Riuscì a far ridere Thomas S. Eliot, il poeta cardinalizio, il poeta-papa, per
sempre serrato in una vaticana severità. Scrisse dell’“improvviso rimbombare
della risata di Eliot”. Scrisse di una risata che squarciava i cieli.
Nell’ufficio della Faber and Faber – in Russell Square, Londra – una fotografia
di Pio XII fronteggiava quella di Virginia Woolf, l’antica amica. La prima
grande intervista – di un ciclo mitico: “The Art of Poetry” – della “Paris
Review”, è firmata, nel 1959, da Donald Hall.
Trentenne – era nato a Hamden, Connecticut, nel settembre del 1928 –, Donald
Hall aveva il profilo del predestinato, dello straordinario genio. Licenza ad
Harvard, borsa di studio a Stanford, nel 1957 aveva curato, insieme a Robert
Pack e a Louis Simpson, una notissima antologia di New Poets of England and
America; Robert Frost – uno dei suoi lari: avevano giocato a softball insieme –
aveva accettato di firmare la compassata introduzione. Come poeta, Hall aveva
esordito, con Exile, nel 1952: il primo tomo di una bibliografia iliadica, che
finirà per accumulare una cinquantina di libri. Eliot era il suo mito.
Dodicenne, frequentava i ragazzi più grandi, che transitavano a Yale. Sentì
parlare di Eliot. “Con la paghetta che mi davano i miei, mi comprai l’edizione
delle poesie di Eliot. Costava due dollari e cinquanta centesimi. Decisi che
sarei stato un poeta per il resto della vita – decisi di dedicare almeno due ore
al giorno alla poesia, dopo la scuola. Continuo a farlo”. Un suo amico – “aveva
sedici anni, mi pareva un vegliardo” – gli aveva detto che “scrivere poesie è
come rapinare in banca. Pensai a Bonnie e Clyde. La cosa mi piacque da
impazzire”.
Figlio di buona famiglia – il padre era un uomo d’affari – Donald Hall, negli
anni, otterrà tutti i premi che possiamo immaginare. Un paio di Guggenheim
Fellowship – conquistati nel 1963 e nel 1972 – gli permisero di fare della
poesia la propria rendita. Nominato “Poeta laureato” degli Stati Uniti nel 2006
– un paio di anni prima a ricoprire l’incarico c’era Louise Glück, futuro Nobel
per la letteratura; lo sostituirà, nell’ambito ruolo, Charles Simic – quattro
anni dopo viene onorato da Barack Obama con la National Medal of Arts. Harold
Bloom lo ha inserito nel fatidico “Canone Occidentale”, insieme a Nabokov,
Raymond Carver, Cormac McCarthy, Philip Roth e Thomas Pynchon. In Italia, la sua
opera poetica è sistematicamente ignorata, chissà perché.
Ma torniamo ai primordi. Donald Hall aveva il culto della franchezza, la
capacità – rapace – di indentificare il ‘tono’ di un uomo attraverso uno sketch.
Eccelleva negli aneddoti, come se la parte – la briciola di un’esistenza –
racchiudesse in vitro il tutto. Dedicò la vita al racconto dei ‘maestri’,
all’incessante ricerca dei ‘padri’: all’assidua acquiescenza di troppi –
tradotto: l’estetica dei paraculo – preferì la sfacciataggine. Così, ad esempio,
rievocando l’antica intervista a Eliot:
> “Ci incontrammo preliminarmente a New York. Era tornato da una vacanza alle
> Bahamas, o da un posto del genere. Era abbronzato, snello, stupendo. Il che mi
> sorprese. Non lo incontravo da due o tre anni – nel frattempo, si era sposato
> con Valerie Fletcher. Che cambiamento! La prima volta che lo avevo visto, nel
> 1950, pareva un cadavere. Era pallido, curvo, rigido; tossiva
> ininterrottamente. Quell’uomo arcano, grave di antiche gentilezze, pareva
> adatto alla tomba. Fu così che lo rividi, più volte. Eppure, quel giorno era
> felice. Il secondo matrimonio lo aveva ringiovanito di vent’anni. Rideva,
> tenendo per mano la giovane moglie – era una persona totalmente diversa: più
> leggera, radiosa, disponibile”.
Eliot che ride – abbronzato – mentre impugna il braccio della seconda moglie.
Un’immagine capace di scardinare l’intero tempio di cattedratici pregiudizi
accademici. Memorabile – per stare in tema – l’aneddoto. Da Mr. Eliot – il vate
e il doge dell’editoria anglofona – si approssima un giovane poeta americano.
Chiede consiglio: vorrebbe iscriversi a Oxford, seguendo il sentiero di studi
percorso, quarant’anni prima, da Eliot. La risposta del poeta è spiazzante: “gli
disse di fornirsi di biancheria intima di lana, a causa della forte umidità che
trasuda dalle pietre di Oxford”.
Oltre all’intervista a Eliot – introduzione di Pasquale Panella, anno di grazia
2000 – l’unica altra cosa di Donald Hall tradotta in Italia è l’intervista a
Ezra Pound – introdotta da Mario Luzi, era il 1996, entrambi i tomi escono per
minimum fax, oggi veleggiano nel mercato secondario. In origine, l’intervista
esce nel 1962, sulla “Paris Review” – i poundologi la ritengono una delle
migliori mai realizzate da ‘Ez’. Hall incontra Pound a Roma, nel 1960 – “non era
ancora penetrato nel silenzio, ma il silenzio lo stava lentamente compenetrando”
– in un bar. “Il cameriere lo riconobbe, non ci aveva mai visti insieme, fece un
collegamento. Pronunciò alcune frasi in italiano. Non le capii. L’ultima parola
era ‘figlio’. Pound mi fissò, fissò il cameriere. Disse ‘Sì’”.
L’intervista a Pound va letta insieme a Fragments of Ezra Pound, formidabile
saggio biografico con cui Donald Hall chiude Old Poets. Reminiscences and
Opinions: uscito nel 1979, costantemente ristampato, è uno dei libri folgoranti
per comprendere la grande poesia americana del Novecento. Nella chiusa al lungo
testo dedicato a Pound, Hall parla di un “vecchio Odisseo senza Penelope né
Telemaco”, di un uomo che “non è salpato verso il Paradiso, ma ha scelto di
tornare nel proprio Inferno”, di “una navigazione che non ha trovato porto”, del
“vasto e nobile linguaggio di Ezra Pound”. Scrisse che “nessun uomo compie la
sua vita o i suoi Cantos, perché siamo tutti un cumulo di frammenti. Soltanto in
pochi solcano i mari”.
Nei ringraziamenti, Donald Hall cita Jane Kenyon, “che è dentro e oltre ogni mio
lavoro”. Si erano conosciuti ad Ann Arbor, Michigan, dove lui insegnava. Lei
aveva poco più di vent’anni, abitava lì, indossava una bellezza schiva e la
stola di un talento feroce, esatto, di quelli che per penuria di tempo terrestre
devono bruciare tutto. Donald Hall fu abbacinato da quella figura, al contempo
aggraziata e indocile. Si sposarono nel 1972 – vent’anni prima Donald si era
unito alla prima moglie, Kirby Thompson, da cui aveva avuto due figli. Nel ’75,
Jane e Donald mollano tutto – insegnamento, stabilità sociale, i fumi della fama
– per ritirarsi a “Eagle Pond Farm”, la casa avita degli Hall, presso Wilmot,
New Hampshire. Poco più di mille abitanti, campi, boschi, poco tempo per le
frivolezze, la dedizione dei monaci e dei pionieri. Fu un amore folle,
assertivo, confermato da una fede nella singolarità dell’altro che non può non
affascinare. Lavoravano la terra, cucinavano, cucivano poesia. Donald Hall –
poeta esuberante nel dominio della tavolozza lirica: capace di alternare la
forma ‘chiusa’ ai più arditi esperimenti modernisti – sapeva che era lei, Jane,
l’autentico genio: sapeva ascoltarla – sapevano litigare. Roso da un cancro al
colon, curato da lei, lui riuscì a venirne fuori, smagrito, smarrito, è vero, ma
coriaceo. Lei, curata da lui con la venerazione del pittore di icone, fu
stroncata dalla leucemia: morì nel 1995, dopo vent’anni di vita insieme, ai
confini di tutto il resto.
