati a noi con la tua > voce impossibile, la tua voce! unica lusinga di questa disperazione vile[27]. La scimpanzè e l’ottuso: c’è un silenzio lancinante che li accomuna, che non sfocia a parola: un silenzio di cinigia. Un mutismo dove s’annida una ferita, pulsa un bisogno. Non si tratta di un capriccio, un insensato prepotente volere, piuttosto di un’urgenza sottile, di una primaria e vitale necessità: appena un tocco. Scommessa celeste. Un tocco di mano come flusso pranico – sciamanico, taumaturgico? – segno vibratile di pudico scandalo che dà tremiti ed ebbrezze, che reseca il nodo gordiano delle desolazioni e delle orfanezze, delle vite paralizzate, disgela le tenebre, sovverte il sangue e fa trasalire la carne tutta: il più esile, il più oblativo degli eventi addensato in un unico minimo rapinoso gesto: il tocco-carezza.  Lo scorgiamo nella babbuina: > «Biba» mi dice ogni tanto sottovoce, chiudendo gli occhi e tremando, e allora > io so che devo accarezzarla in un certo modo, finché il suo grugnito si perde > teneramente, diventa un sospiro quasi impercettibile[28]. Il suo è l’inerme mendicare un contatto effimero, la blesa supplica di uno sfioramento in cui soggiace la fame d’una vita palpitante, di un cuore in attesa di po’ di tenerezza e calore, di un riconoscimento che neanche momentaneo avviene.  E così in Enoch:  > Era la prima mano che veniva tesa a Enoch da quando era arrivato in città. Era > morbida e calda. > > Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi > cominciò a balbettare. “Mi chiamo Enoch Emery,” borbottò. “[…] Lavoro allo zoo > comunale.  Ho visto due tuoi film. Ho solo diciott’anni, ma lavoro già per il > comune. Il mio papà mi ha mandato…” E la voce gli si spezzò[29]. Nell’insperato godimento, dove il dolore non ha luogo, anche Enoch pronuncia frasi biascicate senza peso di esattezza, parole non pensate, senza impellenza di forma e suono. Parole polvere. > […] so bene anch’io di aver vissuto meno degli altri e di comprendere la vita > meno di qualunque altro. Forse, io dico a volte delle cose molto strane…  > > E si confuse del tutto[30]. È risaputo: dagli sguardi, dal movimento dei corpi e dall’epidermide tralucono, l’indistinto, il taciuto, l’inesprimibile. Dunque più che il dire, il parlare, sono il linguaggio dei corpi, il frasario mimico delle mani, e soprattutto la loro aderenza di pacato scorrimento, che solcano l’apertura, l’entratura in cuore, alle sue lontananze. Il collimare tattile, il com/baciare pelle su pelle, pelle contro pelle, calore a calore, diventano, per tutte le creature, soglia aurorale d’incontro: una contiguità che abolisce le distanze, senza tuttavia abolire le diversità; una vicinanza che permette la reciprocità – da tu a tu –, la comunicazione dei sensi, il vicendevole e muto ascolto di sensazioni ed emozioni, che dà espressione e significazione all’intimo sentimento. All’universa esistenza. “Il luogo della voluttà è la pelle.”[31] “Tutta la pelle, infatti, è la superficie dell’amore. Dei baci, delle carezze, dei brividi.”[32] Pelle come territorio di conoscenza. Si parla difatti di percezione aptica[33] cioè di quel processo attivato da un’intuizione cutanea che apre alla consapevolezza: toccare ed essere toccati, significa scoperta di sé stessi, scoperta dell’altro che a sua volta ti riconosce, nelle ferite e nell’incompiutezza. L’accostamento dermico, anche il solo lieve lambire una guancia, i capelli o un fianco, purché non sia un distratto e pietistico blandire, può essere capace di smerigliare le durezze, le resistenze, le callosità, di levigare le rughe di tristezza, di squassare il pianto di pietra, aderendo empaticamente al palpitare delle cicatrici, alla loro segreta emorragica struggenza. Le storia di Gilda ed Enoch sembra essere “una esperienza che parla di tutte le non-carezze della vita.”