Alcuni caratteri di Maurice Chappaz rendono la sua totale inattualità del tutto
attuale. La lotta, strenua, da Chisciotte delle nevi, per difendere il genio del
luogo dalla devastazione dell’industria turistica, ad esempio. Rinfocolare la
tradizione con il lirismo, l’eccezione, l’eccezionale. Non avere timore di
attraversare i ‘generi’; preferire il dilettante all’esperto, l’avventato ai
ragionieri della letteratura. Non avere paura di scandalizzare e di farsi ridere
alle spalle. Non avere paura.
Nato a Losanna il 21 dicembre del 1916, tra gli scrittori svizzeri, Chappaz è il
più estroso, l’inclassificabile. Jacques Vandenschrick, che ha curato per
Gallimard un’antologia di Chappaz, Verdures de la nuit et autres poèmes (2026),
ha trovato una formula persuasiva: “Chappaz è un Rabelais travolto da una
valanga, un poligrafo Rimbaud perduto dentro un Tibet della mente! Suo è il tono
selvatico che consuona con quello dei profeti dell’Antico Testamento, venato da
un paganesimo belluino, brutale: voce cruda che si addolcisce d’improvviso”.
Buona famiglia – stirpe di avvocati e di politici –, studi diseguali, puro
istinto al vagabondaggio (è stato, a volte per indecifrabili mesi, in Lapponia e
in Nepal, in Libano, in Tibet, in Russia, in Cina), Chappaz si unisce alla
scrittrice S. Corinna Bille negli anni Quaranta, dandosi integralmente alla
letteratura. Coltivava la vigna, ha lavorato – durante un periodo di crisi, per
un breve periodo – come geometra per studiare la costruzione della diga della
Grande Dixence, nel Canton Vallese. Disse la vita, l’amore, l’onore delle
amicizie – visse in ritiro, a Veyras, borgo medievale abitato da una manciata di
umani, sulla riva del Rodano, facendone un luogo di propulsione artistica. Alla
morte della moglie, nel 1979, si stabilì nell’abbazia di Le Châble, di proprietà
di famiglia. Fu il primo, negli anni Settanta, con il pamphlet Les Maquereaux
des cimes blanches (“I magnaccia delle bianche cime”) a denunciare l’avidità del
turismo, reo di sradicare ataviche tradizioni, di deturpare i luoghi, di
tradurre il selvaggio in cartolina, l’intoccato in ovovia di selfie, l’incanto
in stazioni sciistiche, ziggurat dell’orrido. Alcuni lo presero per un eroe –
altri per un folle. Il ricordo di Philippe Jaccottet ne dice l’umano estro:
> “Di noi era, è il più originale, il più naturalmente poeta. Ricordo una sera
> trascorsa con lui a Sèvres, da Georges Borgeaud, poco dopo la guerra: lo
> avremmo ascoltato parlare per tutta la notte, era un autentico cantastorie
> d’Oriente. È un miracolo che tale sorgente non si sia mai prosciugata. Come
> Gustave Roud fu legato al suo Jorat, alla sua campagna presto ‘perduta’, così
> Chappaz restò fedele al natio Vallese, ‘naufrago’ – benché si sia avventurato
> in luoghi lontani, non ha mai smesso di riesumarne i canti, di seguirne le
> metamorfosi, non ha mai avuto paura di lottare per difenderne l’integrità. La
> sorgente diventò rivo, il rivo un fiume. Preso dal suo afflato lirico, Chappaz
> ha esplorato ogni registro, compresa la fiaba e la satira, la più feroce:
> eppure, rimase se stesso, sempre, delicato, umano, generosamente vivo, anche
> quando tale facondia non ha prodotto risultati del tutto compiuti. Il filo
> conduttore più segreto e puro della sua poesia, quello che rende Chappaz così
> prossimo a Roud, è nella domanda ‘Chi siamo? Dove andiamo?’ posta in un mondo
> che ha subito sconvolgimenti radicali; è una domanda che potrebbe porsi
> l’usignolo in una notte d’estate, è quella che permea l’intera trama
> dell’opera di Chappaz”.
