Scrivere è spostarsi da dove si era fino al momento prima di scrivere, e leggere
è lo stesso – nella mia convinzione su cosa possa essere la scrittura, nella
ragione del mio continuare a leggere nell’epoca in corso nella quale si contano
sempre meno lettori o cosiddetti lettori forti, o così pare, definizioni a vuoto
tra l’altro: o si è lettori, ovvero si legge per non trovarsi più nello stesso
posto dove si era fino al momento prima di leggere, o si è al più sostenitori di
quel ramo industriale detto editoria che secca a velocità prodigiosa, sempre più
puntellato da protesi sintetiche dettate dagli algoritmi pappagalleschi che
nulla possono offrire della vitalità anarchica della letteratura. La letteratura
lo decide lei quand’è primavera, fa fiorire le rose anche d’inverno. La
scrittura di Angelo Ferracuti lo è al quadrato perché è scrittura in viaggio,
che è come dire viaggiare due volte, spostando in avanti l’umano desiderio di
varcare le frontiere, fossero pure quelle dell’immaginario e della morte, per
continuare a spostarci in avanti, perché ogni viaggio è l’ultimo soltanto fino
al viaggio dopo.
Nell’intervista di Morena Marsilio per la letteratura Working Class di te hai
detto: “non so fare altro che viaggiare e raccontare.” Che viaggio è stato
questa volta?
Impegnativo, in luoghi difficili da raccontare, entrando in contatto con gli
altri nel loro momento più delicato. All’hospice “La farfalla” di Montegranaro
la persona con cui ho parlato è morta da lì a poco. In una clinica in Svizzera
mi ha affidato la sua storia la donna che aveva accompagnato il marito, ricorso
il giorno prima all’eutanasia attiva. La commozione è una emozione che affatica.
Siamo di fronte non solo all’estetica del racconto ma a questioni etiche
fondamentali, e all’intimità delle relazioni umane più profonde. Raccontare gli
altri richiede l’assumersi una grande responsabilità. Il mio amico Dondero
diceva: “Io non fotografo le persone per un risultato estetico, le fotografo
perché mi interessano, perché esistono.” Il mio modo di raccontarle proviene
dall’oralità perduta della cultura contadina. Lo dico sempre: vorrei poter
raccontare a voce le mie storie, e così le scrivo. La volontà linguistica è la
naturalezza del parlato.
A proposito di Viaggio sul fiume mondo, chiesi cosa potesse essere vissuto
soltanto in Amazzonia, e la risposta fu: “la relazione costante con la morte,
che da noi è stata totalmente rimossa.” Con L’ultimo viaggio, che racconta
proprio i viaggi di chi va incontro alla morte che tarda a dare sollievo,
continui a esplorare il nostro rimosso?
Racconto i rimossi da sempre. Per anni ho scritto storie dal mondo del lavoro,
del suo immaginario volutamente e artatamente rimosso dallo storytelling dei
produttori, positivo ed edificante, che cancella i conflitti, il sudore e il
dolore di cui sono fatti. Racconto le storie che mi interessano. Ho appena
letto Teglie di rabbia dello svedese Henrik Johansson che racconta il mondo dei
panifici industriali, delle meccaniche interpersonali al suo interno, i rapporti
tra lavoratori stabili e precari e interinali, quello che se non fosse
raccontato non potrebbe mai essere visto, saputo. Dopo che leggi un libro così
neppure il pane quotidiano può continuare a essere guardato con gli stessi occhi
di prima. Il compito della letteratura è anche questo. Agire sullo sguardo verso
le cose.
Un viaggio prevede sempre un minimo di preparativi, pratici, mentali. Per
scrivere questo libro di reportage, quali sono stati?
Aver perso la mia prima moglie a quarantadue anni mi ha preparato, temprato.
