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La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano
Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.  Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel 1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.  * Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro? Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari / di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/ qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70: «Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure, nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo, però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi spettacoli-concerto.  Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86, con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi, hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive, Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola. Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici, di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C” teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti. Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i pezzi del suo cielo». Che vuoi di più? Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa esperienza? Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto, ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così, qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio, e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.  Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen, ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione, conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta, per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio Picca.  Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione “indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia? Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra delle piaghe degli ‘eventi di poesia’. Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo? Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi, secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di ‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si lancino i sassi. Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico? Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col pubblico.  Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics, come si legano le due cose? Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola (con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica, interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat – dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate: poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito e sottocassa. Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia straniera? Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico. Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham (1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera – sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.  Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”? Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco» (Aldo Busi).  Edoardo Piazza *** Bio-beat Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo “Zeugma”, a Roma.  Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone, 2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).  È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).  *In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato L'articolo La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano proviene da Pangea.
May 21, 2026 / Pangea
L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile; lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99. Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare, partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.  Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913 – per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression. Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy; scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro. Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico, ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà: magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.  Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West. Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023). Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage, Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy, puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista, eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio – scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20 della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.  Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha ‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole ‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming, che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets” compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).  I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury; Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel 1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel 1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia ‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io, connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel 1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso. In Italia, piacque ad Andrea Pazienza. La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre – era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter, recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva ventinove anni.  L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38 Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…). Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio, un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima; Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy, refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più – la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così, tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.    L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets” proviene da Pangea.
May 14, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat generazionali. Beati siano i beat romani. Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.  Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.  *  Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione – mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del verbo quirite.  * Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino, antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si compie, a Roma, il verbo.  * Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat.  Poesia demercificata, gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.    * Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale.  * Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost generation. Duello al cesello – beat generation.  * Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi. Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca un presente già passato, superato.  * Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso – egli, non va in ufficio.   * Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.  * Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano, bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.  * Roman Beat Generation – è una preghiera.   Fabrizia Sabbatini * Ninfa Egeria Brucia i soldi segui il cervo di Thoreau guarda Termini la notte di Natale Monte Cavo a luce astrale ‒ i Campi d’Annibale nella neve ‒ Malaparte giocava a cricket dai Quintili; scendono fulmini nelle slavine ostili. Corri dietro al cervo di Thoreau, pigne sulle conifere ruscelli albini; brucia i soldi di Natale, scaldati in questa notte coi flipper nei bar a Termini fra le slot e Tangeri. Ricama il freddo nei suoi astri grigi il bambino, mangia sabbia invernale e sta male sulla spiaggia e nei pozzi artesiani, con le mani paga ricordi ligi, ruota l’occhio destro al diluvio universale: sempre quello nuovo. Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒ l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale d’alluminio ‒ accetta te stesso o sei finito. Rimbaud era un maratoneta vado dietro a un alpaca nella campagna estatica: sono pericoloso quando scrivo della mia pratica, disegno itinerari fra gli spettri e la seta, allargo la cassa toracica dell’esegeta; volevo solo scintillare da un’amica, l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita. Edoardo Piazza * Un’altra storia “April is the cruellest month” C’è una vita, c’è la firma della pietra sulla tempia, c’è la tempia, c’è la forma della testa: madre Roma – c’è la Storia che divora una storia: un’altra storia. C’è un fratello, il primo Re, c’è il budello di quell’altro (il coltello in mezzo al bianco) c’è la Lupa, c’è la Legge sopra i marmi che scolora una storia: un’altra storia. C’è il mondo tutt’intorno che crolla e si rammenda sotto i colpi di martello di una rima sempre in -oria – lo scalpello della Storia che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento in una Roma oltre la gloria tra segni e gesti di memoria da raccogliere e per sempre poi disperdere, o salvare per ridare ancora al Tempo il tempo di sbagliare. E alla Storia un’altra storia da tornare a masticare. Sacha Piersanti * Gli alberi non hanno mai dimenticato. Io ho una memoria breve. Ma come albero ho conosciuto una lingua: vorrei imparare a scrivere sopra le cortecce. Le foreste sono capaci di parlare. Ci sono storie che hanno radici dove si volta la paura: forse è la felicità restare piantati sugli scaffali di una foresta. Antonio Merola * Non essere Eco, non essere eco, fiume del mondo, spazio. Ferma la caduta nel fermare il riflesso, orienta l’organon, orienta l’organare degli ulivi, delle querce secolari, non parlare, non dire, nascondi e fuggi, torna e fuggi, lotta. Non essere cieco, non essere il nulla che acclari. Combatti. Mi dirai tu, Signore, la vanità della lotta, la caduta nel superbo, l’occhio di un cervo balbo. Stai alla larga dalle fonti, trasformale in canti. Ilaria Palomba * I tuoi morti sono i miei morti. Davvero spari ancora? I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti – dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti, raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni, di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di carbone.  Davide Cortese * Mi viene incontro Milan Kundera mentre Roma accende i soffitti delle stanze e un passante perdendosi nella sua estraneità lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre in gola stilla una fontana di gloria, di colpo gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica. Alla fermata la vettura sosta e ti preleva prima di sputarti al tuo destino di risalita con in una mano ancora segni da decifrare e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli. Ogni cosa sta da prima dello sguardo. Simone Di Biasio * 4’33’’ E quindi il silenzio non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto da quei venti decibel scarsi al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica. Nessun prima né un dopo. Solo un range entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione – eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito: nella camera anecoica, non sentì altro che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva come fosse possibile percepire anche solo quei due suoni in una tale situazione. Uno era il sistema nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue che seguiva la libera circolazione. È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare che sotto l’osso dello sterno non si fermino i costanti processi delle strutture portanti. Ho provato a cercarlo, il silenzio. In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza; nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco. Non c’è modo però per dire quanto vile sia il trattare ciò che manca come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo. Arianna Vartolo * Alcune iscrizioni mostrano un cerchio all’estremità della terra. Altre una mezzaluna e certe sagome di cervi neri che passano e rivolgono l’una contro l’altra le croci sul sentiero. Hai sentito la pietra scricchiolare, la pietra del tempo scollata dall’Origine, i flutti limacciosi in cui si generano creature senza nome, il loro nido negli incubi dell’Occidente. Sono i segni di folle di passaggio, carovane, segni polverosi per gli Anni del Macello, l’Orsa annerita agli angoli del Carro, la polizia che lascia i cani digiunare e lancia nelle cucce le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi. Mattia Tarantino * Sara ha paura dell’occhio. La mia fortuna è di poterla osservare da vicino. Sale lo sguardo dal letto al giardino e nei sobborghi la notte ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno ostile di dire in tre lingue. Di dire in tre lingue o di partire. Al mattino la palpebra richiude ma adesso distingue quattro serrande fitte di luce: intanto la voce è incline a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino. Federico Savelli * Fermo immagine C’è sempre il sole in questa città, un sole che lacera e taglia in due, il sole che addensa le ombre. Dove si nasconde il tempo da queste parti? Tutto resta esposto. Tutto resta sospeso. Tutto resta addosso. Fermo immagine. Il colore stinge. Roma scioglie ogni cosa. Olivia Balzar * Esche vive gettate nel fiume appese al galleggiante ritorte sull’amo, la rete del tempo il suo disfacimento, titoliamo Alla transitorietà dei corpi la loro precarietà. Attendo il mio invecchiare di tedio le mie rinvigorite rughe le ansie che non fan dormire, eppure vorrei riderne so far ridere e sorriderne a mia volta, a crepapelle, a squarciagola, lungo le fratture del vivere sotto i cipressi della vegliata morte, l’orrore vacuo d’esser nato. Ho i denti rotti le unghie strappate “c’è chi ha in mano la sorte e chi un mare disperato”, vago tra chiese ormai defunte, oscilla postuma sull’altalena la mia ombra appesa. Claudio Zuccaro *In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819 L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da Pangea.
May 11, 2026 / Pangea
Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits. Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante – conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione, Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.  L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi, era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda. Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta – se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia eredi, non fa prigionieri.  A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione di vecchi mestieranti del verbo.   È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel ’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di un’ascesa tra le aquile.  Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni – I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea. L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti – da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta, un genio in generosità, a prevalere.  Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più, un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto. L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori antologizzati?   Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso, il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo, avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa indole del poeta.  La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione ‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.  Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.  Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’, ‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno, d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde, Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati. Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa. Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell. Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per sagacia.  In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’, questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’, qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita, attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista, domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui, si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.  Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.  Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.   *In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936 L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione proviene da Pangea.
