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Libertà e compassione
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.  Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.  I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». (Mt 9,36 – 10,8) * Come città fortificata cerchiamo di resistere all’invasione della Grazia. Ma il Figlio dell’uomo è impietoso e impetuoso, città e villaggi subiscono la conquista, veniamo saccheggiati dalla furia del suo Amore liberante, le trincee delle nostre malattie e delle nostre infermità vengono ribaltate come fossero banchi dei cambiavalute del Tempio, erano la nostra infantile forma di resistenza. Rimanere pecore senza pastore, questo vogliamo, in fondo, per non dover fare i conti con la libertà. Con il dover decidere di noi. Con il dover scegliere quale pastore seguire. Lui trascina via ogni cosa in nome della libertà. Nulla gli resiste. Un Cristo non addomesticato dalle nostre ideologie non lascia tregua alle città delle nostre sicurezze e ai villaggi delle nostre abitudini. Gesù Cristo incendia e non lenisce, spoglia e non protegge, se ne sono accorti subito i sapienti, per questo lo hanno osteggiato. Hanno cercato di ucciderlo. Pastore o contadino o figlio del padrone, comunque crocifisso.  I poveri no, i poveri l’hanno seguito all’inizio, perché hanno confuso la condivisione dei pani con una moltiplicazione e le beatitudini con una rivoluzione. Ma alla fine, anche loro, hanno scelto Barabba.  Percorre le strade Cristo, non vuole lasciarci come pecore senza pastore, arriva a scovare fino all’ultimo schiavo impaurito dalla vita. Si abbatte come benedizione sul mondo, una piaga benevola e violenta. Non vorrebbe risparmiare nessuno, molti però si nascondono, temono. Di perdersi.  Incomprensibile questa pagina senza intuirne il richiamo a Esodo. È pagina di liberazione questa, è l’uscita definitiva, è la lotta per la libertà contro i faraoni che ci portiamo dentro. Ed è lotta sempre all’ultimo sangue. Se si accetta di affrontarla. > “Lo spettacolo di questa turba stanca e sfinita, come pecore senza pastore, > non dobbiamo coglierlo nella sua immediatezza emotiva. In realtà, quella turba > non era senza pastori; ne aveva anche troppi! C’era un potere politico serio e > severo come quello di Roma; c’era il potere religioso come quello del > Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti… Era un > popolo ben irregimentato. Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore? > Appunto perché era un gregge stanco e sfinito; come ci stanca e ci sfinisce, > dentro, la piramide dei poteri che è sulla nostra testa. L’uomo è stanco e > sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza, nell’inerzia. La stanchezza > è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida; la sua > docilità non è che la mentita spoglia della stanchezza interiore”. > > (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, 1984) Siamo stanchi anche noi, sfiniti. Il potere cambia forma, è pervasivo, succhia il sangue, si nutre di noi incantandoci di false promesse. Ne abbiamo fin troppo di pastori, ci fiaccano, e tutti brandiscono la promessa della libertà. Creano bisogni e propongono illusorie temporanee soluzioni. Anche la chiesa istituzione non ne è indenne, quando si crede indispensabile, quando agisce il potere chiamandolo servizio, quando svilisce la Parola per renderla “adeguata” al mondo, quando moltiplica mille inutili strategie per non far morire forme di presenza nel mondo invadenti e passate. Come credere che Cristo non sia l’ennesima truffa alla nostra fiducia? Come catalogare il resto del mondo sotto la categoria di falsi profeti ma lui no? E, soprattutto, come comprendere davvero, al di là delle pose, da che parte stiamo noi?  * Compassione > “Cinque volte compare in Matteo il verbo splanchnízomai (9,36; 14,14; 15,32; > 18,27; 20,34), modellato sul termine greco ta splánchna, le viscere, che > l’antropologia biblica considera la sede della compassione”. > > (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo, Qiqajon, 1995) Il Cristo è compassione. Prima di tutto questo. Non esiste libertà, non esiste verità, non esiste pastore secondo la logica del Vangelo senza la compassione. Un movimento viscerale che è la fonte dell’agire divino. È pagina comprensibile solo alla luce di Esodo: è attraversata dalla logica di quel Dio che ascolta il lamento del suo popolo, ne prova compassione e si mette in cammino per liberarlo. Non esiste verità fuori da questo atteggiamento di amore gratuito, attivo e totale. Alla verità non basta la diagnosi perfetta di un errore, non la descrizione dettagliata di una soluzione, la verità vuole il coinvolgimento della compassione. Inutile moltiplicare i piani pastorali e le crociate liturgiche, inutili i libri e i documenti vaticani se tutto questo non è partorito da profonda compassione per ogni uomo. Ma forse è inutile vivere, parlare, agire, stare, respirare se non lo facciamo con atteggiamento di profonda compassione per la vita. Senza compassione quella che chiamiamo verità si trasforma in condanna. Una vita di fede è reale se aumenta la compassione che provo per i fratelli che mai, ai miei occhi, sono degni di essere amati. Non è sul contesto che devo agire ma sul mio sguardo che diventa libero solo se si conforma il più possibile con quello del Padre. La libertà vera fa paura perché chiede conversione. E una conversione che per il mondo non è altro che follia.  Come imparare la compassione verso il nemico? Come provare compassione dell’avversario? Come immaginare un Dio che visceralmente prova compassione per la sua creatura segnata dal peccato? Abbiamo paura della libertà e di seguire il Cristo pastore perché è della compassione che abbiamo paura. Dell’incapacità di provarla. Della fatica di reggerla quando è rivolta a noi. Rembrandt, Cristo cura il lebbroso, 1650-1655 La strada per la libertà, secondo Cristo, passa da qui. L’uomo libero come Dio è l’uomo compassionevole. E quindi rifiutato e crocifisso. È uomo marginale per il mondo. La libertà fa paura.  Gesù insegna e annuncia, e anche la sua parola è innestata nella compassione, una parola che ha autorità la sua proprio perché è Logos incarnato, è Verbo fatto carne per liberare la carne e riportarla a essere quello per cui è nata, immagine e somiglianza di Dio.  Gesù guarisce, perché la compassione cura, è movimento di trasformazione profondo, è la liberazione da tutto ciò che ci impedisce di constatare che siamo fatti per l’Eterno.  * La messe è abbondante e la libertà coinvolgente > Mosè disse al Signore: “Il Signore, il Dio della vita di ogni essere vivente, > metta a capo di questa comunità un uomo che li preceda nell’uscire e nel > tornare, li faccia uscire e li faccia tornare, perché la comunità del Signore > non sia un gregge senza pastore”. Il Signore disse a Mosè: “Prenditi Giosuè, > figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito; porrai la mano su di lui”. > > (Numeri 27,15-17)  È pagina che profuma di Esodo, di Mosè e di popoli che imparano la dura fatica della libertà. Una libertà che non è qualcosa da donare ma atteggiamento da condividere. La libertà è comprensibile solo da chi è stato liberato. Mosè chiede al Signore un uomo perché il popolo non sia un gregge senza pastore, e così ecco Giosuè, figlio di Nun. E poi Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, Filippo… e Giuda l’Iscariota, e noi. La libertà fa paura perché vuole noi, non è qualcosa, non è un ideale, non è nemmeno un dono, la libertà siamo noi quando ci lasciamo invadere dal Cristo, quando ci lasciamo ri-nominare da lui, quando ci consegniamo in suo possesso. Libertà, paradossale libertà, è perdere noi stessi per lasciarci rapire dal Compassionevole. Ed è prigionia così definitiva che nemmeno Giuda, nemmeno il nostro tradimento, potrà mai spegnere la sua irriducibile compassione. * Il dominio sul male > “La missione a cui sono inviati i Dodici consiste nel far retrocedere il male, > nel compiere il bene come il loro Signore Gesù, nel predicare il Regno narrato > da Gesù nella sua persona. Essa si situa tra il dono e la responsabilità: > «gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (Mt 10,8). La missione è > evocata nella sua interezza non come un fare, ma come un ricevere e un dare. > Chiedere o ricevere denaro è incompatibile con la gratuità dell’annuncio > messianico: sarebbe smentire il dono gratuitamente ricevuto”. > > (Comunità di Bose, Eucaristia e Parola, Vita e Pensiero, 2010) La libertà è avere il dominio sul male. È vivere con fede, sapendo cioè che la compassione divina ha raggiunto anche l’angolo più oscuro del creato, è muoversi da rabdomanti del divino, è suscitare l’Eterno dalle cose.  La libertà è lasciarsi coinvolgere in questo movimento di liberazione di tutto il Creato. Tutto è fatto per ritornare al Padre e noi, compassionevoli e quindi liberi, siamo chiamati a indicarlo, a suscitarlo, ad accompagnarlo. Non siamo noi a liberare, noi siamo stati liberati e lo testimoniamo. Non siamo noi ad amare. Non siamo noi a salvare. Non siamo noi. Ma il Compassionevole in noi. Noi suoi inutili ma liberi strumenti.  È pagina di Esodo questa, e forse è anche per questo che Cristo chiede ai suoi discepoli di andare prima dalle pecore perdute della casa d’Israele, perché dovrebbero aver memoria dell’Egitto e del faraone e del deserto e del Mar Rosso, dovrebbero ricordare d’essere stati liberati. Ma questo non è immediato, la memoria non basta. Non accade. Per essere davvero liberi serve compassione, serve lasciarsi rapire dal Risorto. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. *In copertina: Jan Vermeer, “Cristo in casa di Marta e Maria”, 1656 ca. L'articolo Libertà e compassione proviene da Pangea.
