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Lettera alla prima lettera di Dostoevskij
Pozzuoli, Anno 2026. Deciso, ho iniziato a leggere la raccolta delle lettere di Dostoevskij pubblicata da Aragno, sapidamente intitolata: I demoni quotidiani. Me la sono tirata in casa da anni, pagata col benefit aziendale, dovuto in quanto previsto dal CCNL dei metalmeccanici. La prima lettera è del 23 luglio 1837, al padre: “Gentilissimo babbino!”.  Dostoevskij non ha ancora compiuto sedici anni, ne ha tre o quattro più di me quando l’ho letto la prima volta. Ne avevo tra i dodici e i tredici quando lessi Delitto e castigo praticamente per caso, perché avevo finito i Dylan Dog. Se io sono chi sono, chiunque io sia, in buona parte devo a Dostoevskij l’avere in orrore la violenza, l’aver capito forse troppo presto che non esista una violenza giusta: l’ingiustizia mi è insopportabile, lo stesso commettere violenza contro gl’ingiusti è un orrore.  Delitto e castigo è la storia di un uomo che esce sconfitto dal tentativo di avere la meglio sulla coscienza che ha. Raskol’nikov è sconfitto in partenza perché non crede in quello a cui vorrebbe credere, che il suo sentirsi vittima d’ingiustizia giustifichi la volontà di fare vittime sue.  Nel romanzo di Dostoevskij il castigo viene prima della pena, la pena di voler commettere un delitto e di commetterlo poi per davvero pur di non sentire più come una debolezza l’imperio della propria coscienza.  Raskol’nikov ha ventitré anni, non fa più in tempo a non avere una coscienza, non ne ha tredici, magari a tredici fai ancora in tempo a pianificare e mettere in opera il tentato omicidio della tua professoressa di francese, scrivendo una lettera con l’incipit che tradotto dall’inglese pare faccia così:  > “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre. Sono giunto alla > conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di > ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, > quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. > Ucciderò la mia insegnante di francese.” Raskol’nikov non avrebbe mai potuto scrivere una lettera del genere. Neanche Franz Kafka, che pure ha avuto più coraggio scrivendola direttamente al padre, provando ad ucciderlo via lettera, mortificandolo simulando di mortificarsi, seppure non gliela abbia mai recapitata, neppure spedita. E comunque la lettera al padre Kafka l’ha scritta nel 1919, quando aveva trentasei anni, uno in più di Dante quando s’avviò per la dritta via smarrita. E più difficile scrivere al proprio padre da grande o da piccoli?  Raskol’nikov e Kafka non avrebbero potuto scriverla perché la coscienza e l’inconscio glielo avrebbero impedito, o meglio: avrebbero fatto in modo che la coscienza e l’inconscio glielo impedissero.  La tentazione è di dedurre che oggi non abbiamo né coscienza né inconscio? Come nella storia raccontata in L’avversario da Carrère. Dopo la prima lettera di Dostoevskij quindicenne, siccome ho deciso non leggerò più di una lettera al giorno, ho letto le prime pagine de L’avversario. Volgari nel senso pornografico della volgarità: “La mattina del sabato 9 gennaio 1993, mentre Jean Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia.” Chi sa scrivere e scrive un incipit così lo sento ben capace di scrivere “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre”, eccetera eccetera. Lo sento capacissimo di essere lui lo stupratore anale della gattina a Tor Tre Teste.  Sto dicendo Carrère sia senza coscienza e senza inconscio? Dico sappia scrivere come se non ne avesse. Come fosse lo scrittore paradigmatico del tempo toccatogli, come Dostoevskij e Kafka del loro di tempo. Quando ho iniziato a scrivere della prima lettera letta di Dostoevskij non credevo sarei giunto a fare questo considerazione su Carrère, che non mi piace particolarmente, che mi respinge senza riuscire a respingermi del tutto, anzi, attraendomi più di quanto a tratti mi ripugni, come capitava con Dostoevskij quando avevo dodici o tredici anni, come è capitato con Kafka letto per la prima volta non molto tempo dopo Dostoevskij.  Devo giustificare lo strano scollamento mentale che ho provato leggendo la lettera di Dostoevskij fanciullo? L’ha scritta quasi centonovanta anni fa, Dostoevskij è morto da circo un secolo e mezzo, ma a me sembra di poterne guardare ora stesso la nuca giovane china a scrivere la lettera al gentilissimo babbino, come stessimo entrambi nel pensionato e io fossi il Kostemèrov che sta preparando lui e suo fratello Michaìl all’esame di ammissione alla Scuola del Genio Militare.  