Vado a trovare Davide a Lipari. Penso a Efesto che ci controllerà. Sarà lui a
decidere del mio comportamento sull’isola: dovrò tenere a bada la mia hybris.
Quando arrivo, Davide mi accoglie e mi propone una passeggiata serale. Se ci
appostiamo in un punto che dice lui, forse a tarda notte vedremo una mahara. Lui
l’ha già vista e sta condividendo un segreto. Così, dopo aver fatto un po’ di
mare, la sera ce ne andiamo nella zona di Chiesa Vecchia. Attendiamo che la
gente rincasi e confidiamo nella magia.
Alle tre di notte una signora, che Davide mi rivela essere una tabaccaia, si
materializza davanti ai nostri occhi e si cosparge la pelle di un unguento. Da
quel momento è una mahara, potrà volare in Africa nella barca di un pescatore e
tornare con frutti esotici da offrire al marito. Interloquiamo con lei,
decidiamo di aspetterla al suo ritorno, deve rientrare all’alba: con le luci del
giorno la strega tornerà ad essere una tabaccaia.
Così, mentre aspettiamo, per passare il tempo faccio qualche domanda a Davide…
Caro Davide, partiamo da un dato geopoetico: sei nato a Lipari. Quanto incide,
l’isola, sulla tua scrittura? Una volta mi hai detto che ti porti dentro la sua
luce…
L’isola è un piccolo cosmo. Ha, anche morfologicamente, una sua precisa
identità. Non c’è continuità con il resto del mondo ma netta separazione. Su
un’isola è più concreta l’idea di un altrove. Tutto questo non può non incidere
sul pensiero e sul sentimento dell’isolano, di chi la vita l’ha conosciuta su
un’isola e su un’isola ha vissuto tutte le sue prime volte. Sicuramente anche la
mia scrittura è intrisa dell’isolitudine di cui ci parlava Bufalino e della luce
spietata e meravigliosa delle Eolie.
Vivi ormai a Roma da molti anni, come percepisci la capitale dal punto di vista
culturale e relativamente al mondo della poesia – fra eventi, rassegne, reading?
La vita culturale di Roma è abbastanza vivace. Sono numerosi e variegati, tra
reading ed eventi letterari, i momenti di scambio e di socialità tra chi scrive.
È sulla reale qualità della poesia veicolata da questi eventi che bisognerebbe
porsi delle domande ed eventualmente esprimere perplessità.
È a Roma che prende vita anche il progetto “Roman Beat Generation” – di cui fai
parte. Come lo vivi? Cosa ti ha spinto a partecipare?
Apprezzo molto lo sforzo sincero di chi intende valorizzare e far conoscere le
voci poetiche contemporanee. Quindi non potevo non essere felice dell’invito tuo
e di Fabrizia Sabbatini e di Magog a far parte di questa splendida antologia che
mette insieme una stralunata brigata di poeti tra loro molto diversi e per
questo rappresentativi di una preziosa biodiversità poetica.
In veste di educatore, come vedi il rapporto delle nuove generazioni con la
parola scritta? Leggono, scrivono, i più giovani?
Purtroppo, dal mio punto di osservazione, che è proprio tra i banchi di scuola
dei ragazzi, la situazione non è delle migliori. I più giovani leggono e
scrivono pochissimo e spesso lo fanno male.
Torniamo al Davide scrittore. Sei autore di opere che si muovono su più registri
e m’incuriosisce, in particolare, il tuo Zebù bambino, un poemetto sull’infanzia
del diavolo. Come hai scelto questo tema?
Il tema di Zebù bambino non è esattamente frutto di una scelta, a dire il vero.
Tutto il breve testo è nato in maniera spontanea (e di getto: l’ho scritto in
una sera estiva a Lipari). Il tema dell’infanzia come età d’oro dell’uomo – ma
anche come stagione spietata in cui si fa esperienza del dolore – mi è da sempre
molto caro ed è anche al centro di un mio romanzo: Malizia Christi.
Attraverso un appunto musicale – so che ami il grunge che movimentò Seattle, in
particolare i Nirvana – ti chiedo: sul fronte italiano del canto poetico, pensi
ci sia stato o ci possa essere un movimento underground o saremo sempre i figli
della tradizione?
Adoro la voce di Kurt Cobain, la musica dei Nirvana. Tra l’altro, sono anche
stato a Seattle, molti anni fa (non sulle tracce dei Nirvana, però). Sul “fronte
italiano del canto poetico” per fortuna esiste un movimento underground che gode
di ottima salute. Che grosso guaio se non esistessero i ribelli, sempre in
aperta polemica con la tradizione, con la lingua e col potere.
Mi ricollego all’ultima: in generale sei più dell’idea che sia già stato detto
tutto oppure mancano l’interesse e le figure che sappiano rintracciare elementi
di novità artistica?
È senza dubbio già stato detto tutto ma non in tutti gli innumerevoli e
mirabolanti modi in cui il tutto può essere detto.
*In copertina: Davide Cortese a ventidue anni sopra la Chiesa Vecchia; photo
Giuseppe Allegrino
L'articolo Tra la “mahara” (la strega volante) e i Nirvana. Dialogo con Davide
Cortese proviene da Pangea.
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Emily Wilson, The first woman to translate the “Odyssey” into English (copy “NY
Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto
l’Odissea 54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua Iliade nel 1950,
un millennio fa) ha stroncato l’Odissea di Christopher Nolan. Lo ha fatto
attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of
Books” (Vol. 48 No. 14, leggete qui): colta, brillante, corretta, ambigua. Il
titolo – An Uncomplicated Man – ribalta l’incipit dell’Odissea secondo Wilson
– Tell me about a complicated man – e dice più o meno tutto intorno alla
superficialità del film. Ecco il primo paragrafo del pezzo, esaustivo:
> “L’action movie di Christopher Nolan tratto dall’antico poema omerico e
> costato 250 milioni di dollari è un modo divertente per scampare alle alte
> temperature, almeno per qualche ora… I miei figli, adolescenti, si sono
> divertiti. A differenza di altri film di Nolan, la sua Odissea non ci annoia,
> grazie al materiale di partenza, impossibile da corrompere del tutto. Il film
> è uno spettacolo audiovisivo per famiglie, non diverso dagli elaborati show
> pirotecnici del Quattro Luglio – il livello di profondità narrativa ed emotiva
> è analogo”.
Secondo Wilson, “l’Odissea di Nolan è priva di molti elementi che rendono grande
il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, la memoria, la storia,
la guerra, né sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita
della famiglia, dei nemici, dei compagni, degli amici. Manca di profondità
psicologica, emotiva, politica, etica. La struttura è artificiosa. La scrittura
pessima. Nessun personaggio è mosso da una motivazione che giustifichi le
proprie azioni e parole. Non ci sono scene di sesso – il cibo pare orribile”.
Come non essere d’accordo con la celebrata grecista? Secondo Wilson,
“visivamente l’Odissea di Nolan ricorda altri kolossal, non da ultimo la
trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson”: magari, ci verrebbe da
dire. La studiosa, quanto a omerica cinematografia, predilige “l’elegante
sobrietà” di The Return, il film girato da Uberto Pasolini due anni fa, con Raph
Fiennes nelle vesti di Odisseo e Juliette Binoche in quelle di Penelope.
Secondo Wilson, “il problema etico più sconvolgente dell’Odissea di Nolan è la
decisione di aver girato parte del film nei territori occupati del Sahara
Occidentale, normalizzando così la continua violenza perpetrata ai danni della
popolazione indigena Sahrawi. È un particolare irritante il fatto che Nolan
abbia usato questi luoghi come sfondo di grande impatto visivo per un film che
pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù
del tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa”. Senza entrare nel
contesto, difficile da discernere in un paragrafo, è grave che un’accademica,
una grecista scombini i piani, temporali (i drammi di oggi in riferimento a
quelli di tremila anni fa), storici (Odisseo non è Giulio Cesare né Napoleone né
Putin) e della realtà (un conto è la cronaca, un conto l’epica). Amen. Infine,
Wilson esprime un moto di giubilo (“Nonostante tutto, l’uscita
dell’Odissea rimane un evento da celebrare”) che vale la pena registrare. Grazie
al vituperato film di Nolan – brutto in sé – “le traduzioni dell’Odissea,
compresa la mia, vanno a ruba”. Olé.
