Di Elena Švarc colpiscono soprattutto gli occhi. Ricordano spazi senza fine,
tundra e nidi di aquile. In una foto in bianco e nero il suo sguardo di brace
accarezza e incenerisce celesti lontananze. Quando per la prima volta ho letto i
suoi versi, con colpevole ritardo, ho sentito entrare in azione una nave
rompighiaccio. Qualcosa come l’innesco di un ordigno si cela dietro il ritmo del
suo dettato poetico. Fiera-fiore è il titolo di una delle poesie più belle:
ecco, ho pensato, la Švarc vive in questo cristallo di grazia sempre minacciato
dall’artiglio della bestia. Esiste tenerezza nello sconquasso, una muta
compostezza nei gesti del tumulto. C’è un non so che di fiaba crudele nell’opera
luminosa della Švarc.
*
Perché parlare della biografia, seguire il ritmo ordinario delle stagioni e
degli anni? Di un altro tempo è figlia la Švarc, un tempo noto soltanto alle
stelle. D’altronde, sui calendari non trova posto l’inspiegabile. Altro
supporto, altra lingua pretende il miracolo. Puro e chiaro come vele sul
mare. Elena Švarc nasce nel 1948 a Leningrado e qui (si dovrebbe dire a San
Pietroburgo) si spegne a sessantadue anni. Due astri luminosi orbitano sin
dall’inizio attorno alla sua esistenza: un amore viscerale per il teatro e
un’attrazione fatale per la poesia. Un frammento in prosa, tradotto e
pubblicato nella magnifica antologia curata da Alessandro Niero Mattino della
seconda neve, ha il sapore di una lucidissima profezia:
> “Oggi è il venti aprile e presto avrò diciott’anni. E voglio che mi caccino
> dall’università così da poter scrivere versi e solo scrivere versi. Oh,
> Signore, aiutami – e io passerò la mia giovinezza in una afosa stanza, accanto
> ai matracci e alle storte. E trasformerò la pietra in oro, le parole in versi
> vivi e abbacinanti.”
Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam, Brodskij: quella fulgida linea che unisce la
schiera dei massimi poeti pietroburghesi trafigge nel petto anche la Švarc. Cosa
non darei per incontrarla, osservarla nella luce diafana di un’alba così minuta
e simile a un elfo; così grande come l’ombra che proiettava su tutta la città,
dai canali in su fino a Sant’Isacco avvolta in una polvere d’oro…
*
Accade tutto nell’universo poetico della Švarc. Accade, per esempio, che una
città si trasformi in un gigantesco rospo orante, che i demoni si riversino nel
mondo come irsuti orsi azzurri (se ci ascolti, oh Chlebnikov, batti un colpo),
che il cuore diventi un pulcino astrale. La metamorfosi è la forza che governa i
versi della Švarc: un continuo cedere degli argini alla piena della creazione
incessante. Sospensione dell’incredulità, il lampo del miracolo nell’orizzonte
feriale della vita. E a questo miracolo dare spazio, e accudirlo amorevolmente
finché un giorno lo vedrai tirar fuori la buffa testolina di talpa dall’oscurità
della terra.
*
Il poeta è un occhio – dice la Švarc – legato per un attimo a una divinità
ruggente. In questo occhio trovano riparo, per un istante, il dolore e la gloria
del mondo. La poesia è corpo, il corpo stesso vorrebbe farsi canto poetico.
Scrivere versi è sostenere un corpo a corpo faticoso e fangoso con la
limitatezza dei propri sensi. Si vorrebbe abbracciare tutto il mondo e
stringerlo a sé vicino al cuore, vivere tutte le epoche passate e quelle future,
tendere un’imboscata al tempo rubando le briciole di pane che segnano la strada
nei boschi. Tutto questo, il rombare dei millenni, la Švarc lo avverte nei
polsi. La fatica del vento che spazza i crocevia, la millenaria disciplina dei
campi di grano, il primo temporale del mondo e l’ultimo prima del Diluvio: temi
della poesia della Švarc, enormi e piccoli come semi di anguria. E ancora, volpi
che s’aggirano come fiaccole nel buio delle foreste, volpi parlanti che
conoscono il segreto della poesia, semplice e indecifrabile come le pitture di
Lascaux.