[34] Ed è la mano, organo artefice, più di ogni altra parte del corpo, che, dispiegata a carezza, nulla piatisce, né vuole né trattiene, e che, porgendosi e donandosi, si fa pienezza, corpo che ama. La mano, in quell’istante perfetto di carezza, miccia d’innamoramento, è vastità che bussa alla carne e all’anima. La delicata potenza di una carezza, quando la mano, palma dischiusa, dopo lunghe carestie, travasa nutrimento, slancio, caldo respiro, s’offre a baia di sollecitudine e conforto. > E poi che la sua mano a mia puose, > con lieto volto, ond’io mi confortai [35]. In questa nostra tecno-modernità, così estrinseca allo spirito, a ogni autentico intreccio vitale, dove tutto obbedisce all’imperativo della fretta e del fragore, dell’apparenza e dell’efficienza, dove ogni cosa scorre e corre nella mutevolezza e friabilità dei legami, dove inquietudini, depressioni e fragilità sono interrati da raffiche di un mai saziato consumismo, sempre più necessita quel gesto sottile e bruciante sulla pelle, al punto da sentirlo, nel gelo della noncuranza, squarcio d’attenzione, adagio di cura, pausato evanescente tatuaggio d’amorevolezza, diafano presagio di salvezza.  La carezza, liturgia del cuore, che diviene battesimo di riconoscimento. Nell’essere guardati, nell’essere ascoltati, nella breccia di un tocco, si esperisce il ben-essere, la benefica sensazione di sentirsi accolti e amati. “Per uno stabile sentimento di autostima, dipendo dall’idea di essere importante per l’altro e di essere amato.” [36] Accoglienza e amore come affermazione ontologica del proprio esistere. Gabriel von Max, Scimmie come critici d’arte, 1889 * Un’ultima riflessione sui nostri personaggi. Entrambi non svettano né per ragionamenti né per ingegno: in loro nessuna cabrata mentale, solo abbozzi di pensieri, tracce di sensazioni, attraverso cui captano la realtà loro intorno, alla quale mandano slabbrati e inudibili messaggi. Eppure, si sono viste, nel finale dei due racconti, svolte cruciali, il verificarsi di una penosa implosione, grazie alle quali i nostri sembrano giungere a una cognizione, seppure fioca, sul mondo e sugli uomini, nonché a un’inconsapevole epifania di sé: la visita di Gilda allo zoo, seguita dalla scelta del suicidio, il seppellimento degli abiti di Enoch (quasi una sepoltura della sua essenza umana?)  seguito dall’animalesco vestimento. È fondato interpetrare tali snodi come riti di passaggio: la transizione da un’esistenza all’altra? L’abbandono, lo spossessamento della vita passata, coatta e innaturale, sono l’indubbia espressione di un voler aprire uno iato, compiere una definitiva rottura, scavare un fossato tra un prima e un dopo: da parte della babbuina mediante la morte liberatrice, da parte di Enoch col mascheramento.  A proposito di mascheramenti: fermiamoci. Guardiamo. Guardiamoci un poco minuziosamente: “Guarda da dietro la tua maschera, vedi un altro.”[37] Siamo anche noi esseri mutanti?  > La scena è davanti > vite in metamorfosi > figure recitanti > di noi soli  > comparse > fra verità e inganni Il denudamento-travestimento di Enoch non ci rinvia forse alle innumeri esuviazioni, spoliazioni, laceranti scotennature – come non ricordare gli scuoiamenti di Marsia, il satiro punito da Apollo e di Bartolomeo, l’apostolo martirizzato?  – e alle altrettanti livree, corazzature belluine e camuffamenti, all’una nessuna centomila fugaci parvenze compiute nelle nostre relazioni quotidiane? Dunque un destrutturarsi, un cambiar pelle, per esporsi all’esterno, un mettersi in vetrina con altre sembianze, dietro cui nascondere l’animale-male, “Lo sento ancora, sotto la cute, dove gemendo la bestia cresce”[38]: l’altro io, affamato e ringhioso in quel sotterraneo gorgo profondo, così somigliante al “territorio del diavolo” descritto dalla O’Connor. Eccolo, laggiù, il nostro doppio: il Mr. Hyde, l’intruso, il verme che tossico ci abita, il lievitante globulo nero, di cui s’avvertono, a tratti, i minacciosi sommovimenti. Non occorre esser camera – né casa – per essere abitati dallo spettro – Ci sono nel cervello corridoi  che superan gli spazi materiali – Più sicuro incontrare a Mezzanotte –  il fantasma esteriore  che imbattersi nell’intimo in quel più freddo spettro –  Meno tremendo l’impeto di pietre galoppanti per una badia –  che incontrare se stessi disarmati  in un luogo solitario – Noi dietro noi nascosti –  terribile pericolo –  L’assassino in agguato nella stanza –  un orrore da poco. Il corpo prende a prestito un revolver – spranga le porte – e non s’accorge di un più altero spettro – che incombe – più vicino –[39] Ma si entra dentro un’altra spoglia, d’oro o di cartone, non soltanto per presentarsi al mondo, ma talvolta anche per coprire l’indifesa epidermide, la viva carne, per riparare la nuda personalità, la buia esulcerata anima. Quindi blindarsi in gusci, carapaci, esoscheletri, tramature d’aculei, o larvarsi rimpannucciandosi ora in bozzoli o velli, ora in squame o piume, non per sfidare o depredare il mondo, semmai per proteggersi o allontanarsi da esso. Così ci si spodesta della propria carcassa umana, imbestiandoci, come in un gioco di specchi deformanti, per risvegliarci un giorno, dentro una biblica arca, Gregor-Scarafaggio, Aracne-Ragno, Atteone-Cervo, Odile-Cigno nero, Pinocchio-Asino, David-Kobra[40], Will-Lupo[41].  Tornare all’animale che siamo. Occorre disfarsi del proprio corpo, scarnirsi, svuotarsi della propria identità; occorre seppellirsi e morire, affinché si rinasca in altra sostanza, ad altra, più vera, vita. Morte e Mascheramento, dunque, in una parola, nascondimento, come congedo dalla società, che discrimina e rifiuta, un creare un confine tra sé e il mondo, uno sradicarsi, un portarsi al largo dalle convenzioni-costrizioni, dal gravame – o dal vacuo – della civiltà, dalle tiranniche sovrastrutture del progresso. E ancora, un affrancarsi dall’umana indifferenza, nelle cui vene il basilisco del male insuffla il suo putrefatto fiato; uno strapparsi dal genere umano che, allignato in un inestirpabile egocentrismo, incombe, abbranca, empiamente predomina e viola. Bloccando la manifestazione dell’Essere. Disconoscendo l’amore. Mascheramento e Morte sono audaci guadi, frontiere sommerse, per sottrarre la propria presenza dal mondo, per condursi, scivolarsi, disarmati e solitari, sotto un sudario o in uno speco, in un altrove recondito, dove rimpiccolirsi a unicellulato sé, all’Uno universale. Altrove che altro non è che un riflusso, una sorta di rimpatrio all’isola-madre, un molle retrocedere al principio, quel ridonarsi all’inconoscibile stato embrionale – “rannicchiato feto d’angelo/mostro incompiuto”[42] –primigenia e privilegiata cripta di quiete e, a un tempo, di abbandono al Tutto. “Uno spazio dove non devono esserci resistenze, né possibilità alcuna d’impedimento; dove colui che entra fluttui blando, aperto, senza legami come un’alga che fluttua nel più vivo della corrente senza esserne trascinata.”[43]   E infine, ritornando ai gesti dei nostri due protagonisti: la morte, estrema metamorfosi, di Gilda e la trasmutazione di Enoch in gorilla, non sono da intendere atti di ribellione o di sfida, un No gridato dal silenzio, vessillo d’accusa alla crudeltà dell’uomo, e nemmeno una resa, quanto piuttosto un naturale bisognevole rientro in un grembo prenatale, l’affidarsi a un remoto baccello di protezione, a un’affettiva e sorgiva respirazione. Gilda ed Enoch, perduta la strada di casa e del mondo, sciolti da ogni destino, fuori dal tempo, o semmai ivi entrati per dilatarlo, immersi accolti custoditi in un primitivo ventre, dolcemente intatti e intangibili nell’onda di una cosmica