È difficile rassettare in altro modo la parola coniugale: una congiunzione che
trascende ogni altro essere, autenticamente terribile. Cosa che allea il cuore
all’astro. Donald Hall fu squarciato, la poesia pareva essersi disseccata in
Jane; la prima raccolta edita dopo la morte della Kenyon, Without, è una sorta
di mefistofelico requiem. The Painted Bed, a dire di molti, è la più bella
poesia di Donald Hall dedicata alla moglie: il letto coniugale è, al contempo,
zattera e tomba, ventre e arca. Il riferimento odisseico è implicito. Chiude
così:
“E ora giaccio sul letto dipinto
rimpicciolisco, concentrato
nel viaggio che inauguro
per dormire senza dolore
nella reggia dell’oscurità
il mio corpo accanto al tuo”.
Preferisco Weeds and Peonies – la leggete in calce all’articolo. È “la mia prima
poesia dettata dal lutto”: Donald Hall tenta di coniugare il proprio stile a
quello di Jane. Il risultato è forse una delle poesie più belle di Donald Hall
in assoluto. Non è un caso se l’edizione dei Selected Poems of Donald
Hall allestita per mano del poeta sia, in fondo, un gigantesco atto d’amore per
Jane Kenyon: è lei la vera protagonista delle poesie e del Postscriptum finale
(qui tradotto in parte). Siamo nel 2015 – Jane è morta vent’anni prima – Donald
muore nel 2018 – non pubblicherà più nulla.
Donald Hall e Jane Kenyon nel 1993
È raro scoprire delle ‘coppie’ letterarie; di solito, sono legate dal famelico
desiderio di agire sulla cultura del proprio tempo (penso al mostro bifronte
Sartre-de Beauvoir o Aragon-Triolet). L’unico legame analogo a quello tra Donald
Hall e Jane Kenyon è il rapporto Sylvia Plath/Ted Hughes. In questo caso, però,
le analogie sono per sovversione d’intenti e di stili: Sylvia & Ted raffigurano
– fino all’esasperazione, fino all’insopportabile – l’emblema della coppia col
cappio, della coppia cannibale. I due esistono per offrire materia da divorare
all’altro – inevitabile che uno soccomba. Passione che svasa in deliquio, in
lotta senza quartiere. Di entrambi, ricordiamo i calchi del rancore, la cagnara
lirica, gli omerici litigi, il sabba; un amore in forma di condor. Non credo sia
un caso che l’ultima opera di Hughes, la più nota (per frainteso), Lettere di
compleanno, sia quella meno efficace: per amare l’antica moglie, il poeta deve
farsi altro da sé, fino a modificare il proprio primigenio stile.
Diversi per genio umano e per nitore lirico, Donald Hall e Jane Kenyon si sono
fusi senza confondersi, si sono mangiati senza consumarsi – sono riusciti a
consuonare. Dando al matrimonio un’accezione bianca, in favore stellare, di
certo poco appetibile per i tabloid ma singolarmente eccezionale – per
l’eccezione che la accerchia – per la storia della letteratura; ancor più –
visto che la letteratura è cosa troppo piccola, infine futile – per il nostro
conforto.
Fu Peter A. Stitt a incaricarsi di intervistare Donald Hall per la “Paris
Review”. Era l’autunno del 1991 – “The Art of Poetry No. 43”. Trent’anni prima,
per quella stessa rivista, Donald Hall aveva intervistato Marianne Moore, la
gran dama della poesia americana, idolatrata da Pound, premio Pulitzer, adorava
Muhammad Ali e andava a vedere le partite di baseball con cappello a tricorno e
nero mantello. Anche Hall giocava a baseball: la copertina lo immortala con la
divisa dei “Pirates”, alacre in pinguèdine, nerobarbuto, savio incrocio tra un
personaggio dei Peanuts e un maestro sufi. All’intervistatore disse che da
ragazzino, dodicenne, adorava gli horror. “Qualcuno mi disse, se ti piace quella
roba, leggi Edgar Allan Poe. Lo lessi – me ne innamorai – da grande volevo
diventare Poe. La prima poesia che ho scritto, non è troppo macabra, ma imita
Poe”. La prima poesia di Donald Hall, serbata come un monito, fa così: “Hai mai
ragionato/ sulla prossimità della morte?/ Puzza in ogni angolo/ di notte
strilla/ ti insegue per tutto il giorno/ fino al momento in cui/ con voce ferma
e forte/ ripete il tuo nome./ Allora, allora, è la fine di tutto”. Il poeta
giocò con le parole. Tutto, all, suonava come il suo cognome, Hall. La fine di
Hall.
Chissà come si chiamano gli uomini che muoiono più volte. Per essere un poeta,
forse, un poeta deve morire le morti di tutti.
**
Donald Hall, Postscriptum
A dodici anni ho scritto la prima poesia – a quattordici ho deciso che avrei
scritto per tutta la vita. Non me ne pento. È strano, ma per me è una piacere
ripercorrere questa vita, fatta di così tanti altezze e così tanti abissi. Nasce
mio figlio, il mio carnefice; muore mio padre; sposo Jane Kenyon e ci
trasferiamo nel New Hampshire; Jane prospera e scriviamo poesie assieme; Jane
muore; io vivo, io invecchio.
Se leggo le mie poesie in ordine cronologico, mi accorgo del mutamento di toni e
di forme. Passo dalle strofe in metrica ai versi liberi; più tardi – per amore
del mio vecchio amore, Thomas Hardy – torno alle forme chiuse. Non tutti i poeti
cambiano stile come ho fatto io. La maggior parte si installa in uno stile. Come
accade per la maggior parte degli scultori e dei pittori: non potremmo
confondere un Cézanne con un Van Gogh.
Quando Jane e io ci siamo trasferiti qui da Ann Arbor, dove insegnavo, eravamo
felici del nuovo orizzonte. Amavamo stare da soli, in campagna, in compagnia
della poesia; trascorrevamo le estati a falciare il fieno con mio nonno.
Scrivevamo del luogo in cui stavamo vivendo. Scrivevamo l’uno dell’altra. Dopo
che Jane morì di leucemia, a quarantasette anni, nel letto dipinto della nostra
camera, per cinque anni non ho scritto che della sua morte. […]
Io e Jane lavoravamo assieme alle nostre poesie. Ignoravamo le prime bozze – è
una cattiva abitudine; occorre attendere che una poesia si solidifichi – quando
le poesie giungevano a una forma quasi definitiva, ciascuno si affidava
all’altro, il suo primo e fidato lettore. Quando ripetevo una parola –
un’abitudine acquistata da Yeats – Jane la cancellava. Quando usavo degli
ausiliari, li cassavo, così “stava piovendo” diventava “pioveva”. Jane liberava
i versi da metafore morte, sfinite dall’uso; sapeva la mia irascibilità
sull’argomento. Esultava quando ne rintracciava qualcuna, tra le mie bozze
“Perkins – Perkins ero io – ecco una metafora morta!”. Questi incontri erano
fondamentali, non sempre facili. A volte eravamo cortesi – nessuno dei due
faceva esattamente ciò che gli diceva l’altro. Ci aiutavamo moltissimo. Jane mi
ha salvato da mille errori: limava la mia connaturata esuberanza, correggeva la
sintassi. Di rado diceva che la poesia andava bene. A volte diceva “Ci sei
quasi”, altre volte “Perkins, hai lavorato bene”. Desideravo con ardore i suoi
elogi. Eppure, era essenziale essere privi di indulgenza. Ricordo una sera, era
il 1992, eravamo in soggiorno, lei leggeva il mio Museum of Clear Ideas, una
cosa del tutto diversa rispetto ai miei libri precedenti. Quando mi guardò,
piangeva. “Perkins, non mi piace!”. Mi fulminò, feci per piangere anche io, “Va
bene lo stesso, va bene lo stesso”, le dissi.
