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“La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena Švarc
Di Elena Švarc colpiscono soprattutto gli occhi. Ricordano spazi senza fine, tundra e nidi di aquile. In una foto in bianco e nero il suo sguardo di brace accarezza e incenerisce celesti lontananze. Quando per la prima volta ho letto i suoi versi, con colpevole ritardo, ho sentito entrare in azione una nave rompighiaccio. Qualcosa come l’innesco di un ordigno si cela dietro il ritmo del suo dettato poetico. Fiera-fiore è il titolo di una delle poesie più belle: ecco, ho pensato, la Švarc vive in questo cristallo di grazia sempre minacciato dall’artiglio della bestia. Esiste tenerezza nello sconquasso, una muta compostezza nei gesti del tumulto. C’è un non so che di fiaba crudele nell’opera luminosa della Švarc. * Perché parlare della biografia, seguire il ritmo ordinario delle stagioni e degli anni? Di un altro tempo è figlia la Švarc, un tempo noto soltanto alle stelle. D’altronde, sui calendari non trova posto l’inspiegabile. Altro supporto, altra lingua pretende il miracolo. Puro e chiaro come vele sul mare. Elena Švarc nasce nel 1948 a Leningrado e qui (si dovrebbe dire a San Pietroburgo) si spegne a sessantadue anni. Due astri luminosi orbitano sin dall’inizio attorno alla sua esistenza: un amore viscerale per il teatro e un’attrazione fatale per la poesia.  Un frammento in prosa, tradotto e pubblicato nella magnifica antologia curata da Alessandro Niero Mattino della seconda neve, ha il sapore di una lucidissima profezia: > “Oggi è il venti aprile e presto avrò diciott’anni. E voglio che mi caccino > dall’università così da poter scrivere versi e solo scrivere versi. Oh, > Signore, aiutami – e io passerò la mia giovinezza in una afosa stanza, accanto > ai matracci e alle storte. E trasformerò la pietra in oro, le parole in versi > vivi e abbacinanti.” Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam, Brodskij: quella fulgida linea che unisce la schiera dei massimi poeti pietroburghesi trafigge nel petto anche la Švarc. Cosa non darei per incontrarla, osservarla nella luce diafana di un’alba così minuta e simile a un elfo; così grande come l’ombra che proiettava su tutta la città, dai canali in su fino a Sant’Isacco avvolta in una polvere d’oro… * Accade tutto nell’universo poetico della Švarc. Accade, per esempio, che una città si trasformi in un gigantesco rospo orante, che i demoni si riversino nel mondo come irsuti orsi azzurri (se ci ascolti, oh Chlebnikov, batti un colpo), che il cuore diventi un pulcino astrale. La metamorfosi è la forza che governa i versi della Švarc: un continuo cedere degli argini alla piena della creazione incessante. Sospensione dell’incredulità, il lampo del miracolo nell’orizzonte feriale della vita. E a questo miracolo dare spazio, e accudirlo amorevolmente finché un giorno lo vedrai tirar fuori la buffa testolina di talpa dall’oscurità della terra.  * Il poeta è un occhio – dice la Švarc – legato per un attimo a una divinità ruggente. In questo occhio trovano riparo, per un istante, il dolore e la gloria del mondo. La poesia è corpo, il corpo stesso vorrebbe farsi canto poetico. Scrivere versi è sostenere un corpo a corpo faticoso e fangoso con la limitatezza dei propri sensi. Si vorrebbe abbracciare tutto il mondo e stringerlo a sé vicino al cuore, vivere tutte le epoche passate e quelle future, tendere un’imboscata al tempo rubando le briciole di pane che segnano la strada nei boschi. Tutto questo, il rombare dei millenni, la Švarc lo avverte nei polsi. La fatica del vento che spazza i crocevia, la millenaria disciplina dei campi di grano, il primo temporale del mondo e l’ultimo prima del Diluvio: temi della poesia della Švarc, enormi e piccoli come semi di anguria. E ancora, volpi che s’aggirano come fiaccole nel buio delle foreste, volpi parlanti che conoscono il segreto della poesia, semplice e indecifrabile come le pitture di Lascaux.  * La Švarc ha mappato tutto il mondo con i suoi versi. Non è poeta da Genesi: il suo dettato poetico esaurisce l’universo per accumulo, fino a portarlo dritto dinanzi all’Apocalisse. Da qui nasce l’ansia, l’esigenza di una tabula rasa, di un mondo nuovo o diverso, un mondo che può vivere in fondo anche di incomprensione e che non s’arrende alla tirannia di logica e causalità. Ci sia concesso il dono di non capire. Lasciamo fare ai versi. Essi possono tutto. La poesia della Švarc è un’appassionata dichiarazione di fede e amore per la parola. Arca che offre riparo ad animali e superstiti e piante. La Švarc amava le stelle. Ne riempie le sue poesie. Che cosa comprendiamo noi di questi lontani agglomerati di gas e luce, impertinenti come nei sulla pelle oscura della notte? * Margherita vola sopra Mosca. E questo folle volo lo compie la Švarc nelle notti di plenilunio. Eccola che s’avvinghia a una Vergine che plana dall’alto su Venezia. Una Vergine, sorta di Giovanna d’Arco, apparsa nel mondo per prendere con sé tutti i peccati. E dall’alto vede macchie di colore, San Marco che bela come un dolce agnello, gabbiani che disegnano traiettorie mortali. Venezia piano piano si dilegua e come un drago a scaglie d’oro si immerge nelle onde azzurre. * Favola è il mondo, favola sono gli amanti. Gogol’ e Bulgakov sono i grandi invitati. Chlebnikov fa loro strada. Entrano in scena gatti grigi: e smaniano e gnaulano e sbraitano. Sono gli amanti colti da metempsicosi. E le donne si trasformano in volitive gatte con lunghe vibrisse. E i volti di tutti si chiazzano di quel buio che affiora nell’ora del peccato. E la notte stessa, bestia feroce, avvolge qualsiasi cosa nella sua ombra finché il primo squarcio di luce dell’alba farà rientrare tutti nei ranghi. * Delle copiose nevicate nelle grandi città si ricorda solo il primo giorno di precipitazione. Quasi non si fa caso al secondo: sembra che la neve, da evento irripetibile e miracoloso, venga derubricata a puro evento meteorologico. Sul mattino della seconda neve, quando altri fiocchi si depositano sulla coltre del giorno precedente e la sigillano, si posa un velo di dolce oblio. Si tratta di una delle feritoie del tempo e da là, da quella stretta e inattesa fessura, spira un vento che soffia sui giorni come sui bastoncini colorati dello Shanghai.  * È una poesia di angeli e di candele. Immagini angeli che reggono le volte dei maestosi palazzi pietroburghesi o si danno convegno nei dimessi cortili delle periferie. Angeli che sono a un tempo creature di spirito e fedeli compagni del nostro quotidiano. I versi della Švarc contengono il balbettio di un angelo. Il poeta vive in un luogo remoto – forse un’isola – e da un campanile lo sguardo abbraccia tutto: non si tratta né di cielo né di terra, ma di un altrove dove giunge il canto degli storpi e la novella degli angeli. Testimoni del miracolo, noi e gli angeli. Gli opposti si incontrano e si fondono, così come il sublime e il grottesco. Scrivere versi è opera di alchimia, rinvenire l’oro del tempo. > “Amo i versi scafati, che fissano, esaminano la terra. Esperienze. Esperienze. > Ma anche questa è una fuga dalla poesia. Poesia autentica è un’altra – quella > con ali