Leggo la lettera di un quindicenne di nome Fëdor perché diventerà Dostoevskij ma Fëdor questo non può saperlo, non sa della vita e della lotta che lo attendono. Il padre a cui scrive verrà ucciso dei suoi servi della gleba meno di due anni dopo. Il fratello Michaìl assieme al quale firma la lettera al babbino morirà nel 1864, lasciandogli debiti e la vedova di cui prendersi cura. È ancora presto per tutto, pure per farsi nascere dentro un Raskol’nikov pur di poter scrivere di Raskol’nikov. Seppure potessi, non gli anticiperei nulla sul suo futuro. Dostoevskij saprà misurarcisi, ha saputo misurarcisi, a misura di letteratura, scriverà romanzi impossibili da leggere una volta soltanto, da leggere soltanto senza esserne deformati o riformati, e per ora scrive al padre:  > “Ancora a lungo dovrete occuparvi dell’educazione dei figliuoli: siamo > molti.”  Scrive Fëdor:  > “Quanto al tempo di Pietroburgo, è delizioso, italiano.”  Qui è estate da poco e c’è allerta meteo. antonio coda L'articolo Lettera alla prima lettera di Dostoevskij proviene da Pangea.
June 24, 2026 / Pangea
“Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia Paolini
Leggere Il macello moderno di Antonella Antonia Paolini (Aragno, 2025) è un’esperienza estrema, che fa trasalire, e lascia sconcertati in quanto possiamo riconoscerci da umani tutti gettati in quel macello. Tra Ivano Ferrari, Amelia Rosselli e Nanni Balestrini, con la lingua affilatissima di una poesia che non cede mai al buonismo né al dolorismo viviamo una trasfigurazione del limite, nella leopardiana coscienza dell’impossibilità di abitare la natura umana senza dolore, e che questa stessa ferita e dolore coincida con la letteratura e sia perciò sacrificio inestirpabile, pena la fine dell’arte. Paolini testimonia l’infinitudine dell’arte letteraria e la sua solenne crudeltà, in quanto madre assoluta e matrigna, oltre tempo e spazio, si abbatte sui corpi, li viviseziona e divora, concedendo soltanto squarci di luce nel regno delle formiche, abitanti notturne della dimensione della scrittura, tanto quanto gli scarafaggi di Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane. Il prologo ricorda proprio Psicosi delle 4:48, i quindicimila scarafaggi per Paolini diventano formiche. Però, nel suo monologo, l’occhio, la pelle, si apre alla luce.   > “Formiche. Una sensazione di formiche nel buio, mi attraversano il viso, il > corpo, scendono e salgono sulla bocca, sul collo, sulle braccia, sul seno, sui > polsi, entrano ed escono dalla camicia, si infilano ovunque; non le vedo > perché è buio. È buio e scritto qui dove sono. È buio e stretto qui dove sono. > Non so quanto tempo sia trascorso, devo essermi addormentata.  > > Mi fanno male le nocche delle mani. La gola. Ho gridato. Ho bussato, battuto > sulla superficie che mi schiaccia da tutte le parti”. Tutta questa lotta con la carne, con la mente, l’ossessione, l’identità, le ossa frantumate, la prigione, il cielo, la letteratura, la nostra aria, il respiro che può esistere soltanto attraverso la conoscenza. > “Il vento soffia nelle mie ossa cave d’uccello > si fa strada con la sua parola urlata e continua, > preme ai miei vetri. > Mi raggela e lucida come un cielo di tramontana. > Aguzza mi guardo limpida, > m’inchiodo”. Emoziona, commuove, dilania. La sostituzione della letteratura alla vita, l’essere fantasma spettro in vita, il tema dell’identità e della soglia, del vuoto – commuove e dilania. La lingua è la trasformazione alchemica più potente non in quanto edulcorante di false banalità buoniste, ma in quanto, nel restare ferma nel terrore di sé medesimo, il dolore riesce a rendere la verità occulta dell’esistenza mediante una lingua che fa propri gli strumenti della letteratura e della poesia e li trasforma, li trasfigura completamente. Vi è una doppia trasformazione: una trasformazione del dolore in bellezza e una trasformazione del linguaggio – di ciò che giunge da una lingua letteraria – per farne una nuova lingua letteraria che non ripete il passato, ne diviene sepolcro. Ilaria Palomba ** A R.S. Credo solo nell’ossessione ma l’ossessione deve svolgersi srotolarsi per tutto il labirinto e arrivare fuori. * L’ho pagato a caro prezzo ogni passo, Ho pagato e pago un prezzo alto Alto E sono come un uccello che non ha compagni                         [di volo su questo grattacielo Non guardo né su né giù, Sento il vento della sera. * Era pericoloso fare poesia essere uno che la faceva sul serio la poesia la poesia la sentiva in ogni angolo di sé sperperato questo era uno che si era rovinato sperperato sempre puro a troppo un costo alto metteva il piede male nella vita lui sono bravo a far poesia si disse nel pomeriggio era disperato, un ottimo candidato alla poesia e al suicidio. In quel momento aveva la bocca amara amara amara più amara di una moramara. *In copertina: Joachim Beuckelaer, Macelleria, 1568 L'articolo “Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia Paolini proviene da Pangea.