Quanto meglio scriveva, quanti più onori riceveva, tanto più mi preoccupavo di
non essere come Jane. Dopo la sua morte, non me ne preoccupai più. Scrissi per
due. La prima poesia dettata dal lutto, Weeds and Peonies, usa parola che
risuonano nell’opera di entrambi.
**
Erbacce e peonie
Sbocciano le tue peonie, bianche come squarci di neve
maculate di rosso nell’irsuto essere
nella tua cinta di prodigi, presso il portico.
Magnanimo fiore: lo porto a casa, lo metto
in una ciotola di vetro, a galleggiare – come facevi tu.
Piaceri ordinari, il contegno della memoria
soffiano come neve nel giardino disfatto
e soggiogano le margherite. Il tuo cappotto blu
svanisce verso Pond Road, diventa una tormenta
immaginaria: Gus ti è al fianco, la sua coda pinneggia,
ma tu non riappari, stanca e felice
e continui quarti di dolore appestano l’aria –
come la bestia che abbaia per tutta la notte
come il gatto che si stira, poi si accuccia
e sogna i lattiginosi capezzoli della madre.
Un procione ha decapitato il geranio nel vaso.
Fiori e radici sono uno strazio, a terra,
nel retro, dove i gigli cominciano
le loro escursioni quotidiane sul muro di pietra:
è la stagione delle rose. Cammino avanti e indietro
tra le erbacce – le peonie
fissano con esatto candore il Kearsarge:
l’hai vinto, una volta, indossavi scarponi viola.
“Torna presto e fai attenzione quando scendi”.
Le tue peonie inclinano l’enorme cranio
verso ovest. Vogliono cadere. Alcune, in effetti, cadono.
**
Gracida ghiaccio il Kearsarge; dai rami
la neve s’innerva sulla neve; nessuna fiumana, no:
si muove restando immobile. Stasera
portiamo legna a piene braccia
dalla legnaia di Glenwood e costruiamo un fuoco
per tenere lontana la notte dalla finestra.
Siediti vicino alla stufa Jane Kenyon
mentre porto il vino:
parleremo del tempo per passare il tempo
senza pretendere di poterlo mutare.
La tempesta esige di estinguersi
con macerie di betulle brillanti
in ginocchio sui sentieri coperti di brina.
Evita le previsioni meteo, che sorridono
felici per la tempesta
prendi il giorno così com’è
e il gelo non santificherà più queste vecchie vie
perché già urla la raganella, la primavera trotta
e il giorno è dato in dono proprio
a noi, i consoli di questo regno.
*
Pomeriggio in riva allo stagno
Fu luglio
e furono sedate le nere mosche primaverili
Furono pomeriggi verdi
sopra il muschio
presso l’oscurità di Eagle Pond: nei pertugi
delle forre sentiamo il richiamo delle strolaghe.
Quei giorni:
folli di fievole felicità e grida di falchi.
L’ambizione e la sua rabbia ci diede tregua
dimenticammo tutto
dimenticammo Jane Kenyon, non sapevamo chi fosse Donald Hall
sonnambuli, dardeggiavano sguardi su pagine dorate.
Un giorno
attraversammo i binari della ferrovia: tremavano
nell’obliquo sole di agosto –
chi dei due dormiva, chi leggeva
sotto la quercia, vicino allo stagno.
Poi caddero le ghiande – e quei giorni furono la nostra fine.
*
Ardore
Lei morì e urlai – il cane
era cupo e scappò via.
Ora non mi getto più
verso la parete
ricoperta di fotografie
non mi rivolgo più a lei
il mio “tu”, nelle poesie. Lei
è rientrata nel museo
di granito: JANE KENYON (1947-1995).
Ero vivo, al suo cospetto, ero
nel mio acme animale –
sentore di predatore.
La sua morte è la cosa peggiore
che mi potesse accadere –
prendermi cura di lei è stata
la mia benedizione.
Ma ora voglio chi non c’è
la donna dai volti volubili
e molteplici, che inventa metafore
e trita cipolle, che beve vino
mentre olia la pentola e canta
tra sé e sé perché cerca
di terminare una poesia.
Quando faccio l’amore, ora,
qualcosa non funziona.
L’autunno scorso una donna
mi ha detto: “Diffido del tuo ardore”.
Inverno, Florida:
odio le vecchie coppie
della mia età che passeggiano
tenendosi per mano, odio
la loro carne flaccida. Fisso
le giovani donne indignato
e lascivo: non sanno amare
né lavorare né morire.
Le ore scorrono lente, le settimane
vanno sulle rapide del nulla.
Sul greto di ogni giorno recito
i miei lamenti. Il dolore è illecito
e la lussuria, a letto, mi volta
le spalle: guarda da un’altra parte.
*
Orologio Luna
Come una zattera nella subacquea dimora
degli spettri, a mezzanotte, tra lumi e pozze
d’ombra, sotto la luce fumante della luna piena
che riempie di neve il soffitto, vado alla deriva
lungo la marea di gennaio, di stanza in stanza,
verso l’orologio a pendolo che batte come
un cuore: attendo la pausa in cui si apre lo stretto
spiraglio verso il riposo – lì le onde si bloccano
impennate, di pietra, come lunatici leoni di Micene.
*
Lupo coltello
dal diario di bordo di C.F. Hoyt, US Navy, 1826-1889
“Metà agosto, secondo anno
della mia prima spedizione polare, nevi e ghiaccio invernali
alle calcagna, Kantiuk e io
sfrecciammo con la slitta
lungo la Crispin Bay: cercavano i resti
della Spedizione Franklin. Ci abbatté la tempesta
e tornammo indietro e lottammo, cauti,
nella neve, per timore di mollare terra
avventurandoci su pianure di ghiaccio
alla deriva, abbandonati alla Provvidenza
dei mari.
Verso il tramonto
sentii ringhiare alle mie spalle.
Kantiuk disse
che due lupi, magri come le ossa
di una nave in naufragio,
ci seguivano da un’ora – ora
digrignavano i denti
preparandosi al banchetto.
Avevo poca carica per
il fucile: si approssimava il secondo
inverno, razionavamo le provviste.
Fu buio
non potemmo andare oltre
ci accampammo tra capanne
di ghiaccio – anche i lupi
si fermarono, ringhiando
appena oltre l’orizzonte
del nostro sguardo – sentivo
i loro artigli arpionare il suolo.
Kantiuk rise, disse che i lupi
erano rosi dalla fame. Alzai
il fucile, pronto a sparare al primo
sperando di spaventare l’altro.
Kantiuk mi tirò via il fucile
rideva ripetendo
che i lupi avevano fame.
Temevo che il mio vecchio
compagno di avventure fosse
folle, impazzito nella tempesta
tra cimase di ghiaccio
braccato dai lupi. Kantiuk
rovistò nello zaino, tirò fuori
due coltelli – turnok li dicono gli Inuit –
li affilò con fatica, da entrambi i lati:
avevano la violenza dei rasoi da barbiere –
si avvicinò ai cani, raspò con le lame
la bestia più giovane: zoppicava
da un paio di giorni.
Ricordo
che pensai di puntare il fucile
contro Kantiuk mentre mi passava
accanto, con i coltelli rossi
del sangue del nostro cane
che aveva mugolato e sofferto e ora
era lì, morto, mentre cugini
e zii, affamati pure loro, lo fissavano –
e conficcò i coltelli
nella neve.
Immediatamente
le vaghe grige forme dei lupi
si fecero solide, uscirono dall’oscurità
della neve, piombarono fameliche
figure simili a corvi
a leccare il sangue dell’acciaio affilato.
La lama lacerò a tal punto
la lingua di quegli esseri
che il loro sangue sgorgava
a profusione, e rimpiazzò quello
del cane e mangiarono furiosamente
più di prima, mentre Kantiuk rideva
tenendosi i fianchi
e rideva.
Risi anch’io
sollevato perché la Provvidenza
ci aveva concesso di vivere ancora
una volta – o forse perché trovavo ridicole –
così lontano dalla mia terra, il Connecticut
in condizioni così estreme – quelle
creature tanto avide
da ingozzarsi del proprio sangue.
