Emily Wilson, The first woman to translate the “Odyssey” into English (copy “NY
Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto
l’Odissea 54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua Iliade nel 1950,
un millennio fa) ha stroncato l’Odissea di Christopher Nolan. Lo ha fatto
attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of
Books” (Vol. 48 No. 14, leggete qui): colta, brillante, corretta, ambigua. Il
titolo – An Uncomplicated Man – ribalta l’incipit dell’Odissea secondo Wilson
– Tell me about a complicated man – e dice più o meno tutto intorno alla
superficialità del film. Ecco il primo paragrafo del pezzo, esaustivo:
> “L’action movie di Christopher Nolan tratto dall’antico poema omerico e
> costato 250 milioni di dollari è un modo divertente per scampare alle alte
> temperature, almeno per qualche ora… I miei figli, adolescenti, si sono
> divertiti. A differenza di altri film di Nolan, la sua Odissea non ci annoia,
> grazie al materiale di partenza, impossibile da corrompere del tutto. Il film
> è uno spettacolo audiovisivo per famiglie, non diverso dagli elaborati show
> pirotecnici del Quattro Luglio – il livello di profondità narrativa ed emotiva
> è analogo”.
Secondo Wilson, “l’Odissea di Nolan è priva di molti elementi che rendono grande
il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, la memoria, la storia,
la guerra, né sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita
della famiglia, dei nemici, dei compagni, degli amici. Manca di profondità
psicologica, emotiva, politica, etica. La struttura è artificiosa. La scrittura
pessima. Nessun personaggio è mosso da una motivazione che giustifichi le
proprie azioni e parole. Non ci sono scene di sesso – il cibo pare orribile”.
Come non essere d’accordo con la celebrata grecista? Secondo Wilson,
“visivamente l’Odissea di Nolan ricorda altri kolossal, non da ultimo la
trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson”: magari, ci verrebbe da
dire. La studiosa, quanto a omerica cinematografia, predilige “l’elegante
sobrietà” di The Return, il film girato da Uberto Pasolini due anni fa, con Raph
Fiennes nelle vesti di Odisseo e Juliette Binoche in quelle di Penelope.
Secondo Wilson, “il problema etico più sconvolgente dell’Odissea di Nolan è la
decisione di aver girato parte del film nei territori occupati del Sahara
Occidentale, normalizzando così la continua violenza perpetrata ai danni della
popolazione indigena Sahrawi. È un particolare irritante il fatto che Nolan
abbia usato questi luoghi come sfondo di grande impatto visivo per un film che
pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù
del tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa”. Senza entrare nel
contesto, difficile da discernere in un paragrafo, è grave che un’accademica,
una grecista scombini i piani, temporali (i drammi di oggi in riferimento a
quelli di tremila anni fa), storici (Odisseo non è Giulio Cesare né Napoleone né
Putin) e della realtà (un conto è la cronaca, un conto l’epica). Amen. Infine,
Wilson esprime un moto di giubilo (“Nonostante tutto, l’uscita
dell’Odissea rimane un evento da celebrare”) che vale la pena registrare. Grazie
al vituperato film di Nolan – brutto in sé – “le traduzioni dell’Odissea,
compresa la mia, vanno a ruba”. Olé.
Nessuno osa parlare, nel bailamme di opinioni, indagini di mercato, mercanzia
d’intelletto che ci affliggono ogni dì, della traduzione dell’Odissea di Thomas
Edward Lawrence, forse perché ‘Lawrence d’Arabia’ è diventato, col tempo,
politicamente scorretto, inattuale, inattingibile ai più, troppo omerico per
questa epoca, sanguinaria ed esangue allo stesso tempo. Qualche anno fa – era il
2011, sul “Guardian” – Adam Thorpe, poeta, scrittore e traduttore (ha volto in
inglese Madame Bovary) al di sopra di ogni sospetto, ha inserito l’Odissea di
Lawrence in una strettissima lista di top English translations, tra
il Beowulf secondo Seamus Heaney e le traduzioni di Ezra Pound, con una arguta
giustificazione:
> “Lawrence riteneva di essere particolarmente qualificato a tradurre l’epopea
> omerica perché ‘ho cacciato cinghiali e contemplato leoni selvaggi… ho
> costruito barche e ucciso uomini’. Aveva ragione, bisogna ammetterlo. Questa
> lirica trasposizione in prosa ha la levigata e rude lucentezza di una barca
> alla deriva nell’oceano”.