April 23, 2026 / Pangea
Sia lode al “mostruoso” Mario Praz, un antidoto contro l’odierno cattivo gusto
La crisi dei costumi, il triste scomparire del paesaggio, fisico innanzitutto, ma anche umano, l’arte priva di qualunque riferimento storico o letterario, il disagio rassegnato di far parte di una razza in estinzione: Mario Praz (1896-1982), maestro solitario e indimenticato, di questo sentire fu campione, eroe supremo. L’americano Edmund Wilson, che lo considerava artista unico, in riferimento alla categoria del “prazzesco” – specifico macabro e bizzarro, grottesco e incongruo della sua opera di grande saggista –, aveva trovato, infine, le parole giuste per definirlo: the Genie of the Via Giulia (dal luogo della residenza in cui aveva preso a dimorare molti anni prima). E Alberto Arbasino, amico intimo, impegnato a sua volta nei Ritratti italiani a tracciarne il profilo umano sotto la maschera del professore un po’ arcigno di Letteratura inglese alla Sapienza, traduceva giustamente quel ‘genie’ in genietto, spiritello demoniaco, con tutte le connotazioni del caso.  Del resto, sia detto con rispetto, un po’ mostruoso Mario Praz lo fu senza dubbio, specie se si considera l’elegante e terrifica ‘Casa della Vita’ romana, ubicata prima a Palazzo Ricci e poi a Palazzo Primoli, che ancora Arbasino, in pagine di pura devozione, ricorderà come  > «un luogo di vertiginosa densità intellettuale che si sprigionava e protendeva > da ogni quadro e lampadario e vetrina e ‘canefora’ e ‘poudreuse’ e > ‘barcellonnette’ quando il tè era servito nel salone fra le due monumentali > librerie, e il padrone di casa incominciava a guidare una indimenticabile > visita in tutte le stanze, e dagli oggetti affioravano a catene e a grappoli i > ricordi, e gli oggetti erano più vivi delle persone».  Ora, a ricordare ancora una volta di Praz i funambolismi e le scorribande del pensiero, lo scintillio raro di tener assieme saperi disparati in un pugno unitario di cultura enciclopedica – “Ho una mentalità simile a quella dei secentisti: quanto maggiore è la lontananza fra due oggetti, purché vi sia un punto di contatto, tanto più mi attrae il paragone”, diceva –, giungono questi articoli usciti su “Paese Sera” tra il 1960 e il 1972, raccolti in Alcibiade (Aragno, 2024, prefazione di Alvar Gonzalez-Palacios) dal solito Giuseppe Balducci (dopo i precedenti Misteri d’Italia, Omelette soufflée à l’antiquaire e Collezionare libri, sempre editi da Aragno) cui si deve tra l’altro un’introduzione da leccarsi i baffi.  Da questi scritti, certo minori ma tutt’altro che trascurabili, nati da letture che l’autore recensiva per il supplemento “Libri” (ideato da Gianfranco Corsini) del quotidiano romano vicinissimo ai comunisti con il nome de plume di Alcibiade (in onore del nonno materno che lo voleva, invece, impiegato nella professione forense), affiorano comunque scampoli di bellezza e bizzarria. Lampi che eccedono i ristretti confini della materia letteraria e che invadono l’arte, la storia, il gusto, insomma la vita. Secondo il procedimento comparatistico che gli era particolarmente caro («il mio guardaroba intellettuale contiene pochi capi interi»), ovvero quello di andare a caccia di richiami, associazioni, analogie, accostamenti, per poi mettere tutto in fila e capirne il senso solo quando il gioco, soltanto allora, avesse assecondato i capricci della sua immaginazione (si vedano i celebri lavori su Petrarca, Dante e T.S. Elliot, per citare alcuni esempi). Un fare critico di cui Renè Wellek, comparatista anch’egli di livello, tesserà le lodi in Storia della critica moderna, ponendolo al pari della poesia perché come questa in grado di creare