Crollarono, esangui, prima
uno poi l’altro, nella neve:
Kantiuk recuperò
i suoi turnok
dopo aver tagliato
la carne più morbida
dalla coscia di uno dei lupi –
la mangiammo
grati, benedicendo il Creatore
che ci affama
e che ci sfama”.
Donald Hall
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Per il suo funerale scelse il salmo 139 – “tenebra mi annulla/ la notte è luce
su di me”. L’amico Liam Rector, postura plastica da poeta, declamò i versi
di Let Evening Come e Otherwise. Il celebrante accordò, a cappella, le note
di Amazing Grace.
Aveva già opzionato il suo loculo, Jane Kenyon. Quindici anni prima, insieme al
marito Donald Hall, in una terra siglata da cespi di betulle e granitiche querce
del New Hampshire. L’acquisto officiò il matrimonio della coppia con il luogo –
l’amena cittadina di Wilmot. Nell’avita tenuta di ‘Don’ – ove Jane giunse, si
congiunse alle donne che ne avevano albergato le stanze.
*
Si erano sposati per affetto, dunque per difetto, nel 1972. Accademico, il fato,
con seducente banalità, dirottò la Kenyon, studentessa, presso il seminario di
scrittura creativa di Hall all’Università del Michigan. Non emerse per talento,
non affiorò per avvenenza. In dote, gli recò, imberbe, i suoi versi acerbi. Lui
era reduce dall’unione con la prima moglie, Kirby Thompson – corredata di due
figli –, la Kenyon da una liaison imbozzolata nella gioventù.
Condivisero l’amore per la poesia, una carnalità consueta e i gatti. Scarsamente
appassionati, si amarono per conforto. Fu un legame di miti vertigini. Alle
nozze intervennero i parenti stretti. Jane non riportò memorie scritte di quel
giorno. Unico sigillo, a testimonianza, il regalo di sua nonna Dora – una copia
rilegata in pelle bianca della Bibbia di Re Giacomo.
Consacrazione di un epilogo, per il ventiduesimo anniversario Hall le donò un
anello di tormalina rosa serrato da nove minuti diamanti. Lei lo battezzò
“Please, don’t die”. La leucemia stillava piena egemonia. Jane Kenyon aveva
appena intessuto le sue poesie più fauste. Morì un anno dopo, il 22 aprile 1995.
Aveva quarantasette anni.
*
Coronata d’alloro al tempo stesso – fu Poeta laureato del New Hampshire – se ne
andò insignita di lirica reputazione. Dunque, in pace. Mal tollerò l’opprimente
veste di poeta moglie di un poeta e avrebbe disprezzato postumi riscatti
femminei alla Sylvia Plath. Pure, credette di abdicare alla vita. Ma preferì
morire da poeta, che da suicida.
> «La mia fede in Dio, soprattutto l’idea che un credente è parte del corpo di
> Cristo, mi ha impedito di farmi del male. […] Quando ho sofferto talmente
> tanto da desiderare di non essere viva o cosciente… mi sono detta: “Se ti
> ferisci, ferisci il corpo di Cristo, e Cristo è già stato ferito abbastanza”».
*
Oppressa dalla depressione – bipolare al focolare – generò Having It Out with
Melancholy, versi afflitti d’atrabile e farmacologica soggezione. In epigrafe
s’appellava a Čechov, suo mentore insieme a Keats. Depressione e poesia – come
patogeno endogeno.
A stringare il morbo nel verbo, le scarne righe di Suggestion from a Friend –
“Non saresti così depresso/ se davvero credessi in Dio”.
Rigettò ogni visione romantico-terapeutica del rapporto fra malattia e
scrittura. Piuttosto, se ne avvalse per scopo clinico, cinico – la poesia per
aumentare la comprensione della patologia. Pare prossima, di spirito e
d’intenti, a Margiad Evans – autrice che sguainò la poesia contro l’epilessia.
Rifiutò, dunque, di recitare il melodramma – promosso da certe poetesse – della
rosea invasata, dell’artista rosa dalla follia.
*
Votato a una mistica domestica – mai addomesticato – il suo verso divora nella
dimora. Visuale, aurale, a scorporare dal corpo, mistico sito, il rito del
poetare – irrompe lo Spirito Santo. Errante presenza – di stanza in stanza.
Jane Kenyon è poesia-annunciazione, poesia-apparizione, poesia-redentiva.
Gregory Orr velatamente l’annoverò fra i poeti post-confessionali – la poesia
autobiografica come bianca arma di sopravvivenza e riconciliazione col mondo. Di
trasformazione – l’uso della lingua a emendare l’esperienza. Era disposta a
capitolare, per non ricapitolare – in versi – la vita.
*
Madrina dell’anti-canone delle Plath e delle Sexton, Jane Kenyon – fanatica
della mistica – si consacrò a Teresa D’Avila, Giuliana di Norwich. Quindi a
Emily Dickinson ed Elizabeth Bishop – dai meandri del New England le condusse
fino ai setosi dedali della Cina, con una sequela di letterarie lectures,
salmodiando sulla loro opera. Nel 1979, alla cerimonia commemorativa della
Bishop, franò nella commozione – ne ammirava il verso scarno, preciso, il
linguaggio pressato. Beneficiò spesso del paragone con la Dickinson – la ricerca
di Dio, della solitudine nella natura, il mistero della bellezza, il diafano
legame fra depressione e gioia.
Fu, anzitutto, devota ad Anna Achmatova. Tradusse la russa con altera premessa –
giudicando insoddisfacenti le rare versioni in circolazione, decretò di
confezionare la propria.
Il marito, Hall, ammantato di un radicalismo poetico virato allo snobismo più
estremo – nel 2006 nominato Poeta laureato degli Stati Uniti –, fu d’opposto
avviso. Pur avendo costeggiato e corteggiato svariati generi della parola,
prestò somma fedeltà al suo originale suono – in mancanza, riteneva
inafferrabili le connessioni interne alla poesia.
D’indole diversamente tirannica, entrambi rigettarono la traduzione come pratica
ordinaria, grigio esercizio, servizio.
Il poeta Hayden Carruth qualificò la Kenyon quale Achmatova americana. Arduo
immaginare due esistenze più dissimili. Contemplativa e apolitica, la poesia
della Kenyon si nutrì nondimeno dello slancio slavo – s’apparentarono gli
spiriti.
Della Venere di Odessa venerò la lirica succinta, la supremazia, imperiale,
dell’immagine a scapito del simbolo – le sei poesie inizialmente tradotte furono
incluse nella sua prima raccolta, From Room to Room (1978); confluite poi
in Twenty Poems of Anna Akhmatova (Ally Press, 1985).
*
Lirismo tangibile, quello di Jane Kenyon. Mirava a una verità d’opale, epifania
privata compressa nell’attimo. Digiuna di orpelli, scrittura prossima alle
Scritture, ellittica, irrisolta, come l’onnipresente rimando al mondo naturale.
Il poeta Robert Hass la paragonò, per temi pastorali e cupe meditazioni, a
Robert Frost – che pure aveva conosciuto suo marito anni prima – ma con uno
sguardo più interiore.
All’immaginario imagista si appellò invece per non scivolare nell’astrazione –
la poesia di Ezra Pound come monito e monile.
*
Il giornalista Bill Moyer, nel 1993, effigiò Jane Kenyon e Donald Hall in un
documentario – A Life Together – vincitore di un Emmy Award. Proiezione
routinaria di un matrimonio fra poeti dominato da una viscosa discepolanza,
sfociata in rivalità lirica. “È dannatamente duro con la mia prosa. Sarcastico.
Quando parliamo di poesia, so di trovarmi su un terreno più solido, ma con la
prosa può ridurmi in poltiglia” – così Jane, a commento del consorte. Lo diceva
dispotico e possessivo. Ad ogni modo, l’ultimo atto letterario di Hall – morì
nel 2018 – fu la cura e selezione di The Best Poems of Jane Kenyon (Graywolf
Press). Riteneva gemmata, la consorte, dalla sua costola poetica.