June 14, 2026 / Pangea
Essi però dubitarono
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28, 16-2) * Discepoli sottratti da presunte perfezioni > In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù > aveva loro indicato. > > (Mt 28,16) > “L’Ascensione era una festa che legava il cielo alla terra e ricordava un > miracolo che aveva in qualche modo una sua rispondenza alle rappresentazioni > dell’uomo. Ma oggi noi ci troviamo in un mondo così desacralizzato che le > nostre rappresentazioni non sappiamo più dove appoggiarle: mancano i > sostegni”. > > (Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Edizioni Borla, 1984) Ha ancora ragione Balducci, oggi mancano i sostegni per rappresentare al mondo che la terra è legata al cielo. Mondo desacralizzato. Mancanza di sostegni: parole e gesti rimangono sospesi, non si appoggiano a nulla di dogmaticamente intoccabile, tutto è discutibile, mancano luoghi seri di confronto, tutto pare sbriciolare in opinioni contrastanti, la terra sembra sempre più cercare legittimità d’esistenza solo nella terra. A volte anche chi dovrebbe parlare di Cielo ha sabbia tra i denti.  Faccio mia l’immagine, quella di uomini e donne, discepoli, che non hanno più il sostegno visibile del Cristo tra di loro. Esco dalla lettura sociologica. Forse, mi dico, non è solo problema contemporaneo: l’assenza del sostegno è identitaria del nostro essere al mondo, del nostro continuo tentativo di credere. Anche il Cristo storico, sostegno visibile del Dio invisibile, per far procedere la storia, ha dovuto, alla fine, sottrarsi ai suoi. Per mostrarsi sì, ma in altro modo.  Infatti, nel Vangelo di oggi, zoppicano i discepoli, già nel nome, non più Dodici ma solo Undici, mancanti, il tradimento di Giuda non è solo atto personale ma comunitario, e cambia notevolmente la percezione dei chiamati. Non più pienezza a ricordare le dodici tribù di Israele ma Undici, a implorare, già nel nome, il bisogno di essere sanati.Nessun sostegno nel proprio nome, nessuno nella propria memoria. Gli Undici, in qualche modo, sono corpo che ha tradito le promesse, sono chiesa battezzata nel fallimento.  Nessun sostegno neppure dalla loro fede. > Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. > > (Mt 18,17) Mi ha sempre colpito questo passaggio. Siamo alla fine del Vangelo. Sarebbe stato più logico invertire l’ordine, prima il dubbio, poi la prostrazione e, infine, grazie alla fede, la visione. Invece no. Il Vangelo sta finendo e gli Undici prima vedono, poi si prostrano e infine dubitano. Nessun sostegno nella loro presunta perfezione, nessun sostegno dalla loro fede che pensavano provata e perfetta (le promesse di Pietro!): il dubbio permane.  * Sottratto ai loro occhi > “Era necessario che egli fosse sottratto ai loro occhi, perché finalmente essi > potessero prestare attenzione alle sue parole, e non rimanere invece sospesi > agli occhi, e a quello che sotto i loro occhi Gesù avrebbe dovuto fare. Era > indispensabile che egli fosse elevato, perché anche la loro mente finalmente > si elevasse dalla terra”. > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007) Era necessario, e lo è ancora, che nella vita, un giorno, manchino i sostegni. L’ascensione è questo, passaggio di sottrazione. Gesù si sottrae dalla vista dei discepoli affinché possano prendere coscienza della propria identità profonda: esseri imperfetti e mancanti. Come noi. Siamo bisognosi. Siamo ammalati, lebbrosi, peccatori, ladri, traditori. La sottrazione del Maestro aiuta chi crede a comprendersi, finalmente. A sentirsi mancanti. Il fatto che Cristo fosse capito dai peccatori non era solo nota di colore, critica banale al potere costituito, era invece passaggio costitutivo di un cammino di fede. Fino a quando i discepoli si limitavano a osservare dall’esterno la misericordia del loro Signore verso la categoria degli sfortunati quello che capivano davvero era: niente. Non li salvava lo sguardo patetico dei buoni che, in virtù della loro appartenenza alla Chiesa, guardano con dolcezza i poveri. Non li salvava credersi in comunione con il Dio immensamente buono. Non è questo che aiuta ad entrare in relazione con il Vivente ma il fatto di sentirsi, finalmente, peccatori tra i peccatori. Sinceramente e perdutamente peccatori. Liberi dall’illusorio sostegno di sentirsi bastanti a se stessi. Undici impauriti che devono scappare da Gerusalemme. Undici scelti dal Maestro che ancora dubitano di lui, a pochi versetti dalla fine. Questo siamo. Fino a quando non percepiamo che questo è lo spazio indispensabile per franare in Cristo nulla capiamo di lui. Franare, come chi non ha sostegno in sé. Come chi non ha sostegno nelle impalcature di pensiero, nelle impalcature pastorali, nelle finte sicurezze del denaro, del potere, del ruolo, del riconoscimento.Come chi si sente comunque Undici, in fondo al cuore, come chi si sente finalmente affamato, bisognoso, ammalato, morto. Come chi smette di credersi sostegno per gli altri e avanza, barcollando, sperando che Lui, unico sostegno, intervenga. O che il nostro cadere sia un rovinare nelle sue braccia misericordiose.    * Senza sostegni: cosa rimane? Senza un sostegno visibile. Senza il sostegno dell’idea impeccabile di sé e di una fede che si credeva inscalfibile, si smette finalmente di vivere altezzosamente, ci si umilia. Non è passaggio moralistico, non è passaggio che si può evitare, è la perdita della faccia. Se questo non avviene la conversione è semplicemente impossibile. Siamo poveri cristi impauriti. Solo dopo questa dolorosissima constatazione, solo dopo che si è fatto i conti con il fatto che anche noi abbiamo rifiutato la manifestazione di Dio in Cristo, solo dopo possiamo rimetterci a cercarlo. Vale per tutti. Senza Cristo sostegno visibile cosa rimane? Prima di tutto la Galilea. È lì che tornano. > “La Galilea era la culla della comunità dei discepoli, il luogo di nascita > della chiesa di Gesù (16,13.18). […] è dunque la terra di rifugio; è l’opposto > di Gerusalemme e offre protezione dalle mire dei capi giudei”. > > (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014) Galilea luogo di memoria, luogo degli affetti, luogo di rifugio. Spazio vitale dove Cristo aveva manifestato il suo incessante voler aver bisogno dell’uomo. Occorre ritornare a rileggere la storia con lui. Con un Dio che svuotandosi, dalle membra fragili di un bambino, chiede all’uomo rifugio e protezione. Con lo stesso Messia che chiama alla sequela dei pescatori. Con la testimonianza incessante del Maestro di entrare in dialogo con il bisogno di salvezza che abita l’uomo che accetta di fare i conti con la propria fragilità. Ritornare alla Galilea, terra di protezione, è purificare la nostra vocazione. I discepoli non sono stati chiamati per merito ma è stata proposta loro una possibilità, una terra promessa, un luogo accogliente, una relazione. Alla luce della nostra sequela di e con Cristo, alla luce dello svelamento del suo stile, lo seguiremmo ancora? Questa è la domanda bruciante! Alla luce del Calvario, della morte, alla luce di quanto abbiamo compreso: riusciremmo a vivere senza di lui? Diremmo ancora sì alla sua chiamata? L’Ascensione mi pare ci inviti a sprofondare in questa drammatica domanda: adesso che lui non cammina più visibilmente tra di noi, adesso che gli occhi non lo vedono, adesso che abbiamo intuito che la croce è passaggio che non si può eludere, adesso, tornando alla nostra Galilea, risponderemmo ancora affermativamente alla chiamata di Cristo?  