Siamo andati a stanare nella sua casa un poeta che, finora, crediamo sia stato
trascurato ingiustamente. Questa è la chiacchierata che ne è nata, e che
vorrebbe contribuire a far luce sul lavoro di Andrea Labate, l’autore di un
libro, il solo finora, pubblicato più di dieci anni fa (nel 2015), La resa del
margine, nella collana Quaderni & Immagini da L’arcolaio. Ci siamo fatti
raccontare, dopo aver fatto violenza al suo pudore, la genesi del volume e il
suo sguardo da ‘fuori canone’.
Grazie agli inediti riportati in coda ci si potrà fare anche un’idea
dell’evoluzione del suo stile e di un lavorio silenzioso nella poesia che
continua.
Nell’introduzione ho letto una frase che mi ha colpito: il tuo prefatore, Davide
Castiglione, parla dei modelli da cui, non sempre, ti sei affrancato. Quali sono
secondo te?
Sicuramente alcuni scrittori e poeti beat come Kerouac, Ginsberg, Corso, poi
García Lorca. Questi sono stati i primi autori importanti dai quali ho preso
ispirazione o almeno una sorta di matrice per capire cosa potesse significare
scrivere poesie. Ero attratto da un loro certo modo di modellare l’immagine e
credo che, più o meno consciamente, quelle letture abbiano plasmato poi anche il
mio modo di fare poesia. Può essere che in alcune pagine si notino delle
forzature a livello di poetica o di ricerca delle immagini, spesso fin troppo
cariche, lo ammetto. E forse in alcune parti specifiche si ritrovino in modo più
evidente i modelli dai quali sono partito. Siamo attorno agli anni della mia
formazione universitaria. E questi poeti non facevano parte dei vari corsi che
ho frequentato. Queste, infatti, sono state tutte letture che facevo in
parallelo rispetto ai vari ‘doveri’. Poi Dino Campana, Clemente
Rebora, Baudelaire, Rimbaud. Loro invece sono stati anche oggetto d’esame.
Hai citato il concetto di ‘immagine’. Sempre nell’introduzione leggo di un tuo
gusto, a proposito, per l’estraniamento. Che valore hanno, dunque, le immagini
in questo tuo libro?
Sicuramente hanno il valore più alto, anche a discapito di una certa linearità o
chiarezza del discorso. Partivo da una modalità emozionale-intuitiva per
iniziare a scrivere e poi, quello che cercavo di fare, è seguire quella
sensazione lasciandomi in un certo senso trasportare in maniera
quasi passiva (potrei dire in parte pre-razionale) proprio costruendo attorno
un’immagine o immagini che dentro di me percepivo essere allineate a quello che
sentivo. Questo mio procedere ha poco a che fare con il controllo della
scrittura. Spesso le immagini mi si presentano, come anche le parole. Solo in un
secondo momento provo a sistemarle, accantonarle, ridimensionarle.
Castiglione ha scritto che questo libro è un diario trasfigurato che si può
interpretare anche come un romanzo di formazione. A ciò vorrei affiancare un
concetto che credo pertinente, quello della precarietà, che nel volume, in
particolare in due venature sembra tornare e riproporsi: la precarietà
lavorativa e la precarietà generazionale. Sei d’accordo?
Certamente. Anche il titolo della raccolta rimanda al margine inteso come fine
o limite di qualcosa, il bordo o quantomeno una linea di confine. Margine in cui
sono protagonista ma anche osservatore. La precarietà l’ho vissuta, la vivo, e
probabilmente la viviamo in molti. Non dimenticarti che gli anni in cui ho
composto il libro, per me, erano anni anche di grande crisi
e spaesamento. Facevo un lavoro che non mi ha mai dato spiragli verso il futuro.
L’impiego più lontano dalla possibilità di costruirci sopra una carriera.
Che ricezione ha avuto La resa del margine?
Minima. In primis, non mi sono speso affatto per farlo conoscere nell’ambiente
poetico, salvo per una lettura pubblica che non era neanche la presentazione del
mio libro. Sono stato invitato ad una serata con altri due giovani poeti in cui
avevo letto alcune pagine. Uscì una recensione su Il segnale ma solo perché un
critico che aveva scritto, forse uno o due anni prima, una nota di lettura a una
mia poesia su una rivista, scoprì casualmente il mio lavoro e,
consideratolo meritevole, volle approfondirlo e dargli spazio. Oltre a questo,
c’è una bella lettura di Roberto Corsi su Perigeion, rivista on line di poesia.
Ma non feci proprio nulla per pubblicizzarlo o per farlo conoscere. Mi risultava
personalmente difficile intessere rapporti solo per farmi conoscere. Il lavoro
lo consideravo ormai concluso e avevo solo voglia di vederlo materializzato.
Sono passati dieci anni: cosa fai ora? E che cosa è cambiato? Stai scrivendo
ancora? E se sì il tuo sguardo e la tua pratica sono mutati?
Scrivo ancora ma sempre rubando il tempo per la poesia come un ladro. Scrivendo
quello che per me necessariamente deve essere messo nero su bianco. Poco, forse,
ma inevitabile. C’entra anche, ancora, quella precarietà pratica ed esistenziale
di cui si diceva prima che mi ha sempre concesso poco tempo per scrivere. Ho
qualche inedito e ho iniziato quello che potrei chiamare un progetto di più
ampio respiro e ne ho già in mente un secondo. Tutto il cammino però è molto
lento. La corsa davvero non mi interessa. Non mi interessa la vetrina. Quello
che conta davvero è la possibilità di provare a seguire e fare ciò che amo. Se
ci saranno dei riscontri bene, se non ci saranno o se ci saranno fra vent’anni
andrà bene ugualmente. La mia pratica poetica non è cambiata ma ho degli
strumenti e delle consapevolezze che dieci anni fa sicuramente non avevo.
Provo a fare un passo indietro e mettendomi in una posizione più distante.
Vorrei sapere, in generale, quali sono le condizioni ideali per te per iniziare
a scrivere. Cerchi un setting particolare? Affianchi ascolti specifici o letture
preparatorie? Per riassumere, hai delle ritualità che cerchi di ricreare che
attivano il tuo momento della scrittura?
