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Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono tenere la bocca chiusa
> “È disorientante e imbarazzante avere due bocche. Il suono che producono è una > vera e propria cacofonia.” Leggendo Il genere del suono di Anne Carson, per Crocetti, ho ricordato la leggenda caraibica letta a mia figlia come favola della buonanotte, pescata a caso da Miti e leggende dei Caraibi, per la collana Grandi Tascabili Economici della Newton. Mia figlia è chiacchierina e gli piacciono i chiacchierini. Pochi giorni fa ha scritto il primo biglietto a un bambino della classe, il suo primo amore? Gli ha scritto: “Anche se sei chiacchierone sei bellissimo”, e nella risposta il bambino-suo-primo-amore ha scritto: “È bellissimo che siamo chiacchieroni.” Il titolo della fiaba caraibica è stato Perché le donne parlano tanto e l’ho scelto sperando fosse divertente, anche se le righe corsive di presentazione mi hanno subito messo in guardia: “Anche in questa storia è presente una misoginia di antica data che può farsi risalire, attraverso le culture dei conquistadores, a quella letteratura antifemminista che ha uno dei suoi capisaldi nel Corbaccio del Boccaccio. Anche qui il referente è la Bibbia.” Il volume della Newton è a cura di Claudio Corvino – Corvino per la letteratura antifemminista risale al Trecento per Boccaccio e all’ottavo secolo Avanti Cristo per i libri più datati della Bibbia. L’ottavo secolo è anche il limite temporale inferiore preso in considerazione dalla Carson che in Omero ritrova lo stesso giudizio, pregiudizio, sulle donne: sul loro voler parlare sempre, troppo e male: Ulisse che si risveglia senza vestiti nell’isola dei Feaci nel libro VI dell’Odissea omerica, circondato da urla femminile. “Che chiasso di femmine mi si fa intorno!”. L’antifemminismo come radice giudaico-cristiana. Nella leggenda caraibica, presente nella sezione Vecchie storie delle Bahamas ma che delle Bahamas non ha nulla, la storia è questa: Dio creò Adamo ed Eva ed Eva la creò muta. Adamo da principiò non se ne lamentò, poi cominciò a sentirsi troppo solo senza qualcuno con cui poter parlare, o meglio che rispondesse alle sue domande, e Dio per rimediare strappò la coda al primo leprotto a vista e con quello ci fece la lingua per Eva, ma:  > “i peli della coda del leprotto le solleticavano il palato e così sputacchiava > cercando di liberarsene, e più ci provava, più peli le si attaccavano al > palato. Ed ecco perché la lingua delle donne non sta mai ferma.”  Per quel che vale, da una veloce verifica con un motore di ricerca online non risulta la presenza di leprotti alle Bahamas, ma per un Dio non sarà mica un problema rimediare un leprotto anche se la fauna locale non lo prevede, e ancora meno sarà stato un problema per il curatore di miti&leggende caraibiche di riportarne una che non si capisce cos’abbia di caraibico, o meglio si capisce benissimo che quando un popolo subisce una colonizzazione finisce per perdere anche il ricordo dei suoi miti e delle sue leggende, come osserva Naipaul in Fedeli ad oltranza, per Adelphi:  > “Ma nella nostra isola la popolazione autoctona che conosceva i luoghi sacri > fu annientata e, al suo posto, nella colonia-piantagione arrivò gente come > noi, i cui luoghi sacri si trovavano in un altro continente.” A mia figlia, che ha sei anni, a fine lettura ho chiesto di controllare: “La tua lingua allora è tutta pelosa come la coda di un leprotto?”, e lei: “No!” e giù a ridacchiare. Allo stesso modo avrei potuto chiederle se secondo lei la sua voce assomigliasse più a quella di una gallina, come nel caso di Nancy Astor secondo il collega alla Camera dei