In L’ultimo viaggio proseguono le riflessioni sulla morte che hanno portato alla
scrittura di La metà del cielo. Ho letto molto, visto molti film, come per
esempio il bellissimo Amour di Haneke. Il bagaglio era già pronto per questi che
sono racconti ancora più che reportage, infedeli soltanto nel montaggio, nel
senso che non ho inventato nulla di quello che è stato scritto. I santi bevitori
di Berlino, il sesto racconto del libro, restituisce una condizione umana
potentissima e non è nient’altro che la realtà. Aver avuto il fiuto di trovarla
è equivalso a essere a metà dell’opera.
Il tuo è un libro di viaggi ma anche di vagabondaggi. Attraversato dalla ricerca
di risposte come pure da una non del tutto sottintesa volontà di smarrirsi, tra
indirizzi forse presi male, appuntamenti messi a rischio dagli imprevisti,
rincorse dei protagonisti che preferiscono conservare un basso profilo. Come si
fa a raggiungere l’assenza di chi ha preferito spingersi verso l’ultima e
destinazione? È un libro paradossale.
È la realtà a essere paradossale se si impara a non distogliere gli occhi.
Entrare nell’hospice di Montegranaro è davvero come varcare la frontiera di un
purgatorio in terra, abitato da persone in attesa della morte, da spettri in
vita. Appena fuori c’è il mondo a cui siamo abituati con la sua velocità, mentre
lì dentro è tutto frammentato, silenzioso. Le foto di Marrozzini in apertura del
libro lo testimoniano bene.
Voglio entrare nel libro dalla porta di Oslo. Scrivi “almeno due volte l’anno
vado a Oslo.” Una delle scene che fermi nei tuoi taccuini sembra provenga dal
romanzo-capolavoro Gli inconsolabili di Ishiguro, è quella dove parli di una
delle stranezze di Oslo, che è “l’esistenza degli strani turnisti che cambiano
manualmente la traiettoria dei tram, una cosa che prima facevano direttamente
gli autisti, scendendo dalla locomotiva. Ho visto uno di questi scambisti che
usciva veloce dall’automobile per deviare il 19 sulla strada che porta a
Majorstuen, mentre fuori nevicava fittamente, prima di tornarsene dentro
l’abitacolo subito dopo in attesa di un nuovo passaggio. Una cosa assurda,
insensata, involontariamente comica, qualcosa del vecchio mondo corporale,
manuale che resiste.” Potrebbe valere come descrizione della vita in sé vista
dalla prospettiva della morte: assurda, insensata, involontariamente comica.
Non esistono più neppure gli scambisti dei tram. L’atteggiamento dei norvegesi
nei confronti della morte non è stato come me lo immaginavo. I popoli nordici
sono laici, gli olandesi sono all’avanguardia rispetto al diritto all’eutanasia
attiva, invece in Norvegia semplicemente non se ne parla. In parte agisce un
cristianesimo sotterraneo, l’antico nome di Oslo era Christiania, ma il punto è
che il popolo norvegese è molto vitalistico, in metropolitana vedi le persone
con gli sci, secondo un vecchio detto: vogliono morire con gli stivali ai piedi.
La Norvegia almeno ai miei occhi è un posto bizzarro, ricco di petrolio ma con
una percentuale di infelicità molto alta. Un popolo malinconico, come lo è la
sua letteratura. Ho intervistato molti scrittori norvegesi, da ultimo e di
recente Frode Grytten che con Il giorno in cui Nils Vik morì ha scritto proprio
un romanzo sul fine vita. I suoi lettori gli hanno detto che il libro li ha
aiutati a parlare di ciò di cui nessuno parla, del morire.
Nel libro si entra attraverso la foto scelta per la copertina, una sorta di
esposizione al negativo di uno degli scatti del secondo reportage fotografico di
Marrozzini. È la foto di Graziella a diciotto anni, la protagonista dell’ultimo
racconto, Tutta la vita. Graziella vive a Monteleone di Fermo, è paralizzata,
deve essere assistita in tutto, ma di andare a morire non ci pensa affatto.
