Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa
chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al
locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo
aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a
piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un
samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da
Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.
Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma
era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel
1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le
cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.
*
Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul
trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei
tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro?
Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al
saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e
aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o
come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni
riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in
mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari /
di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò
difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e
belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle
storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti
questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/
qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a
quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi
quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70:
«Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo
non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure,
nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo,
però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai
lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che
tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di
posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi
spettacoli-concerto.
Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e
rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un
pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da
ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86,
con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che
dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con
lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi,
hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a
sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive,
Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola.
Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi
di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo
accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e
invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha
cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti
sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a
confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano
la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e
sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici,
di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C”
teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti.
Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi
inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di
fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita
personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma
solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i
pezzi del suo cielo». Che vuoi di più?
Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la
riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa
esperienza?
Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se
ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una
notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a
parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per
telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio
primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi
consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che
condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto,
ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così,
qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio,
e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello
provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi
a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una
serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e
ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione
dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di
qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed
eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di
catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato
derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.
Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di
incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte
e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site
specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio
venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale
all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen,
ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La
Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione,
conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche
solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in
quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso
d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa
poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e
mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi
tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito
e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per
tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta,
per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio
Picca.
Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei
organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione
“indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia?
Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli
eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto
spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai
convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei
inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o
no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un
palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il
buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo
monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza
far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il
bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità
o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella
sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra
delle piaghe degli ‘eventi di poesia’.
Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno
scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo?
Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia
l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che
gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi,
secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete
fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di
‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che
delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà
effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel
contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa
l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse
sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste
formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà
a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o
l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si
lancino i sassi.
Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si
legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico?
Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di
interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre
nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle
stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in
privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture
attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col
pubblico.
Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics,
come si legano le due cose?
Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola
(con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e
produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si
tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi
originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica,
interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il
concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con
l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là
delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano
perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di
qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat –
dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al
massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate:
poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di
recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme
proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito
e sottocassa.
Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia
straniera?
Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare
B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco
molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con
autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico.
Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che
sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e
declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine
simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A
proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo
stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia
di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham
(1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la
sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera
– sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.
Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”?
Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da
quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più
grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si
parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura
creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna
avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune
delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco»
(Aldo Busi).
Edoardo Piazza
***
Bio-beat
Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e
performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e
epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del
Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di
Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo
“Zeugma”, a Roma.
Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è
verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale
nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone,
2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).
È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).
*In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato
L'articolo La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha
Piersanti, il samurai urbano proviene da Pangea.
Tag - Magog
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò
il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile;
lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno
del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99.
Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare,
partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.
Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la
poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy
scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno
pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913
– per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in
giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere
privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression.
Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati
in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai
primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy;
scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro.
Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico,
ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà:
magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un
capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e
Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera
eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe
dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.
Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West.
Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si
barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in
Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote
di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a
Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023).
Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura
elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una
relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage,
Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già
amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy,
puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono
per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living
Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati
artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella
di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta
da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto
capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già
uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una
raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista,
eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le
donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck
Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan
Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta
una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la
pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia
irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa
di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living
Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio –
scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu
affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20
della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile
amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.
Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro
anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da
Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day
Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha
‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional
Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo
inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i
grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole
‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando
poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente
rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come
decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu
eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming,
che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington
Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui
soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets”
compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).
I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury;
Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più
selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel
1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other
Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel
1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia
‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io,
connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel
1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per
la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere
antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso.
In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.
La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono
pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre
– era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel
Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter,
recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua
sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva
ventinove anni.
L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di
articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38
Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione
speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…).
Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio,
un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione
alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima;
Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy,
refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere
bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in
favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più –
la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così,
tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.
L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
proviene da Pangea.
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat
generazionali. Beati siano i beat romani.
Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a
chilometro zero.
Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto
del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un
cantico indigeno – versi da apache capitolini.
*
Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di
travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in
terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione –
mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del
verbo quirite.
*
Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino,
antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di
pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si
compie, a Roma, il verbo.
*
Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa
gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il
codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat. Poesia demercificata,
gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.
*
Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica,
archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti
antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie
dell’io. È capezzale del monumentale.
*
Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa
una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost
generation. Duello al cesello – beat generation.
*
Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di
nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi.
Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca
un presente già passato, superato.
*
Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il
gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da
vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla
coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso
– egli, non va in ufficio.
*
Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è
nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso
miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.
*
Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano,
bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo
adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di
secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del
ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro
vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.
*
Roman Beat Generation – è una preghiera.
Fabrizia Sabbatini
*
Ninfa Egeria
Brucia i soldi
segui il cervo di Thoreau
guarda Termini la notte di Natale
Monte Cavo a luce astrale ‒
i Campi d’Annibale nella neve ‒
Malaparte giocava a cricket dai Quintili;
scendono fulmini nelle slavine ostili.
Corri dietro al cervo di Thoreau,
pigne sulle conifere ruscelli albini;
brucia i soldi di Natale,
scaldati in questa notte coi flipper
nei bar a Termini fra le slot e Tangeri.
Ricama il freddo nei suoi astri grigi
il bambino, mangia sabbia invernale e
sta male
sulla spiaggia e nei pozzi artesiani,
con le mani paga ricordi ligi,
ruota l’occhio destro al diluvio universale:
sempre quello nuovo.
Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒
l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale
d’alluminio ‒
accetta te stesso o sei finito.
Rimbaud era un maratoneta
vado dietro a un alpaca nella campagna estatica:
sono pericoloso quando scrivo della mia pratica,
disegno itinerari fra gli spettri e la seta,
allargo la cassa toracica dell’esegeta;
volevo solo scintillare da un’amica,
l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.
Edoardo Piazza
*
Un’altra storia
“April is the cruellest month”
C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma –
c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia.
C’è un fratello, il primo Re,
c’è il budello di quell’altro
(il coltello in mezzo al bianco)
c’è la Lupa, c’è la Legge
sopra i marmi che scolora
una storia: un’altra storia.