Mi pare che Cristo, riportando gli Undici in Galilea riporti anche noi ai nostri inizi, spesso inconsapevoli, o ingenui. Adesso, a distanza di una vita, gli direi ancora di sì? Lo seguirei, sapendo dove mi ha portato? Forse fede è dire di sì. Anzi è dire che lo seguirei proprio perché mi ha portato qui, dove non avrei avuto coraggio di arrivare, nel cuore delle mie miserie trasfigurate dalla sua Presenza. Cosa resta senza il suo sostegno visibile? I monti. Cristo riporta i suoi discepoli su un monte.   > “Anche davanti a «il monte» i lettori non penseranno a un determinato monte in > senso geografico, ma a «il monte» che essi conoscono dalla lettura del > Vangelo. Ma quale? Ciò resta ancora imprecisato. […] al monte della terza > tentazione […] al discorso della montagna […] al monte della trasfigurazione > […]. Fra queste tre possibili associazioni non è più possibile distinguere”. > > (Ulrich Luz, Matteo 4, Paideia Editrice, 2014) Serve comunque un monte. Serve un pezzo di terra che ascende fino a conficcarsi nel costato del cielo, serve la Sua manifestazione a purificare l’idea di “sostegno” sbagliata che ci abita. Non abbiamo bisogno del sostegno del potere, questo dice dal monte delle tentazioni. Abbiamo bisogno di compassione, questo ribadisce dal monte delle Beatitudini. Abbiamo bisogno del sostegno della Scrittura e dei profeti, abbiamo bisogno di divina alleanza, questo racconta dal monte della Trasfigurazione. Siamo discepoli svelati nella loro fragilità ma tenuti in vita dalla nostra Galilea, luogo dove ci siamo innamorati di lui, e dai monti, luoghi dove Cristo ha svelato l’innamoramento di Dio nei nostri confronti. Abitando questo spazio, e abitandolo da affamati, accade l’incontro. Che non sarà più incontro con il Cristo della storia ma sarà comunque incontro con il Vivente nella storia, la nostra.  * In modo misterioso > Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla > terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome > del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare > tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino > alla fine del mondo». > > (Mt 28,18-20) > “L’ascensione non sottrae Gesù dal nostro mondo, non gli impedisce di essere > presente in mezzo a noi, in modo misterioso, ma molto efficace”. > > (Albert Vanhoye, Le letture bibliche delle domeniche, Apostolato della > Preghiera, 2004) Gesù si avvicina. Questa è la fede. Noi senza sostegno e lui che si fa vicino. Solo chi ha sperimentato la Grazia di questi momenti può testimoniarlo. Lui, dal cuore del cielo e dal cuore della terra, a raccontarci che tutto è in suo potere cioè che tutto parla di lui. Che ogni luce e ogni ombra è abitata dalla possibilità di fare esperienza di lui. Che il potere della morte, che pare così evidente, è stato battuto. Siamo in potere suo. Questo l’unico sostegno. Non resta che testimoniarlo. Non resta che raccontarlo con la vita. E non solo per una questione di gratitudine, non per un mandato, ma perché se non lo si vive questo potere d’amore e di misericordia, non lo si crede. Se la vita non si battezza nel suo nome, se non si immerge la storia che viviamo in Lui mai svelerà la sua vocazione profonda, mai mostrerà la possibilità di poter incontrare il Risorto nelle pieghe di ogni storia. La nostra conversione passa per la missione. I fratelli diventano così doni indispensabili per fare esperienza della presenza di Dio in mezzo a noi. In modo nuovo. Una presenza che rimane nascosta a chi non battezza il mondo in Lui. Una presenza che non è oggettiva, misurabile, incontrovertibile. Ma che nemmeno lo è mai stata, nemmeno il Cristo storicamente presente tra gli uomini ha convinto tutti di essere la manifestazione visibile del Padre. Una presenza che richiede un passaggio di fiducia, l’apertura dello stupore, la possibilità di credere che questo mondo, con tutti i suoi drammi, con le sue contraddizioni, è spazio per la manifestazione di Dio. Che il mondo sia davvero solo in Suo potere. Siamo su un terreno fragilissimo. È la lotta spirituale quotidiana, è la tentazione: e se mi stessi solo sforzando di credere per paura di morire e quindi di vivere? E se continuassi a stordirmi di letture sacre solo per non ammettere che siamo frutto del caso? E se l’illusione della Sua presenza in certi momenti drammatici e luminosi della mia vita fosse solo il dannato bisogno di avere una minima speranza per non morire di disperazione?   Forse è davvero solo così. Forse tutto questo è davvero solo frutto di un’ostinata speranza. * Il sostegno della speranza > “La vostra vita non può essere valutata a procedere dai cambiamenti che essa > produce nelle cose intorno, ma per rapporto alla speranza che la sostiene”. > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto”, Glossa, 2007) Speranza non come ingenua risposta alla complessità del mondo, non come fuga dal presente ma come cambio di prospettiva. Non è tanto aver cambiato il mondo che ci rende uomini di fede, non lo abbiamo cambiato. Nemmeno siamo riusciti a cambiare davvero noi stessi. Siamo sempre Undici, siamo sempre abitati dal dubbio. Solo c’è qualcuno, su questa terra che non perde la speranza. Speranza come esercizio di intimità con Cristo dal cuore delle cose. Speranza che non nasce dal fatto che le cose cambiano, perché non cambiano mai! Le guerre non cessano, il male sembra non avere argini, ci si ammazza ancora tra fratelli. No, questo non cambia, a cambiare è che qualcuno, incessantemente, ostinatamente, non smette di scegliere di diventare speranza, di incarnare speranza. Qualcuno che è Undici e rimane Undici, che è nel dubbio e che rimane nel dubbio ma da lì, da quel punto esatto del mondo, dal cuore del dramma, non smette di implorare e mostrare e testimoniare la prossimità del Risorto. E lui, uomo di speranza, diventa il segno misterioso ma efficace di Dio nel mondo, testimone che tutto è in suo potere, diventa il cielo che feconda la terra. Diventa sostegno.     Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. *In copertina e nel testo: opere di Lovis Corinth (1858-1925) L'articolo Essi però dubitarono  proviene da Pangea.