Scrisse, in sei anni, un diario fluviale – di seimila pagine –, ha tradotto
Virgilio e pubblicato libri raffinati dalle altezze, dunque pieni di cielo,
vertiginosi ai più. Alcuni di questi – Vallese-Tibet. Icona dei contadini di
montagna, L’alta Via, Il Vangelo secondo Giuda – li ha pubblicati in Italia,
anni fa, un coraggioso editore del Lago Maggiore – altro luogo mentale, altro
Tibet dello spirito –, Tararà. È ancora per lo più estranea al nostro mondo la
sua poesia, che non ha paura di essere esuberante, di farsi canto-incanto, di
insistere sul sì: un Petrarca a bordo d’aquila.
In Verdures de la nuit, tra i libri più enfatici, estivi e dolci scritti in
lingua francese nel Novecento (uscito, in origine, nel 1945), sono raccolte
anche le prose più esemplari di questo scrittore con la lanterna. Testament du
Haut-Rhône (1953), ad esempio, dove il lirismo s’installa nell’indagine di sé,
nel sondare il rapporto con il luogo natio, reo di uno stile, di un modo
d’essere, di un alfabeto vivente (esistono lingue carnivore e lingue-gufo, come
esistono poeti-fiume, poeti-fogliame, poeti-sauro, a seconda del luogo in cui il
loro genio germoglia):
> “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Il nostro spirito è preda dei venti
> e delle bufere celesti. Il nostro segreto resta sepolto in una razza animale
> mescolata a piante e a minerali di cui non possiamo più essere testimoni. Il
> puro pensiero di Dio ci ha scoperto. Le tenebre hanno avvolto gli umidi astri
> della nube. Siamo apparsi come ambra su una duna di limo, schegge di resina
> trascinata sull’Oceano. Così è per ogni carne, la nostra fuga senza meta dalla
> nascita alla morte. L’abisso si agita in noi, l’azzardo è il resto del nostro
> niente. Per una statuaria usanza, barattiamo l’eternità con giorni e anni,
> mentre i nomi ci chiamano dalla bocca dell’ombra e ride cristallino il gufo.
> Il mondo lascia il suo pungiglione in noi. Anche se è nuda la fonte, dobbiamo
> leggere le trame della nostra presenza, confrontarci sempre con le tracce
> cancellate”.
È la poesia della gioia e dell’ingenuità, inaccettabile in un tempo letterario
in cui domina il grigio, il colore che sta bene ovunque, che non stona.
L’intonazione di Chappaz, piuttosto, è quella di un uomo del primo mondo, un
uomo dei primordi, delle bestie incise sulla pietra, del sale delle stelle sulle
labbra, proteso verso la meraviglia, dove tutto è erba e annuncio, dove l’uomo è
ancora nudo, puro urlo.
In questa pagina l’esercizio lirico si è complicato. Abbiamo chiesto a Eugenio
Sournia, cantautore, già leader dei Siberia, vincitore del Premio Ciampi, di
entrare in sintonia con il linguaggio ‘vegetale’ di Chappaz. Ecco l’esito.
**
LA MERAVIGLIA DELLA DONNA
Signore, amo a volte l’amore
e l’innocenza:
Quando bruciano i miei desideri,
nevica sul mio cuore (Shakespeare, La tempesta)
O luglio che fiorisce nelle arterie
desidero tutte le cose
Nella rossa memoria del mio sangue
muove il fango, le carni sempre vive
arsura, arsura
là canta la schiuma
infuria la mia sete
Ma tu, tu sei delicatezza
mi sarai data a notte come selva
chi dirà allora ciò che è il tuo cuore?
la piena notte del tuo cuore?
qual silenzio
e poi qual voce canterà nel buio.
Quando su di me ti sarai sporta
diventeranno belle le mie braccia
mi riposerai sul petto e poi sarai
sopra di me come una fonte
il canto della fonte
o tenerezza che dèsti le acque e
dolce la loro abbondanza
Io so che tu somigli alla terra
che ugualmente porti rustici doni
che il tuo corpo è come vero grano
tu dai il pane
dono semplice e buono
che visto può essere e toccato
ricopri l’uomo di messi
sei poi come la frutta degli alberi
e porti con te il sole e la dolcezza
e io ti chiamo latte miele uva.
Poi viene la gioia
voi stagioni, voi materie
siete crollate
oh! smania di dire meraviglia, meraviglia
donna, come sei bella
appare la tua grande natura
scivoli tra le braccia di chi t’ama
perduto ogni raggio di sole
Ora è il fresco silenzio della notte
l’estate va cercata nel tuo cuore
lì va cercata ogni cosa
ho solo voglia di dire
meraviglia, meraviglia
chi canterà la notte? chi l’estate?