C’è il mondo tutt’intorno
che crolla e si rammenda
sotto i colpi di martello
di una rima sempre in -oria –
lo scalpello della Storia
che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto
all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento
in una Roma oltre la gloria
tra segni e gesti di memoria
da raccogliere e per sempre
poi disperdere, o salvare
per ridare ancora al Tempo
il tempo di sbagliare.
E alla Storia un’altra storia
da tornare a masticare.
Sacha Piersanti
*
Gli alberi non hanno mai dimenticato.
Io ho una memoria
breve. Ma come albero ho conosciuto
una lingua: vorrei imparare a scrivere
sopra le cortecce. Le foreste sono capaci
di parlare. Ci sono storie che hanno radici
dove si volta la paura: forse è la felicità
restare piantati sugli scaffali di una foresta.
Antonio Merola
*
Non essere Eco, non essere eco,
fiume del mondo, spazio.
Ferma la caduta nel fermare
il riflesso, orienta l’organon,
orienta l’organare degli ulivi,
delle querce secolari, non
parlare, non dire, nascondi
e fuggi, torna e fuggi, lotta.
Non essere cieco, non essere
il nulla che acclari. Combatti.
Mi dirai tu, Signore, la vanità
della lotta, la caduta nel superbo,
l’occhio di un cervo balbo.
Stai alla larga dalle fonti,
trasformale in canti.
Ilaria Palomba
*
I tuoi morti sono i miei morti.
Davvero spari ancora?
I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non
vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il
libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di
cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono
passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla
pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti
– dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di
bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono
belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti,
raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni,
di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali
troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è
rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi
faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che
crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di
carbone.
Davide Cortese
*
Mi viene incontro Milan Kundera
mentre Roma accende i soffitti delle stanze
e un passante perdendosi nella sua estraneità
lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre
in gola stilla una fontana di gloria, di colpo
gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica.
Alla fermata la vettura sosta e ti preleva
prima di sputarti al tuo destino di risalita
con in una mano ancora segni da decifrare
e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli.
Ogni cosa sta da prima dello sguardo.
Simone Di Biasio
*
4’33’’
E quindi il silenzio
non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto
da quei venti decibel scarsi
al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica.
Nessun prima né un dopo. Solo un range
entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma
di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione
– eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere
nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito:
nella camera anecoica, non sentì altro
che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva
come fosse possibile percepire
anche solo quei due suoni in una tale situazione.
Uno era il sistema
nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue
che seguiva la libera circolazione.
È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni
a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare
che sotto l’osso dello sterno non si fermino
i costanti processi delle strutture portanti.
Ho provato a cercarlo, il silenzio.
In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza;
nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.
Non c’è modo però per dire quanto vile sia
il trattare ciò che manca
come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.
Arianna Vartolo
*
Alcune iscrizioni mostrano un cerchio
all’estremità della terra. Altre
una mezzaluna e certe sagome di cervi
neri che passano e rivolgono
l’una contro l’altra le croci sul sentiero.
Hai sentito la pietra scricchiolare,
la pietra del tempo scollata dall’Origine,
i flutti limacciosi in cui si generano
creature senza nome, il loro nido
negli incubi dell’Occidente. Sono i segni
di folle di passaggio, carovane, segni
polverosi per gli Anni del Macello,
l’Orsa annerita agli angoli del Carro,
la polizia che lascia i cani
digiunare e lancia nelle cucce
le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.
Mattia Tarantino
*
Sara ha paura dell’occhio.
La mia fortuna è di poterla osservare
da vicino. Sale lo sguardo dal letto
al giardino e nei sobborghi la notte
ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno
ostile di dire in tre lingue.
Di dire in tre lingue o di partire.
Al mattino la palpebra richiude ma
adesso distingue quattro serrande
fitte di luce: intanto la voce è incline
a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.
Federico Savelli
*
Fermo immagine
C’è sempre il sole in questa città,
un sole che lacera e taglia in due,
il sole che addensa le ombre.
Dove si nasconde il tempo
da queste parti?
Tutto resta esposto.
Tutto resta sospeso.
Tutto resta addosso.
Fermo immagine.
Il colore stinge.
Roma scioglie ogni cosa.
Olivia Balzar
*
Esche vive gettate nel fiume
appese al galleggiante
ritorte sull’amo,
la rete del tempo
il suo disfacimento,
titoliamo Alla transitorietà dei corpi
la loro precarietà.
Attendo il mio invecchiare di tedio
le mie rinvigorite rughe
le ansie che non fan dormire,
eppure vorrei riderne
so far ridere
e sorriderne a mia volta,
a crepapelle, a squarciagola,
lungo le fratture del vivere
sotto i cipressi della vegliata morte,
l’orrore vacuo d’esser nato.
Ho i denti rotti
le unghie strappate
“c’è chi ha in mano la sorte
e chi un mare disperato”,
vago tra chiese ormai defunte,
oscilla postuma sull’altalena
la mia ombra appesa.
Claudio Zuccaro
*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819
L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da
Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come
quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato
di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal
«dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive
centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.
Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene
cacciato dal seminario per la troppa indolenza. Per troppa indolenza non
completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col
padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad
uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene
fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il
poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia
all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e
rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia
londinese. Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della
Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei
savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal
Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore
sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio. Risanato in una
prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù
bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.
La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il
sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica
e di strumenti.
L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro
che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.
*
“Notturno”. Opera in un atto
Personaggi:
Francis, un poeta
Un fantasma
Una donna
Il Veltro del Paradiso (coro)
Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross
Scena 1
Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare
la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde
sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.
Scena 2
Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per
potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma
di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene
infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:
> “Addio, putridi mattoni di Bristolia,
> amanti di Mammona, adoratori
> del dio Inganno! Aveta cacciato
> il ragazzo che cantava antichi miti:
> preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.
> Addio, idioti politici ubriaconi,
> connaturati all’opera della Corruzione!
> Io vado dove spirano inni celesti
> ma voi, nel giorno della dipartita,
> sprofonderete negli inferi. Addio
> madre carissima, custodisci la mia
> angosciata anima, non permettere
> che la travolgano i flutti della Distrazione.
> Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:
> perdona questo estremo atto di viltà.”