comuni sir Henry Channon, o se a quella di Getrude Stein, che secondo una delle sue biografie “Aveva una risata come una bistecca di manzo. Amava il manzo.” Ovvero, per chiederglielo con la Carson, se si sente pronta al fatto che “compito fondamentale della cultura patriarcale dall’antichità ai giorni nostri” è quello di “associare ideologicamente il suono femminile alla mostruosità, al disordine, alla morte”. Immagino avrebbe ridacchiato meno. Altro inciso: traduttore del testo della Carson per Crocetti è stato Patrizio Ceccagnoli – che è un po’ la versione italiana della voce della Carson. Siccome quanto scritto fin qui si presta fin troppo al risentimento di chi definisce woke chi non ha punto voglia di lasciar dormire il cane dell’egemonia culturale il cui sonno genera già fin troppi mostri mi lascio il pelo dell’uovo sulla lingua, ce l’avrò un po’ di leprotto pure io, e non sollevo la questione sul caso di un libro scritto da una donna a proposito del tentativo perenne dell’uomo di toglierle la parola che viene tradotto da un uomo, al più invito alla lettura dell’aggiornatissimo saggio Sensibili di Svenja Flasspöhler, per Nottetempo, che riflette su come “ridefinire i limiti dell’accettabile” con lo scopo di “illuminare la sensibilità nella sua dialettica, in rapporto con la resilienza, in modo da trovare possibili vie d’uscita dalle crisi del nostro tempo”, e che sa destreggiarsi con intelligente equilibrio tra gli opposti estremismi in merito alle questioni di appropriazione-culturale:  > “Un dubbio analogo investe la possibilità per gli scrittori bianchi di > immedesimarsi nella realtà e nella identità dei neri: si sospetta che chi > decide di farlo voglia solo trarre profitto da una condizione di oppressione > di cui è invece responsabile. Ma per quanto una tale sensibilizzazione possa > essere giustificata dalla storia del colonialismo, questa rigidità riporta il > gioco post-strutturalista alla fissità dello strutturalismo.”  Il registro della Flasspöhler nel saggio è di aggiornata e civile e stimolante conversazione, insomma tutt’altro che il “gemito raggelante della Gorgone” o “la voce fatale delle Sirene” o l’atteggiamento della vecchia Iambe “che urla oscenità e si alza la gonna sopra la testa per esibire i suoi organi genitali”, come da copione normalmente assegnato dagli uomini alle donne, convinti di saper parlare, e di aver diritto a parlare, lorsignori, più delle donne perché a differenza delle donne saprebbero tacere.  Gli uomini che se lo raccontano da soli di saper parlare meglio delle donne mi domando se siano poi davvero convinti di deciderlo da sé quando è opportuno tacere e di cosa o se sappiano in cuor loro di star soltanto obbedendo alla consegna del silenzio a cui li sottopone il potere perché gli si conceda. Le donne, estromesse dal potere, vuoi vedere mai che parlano fintanto che ne sono escluse e che per emanciparsi, cioè per godere degli stessi privilegi degli uomini potenti, sono disposte a limitarsi e a obbedire alla stessa consegna, a uniformarsi sull’omertà su cui si fonda il potere e rispetto al quale la letteratura si pone come antipotere poiché non tace ma racconta, e racconta non quel che il potere consente ma esattamente quello che il potere mai vorrebbe che fosse raccontato? Il rimando è istantaneo all’incipit de Le consapevolezze ultime, di Aldo Busi, per me memorabile quanto quello de Seminario sulla gioventù, questo: > “Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è > che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano > tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far > capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che > loro lo