Nessuno osa parlare, nel bailamme di opinioni, indagini di mercato, mercanzia
d’intelletto che ci affliggono ogni dì, della traduzione dell’Odissea di Thomas
Edward Lawrence, forse perché ‘Lawrence d’Arabia’ è diventato, col tempo,
politicamente scorretto, inattuale, inattingibile ai più, troppo omerico per
questa epoca, sanguinaria ed esangue allo stesso tempo. Qualche anno fa – era il
2011, sul “Guardian” – Adam Thorpe, poeta, scrittore e traduttore (ha volto in
inglese Madame Bovary) al di sopra di ogni sospetto, ha inserito l’Odissea di
Lawrence in una strettissima lista di top English translations, tra
il Beowulf secondo Seamus Heaney e le traduzioni di Ezra Pound, con una arguta
giustificazione:
> “Lawrence riteneva di essere particolarmente qualificato a tradurre l’epopea
> omerica perché ‘ho cacciato cinghiali e contemplato leoni selvaggi… ho
> costruito barche e ucciso uomini’. Aveva ragione, bisogna ammetterlo. Questa
> lirica trasposizione in prosa ha la levigata e rude lucentezza di una barca
> alla deriva nell’oceano”.
Anche in Italia pare che le traduzioni dell’Odissea vadano a ruba: i dati
registrano un aumento del +46% (maggio 2026). Speriamo che gli italiani
acquistino le versioni della Calzecchi Onesti (Einaudi), di Maria Grazia Ciani
(Marsilio), di Giovanna Bemporad (Le Lettere), donne di genio che non hanno
vissuto i fasti della fama, diversamente da Wilson.
Ecco il punto, ci pare. L’Odissea di Nolan ha fatto del poema omerico una
faccenda meramente anglofona, regionale. Ecco: di questa colonizzazione
anglofona dell’immaginario occidentale, di questa ‘occupazione’ nessuno dice. Il
poema dell’Occidente – dove nostos sta, anche, per il tramonto di un mondo – è
diventato affare privato, di provincia, trattato secondo gli spicci
modi english; eppure, la Grecia antica è ben più vasta degli Usa odierni, dove
sia Nolan che Wilson felicemente operano.
Così, per mettere qualche materiale in più tra le zanne del ‘dibattito’ (utile a
foraggiare l’infinito sistema digerente del botteghino, l’immane cloaca del
‘consumo’), vale la pena segnalare – e, perché no, tradurre – l’Odissea nella
versione lirica di Philippe Jaccottet, il grande poeta svizzero di lingua
francese, tra i più influenti degli ultimi decenni. Autore di libri importanti –
per Einaudi, Crocetti, Marcos y Marcos –, che andrebbero ‘sistemati’ in modo più
accurato, Jaccottet è stato traduttore capace, compulsivo, eletto
dall’ossessione per il linguaggio (tra gli altri, ha voltato in francese Thomas
Mann e Hölderlin, Carlo Cassola, Rilke e Mandel’štam; un repertorio si trova
in: D’une lyre à cinq cordes, Gallimard, 1997). La sua Odyssée uscì nel 1955;
costantemente riproposta – per bellezza e arcaica eleganza, dicono gli esperti
– è ora in catalogo La Découverte. Il respiro della versione di Jaccottet è, per
così dire, liberatorio.
Qui, di quella traduzione, si propongono alcuni lacerti dal libro XI, centrale
non soltanto nella geografia strutturale del poema. L’evocazione dei morti è
necessaria per ‘convertire’ il viaggio, per ancorarlo a un senso ulteriore,
perché senza risanare il legame coi morti è impensabile ritornare a vivere. Il
rapporto con le ombre è vitale: più vive dei viventi, esse si nutrono del sangue
del sacrificio; è la loro tenebra a costringere i sopravvissuti ad agire, per
‘compierle’, secondo i modi della vendetta, del compianto, del rimpianto. Così,
una vita, a volte, si vive in virtù di chi non è più; l’assenza diventa voce che
tuona; la prece un principio; il caro estinto un idolo. In ogni caso, necessaria
è armonia per non rimanere inchiodati alle vite che furono. Ma già si parla di
noi – come sempre quando si leggono i ‘classici’ –, cioè di un tempo in cui ci
si disfa dei morti, che annienta il cadavere e il morente a equidistanza
psichiatrica, di medicinale che frena gli umori, implacabili. Che pena, a questa
vertigine, a questo ardire nell’origine, la polemica, il film, la giostra degli
intellettuali pavoni.
*
L’Odyssée. Traduzione di Philippe Jaccottet
XI
Là giacciono le città e le terre dei Cimmeri
coperte da rugiada di nebbia; su di esse, mai
il sole che splende spande i suoi raggi
né quando gravita tra le alture del cielo stellato
né quando allo zenit staziona sulla terra;
funesta notte si estende su quegli sfortunati.
Giunti là, le barche aggiogate a riva
le bestie sparse, dopo vagabondare
su Oceano fino al luogo indicato da Circe.
Là, Perimede con Euriloco esumano
le vittime; tiro fuori la spada
faccio un buco di un cubito
verso libagione ai morti
prima miele a mollo nel latte poi dolce vino
acqua in terzo luogo, e sopra biancheggiare
di farina. A lungo gli inermi teschi dei morti
prego, promettendo, al ritorno, giovenca
la più bella delle mie, con rogo carco
d’offerte e per Tiresia, lui solo, riservo l’ariete:
nero, senza macchia, il migliore del gregge.
Dopo avere implorato la specie dei morti con voti
e inni, presi le due bestie, trancio la gola
sopra il buco; nero sangue cola; e dal fondo d’Erebo
si riversano le anime dei trapassati; giovani
donne, giovani uomini, vecchi che vita ha raspato,
ragazze che portano in cuore la prima doglia
guerrieri a truppe, arati da lancia di bronzo
vittime di Ares, ancora ostentano armi lorde di sangue.
Folla intorno alla fossa, galoppano, ovunque
strane urla, le loro – verde terrore mi ghigna in faccia.
Allora, con voce che pugnala, ordino ai compagni
di scuoiare e bruciare le bestie, di squarciarle
con daga crudele mentre imploro gli dèi
Persefone la feroce e Ade enorme.
Poi, volgendo la spada alla gamba
restai, impedendo alle teste inermi dei morti
di tuffarsi nel sangue prima della parola di Tiresia. […]
E vidi Eracle onnipossente
o meglio, il suo spettro: egli vive tra gli dèi
signore di Ebe bellissima, vive nella gioia.
Intorno a lui i morti gridavano come uccelli
fuggendo in ogni direzione; come tenebrosa notte
tendeva l’arco nudo, la freccia incoccata,
con occhi feroci come se avesse il mondo intero
sotto tiro! Sul petto portava la terribile banda
e un cinturone d’oro ricamato con mirabile opera:
orsi, cinghiali, leoni dagli occhi chiari
lotte, combattimenti, omicidi, massacri.
Chi ha infuso tutta la sua arte in quel cinturone
non potrebbe immaginarne l’esito.
Quando mi vide, l’eroe mi riconobbe
e mi disse parole alate, infuocate di pianto:
“Figlio di Laerte, figlio di Zeus, industrioso Odisseo
povero amico mio! Conduci una vita così misera
come quella che ho subito anch’io sotto il sole feroce?
Pur figlio di Zeus, sfortuna mi s’infilò
senza fine: il più inerme dei mortali
fu mio padrone, imponendomi le più crudeli prove.
Venni qui a schiavardare il Cane: pensò
che compito più arduo non esistesse.
Trionfai, portando la bestia via da Ade:
Ermes e Atene che brilla mi aiutarono”.
Parlò, rientrando nella stamberga di Ade.
Fui immobile a lungo, pietrificato, in attesa
che altri eroi apparissero al mio sguardo.
Forse, se avessi avuto tempo… volevo
stanare Teseo, Piritoo, gloriosi figli degli dèi…
Ma la stirpe dei morti cominciò ad assediarmi
con gracidii ingrati – verde terrore mi assalì:
Persefone superba mi avrebbe gettato in faccia
dalle fauci di Ade il cranio di Gorgone, orrendo mostro.
Allora tornai alla nave, dissi ai miei di imbarcarsi
di sciogliere le cime, di armare i remi:
la corrente ci trasportò lungo il vasto Oceano
prima grazie al nostro remare – poi giunse, leggero, il vento…
L'articolo La bellezza di una barca alla deriva. Nolan, Emily Wilson e l’Odissea
degli anglofoni proviene da Pangea.
Tell me about a complicated man. Attacca così The Odyssey secondo Emily Wilson,
quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al
successo del film è seguito – cito una nota Ansa – un “boom di vendite della
traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei,
scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: alcuni libri non si acquistano, sono parte
del patrimonio familiare, del proprio ‘abito’ mentale.