Non necessariamente. Credo di aver scritto in luoghi diversi, nel silenzio, nel
rumore di sottofondo della città, con dellamusica o con la televisione accesa…
ciò mi aiuta a trovare una specie di silenzio interiore che mi permette di
scrivere. Il silenzio esterno lo trovo quasi più fastidioso. Il luogo prediletto
è quasi sempre casa mia seduto al tavolino con il mio gatto Tao che cammina sui
fogli ma, la maggior parte delle volte le intuizioni nascono altrove, e in
situazioni di scomodità come quando si attraversa la strada qui a Milano o
mentre sto pagando in un negozio. E così forse ho spiegato meglio quel
riferimento alla modalità poco conscia di cui accennavo, dove arrivano versi,
intuizioni, immagini da trattenere e riportare a casa e poi meditarci su prima
di addormentarmi e, magari al risveglio, trovare la parola chiave che si
incastra.
Per risponderti in modo stringato no, non ho regole o riti specifici.
Prima hai citato quelli che consideri i tuoi maestri, in buona parte stranieri.
Come ti rapporti con la poesia contemporanea italiana?
Non credo di avere alcun rapporto né personale né di frequentazioni di letture
e, salvo rare eccezioni, non trovo da quelle parti linfa né ispirazione.
Potresti raccontarci la genesi di qualche tua poesia?
Non posso parlare di una vera e propria genesi omogenea, avendo tutte le poesie
del libro come minimo comune denominatore la dispersione creativa ed
esistenziale. Molte sono nate in Calabria (la mia altra parte d’origine, oltre a
quella valtellinese), alcune durante un viaggio in solitaria nelle Marche. Per
il resto, tutto il lavoro sul libro è stato fatto nella mia stanza che allora
avevo in condivisione a Milano. Di una poesia in particolare posso parlare,
legandomi alla domanda che mi hai fatto prima: Sotto gli archi di Torino (per
Gianni Milano). Ecco, di questa ricordo esattamente la genesi. Tra gli incontri
umani ed artistici più belli e appaganti della mia vita, un’amicizia preziosa.
Dopo una giornata con Gianni, non particolarmente diversa da altre con lui,
tornai a Milano con una sensazione di gratitudine e pienezza diversa dal solito.
Scrissi quasi di getto quella poesia, una delle poche del libro dove non
serpeggia nessuna visione mortifera, nessuna cinica distruzione, ma un ‘omaggio’
a modo mio, a quell’uomo così tanto importante per me in quel momento. Milano
divenne poi una sorta di maestro, una fra le altre stelle da guardare.
Torno ad uno sguardo più generale sul tuo libro. Uno dei fili rossi principali
credo sia quello relativo alla resa dei conti rispetto ad un mondo che pare
saltato in aria o morto affossato da burocrazie e catene di montaggio. Alcune
tematiche sembrano figlie di uno sguardo espressionista accompagnate da lingua e
stile che non per forza collimano. L’orizzonte che però delinei è quello di un
mondo bloccato, scaduto e finito. Rimane solo una quota di riflessione e
sopravvivenza?
È esattamente così. Il rapporto io-mondo si muove costantemente tra sconfitte e
aspettative disattese in uno scenario di desolazione continua. Rimane la poesia
come forza sovversiva del linguaggio, come sguardo lucido in grado, a volte, di
disinnescare questo congegno burocratizzato e disumanizzato.
Fra le tue poesie sembra esserci, in effetti, più vita fra gli elementi morti
che fra gli esseri umani, che compaiono agendo pochissimo. Sono protagonisti di
assenze. Le tue poesie più riuscite rendono evidente una società al collasso.
L’assenza è parte centrale del libro. Nello specifico ciò che rimane quando
tutto finisce, che sia la morte di una persona amata, la fine di una relazione
significativa, o la sterilità di un mondo che ha perso ogni direzione.
Alessandro Manca
*
Da La resa del margine
Sotto gli archi di Torino
(per Gianni Milano)
C’era tutto nella zuppa di colori dell’autunno collinare
per seguirti con le anime bisbetiche
sulle tracce d’uva dei poeti
architettando itinerari tra fantasmi partigiani
nelle blande Langhe di mammelle
e i fianchi rossi che mescolano i tuoi capelli
grigi di lanugine e coriandoli di foglie sul nostro album da disegno
– ventaglio della gazza per l’adagio del momento.
Accucciato su uno sbavo d’emozione
la montagna sporge dalle case di ringhiera.
Noi a domandarci un movimento per uscire dall’apnea
ad indagarti per un solo cenno
le mani nelle mani
trincerati dalla morsa del mondo addormentato.
***
Per la riapertura dei mercati tutto questo non importa
(Cosa resta di un orto se l’alba è decomposta)
[E perché non si può imbalsamare un’anima]
Se ne sta andando e me lo schiaffi addosso come acqua gelida.
La personalissima maniera di farmi notare i dettagli.
Sul filo di un fiato strascicato
ogni scusa è buona per renderlo evidente
e la tua tristezza muta
nel vedere che nessuno se ne prende più cura.
Le tue scarpe di gomma
avevano un senso avventuriero
ora è tutto un ammirare in modo tempestivo.
Il giorno esatto dell’ultimo acquazzone
e riproporsi a metà agosto
come una presenza significativa.
Ti suscito sempre qualcosa di irrisolto
quando dico che ho alcune cose da ultimare – da una vita.
E allora diamo la colpa al terreno sgranato
avere in gola i nomi di chi non ha fatto presenza.
Ma nessuno oggi ti ha visto bene per come camminavi.
Un errore che ci rimandi al porto
il giardino era gonfio e la notte così leggera –
niente da riempire e il nero non aveva luogo.
Pensa se un uomo non potesse piangere quando gli pare.
Tra tutte le cose
proprio quella sedia vuota sotto l’albero di banane
e lì qualcuno ha il dovere di non fiatare.
***
Un passo dalle mura
Ad ogni solco s’incunea una rovina
in fretta ribatte il girasole
si spiana
un incastro sfumato di colline tinteggiate.
Un battito metallico il principio
l’umidità del quartiere marocchino –
senza il bisogno di recitare la bussola
qui mi hanno deposto e nessuno che dispera.
Un fiore che non sboccia è già caduto
e lo sollevo.
La pioggia si punge nel bronzo
sfrigola tra i pellegrini
spaventa la macchina e l’impresa.
Io sto dove c’è il fresco e non ne ho voglia.
Portatemi notizie da laggiù
quest’anno ho fatto tardi, spiacente.
