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“Allora, anima, comanda i mondi”. Tentativi di ingresso nell’opera di Marina Cvetaeva
>  “…Non sta alla tua ragione > giudicare il sangue in fiamme”.   > > 28 febbraio 1923 Convinta della verità di queste parole scrivo qualche pensiero sulla Cvetaeva, pochi barlumi delle innumerevoli luci che le sue parole accendono.  Non la amo interamente, il mio istinto di sopravvivenza combatte, è molto forte. La leggo come una donna legge le parole di un’altra donna, per quanto poeta. Interamente, dunque, la comprendo e mi difendo dall’entrare così a fondo nelle sue parole. Penetro ogni sfumatura, ogni dettaglio da cui genera quella specie di furia espressiva, smisurata e rigorosa, il mio sguardo non fatica ad aderire al suo. Perché so fino a che punto si vedono chiare le cose con quel taglio, con quell’occhio!  Marina è terribilmente attraente e con altrettanta intensità respinge. E turba, non si può starle lontano e nemmeno vicino. Da parecchi mesi prendo e lascio i suoi libri, mi manca e mi allontana e poi la cerco ancora. Tutto ciò che nella vita ci insegnano a osteggiare, a tenere al guinzaglio, lei lo libera. Sfrenata, non conosce rallentamenti ma solo sterzate a tutta velocità e di segno opposto, guidata da una lucidità così cristallina da diventare millimetrica, ossessiva e disturbante, spaventa il mondo che deve prenderne le distanze o fuggire. * “La tua estate di parole” dice Rilke e la ama. Certo Marina ha amato – poeticamente – dei giganti, ma gli altri… questa facilità di infatuazione è decisamente invidiabile seppur distruttiva. Marina, butta a mare gli idoli! non crearteli, prendili a sassate, non dopo, subito! – si vorrebbe gridarle con amore materno. Invece ha ragione Nadežda Mandel’štam quando generosamente riconosce che “donne così sono un prodigio”, donne che sanno “trarre dall’amore il massimo di gioia e sofferenza”. Io istintivamente arretro… di fronte a questo soffermarsi sul tema amoroso, quasi fosse un marchio dell’essere femminile, della poesia dei poeti donna o delle “poetesse” diciamo… (mi fulminerebbe lo so). Ma la Cvetaeva sa sciogliere molti nodi, perché in lei femminile e maschile si coniugano per istinto e per scelta, la potenza di eros travalica le identità sessuali, è persona non riducibile a queste categorie. I suoi singhiozzi non si compiacciono, sono furenti, sono vulcanici, di lacrimucce non sa che farsene perché “con sangue bollente si paga, non con le lacrime”. Le sue lacrime non annebbiano lo sguardo, lo ripuliscono, consentono di vedere ogni lato dell’oggetto, uno sguardo simultaneo su tutti i volti e i nomi dell’altro, amico, amante, figlio, situazione, accaduto: ci gira intorno e lo penetra, lo scruta e lo fende, affonda le mani in ogni piega. E poi lo pronuncia decisa sul foglio avendo visto tutto, avendo com-preso tutto, “abbracciato e capito” con impeto violento ma inerme perché “in tutto io sto stretta”.  Esemplare il massacro dei critici letterari. Come non essere soli, isolati? Esiste un mondo che accetti questo? * > “Ah, non credete mai alla morte delle passioni…” Allora lei trova una strada: esistere nell’assenza, diventare creatura di passioni nella distanza: da una debolezza Marina crea una forza. Non è volontà di sublimare le proprie pulsioni, ma poetica esplosione dell’identità del suo essere. Perché lei sa bene che siamo corpo e che la passione è sangue e che l’anima arriva fino alla pelle – “come se insieme alla pelle mi avessero strappato l’anima” – deborda da occhi, respiri, gesti. E la sua corporeità si fa così appassionata che trabocca dalle parole, ed esse diventano carne, sono corpo, sono sublimi indizi terrestri, e se la donna spesso non ha potuto o voluto unirsi all’amato, la parola-corpo non rinuncia, non fallisce, prende a calci gli ostacoli o li oltrepassa in un balzo.  Le sue sono parole di candore e di innocenza, di eterna giovinezza: la passione, qualunque sia l’oggetto che investe, “non è inganno, non mente”, non è costruzione ma irruzione, aborre tattiche e strategie.