Emily Wilson – classe 1971, prof di “Classical Studies” alla University of
Pennsylvania – è la prima donna, nel mondo anglofono, ad aver
tradotto Odissea e Iliade. La versione dell’Odissea, in particolare – stampata
da W.W. Norton nel 2017 – le ha permesso una certa fama. Realizzata in
pentametri giambici – il verso canonico della poesia inglese –, assai elogiata
(anche per l’introduzione, divulgativa – adatta all’americano medio, mediamente
ignorante in ‘classici’ – e ‘corretta’ – ad esempio, nei paragrafi dedicati alla
violenza di Ulisse e alla figura delle donne nel mondo greco), è stata premiata
con il MacArthur Fellows (che, ridotto all’osso, significa: 800mila dollari). In
Italia, quanto a parità tra intelligenze, siamo messi meglio: per un pezzo i
nostri studi sono stati dominati dalle traduzioni dell’Odissea (1963) e
dell’Iliade (1950) curate da Rosa Calzecchi Onesti – stampa Einaudi su progetto
sigillato dal genio di Cesare Pavese. Tra le traduzioni, per così dire,
contemporanee, spiccano, per arcaico, arcano splendore, quelle di Maria Grazia
Ciani (la sua Iliade uscì nel 1990, Odissea nel ’94; entrambe sono edite da
Marsilio).
Sono molte le versioni dell’Odissea in inglese. Alexander Pope pubblica The
Odyssey of Homer in due volumi, nel 1725 e nel 1726; attacca così: The man for
wisdom’s various arts renown’d. William Cowper, poeta afflitto da cangianti
depressioni, stigmatizzato dalla follia, amato da Coleridge e da Blake, pubblicò
la propria Odissea nel 1791 (Muse make the man thy theme, for shrewdness
famed/ And genius versatile, who far and wide/ A Wand’rer, after Ilium
overthrown). Entrambe sono in versi ‘classici’: Emily Wilson cita Pope – “la sua
traduzione dell’Iliade e dell’Odissea ha dominato e trasformato
l’interpretazione degli omerici per diverse generazioni a venire” – ma ignora
Cowper, gli preferisce Samuel Butler, scrittore, in Italia, di adelphiana fama –
in catalogo spiccano i libri più noti, Erewhon e Ritorno in Erewhon. Nel 1900
Butler diede alle stampe una The Odyssey in prosa per testimoniare la propria
tesi rivoluzionaria: “1. L’Odissea è stata scritta interamente in un luogo che
oggi è chiamato Trapani… 2. Il poema è stato interamente scritto da una giovane
ragazza che viveva nel luogo ora chiamato Trapani e che nell’opera si presenta
come Nausicaa”. La versione di Butler – non bellissima – continua a dare
scandalo: è stata da poco ripubblicata (la prima edizione è del 2022) per
Blackie Edizioni nella bella collana dei ‘Classici liberati’.
Più ‘liberatoria’ – parere mio, cioè, da un pulpito eminentemente epico – mi è
sempre parsa la traduzione dell’Odissea a cura di T.E. Lawrence, noto al mondo
come “Lawrence d’Arabia”. Incredibilmente ignorata in Italia, ne abbiamo dato
alle stampe una prima versione antologica, inaugurando l’avventura editoriale di
Magog, e un’altra, accresciuta, tutt’ora in commercio. Il libro fu pubblicato in
origine nel 1932, “by Sir Emery Walker, Wilfred Merton and Bruce Rogers”, in 530
copie d’eccelso genio tipografico (se ne trovano in giro rari reperti a
diecimila dollari). Fu poi prodotta una versione ‘economica’ che si è rivelata
il massimo successo editoriale di T.E. in vita. Il colonnello, schermandosi,
continuò a dire agli amici che Omero gli aveva permesso di comprarsi vasca da
bagno, stufa e libreria per ingentilire il rude cottage che aveva acquistato nel
Dorset, ‘Clouds Hill’.
Lawrence – archeologo di talento, avventuriero per indole, esistenzialista e
masochista nell’animo – aveva compiuto studi classici a Oxford: lavorò alla
traduzione dell’Odissea per circa cinque anni. Il poema omerico lo accompagnò
nei momenti e nei luoghi abissali della sua esistenza: la missione segreta in
Pakistan e in Afghanistan, dal 1926; gli anni tra Plymouth Sound e Bridlington,
dove aveva l’incarico, per la RAF, di collaudare motoscafi superveloci. Sono gli
anni – enigmatici dunque affascinanti – in cui, letteralmente, T. E. tenta di
uccidere ‘Lawrence d’Arabia’, vuole esaudire il proprio mito – da cui si sente
contraffatto – soffocandolo. Celato da diversi pseudonimi – con uno di questi,
“T.E. Shaw” firmò la versione dell’Odissea –, diversamente perseguitato dalla
celebrità e dai curiosi, T. E., eroe fuori tempo, uomo complesso fino allo
sfinimento, è una specie di crisalide, una corazza zuccherina che ha cercato,
per tutta la vita, l’estasi di distruggersi.
T. E. Lawrence, in effetti, per indole, per magnetismo nell’inganno, è il vero
Ulisse del Novecento. Sapeva camuffarsi, voleva essere ‘Nessuno’. A differenza
dell’eroe greco – l’eponimo poema doveva pavimentare una ‘società’ –, T. E.,
l’individuo assoluto cioè l’assoluto isolato, non aveva alcuna Penelope a cui
tornare, non aveva un’Itaca. Il suo regno era un’irraggiungibile quiete – il suo
amore la costante sfida alla morte. Non gli riuscì di essere se stesso:
troppe persone lo agitavano, una legione.
T.E. Lawrence (1888-1935)
Le lettere – la nostra versione di riferimento è quella approntata da Malcolm
Brown: The Letters of T.E. Lawrence, Dent, 1988 –, qui tradotte in antologia
tematica, testimoniano quanto T. E. tenesse alla sua Odissea– testimoniano, a
gradi d’insostenibile intensità, i tratti di un esistere a precipizio. A Ralph
Isham – newyorchese, collezionista di manoscritti rari, servì come colonnello
durante la Prima guerra nei ranghi del British Army – T. E. fa sapere di essere
riuscito a fargli tenere da parte una copia della “Limited Odyssey”; poi gli
chiede soldi. Era il 10 maggio del 1935; Lawrence sarebbe morto nove giorni
dopo.
Non è da stupirsi se ai rari amici – al di là della moglie di George Bernard
Shaw, Charlotte, e di qualche alto commilitone, spiccano pochi letterati: Robert
Graves, E. M. Forster e Henry Williamson – Lawrence scriva secondo le categorie
dell’umiltà, del disprezzo e del distacco. Era fatto così. Continuava a dire di
non essere un letterato, di non saper scrivere – scrivendo una delle più
sontuose prose della letteratura inglese del Novecento –, di essere un militare
incapace, un avventuriero a casaccio. Un po’ giocava al Narciso, un po’ sapeva
di non essere ‘compiuto’ – né del tutto militare né del tutto scrittore né del
tutto agente segreto –, un po’ era avverso ai cortocircuiti del mondo, odiava
essere circoscritto – per non dire: accerchiato – da una didascalia. Preferiva
il dilettante all’esperto – flirtava con l’ispirazione. Fuggì al rischio di
essere qualcosa per poter essere tutto – e sfracellarsi nel mito.
In una memorabile lettera a Robert Graves, inviata nel febbraio del ’35 – e
tradotta in calce – Lawrence è travolto da un’abbacinante preveggenza. “Ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita”. Doveva compiere 47 anni, la RAF lo aveva congedato, amava le
motociclette: morì, come fanno gli dèi, di schianto, in velocità. Come avrebbe
potuto morire Ulisse – così muoiono gli immortali, per conferire fibbie d’oro
all’umano nerbo.
**
A Arnold Walter Lawrence
[Il più giovane dei fratelli di Lawrence, professore di archeologia a Cambridge
(1944-51) e all’University College of Ghana di Accra (1951-57). Autore di alcuni
libri sull’arte greca, ha curato l’opera di Erodoto, è stato l’esecutore
letterario di T.E.]
2 maggio 1928
Caro A.,
presto mollerò Karachi per un incarico con qualche squadriglia nell’entroterra.
Non me ne pentirò – ti farò sapere il mio nuovo indirizzo. Stanno prendendo in
considerazione l’idea dell’Odissea. Spero vada in porto. Ti ho detto che sarai
mio erede? I diritti d’autore non includono più Rivolta nel deserto, ma tu sarai
il comandante in capo dei Sette pilastri. Non sono ancora morto, ma occorre
comunque prendere decisioni.