***
Inediti
(Senza titolo)
Una sterminata assenza di lucidità
era l’anima nostra
una, cavata dai boschi
sopravvissuti alla città
finimmo poi l’attività umana provando a ricordare per la prima volta
uno sconfinamento
o due anfore di terracotta disciolte nel mare
sbucare come animale sfuggito al mirino
nelle schiettezze crude
dei suicidi leggendari, dei santi
sconosciuti e bevitori:
ieri ho visto come fine disastrosa
scegliere di amarmi – una tipica frase del mattino
un cappio di zucchero filato
da portarti nella vasca da bagno
un piano terra, caramelle gommose per lamette
per baciarti i polsi arati nel tempo
non così difformi da un cimitero pieno di ratti
e fiori rari
abbellirci come piante infestanti
che crescono nei giardini di nessuno
non l’ovvio del peace & love
ma vera e scarna incarnazione
di scheletrini amanti sotto un cielo di cartapesta
Particelle sature di combustione e apparivamo
ombre che vogliono precipitare
andando attraverso
un volo dimenticato
cedendoci, cediamo
terra svasata che aspetta ritorsioni
pensare, pensare
un’impalcatura celeste, una gabbia.
(2019)
***
Quasi una casa
I ragazzi
imbucano la notte con crescente disperazione
turno finito senza stupori
come un rivolo di muschio
perduto in un canale di scolo
perciò non abili a rispondere
a un candore intaccato da un felice disprezzo
un qualunque ruolo in mezzo a cemento, laminati
raccogliere dal fiume acqua malata
ma attinta genuinamente
od ombre senza orma né peso
assoldati ai mercati
si giocano le anime
sotto il led convulso dei lampioni
rigidi come generali in un bieco rovistare
occhi, bocche, nasi velati di cocaina
un abbandono molesto
senza possibilità di risarcire un pensiero
Stecco che si fa fiore in una gabbia sudicia
Notturna palpitante vitalità
I ragazzi sono andati aspettando il mattino
col loro culo secco sul legno smaltato delle panchine
e guano sotto lunghe funi tese
contando i passi falsi fatti dentro quelle mura
e lunghissimi secondi in silenzio ascoltando
solo il rombo di un aereo invisibile
Lasciàti
come le macchine dentro le fabbriche
a fare la ruggine
Una magnolia tra la palestra e la spazzatura
e il muro appena sporcato dal sole
luce consunta, precisa, senza segreti
portata da altri a compimento.
(2021)
*In copertina e nel testo: disegni di Lucian Freud
L'articolo “Rimane la poesia, forza sovversiva del linguaggio”. Dialogo con
Andrea Labate proviene da Pangea.
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In coda alla mia ricerca La vita è un paese straniero: Kerouac in Italia
1966 avevo ipotizzato una breve riflessione che potesse, a tratti, mostrare
delle connessioni, alla luce della figura di Cristo, fra lo scrittore americano
e Pier Paolo Pasolini.
La potete leggere ora, in parte aggiornata.
*
> Mentre salivamo, l’aria si faceva più fresca e le ragazze indie sulla strada
> portavano scialli sulla testa e sulle spalle. Ci chiamavano disperatamente;
> noi ci fermammo a vedere. Volevano venderci piccoli frammenti di cristallo di
> rocca. I loro grandi innocenti occhi bruni guardavano nei nostri con tale
> intensità d’animo che nessuno di noi ebbe il minimo pensiero carnale su di
> loro; inoltre erano giovanissime, alcune di undici anni e quasi con l’aspetto
> di trentenni. «Guardate quegli occhi!» ansimava Dean. Parevano quelli della
> Vergine Maria quand’era fanciulla. Vedemmo in essi la tenera e indulgente
> espressione di Gesù.
>
> Jack Kerouac, Sulla strada
Alcuni aspetti chiave accomunano le traiettorie di Kerouac e di Pasolini: una
quota di anticonformismo radicale, una critica che forzò in modo dirompente le
regole dello status quo, un’incessante inquietudine nella ricerca e uno slancio
di drammaticità nell’intendere opere, vita e loro intreccio. Kerouac, in modo
più ‘selvaggio’ e diretto, e Pasolini, con modalità più intricate e complesse,
incarnarono anche la figura di scrittori, poeti e creatori quasi costretti o
tortuosamente autocostretti su una propria croce dalla quale, pagina dopo
pagina, confessare la realtà di sofferenza, desolazione e tensione di espiazione
che percepivano dentro di loro e attorno a loro.
Andiamo per ordine, ora, guardando più da vicino il momento in cui l’italiano
sta immaginando un nuovo film:
> L’idea di tradurre il Vangelo in immagini cinematografiche, che Pasolini dice
> di aver maturato nel ‘62 durante un soggiorno ad Assisi, dopo una lettura
> illuminante di Matteo, ha in realtà origini inconsce molto più lontane. “Nelle
> mie fantasie affiorava espressamente il desiderio di imitare Gesù (…) mi vidi
> appeso alla croce, inchiodato. I miei fianchi erano succintamente avvolti da
> quel lembo leggero e un’immensa folla mi guardava. Quel mio pubblico martirio
> finì col diventare un’immagine voluttuosa e un po’ alla volta fui inchiodato
> con il corpo interamente nudo. Con le braccia aperte, con le mani e i piedi
> inchiodati, io ero perfettamente indifeso, perduto”.[1]
Secondo Enzo Siciliano «un tale coinvolgimento in Gesù – irrazionalmente,
inconsciamente – muoveva dentro di lui da due direzioni. Da un lato,
l’investimento che egli compiva di sé, perseguitato, processato, anche acceso da
un imperscrutabile bisogno di espiazione, nella figura di Cristo. Dall’altro, la
ricreazione filmica, già accennata nella Ricotta, di idee e valori “cristiani”
che lo avevano accompagnato come in sordina, fin dagli anni della adolescenza e
della giovinezza»[2].
Il Vangelo, che fu realizzato dopo Accattone, Mamma Roma e La ricotta, si può
considerare l’opera conclusiva di una tetralogia cristologica.[3] Sempre per
Siciliano, questa traiettoria e questa immersione dà all’italiano «una rinnovata
maschera – la pedagogia pasoliniana si incarna nel mito dei miti mediterranei,
il Cristo»[4].
