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Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv  9,1-5) > “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per > tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale > gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che > si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva. > Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta > nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più > chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di > definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non > raramente una durezza che ci sorprende”. > > (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999) Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui, ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce assoluta. Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza alla luce, ed è in nostro potere farlo.  La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino. Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi. Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela. Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza, falsificare il reale. Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca. Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima frase di Italo Calvino… > “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è > già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. > Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare > l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è > rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper > riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e > dargli spazio.” > > (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)  * Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».  Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23) > “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma > il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo > libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e > imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o > favoriti da una pavida neutralità?” > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo, > 1993) > “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi, > la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di > medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare > inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma > probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù > procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto, > il Cristo!” > > (Yves Simoens) Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del Cristo.  Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo. Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di Dio.  Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non schierarsi è assumersi un rischio enorme: > Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della > creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari > tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né > caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. > > (Apocalisse 3,14-16)  * Cristo: il ladro di sicurezze Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34) >  “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non > rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non > vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a > un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse > recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto > «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così > quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica. > Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi > non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La > diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non > cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un > leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al > muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo > ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro > sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”. > > (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993) > “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel > Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che > indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente > intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di > conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”. > > (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997) Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto, solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne, opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce, che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo nascosti dietro i nostri alibi. Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire! Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più accettato dal mondo culturale.  Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra, l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.    * Il vero credente: colui che si vuole eliminare Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41) > “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati, > avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna > assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere > disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli > uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico, > ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di > sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo > ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però > in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e > per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai > perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per > questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o > verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la > tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro > uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa > affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta > veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla, > un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”. > > (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983) Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo. Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo, andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.  Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936 Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della luce.  Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.  L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità  proviene da Pangea.
March 15, 2026 / Pangea
“Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del > più debole?” > > Ulrich Luz Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di salire il patibolo.  Che figlio di Dio è questo?  Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno? Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse mai camminato la terra? Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri, promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così? “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te, al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe. Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra. Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita migliore della nostra. “Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista, anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui e per noi: l’impredicabile martirio. Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615 Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato. Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno, come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente. Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli, accetta il rischio dell’incomprensione? Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”. Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce. L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro, del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente, dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio, tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di immergersi nella nostra misera carne. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca. L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
January 11, 2026 / Pangea