Siamo andati a stanare nella sua casa un poeta che, finora, crediamo sia stato
trascurato ingiustamente. Questa è la chiacchierata che ne è nata, e che
vorrebbe contribuire a far luce sul lavoro di Andrea Labate, l’autore di un
libro, il solo finora, pubblicato più di dieci anni fa (nel 2015), La resa del
margine, nella collana Quaderni & Immagini da L’arcolaio. Ci siamo fatti
raccontare, dopo aver fatto violenza al suo pudore, la genesi del volume e il
suo sguardo da ‘fuori canone’.
Grazie agli inediti riportati in coda ci si potrà fare anche un’idea
dell’evoluzione del suo stile e di un lavorio silenzioso nella poesia che
continua.
Nell’introduzione ho letto una frase che mi ha colpito: il tuo prefatore, Davide
Castiglione, parla dei modelli da cui, non sempre, ti sei affrancato. Quali sono
secondo te?
Sicuramente alcuni scrittori e poeti beat come Kerouac, Ginsberg, Corso, poi
García Lorca. Questi sono stati i primi autori importanti dai quali ho preso
ispirazione o almeno una sorta di matrice per capire cosa potesse significare
scrivere poesie. Ero attratto da un loro certo modo di modellare l’immagine e
credo che, più o meno consciamente, quelle letture abbiano plasmato poi anche il
mio modo di fare poesia. Può essere che in alcune pagine si notino delle
forzature a livello di poetica o di ricerca delle immagini, spesso fin troppo
cariche, lo ammetto. E forse in alcune parti specifiche si ritrovino in modo più
evidente i modelli dai quali sono partito. Siamo attorno agli anni della mia
formazione universitaria. E questi poeti non facevano parte dei vari corsi che
ho frequentato. Queste, infatti, sono state tutte letture che facevo in
parallelo rispetto ai vari ‘doveri’. Poi Dino Campana, Clemente
Rebora, Baudelaire, Rimbaud. Loro invece sono stati anche oggetto d’esame.
Hai citato il concetto di ‘immagine’. Sempre nell’introduzione leggo di un tuo
gusto, a proposito, per l’estraniamento. Che valore hanno, dunque, le immagini
in questo tuo libro?
Sicuramente hanno il valore più alto, anche a discapito di una certa linearità o
chiarezza del discorso. Partivo da una modalità emozionale-intuitiva per
iniziare a scrivere e poi, quello che cercavo di fare, è seguire quella
sensazione lasciandomi in un certo senso trasportare in maniera
quasi passiva (potrei dire in parte pre-razionale) proprio costruendo attorno
un’immagine o immagini che dentro di me percepivo essere allineate a quello che
sentivo. Questo mio procedere ha poco a che fare con il controllo della
scrittura. Spesso le immagini mi si presentano, come anche le parole. Solo in un
secondo momento provo a sistemarle, accantonarle, ridimensionarle.
Castiglione ha scritto che questo libro è un diario trasfigurato che si può
interpretare anche come un romanzo di formazione. A ciò vorrei affiancare un
concetto che credo pertinente, quello della precarietà, che nel volume, in
particolare in due venature sembra tornare e riproporsi: la precarietà
lavorativa e la precarietà generazionale. Sei d’accordo?
Certamente. Anche il titolo della raccolta rimanda al margine inteso come fine
o limite di qualcosa, il bordo o quantomeno una linea di confine. Margine in cui
sono protagonista ma anche osservatore. La precarietà l’ho vissuta, la vivo, e
probabilmente la viviamo in molti. Non dimenticarti che gli anni in cui ho
composto il libro, per me, erano anni anche di grande crisi
e spaesamento. Facevo un lavoro che non mi ha mai dato spiragli verso il futuro.
L’impiego più lontano dalla possibilità di costruirci sopra una carriera.
Che ricezione ha avuto La resa del margine?
Minima. In primis, non mi sono speso affatto per farlo conoscere nell’ambiente
poetico, salvo per una lettura pubblica che non era neanche la presentazione del
mio libro. Sono stato invitato ad una serata con altri due giovani poeti in cui
avevo letto alcune pagine. Uscì una recensione su Il segnale ma solo perché un
critico che aveva scritto, forse uno o due anni prima, una nota di lettura a una
mia poesia su una rivista, scoprì casualmente il mio lavoro e,
consideratolo meritevole, volle approfondirlo e dargli spazio. Oltre a questo,
c’è una bella lettura di Roberto Corsi su Perigeion, rivista on line di poesia.
Ma non feci proprio nulla per pubblicizzarlo o per farlo conoscere. Mi risultava
personalmente difficile intessere rapporti solo per farmi conoscere. Il lavoro
lo consideravo ormai concluso e avevo solo voglia di vederlo materializzato.
Sono passati dieci anni: cosa fai ora? E che cosa è cambiato? Stai scrivendo
ancora? E se sì il tuo sguardo e la tua pratica sono mutati?