In una nota lettera che, nel febbraio 1963, Pasolini indirizzò a Lucio Settimio
Caruso della Pro Civitate Christiana di Assisi leggiamo infatti:
> In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio,
> perché non sono credente – almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia
> divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da
> andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico “poesia”:
> strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per
> Cristo.[5]
Un’ altra potenziale connessione fra i due fu quella legata al fatto che
l’americano stesso avrebbe potuto essere uno degli attori selezionati proprio
per Il Vangelo secondo Matteo:
> Pasolini aveva pensato in un primo tempo di affidare il ruolo di Gesù a poeti
> e scrittori ribelli all’ordine costituito come Allen Ginsberg, Jack Kerouac,
> Evtušenko, rivelando così l’evidente intenzione ideologico-politica di
> rappresentare il Cristo come un poeta arrabbiato, come un predicatore della
> Rivoluzione, che si rivolge al proletariato degli sfruttati.[6]
Ci ricorda Dina D’Isa però come: «Il personaggio più difficile da trovare fu il
Cristo che Pasolini volle dai lineamenti forti e decisi».[7] Lineamenti che
avrebbero potuto essere proprio quelli di Kerouac. La realtà andò diversamente
anche perché Pasolini «incontrò per caso, poco prima delle riprese, uno studente
spagnolo, Enrique Irazoqui, dal volto fiero e distaccato simile ai cristi
dipinti dal Goya o da El Greco, e comprese di aver trovato la persona
giusta».[8]
In realtà, rispetto alla figura di Kerouac, vi fu un equivoco e cioè il fatto
che Pasolini aveva visto una sua foto di parecchi anni prima «e gli era parso
che l’autore dei Sotterranei avrebbe potuto essere un Cristo credibile. Ma più
tardi, quando Kerouac (un po’ sorpreso ma entusiasta) aveva risposto alle
lettere di Bini accettando e accludendo alcune foto più recenti, Pasolini capì
che Cristo era ancora da trovare».[9]
Come accennato, l’immagine di Cristo crocifisso affascinava Pasolini e fin
dall’infanzia. Sarà poi presente in tutta la sua prima produzione poetica.
Ricorrerà ossessiva soprattutto ne L’usignolo della Chiesa Cattolica, un’opera
nella quale quasi ad apertura di pagina si possono leggere versi come questi:
“Cristo nel corpo/ sente spirare/ odore di morte (…) Cristo, il tuo corpo/ di
giovinetta/ è crocifisso/ da due stranieri (…) Cristo alla pace/ del Tuo
supplizio/ nuda rugiada/ era il Tuo sangue (…) Cristo ferito/ sangue di viola,/
pietà degli occhi / chiari dei cristiani (…)”[10].
E: «Tutte le piaghe sono al sole/ ed Egli muore sotto gli occhi/ di tutti:
perfino la madre/ sotto il petto, il ventre, i ginocchi,/ guarda il Suo corpo
patire. (…) Noi staremo offerti sulla croce,/ scoprendo all’ironia le stille/
del sangue dal petto ai ginocchi,/ miti, ridicoli, tremando/ d’intelletto e
passione nel gioco/ del cuore arso dal suo fuoco,/ per testimoniare lo
scandalo».[11]
Jack Kerouac con il crocefisso al collo
Secondo Antonio Repetto «la figura del Cristo costituiva per il Pasolini giovane
poeta un modello narcisistico nel quale proiettava la sua passione viscerale per
la morte, la sua vocazione compiaciuta al martirio»,[12] tema che lo affianca,
nuovamente, all’americano. Stessa cosa per la pratica, più o meno celata, alla
confessione di sé spesso dai tratti scandalosi per pubblico, critici e lettori.
Non si dimentichi anche che, in alcune occasioni, Kerouac è ricordato attraverso
una sua autodefinizione in cui non si dichiara beat, ma uno “strano solitario
pazzo mistico cattolico” che mi fa venire sempre alla mente, a mo’ di parallelo,
la breve definizione coniata da Paul Claudel per Arthur Rimbaud, “mistico allo
stato selvaggio”.
Ma non divaghiamo. Torniamo allo scrittore di Lowell che, come replica a una
domanda di Ted Berrigan («Perché non ha mai scritto di Gesù?») disse: «Io non
avrei scritto nulla di Gesù? Non fare l’ipocrita… e… tutto ciò che ho scritto è
Gesù».[13]
Ecco qualche dimostrazione.
Nell’introduzione a Un mondo battuto dal vento, volume postumo che riunisce e
organizza una selezione di pagine dai dell’americano diari relativi al periodo
dal 1947 al 1954, Douglas Brinkley riporta che il volume testimonia la visione
della figura di Gesù Cristo quale principe dei filosofi, in cui Kerouac
scrisse:
> «Gli insegnamenti di Gesù Cristo sono stati una svolta, un modo per
> confrontarsi con il terribile enigma della vita umana e confondersi di fronte
> a esso. Che cosa miracolosa! Quali pensieri deve aver avuto Gesù prima di
> “aprire la sua bocca” e iniziare il Discorso della montagna. Che pensieri
> profondi, oscuri e silenziosi!».[14]
>
> (dalla riflessione che ha per titolo Sugli insegnamenti di Gesù)
Sempre il Brinkley afferma che «non stupisce notare quanto spesso Kerouac
pensasse alla figura di Cristo mentre scriveva La città e la metropoli. Infatti,
lo scrittore teneva il Nuovo Testamento sempre con sé e pregava Gesù prima di
ogni sessione di lavoro. Nei diari relativi a La città e la metropoli sono
scarsi gli elementi di humour e invece rilevanti le riflessioni teologiche e di
mistica cristiana»[15]. Come questo: «Se Gesù sedesse alla mia scrivania questa
notte, guardando fuori dalla finestra tutta quella gente che ride felice per
l’inizio delle vacanze estive, forse sorriderebbe e ringrazierebbe suo Padre.
Non lo so»[16] (26 giugno 1947). O anche: «La gente deve “vivere”, eppure so che
solo Gesù conosce la risposta definitiva. Se riuscirò mai a riconciliare
l’autentico cristianesimo con lo stile di vita americano, lo farò ricordandomi
di mio padre Leo [Kerouac], un uomo che li conosceva entrambi.»[17]
Altre testimonianze le abbiamo da Diario di uno scrittore affamato, anche questo
postumo, dove è contenuta “la preistoria” di Jack Kerouac, il periodo della sua
formazione di scrittore e artista. Risalgono infatti agli anni tra il 1936 e il
1943 gli oltre sessanta testi raccolti: racconti, poesie, saggi, bozzetti, pezzi
teatrali, brani di romanzi.
Nel brano dal titolo Il saggio del banco di sabbia si legge:
> «Ho visto un film sulla vita di Cristo. È stato inchiodato a una croce da una
> mandria di cannibali. Lo sogno tutte le notti. Vorrei che mia madre mi
> lasciasse portare una tunica lunga. Allora sì che sembrerei un profeta»[18].
In Carestia per il cuore:
> Forse la bontà di Cristo splende con la luna e con le lampade tristi? La sua
> voce geme col fischio del treno? Cristo ritorna all’America, di notte. La
> magica notte è il momento in cui la meraviglia si fa strada nei nostri cuori.