>
> (Thomas Chatterton, Last verses)
Scena 3
Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare,
chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del
Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.
Intermezzo strumentale
Scena 4
Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino
di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.
Scena 5
Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della
salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si
deve ai figli.
Intermezzo musicale
Quadro secondo: La casa della donna
Scena 6
Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non
ancora spedite:
> “A Mr Meynell
> Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto
> sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro
> che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere
> a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò
> sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. /
> Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato
> nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.
> Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni
> / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che
> allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la
> ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora
> mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella
> progenie bastarda della natura e dell’arte.”
Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in
lacrime.
Scena 7
La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al
suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:
“Laggiù, in una grotta,
senza culla per giacere,
il bimbo Gesù la dolce testolina
fa riposare.
Le stelle nel cielo
guardano giù
e il bimbo Gesù
dorme sul fieno.
Il bestiame muggisce
il bambino si sveglia,
ma il bimbo Gesù non piange.
Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,
resta alla mia culla
fino al mattino.”
(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)
Scena 8
Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:
> “Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,
> come me timido e piccino?
> Come ti sentivi fuori dal Paradiso,
> come me?
> Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?
> Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?
> Penso che avrei pianto, al tuo posto,
> per la mia casa fatta di cielo:
> avrei guardato l’aria
> mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli
> mi sarei agitato al risveglio:
> non c’è un angelo a vestirmi!
> Avevi giocattoli
> come noi bambine e bambini?
> E con gli angeli più piccoli
> giocavi in Paradiso
> con le stelle come biglie?
> Gli angeli giocavano a bubù-settete
> nascondendosi dietro le proprie ali?
> E tua Madre ti permetteva di conciarti
> i vestiti giocando per terra?
> Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,
> in Paradiso: erano di un bel blu pulito!
> Non puoi aver dimenticato tutto
> quel che si prova a essere piccoli:
> e sai che non posso pregare te
> come fa il mio papà.
> Quando eri così piccolo, dimmi,
> avresti parlato come il tuo Papà?
> Scendi allora come un bimbo piccino
> ascolta le parole di un bimbo come te
> prendimi per mano e camminiamo
> ascolta i miei discorsi da bambino.
> A tuo Papà mostra la mia preghiera
> (Lui guarderà: sei così bello!)
> e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,
> porto la preghiera di un piccino’.
> E Lui sorriderà perché le parole dei bambini
> non sono cambiate da quando eri giovane”.
>
> (Francis Thompson, Piccolo Gesù, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026;
> trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Scena 9
Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla
nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera
una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene,
lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al
suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto
mentre il Veltro intona:
> “Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso
> non per ferirti
> ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia
> e tutta la tua infanzia perduta
> la conservo in Casa, per te.
> Alzati, dammi la mano e vieni.
> Sosta presso me
> (…)
>
> Ingenuo, cieco, debole:
> io sono ciò che cerchi.
> Tu ricevi amore nel ricevermi.
>
> (Francis Thompson, Il Veltro del Paradiso, da “Primo alfabeto stellare”, Magog
> 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Giulio Solzi Gaboardi
*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and
Banquo” (1793–1794)
L'articolo “Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis
Thompson proviene da Pangea.
La Roman Beat Generation non esiste, da qui partiamo per affermare che è reale.
Roma è l’agglomerato imperituro di sogni e simboli, significanti e significati
per gli strali delle giornate.
Dove sono i romani, le vestali, gli intellettuali?
E i poeti, ad amministrare condomini?
Gregory non abita più qui – mi dice Claudio Zuccaro – anche lui da tempo se ne è
andato. Sta a Testaccio perché lo spirito è vita.
Quartieri sbilenchi attendono nuove sopravvivenze.
Per ogni chiesa un po’ di cenere, una manciata di nuvole, un nulla dove
lasciarsi precipitare.
*
Il nostro linguaggio è il flusso incontrollato dell’ipermetro.
E il libero associazionismo dell’inconscio con superamento del concetto
pragmatico di realtà.
La realtà è quello che crediamo che sia.
Materici in obliquo rispetto all’oggi
intoniamo il canto lirico metropolitano
composto da metafisica civica e antilirica efferatezza
sotto una brezza da flâneur nella grandeur
disimpegnati perché troppo impegnati
destrutturati per alleggerire il bagaglio
esperienziale mnemonico emotivo.
*
Molto bene sentire non capire
underground per via della metro
indie come apache in pillole
la poesia è battaglia galattica di sinapsi
dinamicità nella corteccia e nei piedi
non è statica di accademia non è studio ma immediata esperienza
non è poesia ma è testo in versi
semplifichiamo: linguaggio scritto
perché siamo insensibili alla sensibilità borghese: non ci riconosciamo nei
ruoli.
La strada è l’avanguardia, in strada può succedere di tutto.
*
«Una volta un fantasma mi ha detto che gli sembravo irreale».
Il fantasma amministrava condomini, diceva che la poesia è roba per gente
sensibile e ogni volta che valicava il concetto di cultura utilizzava la
parola nicchia…
Poi ha fatto la rivoluzione interiore, ha seguito il progresso spirituale, ha
scritto un paio di cose e si è ritrovato con un taccuino pieno a contemplare il
Tevere che scorre sotto Ponte Sisto… per andare più in là e portarsi millenni di
storia nel letto assieme ai vocaboli più disparati e giungere alle cascate del
linguaggio dove è tutta una Babele di lettere e il pensiero si fa plurimo e fra
le onde e le spume il fantasma ha conosciuto la parola amore.
*
State a casa. Mi raccomando. Oppure fuggite nella seconda casa, se ce l’avete. E
scrivete tante poesie, tanto troverete chi le pubblicherà. Io invece esco, sì
gli vado incontro qualunque cosa sia… vado a ossigenarmi occhi e palmi e non
scriverò niente a meno che non me lo chieda l’airone magico.
*
Quando non scrivete fate le recensioni, mi raccomando, che poi magari ne fanno
una a voi. Io non le scrivo le recensioni, a meno che il karma in un certo
momento ‒ quando proprio la giostra di Piazza Navona gira e fa musica e mi
rivedo bambino e non posso farne a meno ‒ mi spinga a dire bene sei davanti a
Bernini e piove da nuvole beat(e) e puoi sprecare qualche parola per quel libro.