*
La Švarc ha mappato tutto il mondo con i suoi versi. Non è poeta da Genesi: il
suo dettato poetico esaurisce l’universo per accumulo, fino a portarlo dritto
dinanzi all’Apocalisse. Da qui nasce l’ansia, l’esigenza di una tabula rasa, di
un mondo nuovo o diverso, un mondo che può vivere in fondo anche di
incomprensione e che non s’arrende alla tirannia di logica e causalità. Ci sia
concesso il dono di non capire. Lasciamo fare ai versi. Essi possono tutto. La
poesia della Švarc è un’appassionata dichiarazione di fede e amore per la
parola. Arca che offre riparo ad animali e superstiti e piante. La Švarc amava
le stelle. Ne riempie le sue poesie. Che cosa comprendiamo noi di questi lontani
agglomerati di gas e luce, impertinenti come nei sulla pelle oscura della notte?
*
Margherita vola sopra Mosca. E questo folle volo lo compie la Švarc nelle notti
di plenilunio. Eccola che s’avvinghia a una Vergine che plana dall’alto su
Venezia. Una Vergine, sorta di Giovanna d’Arco, apparsa nel mondo per prendere
con sé tutti i peccati. E dall’alto vede macchie di colore, San Marco che bela
come un dolce agnello, gabbiani che disegnano traiettorie mortali. Venezia piano
piano si dilegua e come un drago a scaglie d’oro si immerge nelle onde azzurre.
*
Favola è il mondo, favola sono gli amanti. Gogol’ e Bulgakov sono i grandi
invitati. Chlebnikov fa loro strada. Entrano in scena gatti grigi: e smaniano e
gnaulano e sbraitano. Sono gli amanti colti da metempsicosi. E le donne si
trasformano in volitive gatte con lunghe vibrisse. E i volti di tutti si
chiazzano di quel buio che affiora nell’ora del peccato. E la notte stessa,
bestia feroce, avvolge qualsiasi cosa nella sua ombra finché il primo squarcio
di luce dell’alba farà rientrare tutti nei ranghi.
*
Delle copiose nevicate nelle grandi città si ricorda solo il primo giorno di
precipitazione. Quasi non si fa caso al secondo: sembra che la neve, da evento
irripetibile e miracoloso, venga derubricata a puro evento meteorologico. Sul
mattino della seconda neve, quando altri fiocchi si depositano sulla coltre del
giorno precedente e la sigillano, si posa un velo di dolce oblio. Si tratta di
una delle feritoie del tempo e da là, da quella stretta e inattesa fessura,
spira un vento che soffia sui giorni come sui bastoncini colorati dello
Shanghai.
*
È una poesia di angeli e di candele. Immagini angeli che reggono le volte dei
maestosi palazzi pietroburghesi o si danno convegno nei dimessi cortili delle
periferie. Angeli che sono a un tempo creature di spirito e fedeli compagni del
nostro quotidiano. I versi della Švarc contengono il balbettio di un angelo. Il
poeta vive in un luogo remoto – forse un’isola – e da un campanile lo sguardo
abbraccia tutto: non si tratta né di cielo né di terra, ma di un altrove dove
giunge il canto degli storpi e la novella degli angeli. Testimoni del miracolo,
noi e gli angeli. Gli opposti si incontrano e si fondono, così come il sublime e
il grottesco. Scrivere versi è opera di alchimia, rinvenire l’oro del tempo.
> “Amo i versi scafati, che fissano, esaminano la terra. Esperienze. Esperienze.
> Ma anche questa è una fuga dalla poesia. Poesia autentica è un’altra – quella
> con ali di cigno. Ma c’è anche l’alchimia – la distillazione di parole e
> pensieri. Ho voglia di condurre le parole a un tale livello di
> materializzazione, alla leggera carne degli angeli, così che esse vadano a
> popolare il cielo, qualora sia vuoto.”