> Sappiamo allora, come mai prima, che la vita è un sogno strano e bellissimo, e
> nient’altro. Oh, la vita è una bellezza amara. Oh, la vita è una gloria
> atroce[19].
Kerouac andò anche oltre, interpretando anche alcuni grandi maestri di scrittura
in chiave cristica: «Penso che la grandezza di Dostoevskij stia nel suo
riconoscimento dell’amore umano. Neanche Shakespeare è penetrato così in
profondità sotto il suo orgoglio, che è quello di tutti noi. Dostoevskij è
davvero un ambasciatore di Cristo e per me la sua opera è il moderno
Vangelo»[20].
Si veda anche un testo come Il macchinario radar nel cielo riportato ne Il libro
dei sogni.
Le seduzioni legate ad aspetti cristici, in particolare il fascino e i richiami
alla crocifissione, non si fermano però soltanto a passi di diari e interviste.
Kerouac fu un interessante e ispirato pittore e sviluppò temi direttamente
collegati a quelli toccati qui. A Roma, nel 1966, come ho raccontato nella mia
ricerca, con Franco Angeli completò una Deposizione. Questa tela fu solo una
delle molteplici a carattere religioso. Qualche altro esempio: Cardinal
Montini (1959); Sacred Hearth; una Crocifissione disegnata a matita nel
1958[21]. Per una panoramica ancora più ampia rimando al volume Departed Angels.
Jack Kerouac. The Lost Paintings[22] in cui compaiono, tra gli altri, una
quantità di Crocifissioni o Pietà, scene archetipiche per l’americano: una
Pietà, dipinta nello studio di Twardowicz nel 1962; Androgynous figures,
sormontata da una piccola croce; Old angel midnight over Lowell; Descent from
the cross; Pietà with bolt of lightning; Crucifixion drawing in blue ink; Pietà
in black and gray (questo disegno ad inchiostro è probabilmente quello che
ricorda più da vicino il lavoro fatto con Angeli. L’impianto sembra davvero lo
stesso). E ancora Graffiti sulla porta dello studio di Twardowicz raffiguranti
anche una croce; The crucifix clothesline; Untitled (crucifix) riportata a
pagina 97. Anche questa tela ricorda molto da vicino alcuni elementi della
Deposizione fatta a Roma.
Franco Angeli e Jack Kerouac, Deposizione, 1966
Torniamo a Pasolini. E ad un’altra connessione con Kerouac: «Il Vangelo di
Pasolini non intendeva mettere in discussione dogmatismi o miti, ma voleva
soprattutto far emergere l’idea della morte, uno dei temi fondamentali della sua
poetica».[23] Secondo Repetto «Nei suoi primi film poi (…) la morte degli eroi
sottoproletari veniva contemplata e rappresentata come una versione moderna
della crocifissione: figurativamente sempre più vicina, da Accattone a Ettore a
Stracci, all’archetipo cristologico».[24]
E, come Kerouac, lavora a rendere sempre più propria la materia e le tematiche
trattate: «Nel Vangelo Pasolini, affrontando direttamente la figura del Cristo,
così radicata nel suo immaginario poetico e cinematografico, la rielabora ancora
in modo profondamente autobiografico».[25]
In una lettera Allen Ginsberg scrisse che:
> Man mano che Jack diventava vecchio, disperato e privo dei mezzi per calmare
> la mente e lasciar andare la sofferenza, tendeva sempre di più ad aggrapparsi
> alla Croce. E così, negli ultimi anni, fece molti dipinti della Croce, di
> cardinali, papi, di Cristo crocifisso, di Maria; vedendosi sulla Croce, e
> infine concependosi come crocifisso. Stava subendo la crocifissione nella
> mortificazione del suo corpo mentre era alcolizzato.[26]
Ecco ora una lettera di Pasolini al produttore Alfredo Bini del giugno 1963:
> (…) Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare
> al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente
> ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una
> tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per
> nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora «divina» è
> ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre:
> per me la bellezza è sempre una «bellezza morale»: ma questa bellezza giunge
> sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica.
>
> (…) Quanto al mio rapporto «artistico» col Vangelo, esso è abbastanza curioso:
> tu forse sai che, come scrittore nato idealmente dalla Resistenza, come
> marxista ecc., per tutti gli anni Cinquanta il mio lavoro ideologico è stato
> verso la razionalità, in polemica coll’irrazionalismo della letteratura
> decadente (su cui mi ero fermato e che tanto amavo). L’idea di fare un film
> sul Vangelo, e la sua intuizione tecnica, è invece, devo confessarlo, frutto
> di una furiosa ondata irrazionalistica. Voglio fare pura opera di poesia,
> rischiando magari i pericoli dell’esteticità (Bach e in parte Mozart, come
> commento musicale: Piero della Francesca e in parte Duccio per l’ispirazione
> figurativa; la realtà, in fondo preistorica ed esotica del mondo arabo, come
> fondo e ambiente). Tutto questo rimette pericolosamente in ballo tutta la mia
> carriera di scrittore, lo so. Ma sarebbe bella che, amando così visceralmente
> il Cristo di Matteo, temessi poi di rimettere in ballo qualcosa.[27]
La misura finale a Kerouac, da Un mondo battuto dal vento: «(…) Gesù Cristo è in
terra? Abbiamo bisogno di Gesù? Si sta avvicinando quel momento? E questo
Agnello di Dio rivelerà la verità ultima? Svelerà i segreti della gioia sulla
terra e nella morte? Perché tutto questo è troppo ingarbugliato per me e già
prevedo quello che accadrà, prevedo…»[28].
Alessandro Manca
*In copertina: Pasolini con Enrique Irazoqui/Gesù durante una pausa dalla
lavorazione del “Vangelo secondo Matteo”, a Matera
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[1] Antonio Repetto, Invito al cinema di Pasolini, Mursia, Milano, 1998, pag.
75.
[2] Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Rizzoli, Milano, 1978, pag. 270
[3] Antonio Repetto, cit., pag. 78.
[4] Enzo Siciliano, cit., pag. 266
[5] Citato in Enzo Siciliano, cit., pag. 269
[6] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[7] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
di Dina D’Isa, in «Non sono venuto a portare la pace ma la spada». Il Vangelo
secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, cinquant’anni dopo in Basilicata, a cura
di Maura Locantore, Sinestesie, Avellino, 2015, pag. 44.
[8] ivi.