Scrivo ancora ma sempre rubando il tempo per la poesia come un ladro. Scrivendo
quello che per me necessariamente deve essere messo nero su bianco. Poco, forse,
ma inevitabile. C’entra anche, ancora, quella precarietà pratica ed esistenziale
di cui si diceva prima che mi ha sempre concesso poco tempo per scrivere. Ho
qualche inedito e ho iniziato quello che potrei chiamare un progetto di più
ampio respiro e ne ho già in mente un secondo. Tutto il cammino però è molto
lento. La corsa davvero non mi interessa. Non mi interessa la vetrina. Quello
che conta davvero è la possibilità di provare a seguire e fare ciò che amo. Se
ci saranno dei riscontri bene, se non ci saranno o se ci saranno fra vent’anni
andrà bene ugualmente. La mia pratica poetica non è cambiata ma ho degli
strumenti e delle consapevolezze che dieci anni fa sicuramente non avevo.
Provo a fare un passo indietro e mettendomi in una posizione più distante.
Vorrei sapere, in generale, quali sono le condizioni ideali per te per iniziare
a scrivere. Cerchi un setting particolare? Affianchi ascolti specifici o letture
preparatorie? Per riassumere, hai delle ritualità che cerchi di ricreare che
attivano il tuo momento della scrittura?
Non necessariamente. Credo di aver scritto in luoghi diversi, nel silenzio, nel
rumore di sottofondo della città, con dellamusica o con la televisione accesa…
ciò mi aiuta a trovare una specie di silenzio interiore che mi permette di
scrivere. Il silenzio esterno lo trovo quasi più fastidioso. Il luogo prediletto
è quasi sempre casa mia seduto al tavolino con il mio gatto Tao che cammina sui
fogli ma, la maggior parte delle volte le intuizioni nascono altrove, e in
situazioni di scomodità come quando si attraversa la strada qui a Milano o
mentre sto pagando in un negozio. E così forse ho spiegato meglio quel
riferimento alla modalità poco conscia di cui accennavo, dove arrivano versi,
intuizioni, immagini da trattenere e riportare a casa e poi meditarci su prima
di addormentarmi e, magari al risveglio, trovare la parola chiave che si
incastra.
Per risponderti in modo stringato no, non ho regole o riti specifici.
Prima hai citato quelli che consideri i tuoi maestri, in buona parte stranieri.
Come ti rapporti con la poesia contemporanea italiana?
Non credo di avere alcun rapporto né personale né di frequentazioni di letture
e, salvo rare eccezioni, non trovo da quelle parti linfa né ispirazione.
Potresti raccontarci la genesi di qualche tua poesia?
Non posso parlare di una vera e propria genesi omogenea, avendo tutte le poesie
del libro come minimo comune denominatore la dispersione creativa ed
esistenziale. Molte sono nate in Calabria (la mia altra parte d’origine, oltre a
quella valtellinese), alcune durante un viaggio in solitaria nelle Marche. Per
il resto, tutto il lavoro sul libro è stato fatto nella mia stanza che allora
avevo in condivisione a Milano. Di una poesia in particolare posso parlare,
legandomi alla domanda che mi hai fatto prima: Sotto gli archi di Torino (per
Gianni Milano). Ecco, di questa ricordo esattamente la genesi. Tra gli incontri
umani ed artistici più belli e appaganti della mia vita, un’amicizia preziosa.
Dopo una giornata con Gianni, non particolarmente diversa da altre con lui,
tornai a Milano con una sensazione di gratitudine e pienezza diversa dal solito.
Scrissi quasi di getto quella poesia, una delle poche del libro dove non
serpeggia nessuna visione mortifera, nessuna cinica distruzione, ma un ‘omaggio’
a modo mio, a quell’uomo così tanto importante per me in quel momento. Milano
divenne poi una sorta di maestro, una fra le altre stelle da guardare.
Torno ad uno sguardo più generale sul tuo libro. Uno dei fili rossi principali
credo sia quello relativo alla resa dei conti rispetto ad un mondo che pare
saltato in aria o morto affossato da burocrazie e catene di montaggio. Alcune
tematiche sembrano figlie di uno sguardo espressionista accompagnate da lingua e
stile che non per forza collimano. L’orizzonte che però delinei è quello di un
mondo bloccato, scaduto e finito. Rimane solo una quota di riflessione e
sopravvivenza?
È esattamente così. Il rapporto io-mondo si muove costantemente tra sconfitte e
aspettative disattese in uno scenario di desolazione continua. Rimane la poesia
come forza sovversiva del linguaggio, come sguardo lucido in grado, a volte, di
disinnescare questo congegno burocratizzato e disumanizzato.
Fra le tue poesie sembra esserci, in effetti, più vita fra gli elementi morti
che fra gli esseri umani, che compaiono agendo pochissimo. Sono protagonisti di
assenze. Le tue poesie più riuscite rendono evidente una società al collasso.
L’assenza è parte centrale del libro. Nello specifico ciò che rimane quando
tutto finisce, che sia la morte di una persona amata, la fine di una relazione
significativa, o la sterilità di un mondo che ha perso ogni direzione.