May 5, 2026 / Pangea
“Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis Thompson
Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte. Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene cacciato dal seminario per la troppa indolenza. Per troppa indolenza non completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia londinese. Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio. Risanato in una prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto. La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica e di strumenti. L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento. * “Notturno”. Opera in un atto Personaggi: Francis, un poeta Un fantasma Una donna Il Veltro del Paradiso (coro) Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross Scena 1 Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace. Scena 2 Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi: > “Addio, putridi mattoni di Bristolia, > amanti di Mammona, adoratori > del dio Inganno! Aveta cacciato  > il ragazzo che cantava antichi miti:  > preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi. > Addio, idioti politici ubriaconi, > connaturati all’opera della Corruzione! > Io vado dove spirano inni celesti > ma voi, nel giorno della dipartita, > sprofonderete negli inferi. Addio > madre carissima, custodisci la mia > angosciata anima, non permettere > che la travolgano i flutti della Distrazione. > Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere: > perdona questo estremo atto di viltà.” > > (Thomas Chatterton, Last verses) Scena 3 Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare, chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.  Intermezzo strumentale Scena 4 Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto. Scena 5 Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si deve ai figli. Intermezzo musicale Quadro secondo: La casa della donna Scena 6 Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non ancora spedite: > “A Mr Meynell > Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto > sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro > che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere > a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò > sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. / > Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato > nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta. > Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni > / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che > allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la > ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora > mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella > progenie bastarda della natura e dell’arte.” Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in lacrime. Scena 7 La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata: “Laggiù, in una grotta,  senza culla per giacere, il bimbo Gesù la dolce testolina  fa riposare. Le stelle nel cielo  guardano giù  e il bimbo Gesù dorme sul fieno. Il bestiame muggisce  il bambino si sveglia, ma il bimbo Gesù non piange. Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo, resta alla mia culla  fino al mattino.” (Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”) Scena 8 Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino: > “Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,  > come me timido e piccino?  > Come ti sentivi fuori dal Paradiso,  > come me?  > Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?  > Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?  > Penso che avrei pianto, al tuo posto,  > per la mia casa fatta di cielo:  > avrei guardato l’aria  > mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli  > mi sarei agitato al risveglio:  > non c’è un angelo a vestirmi!  > Avevi giocattoli  > come noi bambine e bambini?  > E con gli angeli più piccoli  > giocavi in Paradiso  > con le stelle come biglie?  > Gli angeli giocavano a bubù-settete  > nascondendosi dietro le proprie ali?  > E tua Madre ti permetteva di conciarti  > i vestiti giocando per terra?  > Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,  > in Paradiso: erano di un bel blu pulito!  > Non puoi aver dimenticato tutto  > quel che si prova a essere piccoli:  > e sai che non posso pregare te  > come fa il mio papà.  > Quando eri così piccolo, dimmi,  > avresti parlato come il tuo Papà?  > Scendi allora come un bimbo piccino  > ascolta le parole di un bimbo come te  > prendimi per mano e camminiamo  > ascolta i miei discorsi da bambino.  > A tuo Papà mostra la mia preghiera  > (Lui guarderà: sei così bello!)  > e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,  > porto la preghiera di un piccino’.  > E Lui sorriderà perché le parole dei bambini > non sono cambiate da quando eri giovane”.  > > (Francis Thompson, Piccolo Gesù, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; > trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi) Scena 9 Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene, lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto mentre il Veltro intona: > “Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso  > non per ferirti  > ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia  > e tutta la tua infanzia perduta  > la conservo in Casa, per te.  > Alzati, dammi la mano e vieni.  > Sosta presso me > (…)  > > Ingenuo, cieco, debole:  > io sono ciò che cerchi.  > Tu ricevi amore nel ricevermi. > > (Francis Thompson, Il Veltro del Paradiso, da “Primo alfabeto stellare”, Magog > 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi) Giulio Solzi Gaboardi *In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and Banquo” (1793–1794)  L'articolo “Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis Thompson  proviene da Pangea.