deriva amniotica, impasto di luminosa nudità, legati al cordone ombelicale del mistero – centripeta visceralità inaccessibile a ogni padronanza – dei sogni e dell’immaginazione – forma feconda di libertà e d’oblio – prendono quota, sicuri di smarrirsi… > […] se avessi camminato a lungo a lungo, fino ad oltrepassare quella linea > dove il cielo s’incontra con la terra, là sarebbe stata la soluzione > dell’enigma, e avrei conosciuto una nuova vita mille volte più viva[44]. > … a guisa degli angeli > sperdersi > o degli sparvieri Grazia Frisina *Frida Kahlo, Autoritratto con scimmie, 1943 -------------------------------------------------------------------------------- [1] G. Arpino, La Babbuina in Racconti di vent’anni, Arnaldo Mondadori, Milano 1974 [2] F. O’Connor, Enoch e il gorilla, in Tutti i racconti, trad. di M. Caramella e I. Omboni, Bompiani, Milano 2015 [3] G. Arpino, op.cit., p. 30 [4] Ivi, p. 27 [5] M. Zambrano, L’idiota, prefaz. Di R. Mancini, Castelvecchi, Roma 2017, p. 34 [6] G. Arpino, op.cit., p. 31 [7] Ivi, p. 32 [8] Gen. 5, 21-24 “Enoch aveva sessantacinque anni quando generò Matusalemme. Enoch camminò con Dio; dopo aver generato Matusalemme, visse ancora per trecento anni e generò figli e figlie.  L’intera vita di Enoch fu di trecentosessantacinque anni. Poi Enoch cammino con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.” [9] F. O’Connor, op. cit., p. 123 [10] Ivi, p. 124-125 [11] Ivi, p. 125 [12] Ivi, p. 126 [13] Ivi, p. 130 [14] Ivi, p. 131 [15] F. Dostoevskij, L’idiota, trad. di A. Polledro, Einaudi, Torino 1994, p. 70 [16] Omero, Iliade, canto II, vv 212-219, trad. di G. Cerri [17] G. Ritsos, Perseguitati, in Molto tardi nella notte, trad. di N. Crocetti, Crocetti editore, Milano 2020 [18] F. Dostoevskij, op.cit., p. 164 [19] F. O’Connor, op. cit., p. 130 [20] Rosso Fiorentino, Deposizione di Sansepolcro, 1528, Chiesa di S. Lorenzo, Sansepolcro [21] U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani ed., Milano 1983, p. 53-54 [22] W. Menninghaus, Disgusto. Teoria e storia di una sensazione forte, a cura di S. Feloj, Mimesis, Milano 2016, p. 15 [23] F. Dostoevskij, op.cit., p. 28 [24] F. O’Connor, op. cit., p. 131 [25] M. Zambrano, Lettera sull’esilio, in Per abitare l’esilio, a cura di F. J. Martín, Le Lettere, Firenze 2006, p. 138 [26] Sap. 4, 10-12 [27] A. Rimbaud, Illuminazioni, in Poesie e prose, trad. di D. Grange Fiori, Oscar Mondadori, Milano 2008, p. 307 [28] G. Arpino, op. cit., p. 28 [29] F. O’Connor, op.cit., p. 125-126 [30] F. Dostoevskij, op.cit., p. 64 [31] B. C. Han, L’espulsione dell’altro, trad. di V. Tamaro, Nottetempo, Milano 2017, p. 81 [32] V. Lingiardi, Corpo, umano, Einaudi, Torino, 2024, p. 59 [33] J. J. Gibson definisce il sistema aptico come la “sensibilità dell’individuo verso il mondo adiacente al suo corpo”. <https://it.wikipedia.org/wiki/Percezione_aptica> [34] G. Tunström, Chiarori, trad. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1999, p. 138 [35] D. Alighieri, Inferno III, vv 19-20 [36] B. C. Han, op. cit. p. 35-36 [37] G. Ritsos, Monocordi, 336 poesie di un verso, n. 53, trad. di N. Crocetti, Crocetti editore, Milano 2026 [38] C. Lavant, in Poesie, scelte da T. Bernhard, trad. di A. Ruchat, Effigie ed. Milano 2016, p. 149  [39] E. Dickinson, in Tutte le poesie, n. 670, a cura di M. Bulgheroni, Meridiani, A. Mondadori, Milano 1997 [40] Kobra (Sssssss), film del 1973, regia di B. L. Kowalski [41] Wolf – La belva è fuori, film del 1994, regia di M. Nichols [42] F. Romagnoli, Processo, in Il tredicesimo invitato, da La folle tentazione dell’eterno, Internopoesia, Latiano 2022, p.120 [43] M. Zambrano, L’idiota, op. cit., p. 37 [44] F. Dostoevskij, op.cit., p. 61 L'articolo La babbuina e il babbeo: Gilda ed Enoch, o della scim(m)unitudine  proviene da Pangea.
July 23, 2026 / Pangea