di cigno. Ma c’è anche l’alchimia – la distillazione di parole e > pensieri. Ho voglia di condurre le parole a un tale livello di > materializzazione, alla leggera carne degli angeli, così che esse vadano a > popolare il cielo, qualora sia vuoto.” * Alla fine di tutto, alla fine dei giorni, cosa rimane di questo dondolio tra i millenni? Perché sì, la poesia attraversa il tempo come il lungo stoppino di una candela che arde per tutta la sua lunghezza fino alla fiamma divina. Restano le maschere che la storia ci consegna. Restano storie e vite che ci piace inventare per un anticipo d’immortalità. Succede che i versi della Švarc conferiscano nuova vita e nuovi versi a Cynthia, la protagonista delle elegie di Properzio e a sua volta poetessa. Scrive la Švarz in una delle sue incantevoli prose:  > “Un tempo Pindaro si addormentò sul monte Elicona, dimora delle Muse, e > divenne un alveare: dalla sua bocca presero il volo le api. Destatosi, si mise > a cantare in versi. Quando mi desterò io, i miei versi si sparpaglieranno come > api, ciascuno verso il proprio destino, ronzando e danzando, e prenderanno > interamente il mio posto.” Leggiamo questi versi rischiarati dalla fievole luce di una candela. Lorenzo Giacinto ** Temporale sulla radura Specie di lacrime nere – a punteggiare i cuscini di feltro delle scabiose: un pugno di bombi a ognuna. Una libellula (luci celesti nel capino diafano) – ad addossarsi alla terra prima del temporale, squagliandosi nell’erba alta. D’un tratto un vento sommesso e sinistro prese a soffiare da sud, come il pensiero che è morto un amico. Nei cieli corse un rullo, fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli, corse un tremito tra i fili d’erba, stettero lì come ombre incorporee – impallidì l’epilobio, sbiancarono l’origano e la verbena. Rumore in cielo di baule strascinato, – pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio – di secchio rugginoso ribaltato, un raccapriccio lampone ne fu spanto; io ero, allora, come un bombo, una frazione, un dettaglio in quell’estate. il pensiero che è morto un amico. Nei cieli corse un rullo, fiaccando all’istante le foglie nei bassi cespugli, corse un tremito tra i fili d’erba, stettero lì come ombre incorporee – impallidì l’epilobio, sbiancarono l’origano e la verbena. Rumore in cielo di baule strascinato, – pareva lassù ci si apprestasse a un viaggio – di secchio rugginoso ribaltato, un raccapriccio lampone ne fu spanto; io ero, allora, come un bombo, una frazione, un dettaglio in quell’estate. La lingua argentina del lampo in quell’istante mi passò sul cuore, che sorrise selvatico, e io venni inghiottita, inghiottita in un porpora di fragola. Rotolò oltre il covone dell’estate, seminando moscerini, uccelli, bacherozzi, oblio, edera, cuscuta e un ruminìo di fragola. 1991 * Non cessare di crearmi, fammi girare sulla ruota del vasaio, divento più guizzante e variopinta quanto più serra la gola la Vita. Non stancarti di mutarmi, sennò la morte mi raggrumerà, e se mi soffi dentro il cuore lieviterò come vetro iridescente e nella Tua celeste magione irromperò come una trottola rotante. Lascia che questo mondo si crei, anche di sabato, per congedo, secondando la Tua ispirazione – negli alberi è di nuovo gorgoglìo. 