“Ciò che per voi è ‘gioco’, per noi è l’unica cosa che facciamo sul serio”. Marina non è una giocatrice e per questo l’abbraccio forte. * > “L’anima (…) per l’uomo spirituale è quasi carne”. Anima… quante volte ripete questa parola, ci insegna a pronunciarla di nuovo, ma bisogna intenderla. L’anima che la sua parola ci dona è densa, palpabile e potente, è fiammeggiante, nulla di più lontano da una spiritualità rarefatta (scriveva Hofmannsthal: “in Maria l’anima è come un velo che copra il corpo”). Al contrario in Marina che “di tutta me, neanche una spanna di superficie terrestre”, l’anima è il tripudio del corpo, “urlo – dal ventre”. La corrispondenza cercata tra senso e suono: l’anima bisogna sentirla coi sensi. È per questo che la amo profondamente e non mi contraddico, perché in lei si realizza il sogno di onnipotenza di ogni donna, quello di essere tutto, terra e stellato insieme, “aurora e minerale, sospiro e pane”. La sua poesia sana ogni separazione e crea un incontro nuziale, fa della parola poetica il luogo miracoloso e risanatore dove terra e cielo si fondono, e noi possiamo dire con lei: “… Insieme eravamo più interi. Veri.”, parole rare da sussurrare alla persona amata e alla poesia. * >  “Allora, anima, comanda > i mondi su cui vuoi regnare (….) > cresci: crea”.  Marina è poeta, lo è davvero, è un’anima creatrice. Che la vita miserabile non ha offuscato. Questo è uno di quei fatti sorprendenti che talvolta accadono, è un segno assoluto di speranza, una traccia luminosa. So che è possibile, so che esiste, scie di luce, creature come fiori, vita che esplode nelle situazioni più oppresse e letteralmente invivibili, l’ho visto coi miei occhi, l’ho sentito con l’anima, ho avuto il privilegio di questi incontri in carne ed ossa in luoghi derelitti. Marina è così, in solitudine, in miseria, in esilio crea.  Marina è poeta: ebreo errante, paria, creatura in esilio, “emigrante dall’Eternità nel tempo”. Ed è proprio questa condizione che la rende contemporanea, la fa appartenere al suo tempo. È il suo essere fuori posto, fuori luogo, fuori tempo, è il suo essere inattuale che le dona la distanza o l’anacronismo necessari per comprendere pienamente il tempo in cui vive e inchiodarlo. Lì l’atto poetico può sbocciare. Poeticamente crea respirando con la poesia, carnalmente crea le creature che ama, le investe con tutta sé stessa e le genera: possono anche essere insignificanti perché sarà lei a riempirne i vuoti, a crearle con la forza generatrice della sua anima. In questo modo colma il vuoto o la tragedia di ogni separazione, così combatte la morte che ogni separazione porta con sé (dal proprio paese, da un luogo, dal figlio, dall’amato). In questo modo Marina non solo ci dice che ogni donna o meglio, che ognuno è madre della persona amata, ma che ogni poeta genera ciò che ama nominandolo. Tutto ciò che Marina ama si fa parola, diventa “il cielo più basso – più vicino – della terra”.  L’amore in cui Marina vive è questo, e non c’è contraddizione con la coscienza che “non sfiorando le labbra, non è dato saziare l’anima” perché la sua anima corre instancabilmente verso un’acme, una vetta, una cima protesa verso quel cielo terrestre che è per lei la parola: “la vita comincia a significare solo trasfigurata, cioè nell’arte” e la trasfigurazione deve avvenire sul monte, lì si può splendere. La sua morte: “Pendio dell’argine!/ Tutte le cose strappate dagli incastri”. > “Se esiste l’Ultimo Giudizio della parola – davanti ad esso sono pura”. Cinzia Thomareizis *In copertina: Marina Cvetaeva nel 1917 L'articolo “Allora, anima, comanda i mondi”. Tentativi di ingresso nell’opera di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
February 11, 2026 / Pangea
“Questa lingua antica che risana”. Nel bosco segreto di Vicente Valero