Anche in Italia pare che le traduzioni dell’Odissea vadano a ruba: i dati
registrano un aumento del +46% (maggio 2026). Speriamo che gli italiani
acquistino le versioni della Calzecchi Onesti (Einaudi), di Maria Grazia Ciani
(Marsilio), di Giovanna Bemporad (Le Lettere), donne di genio che non hanno
vissuto i fasti della fama, diversamente da Wilson.
Ecco il punto, ci pare. L’Odissea di Nolan ha fatto del poema omerico una
faccenda meramente anglofona, regionale. Ecco: di questa colonizzazione
anglofona dell’immaginario occidentale, di questa ‘occupazione’ nessuno dice. Il
poema dell’Occidente – dove nostos sta, anche, per il tramonto di un mondo – è
diventato affare privato, di provincia, trattato secondo gli spicci
modi english; eppure, la Grecia antica è ben più vasta degli Usa odierni, dove
sia Nolan che Wilson felicemente operano.
Così, per mettere qualche materiale in più tra le zanne del ‘dibattito’ (utile a
foraggiare l’infinito sistema digerente del botteghino, l’immane cloaca del
‘consumo’), vale la pena segnalare – e, perché no, tradurre – l’Odissea nella
versione lirica di Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua
francese, tra i più influenti degli ultimi decenni. Autore di libri importanti –
per Einaudi, Crocetti, Marcos y Marcos –, che andrebbero ‘sistemati’ in modo più
accurato, Jaccottet è stato traduttore capace, compulsivo, eletto
dall’ossessione per il linguaggio (tra gli altri, ha voltato in francese Thomas
Mann e Hölderlin, Carlo Cassola, Rilke e Mandel’štam; un repertorio si trova
in: D’une lyre à cinq cordes, Gallimard, 1997). La sua Odyssée uscì nel 1955;
costantemente riproposta – per bellezza e arcaica eleganza, dicono gli esperti
– è ora in catalogo La Découverte. Il respiro della versione di Jaccottet è, per
così dire, liberatorio.
Qui, di quella traduzione, si propongono alcuni lacerti dal libro XI, centrale
non soltanto nella geografia strutturale del poema. L’evocazione dei morti è
necessaria per ‘convertire’ il viaggio, per ancorarlo a un senso ulteriore,
perché senza risanare il legame coi morti è impensabile ritornare a vivere. Il
rapporto con le ombre è vitale: più vive dei viventi, esse si nutrono del sangue
del sacrificio; è la loro tenebra a costringere i sopravvissuti ad agire, per
‘compierle’, secondo i modi della vendetta, del compianto, del rimpianto. Così,
una vita, a volte, si vive in virtù di chi non è più; l’assenza diventa voce che
tuona; la prece un principio; il caro estinto un idolo. In ogni caso, necessaria
è armonia per non rimanere inchiodati alle vite che furono. Ma già si parla di
noi – come sempre quando si leggono i ‘classici’ –, cioè di un tempo in cui ci
si disfa dei morti, che annienta il cadavere e il morente a equidistanza
psichiatrica, di medicinale che frena gli umori, implacabili. Che pena, a questa
vertigine, a questo ardire nell’origine, la polemica, il film, la giostra degli
intellettuali pavoni.