1996 * A Morfeo Dio amante delle anime nude, spoglie, dio di occulte passionucole e segrete paure, invii in sogno alla vestale un pervertito, un violatore, perché non ci sia onta: “Non io mi sono data – mi hanno presa.” Il geloso si sogna in una gabbia di ferro a guardare l’amica spassarsela con un altro e lasciarsi andare a un riso crudele… Non hai pietà del puro fanciullo, che trema tutto nel sogno e si contrae, e a un tratto strilla nel terrore, svegliandosi, fino alla morte serbando un segreto terrore. Morfeo, con la candela, ti insinui come la notte per un sentiero nascosto nel cervello. Ma sappi che se non mi invierai sogni luminosi, puri e chiari come vele sul mare, non mi addormenterò mai più, per farti ripicca. Tutta la notte mi farò investire d’acqua fredda, obbligherò le serve al canto fino all’alba. Che in sogno io veda, Morfeo, soltanto il Nulla. * Imitazione di Boileau Mi piacciono i versi somiglianti a tram, che sfrecciano sonando e tintinnando, eppure, benché di sghembo, specchiano nei loro vetri cortili, palazzi e fioca luce di luna, luce di cecità: riverbero di veglia notturna e corti ciocchi di rime grossolane. Si invaghisce di sé il poeta, è avido di lode, sempre giardino e giardiniere di sé stesso. Nel suo metro sdrucito, dove Dioniso alberga, un gatto insazio pare abbia dato in salti e morsi. Furia e semplicità stanno sempre alla base, come per chi ideò i composti del sangue. La lingua natia è come un vecchio fido cane. Se sei dei suoi, tirale pure la coda. Ma, giovane amico, ritengo mio dovere avvertirti: la Musa ha i tratti del lupo. E se con quella tremenda fanciulla hai trafficato, sorbisciti la zuppa riscaldata della solitudine. Il poeta è un occhio – te ne avvedrai più tardi – legato per un attimo a una divinità ruggente, occhio malconcio su un filo sanguigno, occhio che ha accolto in sé, per un istante, il dolore e la gloria del mondo. 1971 * Ricordarsi dell’affresco Battesimo di Fra’ Beato Angelico vedendo la testa di Giovanni il Battista a Roma Cadde una rosa grigia e rinserrò il Giordano, e, con acqua nella mano chiusa, Giovanni balzò in cielo. Leggera e umidiccia, una nebbia d’alba si dissipava al di sopra del fiume. Giovanni contrae la mano quasi vi avesse un carbone ardente o fuoco e dischiude il suo robusto palmo sopra Dio. Pare che versi colore, innaffi un fiore invisibile; corre il sangue del fiume e in Dio si riversa come in uno scolo: fiorisci, fiorisci, dunque, mio Creatore e Signore, bruciavi nell’arsura del deserto, io venni a portare refrigerio. Rinfrèscati, ristòrati, mio invisibile fiore, verrà l’uomo a reciderti – lui che è crudele. Chiedesti acqua al mondo e ridésti vino, sangue – e l’uomo, che è crudele, ne abbisogna. Ma Giovanni si sparse su Dio come pioggia giordana – e si dissolse, svaporò come parole. E in una chiesa romana sta una testa picea, nera di sgomento e di lungaggini da calendario, sta come lapis niger, ben sapendo che, in silenzio, spunterà un’alba grigia. Nelle orbite vuote io lessi non vano il nostro affanno. Un sole umido quella sera si strizzava, senza ardere, come spugna e medusa. Sul ponte di un Tevere infoschito disperazione e speranza si azzuffavano, senza far parola, come putti incolleriti – due capri e due re. 2002 * Quando sorvolo l’acqua scura e mi libro sopra i boschi neri, non tengo nelle tasche quasi nulla: tabacco mescolato a versi russi. Quando l’angelo mi porterà via l’anima, l’abbraccerà nella nebbia, dandola poi alle fiamme, non avrò corpo, né lacrime, ma solo una sacca nel cuore e, dentro, versi. Ma prima che piombi nel fuoco spalancato: non arderla, – ti supplico – lasciami questa inezia; e dice l’angelo: lasciala, non toccarla, è tutta intrisa di veleno luminoso. Poesie tradotte da Alessandro Niero tratte da: Elena Švarc, Mattino della seconda neve, Bompiani editore  L'articolo “La Musa ha i tratti del lupo”. Appunti sparsi sulla poesia di Elena Švarc proviene da Pangea.