[9] I dodici apostoli al Premio Strega, 21 giugno 1964, L’Espresso, consultabile
dal sito www.cittapasolini.com/post/kerouac-cristo-nel-vangelo-pasoliniano
[10] Pier Paolo Pasolini, La Passione, in L’usignolo della Chiesa Cattolica,
in Bestemmia I. Tutte le poesie, a cura di G. Chiarcossi e W. Siti, Garzanti,
Milano, 1993, pagg. 291-293.
[11] P. P. Pasolini, La Crocifissione, ibidem, pagg. 376-377.
[12] Antonio Repetto, cit., pagg. 75-76
[13] Antonio Spadaro, E Kerouac disse: «Tutto ciò che scrivo è Gesù Cristo»,
in Avvenire, 20 novembre 2008, p.
29. https://www.benecomune.net/archivio/cultura-e-societa/il-vangelo-come-arte/
[14] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento. I diari di Jack Kerouac
1947-1954, Mondadori, Milano 2006, pag. 16
[15] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 21
[16] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 62
[17] ivi
[18] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato. Racconti, articoli, saggi,
Mondadori, Milano, 2000, pag. 156
[19] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 277
[20] Jack Kerouac, Diario di uno scrittore affamato, cit., pag. 346
[21] Aa. Vv., Kerouac. Beat painting, Skira, Milano, 2017
[22] Jack Kerouac. Departed Angels: The Lost Paintings, testi di Ed Adler,
Thunder’s Mouth Press, New York, 2004
[23] Da La religiosità di Pasolini e il Cristo Umano nel Vangelo secondo Matteo,
cit., pag. 43.
[24] Antonio Repetto, cit., pag. 76.
[25] Ivi.
[26] Originale contenuto in Un Homme Grand: Jack Kerouac at the Crossroads of
Many Cultures, a cura di P. Anctil, L. Dupont, R. Ferland e E. Waddell, Ottawa,
1995, pag. 56.
[27] Da Il Vangelo secondo Matteo. Un film di Pier Paolo Pasolini, a cura di
Giacomo Gambetti, Garzanti, Milano, 1964, pag. 20.
[28] Jack Kerouac, Un mondo battuto dal vento, cit., pag. 252
L'articolo “Il desiderio di imitare Gesù”. Pasolini & Kerouac, una storia di
anticonformismo e di fede proviene da Pangea.
Aldo Piromalli nasce a Roma nel 1946 e inizia a scrivere precocemente. È
caparbio e ribelle. «Nelle pagine giovanili della vita di Piromalli – in linea
con i fermenti della Contestazione – la lontananza dalla famiglia che,
probabilmente non capisce la sua vera natura di uomo che aspira a una sua
libertà, è preoccupata, ne limita i movimenti e cerca in qualche modo di
“raddrizzarlo”, ma lui non ha né voglia di continuare a studiare (per lo meno il
frequentare il distante istituto scolastico voluto dal padre), né di applicarsi
in maniera consapevole in altro modo»[1].
Lui stesso dichiarerà:
> Mia madre e mio padre mi fecero rinchiudere in un ospedale psichiatrico perché
> si sentivano disturbati pericolosamente dalla mia persona. Carlo Silvestro
> (giornalista) fece sì che lo psichiatra mi lasciasse uscire da quell’istituto
> di ricovero.
>
> (lettera del 2019)[2]
E anche:
> Ci tengo a sottolineare e a specificare a proposito della mia permanenza di
> tre mesi in un ospedale psichiatrico essere questa stata un’esperienza
> dolorosissima. Solo tramite l’arrivo di Carlo Silvestro e di ******** ******
> riuscii a uscire… E ciò grazie alla conversazione che costoro ebbero con lo
> psichiatra in cui spiegarono che se non mi avesse lasciato uscire avrebbero
> scritto degli articoli di protesta sui giornali per cui loro stavano
> lavorando… in seguito non avrei più vissuto assieme ai miei genitori… avevo
> vent’anni… non avevo voluto prestare servizio militare (ero stato riformato
> con l’articolo 28). Era l’anno di grazia 1969… c’era stato un anno prima il
> maggio francese… io nel 1966 ero già stato ad Amsterdam.
>
> (lettera del 2019)[3]
Retrospettivamente il suo stile di vita e le scelte da poeta possono essere
affiancate con il concetto e l’immagine di ‘beat’. Piromalli, con altri, fece
parte di un movimento dal basso che propose, di fatto, un’altra via alla poesia,
oltre la linea tradizionale e oltre quella iper-intellettuale della
neoavanguardia. Gli autori del momento, giovani, alcuni scappati di casa,
stavano cocciutamente ed “eroicamente” rifiutando famiglia, lavoro, chiesa e
partiti (la gioventù diserta le organizzazioni partitiche/ e costruisce le
grotte per nascondersi, da Urlo Beat, Milano, 1967), sentiti come barriere
separanti da superare. Questi ragazzi stavano trovando modi per dissociarsi da
molto di quello che avevano di fronte.
I maestri di Piromalli però non sono, come per gli americani, i grandi musicisti
bop o Walt Whitman e i suoi slanci, bensì i grandi esiliati della letteratura
europea e poi Dante e Leopardi. Non risulta comunque facile capire se vi fu
un’influenza poetica decisiva o predominante. Il nostro appare come un degno
nipote di Arthur Rimbaud, Dino Campana e, come suggerisce il professor Ugo
Fracassa, Emanuel Carnevali.
Lascio ancora la parola a lui:
> Sono nato in una città maledetta dove il terrore per l’assoggettamento m’ha
> invecchiato. Non ho visto che visi di gente rozza, priva di fede. Ho creduto
> all’errore, mi sono evoluto con la vita inconclusa e la mente volta alla noia.
> Ho assaporato dispiaceri nella voglia del tempo, inconsapevolmente sono corso
> alla rovina senza parole aspre e colori e derisioni. Tutte le società ho
> rifiutato: creature nulle, ricche soltanto di sudore e di sguardi insensibili,
> armate di arena e di spini, mi trucidarono sulle spiagge desolatamente
> spaventose. […] I ragazzi di borgata non chiesero mai il mio nome a un barista
> o a un tappezziere perché s’accorsero che stavo divenendo idiota ubriaco e
> assassino. E non porto loro rancore.[4]
A Roma, come accennato, Piromalli aveva preso parte alla vita
dell’underground in locali dove leggeva le sue poesie e si confrontava con altri
poeti del periodo come Carlo Silvestro, Adriano Dorato e Ivano Urban. Anche
nella capitale si viveva allora quasi protetti all’interno di una ‘tribù’
(parola cara a Gianni Milano). Quella sorta di famiglia, probabilmente fu meno
coesa di quella milanese che gravitava attorno alla redazione di Mondo Beat, e
forse non fu così solida dal trattenerlo.