*
L’Odyssée. Traduzione di Philippe Jaccottet
XI
Là giacciono le città e le terre dei Cimmeri
coperte da rugiada di nebbia; su di esse, mai
il sole che splende spande i suoi raggi
né quando gravita tra le alture del cielo stellato
né quando allo zenit staziona sulla terra;
funesta notte si estende su quegli sfortunati.
Giunti là, le barche aggiogate a riva
le bestie sparse, dopo vagabondare
su Oceano fino al luogo indicato da Circe.
Là, Perimede con Euriloco esumano
le vittime; tiro fuori la spada
faccio un buco di un cubito
verso libagione ai morti
prima miele a mollo nel latte poi dolce vino
acqua in terzo luogo, e sopra biancheggiare
di farina. A lungo gli inermi teschi dei morti
prego, promettendo, al ritorno, giovenca
la più bella delle mie, con rogo carco
d’offerte e per Tiresia, lui solo, riservo l’ariete:
nero, senza macchia, il migliore del gregge.
Dopo avere implorato la specie dei morti con voti
e inni, presi le due bestie, trancio la gola
sopra il buco; nero sangue cola; e dal fondo d’Erebo
si riversano le anime dei trapassati; giovani
donne, giovani uomini, vecchi che vita ha raspato,
ragazze che portano in cuore la prima doglia
guerrieri a truppe, arati da lancia di bronzo
vittime di Ares, ancora ostentano armi lorde di sangue.
Folla intorno alla fossa, galoppano, ovunque
strane urla, le loro – verde terrore mi ghigna in faccia.
Allora, con voce che pugnala, ordino ai compagni
di scuoiare e bruciare le bestie, di squarciarle
con daga crudele mentre imploro gli dèi
Persefone la feroce e Ade enorme.
Poi, volgendo la spada alla gamba
restai, impedendo alle teste inermi dei morti
di tuffarsi nel sangue prima della parola di Tiresia. […]
E vidi Eracle onnipossente
o meglio, il suo spettro: egli vive tra gli dèi
signore di Ebe bellissima, vive nella gioia.
Intorno a lui i morti gridavano come uccelli
fuggendo in ogni direzione; come tenebrosa notte
tendeva l’arco nudo, la freccia incoccata,
con occhi feroci come se avesse il mondo intero
sotto tiro! Sul petto portava la terribile banda
e un cinturone d’oro ricamato con mirabile opera:
orsi, cinghiali, leoni dagli occhi chiari
lotte, combattimenti, omicidi, massacri.
Chi ha infuso tutta la sua arte in quel cinturone
non potrebbe immaginarne l’esito.
Quando mi vide, l’eroe mi riconobbe
e mi disse parole alate, infuocate di pianto:
“Figlio di Laerte, figlio di Zeus, industrioso Odisseo
povero amico mio! Conduci una vita così misera
come quella che ho subito anch’io sotto il sole feroce?
Pur figlio di Zeus, sfortuna mi s’infilò
senza fine: il più inerme dei mortali
fu mio padrone, imponendomi le più crudeli prove.
Venni qui a schiavardare il Cane: pensò
che compito più arduo non esistesse.
Trionfai, portando la bestia via da Ade:
Ermes e Atene che brilla mi aiutarono”.
Parlò, rientrando nella stamberga di Ade.
Fui immobile a lungo, pietrificato, in attesa
che altri eroi apparissero al mio sguardo.
Forse, se avessi avuto tempo… volevo
stanare Teseo, Piritoo, gloriosi figli degli dèi…
Ma la stirpe dei morti cominciò ad assediarmi
con gracidii ingrati – verde terrore mi assalì:
Persefone superba mi avrebbe gettato in faccia
dalle fauci di Ade il cranio di Gorgone, orrendo mostro.
Allora tornai alla nave, dissi ai miei di imbarcarsi
di sciogliere le cime, di armare i remi:
la corrente ci trasportò lungo il vasto Oceano
prima grazie al nostro remare – poi giunse, leggero, il vento…
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