July 31, 2026 / Pangea
“Passione per l’assoluto”. Mistiche, cioè: donne allo stato selvaggio. Dialogo con Lucetta Scaraffia
Nel 1988 Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi pubblicarono, per Marietti, un’antologia di Scrittrici mistiche italiane. Il libro, straordinario, finito fuori dai radar editoriali da tempo –nello schema generale, è riproposto in Mistiche, Magog, 2025, a cura di Alessandro Deho’ –, testimonia una sorta di contro canone della nostra letteratura. Le “mistiche” contemplate da Pozzi e Leonardi – non tutte contemplative, dacché si contempla, come scriveva Cristina Campo, “preparando torte, lavando le stoviglie, prendendosi cura degli altri”; dalle notissime, Angela da Foligno, Caterina da Siena, Veronica Giuliani, alle purissime ignote, Osanna Andreasi, Maria Celeste Crostarosa, Angela Gavazzi – sono state spesso vessate, marginalizzate, processate. Del cristianesimo, propongono la via eccezionale, degli eccessi; la via oscura.  Tra queste, alcune sono state madri e mogli, altre prostitute (Caterina Vannini); Carlo Emilio Gadda preferiva Maria Gaetana Agnesi, “matematichessa e filosofa”, donna d’alto ingegno – insegnò matematica all’Università di Bologna, nel 1750 – che si diede alle opere di carità e alla teologia senza appartenenza ad alcun ordine. Di queste donne, scrittrici per estro e per necessità, sono proprie l’ossimoro e la tautologia, “figure linguistiche di frontiera”, che sfidano “l’ineffabile”. Ossimoriche e tautologiche, piuttosto, sono le “Otto mistiche laiche del Novecento” riferite da Lucetta Scaraffia in Dio non è così (Bompiani, 2025), donne “di frontiera”, “ineffabili”, protagoniste di un  > “tipo di esperienza mistica di natura spontanea, oserei dire selvaggia… non > nella gabbia di schemi consolidati e accettati, ma con una libertà nuova” > (Scaraffia).  Donne di rottura, donne dirompenti.  Alle biografie più attese – Simone Weil, Chiara Lubich, Romana Guarnieri –, redatte con mano partecipe, a tratti impetuosa, seguono profili spiazzanti: quello di Banine, ad esempio, l’audace scrittrice di origine azera che scandalizzò i salotti di Parigi, amante-amica di Henry de Montherlant e di André Malraux, baccante supplice di Ernst Jünger (si legga: Banine, Incontri con Ernst Jünger, De Piante-Terra Insubre, 2021), che nel folgorante diario, Ho scelto l’oppio (Massimo, 1965; riprodotto in parte dalle edizioni Magog, 2022), racconta la catabasi nella conversione (fino al desiderio di sedurre il proprio confessore). Il libro è aperto dal profilo di Catherine Pozzi, poetessa di vitrea sapienza, amata da Paul Valéry – che, in sostanza, non la capì –, amica di Rilke, pari, per vertigine, secondo Michel de Certeau, alla grande mistica Hadewijch. “Essere donne, essere in un certo senso sempre irregolari, dà a tutte una ampiezza di vedute che la porta a scelte innovative”, scrive la Scaraffia: l’abbiamo contattata. Non credo sia un caso la citazione, in esergo, di Benedetto XVI: “Querere Deum – cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui”. Era il settembre del 2008, il santo padre parlava a Parigi, al Collège des Bernardins.  > “Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come > non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della > ragione”.  Disse questo, tra l’altro.  Circoscriviamo il termine. Cosa intende per “mistica”?  Per mistica intendo passione per l’assoluto, ricerca di raggiungere un contatto personale con l’assoluto. Quando parla di mistica “selvaggia” mi ricorda Paul Claudel che aveva coniato, a proposito di Rimbaud, la formula “mistico allo stato selvaggio”. Come dobbiamo dunque intendere la mistica “femminile”?  Mistica selvaggia perché è esperienza vissuta al di fuori dei codici imposti dalla religione, che ha cercato di controllare l’esperienza mistica e di certificarla distinguendola in buona e cattiva, cioè demoniaca. Queste otto donne non erano alla ricerca di una codificazione da parte religiosa istituzionale, sia perché non erano religiose professe sia perché se lo potevano permettere: nel ’900 non correvano più il pericolo di venire punite come eretiche. Una libertà dalla religione istituzionale che si configura anche come libertà dal controllo maschile. Per questo penso che fossero tutte, più o meno consapevolmente, femministe: del resto lo prova la loro vita. Proseguendo