I libri sono oggetti d’arte, me l’ha detto un bhikkhu del quartiere Coppedè: non
puoi farne vilipendio.
*
E poi ho intenzione di bere tanta acqua dai nasoni, acqua e aria è una dieta
sana, una dieta buona per le parole. Le parole luccicano nell’acqua e all’aria.
Non scorticarle. Tieni accesa la torcia nella caverna comoda schermata, lo sai
che Dioniso sta dalla parte sbagliata, perciò stai molto attento ai testi
giusti.
*
Poi bisogna allenare bene il fisico per scrivere. Ci vuole una camminata andata
e ritorno da Piazza Fiume al Gianicolo, compresa Via Crucis di San Pietro in
Montorio e contemplazione del Soratte dalla statua di Garibaldi. I mezzi busti
del Gianicolo guardano i mezzi busti del Pincio. E parlano fra loro e le loro
parole sono in frequenze sopra Roma, ma se apri il timpano al momento
giusto ‒ specie a una precisa ora del pomeriggio, dopo pranzo, appena preso il
caffè ‒ puoi sentirle. Sono parole che inondano beat(e).
*
Sì sì andate in campagna, io resterò con queste querce scalcagnate che
indovinano richiami di Esculapio e oche natanti, sì resterò coi platani
arrugginiti a imbrunire lungotevere di carità, mentre quello che è andato in
campagna mi scrive e poi telefona per dirmi che l’alloco non lo fa dormire, ma
io sono troppo impegnato sulla Via dei Fori per rispondere, ho proprio il
Palatino davanti che gorgheggia. La lupa non puoi fregarla. La lupa richiede
coraggio. O la ami o ti odia, è pur sempre un animale selvaggio.
*
L’Almone è il terzo fiume segreto, nel flusso sciamanico sostiene che tutto è
vacuità, e tra amori chiacchiere e lavori non c’è modo più pulito dell’arte per
scherzare con Thanatos.
*
Devi entrare nello spazio a tuo modo per riempire il tempo civico, allora potrai
abitare te stesso stile domus e far uscire i vocaboli del Beato Linguaggio,
schioccando le dita, senza prenderti sul serio, frequenza Pincio – frequenza
Gianicolo e diventare acqua che scorre.
Edoardo Piazza
*Al fenomeno della “Roman Beat Generation”, di cui Edoardo Piazza ha fissato le
“istruzioni per l’uso”, la poetica sghemba, sarà dedicato, in maggio, il primo
volume della collana ‘I poeti vivi’, edita da Magog. Si tratta di un’antologia
di poeti difformi, singolari, in obliquo rispetto all’oggi, accomunati da un
estro metropolitano, da un orfismo urbano. “Roman Beat Generation: istruzioni
per l’uso” è il manifesto con sarà invasa e assediata l’Urbe dell’editoria
italiana.
In copertina: la chimera secondo Ulisse Aldrovandi (1522-1605)
L'articolo Roman Beat Generation: istruzioni per l’uso proviene da Pangea.
In una delle rare, leggendarie interviste, Cormac McCarthy dice di essere stato
influenzato da Moby Dick e dai Fratelli Karamazov, “perché si occupano
essenzialmente della vita e della morte” – apprezzava i romanzi di Faulkner. A
Marcel Proust e Henry James – romanzieri in cui non trovava nulla di
interessante – preferiva la “King James”, la Bibbia di re Giacomo, massimo
esempio della lingua inglese, al contempo limpida e sanguinaria, un Leviatano di
cristallo. Era l’aprile del 1992, Cormac McCarthy aveva appena
pubblicato Cavalli selvaggi e in quell’intervista rilasciata a Richard B.
Woodward del “New York Times”, dal titolo folgorante – “Cormac McCarthy’s
Venomous Fiction” –, il più grande scrittore degli Stati Uniti d’America dettava
la propria agiografia.
Negli anni, l’immagine di McCarthy avrebbe confermato quell’antico ritratto.
Ruvido, solitario, refrattario ai fasti della fama, lo scrittore sembrava aver
poco a che fare con la letteratura. A Santa Fe, l’ultima dimora, dialogava con
astrofisici, matematici, geologi – malsopportava i letterati. I suoi romanzi, in
effetti, paiono scaturire da un mondo arcano dove la teoria dei quanti si fonde
al libro dell’Apocalisse. In realtà, come ha dimostrato Michael Lynn Crews in un
utilissimo studio edito dalla University of Texas Press, Books Are Made Out of
Books, McCarthy era un lettore esigente, raffinato, colto. Nella “Guide to
Cormac McCarthy’s Literary Influences”, commentata con l’arguzia di un
anatomopatologo della letteratura, compaiono nomi ovvi: Joyce, Goethe, Flaubert,
Kierkegaard, Thomas Wolfe, Oswald Spengler. McCarthy leggeva poca poesia. Tra i
poeti che lo hanno segnato – almeno, a consultare i manoscritti custoditi presso
la “Wittliff Collections”, Texas State University – spicca Francis
Thompson. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, Thompson è stato una
specie di “Messia dei bassifondi”, il sacro paria della poesia inglese.
Nato a Preston, Lancashire, nel 1859, da genitori cattolici, avviato senza
successo a studi medici, dimostrò fin da subito un talento febbrile per la
scrittura. Vestiva di scuro, si incupiva spesso, ostentava un’ostile umiltà.
Eccelleva nella pallamano, era trafitto da visioni. Leggeva Eschilo e Blake,
fece di Thomas De Quincey il proprio autore di culto; l’abuso di oppio lo
sigillò all’abisso. A ventisei anni, sfiancato dai rimproveri paterni, Thompson
lasciò casa, s’inoltrò a Londra, precipitando nella miseria. Lavorò come
calzolaio in Leicester Square poi come tipografo; si mise a vendere fiammiferi.
Nulla sapeva infiammarlo quanto la scrittura: poetava per sé, nel sottosuolo
londinese, scrivendo su fogli di ripiego, sui rifiuti. Dilaniato dalla
nevralgia, il poeta visse da senzatetto: nella prostituta che gli diede
ospitalità riconobbe il profilo della Maddalena.