April 29, 2026 / Pangea
Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale. Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati per gli strali delle giornate. Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali? E i poeti, ad amministrare condomini? Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita. Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze. Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove lasciarsi precipitare. * Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro. E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto pragmatico di realtà.  La realtà è quello che crediamo che sia. Materici in obliquo rispetto all’oggi intoniamo il canto lirico metropolitano composto da metafisica civica e antilirica efferatezza sotto una brezza da flâneur nella grandeur disimpegnati perché troppo impegnati destrutturati per alleggerire il bagaglio esperienziale mnemonico emotivo. * Molto bene sentire non capire underground per via della metro indie come apache in pillole la poesia è battaglia galattica di sinapsi dinamicità nella corteccia e nei piedi non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza  non è poesia ma è testo in versi semplifichiamo: linguaggio scritto perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei ruoli. La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.  * «Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale». Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la parola nicchia… Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore. * State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico. * Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro. I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non puoi farne vilipendio. * E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria. Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi giusti. * Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e). * Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio. * L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per scherzare con Thanatos. * Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio, schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza Gianicolo e diventare acqua che scorre. Edoardo Piazza *Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le “istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria italiana. In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605) L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
April 21, 2026 / Pangea
“Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson, il poeta amato da Cormac McCarthy
In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena pubblicato Cavalli selvaggi e in quell’intervista rilasciata a Richard B. Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – “Cormac McCarthy’s Venomous Fiction” –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava la propria agiografia.  Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto. Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato Michael Lynn Crews in un utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, Books Are Made Out of Books, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert, Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. Tra i poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis Thompson. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese.  Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà. Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake, fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria. Lavorò come calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi. Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla nevralgia, il poeta visse da senzatetto: nella prostituta che gli diede ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.  Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907) Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –, direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –, s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle: nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi Poems; presto si diffuse la notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli. Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle Poesie. Più di recente, si deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000 esce per l’Editrice C.R.T. Il Segugio del Cielo e altre poesie, volume ora irreperibile. È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come Primo alfabeto stellare.  Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida teologia. Il poemetto più noto di Thompson, The Hound of Heaven – reso con genio da Solzi Gaboardi come Il Vetro del Paradiso, memorabile l’incipit: “Fuggo da Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei capisaldi mistici di Meridiano di sangue. In Thompson, in effetti, l’entità divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese – insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (A un poeta che rompe il silenzio), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (In virtù della tua legge) ci fende con celestiale ferocia:  > “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore > dal nutrimento di ogni delizia > e doma con un buio tremendo > chi giunge in ritardo > al Suo richiamo”. Tra tutte, McCarthy amava The Poppy, “Il papavero”. Negli anni in cui scrive Suttree – rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba, “un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/ risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.  La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats – un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton, Thompson era il maggior poeta della sua generazione; Tolkien confessò al figlio Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel 1913. Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson. Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio biografico su Sant’Ignazio di Loyola.  Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.  *In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva L'articolo “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson, il poeta amato da Cormac McCarthy proviene da Pangea.