Graziella è irriducibile. Era una donna depressa che ha reagito alla malattia in
maniera positiva. La sua storia racconta qualcos’altro però: lei può essere così
com’è grazie alla presenza di una comunità affettiva che è scomparsa nel resto
della società. Oggi si muore da vecchi, spesso da soli, abbandonati in una
corsia d’ospedale.
Graziella sceglie di tenersi la vita che ha.
Un libro che avvalorasse una parte sola, quella di chi come me è favorevole
all’eutanasia attiva, sarebbe stato un libro sprecato. L’intenzione è stata la
moltiplicazione dei punti di vista. Ogni scelta è quella giusta se presa in
rispetto della propria volontà. Quel che conta è poter scegliere. D’altronde c’è
un altro aspetto da dover tenere in considerazione: la vita ci appartiene ma noi
non apparteniamo solo a noi stessi. Mi viene in mente la storia di Lucio Magri e
di Luciana Castellina che lo tira giù dal treno verso la Svizzera, che gli dice:
tu non puoi andare a morire, non appartieni solo a te stesso, tu sei anche
nostro. Stiamo parlando del gruppo dei fondatori del “manifesto”, di laici
marxisti. Apparteniamo a noi stessi ma apparteniamo pure a una memoria, a una
comunità, ai nostri affetti.
Gli altri come deterrente alla morte.
Nella civiltà contadina da cui provengo, che aveva ci mancherebbe i suoi lati
coercitivi, c’era di sicuro che nessuno veniva lasciato da solo. In Un indovino
mi disse Tiziano Terzani, uno che è stato in viaggio tutta la vita, scrive che
morire nella casa dove si è nati, dove magari sono morti i propri genitori, i
propri nonni, è un po’ morire meno. È una frase rassicurante. Ho voluto
scrivere L’ultimo viaggio con lo stesso tono. È un libro rassicurante. Per me
raccontare i posti dove si va a morire ha significato demistificarne le immagini
deformate con cui sono entrati nell’immaginario collettivo. La morte è più
normale di quanto se ne pensi.
Nell’Hospice “La farfalla” di Montegranaro una infermiera ti “racconta di un
ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è
riuscito ad usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose mortale.” Nella realtà
aggiornata, dov’è possibile ordinarsi la morte a domicilio, qual è il senso di
mettersi in viaggio verso la morte?
La Svizzera con le sue cliniche per l’eutanasia attiva è diventata una frontiera
dell’immaginario. Bisogna essere ben consapevoli che a decidere di fare questo
viaggio è chi vive il corpo come una prigione, chi non ne può più. Parliamo di
una percentuale bassissima di persone. In Svizzera rappresenta l’uno percento
dei decessi. Il numero di coloro che arrivano dall’Italia è talmente esiguo.
Però nell’immaginario collettivo ha preso uno spazio enorme, come se chiunque
muoia è perché è andato in Svizzera. Per chi soffre di malattie gravissime la
vita non è più vita, è una attesa disperata della morte. Il viaggio conserva un
immaginario molto forte, e in questi casi diventa un viaggio verso la
liberazione. In un paese cattolico come l’Italia potrà essere frainteso, ma
bisogna capire che le persone che finalmente intraprendono questo viaggio sono
felici, che per loro andare a morire è una gioia. È raggiungere la terra
promessa.
In direzione opposta a quello che può sembrare il feticismo della vita, il
vivere come dover vivere che tu voglia o no.
Nel libro mi sono sforzato per capire anche le cose che non condivido. E capisco
il dilemma dei medici contrari all’eutanasia attiva. La medicina nasce per
salvare la vita, è la sua missione, è la sua speranza. Allungare la vita costi
quel che costi pur di non darla vinta alla morte.