*
A Mrs Charlotte Shaw
[Irlandese, attivista politica, membro della Fabian Society, moglie di George
Bernard Shaw, intima amica di T.E.]
11 giugno 1928, Miranshah
[…] I vostri libri, qui, sono come acqua nel deserto. I miei soldati sono pochi,
hanno poco da divertirsi. Il tennis, credo. Uno degli ufficiali ha un piccolo
grammofono, me lo ha prestato un paio di volte. Ho ascoltato la Sinfonia No.
1 di Edward Elgar: uno spettro rispetto a quella ascoltata a Karachi, con un
grammofono d’altra tenuta.
Comunque: questa è Miranshah, l’Odissea divora tutto il mio tempo libero.
*
A E. M. Forster
[Il grande scrittore inglese di Camera con vista, Casa Howard e Passaggio in
India, grande amico di T.E.]
1 aprile 1929, RAF, Cattewater Plymouth
Caro E.M.F.,
eccoci! Un piccolo accampamento, quieto & pacifico. Una posizione davvero
incantevole su Plymouth Sound. Dorsale di rocce e prati che pare una lucertola
fossile. La nostra capanna è poco sopra il livello del mare: a trenta metri
dalla baia, a settanta circa dal porto, a nord. D’estate sarà un paradiso. Nella
stazione siamo in centocinquanta. Non mi sono ancora ambientato del tutto,
dunque non ho ripreso l’Odissea, a parte i giorni di vacanze pasquali: mi ci
sono dedicato con impegno, ho completato la bozza del nono libro. Non ho altro
da dirti. Sono come una pianta che mette radici dopo essere stata sradicata e
trapiantata altrove.
*
A Mrs Charlotte Shaw
27 aprile 1929
[…] La vita, in fondo, è bella. Il problema è che “John Bull”, la rivista, il 13
aprile scorso ha annunciato al mondo che “Lawrence d’Arabia” ha firmato un
contratto di servizio di cinque anni con la RAF, ma “non pare molto impegnato
nei doveri militari, spende il proprio tempo tra la riparazione della sua moto
sportiva e la traduzione in inglese dell’Odissea, di cui è prevista una prossima
pubblicazione negli Stati Uniti”. Da quando è apparso l’articolo, naturalmente,
non sono riuscito più a mettere mano all’Odissea. Devo capire cosa fare. La cosa
più sensata: rinunciare. La seconda opzione: firmare la traduzione ‘T.E. Shaw’.
Entrambe sono mosse complesse. Chiederò a Bruce Rogers, l’editore.
*
A Mrs Charlotte Shaw
10 luglio 1929, Plymouth
[…] Lady Astor [Nancy Witcher Astor, Viscontessa Astor, statunitense
naturalizzata inglese, è stata membro della Camera dei Comuni per i Tory, la
prima donna a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari del
Regno, ndt] è stata gentile, quieta a tratti, l’ho incontrata una settimana fa.
Credo sarà ancora più gentile quando le sue gambe si stancheranno di correre. Mi
ha lasciato senza fiato. Le ho detto che mi pareva un cocktail di donne, una
donna-tifone. La cosa l’ha scioccata. Le ho risposto che tu, al contrario, sei
accogliente. O meglio: sei simile al Dio semitico, di cui è facile dire
cosa non è, impossibile dire chi è. Non so descriverti a parole.
Se mi daranno un assistente, vorrei scrivere qualcosa che sia pari all’Odissea.
Oggi sono esausto. Tenterò l’impresa.
*
A Mrs Charlotte Shaw
19 gennaio 1930, domenica, Mount Batten
Ho passato mattina e pomeriggio ‘omerizzando’; non posso indugiare oltre. Solo,
ho molte cose da dirti. Intanto: grazie per aver letto l’XI libro. Temo sia
arduo. L’ho riletto tre o quattro volte, ho apportato un centinaio di piccole
modifiche. Il che è un bene. Ho modificato i punti che mi hai segnalato. Lavoro
duro.
Provo più o meno ciò che mi hai scritto: senso di fatica, opera infinitamente
aspra. Non ho mai scritto una riga ‘facile’ in vita mia. Prima di essere
pubblicate, le mie cose passano per una ventina di revisioni. Dici che ti scrivo
belle frasi, forbite, formidabili? Beh, in una lettera la bella frase può
rendere il tutto perfetto, nell’Odissea basta una brutta frase a far crollare
tutto.
*
A Henry Williamson
[Tenente durante la Prima guerra, di cui riconobbe l’inutilità, scrittore
prolifico, pubblica nel 1927 Tarka la lontra, il capolavoro, uno dei libri
assoluti, per grazia e ferocia, di Ted Hughes. Con il titolo complessivo “A
Chronicle of Ancient Sunlight” ha pubblicato, in quindici volumi, nell’arco di
vent’anni, un’autobiografia fittizia. Non negò le sue simpatie naziste]
3 maggio 1930
Da settimane avevo in mente di scriverti – mi è parso necessario inviarti
qualcosa della mia Odissea. Non vedo l’ora di leggere The Village Book: sai che
amo la tua prosa, nitida, esatta, bella.
Quanto all’Odissea, non criticarla: nessuno può aiutarmi. Le traduzioni non sono
libri: in esse nessuna parola è inevitabile, tutto è approssimazione,
l’intuizione di ciò che l’autore avrebbe potuto dire – e visto che io non sono
Omero, ogni volta che mi lascio coinvolgere dalla storia commetto errori.
Insomma, è un romanzo d’appendice.
Non credo che l’opera ti interessi. L’Omero che ha scritto l’Odissea era un
antiquario, un topo di biblioteca, un gatto bene addestrato: non un grande
poeta, ma un romanziere, e dei più conturbanti. Una specie di Thornton Wilder
del suo tempo? La mia versione – come ogni altra – è inevitabilmente un abuso.
Riuscirò mai a farti visita? Questo greco si nutre di tutte le mie ore libere.
Tuttavia, ho comprato un cottage nel Dorset con i profitti che mi attendo, per
rintanarmi lì quando la RAF non mi vorrà più.
*
A Mrs Charlotte Shaw
5 dicembre 1930, Plymouth
Ora lavoro più che altro al ventesimo libro, ho dato una scorsa al XVIII e al
XIX, migliorando i dettagli, prima della revisione finale. Lavoro e rilavoro e
raffino ogni passaggio, le correzioni compongono un lavoro diverso. Ce la farò.
Il 1930, mi dici, è stato un anno terribile per te. E per me? No. Ho domato il
greco, è stato un anno sereno, senza pubblicità. Il primo anno da dieci anni in
cui mi hanno lasciato in pace. Credo sia un ottimo risultato. Ancora un anno o
due e la mia esistenza sarà data per scontata, per vinta. Merito mio: come
l’Odissea: come la costruzione del motoscafo. Ho letto diversi libri che mi
hanno deliziato. In musica, no: non ho ascoltato niente di importante. Una
sonata per violoncello di Delius, una sinfonia di Elgar, il Doppio Concerto di
Brahms: le mie gioie negli ultimi tre anni. Non posso continuare a sperare nella
meraviglia.
Sono un uomo sensibilmente più vecchio: acciacchi, dolori, minor propensione
all’avventura. Questo è il peggior segno. Soltanto un uomo forte può vivere
senza pensieri – è ciò che mi accingo a fare. Non invecchio – sono semplicemente
meno giovane.
*
A Robert Graves
[Il grande poeta inglese, autore, tra l’altro, di Io, Claudio e de La Dea
Bianca, era un autentico fan di T.E., a cui aveva dedicato una
biografia-monstre, Lawrence and the Arabs (1927). Erano uniti da studi analoghi,
compiuti a Oxford]
21 aprile 1931
Cerco di scriverti da mesi, senza riuscirci. Mi è capitato addosso ogni sorta di
lavoro: il Ministero dell’aereonautica ha improvvisamente deciso di sperimentare
nuove imbarcazioni per la RAF, scaricando su di me – per una specie di
contrappasso poetico – l’onere di condurre le prove. Immaginami dunque in tuta a
recitare la parte del meccanico e del collaudatore, mentre sprono barche
velocissime su e giù per le acque di Southampton tra piogge, venti, rumori
assordanti.
Immagino il tuo sole, qui è inverno – sono congelato, fradicio, felice. È un
lavoro che vale la pena. Coinvolgente ma estenuante. Paralizza ogni mia speranza
di portare a termine quella bestiale Odissea – non riesco a leggere nulla. A
sera, ho gli occhi irritati dall’acqua, feriti dal vento – non mi resta che il
letto.