*
Alla fine di tutto, alla fine dei giorni, cosa rimane di questo dondolio tra i
millenni? Perché sì, la poesia attraversa il tempo come il lungo stoppino di una
candela che arde per tutta la sua lunghezza fino alla fiamma divina. Restano le
maschere che la storia ci consegna. Restano storie e vite che ci piace inventare
per un anticipo d’immortalità. Succede che i versi della Švarc conferiscano
nuova vita e nuovi versi a Cynthia, la protagonista delle elegie di Properzio e
a sua volta poetessa. Scrive la Švarz in una delle sue incantevoli prose:
> “Un tempo Pindaro si addormentò sul monte Elicona, dimora delle Muse, e
> divenne un alveare: dalla sua bocca presero il volo le api. Destatosi, si mise
> a cantare in versi. Quando mi desterò io, i miei versi si sparpaglieranno come
> api, ciascuno verso il proprio destino, ronzando e danzando, e prenderanno
> interamente il mio posto.”
Leggiamo questi versi rischiarati dalla fievole luce di una candela.
Lorenzo Giacinto
**
Temporale sulla radura
Specie di lacrime nere – a punteggiare
i cuscini di feltro delle scabiose:
un pugno di bombi a ognuna.
Una libellula (luci celesti nel capino diafano) –
ad addossarsi alla terra
prima del temporale, squagliandosi nell’erba alta.
D’un tratto un vento sommesso e sinistro
prese a soffiare da sud,
come il pensiero che è morto un amico.
Nei cieli corse un rullo,
fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli,
corse un tremito tra i fili d’erba,
stettero lì come ombre incorporee –
impallidì l’epilobio,
sbiancarono l’origano e la verbena.
Rumore in cielo di baule strascinato,
– pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio –
di secchio rugginoso ribaltato,
un raccapriccio lampone ne fu spanto;
io ero, allora, come un bombo, una frazione,
un dettaglio in quell’estate.
il pensiero che è morto un amico.
Nei cieli corse un rullo,
fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli,
corse un tremito tra i fili d’erba,
stettero lì come ombre incorporee –
impallidì l’epilobio,
sbiancarono l’origano e la verbena.
Rumore in cielo di baule strascinato,
– pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio –
di secchio rugginoso ribaltato,
un raccapriccio lampone ne fu spanto;
io ero, allora, come un bombo, una frazione,
un dettaglio in quell’estate.
La lingua argentina del lampo
in quell’istante mi passò sul cuore,
che sorrise selvatico,
e io venni inghiottita, inghiottita
in un porpora di fragola.
Rotolò oltre il covone dell’estate,
seminando moscerini, uccelli, bacherozzi,
oblio, edera, cuscuta
e un ruminìo di fragola.
1991
*
Non cessare di crearmi,
fammi girare sulla ruota del vasaio,
divento più guizzante e variopinta
quanto più serra la gola la Vita.
Non stancarti di mutarmi,
sennò la morte mi raggrumerà,
e se mi soffi dentro il cuore
lieviterò come vetro iridescente
e nella Tua celeste magione
irromperò come una trottola rotante.
Lascia che questo mondo si crei,
anche di sabato, per congedo,
secondando la Tua ispirazione –
negli alberi è di nuovo gorgoglìo.
1996
*
A Morfeo
Dio amante delle anime nude, spoglie,
dio di occulte passionucole e segrete paure,
invii in sogno alla vestale un pervertito,
un violatore, perché non ci sia onta:
“Non io mi sono data – mi hanno presa.”
Il geloso si sogna in una gabbia di ferro
a guardare l’amica spassarsela con un altro
e lasciarsi andare a un riso crudele…
Non hai pietà del puro fanciullo,
che trema tutto nel sogno e si contrae,
e a un tratto strilla nel terrore, svegliandosi,
fino alla morte serbando un segreto terrore.
