In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché
rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può
ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli
rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora
un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi
vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io
in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui». (Gv 14, 15-21)
*
TIMORE DI RIMANERE ORFANI
> “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni
> traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere
> orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi
> è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a
> garantire il carattere affidabile del mondo.”
>
> (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007)
“Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non
lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace
di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di
sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il
carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne
decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con
il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È
l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo,
indifferente.
Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non
vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si
muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di
probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e
chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di
un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo
loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere.
Il mondo no.
Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure
una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che
ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che
il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un
incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione
quello che noi abbiamo sempre definito conversione.
*
OSSERVARE I COMANDAMENTI
> “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…”
Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo
comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre,
l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo
della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno,
non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci
dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i
suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il
nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per
essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver
incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e
indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al
comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso
intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare
l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo
bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare
incessantemente la nostalgia del Padre.
> “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai
> il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta
> la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile
> a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti
> dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
>
> (Mt 22,36-40)
L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una
disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti,
comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri
desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in
noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non
abbandonati.
Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e
bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia”
(n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil
Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice:
“passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e
disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di
dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa
irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha
ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più
ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che
stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire
dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri
corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.
L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di
dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte.
L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua
sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia
intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in
Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era
tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La
consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella
verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre?
Dove si depone il reale?
Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare
chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi
ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere
affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non
nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in
attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi
amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per
inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno.
Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617
Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il
comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o
senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal
cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico
convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come
Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra
tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha
provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di
apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il
rischio d’amare in cuore al morire.
*
CROCIFIGGERE LA VITA
> “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con
> voi per sempre”
> “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive
> in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che
> mi ha amato e ha dato se stesso per me”.
>
> (Galati 2,20)
Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto
di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi
crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il
cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri
pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio
corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al
Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di
Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è
fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio
significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere,
perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo
giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di
castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria
storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non
vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto
esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi
abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità
con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è
disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.
Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno
ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver
trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato
la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il
nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua
misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È
gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da
questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in
noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni
nostro respiro, è sperimentabile solo così.
Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a
mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato
il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone
incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in
loro.
Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha
risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e
si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua
esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso
profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede
svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter
essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte,
soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale
saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni
passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le
nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre.
È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno.
> “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi
> saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.
Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza
dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno.
Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile
solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.
Siamo vivi solo per essere sua dimora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
*In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo
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Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli
lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato
cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui
siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui
che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire.
Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv 9,1-5)
> “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per
> tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale
> gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che
> si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva.
> Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta
> nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più
> chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di
> definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non
> raramente una durezza che ci sorprende”.
>
> (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999)
Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è
lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui,
ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono
ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo
la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato
l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove
versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è
stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra
i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché
fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la
luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché
Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di
vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera
guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere
malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad
accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa
non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce
assoluta.
Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una
domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il
tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare
il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella
disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la
domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza
colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e
in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è
decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al
contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi
al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare
nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione
ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza
alla luce, ed è in nostro potere farlo.
La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi
della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta
della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino.
Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più
luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a
vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il
Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare
dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere
di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi.
Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il
paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso
è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela.
Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere
questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare
nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza,
falsificare il reale.
Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca.
Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi
apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare
dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto
di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima
frase di Italo Calvino…
> “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è
> già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
> Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare
> l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è
> rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper
> riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e
> dargli spazio.”
>
> (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)
*
Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango
sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che
significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini
e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è
lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»;
altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli
rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli
occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e
ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo
so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno
in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei
dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:
«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei
farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato».
Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?».
E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici
di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato
la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la
vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato
cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo
è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi
gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età,
parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei
Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse
riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi
genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23)
> “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma
> il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo
> libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e
> imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o
> favoriti da una pavida neutralità?”
>
> (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo,
> 1993)
> “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi,
> la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di
> medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare
> inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma
> probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù
> procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto,
> il Cristo!”
>
> (Yves Simoens)
Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere
dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del
Cristo.
Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la
cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non
abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di
essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo
contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci
limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da
lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo.
Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in
discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è
più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella
narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci
compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del
mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se
ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è
verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di
esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di
Dio. Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non
schierarsi è assumersi un rischio enorme:
> Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della
> creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari
> tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né
> caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.
>
> (Apocalisse 3,14-16)
*
Cristo: il ladro di sicurezze
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria
a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un
peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli
dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve
l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete
forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo
discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha
parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo:
«Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto
gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e
fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito
dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da
Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati
e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34)
> “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non
> rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non
> vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a
> un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse
> recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto
> «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così
> quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica.
> Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi
> non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La
> diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non
> cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un
> leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al
> muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo
> ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro
> sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”.
>
> (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993)
> “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel
> Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che
> indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente
> intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di
> conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”.
>
> (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997)
Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si
rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che
convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano
passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I
farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano
Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di
perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato
con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro
un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le
dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non
deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo
nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la
narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la
narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto,
solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe
convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in
questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e
precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo
esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne,
opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e
mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce,
che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo
nascosti dietro i nostri alibi.
Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a
toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando
modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo
comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire!
Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non
agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere
trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più
accettato dal mondo culturale.
Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo
Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni
ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto
con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci
gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti
farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra,
l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per
diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La
luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.
*
Il vero credente: colui che si vuole eliminare
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi
nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in
lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse:
«Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un
giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono,
vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con
lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose
loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi
vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41)
> “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati,
> avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna
> assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere
> disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli
> uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico,
> ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di
> sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo
> ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però
> in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e
> per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai
> perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per
> questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o
> verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la
> tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro
> uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa
> affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta
> veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla,
> un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”.
>
> (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983)
Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a
Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può
pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo.
Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma
bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non
basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra
noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di
protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio
del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel
comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato
fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è
tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In
silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che
indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è
cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere
ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non
avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una
perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore
dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo,
andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare
dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.
Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936
Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un
cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a
causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale
alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché
il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco
guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a
diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della
luce. Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il
ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare
di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.
L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un
percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un
profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non
è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli
altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più
vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili
interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere
davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza
degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti
illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne
un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il
rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della
cecità proviene da Pangea.
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del
> più debole?”
>
> Ulrich Luz
Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo
di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione
sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di
smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo
gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche
il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi
così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non
viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché
non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci
affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei
miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo
sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi
debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di
impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla
croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di
salire il patibolo.
Che figlio di Dio è questo? Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i
bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere
così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno?
Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di
un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo
costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero
imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua
a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e
giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un
qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse
mai camminato la terra?
Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri,
promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che
abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa
rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così?
“Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so
cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già
di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del
profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma
cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te,
al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno
abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe.
Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a
parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci
chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra.
Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che
per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi
ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita
migliore della nostra.
“Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista,
anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in
quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non
una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi
fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi
fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del
Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta
per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa
ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci
trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e
Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non
promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da
questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché
spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato
inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del
potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri
confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere
il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui
e per noi: l’impredicabile martirio.
Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615
Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel
frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato.
Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno,
come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la
possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come
aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a
mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di
conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il
Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente.
Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli,
accetta il rischio dell’incomprensione?
Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”.
Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce.
L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica
possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva
di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima
terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio
così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non
farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro,
del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del
nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente,
dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio,
tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi
a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la
testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o
tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la
possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le
logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di
immergersi nella nostra misera carne.
Alessandro Deho’
*Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà
spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata,
forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una
inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la
Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e
ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo
stare.
In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca.
L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.