*
A Sir William Rothenstein
[Pittore inglese, perfezionato a Parigi fu disegnatore ufficiale dell’esercito
inglese durante la Prima guerra e direttore del Royal College of Art a South
Kensington. Sue opere sono custodite alla Tate e alla National Portrait Gallery.
Nel 1920 realizzò un ritratto di T.E.]
22 aprile 1932
[…] Ultimamente non sono i libri a darmi del filo da torcere. Lavoro in un
cantiere navale per tutto il giorno, quando cala il buio sono stanco, più
propenso a leggere l’“Happy Magazine” che Platone. Quindi scendo a compromessi e
non leggo niente. Omero? Un’opera da quattro soldi, abbandonata da tempo. Se
verrà pubblicata o meno? Non me ne occupo. Il greco, a mio parere, non è
granché; la mia versione è scadente. Roba sottile, artificiosa, autocelebrativa,
l’Odissea. L’Iliade, al contrario, ha alcuni frammenti che la rendono una grande
opera. L’Odissea: un pastiche, un cerone, eccesso di cipria.
*
A E.M. Forster
22 ottobre 1932, Plymouth
Caro E.M.
mi spiace ma non posso inviarti una copia dell’Odissea. So solo che è opera di
scarso valore e che l’Odissea, di per sé, non è granché: mi sembrava giusto
donartela. Ma non posso. Le copie costano dodici ghinee, ne ho ricevute soltanto
una manciata: le persone che posso scontentare sono soltanto quelle che sanno
perdonare un’offesa. […] Mi spiace, ma non posso spendere così tanti soldi,
adesso.
*
A Harley Granville-Barker
[Commediografo e impresario teatrale, ha interpretato diverse opere di Shaw;
gestì per qualche anno il Court Theatre, con messe in scena rivoluzionarie]
23 dicembre 1932
[…] Soprattutto, ti prego di non leggere ad alta voce l’Odissea a Mrs G.B. Ne
morirebbe, e soffriremmo entrambi di un senso di perdita, come direbbe Omero.
Dev’essere stato bello vivere in un periodo letterario in cui anche la banalità
era una sorpresa e i cliché erano tutti lì, vivi, in attesa di essere creati. In
questo, ha avuto successo. Quanto a me, l’Odissea rappresenta più che altro… una
vasca da bagno, la caldaia, una libreria nel mio cottage. Dunque, non ho
rimpianti: non è una delle mie opere compiute. Hai fatto una sciocchezza a
comperarla.
*
A Robert Graves
4 febbraio 1935, Ozone Hotel, Bridlington, Yorkshire
[…] Cinque anni fa mi sono reso conto di aver bisogno di soldi per il mio
cottage: così ho fatto quella traduzione dell’Odissea, grazie alla quale ho
installato una vasca da bagno, una stufa da me progettata, sempre certo che il
guadagno fosse intatto e sicuro… ma il tasso d’interesse è sceso e il reddito si
è ridotto. Se l’avessi previsto… Proprio ora che volevo stare tranquillo – ho la
profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia
finita – ho bisogno di guadagnare almeno settecento sterline in più. […]
Nuovo argomento. Ho incontrato Alexander Korda il mese scorso. Non avevo preso
sul serio le voci secondo le quali voleva fare un film su di me: visto che erano
così insistenti, gli ho chiesto un incontro, spiegandogli che ero contrario, in
modo irremovibile, all’idea. È stato gentile, comprensivo; ha accettato di
rimandare la cosa dopo la mia morte o fino a quando non cederò. Sarà l’età che
avanza? Detesto l’idea di essere immortalato su pellicola. Le rare volte che
sono andato al cinema mi hanno convinto che si tratti di un’arte superficiale e
falsa… volgare, direi. Io amo la volgarità dell’uomo comune: la volgarità dei
film mi pare manipolata, di basso livello… Dunque, nessun film su di me. Korda è
come una compagnia petrolifera che trivella ovunque, con due o tre giacimenti
certi. Ha prudentemente investito su altri siti. Alcuni li svilupperà, altri no.
Il petrolio è un business effimero.
*
A Robin White
[tenente della Royal Navy, compagno d’armi di T.E.]
13 aprile 1935, Cloud Hill, Moreton, Dorset
Penserai che questa sia la voce di un morto: più o meno è così. Ho lasciato la
RAF un mese fa, mi sento come una bestia smarrita. […] Forse hai dimenticato la
tua lettera: riguardava l’Odissea stampata da Bruce Rogers, che hai comprato. Ho
seri dubbi su quel libro. La traduzione è infedele – deliberatamente infedele.
La stampa troppo candida. Bruce Rogers ha tratto ispirazione dalle pitture
vascolari greche, adattandole a suo modo. Comunque, ecco il libro. L’edizione
economica ha venduto bene negli Stati Uniti; l’edizione limitata (per
l’Inghilterra) è quasi esaurita. Credo ne siano rimaste invendute una
cinquantina – vanno a ruba. È stato un libro, letteralmente, di successo. Il
riscaldamento della vasca da bagno – e la vasca stessa – è dipesa da quelle
vendite…
*In copertina: una immagine dall’Odissea secondo Christopher Nolan (2026)
L'articolo “L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno” proviene
da Pangea.
Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino.
Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.
*
A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire
rispetto a una persona.
Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.
Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.
E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si
incollava al paesaggio come una Polaroid.
Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.
Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma
difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza
massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi
spettinati che parlano di feste.
Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver
deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.
Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci
contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando
grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti
neuronali.
La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.
I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi
interessa.
A lei piace il dialogo a tavola, a me no.
Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli
irrigatori.
Che fai dopo?
Yoga.
Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.
A me i camaleonti.
Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?
Per andare contro me stessa.
Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.
Tu sei bello perché non sei bello.
Ti danno ancora fastidio i rumori?
Sì.
Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino
ristorandosi col tè made in Albione.
Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi
lesi e offesi.
Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti
eccelsi sono tre, non di più.
Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo
pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano
il gong monastico di una grande emozione.
*
Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono
sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non
fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare ‒ che so io ‒ dei
boscimani.
*
Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette
nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del
telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come
ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del
fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni
tracannare incenso rubato.
Amen.
Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si
sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è
rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le
tracolle di male.
*
Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa
qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a
respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non
serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi
l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve
colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e
basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a
profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei
poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal
cielo.
*
Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli
arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io
sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo.
Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo
pensiero Viale dei Pensieri abitato da salici che hanno smesso di piangere e
ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel
che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte
dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume
abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al
soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente. Pourquoi
pourquoi. La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è
messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso
tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che
gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli
autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si
affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini
quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e
mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.
«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e
guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il
senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e
assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere.
«Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe
svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò
occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con
Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i
covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni
sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità
diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava
dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.
*
Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al
karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci
prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre
boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita
laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di
relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che
soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le
gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori.
Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna
che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata
così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i muuuudelle mucche
spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.
Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un
uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina
tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il
prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi
amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le
zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti
come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende
molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo
un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli
lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla
luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi
fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico
che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in
questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori
butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi
siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare
l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è
protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che
accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che
portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione
per la pubblicità.
*
Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere I Ching e sperare che
possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo
allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a
procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a
riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato
delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi
all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di
bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di
cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.
Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico
è la composizione: chiedilo a Keith.
Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli
scrigni della tecnologia.
Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un
uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che
stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza
difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della
logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è
qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare
la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti
e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.
«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè
portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.
*
Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione.
Disseminazione.
*
I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a
incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate
per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in
un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da
pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai
vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato
fila di cipressi.
*
Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle
spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini
con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità
degli spiriti indigeni del selvaggio West.
Margot stasera vuole solo insalata ‒ non fanno insalata. Susanna la invita a
ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da
un felino.
Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a
cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da
nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli
alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare
che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati
da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua
imposta ad usura e per il peccato.
*
«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio
per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle
occasioni».
*
Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che
verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle
vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il
paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile
atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone
proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e
torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come
putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.
I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso
quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da
cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio
di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta
voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti
in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore
del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate
come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa
e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di
quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace
gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato
un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.
*
Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il
posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e
le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui
pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e
interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e
iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che
parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che
trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i
filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di
lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra
un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei
diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle
giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali
appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo
dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di
Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una
sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla
ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del
cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le
nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo
corto e non ci sono più segni zodiacali.
La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i
volti dei sumeri.
Bene e male tutto insieme, wow: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del
cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti.
L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del
sole. Il sole mente.