May 17, 2026 / Pangea
Cristo parla agli orfani
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». (Gv 14, 15-21) * TIMORE DI RIMANERE ORFANI > “Gesù sta per lasciare i suoi: essi temono comprensibilmente di perdere ogni > traccia sicura per il loro cammino. temono più precisamente di rimanere > orfani. Orfano non è soltanto chi manca del padre o della madre; orfano è chi > è privo, in generale, di presenza che apparivano invece indispensabili a > garantire il carattere affidabile del mondo.” > > (Giuseppe Angelini, “Se vuoi essere perfetto…”, edizioni Glossa, 2007) “Lo Spirito della verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce”, affilate e dure le parole del Maestro. Il mondo è cieco e incapace di conoscere Dio. Ma anche i discepoli abitano un rischio enorme: quello di sentirsi orfani. Cioè incapaci di rintracciare, dopo la morte di Gesù, “il carattere affidabile del mondo”. Uomini costretti alla vita senza saperne decifrarne più il senso, senza la capacità di poter individuare un approdo, con il dubbio che non ci sia nessuno scopo nell’alternarsi di giorni e notti. È l’inferno, e lo conosciamo: agire sentendo che ogni nostra azione è, in fondo, indifferente.  Ma c’è una differenza, una differenza fondamentale, tra chi è del mondo e non vede e chi è nel mondo e non trova più, non lo trova più. Differenza tra chi si muove senza senso convinto di essere figlio del caso, combinazione di probabilità tra milioni di altre probabilità nel contesto dell’evoluzione, e chi, impaurito, non trova più il suo maestro, orfano e quindi sempre figlio di un padre che gli manca ad ogni respiro. Cristo parla agli orfani. Loro, solo loro, quelli che hanno conosciuto la paternità, solo loro possono comprendere. Il mondo no.  Forse la fede è tenere aperta la nostalgia di un incontro. Forse non è neppure una differenza tra credenti e non credenti, tra mondo e spirito, è una lotta che ci portiamo dentro tutti, noi che siamo chiamati a combattere quando ci pare che il nostro vivere sia vuoto, noi che siamo sospesi tra la nostalgia di un incontro che ci ha cambiato la vita e la logica del mondo che battezza illusione quello che noi abbiamo sempre definito conversione. * OSSERVARE I COMANDAMENTI > “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti…” Interessante la proposta di Cristo: osservare i comandamenti. Se vogliamo comprendere cosa sia l’amore, chi sia lui, se abbiamo nostalgia del Padre, l’unica cosa è fare. Fare. Non si tratta di una spiegazione, non siamo nel campo della catechesi, dei lunghi confronti, non siamo chiamati a convincere nessuno, non ci sarà mai nessun itinerario intellettuale capace di persuaderci dell’esistenza di un Padre Eterno, occorre vivere, solo vivere, ma secondo i suoi comandamenti. La fede è una prassi, è il modo che abbiamo di incarnare il nostro esserci nel mondo. I comandamenti non sono quindi il prezzo da pagare per essere in grazia di Dio, e non sono nemmeno solo la risposta grata all’aver incontrato l’Altissimo: i comandamenti sono la disciplina pratica e indispensabile per definire la nostra fede. Crede solo chi obbedisce al comandamento dell’amore. Non si tratta quindi solo di assenso intellettualistico, non basta, credere è abilitare la propria carne ad imparare l’appartenenza al Padre. È il corpo, lo spazio dove la mancanza grida il suo bisogno e l’amore si incarna come risposta, è la nostra vita a poter cantare incessantemente la nostalgia del Padre. > “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai > il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta > la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile > a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti > dipendono tutta la Legge e i Profeti”. > > (Mt 22,36-40)  L’amore è comprensibile solo nella traiettoria dell’incarnazione, è più una disciplina da samurai che un trattato. Occorre interrogare i nostri arti, comprendere i movimenti del nostro cuore, le nostre aspirazioni, i nostri desideri di felicità, occorre affinare l’udito profondo fino a sentire che in noi geme una mancanza. La mancanza dell’Eterno. Siamo orfani. Ma non abbandonati. Mi ha molto colpito Cristiano Godano, il cantante, che in una recente e bellissima intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista “Poesia” (n°36), dopo aver dichiarato la sua affinità al pensiero esistenziale con Emil Cioran (“Come lui sento l’assenza di senso della vita”), poco più avanti dice: “passiamo la vita con la consapevolezza di dover morire accumulando patemi e disagi esistenziali a loro (gli animali) sconosciuti…”. La consapevolezza di dover morire. Quella che ci getta in patemi e disagi esistenziali. Non è cosa irrilevante. Credo occorra partire esattamente da lì. Cristiano Godano ha ragione, è tornato sul punto critico: il nostro rapporto con la morte, più ancora, la consapevolezza che abbiamo di dover morire, la consapevolezza che stiamo già morendo. Questo può istruire la nostra fede. Occorre ripartire dall’enigma della morte, sempre. Che non a caso parla incessantemente nei nostri corpi. Anche la morte, come l’amore, segue la traiettoria dell’incarnazione.  L’orfano, davanti al morire dei fratelli, nel cuore della sua esperienza di dover morire, cercherà Cristo, interrogherà il rapporto di Cristo con la morte. L’orfano si getterà alla ricerca del Maestro, tenterà di mettersi alla sua sequela, di imparare come lui è morto. Non è un caso che il Messia abbia intessuto un lunghissimo dialogo con l’esperienza del morire. Dalla fuga in Egitto alla croce. Dal suo fuggire dalle mani dei nemici (quando ancora non era tempo) al suo consegnarsi. Da Lazzaro alla figlia di Giairo. La morte. La consapevolezza di dover morire. Non esiste altro ingresso nella verità. Destinati alla dissoluzione o figli in ritorno verso la casa del Padre? Dove si depone il reale?   Amare Cristo, conoscerlo, non c’è altra via d’uscita, amare le Scritture, amare chi ci ha parlato di lui e, soprattutto, chi ha provato ad amare come lui, chi ha amato perfino davanti alla morte, come lui. Come “garantire il carattere affidabile del mondo” davanti allo scandalo della morte? Seguendo Cristo. Non nel pensiero ma nella carne. Questo il comandamento che ci rende orfani in attesa di essere salvati. Opponendo l’amore alla morte, in atto pratico. Se mi amate. Dice Cristo. Se amate me che ho amato arrivando al cuore della croce per inchiodarci il cuneo dell’amore insensato e infinito del perdono. Dell’eterno. Anton Van Dyck, Entrata di Cristo a Gerusalemme, 1617 Se amate me e come me provate ad esercitare, incarnare, mettere in pratica il comandamento dell’amore anche dove l’amore sembra non avere diritto d’asilo, o senso, o spazio. Questo sembra dire incessantemente Cristo, dalla croce, dal cuore della morte. Non si può spiegare, inutile passare per il teorico convincimento. Occorre aver conosciuto qualcuno che ha provato ad amare come Cristo ha amato. E fidarsi che quello sia l’unico senso possibile. Non uno tra tanti, l’unico. L’orfano ne ha fatto esperienza, lo ha visto incarnato, ha provato a fargli spazio: è tutta questione di incontri, di testimonianza, di apertura nostra all’ascolto, è tutto questione di decisione, di accettare il rischio d’amare in cuore al morire.    * CROCIFIGGERE LA VITA > “…e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con > voi per sempre” > “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive > in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che > mi ha amato e ha dato se stesso per me”. > > (Galati 2,20) Diventare Amore è però disciplina che ha un costo altissimo, l’Amore vuole tutto di noi. Occorre trafiggersi, perdersi, annientarsi. Occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo. La lotta spirituale non è cosa antica e fuori moda, il cristianesimo non è sorridente esercizio di galateo, dolce danza di esseri pacificati e buoni, la vita spirituale è sentire le stimmate sul proprio corpo. Non si può credere, credere davvero, se non si decide di far spazio al Paraclito in noi, e non è azione immediata. Impossibile accogliere lo Spirito di Verità in una vita ancora piena di noi stessi. Morire non è accessorio, è fondamentale. Siamo nati per fare spazio a Dio che è amore, ma fare spazio significa crocifiggere l’uomo vecchio. È esercizio di scavo, occorre togliere, perdere, strappare, svuotare. E tutto passa per scelte pratiche, giorno dopo giorno, impossibile avere fede se non passando in questo costante esercizio di castità, di povertà, di obbedienza, di nascondimento. Ognuno secondo la propria storia, nel proprio contesto. Comunque impossibile parlare di fede se non vivendola, e vivendola così. Il resto sono ricami mentali. Abbiamo fatto esperienza di Cristo? Ci manca? Stiamo facendo spazio in noi perché in noi abiti? A salvarci non sarà il dolore provato, non le pene subite, ma l’intimità con il Cristo, amore crocifisso alle nostre carni. Fargli spazio non è disciplina da depressi ma decisione da innamorati. Beatitudine incarnata.  Benedetta allora la vita che non ci riempie, benedette le storie che ci hanno ucciso, quelle che hanno trafitto l’uomo vecchio che, in noi, credeva di aver trovato da sé il senso della vita. Benedetti i fallimenti se hanno smascherato la nostra illusione di poter essere felici senza di Lui. Benedetto anche il nostro peccato se ci ha svuotato di superbia per lasciar posto alla sua misericordia. Amare, credere, è arrivare a dire: “non sono più io che vivo”. È gesto durissimo e liberatorio. La fede non si può comprendere se non passando da questa porta stretta. Siamo al mondo per morire, per lasciare che Cristo viva in noi. Orfani riempiti dalla sua vita. Il Paraclito che rimane sempre, ad ogni nostro respiro, è sperimentabile solo così.  Non si spiega la fede, nemmeno l’amore si spiega, le pieghe rimangono a mantenere misteriosa e oscura la vita, ma, tra le pieghe, qualcuno ha incontrato il Risorto, e l’ha mostrato. Testimoni. Eterna gratitudine per tutte le persone incontrate che respirano del respiro di Cristo, che hanno Cristo vivo in loro.     Non so spiegare il senso della vita ma Cristo mi pare affidabile per come ha risposto alla consapevolezza di dover morire. Perché lui stesso si è svuotato e si è donato, perché lui è morto e risorto. Cristo è affidabile perché nella sua esperienza di crocifissione e resurrezione mi sembra abbia svelato il senso profondo nascosto in ogni cosa. Tutto chiede crocifissione, tutto chiede svuotamento, tutto chiede consegna. Il creato è chiamato a farsi cavo per poter essere lo spazio della manifestazione di Dio. Benedetta così sorella morte, soprattutto sorella morte, che non è più solo l’evento finale con il quale saremo chiamati a fare i conti ma la dinamica salvifica dell’esistente, ad ogni passo. Benedetta sorella morte, che si ripete ad ogni istante, svuotando le nostre carni perché facciano spazio a Cristo, consegnando ogni respiro al Padre. È morendo, istante dopo istante, che la vita svela l’Eterno. > “Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi > saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. Siamo orfani ma cercati incessantemente dal Padre. Siamo immagine e somiglianza dell’Eterno, inquieti fino a quando non diventeremo Eterno nell’Eterno. Esperienza da imparare qui, ora, nelle cose di tutti i giorni. Dio è conoscibile solo da chi si fa spazio per Cristo. Incarnazione dell’amore, fede.  Siamo vivi solo per essere sua dimora.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare. *In copertina: Anton van Dyck, Cristo che porta la croce, XVII secolo L'articolo Cristo parla agli orfani proviene da Pangea.
May 10, 2026 / Pangea
Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità
Cristo, il rischio di un rifiuto escatologico In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». (Gv  9,1-5) > “La verità è rifiutata per la sua chiarezza, non per la sua oscurità. Per > tutto questo Giovanni attribuisce al peccato di incredulità una eccezionale > gravità, quasi una valenza escatologica. Il rifiuto di Gesù è un rifiuto che > si può dire escatologico, perché rifiuta la rivelazione ultima e definitiva. > Rifiutare Gesù significa chiudere gli occhi di fronte a una luce che è giunta > nel suo pieno meriggio. Non è possibile attendersi una manifestazione più > chiara. Ecco perché il rifiuto di Gesù assume quasi un carattere di > definitività. E questo spiega perché i giudizi di Giovanni assumono non > raramente una durezza che ci sorprende”. > > (Bruno Maggioni, La brocca dimenticata, Vita & Pensiero, 1999) Gesù passando vede, è nei suoi occhi che la vita accede per essere illuminata, è lui il raggio che elenca vita, che stana le ombre, che invade i peccati. È lui, ed è inarrestabile. È lui, ed è pericoloso, solo cuori insipienti possono ridurre l’avanzata del Messia a innocua carezza pacificante. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”,l’aveva già anticipato l’evangelista nel prologo ma, sempre nel prologo Giovanni, dopo soli nove versetti dall’inizio della sua narrazione sentenzia: “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. E non perché fossero cattivi, non perché fossero stupidi ma perché, come noi, hanno avuto paura della luce. Perché la luce fa male, perché la luce rischia di bruciare le nostre sicurezze, perché Cristo è incandescente, perché si prende tutto, perché non è solo questione di vedere le apparenze, di ridare contorni netti all’esistente, non è mera guarigione fisica è, al contrario, franare nella malattia, è accettare di essere malati di Lui, è essere condannati vedere la realtà fino in fondo, fino ad accettare che lui sia l’unica luce, l’unico tutto. Cominciare a vedere significa non poter guardare nient’altro che lui, vivere solo in riferimento Cristo, luce assoluta. Intanto i discepoli interrogano Gesù, la sofferenza degli uomini rimane una domanda radicale, atroce, e come per ogni interrogativo spinoso ecco il tentativo umano di trovare risposte, di disarmare lo scandalo, come se trovare il colpevole risolvesse il dolore. Ma il peccato non è solo da ricercare nella disobbedienza dei padri come provano a ipotizzare i discepoli di Gesù, “la domanda dei discepoli deriva dalla convinzione che non vi è sofferenza senza colpevolezza” (Xavir Leon Dufur), il peccato vero è da declinare al presente, e in prima persona. Peccato è decidere di non aprire gli occhi a Cristo, è decidere di non stare nella relazione nonostante l’ingiusta sofferenza (al contrario di quanto fece Giobbe con Dio), è non permettere alla vita di aprirsi al futuro, è cercare solo nel passato le motivazioni del presente senza entrare nella storia così come è, senza dare spazio alla possibilità che ogni situazione ha in sé la forza di poter mostrare l’opera di Dio. Peccato è opporre resistenza alla luce, ed è in nostro potere farlo.  