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Catalogo di angeli e di poeti
Rainer Maria Rilke Rainer Maria Rilke scrisse di angeli, si ritirò nel castello di Muzot, che accarezzava come fosse una bestia, un cavallo. A volte lo chiamava Bucefalo, come il cavallo di Alessandro Magno – d’altronde, l’Asia prima di tutto è un’idea dai molti cuori, e ansima.  Molte donne sarebbero state disposte a morire per lui – fu lui a morire, tra dolori lancinanti: scrivere lettere al morto, a Rilke, divenne una moda, un genere letterario. Sentiva il fuoco scorrergli nelle vene, “Ti sento qui, sulla mia spalla sinistra”, gli aveva scritto Marina Cvetaeva: esiste gesto più umano di indirizzare una lettera a un morto? Conosceva le segrete del cielo, il luogo in cui sono segregate le creature celesti.  In febbraio, fu visitato da un’ispirazione implacabile, e scrisse, in tre settimane, la sua opera. In quei giorni, i cavalli uccisero a morsi i loro padroni, i lupi presero a sciamare in città, a sciogliere matrimoni e consigli. Sulla terra ancora gelata videro l’angelo agonizzare: non aveva ali, flutti di mosche uscivano dalla sua bocca. * Arthur Rimbaud Si lamentava con la madre, descriveva la noia, la minuzia del nonsenso. Fingeva. Un avventuriero francese, Jules Borelli, rifugiatosi ad Ankober, diceva che Arthur Rimbaud era “tra i viaggiatori affermati”, noto per “la pazienza implacabile”. Conosceva l’arabo e i mille rivoli dei dialetti locali; sapeva le armi, il cannibalismo, la derisione meridiana. La connaturata scaltrezza s’incagliò in una intrepida ingenuità.  Ai parenti chiedeva manuali sulle pietre, da cui voleva estrarre una qualche preziosità, e di essere sradicato dal ramo degli eredi: uomo dalle parole lapidarie, vide la lapidazione, la trafila delle iene, la lebbra. L’Africa non era una fissa, una tara, un tormento d’artista, ma un posto qualunque, l’egemonia della fuga.   Nessuno avrebbe riconosciuto in lui “l’angelo in esilio” idolatrato da Paul Verlaine – né lui, fedele alla preghiera del mattino, credeva negli angeli. Sono estinti, come le tigri dai denti a sciabola, diceva. La febbre annulla i confini tra sonno e veglia: quando gli tagliarono la gamba balbettò località dai nomi inauditi, necessarie per la geografia degli agiografi.  Nelle fotografie, il volto è invisibile, un puro buco nero – o bianco. Questo è un segno.  * Un angelo Il primo angelo, il primogenito, non ha volto: ogni fessura è cucita – palpebre, labbra, occhi, orecchie. Non sente e non sospira. Non ha naso.   Il primo angelo, il primigenio, non ha braccia, non ha gambe; non si muove e non sa di avere fratelli.  Probabilmente, è bianco. Sembra un sacco: a rovesciarlo – ma bisogna trovare il nodo esatto della cucitura – escono frotte di stelle, miriadi.   * Robert Graves Eppure, aveva un viso da Alessandro Magno e Ava Gardner – vincendo il terrore di mostrarsi in pubblico, rovinata nella vita – lo pianse: pioveva, quel giorno, a Londra, e sul suo ombrello era disegnato un airone.  Il poeta sbalordiva per entusiasmo: sullo stipite della sua casa, a Maiorca, aveva scritto parole di protezione, irreversibili. Si lamentava che un poema non fosse più sufficiente a inebetire i re, a far camminare una foresta. Di ogni cosa si premurava di sapere il nome segreto. Perfino Borges, spaventato, finì per imboccarlo – il poeta sbavava e la moglie – l’ennesima – gli puliva la bocca con uno straccio. Forse era quella la rivelazione.  Perché funzioni, occorre che la poesia sia un nodo. * Fernanda Romagnoli La sala da pranzo ha una coerenza primigenia, ma tutti sanno che la coltre della quiete cela un giaguaro.  Quante volte mediti di soffocare il marito, quanta Amazzonia giace in un’assenza? La felicità è fotografica, sempre: cioè, falsa all’infinito.  Nessuno poteva ignorare Fernanda Romagnoli, i premi non limarono la sua ritrosia, la nobiltà degli intempestivi – che non la capissero è puro vanto, un gioiello.  Le piaceva addentare il cuore, aveva una scatola di spilli sotto il letto.  * Un angelo Ha il corpo da ragno e dieci zampe: avvelena il giorno, che cammina sonnambulo, con le gambe gonfie e viola.  