sapevano, cosa.” Agli uomini che a forza di tacere per potersi sentire uomini hanno perso la parola e assieme alla parola la possibilità di conoscere qualcosa di sé stessi, cosa significhi essere uomini per esempio ma mica soltanto una banalità del genere sul genere, non resta che imparare dalle donne come recuperarla, prima che la perdano pure loro, le donne, pur di passare a loro volta dalla parte dei perdenti di successo, di chi per vedersi riconosciuto il diritto al potere della parola deve rinunciare alla parola, accontentandosi così di un potere cheppoi non sarà mai il loro ma di chi tiene presso di sé la parola per meglio dominare chi avrà introiettato la vergogna di aprire bocca. Mia figlia continuerà a essere chiacchierina o riusciranno a rieducarla suo malgrado a tenere la bocca chiusa per la troppa vergogna si noti la coda pelosa di leprotto che ha per lingua? Da Il genere del suono della Carson:  > “Era un assioma della antica teoria medica greco-romana e delle coeve dispute > di anatomia che la donna avesse due bocche. (…) Entrambe le bocche forniscono > accesso a una cavità protetta da labbra che è meglio tenere chiuse.” E il bambino-suo-primo-amore resisterà alla pressione sociale per cui se vuole diventare uomo dovrà imparerà a tacere altrimenti dovrà sentirsi messo in fila con “Le donne, i catamiti, gli eunuchi e gli androgini”, ovvero tra coloro i cui “suoni sono sgradevoli da sentire e mettono a disagio gli uomini”, quegli uomini-veri che pur di sentirsi in prossimità del feticcio della virilità autorizzata diventeranno taciturni, inautentici, silenziosi, muti come Iddio creò Eva quel dì lontano laggiù alle Bahamas? O come tutti per potersi illudere di piacere dovranno dispiacersi e basta, a partire da sé stessi, per la goduria del potere che è principalmente quello di non far provare piacere agli altri incapace com’è di saperne provare lui?  antonio coda   *In copertina: Guercino, studio di volto, XVII secolo L'articolo Il leprotto delle Bahamas, ovvero: perché le donne (non) devono tenere la bocca chiusa proviene da Pangea.
May 27, 2026 / Pangea
Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una “madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino
Nessuno riporta in vita Alcesti, in questa storia. In questa storia – ri-velata da Fuani Marino ne La resa (De Nigris Editore) –, Alcesti è una donna partenopea. È Francesca Nobili Spada.   La tragedia: Venerdì Santo del 1961, 31 marzo. Nella casa ai Camaldoli di Napoli – punto più elevato della città, che ne ospita il rinascimentale eremo – Francesca abdica alla vita.  Madre di quattro figli, è giornalista, ha quarantacinque anni.  La messinscena – euripideo-napoletana – la vede circondata di fiori, fasciata di bianco, infarcita di farmaci. Nell’ora dell’impoetico gesto, si affida alla poetica di Rainer Maria Rilke. Alla sua Alcesti.  Alcesti – moglie che s’offre di morire al posto del marito.  Alcesti – antieroina che soffre, velata in un arcano.  Alcesti – un mistero napoletano.  * Fuani, chi è Francesca Nobili Spada? Perché la tua scelta è ricaduta su di lei per questa “Meridiana”? Non appena la curatrice della collana Isabella Pedicini mi ha invitata a far rivivere una donna del sud, e nonostante avessi letto Mistero napoletano molti anni prima, la mia scelta è ricaduta istintivamente su di lei. Forse perché è una donna scomoda, come lo sono io e come lo è anche Napoli, e mi era rimasta dentro, in profondità, per via dei tanti punti di contatto fra di noi: anche Francesca Nobili Spada è stata una giornalista e per certi versi una madre mancata – dei suoi quattro figli di fatto non ne crescerà nessuno, né i primi due che non poté riconoscere per l’allora diritto di famiglia, né quelli nati dall’unione con Renzo Lapiccirella, ancora piccoli quando si toglierà la vita. Nella tua ricostruzione di questo mistero napoletano, quanto è rilevante la commistione fra la donna realmente esistita e il personaggio letterario del romanzo di Ermanno Rea?  