e variando la domanda precedente: la mistica esprime il proprio misticismo attraverso il linguaggio, oppure nell’agire nel tempo? Insomma, qual è il carisma del misticismo? Esistono diversi tipi di misticismo, anche se quello più noto è quello certificato dal linguaggio, cioè dal racconto diretto delle esperienze mistiche. Queste donne, quasi tutte fini intellettuali, hanno raccontato la loro esperienza per scritto, in modi diversi fra di loro, e con modalità diverse da quelle tradizionalmente attribuite alla narrazione dell’esperienza mistica. Proprio per questo svolge un ruolo importante anche la loro vita che, in tutti i casi, dimostra la possibilità di sperimentare un rapporto intenso con l’assoluto all’interno di vite normali, segnate da una professione, spesso una famiglia e comunque anche rapporti intensi e perfino trasgressivi con uomini. In questo si misura tutta la loro libertà. Lei è Lucetta Scaraffia Mistica, di solito, si lega a un pensare e a un vivere eterodosso. È davvero così? Perché? In realtà, nella storia del cristianesimo, mistica si lega a una vita super ortodossa, rinchiusa al mondo, dedicata a una ascesi totale. Il controllo esercitato sulle mistiche imponeva loro di provare la verità del rapporto con il divino attraverso una vita di rinunce. Lo stile di vita eterodosso, legato a una mistica che possiamo definire “selvaggia”, nasce dalla particolare posizione morale in cui si trova a vivere chi sperimenta queste esperienze, al di sopra del bene e del male. Le mistiche sono un punto permanente di contraddizione. La loro, mi pare, è la purezza nell’impurità. In questo, sono autenticamente ‘cristiane’. Mi sbaglio? Eppure, come penetra il ‘religioso’, la danza dell’invisibile, nella biografia delle donne di cui scrive? Certo le loro biografie sono ricche di contraddizioni. Il religioso penetra come ricerca di qualcosa di più, di un amore assoluto del quale provano una sete inesauribile, quasi dolorosa. La mistica e la Storia. Come si colloca l’esperienza, singolarissima, delle ‘sue’ donne nelle temperie del secolo, del mondo, del mondano?  Le mie donne sono completamente immerse nel mondano, nella storia del loro tempo, fino alla fine. L’esperienza mistica non le pone fuori dal mondo, ma suggerisce loro una lettura diversa del mondo in cui vivono e in cui continuano a vivere. Una lettura che comunicano agli altri, attraverso poesie, diari, saggi, lettere, assolutamente originali. Quale, tra le figure che ha scelto, l’ha sorpresa per l’audacia, per la ‘sconvenienza’? Direi Banine, la musulmana atea che nei suoi libri autobiografici racconta con ironia di avere fatto quello che noi oggi chiamiamo la escort, che non rinnega niente della sua vita avventurosa e difficile, e che sa far crescere la sua sete di conoscenza intellettuale in sete di conoscenza mistica e raccontarla. Mi pare, a bracciate, che la mistica italiana più mistica di tutte, per anomalia, sia Cristina Campo. Lei non l’ha rubricata, non l’ha detta. Come mai? Certo che ho letto Cristina Campo, che amo moltissimo. Ma più che una mistica mi è sembrata una cacciatrice di misticismo, che sa riconoscere a raccontare, e soprattutto far scoprire e amare. Ma non mi è mai sembrata una mistica lei stessa, se pure una donna di straordinaria sensibilità. Ho anche trascurato Etty Hillesum, che certo era una mistica della stessa famiglia delle mie otto mistiche, ma sulla quale si è già detto e scritto tanto. Ugualmente non ho inserito Maria Zambrano, che considero mistica, perché non sono riuscita a trovare documentazione esauriente sulla sua vita. Le chiedo un giudizio sul pontificato di Francesco. Che ruolo hanno avuto le ‘mistiche’, diciamo così, nel suo governo?  Papa Francesco non è mai stato interessato alle parole delle donne, neppure se mistiche. Spero che questo papa sia equilibrato e prudente, che ristabilisca pace e armonia in una chiesa lacerata. Non ho speranze per il ruolo delle donne: nessun gruppo di potere ha mai ceduto il suo potere spontaneamente. Solo le religiose possono combattere e ottenere dei risultati veramente significativi, cosa che fino ad ora non è avvenuta. *In copertina: una immagine da “Persona”, film di Ingmar Bergman del 1966 L'articolo “Passione per l’assoluto”. Mistiche, cioè: donne allo stato selvaggio. Dialogo con Lucetta Scaraffia proviene da Pangea.