April 20, 2026 / Pangea
“Cercami negli asili del Paradiso”. Vita & versi di Francis Thompson
L’intera produzione poetica di Francis Thompson si può riassumere con un’immagine, un’idea, il suo epitaffio: “Look for me in the nurseries of Heaven”, Cercami negli asili del Paradiso. Una meta irraggiungibile, prima rifuggita e poi desiderata dal poeta eternal child. L’oggetto ossessivo della sua ricerca poetica e umana è un paradiso feroce e al contempo armonioso, come un compimento del perpetuo travaglio della vita di un poeta che riassume in sé la follia disperata di Dino Campana e il genio visionario di William Blake. La poesia di Thompson si caratterizza per la sua arcaicità non posticcia, ma per lui così naturale. Il suo vocabolario, che a prima vista può risultare obsoleto, o comunque eccessivamente sontuoso e arcaizzante, è l’unico strumento che Thompson possegga per ritrovare una temporalità adatta alla sua esigenza di fuggitivo del mondo.  Le arti non letterarie, specialmente la musica e la pittura, incidono fortemente sulla poesia di Thompson. La sua ritmica è sempre tesa a una forte musicalità, inserita in un sostanziale rispetto dei criteri formali della poesia anglofona, gioca con la rima, le iterazioni, le anafore. L’immagine thompsoniana è colorata, sfumata: spiazza sempre, che sia cruda o sublime. Veleggia dalla concretezza della carogna di un cane squarciato sulla strada alla magia di un tramonto, o di un incontro serale con la donna amata. Le donne di Thompson, a questo proposito, incarnano tutte le caratteristiche della domina dantesca, dalla donna angelicata (fino ad essere donna angelo, medium per l’accesso all’irraggiungibile meta paradisiaca) alla donna petra, crudele, dura, quasi infernale. Non a caso, l’influsso dantesco – come di molta altra letteratura medievale – è evidentissimo nell’immaginario del poeta.  In Italia, Thompson viene stampato per la prima volta nel 1925 dai fratelli Treves. Maura Del Serra traduce e cura, nel 2000, Il Segugio del Cielo e altre poesie, per Crt, corredandolo di una nota preziosa nota introduttiva. Poi, il nulla. Piacque a Giorgio Manganelli, che lo definì un “maudit miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”. Nel mondo anglofono, Thompson fu amato da G.K. Chesterton e da Tolkien, e quest’ultimo lo considerò influente nella stesura delle sue opere. Era caro a Cormac McCarthy, che dalla poesia The poppy trasse ispirazione per Suttree.  Nasce il 18 dicembre 1859 a Preston, nel Lancashire, Thompson, da una famiglia medio-borghese di radici cattoliche e sensibile alla dottrina del cardinale-poeta John Henry Newman. Trova nella madre, Mary Turner, il necessario incoraggiamento per dedicarsi alle arti, tra cui la musica e la pittura, che avrebbero influenzato notevolmente la sua poesia. Il padre, medico illustre, gli impone la facoltà di medicina, frequentata per otto anni all’Università di Manchester. Francis, nel contesto accademico, non trova grandi soddisfazioni, e anzi inizia a provare disgusto e repulsione nei momenti più crudi dell’apprendistato chirurgico, dalle dissezioni al contatto con sangue e malattie. Continua a coltivare la passione per l’arte e la poesia, viene bocciato agli esami più volte e sente crescere nei confronti del padre un forte senso di colpa che graverà sulla sua coscienza per tutta la vita. La morte nella madre e la costante assunzione di oppio (presto tradottasi in una vera e propria assuefazione) lo spingono ad abbandonare gli studi. Frizioni con la nuova moglie del padre lo porteranno a lasciare la casa paterna, prima occasionalmente, poi, l’anno successivo, definitivamente, troncando ogni rapporto con il genitore. È in questi anni disperati che Francis incontra i suoi salvatori. Per prima, la prostituta – rimasta anonima, nell’ombra, e amata come un angelo dal Cielo – che lo raccolse dalla strada, gli diede un giaciglio, e lo salvò da sé stesso. Quasi una figura materna, buona, santa: una Maddalena che raccoglie il poeta straccione da terra e lo rimette in sesto, dandogli un tetto e una speranza. Infine, i coniugi Meynell: lui, editore illuminato, lei, donna sensibile e poeta stimolante. La chiave di volta è il tentato suicidio di Francis.  Ignorato dal mondo letterario e allontanatosi ormai dalla sua famiglia, Thompson vive per strada, dorme sotto i ponti di Londra (tra cui quello di Charing Cross, poi allegoria del Regno celeste nella sua poesia-testamento, In no strange Land), ne conosce la miseria e lo squallore, la dipendenza dall’oppio si fa sempre più pervasiva e ingombrante. Tenta di uccidersi con il laudano, ma, prima di assumere la dose fatale, viene fermato dalla visione del giovane poeta Thomas Chatterton, che un secolo prima si era tolto la vita a diciassette anni, avvelenandosi, in un atto di protesta artistica che lo rese il mito del Romanticismo nascente. Di lì a poco incontrerà la street girl che lo avrebbe ospitato per sette mesi prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia.  