Sicuramente molto. Scrivendo autofiction sono sempre affascinata dallo scarto fra realtà e finzione, fra persona realmente esistita e personaggio. Lo stesso Rea ne era ossessionato al punto da renderla protagonista non solo di Mistero napoletano ma anche del successivo La comunista.  Francesca Nobili Spada si inserisce in un canone di antieroine che va da Anna Karenina a Emma Bovary – scrivi –, fino a Sylvia Plath, Marina Cvetaeva – aggiungo. Quale lettura dai a quello che definisci il loro “incedere incerto”? Direi che non m’interessano né riesco ad appassionarmi ad autrici e personaggi lineari, che non cadono né si sabotano per via della loro stessa natura. A questo canone, aggiungo ancora un nome – Fuani Marino. La radicale lucidità degli ultimi attimi di Francesca Nobili Spada rievoca quella che pervade le prime pagine del tuo autobiografico Svegliami a mezzanotte. Esiste una mistica prossimità tra Francesca e Fuani? Come ho detto è una donna che sento affine, una donna difficile, vittima di se stessa, che nella redazione dell’“Unità” qualcuno definiva “maculata”, nel senso di macchiata, per via delle sue scelte personali. La maternità travagliata – altro tema nodale per i personaggi femminili di cui sopra e di questa storia. Quanto conta nella scelta finale – “madre-incendio” si dice lei – di Francesca?  Pur essendo stata in vita una combattente – amava definirsi “una cattiva madre pazzamente innamorata dei suoi figli” – alla fine Francesca Nobili Spada si arrende, ma lo fa in modo scenografico e per certi versi spettacolare, allestendo per se stessa una camera mortuaria, quasi fosse una vittima sacrificale del proprio tempo.  Questo libro racchiude – mistero nel mistero – anche la trama di un libro introvabile, Nell’acquario di Angiporto galleria. Perché è considerato il romanzo-testamento di Francesca Nobili Spada? È un romanzo postumo, che Francesca scrisse in vita durante i suoi anni di attività all’interno della redazione e del partito. “Ci siete dentro tutti”, intimava ai suoi compagni e allo stesso Rea. Molti anni dopo sarà la figlia Viola Lapiccirella a darlo alle stampe scrivendone la prefazione. Infine, Fuani, cos’è per te, la resa? Smettere di cercare e combattere per il proprio posto nel mondo, preferendo lasciarlo e quindi, per certi versi, preferendogli il nulla. Fabrizia Sabbatini *** “Nessuno è a lui compenso. Io solamente. Io lo sono. Perché nessuno è al fine  come me. Cosa resta a me di quello  ch’ero qui, cosa resta oltre il morire? Lei non ti ha detto nel mandarti a noi  che quel giaciglio che di là ci aspetta  è d’oltretomba? Io già presi commiato,  io presi ogni commiato. Nessun morente più di me, che vengo  perché tutto, sepolto sotto quello  che è il mio sposo, svanisca, si dissolva. Prendimi dunque: prendimi per lui.”[1] Rainer Maria Rilke – Alcesti  *“Meridiane – storie ritrovate delle donne del Sud” è una collana curata da Isabella Pedicini (De Nigris Editore) che rintraccia e riscopre le voci femminili del Meridione attraverso i racconti firmati da giovani autrici contemporanee.  In copertina: Nicola Samorì, Maddalena, 2010 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Traduzione di Giaime Pintor (Rainer Maria Rilke, Poesie, Einaudi).  L'articolo Preferendo il nulla: vita di Francesca Nobili Spada, una “madre-incendio”. Dialogo con Fuani Marino proviene da Pangea.