Messianico. Francis Thompson è lui (1859-1907)
Assieme al suicidio, tentò a vanvera la via letteraria. Wilfrid Meynell, autore
di vaglia – scrisse la biografia di John Henry Newman e di papa Leone XIII –,
direttore della rivista “Merry England”, fu sbalordito dal talento di quel
nullatenente. La moglie, Alice – poetessa, suffragetta, amica, tra gli altri, di
D.H. Lawrence; la sua diafana bellezza è immortalata da John Singer Sargent –,
s’innamorò di lui. In breve, Francis Thompson passò dalle stalle alle stelle:
nel 1893 gli amici pubblicarono un’edizione dei suoi Poems; presto si diffuse la
notizia del poeta “messianico”, morto e risorto dagli inferi della metropoli.
Presto le sue poesie furono tradotte un po’ ovunque: in Francia trovò un
complice in Valéry Larbaud; in Italia fu ‘maneggiato’ da Mario Praz; nel 1925 la
Libreria Fratelli Treves approntò un’edizione delle Poesie. Più di recente, si
deve a Maura Del Serra un’attenzione verso questo singolarissimo poeta: nel 2000
esce per l’Editrice C.R.T. Il Segugio del Cielo e altre poesie, volume ora
irreperibile. È grazie a Giulio Solzi Gaboardi, invece, che possiamo leggere una
nuova, sgargiante antologia di Thompson, edita da Magog come Primo alfabeto
stellare.
Secondo Michael Lynn Crews, McCarthy è stato influenzato dalla biografia di
Francis Thompson – è autore ostile agli altari letterari – e dalla sua torbida
teologia. Il poemetto più noto di Thompson, The Hound of Heaven – reso con genio
da Solzi Gaboardi come Il Vetro del Paradiso, memorabile l’incipit: “Fuggo da
Lui, per le notti e per i giorni./ Fuggo da Lui, per le volte degli anni./ Fuggo
da Lui, per i labirinti della psiche” – pare, a dire dello studioso, uno dei
capisaldi mistici di Meridiano di sangue. In Thompson, in effetti, l’entità
divina – pur sempre benevola – si presenta con aspetti ferini, di molosso, di
iena all’assalto. Affiliato alla stirpe dei ‘maledetti’ della poesia inglese –
insieme ai suoi pari: Thomas Chatterton, William Blake, Percy Bysshe Shelley, a
cui dedica un saggio struggente – Francis Thompson dimostra, semmai ce ne fosse
bisogno, che il Vangelo è il ‘grande codice’ del poeta occidentale, che la
figura di Cristo è luce all’ispirazione. In una poesia programmatica (A un poeta
che rompe il silenzio), Thompson scrive di aver abbandonato “l’Elicona e le
Muse/ per il Sinai e i Serafini”; un’altra (In virtù della tua legge) ci fende
con celestiale ferocia:
> “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore
> dal nutrimento di ogni delizia
> e doma con un buio tremendo
> chi giunge in ritardo
> al Suo richiamo”.
Tra tutte, McCarthy amava The Poppy, “Il papavero”. Negli anni in cui
scrive Suttree – rievocando la vita in “quasi totale povertà” a Louisville, in
una baracca – ricalca diversi versi di quel poemetto. Vi si narra di “un uomo e
una bimba… fianco a fianco”, che camminano agli “estremi della sera”. La bimba,
“un’onda i suoi capelli di Sud”, regala all’uomo un papavero, che “dona/
risveglio dal sonno/ ricordo dall’oblio”. Nasce da qui un tenue e truce discorso
sulla consistenza dell’amore, sulla violenza del tempo, sulla regalità della
poesia, argine all’incessante mutare di tutte le cose. Questa “malinconica
riflessione intorno alla mortalità” conquistò McCarthy.
La voracità visionaria di Thompson si insinuò in molti. William Butler Yeats –
un poeta tutt’altro che ‘cattolico’ – rimase abbacinato dalla sua figura, tesa
tra Peter Pan e l’idiota di Dostoevskij; secondo Gilbert Keith Chesterton,
Thompson era il maggior poeta della sua generazione; Tolkien confessò al figlio
Christopher di essere stato ispirato a lungo dai suoi versi, acquistati nel
1913. Un secolo fa, nel 1926, Everard Meynell – uno degli otto figli avuti da
Wilfrid e da Alice – compilò una “Vita” di Francis Thompson di quasi
quattrocento pagine, ricca di aneddoti ‘miracolosi’, santificandolo. Ad ogni
modo, i ricoveri in un monastero francescano nel Galles del Nord e l’amicizia di
nuovi mecenati non lenirono la quintessenziale inquietudine di Francis Thompson.
Il poeta, roso dalla tubercolosi, morì il 13 novembre del 1907; fu sepolto al St
Mary’s Catholic Cemetery, in Kensal Green. Sulla lapide spicca ancora un suo
verso, “Cercatemi negli asili del Paradiso”. Postumo, uscì il suo studio
biografico su Sant’Ignazio di Loyola.
Dicono che avesse mani sottili come foglie, parevano staccarsi da un momento
all’altro – più di tutto, il poeta amava il cricket.
*In copertina: Cormac McCarthy in Galles, nel 1966. Ogni tanto rideva
L'articolo “Il Falconiere del Paradiso esclude il mio cuore”. Francis Thompson,
il poeta amato da Cormac McCarthy proviene da Pangea.
L’intera produzione poetica di Francis Thompson si può riassumere con
un’immagine, un’idea, il suo epitaffio: “Look for me in the nurseries of
Heaven”, Cercami negli asili del Paradiso. Una meta irraggiungibile, prima
rifuggita e poi desiderata dal poeta eternal child. L’oggetto ossessivo della
sua ricerca poetica e umana è un paradiso feroce e al contempo armonioso, come
un compimento del perpetuo travaglio della vita di un poeta che riassume in sé
la follia disperata di Dino Campana e il genio visionario di William Blake. La
poesia di Thompson si caratterizza per la sua arcaicità non posticcia, ma per
lui così naturale. Il suo vocabolario, che a prima vista può risultare obsoleto,
o comunque eccessivamente sontuoso e arcaizzante, è l’unico strumento che
Thompson possegga per ritrovare una temporalità adatta alla sua esigenza di
fuggitivo del mondo.