Di sera racchiude in un bozzolo le case. Raggelati, gli uomini si siedono con i polsi aperti. Dalle zanne l’angelo tesse la tela che ha un suono, un canto. * Un angelo Preferisce stare sdraiato sugli alberi. Gli uccelli notturni fanno un nido sul suo petto e ne è grato. Il gufo gli strappa gli occhi e il naso: è geloso perché le ali dell’angelo sono cangianti, come l’aurora boreale. Di solito, il serpente si acciambella nell’iride, o lungo il palato.  * Anna Achmatova Estrae le poesie da una candela, occhio che veglia sulla stanza.  Da quando Modigliani la ha disegnata con un tratto, distesa, molti anni prima, il divano è il suo pulpito, il simulacro. Certo, desidera essere venerata: il cognome – fittizio – tradisce una discendenza tartara: Anna sa mordere, all’occorrenza, strappare la faccia con i denti petrarchisti.  Le piace che mangino dalle sue mani: passeri, vecchie curve di prigionia, amanti, è lo stesso.  * Joseph Gries Per anni le inviò la stessa poesia – credeva che la ripetizione, antistante all’immobilità, fosse il regno delle cose eterne, monde. Era nato in Scozia: nel cimitero della chiesa, prossima all’oceano, pascolavano le pecore.  Gli piaceva l’idea di pubblicare un unico libro con un’unica poesia e svariati patimenti; incontinente, ne scrisse molti, il più noto s’intitola Come rettili della terra.  Insegnò letteratura scandinava a Tokyo, sapeva costruire case sugli alberi – un’intraprendenza di cui si vantava. Nei giorni di pioggia squadernava alcuni bicchieri sulla soglia; adorava il rumore, una sinfonia, quei calici di cristallo gli sembravano le bocche di tanti uccelli neonati. Nessuno si è preoccupato di ristamparlo. Viveva con quattro mogli, aveva divorziato da tutte. Di notte diceva di tramutarsi in volpe e di soddisfare le consorti dei vicini di casa. Era certo di non morire, preferiva il gelo che, era certo, costringe alla verità.  * Un angelo Ha dieci ali: su ciascuna è istoriata una tigre. È l’angelo dell’assedio e dell’assalto, l’angelo mercenario, l’angelo che macella i nemici fino a un filo di sabbia.  A volte ha l’eleganza screziata dei pavoni, dei quali, in effetti, preferisce la compagnia.  Non parla e uccide chi lo pretende come scorta. Eppure, tra tutti conosce l’arte d’amare.   * Wallace Stevens Impeccabile, vuole la tavola apparecchiata per sette, ama quel numero: si specchia sulla lama del coltello. La sua idea di armonia non esclude l’ecatombe, vede angeli ovunque – uno, dice, si è accucciato in un angolo del soffitto.  La casa ha alte finestre verticali che danno sui boschi – studia, con ammirazione, il punto esatto in cui il giorno diventa notte, lo start, l’ordine, il rubinetto intasato. In estate si dilatano spirali di api, come cronache bizantine.  Da ragazzo praticava la boxe, oggi non esce di casa senza la cravatta. Le sue terzine raggelano, piene di tagliole e tagliagole. I lupi, di sera, trottano intorno alla villa, sono blu: lui, Wallace, potrebbe divorarli tutti, la notte lo rende un Ciclope.  * Un angelo Dai suoi occhi salpano navi per il rio delle Amazzoni; conosce la gelosia – ricordo pericolante di quando fu uomo – e appoggia il pugno sinistro in Antartide.  Sul palato dell’angelo attecchisce una comunità che parla in dialetto: le case hanno tetti spioventi e grondaie a forma di drago.  È privo di volontà, ma non sa a chi obbedire – un’ira sonora lo rende vigile, conferendo alla sua bocca una bellezza da seduttore.  * È celebre l’analogia tra angeli e nuvole: non esiste angelo che non abbia la propria nuvola. Chi guarda le nuvole ausculta i sussurri dell’angelo, che è sempre di schiena.  * Ossessionato dalle finestre – che gli sembrano, probabilmente, la parola di Dio – è invitato a infrangerle. Il viale è sotto tiro dell’angelo: dietro ogni finestra gli sembra di vedere se stesso ragazzo – ma esiste un’infanzia anche per gli angeli? Le case, si sa, sono cannocchiali.  Solo il rumore delle finestre infrante, pari alla pioggia, lo placa.  *In copertina: Giovanni Battista Tiepolo, “La caduta degli angeli ribelli”, 1712/15; nel testo: angeli della famiglia Tiepolo L'articolo Catalogo di angeli e di poeti proviene da Pangea.
August 12, 2026 / Pangea