*
Coltivava narcisi e peonie, Jane. Poesia e giardinaggio come suoi talenti
privati – il connubio ricorda la schiva scrittrice italiana Pia Pera, che pure
tradusse i russi, fra tutti Čechov e Puškin. Entrambe, arti intrise di morte e
resurrezione. Lottò con la fede, la Kenyon – educata con metodo metodista. Aveva
paura di Dio. Finché una domenica, nella nivea chiesa di Wilmot, il ministro
Jack Jensen evocò Rainer Maria Rilke nel suo sermone. Col tempo, la sua vita
religiosa invase la sua vita letteraria. In Robert Bly intuì la dimensione
spirituale della poesia – a sublimare il sublime. Patrocinò una funzione
sacerdotale del poeta.
*
Per la sepoltura, Hall scelse di drappeggiare sul corpo di sua moglie una salwar
kamiz bianca e un foulard sulla spalla sinistra provenienti dall’India – c’erano
stati insieme due volte. Fra le dita, ossute e incrociate – ornamento d’eterno –
la fede nuziale. Le baciò per l’ultima volta le labbra, fredde e rigide.
Lapidario, scolpito nel nero marmo della lapide, l’epitaffio recita un verso di
Jane.
> Credo nei miracoli dell’arte, ma quale
> prodigio ti terrà al sicuro al mio fianco?
L’aveva composto per osteggiare la morte di Donald – svilito, all’epoca, da un
cancro. All’ombra delle sue parole, oggi, riposano entrambi. Ogni poetica
contesa è trascesa.
Fabrizia Sabbatini
*
Il pipistrello
Leggevo del razionalismo,
il genere di cose che facciamo al nord
all’esordio d’inverno, dove il sole
abdica al giorno alle 4:15.
Forse il mondo è intelligibile
al genio razionale;
forse accendiamo lampade al crepuscolo
per nulla…
Poi ho udito delle ali sopra la testa.
I gatti ed io abbiamo inseguito il pipistrello
in tondo – soggiorno, cucina,
ripostiglio, cucina, soggiorno…
A ogni giro ci sfuggiva
come l’identità del terzo
della Trinità: colui
che ha parlato per mezzo dei profeti,
colui che ha sorpreso Maria
apparendo all’improvviso.
Jane Kenyon
*Per la prima volta in Italia, una antologia delle poesie di Jane Kenyon è edita
dalle edizioni Magog, a cura di Fabrizia Sabbatini
L'articolo Jane Kenyon o della mistica domestica proviene da Pangea.
Costretto al letto dell’ospedale della “Conception” di Marsiglia, Arthur Rimbaud
scrive al direttore delle “Messaggeries maritimes”: vuole essere destinato
ad Aphinar, benché “completamente paralizzato”. Morirà il giorno dopo, il 10 di
novembre del 1891; aveva compiuto 37 anni il mese prima. Aphinar è un luogo che
non esiste, è parte, forse, di una geografia ctonia, è un lembo di aldilà. La
grafia di quella lettera è storpia, incomprensibile il dire, di uomo che
balbetta idolatrie d’idiota, stordito dal dolore; eppure, che stupenda bravata,
che colpo di fionda: Rimbaud muore sulla cresta dell’ultima
invenzione. Aphinar è la parola-chiavistello, la parola-faina che bracca la
morte, che sconcerta l’eterno. (E noi, lì, al suo capezzale, vorremmo scortare
il poeta che ha dimenticato di essere poeta, il poeta estremista, all’ultimo
imbarco, sulla carrozzina, paralizzato, e sussurrargli nenie, ninnoli di verbo,
e asciugargli la fronte, e pettinargli i capelli, e imboccarlo).
Come si sa, Rimbaud vive gli ultimi dieci anni della sua vita in Africa, per lo
più ad Harar, in Etiopia. Si dà al commercio di caffè e di utensili vari, tenta
– con formule fallimentari – di vendere armi a Menelik, negus dello Scioa, invia
alla “Société de géographie de Paris” un Rapport sur l’Ogadine di schietta
nitidezza, scevro da lirismi. In sostanza, si annoia. Prima dell’Africa, era
stato a Londra e a Vienna, a Bruxelles e a Milano, a Giava – con la casacca
della Legione Straniera olandese – e ad Alessandria d’Egitto. A Cipro pare abbia
incidentalmente ucciso un operaio, lavorava in una cava di pietre. Scarse le
fotografie che lo ritraggono, spesso consumate dal tempo: il volto indemoniato
dal pallore, di febbrile ingenuità; a tratti, il cranio, rasato a zero.
Nell’ottobre del 1873, come vuole la leggenda, Rimbaud festeggia i suoi
diciannove anni dimenticando, a Bruxelles, nei magazzini dell’“Alliance
typographique M-J. Poot et compagnie”, le copie fresche di stampa di Une Saison
en enfer. Quasi vent’anni dopo, rassicura “Sua Eccellenza” il Ras Maconnèn:
presto “tornerò all’Harar, per esercitarvi il commercio, come prima”. Il più
grande poeta della modernità, il poeta perpetuamente contemporaneo,
infinitamente fanciullo, ha abiurato la poesia – è possibile?
Un po’ tutti hanno preso per la giacca Rimbaud: Paul Verlaine ne ha fatto il
proprio personale “angelo in esilio”; la sorella Isabelle lo ha tradotto in un
santo; secondo l’esploratore novarese Ugo Ferrandi, “era un arabista e un
poliglotta dottissimo, spiegava e commentava il Corano agli indigeni” (in: Carlo
Zaghi, Rimbaud in Africa, Guida editori, 1993). A dire dell’aitante avventuriero
francese Jules Borelli – che lo aveva scortato in un viaggio tra Ancober, Entoto
e Harar, in luoghi fino ad allora mai toccati da piede europeo – il “mercante
Rimbaud… conosce l’arabo, parla l’amarico e l’oromoo. È instancabile.
L’attitudine ad apprendere le lingue, la grande forza di volontà, l’inesausta
pazienza lo rendono uno tra i viaggiatori più esperti” (ora, insieme al
resoconto di quel viaggio, in: Scioa. L’Africa di Arthur Rimbaud, Magog, 2024).
La biografia di Rimbaud è stata anatomizzata al millimetro, forse per carpire il
segreto della sua poesia, sfuggente, per sempre nuova, inadatta al canone. I
viaggi di Rimbaud sono diventati romanzi – ne cito due: Rimbaud a Giava di Jamie
James, Melville, 2016, e Rimbaud e la vedova (sulla breve tappa milanese), di
Edgardo Franzosini, Skira, 2020 –, gli studi biografici (critici, psichici,
ipnotici) sono diventati un genere letterario a sé stante. Nel 2008, per
l’editore Marietti, Adriano Marchetti ha assemblato una fiera lista di
“Interpreti francesi di Rimbaud” in un libro di stravagante bellezza, Rapsodia
selvaggia. Tra i cinquantacinque, autorevolissimi “interpreti” – da Mallarmé ad
Aragon, da Simone Weil a Tzvetan Todorov e Yves Bonnefoy – ne preferisco due. Il
primo è René Char, che in una specie di epistola lirica inneggia al malandrino
Arthur:
> “Hai fatto bene a partire, Arhtur Rimbaud!… Hai avuto ragione ad abbandonare
> il viale degli oziosi, le osterie dei pisciaversi, per l’inferno delle bestie,
> per il commercio dei furbi e il buongiorno dei semplici”.
L’altro – più che altro, per l’austerità dello stile, per la cinerea postura – è
Julien Gracq, il quale ammira in Rimbaud “l’uomo che mantiene sempre
meravigliosamente le distanze”. Secondo Gracq, il carattere imperituro della
poesia di Rimbaud – garanzia di esistenza anche quando la lingua francese perirà
– è il suo essere “abbastanza inumana”.