Le arti non letterarie, specialmente la musica e la pittura, incidono fortemente
sulla poesia di Thompson. La sua ritmica è sempre tesa a una forte musicalità,
inserita in un sostanziale rispetto dei criteri formali della poesia anglofona,
gioca con la rima, le iterazioni, le anafore. L’immagine thompsoniana è
colorata, sfumata: spiazza sempre, che sia cruda o sublime. Veleggia dalla
concretezza della carogna di un cane squarciato sulla strada alla magia di un
tramonto, o di un incontro serale con la donna amata. Le donne di Thompson, a
questo proposito, incarnano tutte le caratteristiche della domina dantesca,
dalla donna angelicata (fino ad essere donna angelo, medium per l’accesso
all’irraggiungibile meta paradisiaca) alla donna petra, crudele, dura, quasi
infernale. Non a caso, l’influsso dantesco – come di molta altra letteratura
medievale – è evidentissimo nell’immaginario del poeta.
In Italia, Thompson viene stampato per la prima volta nel 1925 dai fratelli
Treves. Maura Del Serra traduce e cura, nel 2000, Il Segugio del Cielo e altre
poesie, per Crt, corredandolo di una nota preziosa nota introduttiva. Poi, il
nulla. Piacque a Giorgio Manganelli, che lo definì un “maudit miracolato in
extremis ad una rivelazione poetica e religiosa”. Nel mondo anglofono, Thompson
fu amato da G.K. Chesterton e da Tolkien, e quest’ultimo lo considerò influente
nella stesura delle sue opere. Era caro a Cormac McCarthy, che dalla poesia The
poppy trasse ispirazione per Suttree.
Nasce il 18 dicembre 1859 a Preston, nel Lancashire, Thompson, da una famiglia
medio-borghese di radici cattoliche e sensibile alla dottrina del
cardinale-poeta John Henry Newman. Trova nella madre, Mary Turner, il necessario
incoraggiamento per dedicarsi alle arti, tra cui la musica e la pittura, che
avrebbero influenzato notevolmente la sua poesia. Il padre, medico illustre, gli
impone la facoltà di medicina, frequentata per otto anni all’Università di
Manchester. Francis, nel contesto accademico, non trova grandi soddisfazioni, e
anzi inizia a provare disgusto e repulsione nei momenti più crudi
dell’apprendistato chirurgico, dalle dissezioni al contatto con sangue e
malattie.
Continua a coltivare la passione per l’arte e la poesia, viene bocciato agli
esami più volte e sente crescere nei confronti del padre un forte senso di colpa
che graverà sulla sua coscienza per tutta la vita. La morte nella madre e la
costante assunzione di oppio (presto tradottasi in una vera e propria
assuefazione) lo spingono ad abbandonare gli studi. Frizioni con la nuova moglie
del padre lo porteranno a lasciare la casa paterna, prima occasionalmente, poi,
l’anno successivo, definitivamente, troncando ogni rapporto con il genitore. È
in questi anni disperati che Francis incontra i suoi salvatori. Per prima, la
prostituta – rimasta anonima, nell’ombra, e amata come un angelo dal Cielo – che
lo raccolse dalla strada, gli diede un giaciglio, e lo salvò da sé stesso. Quasi
una figura materna, buona, santa: una Maddalena che raccoglie il poeta
straccione da terra e lo rimette in sesto, dandogli un tetto e una speranza.
Infine, i coniugi Meynell: lui, editore illuminato, lei, donna sensibile e poeta
stimolante. La chiave di volta è il tentato suicidio di Francis.
Ignorato dal mondo letterario e allontanatosi ormai dalla sua famiglia, Thompson
vive per strada, dorme sotto i ponti di Londra (tra cui quello di Charing Cross,
poi allegoria del Regno celeste nella sua poesia-testamento, In no strange
Land), ne conosce la miseria e lo squallore, la dipendenza dall’oppio si fa
sempre più pervasiva e ingombrante. Tenta di uccidersi con il laudano, ma, prima
di assumere la dose fatale, viene fermato dalla visione del giovane poeta Thomas
Chatterton, che un secolo prima si era tolto la vita a diciassette anni,
avvelenandosi, in un atto di protesta artistica che lo rese il mito del
Romanticismo nascente. Di lì a poco incontrerà la street girl che lo avrebbe
ospitato per sette mesi prima di scomparire senza lasciare alcuna traccia.
La svolta avviene invece grazie a Wilfrid Meynell, direttore del giornale
cattolico-liberale “Merry England”, a cui Thompson aveva inviato alcuni testi
senza ricevere risposta. Nel 1888, “Merry England” pubblicò sulle sue pagine la
poesia di Thompson The Passion of Mary, senza riuscire ad avvisare l’autore,
essendosi quest’ultimo reso irreperibile. Wilfrid e la moglie Alice restano
folgorati da questo bohémien: buono e dannato, senza un soldo, gli occhi
spiritati, scavati in un viso scarno e diafano, la sua poesia così tesa al
Paradiso e con le radici così conficcate nell’inferno. Nella redazione di “Merry
England” (il nome della testata era ispirato al sonetto di William Wordsworth),
Thompson entra a contatto con alcune delle menti più raffinate dell’Inghilterra
di fine secolo, tra cui un giovane W.B. Yeats.
In quegli anni, l’attività poetica si affianca a quella giornalistica e critica,
rifiuta in un primo momento l’ospitalità dei Meynell, ma la sua presenza presso
di loro si fa sempre più costante, su richiesta degli stessi coniugi. Alice lo
chiama “my child”, lui se ne innamora spiritualmente. Prova un grande affetto
per la progenie dei Meynell, e per le figlie Monica e Madeleine compone
le Sister Songs. Per farlo disintossicare, i Meynell spediscono Thompson
inizialmente nella prioria francese di Prémontré, nel Sussex (1889-1890), dove
stringe amicizia con diversi bambini, riscoprendo quella natura fanciullesca che
lo aveva accompagnato nello stupore poetico, nell’immaginario puerile e candido
delle sue visioni e delle sue liriche, in cui spesso convivono armonicamente
l’innocente dolcezza dei bambini e la crudeltà della vita, quasi preludio
d’inferno. Dopo una ricaduta nel tunnel dell’oppio e tornato momentaneamente
alla vita di strada, Alice Meynell lo ricovera nell’abbazia cappuccina di
Pantasaph, nel Galles del Nord (1892-1897). Quest’ultimo esilio gli permise di
riconnettersi a quel duplice mondo in cui riusciva a trovare pace, tra natura e
liturgia. Thompson, tramite queste esperienze di riscoperta spirituale e
naturalistica, sviluppa una forma di panismo teologico, unareductio ad Unum che
si traduce nelle sue due odi più rilevanti, composte proprio durante il primo
periodo di ricovero nel Sussex: Ode to the setting Sun, poema di somma bellezza
incentrato sulla figura di Cristo sofferente, che per analogia viene
rappresentato come il sole che tramonta in un trionfo sanguigno e regale; e The
Hound of Heaven, ispirato all’immagine dei segugi del tempo nel Prometheus
Unbound di Shelley, autore investigato proprio in quell’anno da Thompson, che
elaborerà in quel periodo un illuminante saggio sul poeta di Ozymandias,
tratteggiandone – con grande anticipo sul resto della critica – i caratteri
simbolici e metafisici.