Leggere Días del bosque (Visor Libros, 2008; Premio Loewe 2007) significa lasciarsi alle spalle la città, il cemento, i riquadri di cielo, per immergersi in un’atmosfera che al primo sguardo non appartiene a chi vive respirando gas. Bosco, fiume, cervo, luce, albero, uccelli, foglie, oscurità. Con questo vocabolario Vicente Valero ci chiede di entrare in un altro ritmo e in un’altra visione, dove l’estraneità iniziale a poco a poco si dissolve, si raccoglie e si mette in ascolto. Per avvicinarsi all’autore non si può tralasciare la sua nascita a Ibiza nel 1963, pervasa di tutto quello che un’isola porta in sé. L’insularità si presenta infatti come un fattore significativo per la sua poesia e la sua opera letteraria, di cui egli stesso prende coscienza pienamente nel momento in cui si allontana per completare gli studi a Barcellona (perché solo lasciando un’isola – afferma – si comprende cos’è un’isola). Alla domanda riguardo a come la propria origine isolana abbia influito sulla sua opera, Valero ha risposto: «L’unica cosa che oso dire è che in un’isola la natura si esprime in una forma smisurata. Un’isola è di per sé un fenomeno prodigioso della natura, paragonabile soltanto ai deserti e alle montagne più alte. L’artista insulare diventa interprete di quell’eccesso e di quegli estremi. I colori e i profumi, il sole, le notti, il mare: tutto si dà come un’inondazione, come un’onda immensa e violenta. L’artista non sfugge all’onda, ma non si lascia trascinare a riva: quando la vede arrivare, vi si tuffa a capofitto, la trapassa. Il suo corpo lavato da quest’onda è l’unico tema».  Chiunque trascorra tempo, vita e pensieri su un’isola sa bene quanto ogni elemento naturale si esprima nella sua forma estrema, conosce ogni contraddizione o armonia tra furia e bonaccia, tra confine e infinito, voce e silenzio, tutta la potenza racchiusa in uno spazio delimitato. Sa anche – ricordando Pavese – che dovrà fare i conti con quel limite, come un orizzonte da combattere o da accettare.  Il poeta si addentra dunque in questa natura potente con i sensi allertati e ascolta, vede, sente, impara un nuovo linguaggio, perché la parola poetica coinvolge tutti i sensi per Valero, e più ancora può agire come un senso ulteriore del nostro corpo. Alla luce di questo riferimento possiamo avvicinarci all’opera dell’autore spagnolo, che è narratore, saggista, traduttore, ma soprattutto poeta, a partire dal primo libro di poesie Jardín de la noche (El Serbal, 1987). La sua ultima opera, El tiempo de los lirios (Periférica, 2024) si presenta invece nel profilo un quaderno di viaggio: Valero percorre l’Umbria per incontrare, attraverso un dialogo tra arte, cultura e natura, Francesco d’Assisi, proprio colui che in forma altissima ha vissuto e riscritto la relazione di fraternità e consonanza con ogni elemento del creato. Ma cosa può essere el bosque per un poeta a cavallo tra due secoli accelerati come i nostri? Se ci sentissimo ancora di pronunciare «nobis placeant ante omnia silvae», che significato avrebbe?  La lettura de I giorni del bosco ci immerge in un ambiente naturale che non si dà come un paesaggio fuori di noi, una bellezza con cui entrare in relazione e di cui semplicemente godere, come egli stesso ha affermato:  > «non potevo situarmi di fronte e contemplare come un visitatore o un turista > contempla o fotografa un paesaggio, ma parlarne dall’interno, lasciar parlare > il mio corpo durante il transito per quel mondo solare, pieno di boschi > riarsi, di segni millenari, invecchiati, di spiagge e sentieri, di notti > profonde e albe umide. Credo che la mia poesia cerchi di esprimere una > pulsione in cui i sensi, la memoria e la forza stessa degli elementi diventano > una cosa sola, una sola verità». Questa prospettiva unitaria supera quell’antropocentrismo predatorio che nel libro è rappresentato da figure che creano un silenzio oscuro e mortale, la morte del pensiero: il cliente, l’aviatore, il cacciatore che conosce le parole ma il suo pensiero è lo sparo, e muore con la preda. Figure che non sono in grado di incontrare e decifrare la parola dei luoghi né di vedere il cervo, «quello che si lasciava vedere», la cui parola ogni volta è apparizione.  