Velocemente, nel frattempo, l’orizzonte di Piromalli si fa decisamente più ampio
e sfaccettato nel tentativo di portare il discorso artistico e poetico molto più
in là rispetto al primo volume pubblicato (nel ‘71) fino a estreme conseguenze
di significanti e di estetica. Con l’ingresso negli anni Settanta, dopo
molteplici viaggi (spesso in autostop o camminando per ore a piedi), Piromalli
si sposta in pianta stabile ad Amsterdam. Una delle ragioni principali è quella
di allontanarsi dal paese che lo ha condannato al carcere per sei mesi (nel ’70)
dopo essere stato trovato con un grammo e mezzo di marijuana.
Prima della partenza, anche grazie ad un piccolo gruppo di sodali, esordisce
con Uccello nel guscio (che riporta come sottotitolo la dicitura Versi per
lottare contro le cose difficili e una nota di Bruno Corà), che rende conto
delle propulsioni, del movimento e dei significati che oggi possiamo includere
fra la più ispirata letteratura beat nazionale. L’uomo-uccello Piromalli crea e
porta avanti la metafora dell’uccello e del guscio che richiama «un mondo
duplice che è sia di protezione, a difesa dell’ambiente esterno, ma anche di
chiusura, prigionia e claustrofilia. Insomma, un luogo-non luogo, che descrive
una condizione, uno stato dell’essere, prima ancora che un vero spazio»[5].
Piromalli rientra brevemente nel nostro paese per partecipare al Festival
internazionale dei poeti sulla spiaggia di Castelporziano. Il Festival fu
organizzato, fra gli altri da Ulisse Benedetti (direttore dell’associazione Beat
’72, frequentata anni prima dal nostro) e da Simone Carella (editore ‘nominale’
del suo primo volume di poesie). In quell’occasione condivise il palco con le
maggiori personalità poetiche del tempo e molti beat americani.
Sembra che dal periodo post Castelporziano, dove diede il contributo orale e
performativo più noto con la sua Affanculo, che gli fornì un lieve e inatteso
clamore, inizi per lui il momento di focalizzazione dentro un vero e proprio
laboratorio della forma. In questa fase Piromalli comincia ad andare al di là
rispetto ai territori linguistici ed estetici precedenti lambendo territori
nuovi e diversi.
La sua poesia inizia a farsi e darsi come processo e modellamento. Lo scavo nel
linguaggio si fa più profondo. Piromalli prova ad esplorarne le capacità e le
costruzioni come ‘materia’:
> Non vorrei chiamare poesie i miei testi… ma composizioni… fatte di parole sì…
> di termini in senso concreto… come la lavorazione della plastica… che ben si
> conosce… e che generalmente si disprezza… (…) delle miniature pressoché
> tridimensionali… volevo in tal guisa realizzare delle strutture con parole…
> chiamavo ciò linguaggio concreto… questo dovrebbe essere il mio apporto in
> senso letterario…[6]
Negli anni, quindi, altera radicalmente procedimenti e rapporti con il
linguaggio (non è un caso che i curatori Giulia Girardello e Mattia Pellegrini
abbiano scelto il titolo Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura
dell’esilio al primo volume che rende conto di questi mutamenti).
Piromalli tenterà di scavare in profondità dentro il significato delle parole
fino ad arrivare ad una concezione sintetica quasi ideogrammatica. Scriverà
poesie da intendersi come delle specie di macchine fatte di parole o generi di
improvvisazioni di pensiero e visione. In tale approccio sembra anche esserci
un’implicita difesa della poesia (e della lingua) in quanto comunicazione altra,
diversa, eversiva rispetto al discorso ordinario.
Dagli anni Ottanta, dal punto di vista del lettore italiano, Piromalli e la sua
scrittura scompare dai radar. L’inabissamento si fa massimo. La solitudine e
l’esilio, in buona parte ricercati, saranno infatti due pilastri che
caratterizzeranno le ultime decadi del poeta espatriato in cui lo spazio per
guardarsi indietro e ripercorrere il passato è decisamente poco. Anzi, il suo
agire sembra mosso da un disfare il reale trascorso sotto l’effetto di altre
suddivisioni, di altre sintassi facendo vacillare le stesse leggi della lingua.
In questa fase conosce e collabora con Simon Vinkenoog, considerato uno dei
maggiori esponenti del fenomeno beat/provos olandese e con Jack Micheline. Tenta
anche di aprire una scuola di poesia, la “School of Analphabetica”.
In una poesia del 2011 scrive:
> Per me era solo una grande
> generalizzazione e poi quando mi
> sentii costretto in un angolino, fu
> solo il tempo di sparire, d’andare
> via. […][7]
E ribadisce come, per lui:
> […] il segreto è sì forse nel linguaggio ma le motivazioni sia del segreto
> come del linguaggio in quanto formula per superare sé stessi vanno trovate
> altrove… lei non può venire “moralmente” o “praticamente” a trovare qui “me”
> visto che il “me” non c’è… o lo realizza per davvero “alterato” o “corroso” da
> fattori sia esterni come interni a un qualche “me” […][8].
In questo contesto la sua vocazione si palesa con evidenza interdisciplinare. Le
intersezioni fra parola e referente visivo sono ormai quasi una costante e
l’asse interpretativo sembra spostarsi verso un piano adatto per essere
osservato in silenzio attraverso trasmissioni estetiche di istanti di tempo.
Osservando il suo creare si è di fronte ad una specie di attivazione di un
movimento circolare che comprende scrittura, disegno, partiture musicali,
fotografia e studio di alcune lingue antiche. Questi elementi spesso trovano una
riunificazione nella pratica della mail art.
Dagli anni 2000 si affianca una quota di mistero nelle sue realizzazioni
infatti, spesso, manca un significato da attribuire immediatamente ad un
significante. Solo in anni recenti si è messa in atto, faticosamente, la
rivalutazione di questo poeta e artista caratterizzato dal costante e
apparentemente naturale lavorio creativo da animale poetico irregolareche
considera la sua attività creativa e ri-creativa nella trasformazione da un
medium espressivo all’altro, come tensione verso un’ipotesi di compimento.
(Sul tavolo di casa sua ad Amsterdan c’era una poesia scritta da poche ore il
giorno in cui è morto all’inizio di giugno 2024).