Ne Il Segugio del Paradiso, Thompson mette in scena un inseguimento furibondo e
allucinato, un incubo celeste. Il veltro celeste – il tremendous Lover, che
rappresenta chiaramente l’amore incontenibile di Dio per le sue creature, anche
quelle più restie ad accoglierlo – incede con passo sicuro e cadenzato, quasi
battendo una marcia militare, mentre la fuga del poeta è scomposta, asfissiata
dalla paura, dall’angoscia. Una fuga disperata con un destino già scritto.
Il rapporto di Thompson con la fede è problematico, non perché la ripudi, ma
perché vissuta sempre attivamente, e mai lasciata alla sola forma. Se l’incanto
per la liturgia, la musica e il mistero è determinante per la sua fede, ancora
di più lo è un senso disperato di rompere con gli schemi ‘passatisti’ della
Chiesa cattolica, aprendo invece alla contaminazione e al mistero. La sua fede è
totale e totalizzante, tesa alla fascinazione e al misticismo. E la poesia
diventa strumento liturgico, una litania, una preghiera continua, che connette
la sua esperienza terrena – così meschina, ingiusta e senza speranza – alle
Porte del Paradiso. Il fine ultimo di Thompson è raggiungere, un giorno, quella
salvezza che sulla terra gli era stata negata. La tradizione religiosa della sua
famiglia si unisce alla fascinazione per le religioni orientali e per
l’ebraismo. Con i Poems, pubblicati nel 1893, ottiene un ottimo successo, mentre
i New Poems, usciti due anni dopo, non vengono graditi dalla critica.
La morte lo colpisce troppo presto, consacrandolo, come spesso accade, alla
leggenda, nel 1907: forse per tubercolosi, forse perché ricaduto nell’abisso.
Giulio Solzi Gaboardi
**
Ode al Sole morente
Preludio
La delizia languida del violino
galleggia sulle mute onde del vento,
le intime corde dell’arpa palpitano e intonano
musiche laceranti. Torturato nello spirito
scivola in quella struggente dolcezza, finché
l’anima squarciata sanguina tristezza. Il sole rosso,
una bolla infuocata, discende lento sulla collina
mentre un uccello vagheggia la fine del giorno.
Sole Morente, che nei giorni riverenti
ti immergi nella musica del tuo placido sonno,
nudo di onori, coronato di raggio,
senza inni durante il raccolto, anche se i mietitori lavorano:
per te questa musica non sveglia. Illuso,
se senti in queste illogiche armonie
lo spettro devoto degli adulatori predati
e l’eco di fiere, antiche lusinghe.
Ma sul terreno in cui regna, conficcata, la Croce,
non so quale insolita passione mi volge il capo
verso di te, che manovri le mie vene
e mostri di essere un dio non morto. Non morto.
Scettico per la preghiera.
Per il dubbio, troppo furiosamente fedele.
Quale dio selvaggio rende il mio cuore
una fonte di lacrime battesimali.
Il tuo raggio giace fermo, dritto sulla Croce.
Che segreti svelerebbe il tuo indice radioso?
È la chiave del tuo luminoso magistero?
È questo il segreto, allora? Il sacrificio?
Sposta dall’orecchio i riccioli ardenti e ascolta
un canto inaudito nei giorni del Nord.
Azzardato per Roma. Oscuro per la Grecia.
Dolce con le cose selvagge che volano, volano via.
Francis Thompson
*Giulio Solzi Gaboardi ha curato il libro di Francis Thompson, “Primo alfabeto
stellare”, edito da Magog, 2026
In copertina: John Constable, Cloud study, 1830-35
L'articolo “Cercami negli asili del Paradiso”. Vita & versi di Francis Thompson
proviene da Pangea.
Cercate Whalsay sul cellulare. È una minuscola isola delle Shetland, a tratti
inaccessibile. In sette chilometri quadrati e mezzo abitano circa mille umani. A
Whalsay si vive per lo più di pesca: esiste una squadra di calcio che gioca a
livello poco più che amatoriale, qualcuno ha costruito in questo nessundove un
campo da golf. Whalsay vuol dire “isola delle balene”; dicono che l’uomo sia
approdato lassù nel Neolitico.
Negli anni Trenta, uno dei più formidabili poeti del secolo – al secolo:
Christopher Murray Grieve, nato a Langholm l’11 agosto del 1892 – si ritira a
Whalsay. Vuole apprendere un linguaggio nuovo. Vuole sentire i sussurri delle
pietre. Si costruisce un vocabolario autarchico, tutto per sé, che mescola il
gergo dei balenieri all’urlo delle sule.
> “Leggenda vuole che… avesse trascorso tre giorni sulla spiaggia di West Linga
> dormendo in una grotta e appuntandosi ogni tipo di osservazione sulla geologia
> del posto, sui colori delle pietre e sui mutamenti di luce di quel cielo
> nordico”.
>
> (Marco Fazzini)
Era il 1933. L’anno dopo il poeta pubblica Stony Limits and Other Poems. In
quella raccolta spicca il capolavoro. On a Raised Beach.
Christopher è un tipo strano, tra il rivoluzionario e il profeta; i poeti lo
conoscono come Hugh MacDiarmid, indossa quel nome dal 1922. In un busto scolpito
nel bronzo, Hugh ha capelli che paiono un’aquila, occhi stretti come pugnali.