Il nostro bosco non è uno spazio idilliaco, ma un luogo di spari e contraddizioni, di coltelli e sangue, di paura come lupo mite che ha perso il branco, dove il dolore e la furia del vento si fanno palpabili. Allo stesso tempo, è proprio qui che le parole scorrono come un fiume, parole che si immergono e rinascono rinnovate, qui il poeta percepisce la sorgente che ha in sé, il suo corpo, la sua mano diventano una fonte. Nell’osmosi tra parola, corpo e bosco si rivela «questa lingua antica che risana». Nel bosco di Valero, si fa strada la figura del caminante, che nel suo andare si prepara alla visione nell’atto proprio di riconoscere di essere fatto della stessa materia del bosco che attraversa. Il sangue che il viandante lascia sui biancospini è verde come erba e si rinnova con la fioritura, le orme lasciate sul terreno «sono come membra in più del suo corpo (…) sono polvere e fango – come una qualsiasi altra parte del mio corpo», leggiamo nelle Dichiarazioni, le ventiquattro prose poetiche che costituiscono la seconda parte de I giorni del bosco, ognuna delle quali – in corrispondenza alle ventiquattro poesie che aprono il libro – riprende e approfondisce le visioni e gli squarci che la prima parte del testo – Poesie appunto – offre.  Colmo di stupore e solitario è l’animo del poeta, «nemmeno i suoi demoni lo accompagnano», mentre si avventura nel «bosco segreto delle parole» dove con forza analogica si avvicinano realtà che sembrano lontane ma che, accostate, rivelano nuovi significati, si misurano con l’indecifrabile e l’indicibile, perché, secondo Valero, è solo la parola poetica ciò che può proteggerci da quanto non può essere detto o compreso. Qui le parole sono alberi elevati e misteriosi: gli alberi sognano, le foglie sono «parole sagge e pronunciate a bassa voce». Acuta è la percezione del viandante, vedere, ascoltare, immergersi, toccare, palpare sono i suoi verbi: così può nascere quella «oscura e calda lingua che abbiamo imparato con le mani».  Immerso nel reale, Valero è un poeta che continua a credere nell’ispirazione che si manifesta lungo un cammino di avvicinamento, mai del tutto compiuto, verso una verità che può darsi solo per frammenti. Ma qualcosa può accadere in questo spazio-tempo del cammino, la sete del poeta-caminante può calmarsi, può apparire un segno che illumina, una ráfaga dice il poeta, un lampo che mette a fuoco l’intuizione di quella verità che proprio la realtà ci sta rivelando.  Accogliere la forza animistica della parola di Valero, parola allo stesso tempo concreta, sanguinante, sussurrata e stupefatta, significa accogliere la sua fede nella parola, che scaturisce da una continua ricerca nel luogo in cui il «mistero è tangibile», dove luce e ombra, oscurità e chiarezza si rincorrono, dove anche la caduta è luminosa. Qui respira l’emboscado, come scrive l’autore nella terza e ultima sezione Discorso in versi che conclude il libro, un uomo nuovo, una figura inavvertita, tutt’uno con la materia infinita del bosco e delle sue parole.  Cinzia Thomareizis * Poesie I Sono parole le foglie di questo albero di fico. Parole sussurrate. Il merlo le convoca e le pronuncia con la sua lingua nera dell’alba. Io credo ancora in voi. Credo nell’aria pallida di questo inverno e nelle foglie senza luce che ora scivolano nude, scorrono come parole ultime del mondo: oscure messaggere di una più profonda e perfetta chiarezza.        II Un giorno, nel bosco segreto delle parole, il cervo che avevo visto, quello che si lasciava vedere, laggiù dove non ci sono strade né sentieri ma solo erba alta e rami sparsi, mi disse che il fiume della notte illumina i disperati, a patto che immergano senza paura il loro dolore.  III L’aviatore non è come un uccello. L’aviatore che ne sa, per esempio, di questo fango. Di queste pietre azzurre sotto l’albero. Che ne sa l’aviatore di queste radici. Di questi rami putridi, di queste foglie bagnate: così piacevoli e soffici. VI Sogna di essere stato una goccia di pioggia, un padre per gli usignoli. Sogna anche di essere stato una lanterna nella notte, una dimora per gli esuli, un’ombra per i viandanti a mezzogiorno. Adesso che sta per essere abbattuto, sogna di essere stato un albero l’albero. IX Parole che abbiamo visto immergersi solitarie ogni notte nelle acque oscure di questo fiume. Il cervo