> “Cristina vide accorrere una belva verso di lei, apparendo e scomparendo
> velocemente, attraverso i fossati di neve. Da lontano ne vide apparire altre.
> Allora s’inginocchiò, chiuse gli occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
*
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il
vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro
camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti
e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro
dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te
sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù
tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». (Mt
14,22-33)
*
Nella paura
> “Non potevano credere che fosse veramente Gesù; che egli potesse essere lì,
> così vicino, mentre l’avevano lasciato sulla riva, ormai «a qualche miglio di
> distanza». No, non era lui che avanzava verso di loro sul mare agitato”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
Non poteva essere lui quello che camminava sulle acque, non può essere lui a
ordinare ai suoi amici di precederli sull’altra riva, non può essere lui a
ritirarsi inutile e solitario nel grembo di Dio, non può essere lui a comandare
alla tempesta, non può essere così il Dio a cui ci è chiesto di credere. E poi,
cosa vuol dire davvero credere, a cosa, a chi? Come credere dal ventre delle
nostre tempeste?
> [Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
> sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la
> folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la
> sera, egli se ne stava lassù, da solo.
Ancora storditi dal miracolo dei pani condivisi, dalla lezione impartita alla
nostra fede acerba, quella che si muove nel mondo misurando il reale, siamo
costretti ad assistere alla disgregazione dei protagonisti. Come i pani spezzati
nel miracolo ecco che tutti si frantumano: la folla, i discepoli e Cristo,
ognuno consacrato a una solitudine diversa. Come se il miracolo avesse bisogno
di esaurirsi nella negazione del prodigio.
Miracolo. La moltiplicazione dei pani, così l’hanno sempre chiamata, fino a
quando il miracolo è stato spiegato. E quindi disinnescato. Spiegazione
simbolica, genere letterario. Non moltiplicati, dicevano gli esegeti,
ma condivisi, perché il vero miracolo è la condivisione, non la moltiplicazione.
E avevano ragione: il miracolo diventava comprensibile, l’accento veniva posto
sulla giustizia, era più facile credere.
Ma quel pane non era stato solo condiviso, quel pane è lo stesso che non è stato
tratto miracolosamente dalle pietre, antica e sempre nuova tentazione. Quello è
il pane che sarebbe stato spezzato nell’Ultima Cena. Quello è Cristo, il suo
corpo. Spezzato per noi. Quello siamo noi, un corpo frantumato e dato in
pasto. Così, ancora, il Cristo fa paura. La salvezza ha il prezzo della vita
intera. Vuoi credere davvero? Prova a te stesso che non hai paura di morire. Che
hai vera nostalgia del Padre. Che una tempesta non può farti paura.
*
Paura e solitudine
Prima le folle vennero congedate da lui in persona. E anche i discepoli vennero
congedati. Per suo ordine. Anche questo è miracolo. Non aver paura di stare da
soli. Sceglierlo. Accettare di allontanare gli amici per non franare in legami
di reciproco bisogno. Gesù sceglieva ogni volta di allontanare i discepoli e le
folle, non voleva creare dipendenza. Era come un morire continuo. In fondo non
era venuto anzitutto per sfamare, guarire, nemmeno per perdonare.Forse era
venuto per lanciare segni, squarciava il cielo e poi lo ricuciva. Veniva per
seminare nostalgia d’Eterno. Pur amandoli non voleva aver bisogno dei Dodici, il
suo rapporto con i discepoli non franava mai nella seduzione.
Volevano davvero stare con lui? Dovevano rispettare gli ordini, obbedire:
scegliere la solitudine e una vita tempestosa. A Dio si deve obbedire. Questo
ustiona la nostra moderna sensibilità.
E poi viene la sera, viene sempre la sera, su ogni giornata, al termine di ogni
viaggio; spesso arriva prima che il sole sia tramontato. È la sera della perdita
dell’entusiasmo, quando ti viene il dubbio che tutto ciò che stai facendo sia
solo una risposta ammantata di sacro nel tentativo di coprire i fallimenti.