Alessandro Manca
***
Si pubblicano tre poesie di Aldo Piromalli tratte da Uccello nel guscio, ora
anche in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, a cura di
Alessandro Manca e Lorenzo Spurio (Sensibili alle foglie, 2023)
Lettore,
continuiamo a ragionare con questo cervello e con questo cuore
e cerchiamo un motivo e una ragione e un incanto nel nostro
piccolo con l’occhio del nostro piccolo quando la mente cosmica
che è in ognuno di noi ci parla nell’insieme di tutti i nostri
gesti-pensieri-blateramenti-inverso-estroverso-perversoattraverso-
azioni.
Dov’è la normalità?
Qual è la normalità?
Vogliamo ancora il meridiano delle ristrettezze?
L’America è stata scoperta da un pezzo, andiamo a piedi nudi
sulla Luna e continuiamo ad aggrapparci con lacrimucce
alla logicità spicciola.
Ammiro Dante e Omero e Pound e i mille altri diamanti
dell’anima
e le spiagge delle mie terre non aspettano vascelli e le lacrime sui sassi
che ho versato puzzavano come piscio di cavalli.
Mi muovo per fiuto. Sono un vecchio animalaccio che vuole
sopravvivere alle trasformazioni trasformandosi anch’esso,
di dentro. E per questo mi ci vuole uno sforzo.
Prima devo scrollarmi di dosso la logicità canina, il paravento.
Devo mettermi a considerare le mie due facce. Questo mio
conscio
e inconscio li devo piazzare alla luce-buio in cui tutto
l’universo si muove.
Mi devo trastullare in questo mare di doppi, di diavoli e dei.
E tutto perché mi sono messo a balbettare, perché dietro
il bello c’è il brutto, visto che viaggiamo sempre alla solita
dimensione e la lingua che abbiamo per comunicarci cose non è
altro che quella della torre di Babele.
In testa all’uomo che legge libri e giornali rimangono frammenti
e frammenti sono i ricordi e le azioni e gli incontri della
quotidianità quando lui se ne va a dormire e affronta così
finalmente se stesso.
Allora non ci sono più scuse. Tutto si manifesta in lui. La sua
pace giunge nell’accettazione dell’universo totale. Angeli e
mostri si tengono a braccetto e se così non fosse ne salterebbero
fuori incubi e castrazioni.
La prima grossa castrazione ti viene quando incominci a dividere.
Adamo ed Eva andarono avanti o indietro mangiando la mela? Io
penso che dopo cominciassero a crogiolarsi davanti a specchi.
Il poeta deve essere un mago.
Deve volere la luce.
Egli è schifato di tutto ciò che l’uomo sommerso da sopravvivenze
minutali respinge.
Dietro la prima pelle deve osservare e spiegarsi, deve
esplorare il regno dello sconosciuto.
Lo sconosciuto esiste per essere esplorato.
*
La città di cemento e metallo
Apre le porte alla notte
E il passo di milioni di uomini
Aumenta sull’asfalto.
Grande è la corsa verso le luci
Il mito della forza
Sovrasta i cieli delle cattedrali
Gli esseri della metropoli
Vagano per i ponti.
Quale malattia ci penetra le ossa
E i sogni che abbiamo
Perché non muoiono
Alle prime luci?
Il mio delirio nero
Ha un’acuta sete d’azzurro
Mito fanciulla nuda
E segreto di rivoltella
Angoscia mia d’Europa
In un pisciatoio all’aperto
Dopo il film dei sogni.
Alle sette di sera gli uomini
Escono dalle fabbriche
Per morire di pubblicità
La solitudine dei tram
Viene a inghiottirci la notte.
(1965)
*
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
A carezzare questo cielo minuscolo
Quadretti d’azzurro
Passeri delle quattro del mattino
Primavera
Il quartiere della prigione si spoglia della notte
Mi giungono i mormorii della città
Non voglio rincantucciarmi
Impaurito della veglia
Ho da affrontare questo silenzio
Colomba che si riposa
Persiana che sbatte
Squillo di telefono
Non me ne sono andato via
E m’immagino tutto questo
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Detenuto per gli uomini
In attesa di giudici e periti
Con il tempo che mette la coda
Avviticchiato a questo letto
A questa cella
A un compagno che ogni tanto cambia
Sapere dai giornali
Che un giorno tutto non è più così
E che domani ogni cosa è tornata uguale
A ritrovarmi qui
Dopo mesi
Trastevere e la piazza di Santa Maria
Ferrazzoli Bar Tabacchi
Estati e estati sprofondato
Dietro i tavolini
Ho dimenticato cosa vuol dire donna
Fra poco suonerà la campanella
Porteranno pane e latte – andrò avanti anche oggi
Avevo lunghi capelli
Quei miei pantaloni consumati
Quei miei stivali e cintura
Signor brigadiere
A cosa le è servito condurmi qui
Avevo forse fra le mani
La formula per addomesticare il sistema?
Libanese rosso
Vecchi problemi di razza
Roba d’anteguerra
Esseri improduttivi, capelloni…
E ormai più nulla mi tocca
Comincio a morire dietro un uccello intravisto
E per le mie orecchie che gentilezza i vostri stridii.
Voglio scrollarmi di dosso
Questa vecchia pelle
Non credere più alle fate.
Così sono andato all’inferno.
(Roma, Regina Coeli, aprile 1971)
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[1] ALDO PIROMALLI, CONTROVERSO POETA DEL BEAT ITALIANO, TRA LA CONTESTAZIONE
DEGLI ANNI ’60/’70 E LA PIÙ RECENTE ESPERIENZA DELLA MAIL ART, di Lorenzo
Spurio, in Sono figlio di nebbie e di primi autotreni. Poesie 1957-1979, di Aldo
Piromalli, a cura di Alessandro Manca e Lorenzo Spurio, Sensibili alle foglie,
Roma, 2023, pagg. 219-229
[2] Spurio, cit., pag. 220
[3] Spurio, cit., pag. 220
[4] Spurio, cit., pag. 225
[5] Spurio, cit., pag. 224
[6] Da Se io sono la lingua. Aldo Piromalli e la scrittura dell’esilio, a cura
di Giulia Girardello e Mattia Pellegrini, Sensibili alle foglie, Roma, 2013
lettera del 12 novembre 2011, pagg. 29-30
[7] Da Se io sono la lingua, 3 gennaio 2011, pag. 43
[8] Da Se io sono la lingua, 29 settembre 2011, pag. 83
L'articolo “Affanculo”. Vita estrema di Aldo Piromalli, l’anti-poeta proviene da
Pangea.