Pare infrangibile.
MacDiarmid a quell’epoca ha già pubblicato tanto – tra cui un picaresco “Inno a
Lenin” – con genio da poligrafo esagitato; On a Raised Beach è un poema – lo si
sussurri qui, tra noi quattro – più vasto, selvaggio, possente della Waste
Land di T.S. Eliot, di cui riprende – capovolgendoli – toni e tensioni. Il poema
– ora di nuovo tra noi, per i nostri tipi, per la cura di Marco Fazzini in
un’antologia che raccoglie i testi più importanti di MacDiarmid, Come una pietra
instabile (Magog, 2025) –, pare il libro Giobbe ripetuto dalle labbra di
Melville. L’indole, visionaria, ipnotica, fonde il carisma da poema ‘geologico’
alla ‘regola’, il codice esistenziale. Estraggo alcuni versi, a vortice:
“Dobbiamo essere umili. Siamo così facilmente vanificati dalle apparenze/ Che
non ci accorgiamo che queste pietre sono un tutt’uno con le stelle”; “Sarà
sempre più necessario trovare/ Nell’interesse di tutta l’umanità/ Uomini capaci
di rifiutare tutto ciò che pensano tutti gli altri/ Uomini, come una pietra
rimane/ Essenziale al mondo, inseparabile da quello,/ E rifiuta ogni altra forma
di vita”.
È un poema che impone una ribellione: nel cuore nero dell’uomo e nel cosmo.
In sintesi, Hugh MacDiarmid è la leggenda della letteratura scozzese
contemporanea. Giornalista di talento, ha scardinato la poesia di Scozia dalle
pastoie inglesi. “L’uso dello scots che MacDiarmid propugnò sin dal 1922
intendeva svincolare questo vernacolo dall’oblio a cui era stato relegato… Ciò
che diede forza ed efficacia alla così detta Rinascenza scozzese fu la mistura
esplosiva di poetica ed azione politica portate all’eccesso, in definitiva, da
un solo intellettuale: Hugh MacDiarmid” (Fazzini). A Drunk Man Looks at the
Thistle, pubblico nel 1926, è il punto di svolta della letteratura scots. Per
MacDiarmid l’opzione estetica è eminentemente politica: nel 1928 è tra i
fondatori del National Party of Scotland, da cui viene espulso; dagli anni
Trenta s’impegna tra le fila del partito comunista inglese: irretito dalle vuote
norme di partito, verrà cacciato anche da lì. Nel 1964 si presenta alle elezioni
ottenendo la miseria di 127 voti. Alcuni gli danno del fascista; altri del
luddista. George Orwell lo inserì in una lista, inviata all’MI5, di “persone di
cui non bisogna fidarsi”. Dylan Thomas, al contrario, lo adorava:
> “Ogni città dovrebbe spalancare le porte per ospitare Hugh MacDiarmid, quel
> grande poeta lirico, e ogni luce dovrebbe essere accesa alle finestre e
> qualcuno dovrebbe preparare per lui, sempre, un tavolo, un letto e del buon
> cibo”.
“La mia è la storia di un assolutista, i cui assoluti sono cresciuti a
dismisura, fino al dolore”, ha detto. Ha avuto due figli dalla prima moglie,
Peggy; James Michael, il figlio nato da Valda, giornalista, è stato una figura
importante del nazionalismo scozzese. Il suo biografo, Kenneth Buthlay, ha
scritto che “MacDiarmid è il flagello dei Filistei, lo spietato intellettuale
che cerca la rissa… il nemico del compromesso”.
Nella raccolta di saggi oxfordiani La riparazione della poesia Seamus Heaney
dedica un testo a Hugh MacDiarmid, La fiaccolata di un singolo.
> “La posizione di MacDiarmid nella letteratura e cultura scozzese”, scrive, “è
> per molti aspetti analoga a quella di Yeats in Irlanda, e le ambizioni
> indipendentiste degli scrittori irlandesi furono sempre molto importanti per
> lui. Il suo ardimento linguistico fu ampiamente incoraggiato dall’esempio di
> Joyce, mentre Yeats e altri scrittori successivi alla rinascita irlandese
> continuarono a esercitare un ampio influsso sul suo programma di nazionalismo
> culturale”.
Gli aveva fatto visita nel 1977, MacDiarmid sarebbe morto l’anno dopo. Il cammeo
che Heaney, Nobel per la letteratura nel 1995, dedica al rabbioso Omero di
Scozia è mirabile:
> “Fu comunista e nazionalista, propagandista e plagiatore, bevitore e
> confusionario, e recitò tutte queste parti con straordinaria verve. Si fece
> dei nemici con la stessa passione con cui si fece degli amici. Fu stalinista e
> sciovinista, anglofobo e arrogante, ma la stessa tendenza all’eccesso che
> manifestava sempre, la qualità esorbitante che segnava tutto ciò che faceva,
> dava anche forza ai suoi successi e li rendeva duraturi”.
Gli dedicò anche una poesia, An Invocation. In Memoriam Hugh MacDiarmid.
Esaltava il poeta “pazzo di scrittura” che possiede “l’occhio ciclonico d’una
poesia come le stagioni”.
In pochi altri poeti si percepisce così nitida, ferina, la prossimità
all’elemento naturale.
Questo è un poeta in cui rovinare.
*In copertina: Hugh MacDiarmid (1892-1978)
L'articolo “La mia è la storia di un assolutista”. Epopea lirica di Hugh
MacDiarmid proviene da Pangea.
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog,
2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un
invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo,
in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del
cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i
boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a
condurre la danza della sua penna furiosa.
Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni.
Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro
Regno?
Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate,
non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della
crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena
coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene
rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il
dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione,
l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto.
Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse,
anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il
poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La
fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un
gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete,
incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.
A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria
Palomba)
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Io, la pagina per la tua penna
Io, la pagina per la tua penna.
Riceverò tutto. Io, una pagina bianca.
Io, la custode del tuo bene:
lo coltiverò e farò rendere il centuplo.
Io, la campagna, la terra nera.
Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia.
Tu, il Signore e il Padrone, e io,
l’hummus nero e la pagina bianca.
18 luglio 1918
Marina Cvetaeva
Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.
In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte
L'articolo “I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi
mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.