March 12, 2026 / Pangea
2nd International Aikido course led by women 6-7-8 March 2026
Everyone is invited to participate to the 2nd International Aikido course led by women in Wells (Somerset, UK) This initiative is part of International Women’s Rights Day, with the aim of introducing Aikido to the general public while affirming the values of equality in our martial art. Men are therefore also welcome. For more detailed information visit iacw.vado.li TRAINING Friday 6 March ₤10.00: 5.30 – 7.30pm: jo/bokken and iado for beginners Saturday 7 March ₤45.00: 10am-1pm, 2pm-5pm Sunday 8 March ₤30,00: 10am-1pm, 2pm-5pm Full weekend ₤60,00 INSTRUCTORS Fiona Blyth 6th Dan Aikikai, Emiko Hattori 5th Dan Aikikai, Agnese Trocchi 5th Dan Aikikai, Milena Wayllany 5th Dan Aikikai, Linda McQuillan 5th Dan Aikikai, Yelitza Cuevas 5th Dan Aikikai, Roxana Gramada 4th Dan Aikikai, Judith Laredo 3th Dan Aikikai CONTACTS EMAIL blythfj@gmail.com, wellsaikidoseminar@gmail.com WHATSAPP +16174356390 WATCH LAST YEAR VIDEO! WATCH LAST YEAR PICTURES! International Aikido course led by women – 7-8 March 2026
January 2, 2026 / A.S.D. Salvatore Mergé – Dojo di Aikido
“Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare”. Le grandi donne della poesia persiana
Sui rapporti tra la poesia occidentale e quella persiana bastano – in irragionevole sintesi – tre momenti miliari. Il primo è la composizione del Divan di Goethe, rifacimento-reinvenzione del canzoniere di Hafez, il leggendario poeta sufi. Oltre alle poesie – tra le più alte scritte da Goethe – merita il commento Per una migliore comprensione, che è poi la folle ricerca della poesia “ingenua”, di una poesia, cioè, che danzando ascende. Quanto all’importanza della traduzione delle Rubaiyat of Omar Khayyam ad opera di Edward FitzGerald – modesto poeta in proprio – ha scritto un mirabile testo Jorge Luis Borges, raccolto in Altre inquisizioni. Come si sa – a proposito di persiane voluttà letterarie – Borges riteneva Le mille e una notte alla stregua di un testo sacro: nella mitica ‘Biblioteca di Babele’ edita da Franco Maria Ricci ne propose alcuni estratti, tratti dalla versione dell’orientalista francese Antoine Galland e da quella dell’esploratore britannico Richard Francis Burton (noto traduttore del Kamasutra, tra l’altro). Benché la Russia, per prossimità asiatica, sia un mondo a parte, vanno menzionate come emblema le “imitazioni” dal Corano di Aleksandr Puškin. Da lì in poi, dal pieno Ottocento, l’Oriente dei sogni, la Persia immaginata, l’Egitto metafisico, un esotismo da metropoli diventerà moda: da Delacroix a Jean-Léon Gérôme, da Lawrence Alma-Tadema ad Alberto Pasini, è tutto un infuriare di odalische e di Sfingi, di tigri, cammelli e muezzin, di arabie felici e di arabeschi. Su tutto, la nudità ostentata, la danza dei sette veli, il settimo cielo della poligamia – quel connubio salace tra eleganza e sangue. Shahrazād come il solo Eden plausibile.  Ma queste sono cose che, tutto sommato, si sanno. Si conosce meno, invece, l’influenza che nel vasto impero persiano, sotto egida islamica – che significa, oltre all’attuale Iran, l’Iraq e l’Azerbaigian, l’Afghanistan e l’Uzbekistan e larghe fette di Turchia –, hanno avuto le donne. In un libro pubblicato da Penguin nel 2021, The Mirror of my Heart, Dick Davies – già traduttore di Hafez, Firdusi e Attar – ha raccolto “Mille anni di poesia persiana femminile”. La pioniera di queste poetesse, Rabe’eh, è vissuta nell’attuale Afghanistan un millennio fa; l’ultima antologizzata, Fatemeh Ekhtesari, è nata a Kashmar, in Iran, nel 1986. Di quel ciclo – a suo modo entusiasmante – ci siamo soffermati sui primi secoli di poesia persiana femminile, traducendo, a mo’ di mero esempio, alcuni frammenti lirici.  