Morfeo, con la candela, ti insinui come la notte
per un sentiero nascosto nel cervello. Ma sappi che
se non mi invierai sogni luminosi,
puri e chiari come vele sul mare,
non mi addormenterò mai più, per farti ripicca.
Tutta la notte mi farò investire d’acqua
fredda, obbligherò le serve al canto fino all’alba.
Che in sogno io veda, Morfeo, soltanto il Nulla.
*
Imitazione di Boileau
Mi piacciono i versi somiglianti a tram,
che sfrecciano sonando e tintinnando, eppure,
benché di sghembo, specchiano nei loro vetri
cortili, palazzi e fioca luce di luna,
luce di cecità: riverbero di veglia notturna
e corti ciocchi di rime grossolane.
Si invaghisce di sé il poeta, è avido di lode,
sempre giardino e giardiniere di sé stesso.
Nel suo metro sdrucito, dove Dioniso alberga,
un gatto insazio pare abbia dato in salti e morsi.
Furia e semplicità stanno sempre alla base,
come per chi ideò i composti del sangue.
La lingua natia è come un vecchio fido cane.
Se sei dei suoi, tirale pure la coda.
Ma, giovane amico, ritengo mio dovere
avvertirti: la Musa ha i tratti del lupo.
E se con quella tremenda fanciulla hai trafficato,
sorbisciti la zuppa riscaldata della solitudine.
Il poeta è un occhio – te ne avvedrai più tardi –
legato per un attimo a una divinità ruggente,
occhio malconcio su un filo sanguigno, occhio che ha
accolto in sé, per un istante, il dolore e la gloria del mondo.
1971
*
Ricordarsi dell’affresco Battesimo di Fra’ Beato Angelico vedendo la testa di
Giovanni il Battista a Roma
Cadde una rosa grigia e rinserrò il Giordano,
e, con acqua nella mano chiusa, Giovanni balzò in cielo.
Leggera e umidiccia, una nebbia d’alba si dissipava al di sopra del fiume.
Giovanni contrae la mano quasi vi avesse un carbone ardente o fuoco
e dischiude il suo robusto palmo sopra Dio.
Pare che versi colore, innaffi un fiore invisibile;
corre il sangue del fiume e in Dio si riversa come in uno scolo:
fiorisci, fiorisci, dunque, mio Creatore e Signore,
bruciavi nell’arsura del deserto, io venni a portare refrigerio.
Rinfrèscati, ristòrati, mio invisibile fiore,
verrà l’uomo a reciderti – lui che è crudele.
Chiedesti acqua al mondo e ridésti vino,
sangue – e l’uomo, che è crudele, ne abbisogna.
Ma Giovanni si sparse su Dio come pioggia
giordana – e si dissolse, svaporò come parole.
E in una chiesa romana sta una testa picea,
nera di sgomento e di lungaggini da calendario,
sta come lapis niger,
ben sapendo che, in silenzio, spunterà un’alba grigia.
Nelle orbite vuote io lessi non vano il nostro affanno.
Un sole umido quella sera si strizzava, senza ardere,
come spugna e medusa. Sul ponte di un Tevere infoschito
disperazione e speranza si azzuffavano, senza far parola,
come putti incolleriti – due capri e due re.
2002
*
Quando sorvolo l’acqua scura
e mi libro sopra i boschi neri,
non tengo nelle tasche quasi nulla:
tabacco mescolato a versi russi.
Quando l’angelo mi porterà via l’anima,
l’abbraccerà nella nebbia, dandola poi alle fiamme,
non avrò corpo, né lacrime, ma
solo una sacca nel cuore e, dentro, versi.
Ma prima che piombi nel fuoco spalancato:
non arderla, – ti supplico – lasciami questa inezia;
e dice l’angelo: lasciala, non toccarla,
è tutta intrisa di veleno luminoso.
Poesie tradotte da Alessandro Niero tratte da: Elena Švarc, Mattino della
seconda neve, Bompiani editore
L'articolo “La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena
Švarc proviene da Pangea.