È vero. La poesia di Rimbaud è pura metallurgia della fuga. Rimbaud non
chiede lettori – non chiede nulla in effetti. Rimbaud lascia tracce. I suoi
versi sono una mappa, una cartografia del non ritorno. Inseguire Rimbaud,
tuttavia, è il contrario della sequela: ciò che ci è donato non è il centuplo su
questa terra e il regno nella prossima. No. Rimbaud è il primo e il solo.
Rimbaud uccide i suoi discepoli. Rimbaud consegna agli affini il sacrario della
parola Aphinar; ci obbliga all’ennui, ai morbi di un’inquietudine che ghiaccia
le ossa, alla tigre in pieno petto. Non c’è alcun guadagno, alcun conforto dalla
lettura di Rimbaud, ma l’esilio nell’enigma, il punto – magnetico, è vero – in
cui tutte le certezze si sfasciano, in cui la poesia diventa rogo, suono, inno,
come ai tempi delle pitture magdaleniane, quando la stella mangiava alle nostre
mani, con il muso da sauro, e il poeta si trasformava in falco e volpe, pietra e
prato, biscia e vento.
Fernand Léger, Ritratto di Arthur Rimbaud, 1949
Mai si è scritto tanto di un poeta così violentemente reticente. Ardengo Soffici
andò in estro per quel ragazzo “che non ebbe paura di scendere giù per tutti i
gironi dell’inferno psicologico moderno per pescarvi il segreto di una bellezza
inusitata e folgorante” (così nel saggio su Arthur Rimbaud pubblicato nel 1911
nei “Quaderni della Voce”). Eppure, non seppe riconoscere in Dino Campana un
poeta altrettanto folgorante. Per decenni, Renato Minore si è insinuato nella
vita di Rimbaud, il “poeta dalle suole di vento” (il suo Rimbaud è uscito per
Mondadori nel 1991 e in edizione ampliata per Bompiani, nel 2019); l’esito della
ricerca è quasi ovvio: far rilucere l’enigma in sé, la nuda ecchimosi del
fuggiasco, la vita “esibita e impenetrabile a un tempo”. Quando l’ho
interpellato mi ha messo in guardia dal mito di Rimbaud, perché “Un mito è anche
una trappola infinita di volti, di voci, di specchi e lui stesso ha fatto di
tutto per essere duplicato, conteso, frainteso. Non meno carichi di risonanza, e
di ambigua luminosità, gli oggetti, le incalzanti reliquie che il Poeta
Maledetto ha lasciato: prima fra tutti la valigia dei viaggi in Abissinia, la
stampella che accompagnò i suoi ultimi passi, la firma sulle piramidi, le
lettere. E poi i disegni, le fotografie chiedendo all’immagine non il segreto
che versi e documenti trattengono, ma la ricchezza ammiccante e fissa
dell’icona, non solo il presagio di un destino, ma la conferma di un mistero
bloccato dal lampo di magnesio e lì rimasto intatto. La leggenda di Rimbaud
accomuna le generazioni e, in tutto il mondo, ogni giorno ci sono giovani che
scoprono le sue poesie e desiderano possederne una copia”.
Benjamin Fondane, il prodigioso pensatore amico di Emil Cioran, su Rimbaud, si
può dire, con ribalderia da bandito, ha fondato una filosofia (il suo Rimbaud le
voyou è attualmente edito in Italia da Castelvecchi); Victor Segalen ha scritto
forse il più commosso ed elusivo ritratto del poeta – Le Double Rimbaud, edito
nel 1906 su “Mercure de France” –, intimandoci di “Non cercare di capire”.
Forse Rimbaud ha esaudito le sue poesie nel vagabondaggio, diventando egli
stesso un “battello ebbro”. Forse, più prosaicamente, il ventenne roso dal dio
della giovinezza, il prediletto dal fato, ha preferito la vita allo scranno, il
veliero alla scrivania, l’Africa al marciume parigino. La poesia è stata una
parentesi, una ragazzata (una ragazzetta): il “ladro del fuoco” è diventato
fuoco, incede nell’incendio.
È proprio dei poeti pionieri – i rarissimi: Rimbaud, Friedrich Hölderlin,
William Blake, Emily Dickinson – abitare l’irriconoscenza, non riconoscere la
propria opera, obliarla, tra i nastri, nelle fauci di un baule, nella pazzia,
nella fuga.
Le poesie sono il lascito sinistro di Rimbaud: non possono stazionare su un
comodino, non si accomodano in una biblioteca. Queste poesie scalpitano, hanno
la criniera, recano vigoria di formula magica. Queste poesie agiscono, agitano.
Altro che Je est un autre: qui l’Altro ci fissa con occhi intimidatori. A volte
ha il volto di un Minotauro, altre della cincia, a volte è una betulla altre
volte un lupo.
Queste poesie fanno paura – la paura ci donerà un cuore barbaro, pronto di nuovo
a osare.
Davide Brullo
Pablo Picasso, Arthur Rimbaud, 1960
*
Vite
A dodici anni fui rinchiuso in una soffitta dove ho imparato il mondo, ho
illustrato la commedia umana. In una cella ho appreso la storia. In una qualche
festa notturna in una qualche città del Nord, ho incontrato tutte le donne dei
pittori antichi. In un vecchio vicolo di Parigi mi hanno insegnato le scienze
classiche. In una magnifica dimora cerchiata dall’intero Oriente ho compiuto la
mia immensa opera e ho passato il mio illustre ritiro. Ho sbrecciato il mio
sangue. Il dovere mi è rimesso. Non devo pensare più. Vengo davvero
dall’oltretomba, senza commissioni.
*
Sfridi
Plotoni di muri d’ombra: bastonano cani scheletrici,
*
Da dietro tartassava grottesche oscenità
Una rosa s’involava nel ventre del portiere
*
Bruna, aveva sedici anni quando la maritarono
……………………………………………………………….
E ora ama d’amore ardente il figlio di diciassette.
*
E il poeta ubriaco inguainava di insulti l’Universo.
*
Piove con dolcezza sulla città.
*
Quando la carovana dell’Iran si arrestò alla fontana di Ctesifonte, crebbe la
disperazione nel trovarla inerte. Alcuni accusarono i magi, altri gli imam. I
cammellieri si unirono alle imprecazioni… Si erano messi sulla via ormai da
molte lune… carichi d’incenso, di mirra e oro. Il loro capo gridò… soppesò di
sopprimerli… Certi accettarono.
*
All’assalto, o mia vita assente!
Arthur Rimbaud
*Per gentile concessione si pubblica la pagina introduttiva e una manciata di
testi, in traduzione inedita, da “Le più belle poesie di Arthur Rimbaud”,
Crocetti, 2025
In copertina: Arthur Rimbaud secondo Alberto Giacometti, 1962
L'articolo “E il poeta ubriaco inguainava di insulti l’Universo”. In fuga con
Rimbaud proviene da Pangea.
Friedrich Nietzsche era una scissione. Per molti versi,
la nostra scissione. L’uno, Friedrich, era l’esatto rovescio dell’altro,
Nietzsche: quanto più vitale, vorace, impietoso il primo, quanto più infermo,
mite e ingenuo il secondo. Il suo cervello, una spugna elettrica di portentosa
potenza, prosperava come un parassita a spese del resto del corpo. Il
compiaciuto Anticristo era “buono di cuore fino all’eccesso”, come egli stesso
riconosceva in privato. Sulla carta, dava vita a un pirotecnico teatro di
giudizi penetranti e quasi sempre azzeccati, pavoneggiandosi da primadonna
mentre trascorreva “un’esistenza da mansarda”.