La luce quando irrompe nel mondo non lascia più spazio alla consolante ipotesi della Sua assenza, riconoscere la luce divina è ammettere che ogni risposta della mia libertà dovrà ammettere la relazione con il divino. Anche il Calvario diventerà luminoso, paradossalmente diventerà il luogo più luminoso per chi non sceglierà di rimanere cieco. Il cieco centurione arriverà a vedere! A distanza di duemila anni è chiaro che questo testo, come tutto il Vangelo, rimane scandaloso per noi, pericoloso, non si tratta di interpretare dei testi, di commentarli, di farne teoria, si tratta di schierarci, di decidere di noi. Il resto sono chiacchiere inutili e blasfeme: polvere negli occhi. Rifiutarlo, come dice Bruno Maggioni, è chiudere gli occhi sull’Eterno. Il paradiso non è qualcosa che sarà, non il premio riservato ai buoni, il paradiso è già qui, è accettare la profondità delle cose, quella che solo Cristo svela. Assoluta la sua luce, assoluto il suo amore, assoluta la sua proposta. Vivere questa vita con gli occhi della trasfigurazione, ogni cosa è fatta per entrare nella luce dell’Eterno, il peccato è chiudere gli occhi, opporre resistenza, falsificare il reale. Duccio di Buoninsegna, Gesù apre gli occhi al cieco nato, 1307 ca. Non resta quindi che trovare il coraggio di definire a quale categoria di ciechi apparteniamo. Non resta che decidere di noi, accettare di lasciarci trapassare dalla lama di luce di Cristo o negare le tenebre, negare il buio fino al punto di non riconoscerlo più, entrare a farne parte, come ammonisce la famosissima frase di Italo Calvino… > “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è > già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. > Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare > l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è > rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper > riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e > dargli spazio.” > > (Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972)  * Cristo: colui che condanna la nostra pavida neutralità Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa ‘Inviato’. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».  Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». (Gv 9, 6-23) > “Certo non si arriva fino a negare la possibilità di un intervento di Dio, ma > il silenzio diventa complicità quando bisognerebbe parlare: lascia il campo > libero a quelli che escludono l’intervento divino e contribuisce e > imprigionare i timidi nella loro timidezza. Chi dirà i danni causati o > favoriti da una pavida neutralità?” > > (Robert Gantoy e Romain Swaeles, Commento delle letture domenicali, San Paolo, > 1993) > “Intanto Gesù opera una liturgia molto particolare, sembra richiamare Genesi, > la terra con la quale fu plasmato l’uomo, sembra che Gesù operi un atto di > medicina tradizionale lontano dai canoni occidentali, sembra voler peggiorare > inizialmente le cose raddoppiano la cecità del cieco ostruendo le palpebre, ma > probabilmente, alla fine, l’operazione di Gesù è stata un’unzione: “Gesù > procede infatti a un’«unzione». Ed egli stesso ne è l’autore in quanto l’Unto, > il Cristo!” > > (Yves Simoens) Così la persistenza della cecità perdura in chi non accetta di farsi ungere dall’Unto, in chi non si lascia accarezzare e divinizzare dal Crisma del Cristo.  Non bisogna essere per forza cattivi per rifiutare la luce del Vangelo, la cattiveria vera richiede un’intelligenza e una perseveranza che spesso non abbiamo, non siamo all’altezza di essere davvero crudeli, ci accontentiamo di essere pavidi. Come i genitori del cieco guarito. Non siamo a favore, non siamo contro, non ci esponiamo. Atteggiamento ambiguo. Abbiamo paura. Magari ci limitiamo a indicare l’esemplarità della vita di altri, magari guardiamo da lontano ma sentiamo che sarebbe troppo rischioso implicarci fino in fondo. Perché comprometterci, e non c’è fede senza compromissione, significa mettere in discussione tutto di noi, la nostra identità profonda. Il cieco, infatti, non è più riconosciuto da chi lo frequentava dalla nascita. C’è molta ironia nella narrazione giovannea ma è ironia amara e realissima, accettare di lasciarci compromettere dalla luce, farlo davvero, significa perdere la comprensione del mondo. Se il mondo continua a seguirci, se non ci emargina, se ci comprende, se ci usa e ci concede spazio semplicemente non stiamo seguendo il Vangelo. Non c’è verifica più lucida e impietosa. Non siamo nella luce. Anche se crediamo di esserlo. Anche se apparentemente tutta la nostra vita sembra parlare di Dio.  Hanno ragione i genitori del cieco guarito, la luce fa paura. Certo non schierarsi è assumersi un rischio enorme: > Così parla l’Amen, il Testimone degno di fede e veritiero, il Principio della > creazione di Dio. Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari > tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né > caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. > > (Apocalisse 3,14-16)  * Cristo: il ladro di sicurezze Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori». (Gv 9, 24-34) >  “Tratto sorprendente, i farisei non fanno che parlare di Dio e di Mosè. Non > rifiutano Dio, bensì l’evento attestato da un «peccatore». Essi infatti «non > vollero credere». Credere a che cosa? Non a Dio o a Cristo, ma semplicemente a > un fatto: non vollero credere che quell’uomo fosse stato cieco e avesse > recuperato la vista. Come noi oggi ci rifiutiamo di ammettere il fatto > «scandaloso» che mette in discussione le nostre idee o la nostra vita, così > quei giusti non possono accettare ciò che non rientra nella loro ottica. > Certo, essi interrogano, ma al fine di ottenere la risposta desiderata. «Voi > non avete ascoltato» (9,27), dice loro l’accusato al terzo interrogatorio. La > diagnosi è lucida. Essi infatti sono talmente sicuri della loro verità che non > cercano più di “fare la verità”. «Non sappiamo»: la parola ricorre come un > leitmotiv (9,24.29). E poiché un testimone testardo li mette con le spalle al > muro, costringendoli a pronunciarsi tra lui e le loro convinzioni, essi lo > ‘cacciano’, respingendo insieme a lui il ladro che è venuto a rapire le loro > sicurezze per condurli a un’esperienza nuova della fedeltà di Dio”. > > (Michel de Certeau, Mai senza l’altro, Magnano 1993) > “Incuriosisce anche l’insistenza sul nome della piscina (9,7). Siloam, nel > Sinaitico, è la traduzione del termine Silôah di Is 8,6 un nome proprio che > indicava innanzitutto il canale che convogliava l’acqua della sorgente > intermittente oggi chiamata Ain Sitti Mariam; questo nome significava di > conseguenza qualcosa come l’inviante, il canale che trasmette acqua”. > > (Yves Simoens, Secondo Giovanni, EDB 1997) Essere trafitti dalla luce non è indolore, la trasformazione è radicale, ci si rende irriconoscibili al mondo e, immediatamente, testimoni. Canali che convogliano l’acqua dalla sorgente, strappi sulla tela del reale che lasciano passare luce dall’Altrove, uomini trasfigurati: testimoni, e quindi martiri. I farisei non rifiutano Dio, nemmeno i farisei dei nostri tempi rifiutano Dio, nemmeno la nostra società rifiuta il divino, basta che sia qualcosa di perfetto, luminoso, puro e, soprattutto, lontano. Il divino deve essere narrato con precisione chirurgica da professionisti del sacro, deve nascondersi dietro un’estetica attraente, non deve inquietare, deve consolare, non