mondi, tracciare itinerari. E gli articoli di Praz su “Paese Sera”, nel loro piccolo, fanno proprio questo: spaziando dalle porcellane e maioliche italiane dell’Ottocento all’arte romantica, dallo splendore ed erotismo nelle miniature persiane alla Napoli settecentesca capitale della seta, dal teatro elisabettiano (passione condivisa con l’amico Emilio Cecchi) all’eredità linguistica e culturale di Gabriele D’Annunzio, dai teatri e le feste nel Cinquecento ai misteri della cultura pagana. Sono elzeviri, com’è evidente, di una civiltà prossima alla scomparsa, scritti dal suo ultimo testimone, che, da vero e grande scrittore – a quando la ristampa de La casa della vita, cara Adelphi? Che non sarà Il gattopardo, d’accordo, ma era pur sempre lì a contendergli lo Strega nella finale del ’58 – non rinuncia, anzi vi indugia volentieri, a incursioni autobiografiche, al giudizio morale nei confronti della modernità, alla più completa identificazione con le cose del mondo, senza abbandonare mai l’ironia insegnatagli dall’umorista inglese Charles Lamb – sua ‘scoperta’ e maestro.   Come nel caso di Roma, alla quale Praz dedica tra le pagine più ispirate e malinconiche di tutta la raccolta, e dove gli obelischi, le piazze, il papa, il barocco appartengono ad una città da lui stesso definita ‘perduta’. Quella ad esempio delle Ventiquattro vedute di Roma dell’artista russo Andrej Beloborodoff – preso in esame dall’autore, tra l’altro, già in un pezzo uscito sul “Tempo” poco prima – e commentate da Henri de Règnier, «in cui l’incantato viandante poteva, quando che volesse, appartarsi un poco dalle non molte vie battute da un moderato traffico, e trovarsi nell’atmosfera ideale pei nobili sogni e le esaltanti rievocazioni», tra «silenzi e rovine, in quell’inimitabile insieme di culto e di rustico  che Walter Pater tanto gustava nei luoghi che avevan visto fiorire quell’antica civiltà».  Il dramma della Roma moderna, dice allora Praz, sta proprio nel colpo brutale e consapevole inflitto dalla presenza umana, e della peggior specie come quella politica, all’ideale di eternità di cui la capitale è stata a lungo simbolo. Solo certe composizioni di Beloborodoff, ormai,  > «su Piazza San Pietro, su Piazza del Quirinale, sul Campidoglio, spirano un > senso di sacra solitudine, quasi trasportano Roma, già così eccelsa di per sé > […] in un’atmosfera ancora più alta, più serena, rabbrividente della presenza > degli dèi».  Neanche Villa Falconieri, al centro di una di quelle splendide vedute, frattanto acquisita da un Ministero, era stata risparmiata «dai moderni». Se è vero che l’arredamento di questa bellissima villa è costituito da «resti di aste pseudoantiquarie ed enormi tavoli dal piano di fòrmica; […] un falso tappeto d’Oriente rosso accesso col centro verde pistacchio, un servizio di poltrone e sofà dorati finto Luigi XVI, […] e due sgraziate torciere metalliche». Per concludere, sconsolato, che  > «quando un Ministero, che ha tra le sue sezioni una particolarmente dedicata > alle Belle Arti, dà tale esempio di gusto, che può più sperarsi per Roma?».  Be’, il coraggio di porsela una domanda del genere, di cui Mario Praz aveva già a suo tempo intuito la risposta, noi non ce l’abbiamo davvero né vogliamo darcelo. Forse per codardia. O forse perché i moderni, non solo a Roma, è da mo’ che procedono gaudenti alla distruzione di qualunque cosa ricordi loro il concetto di eterno. Se non lo si è compreso, vuol dire che queste pagine, ancorché tardivamente, aspettano solo di essere lette.  Alberto Scuderi L'articolo Sia lode al “mostruoso” Mario Praz, un antidoto contro l’odierno cattivo gusto proviene da Pangea.
March 18, 2025 / Pangea