*
Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che
si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto
immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte
quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha
inventato per dormire.
In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i
ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare
tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio
di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e
butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e
sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una
rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È
difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta
sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a
colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola
sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le
ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli
assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La
banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le
nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel
portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di
notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino.
Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.
*
Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva
arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si
urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge
l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le
ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di
Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese
non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest
attraversando due sillabe.
Edoardo Piazza
*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla
parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un
po’ di Haring a casaccio
L'articolo Luglio simbolista proviene da Pangea.
Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di
Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene
dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello
stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non
c’era Inverso e nemmeno Pangea (la rivista, perché la Pangea in effetti c’era
stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a
intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti.
Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.
Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro
evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso
nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove
Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la Roman Beat Generation che sta per
venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).
Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…
*
Mattia, da direttore di una rivista letteraria – Inverso, fondata con Gabriele
Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana?
E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico
europeo…
Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari,
manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che felix, sta tutta
appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a
cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri». Andiamo
avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per
mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile.
A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre
del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così
ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo
per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di
corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve,
bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo,
intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito
a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta
dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di
gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li
archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di
paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano
né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza
sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe
cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e
più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama.
Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano,
nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza,
fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta
veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della
poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di
noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani
mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da
bambino.
Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico?
Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del
pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?
Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva
ancora e solo io, raccontava, prendevo la parola per dire sciababàb,
sciababàbba. Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e
improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece,
Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma
una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno
agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La
carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita
individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del
basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola,
inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con
gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso
Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano
di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti
ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese,
diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni
schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una
cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato
‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione
di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha
scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci
l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile
che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di
qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato
lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la
carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e
di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma
nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio
che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la
declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che
copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro
delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.
Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale?
È nello stare insieme che prospera l’arte?
Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la
voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i
viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire,
hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli
altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è
felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli
altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il
linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste.
Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni
saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie,
Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome
né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e
omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti
in mare perché sentivano cantare. «Circe’s this craft, the trim-coifed goddess».
Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver
bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?
Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso.
Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più
radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare
inevitabilmente con il linguaggio.
Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come
la vedi?
All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato:
un ring, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente
ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine,
che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda
idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami
incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame
nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono
stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito
che è questo che mi piace.
Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a
dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?
Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni
giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se
parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un
modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo»,
diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui,
però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una
lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di
quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di bouillies, di
poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di
restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che
tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo.
Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci
smàcchera.
I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio
mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?
Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che
tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra
funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e
incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.
L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo
Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?
Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso
molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato
dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi
pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità
della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della
Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in
sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo
infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che
operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la
poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla
come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che
significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa
infiammazione.
Edoardo Piazza
*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni
L'articolo “In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino proviene
da Pangea.
Io e Sacha Piersanti decidiamo di non incontrarci per questa
chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al
locale di Roma dove facciamo i reading di Roman Beat (che sveleremo poi). Lo
aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a
piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un
samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da
Neo di Matrix, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.
Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma
era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel
1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le
cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.
*
Prima domanda per te sulla musica, e in particolare ‒ per restare “roman” ‒ sul
trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei
tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro?
Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al
saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e
aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola Conclusione, o
come tutto ebbe inizio, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni
riascoltavo Voyeur, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in
mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari /
di città» (Il canto di Esmeralda); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò
difendermi anch’io / o non sarò più io» (Sciopero). E poi: «Forti, ricchi e
belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle
storie/ squallide miserie […] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (Voyeur). E senti
questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/
qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a
quelli esistenti» (Sosia). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi
quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70:
«Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo
non c’è posto». Questa è L’evento, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure,
nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo,
però? Arrendermi mai: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai
lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che
tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di
posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi
spettacoli-concerto.
Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (Luna) e
rivendica il diritto all’eutanasia (Buon compleanno papà) nello stesso disco (Un
pettirosso da combattimento: il primo che ho ascoltato integralmente, da
ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86,
con Re, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che
dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con
lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi,
hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a
sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive,
Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola.
Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi
di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo
accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e
invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha
cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti
sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a
confronto sembrano lo Zecchino d’Oro. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano
la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato pop sia stato e
sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici,
di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C”
teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti.
Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi
inclusi in Roman Beat Generation. Da bambino vidi una sua intervista, credo di
fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita
personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma
solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i
pezzi del suo cielo». Che vuoi di più?
Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la
riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa
esperienza?
Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un puellus. Se
ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una
notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a
parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per
telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio
primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi
consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che
condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto,
ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così,
qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio,
e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello
provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi
a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una
serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e
ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione
dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di
qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed
eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di
catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato
derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.
Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di
incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte
e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte site
specific, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio
venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale
all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen,
ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La
Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione,
conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche
solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in
quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso
d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa
poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e
mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi
tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito
e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per
tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta,
per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio
Picca.
Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei
organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione
“indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia?
Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli
eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto
spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai
convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei
inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o
no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un
palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il
buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo
monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza
far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il
bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità
o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella
sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra
delle piaghe degli ‘eventi di poesia’.
Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno
scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo?
Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia
l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che
gridano èureka, o thálassa thálassa, ma invece è sempre famoquadrato. Voi,
secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete
fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di
‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati al gioco, sul serio. Dal titolo, che
delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà
effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel
contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa
l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse
sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste
formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove non andrà
a parare, cioè non alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o
l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si
lancino i sassi.
Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si
legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico?
Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di
interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre
nella lettura. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle
stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in
privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture
attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col
pubblico.
Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics,
come si legano le due cose?
Sì, s’intitola Fonti, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola
(con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e
produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si
tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi
originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica,
interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il
concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con
l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è ritmo: al di là
delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano
perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di
qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi beat –
dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al
massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate:
poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di
recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme
proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito
e sottocassa.
Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia
straniera?
Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades, Linéaire B / Lineare
B, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco
molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con
autori non italofoni che con miei connazionali, per usare un termine simpatico.
Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che
sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e
declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta produzione (altro termine
simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A
proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo
stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia
di PoemsPoesie (NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham
(1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la
sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera
– sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.
Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”?
Ti rispondo citandoti una lezione che puntualmente mi torna in mente, data da
quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più
grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si
parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura
creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna
avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune
delle Metamorfosi di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco»
(Aldo Busi).
Edoardo Piazza
***
Bio-beat
Sacha Piersanti nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e
performance di teatro-poesia (tra cui Fonti, opera ibrida tra live electronics e
epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del
Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di
Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo
“Zeugma”, a Roma.
Fra i suoi scritti ricordiamo Pagine in corpo (Empirìa, 2015); L’uomo è
verticale (Empirìa, 2018); Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale
nell’arte di Renato Zero (Arcana, 2019); L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone,
2025); Linéaire B / Lineare B (Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).
È uno degli autori di Roman Beat Generation (Magog, 2026).
*In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato
L'articolo La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha
Piersanti, il samurai urbano proviene da Pangea.
Nel 1922 Dorothy Ashton, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò
il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile;
lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno
del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99.
Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare,
partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.
Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la
poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy
scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno
pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli Early Pomes uscirono nel 1913
– per una sorta di pudore coniugale (certe cose non si fanno, non si mettono in
giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere
privatamente. Dieci anni dopo uscì Pride, tre anni dopo Genesis: An Impression.
Libri, naturalmente – per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati
in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai
primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy;
scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro.
Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del pubblico,
ai fasti della storia della letteratura. Yeats era sbalordito da tale libertà:
magnificò Dorothy nel suo Oxford Book of Modern Verse (1936), dedicandole un
capitolo – il XIV – della sua estrosa Introduction. Stipata tra T.S. Eliot e
Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera
eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe
dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.
Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu Vita Sackville-West.
Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si
barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in
Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote
di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in Blue Eyes and a
Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley (Sandsone Press, 2023).
Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gi occhi d’acqua, da creatura
elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una
relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale ménage,
Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già
amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy,
puro talento naturale, che possedeva un fiuto inimitabile. Insieme, inventarono
per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living
Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928. I libri – mirabili – venivano stampati
artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella
di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta
da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto
capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, Matrix, già
uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione – aprì con una
raccolta, Different Days, di Frances Cornford: nipote di Darwin, socialista,
eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le
donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, Ida Affleck
Graves (The China cupboard and other poems, al numero 5 della serie) e Joan
Adeney Easdale (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta
una Collection of Poems “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la
pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia
irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa
di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living
Poets” editò un secondo libro, Clemence and Clare, nel 1932 – sfinì in oblio –
scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A Margaret Thomas fu
affidato il compito di redigere An Anthology of Cambridge Women’s Verse (n. 20
della serie); con The King’s Daughter, Vita – l’amata da tutti, la formidabile
amante – pubblicò come undicesimo volume della serie.
Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro
anni. L’ultimo libro, New Signatures, uscito nel 1932, è un’antologia curata da
Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day
Lewis. Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha
‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con Transitional
Poem (al n. 9); nel ’32 con From Feathers to Iron (al n. 22); l’anno dopo
inaugura la “Second Series” della collana con The Magnetic Mountain. Tra i
grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole
‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando
poesia e prosa, plays e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente
rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno William Plomer – esce come
decimo volume, con The Family Tree, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu
eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming,
che gli dedicò, per sdebitarsi, Missione Goldfinger – e Edwin Arlington
Robinson, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui
soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets”
compare con l’orrorifico Cavender’s House, al numero 14 (era il 1930).
I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury;
Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più
selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile, Robinson Jeffers, che nel
1928 pubblicò uno dei suoi capolavori, Roan Stallion, Tamar and Other
Poems (numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con Cawdor (n. 12) e nel
1930 con Dear Judas (n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia
‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io,
connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel
1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per
la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere
antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso.
In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.
La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono
pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre
– era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel
Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro, Work for the Winter,
recava la firma di Julian Bell, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua
sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva
ventinove anni.
L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di
articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38
Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione
speciale, i suoi grandi libri (Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves…).
Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio,
un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione
alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima;
Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy,
refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere
bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in
favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero vivo quando non c’è più –
la vitalità non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei fatti. Così,
tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale immortale.
L'articolo L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf & i “Living Poets”
proviene da Pangea.
Questa non è un’antologia per giovani. Battuti siano i beat
generazionali. Beati siano i beat romani.
Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a
chilometro zero.
Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto
del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un
cantico indigeno – versi da apache capitolini.
*
Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di
travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in
terrazza. Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione –
mindfulness è matrice di stress. Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del
verbo quirite.
*
Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino,
antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di
pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si
compie, a Roma, il verbo.
*
Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa
gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il
codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat. Poesia demercificata,
gratuita in grazia, in-kind. A Villa Borghese of the mind.
*
Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica,
archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane. Cerimoniale di sentimenti
antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie
dell’io. È capezzale del monumentale.
*
Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa
una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello – lost
generation. Duello al cesello – beat generation.
*
Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di
nutrie. Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi.
Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco, a pietrificare il vero – affresca
un presente già passato, superato.
*
Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il
gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da
vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla
coscienza del comune flusso il roman beat predica una civica dottrina del lusso
– egli, non va in ufficio.
*
Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è
nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso
miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.
*
Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano,
bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo
adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di
secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del
ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro
vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.
*
Roman Beat Generation – è una preghiera.
Fabrizia Sabbatini
*
Ninfa Egeria
Brucia i soldi
segui il cervo di Thoreau
guarda Termini la notte di Natale
Monte Cavo a luce astrale ‒
i Campi d’Annibale nella neve ‒
Malaparte giocava a cricket dai Quintili;
scendono fulmini nelle slavine ostili.
Corri dietro al cervo di Thoreau,
pigne sulle conifere ruscelli albini;
brucia i soldi di Natale,
scaldati in questa notte coi flipper
nei bar a Termini fra le slot e Tangeri.
Ricama il freddo nei suoi astri grigi
il bambino, mangia sabbia invernale e
sta male
sulla spiaggia e nei pozzi artesiani,
con le mani paga ricordi ligi,
ruota l’occhio destro al diluvio universale:
sempre quello nuovo.
Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒
l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale
d’alluminio ‒
accetta te stesso o sei finito.
Rimbaud era un maratoneta
vado dietro a un alpaca nella campagna estatica:
sono pericoloso quando scrivo della mia pratica,
disegno itinerari fra gli spettri e la seta,
allargo la cassa toracica dell’esegeta;
volevo solo scintillare da un’amica,
l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.
Edoardo Piazza
*
Un’altra storia
“April is the cruellest month”
C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma –
c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia.
C’è un fratello, il primo Re,
c’è il budello di quell’altro
(il coltello in mezzo al bianco)
c’è la Lupa, c’è la Legge
sopra i marmi che scolora
una storia: un’altra storia.
C’è il mondo tutt’intorno
che crolla e si rammenda
sotto i colpi di martello
di una rima sempre in -oria –
lo scalpello della Storia
che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto
all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento
in una Roma oltre la gloria
tra segni e gesti di memoria
da raccogliere e per sempre
poi disperdere, o salvare
per ridare ancora al Tempo
il tempo di sbagliare.
E alla Storia un’altra storia
da tornare a masticare.
Sacha Piersanti
*
Gli alberi non hanno mai dimenticato.
Io ho una memoria
breve. Ma come albero ho conosciuto
una lingua: vorrei imparare a scrivere
sopra le cortecce. Le foreste sono capaci
di parlare. Ci sono storie che hanno radici
dove si volta la paura: forse è la felicità
restare piantati sugli scaffali di una foresta.
Antonio Merola
*
Non essere Eco, non essere eco,
fiume del mondo, spazio.
Ferma la caduta nel fermare
il riflesso, orienta l’organon,
orienta l’organare degli ulivi,
delle querce secolari, non
parlare, non dire, nascondi
e fuggi, torna e fuggi, lotta.
Non essere cieco, non essere
il nulla che acclari. Combatti.
Mi dirai tu, Signore, la vanità
della lotta, la caduta nel superbo,
l’occhio di un cervo balbo.
Stai alla larga dalle fonti,
trasformale in canti.
Ilaria Palomba
*
I tuoi morti sono i miei morti.
Davvero spari ancora?
I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non
vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il
libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di
cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono
passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla
pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti
– dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di
bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono
belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti,
raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni,
di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali
troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è
rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi
faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che
crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di
carbone.
Davide Cortese
*
Mi viene incontro Milan Kundera
mentre Roma accende i soffitti delle stanze
e un passante perdendosi nella sua estraneità
lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre
in gola stilla una fontana di gloria, di colpo
gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica.
Alla fermata la vettura sosta e ti preleva
prima di sputarti al tuo destino di risalita
con in una mano ancora segni da decifrare
e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli.
Ogni cosa sta da prima dello sguardo.
Simone Di Biasio
*
4’33’’
E quindi il silenzio
non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto
da quei venti decibel scarsi
al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica.
Nessun prima né un dopo. Solo un range
entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma
di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione
– eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere
nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito:
nella camera anecoica, non sentì altro
che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva
come fosse possibile percepire
anche solo quei due suoni in una tale situazione.
Uno era il sistema
nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue
che seguiva la libera circolazione.
È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni
a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare
che sotto l’osso dello sterno non si fermino
i costanti processi delle strutture portanti.
Ho provato a cercarlo, il silenzio.
In quel tacet ordinato ai musicisti nella stanza;
nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.
Non c’è modo però per dire quanto vile sia
il trattare ciò che manca
come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.
Arianna Vartolo
*
Alcune iscrizioni mostrano un cerchio
all’estremità della terra. Altre
una mezzaluna e certe sagome di cervi
neri che passano e rivolgono
l’una contro l’altra le croci sul sentiero.
Hai sentito la pietra scricchiolare,
la pietra del tempo scollata dall’Origine,
i flutti limacciosi in cui si generano
creature senza nome, il loro nido
negli incubi dell’Occidente. Sono i segni
di folle di passaggio, carovane, segni
polverosi per gli Anni del Macello,
l’Orsa annerita agli angoli del Carro,
la polizia che lascia i cani
digiunare e lancia nelle cucce
le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.
Mattia Tarantino
*
Sara ha paura dell’occhio.
La mia fortuna è di poterla osservare
da vicino. Sale lo sguardo dal letto
al giardino e nei sobborghi la notte
ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno
ostile di dire in tre lingue.
Di dire in tre lingue o di partire.
Al mattino la palpebra richiude ma
adesso distingue quattro serrande
fitte di luce: intanto la voce è incline
a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.
Federico Savelli
*
Fermo immagine
C’è sempre il sole in questa città,
un sole che lacera e taglia in due,
il sole che addensa le ombre.