Donna, ecco la notte
umida e fresca di prati da sfalcio
più dolce della cima delle foglie
quella che nessuno fila o tesse
tenebre come canapa
tu che della notte sei vestita
essa è sempre, sempre amica
E pure essa io amo
lei che viene a passo di bambina
figlia della grotta e del fiume
o limpida, o buia
notte di profonda abbondanza
ove appare la saggezza
la stessa faccia velata e segreta
del nero Egitto.
Ogni cosa è scomparsa
e la creazione ricomincia nella mollica delle stelle
Pure voglio ritrovare tutto
mi sarai donata
noi ci sdraieremo fianco a fianco
Poi rinfresca una pace sconosciuta
la carne colma di visioni
trema come il vino che matura
corpo e anima vicini a me che riposate
dentro i muri della notte
siete grandi e siete belli
vi conoscerò in un istante
La donna nell’ombra, dove è nuda
è come la fresca, grave primavera.
Gli usignoli cantano radiosi
nel nero:
o sole, nostra gloria e sposo
vivo dentro al giorno
impennato di miele e di grano
sole duro e maturo
diamante rosso nella nostra gola
semenza del fattore di arnie
oro misterioso
che vorrebbe esaurire il bel rigoglio delle querce
o sole, che lodiamo nel giardino buio
l’erba, gli alberi
il cielo d’estate blu piombo
i temporali in forma d’iris
lodiamo i nostri fratelli
l’uomo e la donna
il mondo intero che ricreano
il loro amore, la loro solitudine
nella notte che pare una città.
*
O donna, figlia del fango
porti la creta
dell’uomo e del fiume
e del pollice di Dio
hai sotto di te molte braccia
il podere, i lavori della casa
e la piana, e il cielo
e la terra di Canaan con gli alberi da frutta
O donna, in te tutto è grave e bello
come l’uva rigogliosa
senza impazienza in te s’è unita la natura
Tra gli alberi le alte fustaie blu
gli animali atterriti
cammini così bella e così aperta
e cantano i tuoi passi la tua giovane maestà
Fanciulla tra le onde fanciulla
tra l’erba fanciulla sul sentiero del bosco
Una cosa per l’uomo è possibile
cioè di distendersi accanto a te
o fanciulla
Con gioia dai il tuo corpo forte
più bello dei mondi nuovi
e dove il sangue vuol fuggire
tu sai, nel fondo del tuo cuore
che pure il sole è per me tristezza
e che fa polvere e verdeggia.
– Ma adesso dei nostri due volti
non si vedono più che i capelli
un’emozione che mai ho conosciuto
si è impadronita di me
la tua sagoma fende la notte
i tuoi occhi m’appaiono durante l’amore
spalancati e sfocati
come una velatura
come l’alba immensa che si scioglie.
*
TERRA DI PASQUA
Calme tende piantate nel deserto
terra coperta di vive messi
ove gli alberi fumano…
davanti a me si estende il paese
che ancora ha i tratti del Giardino dell’Eufrate
linfa dolce e mitica, fresca e antica
La primavera mi ritrova in patria
la vista lontana degli alberi
rinfresca gli occhi sempre così ardenti
berrò forse al recinto di viole, pianto dei boschi ombrosi
che circonda la strada simile
a una rovente stella di calce
Il desiderio semina i suoi fuochi languidi
palpitano vermigli i frutti della conoscenza
questi monti queste cime queste cupole nella luce
simili a boschi d’alloro
discendono nel mio cuore.
Dei campi simili a un mare morto
presso ai ciliegi ai lecci alle cinciallegre
sentieri grigio tenue vanno là
dove il passo degli uccelli segna la polvere
questo terreno della grande Vallata
è il regno dell’infanzia e della solitudine
è qui ch’è il tuo solo tesoro
Ah! pura amante dell’infinito anima a tutti ignota
tu possa di morte deliziosa
dissolverti nelle montagne all’alba
tra i banchi vaporosi di sole e il profumo dei boschi
Che ti accolga questa aurora
limpida fresca saporita come la nocciola
che dura tutto il mattino
tra le pietre le erbe selvatiche
le vigne di moscato
del «Dolce Versante».