Sottolineature da L’ultimo viaggio: nell’hospice, “C’è un mobiletto con dei
libri, romanzi per lo più”; “Sabrina stava raccogliendo le sue cose, soprattutto
libri, che aveva letto mentre vegliava suo marito”; a Basilea “una scaffalatura
con alcuni dizionari di lingua spagnola e italiana, qualche romanzo”. Poi ci
sono gli oggetti che lasciano i morti per scelta in una camera dedicata della
clinica per l’eutanasia attiva: “Libri, taccuini eleganti”. In questo mondo,
dove gli scrittori – almeno in Italia – “sono diventati quando va
bene entertainers, continuamente in tour come improbabili star tra festival e
tristi raduni di lettori in provincia” e dove addestriamo programmi informatici
perché scrivano i libri a comando per andare incontro ai propri vizi da lettori,
la lettura e la scrittura sembra continuino a essere ciò a cui è ancora
possibile aggrapparsi mentre il proprio mondo emotivo e cognitivo si sta di
fatto dissolvendo.
Non ho inventato niente, erano lì. Certo sarà stato anche il mio interesse a
farmeli notare. I libri in una casa rivelano molto di chi sceglie di tenersi
proprio quelli. Di fronte al fatto della morte la letteratura resta uno dei
metodi di evasione momentanea più efficace. L’uomo con cui parlai all’hospice e
che morì poco dopo però non mi parlò di libri, mi descrisse la moto con cui gli
sarebbe piaciuto fare un viaggio se fosse uscito da lì. Quello che c’è, che
resiste, è il bisogno di raccontarsi, e di qualcuno che ascolti il tuo racconto.
Quando è successo a me ricordo che mia moglie mi strinse la mano, le sue ultime
parole furono: “Le bambine.” Abbiamo avuto due figlie. Non ha detto altro, aveva
già detto tutto.
Photo Giovanni Marrozzini; per gentile concessione
In L’ultimo viaggio ci sono dei lampi autobiografici, punti di collasso in cui
il raccontatore coincide con il raccontato. Frasi come: “Quando è morta mia
moglie non c’era ancora l’hospice”, come “penso che nelle cose che scrivo niente
è neutrale, neanche la nebbia”. In questo libro hai raccontato storie che
avrebbero potuto essere le tue?
Pochi mesi prima che morisse mia moglie avevo sentito di alcuni frati che
preparavano un decotto presunto curativo. Le dissi: “Vuoi che vada a prendertene
un bottiglione?” Mi guardò come fossi diventato matto. Non sono credente ma per
lei sarei andato in chiesa a dire una preghiera. Mi disse: “Questo te lo
risparmio.” Quando vivi sotto una pressione psicologica così stringente le pensi
tutte. Aver scritto anche di me in L’ultimo viaggio è la riprova che ho fatto
sul serio, che partecipo di quel che scrivo. Ci sono storie che avremmo
preferito non dover vivere ma che abbiamo dovuto vivere lo stesso. Non puoi
decidere ciò che devi vivere, però puoi decidere di raccontarlo e come
raccontarlo.
Altri viaggi da vivere per raccontarli?
Ce ne sono tanti! Sento il gran fascino di Pyramiden, nelle isole Svalbard, un
ex sito minerario svuotatosi dopo il crollo del muro di Berlino, dove è rimasto
tutto intatto e disabitato. Poi ho da sempre il sogno di attraversare i luoghi
di Jack London che è stato uno dei miei miti letterari di gioventù, le terre
dello Yukon e dei cercatori d’oro, perché ce ne sono ancora. Sono e resto in
cerca delle storie di cui sento io per primo la necessità che vengano
raccontate, ascoltate.