June 23, 2025 / Pangea
William Carlos Williams, il poeta della primavera, della “Sacra luce dell’amore”
Nel marzo del 1963, con il cuore di vetro, “quando bastano tre note di musica per scoppiare a piangere”, Cristina Campo scrive a “Mita” – cioè Margherita Pieracci Harwell – che “è morto, giorni fa, William Carlos Williams. Ora non c’è più nessuno da amare, nella poesia”.  Per la precisione, William Carlos Williams era morto il 4 marzo, a Rutherford, New Jersey, dove era nato, 79 anni prima. Si sbaglierebbe, tuttavia, a crederlo un poeta sedentario, seduto. Nei tratti del viso, aperti, solari, primaverili – “la primavera, il caldo tempo che torna malgrado tutto”, è, secondo la Campo, il carisma della poesia di Williams – s’intravede la geologia familiare: papà di origini inglesi cresciuto nella Repubblica Dominicana, madre di Porto Rico con ascendenze francesi, basche, e finiture ebraiche. In Ritratto dell’autore, il poeta parla di sé parlando della betulla – “Le betulle sono una follia di puntolini verdi/ il limitare del bosco brucia del loro verde” –, che per gli sciamani siberiani è l’albero cosmico, “un albero di luce… simbolo di saggezza” (così Alfredo Cattabiani, Florario, Mondadori, 1996).  Il poeta aveva studiato a Ginevra, a Parigi, a Filadelfia. Si era perfezionato in Germania. Tornato a Rutherford, Williams esercitò come medico pediatra: “nel corso di mezzo secolo aiutò a venire al mondo più di duemila bambini nella sua piccola città” (Luigi Sampietro). Il dettaglio, al di là dei rilievi superficiali – il poeta s’installa nella schiera dei medici-scrittori, Čechov, Bulgakov, Céline, Benn… –, è sostanziale: Williams, pur tra i maestri del “modernismo”, è poeta della vita, della luce, di una poesia coerente e concreta, di cui si fa pasto; è un poeta della primavera. Per questo, non gradì La terra desolata di Thomas S. Eliot, quei versi ingegnosi, disarticolati, meccanici: una “bomba atomica”, la diceva, una catastrofe. In fondo, pensava che Ezra Pound lo avesse tradito. Si conoscevano dagli anni dell’università, in Pennsylvania, “è un bravo ragazzo, icona dell’ottimismo, dai modi eccentrici”: così l’aveva descritto alla madre. Pound, come sempre, si era dato da fare per aiutare quell’amico di genio: a Londra lo aveva presentato a Yeats; lo aveva introdotto nell’alcova di “Poetry”, l’autorevole rivista guidata da Harriet Monroe; ne aveva fatto uno dei suoi scudieri, inserendolo nell’antologia “Des Imagistes” (1914). Nell’Autobiography (1951), William Carlos Williams ricorda una recita universitaria, Pound interpreta una donna, “aveva una parrucca stravagante, gesticolava selvaggiamente, brandiva i seni enormi in un’estasi di estrema emozione”. Per farla breve, William Carlos Williams ha scritto alcune delle poesie in lingua inglese più belle del secolo scorso. “Vivono/ secondo la Sacra luce dell’amore/ che governa,/ osteggiando la disperazione,/ questo giardino”, scrive il poeta in The Mental Hospital Garden. C’è sempre una gioia barbara e imberbe, antimoderna, inebriata e infantile nelle poesie di William Carlos Williams, degno figlio di Walt Whitman: ci vuole il coraggio della gioia a scrivere di un cacciatore che ride mentre conficca “un pugnale da caccia… nelle parti intime dell’animale”, e comprendere, nonostante tutto, che “tu sei un poeta che crede/ nel potere della bellezza/ capace di sanare ogni malattia” (To a Dog Injured in the Street).  