Diversamente dagli uomini, le poetesse persiane osano temi lascivi, mettono in piena luce il corpo, le voglie della carne. Il cliché della mistica islamica – il rapporto d’amore con l’Amato, che ha sublimi riscontri, nella nostra tradizione, nel Cantico dei cantici – svela i propri umori, i sentori del corpo sfatto, che muore dell’amore, senza velature d’assoluto. Il sensuale domina sul sentimentale; il dettaglio – anche lubrico – emerge sul pendaglio teologico. Il vino è davvero vino, la coppa è la coppa, le labbra sono labbra, senza roseti né roveti ardenti a foraggiare di simboli la tracotante nudità. Chi scrive, genericamente, è donna d’alti natali, la cui ‘fortuna’ l’ha portata a essere dama o scriba presso le corti dei timuridi, dei mongoli o dei moghul. Spesso questa donna è andata in sposa a un alto funzionario: di matrimoni infelici sono costellati questi canzonieri che però – per la sottile arte del pudore, esteticamente eccelsa – non sfociano mai nella ‘confessione’; vi si accede attratti da uno spiraglio, da un sibilo, da una mera malignità confitta tra le fessure. Tuttavia, questa donna godeva della libertà di poter scrivere e studiare, sapeva primeggiare, per statura lirica, sui poeti dell’altro sesso – contemplava, tradiva, fuggiva da una vita vana, dalle censure della consuetudine.  Le vite di queste donne divennero, con rapidità di falco, leggenda; dal presunto libertinaggio di alcune di loro cagliarono poemi. Per certi lati, la storia, miracolosa, di queste donne è paragonabile a quella delle cortigiane giapponesi di epoca Heian: Murasaki Shikibu, Sei Shonagon e le altre, che da un mondo di paraventi hanno tratto un’intera letteratura. A differenza di queste, le poetesse persiane non subiscono la reclusione – semmai, un esilio del comprendere, le perpetue trappole del frainteso – e il loro lignaggio si attua nei secoli, costituisce un’audace discendenza. Alla vacuità delle giapponesi – a quell’irredento senso di nostalgia che pervade i loro scritti, alla taciuta ferocia – le persiane sostituiscono la pienezza d’amore, il rimorso, semmai, l’imperio dell’ira. Non è un caso se alcune donne che hanno sconvolto i salotti francesi degli ultimi secoli provengano dal Caucaso: Mademoiselle Aïssé e Banine. In queste donne, allo stesso modo, il gusto per il pettegolezzo si fonde all’arte della caccia: restano donne di deserti, di pronunciate pianure, di palazzi sulla soglia del miraggio, della calura che stenua in sfinge ogni ombra, fiere del loro essere fiera. Non attendono l’Amato con l’ansia patologica del mistico: pretendono una notte d’amore, pretendono tutto – e poi, prima di dimenticarlo, lo sorprendono spiccandogli una ciocca di capelli. Sanno che ogni notte ha il suo dio che muore – un nuovo dio, in bocciolo, sorgerà, all’alba.  *** Rabe’eh (X secolo) Discendente di Arabi, il padre ebbe importanti uffici a Balkh, nell’attuale Afghanistan. Pioniera della poesia persiana, fu “donna superiore agli uomini in talento, di acuminata tempra, intraprendente nel gioco dell’amore”, come narra una cronaca dello storico Muhammad Aufi (XIII secolo). Di lei si fece presto leggenda; la più nota – che diede avvio a poemi e romanzi – narra del suo amore per uno schiavo, Bektash. La relazione fu scoperta dal fratello di Rabe’eh, che le tagliò i polsi lasciandola, agonizzante, su una chiatta. Lo schiavo si vendicò, uccidendo il fratello di Rabe’eh per poi uccidersi a sua volta. Piuttosto, i versi d’amore di questa donna singolare sono stati letti come l’impresa di una via mistica.   Ho bevuto con il mio amore stanotte per sapere se fosse davvero lui il mio amore. Libera dal dolore e dal terrore, mi sono seduta al suo fianco e gli ho chiesto: “Mio dio, almeno stanotte annienta le chiavi del mattino”.  * Il suo amore mi ha catturato ancora –  ho lottato ferocemente, invano.  (A dire il vero, mi ha insegnato che non si può nuotare nell’infinito oceano dell’amore. Per avere amore devi accettare ciò che per istinto rifiuti. L’obbrobrio sia per te magnificenza inghiotti il veleno come fosse miele). Ho scosso la testa per liberarmi ma il cappio, infallibile, si stringe                        sempre di più.  ** Mahsati (1089 ca. – 1159) Visse nell’attuale Azerbaigian, scriba di corte al servizio del sultano selgiuchide Ahmed Sanjar. Nelle sue quartine non sono alieni i temi lascivi, le intemperanze di una impenitente libertina. Le furono ascritte innumeri e tormentate storie d’amore; il suo nome d’arte, Mahsati, significa “Signora della luna”. C’è un mondo per chi ama le pietre preziose: i poeti scelgono un mondo diverso per impreziosire i loro scranni. L’uccello che inghiotte il magico grano dell’amore vive su un altro piano: il suo nido è al di là dei mondi, ignora la ricchezza, disprezza la fama.  * Vieni, ho preparato un’alcova dove potremo giacere: sopra tappeti preziosi si spalanca il nostro rifugio perfetto.  Ho preparato la carne e il vino, te li voglio servire: il vino sono i miei occhi – mangerai il mio cuore straziato.  * L’amore addomestica il leone, lo costringe alle sue tane – è un oceano di meraviglie rare.  A volte, le sue deliziose vie allietano la nostra anima altre volte il vento sparge un cupo sentore di sangue. * Non sei molto intelligente, uomini come te non sono usi ai consueti codici dell’amore – mio volubile amico, sono felice che tu abbia passato la notte  con me: spero di non dimenticarti domattina presto… ** Motrebeh (XII secolo) Nulla si sa di questa donna se non che visse presso la corte di Nishapur. Il suo nome ne identifica la professione, significa: “donna sapiente nelle arti musicali”.  Gli ho detto: “Il mio cuore desidera un bacio”. Disse: “Un bacio ti costerà l’anima”.  Il mio cuore mi ha stretto all’angolo sussurrando: “L’offerta è ottima, accetta!”.  ** Fatemeh Khorsani (morta nel 1246) La frivolezza che promana dalle poesie di Fatemeh è in contrasto con la sua biografia, tragica. Catturata durante una razzia dei Mongoli in Corasmia, diventò intima della potente regina Töregene Khatun. Alla sua morte, fu accusata dalla corte mongola di tradimento e di stregoneria e uccisa dopo lenta tortura.  Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare, priva di te ogni piacere mi è negato… Tu sei fonte di vita eterna, ma, proprio come il sacro fiume, resti invisibile ai miei occhi.  ** Jahan Malek Khatun (XIV secolo) È l’autrice di uno dei più poderosi ‘divan’ redatti da mano femminile: le oltre 1500 poesie del suo canzoniere costituiscono, in fondo, la lirica, sgargiante autobiografia di Jahan Malek Khatun, una testimonianza unica nel Medioevo persiano. Figlia di Masud Shah, reggente di Shiraz, ebbe educazione di principessa. Alla morte del padre, subì le scosse della successione: per alcuni anni fu esiliata, salvo rientrare a Shiraz, dove morì. La sua vita fu lacerata dalla morte della figlia, neonata, a cui dedicò un commosso ciclo di versi.  Mi chiedi come sto – come sto senza di te, amore? All’alba gli occhi, nottambuli, arretrano nel sangue.  Mi hai abbandonato – mi hai insanguinato il cuore.  Mi hai lasciato cadere dagli occhi come lacrime.  Con noncuranza, le tue ciglia hanno ingabbiato il mio cuore: sono prigioniera dei tuoi lunghi capelli.  Aveva statura e grazia: era bello come la prima lettera. La sua assenza mi ha reso vedova del mio nome una donna votata alla follia.  * Sulla morte della figlia, neonata Nessuna droga può placare il mio cuore il marchio del dolore non si leverà mai. Il mio cuore non si stancava della tua presenza ora vive della tua continua assenza.  * Ho giurato di non vederlo mai più: come una Sufi, annienterò le tentazioni; so che la mia natura può farlo: per ora, rinuncerò alla rinuncia. ** Mehri (XV secolo) Dama di corte a Samarcanda, fu confidente della regina timuride Goharshad. Visse in epoca florida, munifica per i poeti. La regina – che l’amava – obbligò Mehri a sposare il chirurgo di corte, un uomo molto più anziano di lei: di qui le poesie che ostentano infelicità coniugale, il corpo che sfiorisce, la fiacca sessualità.   