Alessandro Manca
*
Da La resa del margine
Sotto gli archi di Torino
(per Gianni Milano)
C’era tutto nella zuppa di colori dell’autunno collinare
per seguirti con le anime bisbetiche
sulle tracce d’uva dei poeti
architettando itinerari tra fantasmi partigiani
nelle blande Langhe di mammelle
e i fianchi rossi che mescolano i tuoi capelli
grigi di lanugine e coriandoli di foglie sul nostro album da disegno
– ventaglio della gazza per l’adagio del momento.
Accucciato su uno sbavo d’emozione
la montagna sporge dalle case di ringhiera.
Noi a domandarci un movimento per uscire dall’apnea
ad indagarti per un solo cenno
le mani nelle mani
trincerati dalla morsa del mondo addormentato.
***
Per la riapertura dei mercati tutto questo non importa
(Cosa resta di un orto se l’alba è decomposta)
[E perché non si può imbalsamare un’anima]
Se ne sta andando e me lo schiaffi addosso come acqua gelida.
La personalissima maniera di farmi notare i dettagli.
Sul filo di un fiato strascicato
ogni scusa è buona per renderlo evidente
e la tua tristezza muta
nel vedere che nessuno se ne prende più cura.
Le tue scarpe di gomma
avevano un senso avventuriero
ora è tutto un ammirare in modo tempestivo.
Il giorno esatto dell’ultimo acquazzone
e riproporsi a metà agosto
come una presenza significativa.
Ti suscito sempre qualcosa di irrisolto
quando dico che ho alcune cose da ultimare – da una vita.
E allora diamo la colpa al terreno sgranato
avere in gola i nomi di chi non ha fatto presenza.
Ma nessuno oggi ti ha visto bene per come camminavi.
Un errore che ci rimandi al porto
il giardino era gonfio e la notte così leggera –
niente da riempire e il nero non aveva luogo.
Pensa se un uomo non potesse piangere quando gli pare.
Tra tutte le cose
proprio quella sedia vuota sotto l’albero di banane
e lì qualcuno ha il dovere di non fiatare.
***
Un passo dalle mura
Ad ogni solco s’incunea una rovina
in fretta ribatte il girasole
si spiana
un incastro sfumato di colline tinteggiate.
Un battito metallico il principio
l’umidità del quartiere marocchino –
senza il bisogno di recitare la bussola
qui mi hanno deposto e nessuno che dispera.
Un fiore che non sboccia è già caduto
e lo sollevo.
La pioggia si punge nel bronzo
sfrigola tra i pellegrini
spaventa la macchina e l’impresa.
Io sto dove c’è il fresco e non ne ho voglia.
Portatemi notizie da laggiù
quest’anno ho fatto tardi, spiacente.
***
Inediti
(Senza titolo)
Una sterminata assenza di lucidità
era l’anima nostra
una, cavata dai boschi
sopravvissuti alla città
finimmo poi l’attività umana provando a ricordare per la prima volta
uno sconfinamento
o due anfore di terracotta disciolte nel mare
sbucare come animale sfuggito al mirino
nelle schiettezze crude
dei suicidi leggendari, dei santi
sconosciuti e bevitori:
ieri ho visto come fine disastrosa
scegliere di amarmi – una tipica frase del mattino
un cappio di zucchero filato
da portarti nella vasca da bagno
un piano terra, caramelle gommose per lamette
per baciarti i polsi arati nel tempo
non così difformi da un cimitero pieno di ratti
e fiori rari
abbellirci come piante infestanti
che crescono nei giardini di nessuno
non l’ovvio del peace & love
ma vera e scarna incarnazione
di scheletrini amanti sotto un cielo di cartapesta
Particelle sature di combustione e apparivamo
ombre che vogliono precipitare
andando attraverso
un volo dimenticato
cedendoci, cediamo
terra svasata che aspetta ritorsioni
pensare, pensare
un’impalcatura celeste, una gabbia.
(2019)
***
Quasi una casa
I ragazzi
imbucano la notte con crescente disperazione
turno finito senza stupori
come un rivolo di muschio
perduto in un canale di scolo
perciò non abili a rispondere
a un candore intaccato da un felice disprezzo
un qualunque ruolo in mezzo a cemento, laminati
raccogliere dal fiume acqua malata
ma attinta genuinamente
od ombre senza orma né peso
assoldati ai mercati
si giocano le anime
sotto il led convulso dei lampioni
rigidi come generali in un bieco rovistare
occhi, bocche, nasi velati di cocaina
un abbandono molesto
senza possibilità di risarcire un pensiero
Stecco che si fa fiore in una gabbia sudicia
Notturna palpitante vitalità
I ragazzi sono andati aspettando il mattino
col loro culo secco sul legno smaltato delle panchine
e guano sotto lunghe funi tese
contando i passi falsi fatti dentro quelle mura
e lunghissimi secondi in silenzio ascoltando
solo il rombo di un aereo invisibile
Lasciàti
come le macchine dentro le fabbriche
a fare la ruggine
Una magnolia tra la palestra e la spazzatura
e il muro appena sporcato dal sole
luce consunta, precisa, senza segreti
portata da altri a compimento.
(2021)
*In copertina e nel testo: disegni di Lucian Freud
L'articolo “Rimane la poesia, forza sovversiva del linguaggio”. Dialogo con
Andrea Labate proviene da Pangea.