La biografia di questo colosso parla di noi: della nostra infelicità, della
nostra tracotanza, della nostra piccolezza mascherata da grandezza. Il
disadattato Nietzsche è già stato, nel suo peculiare modo, ciò che noi siamo
oggi: il prototipo da laboratorio dell’umanità ferita e alienata, brulichìo di
atomi ognuno dei quali con la presunzione d’essere il centro
dell’universo. Nietzsche non solo pensò il vuoto che ci bracca da ogni lato: si
offrì come cavia. Visse una non-vita sinistramente simile a quella che,
nell’impero liquido e virtuale del nostro tempo, confina un po’ tutti noi nella
celletta d’isolamento digitale. Egli incarnò in anticipo, dilacerato fra corpo e
mente, la faustiana corsa al potere illimitato della mente, a cui corrisponde il
franare dell’integrità corporea. Di questa iper-modernità, ai suoi tempi sugli
altari, preconizzò e riassunse la degenerazione, l’esaurimento, il disagio. Si
intestardì a voler vincerli, anzi a darsi come confutazione vivente, da
trasvalutatore in trionfo. Voleva, sì. Ma non poteva. Il padre del Superuomo
era, dopo tutto, un uomo. Fragile e patetico come, sotto sotto, lo siamo tutti.
Prostrato da una miopia da talpa, visse modestamente grazie a una sorta di
pensione anticipata che l’ateneo di Basilea gli assegnò per riconosciuti meriti
per lo straordinario pedagogo che fu. Il suo fisico, in sé perfettamente sano,
si macerava in un grumo di contorcimenti psicosomatici: emicranie croniche,
vomito a ondate al minimo refolo emotivo, spossatezze prolungate, immobilità a
letto. I sintomi che avevano accompagnato alla tomba, a soli trentasei anni, il
padre Ludwig, prete luterano. La morte di questo papà che si dilettava al
pianoforte, tanto pio quanto malaticcio, rappresentò per Friedrich l’evento
fondante, lo spettro onnipresente di una fine prematura, la prefigurazione di un
decesso di ben altra portata: la morte di Dio.
Da bravo cocco di mamma e figlio spatrizzato, il sesso e l’intimità lo
sgomentavano. In questa paura della corporeità, è rintracciabile un punctum
dolens del nostro tragicomico quotidiano. Cosa sono, infatti, l’edonismo da
poveracci, il consumismo pseudo-sentimentale e il salutismo mortifero, se non la
farsa di una “grande salute” dietro cui si nasconde, e neanche tanto bene, il
terrore per la più piccola frustrazione? Più il corpo viene esibito,
sessualizzato e sbattuto ovunque, tanto meno è vissuto. Il dionisiaco, pagano,
gaio Nietzsche non aveva nulla di dionisiaco, di pagano, né di gaio. Lui lo
reprimeva. Noi lo pornografizziamo. Ma il risultato è identico.
Dannato a cogitare senza requie (“non ho mai tregua”), si nutriva di rabbia
narcisistica. Se Nietzsche non fosse stato Nietzsche ma un qualunque omiciattolo
odierno, l’avremmo compatito come una vittima comune dell’attuale narcisismo di
massa (noto anche come liberale, democratico individualismo). E gli avremmo
consigliato un bravo psicanalista. Ma per disgrazia sua – e fortuna nostra – a
quei tempi la psicoterapia era di là da venire. Se “curato”, probabilmente non
avremmo goduto dello splendore scabroso della sua opera.
Nietzsche nacque davvero “postumo”. Ora, se in privato era un abitudinario
angosciato e nevropatico, come filosofo Nietzsche era un brillantissimo
fuorilegge che batteva bandiera pirata: senza religione, senza patria e senza
famiglia, in nome della libertà dal pregiudizio fa terra bruciata intorno a sé,
espugnando e abbattendo tutto: metafisica, morale, scienza. Viveva “una missione
insolita e gravosa” che gli prescrive, dice, di “non legarsi più a nessuno”;
anche se, afferma, diffida dei “pensieri nati da un animo depresso e da viscere
in disordine”. Nel retropensiero di un amor fati che converte il fatalismo in
slancio attivistico, si intuisce il terrore di scoprirsi nei propri punti
deboli.
> “Egli – testimoniava un’amica – condannava tutta una serie di sentimenti nella
> loro forma accentuata, non perché non li aveva, bensì, al contrario, perché li
> aveva e ne conosceva la pericolosità”.
A confermarlo è lui stesso, sia pur intonando il ritornello della presunta
necessità:
> “L’assenza perpetua di un amore veramente rigenerante e salutare, l’assurda
> solitudine che essa comporta, al punto che quasi tutti i contatti che
> rimangono diventano fonte di sofferenza, è la situazione peggiore che ci si
> possa immaginare e ha un’unica giustificazione, quella cioè di essere
> necessaria”.
Nietzsche non riusciva ad accettare i suoi bisogni, giudicati indegni del
magniloquente simulacro che si era scolpito di sé (“anche sul più alto trono del
mondo siamo sempre seduti sul nostro culo”, diceva invece il saggio Montaigne).
E dunque proiettava la sua Ombra sul cosiddetto “debole”, sul “tipo umano della
degenerescenza”, sull’“incapacità di dominarsi, di non reagire ad un dato
stimolo”. Nient’altro che il suo autoritratto. Nell’ultimo anno di sanità
mentale, il gran misogino e gran misantropo precipitò verso il burrone a ritmo
di valanga. Una sovralimentazione psichica lo elevò al picco di produttività: a
testimoniarlo è il fulmicotonico Ecce homo, partorito negli ultimi mesi del
1888. Febbrile testamento ispirato dall’euforia che precede il tracollo, è il
documento principe dell’incipiente demenza che lo avrebbe portato gradualmente a
spegnersi fino al mutismo. Siamo al confronto finale, al
Nietzsche contra Nietzsche: da una parte il depresso, timido, complessato eterno
bambino, dall’altra il caustico, acuto, implacabile speculatore sovversivo. A
furia di decostruire ragionando terminò i suoi giorni, alla lettera,
sragionando. L’araldo della tragedia greca ne tradì lo spirito proprio nel suo
insegnamento centrale: non riconobbe limiti al pensiero dubitante, che
fatalmente finisce per autodistruggersi (“Cartesio non è abbastanza radicale per
me”). Il filosofo tragico par excellence commise il delitto di Edipo:
l’hybris che conduce alla cecità per aver voluto troppo vedere... Fissò la
Medusa negli occhi, e ne finì pietrificato.
Il “carnefice di se stesso” troppo a lungo dissezionatosi, il fautore dell’“uomo
tropicale” e della “barbarie controllata”, fu il primo nichilista e anche il
primo anti-nichilista. A metà, però. Da un lato, dopo di lui nessuna verità
ontologica è più credibile come tale: esistono solo verità prospettiche.
Derivative ma non equivalenti, perché le convinzioni, non più tarabili sul metro
di parametri astratti e universali, restano valutabili in base al grado di
vitalità, alla carica energetica, alla loro potenzialità dinamica. Non
relativismo, dunque, ma prospettivismo che sa collocare i fattori nel loro
contesto, giudicandone la necessità rispetto all’irradiazione di forza. In
definitiva, da Nietzsche in poi non è più possibile aver fede a cuor leggero in
alcunché, facilitandosi la vita al riparo di qualche fideismo fuori sincrono.
Non è ammissibile per nessuno dare più nulla per scontato: nessun punto fermo
resiste al benefico flagello del nichilismo radicale che spazza via ogni
felicità facile, ogni credenza confortevole, ogni realtà fittizia. In questo
senso, non si può non essere nicciani.
Ma non si può essere nemmeno niccisti, seguaci adoranti di chi avvertiva che si
ripaga male un maestro restandone sempre scolari. Per costituzione psicologica,
a Nietzsche era preclusa la maturità che si prova nel piacere di prendersi cura
di sé e degli altri. Tutti, prima o poi, ci ritroviamo in stato di bisogno, alla
ricerca di una mano, di un sostegno, di un incoraggiamento. È da questa mancanza
originaria, che accomuna in comune forti e deboli, dotati e meno dotati, che
sorge il vitalismo autentico, l’unico umanamente possibile. Non certo dal
glaciale volontarismo di un Nietzsche larvatamente transumanista, che
fantasticava di “allevare una razza di dominatori”, i famosi e fumosi “signori
della terra”, con metodi zootecnici, sopprimendo i “parassiti” e vaneggiando di
caste eugeneticamente selezionate mediante l’“annientamento di milioni di
malriusciti”. Nietzsche non è quel proto-nazista che è stato fatto passare: era
troppo intelligente, fine, ironico, anti-tedesco, alieno da ogni biologismo (e
oltretutto, anti-antisemita), per poter essere considerato tale. Ma che fosse un
razzista sociale e un apologeta dichiarato dell’immoralità, su questo non ci
piove.