Una giovane donna che va in sposa a un vecchio avrà – finché non sarà vecchia – ogni felicità negata. Meglio una freccia piantata nel fianco dicono, che avere un vecchio al fianco.  * Dormiamo insieme e non mi sazi ti parlo e i tuoi silenzi mi sfiancano. Ho sete: dici di essere la fonte della vita –  dov’è allora, per amor di Dio, l’acqua che mi neghi? * Mi chiese di baciarmi le labbra: già, ma quali labbra, quelle di sopra o quelle di sotto? * Non farti ingannare dalle belle parole –  le belle parole sono quelle che la balia elargisce al bambino quando non ha più latte.  * Nessuna notte è più breve di quelle trascorse con te: appena prendi a svestirmi il sole comincia a sorgere.  ** Zaifi Samarqandi  (XV secolo) Nulla si sa di questa donna capace di esprimere in versi intrisi d’ira l’infelicità del suo amare. Nel nome è forse celata la provenienza della sua famiglia, Samarcanda.  Il mio amore è nulla per me – ormai è tardi… vecchio flaccido sciocco sei in uno stato pietoso e minacci di prendermi a botte?  Ma se non hai nemmeno la forza di reggerti in piedi! * Ofaq Jalayer (XVI secolo) Figlia dell’alta aristocrazia timuride, Ofaq Jalayer andò in sposa al governatore di Qom. Seguì il marito nei suoi continui spostamenti – di cui ricaviamo tracce nel pur scarno canzoniere –, terminando i suoi giorni presso la corte del Gran Mogol Babur, il fondatore della dinastia Moghul.  Te l’ho promesso: non berrò più vino                                 mio nobile cipresso –  Tuttavia tu non hai promesso, non rinuncerai                                  a darmi il vino dalla tua bocca.  * Cos’è questo chiacchierare di esilio                                come fosse un incantesimo? La tua casa è dove sei felice                                in qualunque luogo essa sia. ** Dusti (XVI secolo) Nulla si sa di Dusti, donna che eccelle nel ferreo lamento, se non il nome del padre, Darvish Qayam Sabzevari. La luna ha i capelli spettinati e io mi sono innamorata dell’eresia di un infedele. O amico, che straziante dolore l’amore –  una volta che ti ha catturato, non c’è scampo non c’è senso né logica nell’amore a entrambi devi rinunciare – Dusti  ha pianto lacrime come le nuvole a primavera ora non piange più: ha pianto troppo.  L'articolo “Le malizie che ho in serbo per te non possono aspettare”. Le grandi donne della poesia persiana proviene da Pangea.
June 26, 2025 / Pangea
International women’s day of Aikido – 8 marzo 2025
Nel weekend dell’8 e 9 marzo 2025 a Wells in Inghilterra celebreremo la Giornata internazionale delle donne nell’Aikido. Organizzato da Fiona Bytl e Alive U.K. a Wells, nel Somerset U.K., il seminario sarà condotto da donne insegnanti di Aikido di alto livello internazionale. Il seminario sarà condotto da: Fiona Blyth, 6° Dan Aikikai, USA-UK Emiko Hattori, 5° Dan Aikikai, Giappone Agnese Trocchi, 5° Dan Aikikai, Italia Jimena Gutiérrez Alarcón, 5° Dan Aikikai, Argentina Roxana Gramada, 4° Dan Aikikai, Romania Il seminario è organizzato e condotto da Fiona Blyth Sensei, 6 Dan Aikikai, dell’Aikikai USA di Boston . Unitevi a noi nella Giornata internazionale della donna dell’8 marzo 2025 per celebrare una varietà di prospettive, abilità e punti di forza femminili nell’Aikido di oggi . ORARI E COSTI * Sabato (£ 45,00) 11-13.30, 14.30-17.00. * Domenica (£20,00) Aikido/Ki No Renma-armi 10.00-13.00. * Weekend completo £50,00 (sconto per i visitatori internazionali). E necessario essere assicurati e portare bokken e jo. Possibilità di alloggio in ostello: 35 euro a notte. Per partecipare si prega di utilizzare PayPal: https://www.paypal.me/aikidoalive Oppure pagare in contanti alla porta . Per maggiori informazioni visitare l’evento Facebook qui.
March 2, 2025 / A.S.D. Salvatore Mergé – Dojo di Aikido