antonio coda
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La crisi dei costumi, il triste scomparire del paesaggio, fisico innanzitutto,
ma anche umano, l’arte priva di qualunque riferimento storico o letterario, il
disagio rassegnato di far parte di una razza in estinzione: Mario Praz
(1896-1982), maestro solitario e indimenticato, di questo sentire fu campione,
eroe supremo. L’americano Edmund Wilson, che lo considerava artista unico, in
riferimento alla categoria del “prazzesco” – specifico macabro e bizzarro,
grottesco e incongruo della sua opera di grande saggista –, aveva trovato,
infine, le parole giuste per definirlo: the Genie of the Via Giulia (dal luogo
della residenza in cui aveva preso a dimorare molti anni prima). E Alberto
Arbasino, amico intimo, impegnato a sua volta nei Ritratti italiani a tracciarne
il profilo umano sotto la maschera del professore un po’ arcigno di Letteratura
inglese alla Sapienza, traduceva giustamente quel ‘genie’ in genietto,
spiritello demoniaco, con tutte le connotazioni del caso.
Del resto, sia detto con rispetto, un po’ mostruoso Mario Praz lo fu senza
dubbio, specie se si considera l’elegante e terrifica ‘Casa della Vita’ romana,
ubicata prima a Palazzo Ricci e poi a Palazzo Primoli, che ancora Arbasino, in
pagine di pura devozione, ricorderà come
> «un luogo di vertiginosa densità intellettuale che si sprigionava e protendeva
> da ogni quadro e lampadario e vetrina e ‘canefora’ e ‘poudreuse’ e
> ‘barcellonnette’ quando il tè era servito nel salone fra le due monumentali
> librerie, e il padrone di casa incominciava a guidare una indimenticabile
> visita in tutte le stanze, e dagli oggetti affioravano a catene e a grappoli i
> ricordi, e gli oggetti erano più vivi delle persone».
Ora, a ricordare ancora una volta di Praz i funambolismi e le scorribande del
pensiero, lo scintillio raro di tener assieme saperi disparati in un pugno
unitario di cultura enciclopedica – “Ho una mentalità simile a quella dei
secentisti: quanto maggiore è la lontananza fra due oggetti, purché vi sia un
punto di contatto, tanto più mi attrae il paragone”, diceva –, giungono questi
articoli usciti su “Paese Sera” tra il 1960 e il 1972, raccolti
in Alcibiade (Aragno, 2024, prefazione di Alvar Gonzalez-Palacios) dal solito
Giuseppe Balducci (dopo i precedenti Misteri d’Italia, Omelette soufflée à
l’antiquaire e Collezionare libri, sempre editi da Aragno) cui si deve tra
l’altro un’introduzione da leccarsi i baffi.
Da questi scritti, certo minori ma tutt’altro che trascurabili, nati da letture
che l’autore recensiva per il supplemento “Libri” (ideato da Gianfranco Corsini)
del quotidiano romano vicinissimo ai comunisti con il nome de plume di Alcibiade
(in onore del nonno materno che lo voleva, invece, impiegato nella professione
forense), affiorano comunque scampoli di bellezza e bizzarria. Lampi che
eccedono i ristretti confini della materia letteraria e che invadono l’arte, la
storia, il gusto, insomma la vita. Secondo il procedimento comparatistico che
gli era particolarmente caro («il mio guardaroba intellettuale contiene pochi
capi interi»), ovvero quello di andare a caccia di richiami, associazioni,
analogie, accostamenti, per poi mettere tutto in fila e capirne il senso solo
quando il gioco, soltanto allora, avesse assecondato i capricci della sua
immaginazione (si vedano i celebri lavori su Petrarca, Dante e T.S. Elliot, per
citare alcuni esempi). Un fare critico di cui Renè Wellek, comparatista
anch’egli di livello, tesserà le lodi in Storia della critica moderna, ponendolo
al pari della poesia perché come questa in grado di creare mondi, tracciare
itinerari. E gli articoli di Praz su “Paese Sera”, nel loro piccolo, fanno
proprio questo: spaziando dalle porcellane e maioliche italiane dell’Ottocento
all’arte romantica, dallo splendore ed erotismo nelle miniature persiane alla
Napoli settecentesca capitale della seta, dal teatro elisabettiano (passione
condivisa con l’amico Emilio Cecchi) all’eredità linguistica e culturale di
Gabriele D’Annunzio, dai teatri e le feste nel Cinquecento ai misteri della
cultura pagana. Sono elzeviri, com’è evidente, di una civiltà prossima alla
scomparsa, scritti dal suo ultimo testimone, che, da vero e grande scrittore – a
quando la ristampa de La casa della vita, cara Adelphi? Che non sarà Il
gattopardo, d’accordo, ma era pur sempre lì a contendergli lo Strega nella
finale del ’58 – non rinuncia, anzi vi indugia volentieri, a incursioni
autobiografiche, al giudizio morale nei confronti della modernità, alla più
completa identificazione con le cose del mondo, senza abbandonare mai l’ironia
insegnatagli dall’umorista inglese Charles Lamb – sua ‘scoperta’ e maestro.