I sentieri polverosi color garofano bianco
dove affondano i piedi dei piccoli pastori
conducono sopra il piano
verso dei rifugi, degli asili che sempre hai cercato
luoghi percorsi dai soli passi dell’ombra e del sole
monti discosti dove non suona che il cinguettio degli uccelli
La poesia è il dono divino
da altri chiamato amore
il suo corpo è come il miele delle api
versato nella gola deserta
è un profumo delizioso
nutrimento delicato ovunque sparso
migliori del pane sono i baci e il sapore della Sposa
in lei s’apre la rosa canina
in lei risuona il canto del cuculo
nella foresta in primavera
È il tempo dell’amore della terra e del suo delirio
il diluvio degli alberi lo rivolta in un vortice dolce e amaro
spio su di lei questi segni
lei che porta ancora l’impronta notturna del firmamento.
*
Un pallido chiarore divide il cielo
Nella notte morente
i fiori dei ciliegi sono come cenere
i villaggi di creta risaltano
come grandi stelle
il giorno lambisce a poco a poco il paese della rosa
sulla terra risorta folli uccelli s’involano
ancora restano mute le montagne
piene d’un’aspra solitudine
raggi leggeri le sfiorano con dolcezza
Al termine d’immensi pendii d’ombra
e di boschi odorosi
mille cime mille pinnacoli dominano il piano
– dolci colline nel sole primaverile –
le vette nevose sembrano perdersi nell’aria azzurra
come le uova di una chioccia selvatica
tra due ciuffi di brughiera.
Ai lati, alle foci ombrose delle vallate
sul fianco snello della montagna
la vigna matura in segreto
la primavera che la fa trasalire
rimane quasi invisibile
è per lei questa notte che nutre il cuore meraviglioso
la sua bellezza non attrae
la sua fecondità è nascosta
come nel grembo della moglie di Abramo
Sugli alberi un vasto biancheggiare di nozze
sfavilla come il temporale
la terra eletta misteriosamente
sembra aprirsi
la porta via una fresca tempesta
Il vino, essenza stessa di tutto questo
giace nel suolo
alla radice dei ceppi
come una libagione fatta ai corpi dei mortali.
L’ombra sì forte che la luce rende questi pendii
bruni solitari
dietro il velo di ontani e di pioppi
che il vento della sera fa tremare
scorre il Rodano
dolce quanto i richiami tenui degli uccelli
le sue onde sono la pasta del pane
le foglie della menta, l’oliva
com’è lento e grave
lo sguardo dei vivi non può intriderlo
Splendide sono le sponde del fiume
dagli argini confusi e delicati
una rugiada nera ha ricoperto le acque calme
e ora si alza come una nebbia
verso la cima delle montagne
che brillano al tramonto, fulvi grappoli dorati
dello splendore della vendemmia.
*
La valle si apre su un piccolo bosco di pini
verso il sud pieno di vapori tiepidi
vasca di viole, di muschi
Una sottile foschia
ricopre al mattino i pendii
il sole penetra la nebbia
simile alle foglie argentate dei lamponi
dove s’indovina il paese meraviglioso
l’annunciano soltanto due colline sottili in fondo alla pianura
e lo stradone bagnato
lungo il quale piccole guardiane di greggi
fan pascolare le loro capre
ci sono campi di mais, albicocchi
cespugli selvatici
un vento freddo aspro e soave
soffia dalle montagne ombrose
i paesi si rannicchiano all’ingresso delle gole
le donne vanno ad attingere l’acqua
i pescatori lanciano lunghe linee
di un filo blu d’argento e acciaio
in una baia deserta
una lieve tinta zafferano tocca la distesa
la terra, simile alla colomba
O fanciulla di fuoco e cenere simile pure ad Erin
intravedo sotto il velo d’aria turbinante
le tenere e snelle colline
questo paese, abitato dalle fate
ed ecco l’arco biancastro delle montagne
I sentieri di campagna
m’han portato fino alle vie della piccola capitale
mi sono fermato sulla soglia della città
presa nella primavera
dove come dentro a un cuore il gran silenzio dell’alba
s’è mutato in mille voci familiari e infantili
che stridono sui muri delle case
annunciando le cose future.
Traduzione di Eugenio Sournia
L'articolo “Nella mollica delle stelle”. Le poesie di Maurice Chappaz, un
Rimbaud perduto in Tibet proviene da Pangea.