Più passa il tempo, più sembra che la diarchia che ha dominato la poesia del secolo debba essere sostituita. Non sono più Thomas S. Eliot e Ezra Pound i reggenti della poesia in lingua inglese, ma William Carlos Williams e Wallace Stevens. Entrambi poeti nottambuli, di traverso, impiegati in professioni aliene alla letteratura (Stevens lavorava per una grande compagnia di assicurazioni). Ma questo è poco importante, ora, chiederebbe troppe spiegazioni.  Piuttosto, William Carlos Williams è tra i rari poeti che migliorano invecchiando. Nel 1953 fu premiato con il Bollingen Prize – quattro anni prima era andato all’amico Pound –, dieci anni dopo ottenne il Pulitzer per Pictures from Brueghel and Other Poems. Nel 1952 era stato eletto “Consultants in Poetry”, massima onorificenza lirica per il mondo americano: gli fu sottratta perché aveva osato scrivere una poesia, Russia, che gli attirò un’accusa di comunismo. Allen Ginsberg lo implorò di introdurre il suo poema psichedelico, Howl. Secondo Cristina Campo, i beat, “quel patetico gruppo inarticolato, che urla a pieni polmoni un’estasi troppo simile al pianto”, non avevano capito nulla di Williams, che pareva, per sapienza rarefatta, un poeta dell’antica Cina, un sapiente alla stregua di Chuang-tzu, “il più solitario della poesia americana contemporanea”. Fu proprio la Campo a tradurre Williams in Italia, insieme a Vittorio Sereni, in due libri di pregio (Il fiore è il nostro segno, nel 1958, per Scheiwiller, e Poesie, Einaudi, 1961).Eppure, la poesia di Williams non ha attecchito nel nostro paese, editorialmente prono a mode più fittizie: per questo, l’antologia curata da Luigi Sampietro e tradotta da Damiano Abeni per Bompiani nel 2023, A un discepolo solitario,colma a tratti un vuoto imbarazzante. Stupisce, piuttosto, che non si faccia cenno al lavoro miliare della Campo: le sue versioni spesso prevalgono, per bellezza di linguaggio, su quelle di Abeni.  Gli ultimi anni della sua vita – dal 1946 al 1958 – Williams li passò scrivendo Paterson, poema epico in cinque libri, una Iliade urbana. Si proponeva di raccontare la città con un linguaggio nuovo, capace di riprodurre “il rumore delle Cascate”. Di questo poema, “opera tra le più importanti della letteratura americana” e che “più di ogni altra ha reso William Carlos Williams una figura fondamentale della nuova poesia americana” (così la quarta dell’edizione Mondadori, a cura di Alfredo Rizzardi, 1997, ormai fuori catalogo) non c’è traccia in questa antologia. Pazienza. Ci restano testi meravigliosi, tra cui spicca Asfodelo, fiore che allude al verde, da imparare a memoria, immane, immedicabile poesia d’amore, dell’“amore che ingoia tutto il resto”.  L’amore ricorre spesso in queste poesie. 64 volte. Ho contato. E sempre nel modo giusto: frontale, olimpico, primaverile.  L'articolo William Carlos Williams, il poeta della primavera, della “Sacra luce dell’amore” proviene da Pangea.
March 13, 2025 / Pangea