Dove si nasconde il tempo
da queste parti?
Tutto resta esposto.
Tutto resta sospeso.
Tutto resta addosso.
Fermo immagine.
Il colore stinge.
Roma scioglie ogni cosa.
Olivia Balzar
*
Esche vive gettate nel fiume
appese al galleggiante
ritorte sull’amo,
la rete del tempo
il suo disfacimento,
titoliamo Alla transitorietà dei corpi
la loro precarietà.
Attendo il mio invecchiare di tedio
le mie rinvigorite rughe
le ansie che non fan dormire,
eppure vorrei riderne
so far ridere
e sorriderne a mia volta,
a crepapelle, a squarciagola,
lungo le fratture del vivere
sotto i cipressi della vegliata morte,
l’orrore vacuo d’esser nato.
Ho i denti rotti
le unghie strappate
“c’è chi ha in mano la sorte
e chi un mare disperato”,
vago tra chiese ormai defunte,
oscilla postuma sull’altalena
la mia ombra appesa.
Claudio Zuccaro
*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819
L'articolo Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo proviene da
Pangea.
Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha
pubblicato il secondo tomo delle Œuvres complètes, a cura di Olivier
Bivort, tumulando il poeta nella ‘Pléiade’ – è l’antologia dei Poètes maudits.
Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto
a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e
Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante –
conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione,
Verlaine dice che i maudit sono in verità poètes absolus, sono gli assolutisti
del verbo, gli antichi re – absolus comme les Reys-Netos – detronizzati dai
tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che
si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila
l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante
per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo
in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e
inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.
L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come
veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le
avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti
raduna in libro I poeti futuristi; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per
amore di H.D. – Des Imagistes. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution
surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il
carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in
scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da
intenti critici, antologie come Lirici nuovi (sotto tutela di Luciano Anceschi,
era il 1943) e I Novissimi (a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano
una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda.
Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta –
se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia
eredi, non fa prigionieri.
A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione
di vecchi mestieranti del verbo.
È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la
scoppiettante Poesia italiana del Novecentodi Edoardo Sanguineti o Poeti
italiani del Novecento di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle
genericità degli autori), ma anche Poeti d’oggi di Papini-Pancrazi, edita nel
’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo
caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel
mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per
dire: L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo ideata da Giuseppe
Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di
normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di
un’ascesa tra le aquile.
Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler
Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo The Oxford Book of Modern
Verse (uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni
– I have tried to include in this book…, attacca il grande poeta, redigendo, in
fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico
di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea.
L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley
Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti
– da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a
idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa
ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita
Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady
Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta,
un genio in generosità, a prevalere.
Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più,
un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare
un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne
sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura
quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto.
L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio
è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori
antologizzati?
Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a
erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che
credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso,
il Man’yōshū (VIII secolo) e il Kokinwakashū (X secolo) sono gli esempi più
celebri. Introducendo il Kokinwakashū (che vuol dire “Raccolta di poesie
giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla
paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia
giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie
di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la
poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta
vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo,
avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore
e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie
futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa
indole del poeta.
La Shinshokukokin Wakashū fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici
dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi
ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione
‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.
Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria
inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le
varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie
avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di wunderkammer, una raccolta
di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In
questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena
a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie
lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume
di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito
un’antologia, Wide White Page, sull’immaginario lirico antartico.
Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e
poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da
un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker
e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e
perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’,
‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot
pubblicava le sue poesie – in particolare: Preludes e Rhapsody on a Windy
Night – sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno,
d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde,
Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.
Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare
intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.
Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano
Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e
giapponesi; il suo The New British Poets (edito da New Directions nel 1949) è un
libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra
i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell.
Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per
sagacia.
In questo senso, Roman Beat Generation – l’antologia edita da Magog, ideata da
Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori
sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche
generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con
tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre
antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’,
questa si propone come opera ‘aperta’: Roman Beat Generation è il primo atto di
un’azione che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’,
qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i
poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma
genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita,
attiva. Quanto al beat, più che Ginsberg & Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il
muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di
circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista,
domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui,
si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.
Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.
Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.
*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936
L'articolo Qualcosa su antologie & mangiafuoco. Ovvero: modesto invito
all’eversione proviene da Pangea.
Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come
quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato
di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal
«dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive
centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.
Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene
cacciato dal seminario per la troppa indolenza. Per troppa indolenza non
completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col
padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad
uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene
fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il
poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia
all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e
rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia
londinese. Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della
Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei
savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal
Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore
sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio. Risanato in una
prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù
bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.
La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il
sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica
e di strumenti.
L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro
che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.
*
“Notturno”. Opera in un atto
Personaggi:
Francis, un poeta
Un fantasma
Una donna
Il Veltro del Paradiso (coro)
Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross
Scena 1
Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare
la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde
sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.
Scena 2
Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per
potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma
di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene
infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:
> “Addio, putridi mattoni di Bristolia,
> amanti di Mammona, adoratori
> del dio Inganno! Aveta cacciato
> il ragazzo che cantava antichi miti:
> preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.
> Addio, idioti politici ubriaconi,
> connaturati all’opera della Corruzione!
> Io vado dove spirano inni celesti
> ma voi, nel giorno della dipartita,
> sprofonderete negli inferi. Addio
> madre carissima, custodisci la mia
> angosciata anima, non permettere
> che la travolgano i flutti della Distrazione.
> Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:
> perdona questo estremo atto di viltà.”
>
> (Thomas Chatterton, Last verses)
Scena 3
Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare,
chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del
Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.
Intermezzo strumentale
Scena 4
Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino
di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.
Scena 5
Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della
salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si
deve ai figli.
Intermezzo musicale
Quadro secondo: La casa della donna
Scena 6
Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non
ancora spedite:
> “A Mr Meynell
> Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto
> sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro
> che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere
> a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò
> sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. /
> Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato
> nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.
> Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni
> / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che
> allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la
> ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora
> mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella
> progenie bastarda della natura e dell’arte.”
Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in
lacrime.
Scena 7
La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al
suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:
“Laggiù, in una grotta,
senza culla per giacere,
il bimbo Gesù la dolce testolina
fa riposare.
Le stelle nel cielo
guardano giù
e il bimbo Gesù
dorme sul fieno.
Il bestiame muggisce
il bambino si sveglia,
ma il bimbo Gesù non piange.
Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,
resta alla mia culla
fino al mattino.”
(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)
Scena 8
Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:
> “Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,
> come me timido e piccino?
> Come ti sentivi fuori dal Paradiso,
> come me?
> Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?
> Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?
> Penso che avrei pianto, al tuo posto,
> per la mia casa fatta di cielo:
> avrei guardato l’aria
> mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli
> mi sarei agitato al risveglio:
> non c’è un angelo a vestirmi!
> Avevi giocattoli
> come noi bambine e bambini?
> E con gli angeli più piccoli
> giocavi in Paradiso
> con le stelle come biglie?
> Gli angeli giocavano a bubù-settete
> nascondendosi dietro le proprie ali?
> E tua Madre ti permetteva di conciarti
> i vestiti giocando per terra?
> Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,
> in Paradiso: erano di un bel blu pulito!
> Non puoi aver dimenticato tutto
> quel che si prova a essere piccoli:
> e sai che non posso pregare te
> come fa il mio papà.
> Quando eri così piccolo, dimmi,
> avresti parlato come il tuo Papà?
> Scendi allora come un bimbo piccino
> ascolta le parole di un bimbo come te
> prendimi per mano e camminiamo
> ascolta i miei discorsi da bambino.
> A tuo Papà mostra la mia preghiera
> (Lui guarderà: sei così bello!)
> e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,
> porto la preghiera di un piccino’.
> E Lui sorriderà perché le parole dei bambini
> non sono cambiate da quando eri giovane”.
>
> (Francis Thompson, Piccolo Gesù, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026;
> trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Scena 9
Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla
nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera
una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene,
lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al
suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto
mentre il Veltro intona:
> “Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso
> non per ferirti
> ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia
> e tutta la tua infanzia perduta
> la conservo in Casa, per te.
> Alzati, dammi la mano e vieni.
> Sosta presso me
> (…)
>
> Ingenuo, cieco, debole:
> io sono ciò che cerchi.
> Tu ricevi amore nel ricevermi.
>
> (Francis Thompson, Il Veltro del Paradiso, da “Primo alfabeto stellare”, Magog
> 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)
Giulio Solzi Gaboardi
*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and
Banquo” (1793–1794)
L'articolo “Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis
Thompson proviene da Pangea.