La svolta avviene invece grazie a Wilfrid Meynell, direttore del giornale cattolico-liberale “Merry England”, a cui Thompson aveva inviato alcuni testi senza ricevere risposta. Nel 1888, “Merry England” pubblicò sulle sue pagine la poesia di Thompson The Passion of Mary, senza riuscire ad avvisare l’autore, essendosi quest’ultimo reso irreperibile. Wilfrid e la moglie Alice restano folgorati da questo bohémien: buono e dannato, senza un soldo, gli occhi spiritati, scavati in un viso scarno e diafano, la sua poesia così tesa al Paradiso e con le radici così conficcate nell’inferno. Nella redazione di “Merry England” (il nome della testata era ispirato al sonetto di William Wordsworth), Thompson entra a contatto con alcune delle menti più raffinate dell’Inghilterra di fine secolo, tra cui un giovane W.B. Yeats.  In quegli anni, l’attività poetica si affianca a quella giornalistica e critica, rifiuta in un primo momento l’ospitalità dei Meynell, ma la sua presenza presso di loro si fa sempre più costante, su richiesta degli stessi coniugi. Alice lo chiama “my child”, lui se ne innamora spiritualmente. Prova un grande affetto per la progenie dei Meynell, e per le figlie Monica e Madeleine compone le Sister Songs. Per farlo disintossicare, i Meynell spediscono Thompson inizialmente nella prioria francese di Prémontré, nel Sussex (1889-1890), dove stringe amicizia con diversi bambini, riscoprendo quella natura fanciullesca che lo aveva accompagnato nello stupore poetico, nell’immaginario puerile e candido delle sue visioni e delle sue liriche, in cui spesso convivono armonicamente l’innocente dolcezza dei bambini e la crudeltà della vita, quasi preludio d’inferno. Dopo una ricaduta nel tunnel dell’oppio e tornato momentaneamente alla vita di strada, Alice Meynell lo ricovera nell’abbazia cappuccina di Pantasaph, nel Galles del Nord (1892-1897). Quest’ultimo esilio gli permise di riconnettersi a quel duplice mondo in cui riusciva a trovare pace, tra natura e liturgia. Thompson, tramite queste esperienze di riscoperta spirituale e naturalistica, sviluppa una forma di panismo teologico, unareductio ad Unum che si traduce nelle sue due odi più rilevanti, composte proprio durante il primo periodo di ricovero nel Sussex: Ode to the setting Sun, poema di somma bellezza incentrato sulla figura di Cristo sofferente, che per analogia viene rappresentato come il sole che tramonta in un trionfo sanguigno e regale; e The Hound of Heaven, ispirato all’immagine dei segugi del tempo nel Prometheus Unbound di Shelley, autore investigato proprio in quell’anno da Thompson, che elaborerà in quel periodo un illuminante saggio sul poeta di Ozymandias, tratteggiandone – con grande anticipo sul resto della critica – i caratteri simbolici e metafisici.  Ne Il Segugio del Paradiso, Thompson mette in scena un inseguimento furibondo e allucinato, un incubo celeste. Il veltro celeste – il tremendous Lover, che rappresenta chiaramente l’amore incontenibile di Dio per le sue creature, anche quelle più restie ad accoglierlo – incede con passo sicuro e cadenzato, quasi battendo una marcia militare, mentre la fuga del poeta è scomposta, asfissiata dalla paura, dall’angoscia. Una fuga disperata con un destino già scritto.  Il rapporto di Thompson con la fede è problematico, non perché la ripudi, ma perché vissuta sempre attivamente, e mai lasciata alla sola forma. Se l’incanto per la liturgia, la musica e il mistero è determinante per la sua fede, ancora di più lo è un senso disperato di rompere con gli schemi ‘passatisti’ della Chiesa cattolica, aprendo invece alla contaminazione e al mistero. La sua fede è totale e totalizzante, tesa alla fascinazione e al misticismo. E la poesia diventa strumento liturgico, una litania, una preghiera continua, che connette la sua esperienza terrena – così meschina, ingiusta e senza speranza – alle Porte del Paradiso. Il fine ultimo di Thompson è raggiungere, un giorno, quella salvezza che sulla terra gli era stata negata. La tradizione religiosa della sua famiglia si unisce alla fascinazione per le religioni orientali e per l’ebraismo. Con i Poems, pubblicati nel 1893, ottiene un ottimo successo, mentre i New Poems, usciti due anni dopo, non vengono graditi dalla critica.  La morte lo colpisce troppo presto, consacrandolo, come spesso accade, alla leggenda, nel 1907: forse per tubercolosi, forse perché ricaduto nell’abisso. Giulio Solzi Gaboardi ** Ode al Sole morente Preludio La delizia languida del violino galleggia sulle mute onde del vento, le intime corde dell’arpa palpitano e intonano musiche laceranti. Torturato nello spirito scivola in quella struggente dolcezza, finché l’anima squarciata sanguina tristezza. Il sole rosso, una bolla infuocata, discende lento sulla collina mentre un uccello vagheggia la fine del giorno. Sole Morente, che nei giorni riverenti ti immergi nella musica del tuo placido sonno, nudo di onori, coronato di raggio, senza inni durante il raccolto, anche se i mietitori lavorano: per te questa musica non sveglia. Illuso, se senti in queste illogiche armonie lo spettro devoto degli adulatori predati e l’eco di fiere, antiche lusinghe. Ma sul terreno in cui regna, conficcata, la Croce, non so quale insolita passione mi volge il capo verso di te, che manovri le mie vene e mostri di essere un dio non morto. Non morto. Scettico per la preghiera. Per il dubbio, troppo furiosamente fedele. Quale dio selvaggio rende il mio cuore una fonte di lacrime battesimali. Il tuo raggio giace fermo, dritto sulla Croce. Che segreti svelerebbe il tuo indice radioso? È la chiave del tuo luminoso magistero? È questo il segreto, allora? Il sacrificio? Sposta dall’orecchio i riccioli ardenti e ascolta un canto inaudito nei giorni del Nord. Azzardato per Roma. Oscuro per la Grecia. Dolce con le cose selvagge che volano, volano via. Francis Thompson *Giulio Solzi Gaboardi ha curato il libro di Francis Thompson, “Primo alfabeto stellare”, edito da Magog, 2026 In copertina: John Constable, Cloud study, 1830-35 L'articolo  “Cercami negli asili del Paradiso”. Vita & versi di Francis Thompson proviene da Pangea.