Bisogna prenderlo con le pinze, Nietzsche. Salvarne la lezione insuperata e
rigettarne la parte malata. Il suo appello a rimanere “fedeli alla terra” è il
commovente grido di un uomo disperatamente moderno, sospeso nell’aria rarefatta
di chi ripudia le radici. Un uomo staccato dalla vita, che proprio per questo
furiosamente diceva di amarla: perché, di amarla veramente in tutti i suoi
aspetti, sublimi e mediocri, eccelsi e grotteschi, non gli riusciva. Era troppo
grande, il suo ribrezzo verso l’umano per com’è. E invece noi tutti siamo, come
anche Nietzsche, umani troppo umani. Tutti quanti sulla stessa barca. Tutti
quanti anime sitibonde d’approdo.
Alessio Mannino
**
Selezione di brani tratti da “Nietzsche contra Nietzsche”
Nietzsche, il martellatore di idoli
“Solo quando la società si divide in due caste una civiltà superiore può
prendere forma: da una parte chi lavora e dall’altra chi ozia, chi sa oziare. O
se vogliamo dirlo più incisivamente: la casta dei lavoratori forzati e la casta
dei lavoratori liberi. Il bisogno di distribuire socialmente la felicità è
secondario, per dare vita a una civiltà superiore. In tutti i casi, la casta
degli oziosi si caratterizza per la facoltà di soffrire, soffre di più, ha meno
gusto di vivere, ma ha un compito più grande”. (Umano troppo Umano).
*
“Compatire indebolisce. Compatendo va a moltiplicarsi la profusione di energia
che il soffrire già da solo comporta. Con la compassione la sofferenza si
diffonde come un contagio. E ci sono volte in cui la compassione provoca uno
spreco di forze sproporzionata rispetto alla quantità corrispondente alla sua
causa (come nel caso della morte del Nazareno). […] la compassione è un ostacolo
alla fonte, per la legge vitale che è il principio di selezione. […] Si arrivati
a definire la compassione una virtù, mentre in ogni morale aristocratica è
considerata un motivo di indebolimento”. (L’anticristo)
*
“La natura, per preservare la specie, deve sbarazzarsi dei malriusciti e degli
aborti viventi. E difatti il cristianesimo rappresenta per essi una potenza di
conservazione. Chi ama l’umanità sa che bisogna volere il sacrificio, per il
bene della specie: prescrivendo il sacrificio umano, è certamente un amore duro,
che esige un continuo superarsi (…)”. (Frammenti postumi)
*
“Per un sano, il malato è il massimo pericolo: i più forti non devono temere i
forti, ma i più deboli. Ma quanta consapevolezza c’è di questo? Ragionando su
vasta scala, non è la paura dell’uomo quella che bisognerebbe ridimensionare,
perché tale paura agisce sui forti perché siano forti e a volte spietati: è
questa paura, a dare la spinta al benriuscito. A dover essere temuta come un
rischio mortale dovrebbero essere piuttosto il disgusto dell’uomo e la pietà per
l’uomo. Se un bel giorno si unissero, il mondo non sfuggirebbe al manifestarsi
di una minaccia enormemente inquietante: le ultime volontà dell’uomo, la volontà
del nulla, il nichilismo. E in effetti, le avvisaglie di ciò sono parecchie”.
(Genealogia della morale)
*
“(…) la vita è, nella sua essenza, incorporazione, aggressione e oppressione
dell’altro da sé e dell’inferiore, è violenza, spietatezza, comando,
acquisizione o nel migliore dei casi sfruttamento. Ma perché poi continuare a
ricorrere a questi termini, su cui il tempo ha messo il sigillo dell’infamia? Si
prenda il corpo, rispetto al quale gli individui, come accade nelle sane società
aristocratiche, si considerano uguali: se è vitale e non già sulla via della
decomposizione, dovrebbe interagire con gli altri corpi facendo tutto quanto gli
individui non fanno fra loro: diventare volontà di potenza incarnata, volontà di
accrescimento, di espansione, di acquisizione, di conquista, poiché non ha il
suo motore in nessuna morale (anche qualora immorale…), ma nel fatto stesso di
essere vivo, in quanto la vita non è che volontà di potenziamento”. (Al di là
del bene e del male)
**
Nietzsche, umano molto umano
“Rinuncia completa: non ebbi né amicizie né relazioni, non potevo leggere un
libro, ogni arte era impossibile. Una cameretta con un letto, i pasti di un
asceta (…) – questa rinuncia fu totale tranne in una cosa: potevo darmi ai miei
pensieri. – Che altro avrei dovuto fare, del resto? Per la mia testa, in realtà,
questa è la cosa più dannosa: ma non so come avrei potuto evitarla”, 11
settembre 1879.
*
“Fin da quando ero bambino non ho trovato nessuno che avesse il mio stesso
tormento nel cuore e nella mente. Il che tuttora, e come sempre, mi obbliga a
presentarmi improvvisando, e spesso controvoglia, vestendo i panni di uno fra i
tipi umani oggi consentiti e compresi. Ma che si possa davvero fiorire soltanto
tra persone che hanno pensieri e volontà simili (fino a includere la dieta e lo
stile di vita), questo per me è dogma. Il mio problema è che non trovo nessuno.
(…) Quasi tutti i miei rapporti umani sono conseguenze di attacchi di
solitudine, da Overbeck a Rée, da Malwida a Köselitz – sono sempre stato felice
in modo ridicolo ogni qual volta ho trovato, o credevo di trovare, un angolo da
condividere con qualcuno”, 20 maggio 1885.
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“È rarissimo che ancora mi giunga una voce amica. Ora sono solo,
inammissibilmente solo. E nella mia lotta oscura e senza quartiere contro tutto
quello che l’umanità ha adorato e amato fino ad oggi (…) mi sono trasformato io
stesso, senza neanche rendermene conto, in una caverna – in qualcosa di segreto,
che non si troverebbe più neanche se ci si mettesse d’impegno per scovarlo”, 12
febbraio 1888.
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“Io penso di avere ormai sopportato cinque volte di più di quanto sia
sufficiente a un uomo normale per suicidarsi – e ancora non è finita. (…) Senza
il lavoro che mi dà una meta e senza l’improcrastinabilità di tale meta, io
sarei già morto. Ecco perché dico che a salvarmi la vita è stato Zarathustra,
mio figlio Zarathustra!”,metà luglio 1883.
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“Non sono mancate le giornate nere, giorni e notti in cui non sapevo più che
senso aveva la mia vita e un abisso di disperazione mi prendeva alla gola, una
cosa che mai prima avevo provato. E con tutto ciò sono consapevole di non poter
scappare, né indietro, né a destra, né a sinistra: io non ho scelta. Ora come
ora a sostenermi è solo questo pensiero. Per tutto il resto, comunque, vivo
sotto tortura”, 3 febbraio 1888.
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“La vita arriva per me all’apogeo: un paio d’anni ancora e la Terra tremerà,
centrata da un inimmaginabile fulmine. Te lo posso giurare: ho il potere di
modificare il modo di contare gli anni. Niente rimarrà in piedi, io non sono un
uomo: sono dinamite. La mia ‘Trasvalutazione di tutti i valori’, con il
titolo L’Anticristo, è pronta. Nei prossimi due anni devo far in modo di farla
tradurre in sette lingue: la prima edizione in un milione di copie circa”, 26
novembre 1888.
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“(…) il mondo è trasfigurato: Dio vi è sceso. Non lo vede, come ogni cielo è in
festa? Mi sono insediato nel mio regno, farò sbattere il Papa in gattabuia e
fucilare Wilhelm, Bismarck e Stöcker. Il Crocifisso”, 3 gennaio 1889.
L'articolo “Buono di cuore fino all’eccesso”. Friedrich vs. Nietzsche. Storia di
una scissione proviene da Pangea.