Essere sulla barca di Cristo per il solo motivo che sulla nostra barca, nel
nostro essere pescatori, non funzionavamo più. La fede come una fuga dalla
realtà. E poi è facile: i pani condivisi diventano miracolo e anche una tempesta
sul mare viene sedata dalla fede. È più facile credere nei miracoli che
accettare di aver sbagliato la vita. Questo succede quando ti scende la sera nel
cuore.
*
Paura di un fantasma
> La barca intanto distava già̀ molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
> il vento infatti era contrario.
Maledizione vera è che tu invidi chi, in nome del Signore, sembra felice. Chi
crede nella pace e nella giustizia, chi gode d’aver dato la vita per i poveri.
Ci si è spinti troppo al largo e forse non è questo che Gesù intendeva con
l’andare all’altra riva. Hanno capito male i discepoli. E poi il vento è
contrario. Non è indizio evidente della mancanza di provvidenza?
> Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo
> camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e
> gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io,
> non abbiate paura!».
Alla quarta veglia della notte, perché la notte è tutta da attraversare, Cristo
cammina sulle acque. Non poteva essere lui. Perché non era arrivato prima?
Perché arrivava così? Chi è veramente questo Dio? Quella fu solo una delle mille
tempeste. Forse credere è stare nella tempesta. O forse no. Forse è solo una
scusa per non dover ammettere di aver solo dannatamente paura di vivere.
*
Paura del male, paura di me
> “Nella barca agitata dalle onde a causa del vento contrario, la tradizione ha
> visto assai per tempo un’immagine della Chiesa alle prese con l’irruzione del
> male. È di notte, e in assenza di Gesù, che bisogna raggiungere l’altra riva.
> Questi dettagli evocano bene la situazione della comunità cristiana in questo
> tempo di fede”.
>
> (Commento delle letture domenicali, (a cura di) Robert Gantoy e Romain
> Swaeles, San Paolo, 1993)
È tutto vero, è tutto così, la Chiesa alle prese con il male. Ma se il male
fossimo noi? Se io che sono costretto a predicare fossi solo un falso profeta?
Se fossi io il male per la Chiesa? Questo dilania il cuore.
Non è il male a fare paura. È che il male possa essere io.
*
Paura di morire
> Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di
> te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a
> camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte,
> s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!».
Non resta che imparare da Pietro. Che ha paura di morire. Questa è la vita.
Implorare in forma di preghiera di poter camminare sulle acque, cioè di essere
come Cristo. Che rischio, che azzardo! Che ci esaudisca, di diventare come il
Crocifisso. Sappiamo che non saremo mai come lui ma, forse, ci è chiesto di
condividerne la morte.
Scendere come Pietro dalla barca delle nostre sicurezze in un battesimo
terribile, cercare di tramutare la paura di essere spacciati in un grido
continuo al limite della disperazione. A questo siamo chiamati?
«Signore salvami!» Io non ho altro. Io non sono altro. Se tu non mi salvi io
sono solo. E finito.
Ho letto da poco Vino e pane di Ignazio Silone, non riesco a spostarmi da lì.
*
Paurosamente incontrarlo in un lupo
> “A un certo momento una voce rispose da lontano, ma non era voce umana. Pareva
> il guaito di un cane, ma più acuto e prolungato. Probabilmente Cristina lo
> riconobbe. Era l’urlo del lupo. L’urlo della carnaccia. Il richiamo agli altri
> lupi sparsi sulla montagna. L’invito al banchetto comune. Attraverso il
> nevischio e l’oscurità della notte incipiente, Cristina vide accorrere una
> belva verso di lei, apparendo e scomparendo velocemente, attraverso i fossati
> di neve. Da lontano ne vide apparire altre. Allora s’inginocchiò, chiuse gli
> occhi e si fece il segno della croce”.
>
> (Ignazio Silone, Vino e Pane, Oscar Mondadori, 1973)
> E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché
> hai dubitato?».
> Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si
> prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Sono io, non abbiate paura.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Henry Ossawa Tanner, Christ Walking on the Water, 1910
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