Come nel caso di Roma, alla quale Praz dedica tra le pagine più ispirate e
malinconiche di tutta la raccolta, e dove gli obelischi, le piazze, il papa, il
barocco appartengono ad una città da lui stesso definita ‘perduta’. Quella ad
esempio delle Ventiquattro vedute di Roma dell’artista russo Andrej Beloborodoff
– preso in esame dall’autore, tra l’altro, già in un pezzo uscito sul “Tempo”
poco prima – e commentate da Henri de Règnier, «in cui l’incantato viandante
poteva, quando che volesse, appartarsi un poco dalle non molte vie battute da un
moderato traffico, e trovarsi nell’atmosfera ideale pei nobili sogni e le
esaltanti rievocazioni», tra «silenzi e rovine, in quell’inimitabile insieme di
culto e di rustico che Walter Pater tanto gustava nei luoghi che avevan visto
fiorire quell’antica civiltà».
Il dramma della Roma moderna, dice allora Praz, sta proprio nel colpo brutale e
consapevole inflitto dalla presenza umana, e della peggior specie come quella
politica, all’ideale di eternità di cui la capitale è stata a lungo
simbolo. Solo certe composizioni di Beloborodoff, ormai,
> «su Piazza San Pietro, su Piazza del Quirinale, sul Campidoglio, spirano un
> senso di sacra solitudine, quasi trasportano Roma, già così eccelsa di per sé
> […] in un’atmosfera ancora più alta, più serena, rabbrividente della presenza
> degli dèi».
Neanche Villa Falconieri, al centro di una di quelle splendide vedute, frattanto
acquisita da un Ministero, era stata risparmiata «dai moderni». Se è vero che
l’arredamento di questa bellissima villa è costituito da «resti di aste
pseudoantiquarie ed enormi tavoli dal piano di fòrmica; […] un falso tappeto
d’Oriente rosso accesso col centro verde pistacchio, un servizio di poltrone e
sofà dorati finto Luigi XVI, […] e due sgraziate torciere metalliche». Per
concludere, sconsolato, che
> «quando un Ministero, che ha tra le sue sezioni una particolarmente dedicata
> alle Belle Arti, dà tale esempio di gusto, che può più sperarsi per Roma?».
Be’, il coraggio di porsela una domanda del genere, di cui Mario Praz aveva già
a suo tempo intuito la risposta, noi non ce l’abbiamo davvero né vogliamo
darcelo. Forse per codardia. O forse perché i moderni, non solo a Roma, è da mo’
che procedono gaudenti alla distruzione di qualunque cosa ricordi loro il
concetto di eterno. Se non lo si è compreso, vuol dire che queste pagine,
ancorché tardivamente, aspettano solo di essere lette.
Alberto Scuderi
L'articolo Sia lode al “mostruoso” Mario Praz, un antidoto contro l’odierno
cattivo gusto proviene da Pangea.