deve avere le dita sporche di fango, deve essere sterile, non deve avere carne e sangue, non deve contraddirci, di sicuro non può essere testimoniato da un povero cristo nato cieco e, lui dice, ora guarito. Ma il Vangelo non fa altro che ripetere la narrazione di un fatto, il cieco arriva ad essere esausto di dover perpetuare la narrazione di un gesto, ma non c’è altra strada, solo la narrazione di un fatto, solo la testimonianza personale di un cieco che riacquista la vista, potrebbe convertire. Non c’è altro segno. Riconoscere la grazia in atto nel mondo, in questo nostro mondo così imperfetto, in questa nostra vita così sporca e precaria, così segnata dal peccato. Spesso siamo ciechi all’amore che Cristo esercita in noi, ai suoi fatti luminosi che accadono nella nostra sporca carne, opponiamo alla sua grazia quella che sembra umiltà, è solo narcisismo, e mancanza di fede. Crediamo che la nostra ombra sia più grande della sua luce, che il nostro peccato sia più grande del suo perdono e, colpevolmente, rimaniamo nascosti dietro i nostri alibi. Invece è un Dio che si fa luce in Cristo arrivando a toccare il mondo, a toccarlo davvero, non è solo un’astratta sensazione spirituale, e lo fa usando modi che magari ci sono estranei, che non riusciamo a capire, che non vogliamo comprendere. La nostra percezione dell’agire di Dio sarebbe da convertire! Pretendiamo che Dio agisca secondo le nostre regole oppure, meglio, che non agisca proprio, perché guarire un cieco ci sembra volgare, molto meglio scrivere trattati sull’indifferenza di Dio, molto più elegante e, soprattutto, molto più accettato dal mondo culturale.  Orazio De Ferrari, Guarigione del cieco nato, XVII secolo Un Cristo che agisce scippandoci delle nostre sicurezze, delle nostre visioni ideologiche del mondo e, più di ogni altra cosa, del potere che teniamo stretto con le unghie. Perché è il potere, alla fine, che acceca. Il potere di crederci gli unici intermediari del divino, gli unici sacerdoti della cultura, gli eletti farisei della verità. Cristo è la luce del mondo, è la sorgente che si mostra, l’unico modo per non uscire dalla luce è diventare suoi testimoni. Ma per diventare suoi testimoni occorre perdere noi stessi, morire. Questo fa paura. La luce dell’Eterno ci chiede di morire al mondo, di morire a noi stessi.    * Il vero credente: colui che si vuole eliminare Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane». (Gv 9,35-41) > “Quando qualcuno non aspira che a vantaggi terreni, è facile essere amati, > avere amici con i quali fare comunella insieme! Ma quando un uomo si impegna > assolutamente, con sacrificio di tutto, fino a ridursi in povertà, ad essere > disprezzato, cacciato dalla sinagoga per attenersi a Dio nell’amare gli > uomini: allora, prova a mettere un avviso sui giornali che tu cerchi un amico, > ma aggiungi le condizioni e anche metti la postilla che non c’è vantaggio di > sorta: è difficile che tu trovi qualcuno. Migliore il mondo non è. Il massimo > ch’esso riconosce ed ama -quando ci riesce- amare il bene e gli uomini, però > in modo che nello stesso tempo si possa arrangiare qualche vantaggio per sé e > per gli altri. il mondo non capisce più in là: fa un passo più in là, e avrai > perduto l’amicizia. Non diciamo questo per giudicare, non perdiamo tempo per > questo. Ma se tu non vuoi essere un traditore verso Dio e verso te stesso o > verso gli altri, allora devi rassegnarti a essere chiamato egoista. Infatti la > tua convinzione che amare se stessi in verità è amare Dio e che amare un altro > uomo è aiutarlo ad amare Dio, questa tua convinzione forse non interessa > affatto il tuo amico. Egli osserva bene che se la tua vita si rapporta > veramente all’esigenza di Dio, essa contiene, anche se tu non dici nulla, > un’ammonizione, un’esigenza per lui – ed è questo ciò che si vuole eliminare”. > > (Søren Kierkegaard, Gli atti dell’amore, Milano 1983) Non poteva che finire così, con l’esclusione. Anticipo di ciò che avverrà a Cristo, eterno ripetersi del copione da sempre e per sempre. Non si può pretendere di essere del mondo e, allo stesso tempo, di essere fedeli a Cristo. Lo incontriamo solo fuori, solo i cacciati fuori possono intercettarlo. Ma bisogna stare attenti, chi decide cosa significhi davvero “stare fuori”? Non basta scomparire, non basta allontanarsi, non basta mettere distanze fisiche tra noi e il mondo (atteggiamento che può nascondere doppiezza, desiderio di protagonismo). Essere cacciato fuori dal mondo non è scegliere il personaggio del puro, giocare a interpretare colui che è contro il sistema, adagiarsi nel comodo ruolo della vittima. Bisogna stare attenti. Prima di tutto il “cacciato fuori” non lo sceglie, lo subisce. Non è lui a decidere, romanticamente, che è tempo di lasciare i luoghi del potere. Lo subisce. Ingiustamente. In silenzio. Continuare a sbandierare la patente di escluso è uno dei segni che indicano che dal mondo non ce ne siamo proprio andati. Il cieco, al contrario, è cacciato fuori e, probabilmente si sarà anche chiesto se non era meglio rimanere ciechi ma ben dentro la società, con un proprio ruolo riconosciuto. Se non avesse incontrato Cristo, fuori dalle mura, il miracolo sarebbe stato solo una perfida guarigione, una condanna all’esclusione. Solo un grande pace interiore dimostra che fuori abbiamo incontrato Cristo, perché questo è l’unico motivo, andare nel deserto, sfinirsi di preghiere e digiuni ma non lasciarsi incontrare dal Risorto è franare nella cecità di chi vede solo se stesso.  Vincenzo Irolli, La guarigione del cieco nato, 1936 Anche Cristo morirà cacciato fuori, il testimone, il vero testimone, è un cacciato fuori perché, come dice lucidamente Kierkegaard non è più sopportato a causa del suo impegno assoluto, assoluto significa che la sua dedizione totale alla luce diventa giudizio per chi sta ancora in ombra. Senza dire nulla! Perché il testimone parla soprattutto con la sua vita, è lui un fatto, lui il cieco guarito, non ha nulla da spiegare, la sua vita si è totalmente piegata a diventare testimonianza di Cristo, lui la piaga, in lui le stimmate della luce.  Il testimone è tale nonostante lui, non è lui a decidere, ad assumere il ruolo di sacerdote, lui è solo una testimonianza vivente, è condannato a parlare di Lui anche nel silenzio. E mostrare la luce significa essere disprezzati.  L’itinerario dalla cecità alla luce che questo brano di Vangelo propone è un percorso di fede, Cristo è prima riconosciuto come l’inviato, poi come un profeta, poi come figlio dell’uomo e infine come Signore, ma questo cammino non è indolore per il cieco. All’inizio della pagina non vedeva ma era visto dagli altri, alla fine lui vede e riconosce il Cristo ma i fratelli non vogliono più vedere lui! È una pagina dolorosa, nasconde, tra le mille possibili interpretazioni, anche una feroce domanda: sei disposto a vedere, a vedere davvero? Sei disposto a perdere la comprensione della famiglia, la vicinanza degli amici, il tuo posto da mendicante di vita nella società pur di lasciarti illuminare le pupille da Cristo? Sei disposto a vivere nel disprezzo senza farne un vanto? In cambio saprai riconoscere nei pochi affetti che sapranno reggere il rifiuto del mondo la luce dell’Eterno, già qui, ora.  Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  L'articolo Sei disposto a vedere davvero? Il rifiuto, ovvero: anatomia della cecità  proviene da Pangea.