March 26, 2026 / Pangea
“La mia è la storia di un assolutista”. Epopea lirica di Hugh MacDiarmid
Cercate Whalsay sul cellulare. È una minuscola isola delle Shetland, a tratti inaccessibile. In sette chilometri quadrati e mezzo abitano circa mille umani. A Whalsay si vive per lo più di pesca: esiste una squadra di calcio che gioca a livello poco più che amatoriale, qualcuno ha costruito in questo nessundove un campo da golf. Whalsay vuol dire “isola delle balene”; dicono che l’uomo sia approdato lassù nel Neolitico.  Negli anni Trenta, uno dei più formidabili poeti del secolo – al secolo: Christopher Murray Grieve, nato a Langholm l’11 agosto del 1892 – si ritira a Whalsay. Vuole apprendere un linguaggio nuovo. Vuole sentire i sussurri delle pietre. Si costruisce un vocabolario autarchico, tutto per sé, che mescola il gergo dei balenieri all’urlo delle sule.  > “Leggenda vuole che… avesse trascorso tre giorni sulla spiaggia di West Linga > dormendo in una grotta e appuntandosi ogni tipo di osservazione sulla geologia > del posto, sui colori delle pietre e sui mutamenti di luce di quel cielo > nordico”.  > > (Marco Fazzini) Era il 1933. L’anno dopo il poeta pubblica Stony Limits and Other Poems. In quella raccolta spicca il capolavoro. On a Raised Beach.  Christopher è un tipo strano, tra il rivoluzionario e il profeta; i poeti lo conoscono come Hugh MacDiarmid, indossa quel nome dal 1922. In un busto scolpito nel bronzo, Hugh ha capelli che paiono un’aquila, occhi stretti come pugnali. Pare infrangibile. MacDiarmid a quell’epoca ha già pubblicato tanto – tra cui un picaresco “Inno a Lenin” – con genio da poligrafo esagitato; On a Raised Beach è un poema – lo si sussurri qui, tra noi quattro – più vasto, selvaggio, possente della Waste Land di T.S. Eliot, di cui riprende – capovolgendoli – toni e tensioni. Il poema – ora di nuovo tra noi, per i nostri tipi, per la cura di Marco Fazzini in un’antologia che raccoglie i testi più importanti di MacDiarmid, Come una pietra instabile (Magog, 2025) –, pare il libro Giobbe ripetuto dalle labbra di Melville. L’indole, visionaria, ipnotica, fonde il carisma da poema ‘geologico’ alla ‘regola’, il codice esistenziale. Estraggo alcuni versi, a vortice: “Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze/ Che non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle”; “Sarà sempre più necessario trovare/ Nell’interesse di tutta l’umanità/ Uomini capaci di rifiutare tutto ciò che pensano tutti gli altri/ Uomini, come una pietra rimane/ Essenziale al mondo, inseparabile da quello,/ E rifiuta ogni altra forma di vita”.  È un poema che impone una ribellione: nel cuore nero dell’uomo e nel cosmo.  In sintesi, Hugh MacDiarmid è la leggenda della letteratura scozzese contemporanea. Giornalista di talento, ha scardinato la poesia di Scozia dalle pastoie inglesi. “L’uso dello scots che MacDiarmid propugnò sin dal 1922 intendeva svincolare questo vernacolo dall’oblio a cui era stato relegato… Ciò che diede forza ed efficacia alla così detta Rinascenza scozzese fu la mistura esplosiva di poetica ed azione politica portate all’eccesso, in definitiva, da un solo intellettuale: Hugh MacDiarmid” (Fazzini). A Drunk Man Looks at the Thistle, pubblico nel 1926, è il punto di svolta della letteratura scots. Per MacDiarmid l’opzione estetica è eminentemente politica: nel 1928 è tra i fondatori del National Party of Scotland, da cui viene espulso; dagli anni Trenta s’impegna tra le fila del partito comunista inglese: irretito dalle vuote norme di partito, verrà cacciato anche da lì. Nel 1964 si presenta alle elezioni ottenendo la miseria di 127 voti. Alcuni gli danno del fascista; altri del luddista. George Orwell lo inserì in una lista, inviata all’MI5, di “persone di cui non bisogna fidarsi”. Dylan Thomas, al contrario, lo adorava:  > “Ogni città dovrebbe spalancare le porte per ospitare Hugh MacDiarmid, quel > grande poeta lirico, e ogni luce dovrebbe essere accesa alle finestre e > qualcuno dovrebbe preparare per lui, sempre, un tavolo, un letto e del buon > cibo”.  “La mia è la storia di un assolutista, i cui assoluti sono cresciuti a dismisura, fino al dolore”, ha detto. Ha avuto due figli dalla prima moglie, Peggy; James Michael, il figlio nato da Valda, giornalista, è stato una figura importante del nazionalismo scozzese. Il suo biografo, Kenneth Buthlay, ha scritto che “MacDiarmid è il flagello dei Filistei, lo spietato intellettuale che cerca la rissa… il nemico del compromesso”.  Nella raccolta di saggi oxfordiani La riparazione della poesia Seamus Heaney dedica un testo a Hugh MacDiarmid, La fiaccolata di un singolo.  > “La posizione di MacDiarmid nella letteratura e cultura scozzese”, scrive, “è > per molti aspetti analoga a quella di Yeats in Irlanda, e le ambizioni > indipendentiste degli scrittori irlandesi furono sempre molto importanti per > lui. Il suo ardimento linguistico fu ampiamente incoraggiato dall’esempio di > Joyce, mentre Yeats e altri scrittori successivi alla rinascita irlandese > continuarono a esercitare un ampio influsso sul suo programma di nazionalismo > culturale”.  Gli aveva fatto visita nel 1977, MacDiarmid sarebbe morto l’anno dopo. Il cammeo che Heaney, Nobel per la letteratura nel 1995, dedica al rabbioso Omero di Scozia è mirabile:  > “Fu comunista e nazionalista, propagandista e plagiatore, bevitore e > confusionario, e recitò tutte queste parti con straordinaria verve. Si fece > dei nemici con la stessa passione con cui si fece degli amici. Fu stalinista e > sciovinista, anglofobo e arrogante, ma la stessa tendenza all’eccesso che > manifestava sempre, la qualità esorbitante che segnava tutto ciò che faceva, > dava anche forza ai suoi successi e li rendeva duraturi”. Gli dedicò anche una poesia, An Invocation. In Memoriam Hugh MacDiarmid. Esaltava il poeta “pazzo di scrittura” che possiede “l’occhio ciclonico d’una poesia come le stagioni”.  In pochi altri poeti si percepisce così nitida, ferina, la prossimità all’elemento naturale.  Questo è un poeta in cui rovinare.  *In copertina: Hugh MacDiarmid (1892-1978) L'articolo “La mia è la storia di un assolutista”. Epopea lirica di Hugh MacDiarmid proviene da Pangea.
February 24, 2026 / Pangea
“I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog, 2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo, in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a condurre la danza della sua penna furiosa.  Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni. Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro Regno?  Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione, l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto. Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse, anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete, incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.  A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria Palomba) ** Io, la pagina per la tua penna Io, la pagina per la tua penna. Riceverò tutto. Io, una pagina bianca. Io, la custode del tuo bene: lo coltiverò e farò rendere il centuplo. Io, la campagna, la terra nera. Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia. Tu, il Signore e il Padrone, e io, l’hummus nero e la pagina bianca. 18 luglio 1918 Marina Cvetaeva Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.  In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte L'articolo “I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
February 19, 2026 / Pangea