March 15, 2026 / Pangea
“Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù
> “Che figlio di Dio è questo che accoglie su di sé il battesimo da parte del > più debole?” > > Ulrich Luz Che figlio di Dio è questo? Comprendo il Battista, che vuole impedire al Cristo di farsi battezzare da lui. Prima ancora che perdermi nell’infinita discussione sull’inutilità di immergere nel Giordano chi è nato senza peccato, prima di smarrirmi in dibattiti teologici fuori dalla mia portata io sento lo scandalo gridare nei miei muscoli, sento in me la resistenza di Giovanni, come se anche il mio corpo volesse ribellarsi fino ad impedire alla luce divina di mostrarsi così. In questo modo inutile. Non è il Dio di cui l’uomo ha bisogno! Perché non viene e prende le nostre misere fragilità nelle sue mani per purificarle, perché non risolve il male che ci abita e che non vorremmo fare ma che ancora ci affascina una volta per tutte? Perché venire ad ingrossare la fila dei miserabili, dei peccatori, dei persi? Perché nascondere la forza? Tanto lo sappiamo che sa guarire, sa perfino rianimare i cadaveri. Perché presentarsi debole? Giovanni ancora non lo sa ma nel suo atto di volerlo fermare, di impedire l’immersione nel Giordano, sta gridando a Cristo di scendere dalla croce. Gesù invece, quel giorno, al Giordano stava già scegliendo liberamente di salire il patibolo.  Che figlio di Dio è questo?  Sono io ad aver bisogno di te, siamo tutti noi i bisognosi perché non ci liberi? Perché non ci alleggerisci la vita, perché avere così fede in noi? Ma non lo capisci che ci accontentiamo di molto meno? Moltiplica i pani, guarisci i malati, sconfiggi la morte. Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio come te? Anche oggi, a duemila anni di distanza, quando siamo costretti ad ammettere che nulla è cambiato, che il potere ancora è il vero imperatore, che la tua chiesa ancora non ti ha compreso, che noi qui si continua a soffrire, a penare, a morire, qui, dove ancora le torri di Siloe crollano e giovani bruciano vivi e noi non abbiamo più nemmeno la fede per incolpare un qualche Dio, cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio che è come se non avesse mai camminato la terra? Che figlio di Dio è questo? Finirà per perdonare i peccatori, salvare i ladri, promettere eternità alle prostitute ma noi? Noi che dovremmo seguirti, che abbiamo scelto il sacrificio e la fedeltà, noi che siamo i giusti, a noi cosa rimane? Cosa ce ne facciamo di un figlio di Dio così? “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Io non so cosa abbia capito il Battista. Ma la giustizia di questo Dio debole sapeva già di fallimento umano. L’adempimento è una lama affilata ad aprire la gola del profeta, la sua testa su un vassoio. Questo è l’adempimento delle Scritture? Ma cosa ce ne facciamo del profeta decapitato? “Lascia fare” a chi? Al Padre, a te, al Vangelo? A chi? Lasciarsi fare, tremenda passività che solo gli amanti sanno abitare in modo generativo, anticamera dell’estasi o della morte. O di entrambe. Per ora, dici. Come se non avessimo già capito che tu trapasserai da parte a parte la nostra idea di giustizia. Come non avessimo capito che il tempo che ci chiedi non è per modificare la tua idea di giustizia ma per devastare la nostra. Tempo, quello che ci chiedi, per convertire la nostra immagine di giustizia che per noi è ricompensa, rivincita, o anche vendetta sì, sacra vendetta contro chi ci ha tradito, abbandonato, umiliato. Contro chi ha scelto di vivere una vita migliore della nostra. “Allora lo lasciò fare” e in quel momento, in quella scelta del Battista, anticipando Pietro che alla cena ultima di lasciò finalmente lavare i piedi, in quel momento iniziò una storia nuova. Lasciarsi fare. Fidarsi. Affidarsi. Non una passività triste ma un coraggio da sfoderare di fronte al mondo. Lasciarsi fare, non è debolezza se muove da una consegna consapevole e totale, lasciarsi fare non è fragilità se nasce da un ascolto costante e intimo della volontà del Padre. Lasciarsi fare non è rinuncia alla vita se la propria vita viene offerta per gli amici. E per i nemici. Solo la domanda diventa ancora più feroce: cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così? Che non fa ma si lascia fare. Che ci trascina a fare i conti con la radicalità estrema della fede: se ti lasci fare e Dio non esiste la tua vita è sprecata, bruciata nel delirio utopico che non promette nemmeno la costruzione di una società migliore. Lasciarsi fare da questa manifestazione di un paradossale Figlio di Dio è sconvolgente perché spinge all’estremo, o l’Eterno o la totale stupidità di aver immolato inutilmente la vita negandosi perfino il fascino dolce dell’esercizio del potere. Ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così spietato nei nostri confronti? O così ingenuo da non capire che non saremmo mai in grado di reggere il peso di questa sfida, perché è il martirio quello che sta scegliendo, per lui e per noi: l’impredicabile martirio. Battistello Caracciolo, Battesimo di Cristo, 1610-1615 Del battesimo di Cristo non si dice nulla, dell’immersione dico, di quel frangente in cui il Figlio di Dio è rimasto invisibile al mondo e senza fiato. Solo del suo riemergere, del suo salire e, insieme, dello scendere di un segno, come una colomba, a dire la trafittura dei cieli, lo strappo della distanza, la possibilità di vivere a cieli aperti. Come aver squarciato il cuore di Dio. Come aver strappato i suoi veli. Come ad aver iniziato a costringere anche Dio a mostrarsi nel Figlio in modo inedito. Il compimento prevede una sorta di conversione di quello che ci piace ancora considerare l’Impassibile, il Perfetto, l’Onnipotente. Sulla croce anche il Suo volto cambierà radicalmente. Ma cosa ce ne facciamo di un Dio così, di un Eterno che, aprendo i cieli, accetta il rischio dell’incomprensione? Rimane una voce. “Questo è il figlio mio l’amato, in cui mi sono compiaciuto”. Proprio questo. Esattamente lui. Figlio di Dio è colui che obbedisce. L’obbedienza a questo Figlio di Dio, proprio a questo, diventa la nostra unica possibilità. Impossibile dire cose sensate su Dio senza assumere la prospettiva di Cristo. Così la domanda, sempre feroce e scandalosa, apre ad una prima terribile e liberante risposta: “ma cosa ce ne facciamo di un Figlio di Dio così?”: niente. Non ce ne facciamo niente. Dobbiamo finalmente imparare a non farcene niente della nostra idea del divino, della nostra ideologia sul sacro, del nostro trascinare Dio dove i nostri interessi implorano attenzioni, del nostro maledetto bisogno di occupare un posto di rilievo nel mondo. Niente, dobbiamo farcene niente! Siamo noi che dobbiamo farci come il Figlio di Dio, tremenda sequela, e questo ci annienta, ci ammutolisce, ci terrorizza. Siamo noi a doverci lasciare fare da lui. E questo, follemente ci può far rialzare la testa, ci può immergere nell’unica sfida che valga davvero la pena combattere, o tutto o niente, o vita o morte, perché in quell’obbedienza si profila la possibilità vertiginosa di poterla divinizzare questa nostra vita, ma secondo le logiche di Cristo, Figlio di Dio, proprio di questo scandalo che sceglie di immergersi nella nostra misera carne. Alessandro Deho’ *Ogni settimana, ogni volta che ci sarà urgenza, Alessandro Deho’ prenderà spunto dalla lettura evangelica per avviare una riflessione fuori via, stonata, forse inutile. Lui dice, “balbettio”, dice “balbuziente”, dice di una inadeguatezza che fa lava, su cui fare leva; insieme abbiamo detto, come dice la Bibbia, “impacciato di bocca”: ma è proprio lì, dove la parola depone l’elmo e ogni verbo è vergine per eccesso di senso, nudo, inappropriato, che vogliamo stare.  In copertina: Piero della Francesca, Battesimo di Cristo, 1440-1450 ca. L'articolo “Squarciare il cuore di Dio”. Sull’apnea di Gesù proviene da Pangea.
January 11, 2026 / Pangea