che avevo visto allora beveva, lavava le sue ferite invisibili. Nel buio una nuova lingua rinasceva, fremeva come un animale notturno, divampava fino all’alba. XI Una volta sulla tavola del tramonto vidi anche dei bicchieri vuoti, i frammenti azzurri di un pane sconosciuto. C’era sangue sulla tovaglia tessuta dagli dèi, coltelli bruciati dal sole. Mi avvicinai e mangiai. A quel tempo mi nutrivo soltanto di ferite oscure, di antichi e violenti sacrifici. XVII Il vento cerca sempre il bosco: sa che qui il suo dolore sarà libero, potrà gemere, erompere, far rabbrividire la terra. Sa che qui potrà dichiarare il suo tormento: il piacere della sua ira. XX Oscura e calda lingua che abbiamo imparato con le mani, palpando la membrana appiccicosa dei nidi, la crescita del muschio e della ragnatela, le vene bianche delle foglie morte, l’aridità del formicaio. XXI La paura era solamente un povero lupo che correva mite e disperato verso nessun luogo, un animale perso sotto la pioggia nera del bosco: solo un’ombra assente e infelice del branco. XXIII Ho lasciato ogni giorno il mio sangue sui biancospini. Il mio sangue in questo bosco è verde. Quando i biancospini fioriscono, anche il mio sangue si rinnova. Così ho imparato a fiorire. Così ho imparato a contemplare il mio sangue XXIV Una goccia del mio sudore nel bosco farà crescere l’albero della sete. All’ombra di quest’albero un giorno forse riposeranno altri viandanti. F0rse, all’ombra di quest’albero, un giorno le parole del bosco saranno di nuovo ascoltate, quel cervo che vidi sarà visto di nuovo. Che una goccia del mio sudore sia questo. * Dichiarazioni II In questo nostro bosco di parole il cervo è servo del fiume e della luce, si abbevera a un’acqua che rischiara. Ciò che dice e ciò che tace lo sa solo il viandante, colui che sale sempre più in alto, colui che un giorno riuscirà a vedere il cervo. Ogni sua parola è un’apparizione, un regalo del bosco. Di notte – dove non ci sono strade né sentieri – il fiume scende con la sua luce, le sue fiamme umide, le sue voci cristalline.  Vengono allora ad abbeverarsi di consolazione quelli che si sono persi nel bosco: gli uomini che si immergono. Nel loro dolore si trova anche pace. Il cervo è una trasparenza e un riflesso dell’acqua, un’ombra fuggita dal giardino del salmista, uno strano evento. Un cervo ha sempre sete, per questo conosce il cammino dei disperati, le orme riarse degli altri fiumi. Per questo nella mia sete l’ho visto anch’io. VII Nessuno accompagna il viandante. Nemmeno i suoi demoni lo accompagnano quando si mette in cammino, quando si addentra nel bosco. È questa la solitudine del viandante solitario. È questo l’orizzonte nitido e virtuoso di ogni suo cammino. XV Ho chiesto al bosco che si prenda cura della mia anima, che la bagni con essenze luminose, con le sue resine rosse. Non desidero un’anima pura: solo un’anima che profumi di rami bruciati dal sole, di nido e di muschio, di fiume senza ritorno. Ho anche chiesto al bosco che renda la mia anima un recipiente migliore, creta utile e bella, di cui si possano servire gli uccelli e i viandanti, i cervi e le genette. Perché tutti un giorno possano bere acqua misericordiosa, acqua dell’infinito. Ho anche chiesto al bosco il calore della sua bocca, perché in questo modo la mia anima possa per sempre sentire il fiato umido della luce, la saliva fertile delle stagioni, il fermento oscuro di ogni radice. Non voglio un’anima pura che miri semplicemente al cielo. Voglio un’anima che porti il suo gemito fino alla bocca del bosco e che sia salvata se possibile dai fiumi sotterranei, dalle promesse del lichene. E per questo ho chiesto al bosco di lambire la mia anima con la sua lingua invisibile. XX Anche le mie mani possiedono una loro visione del bosco, hanno imparato ad aprire le pagine segrete e a leggervi le parole invisibili. Ne palpano l’oscurità e la temperatura, il timore e la speranza.  Le mie mani accarezzano il miracolo del nido, la sua pelle notturna. Accarezzano l’aria esalata dalle radici, la forza dei frutti nuovi, la scia umida e trasparente delle lumache.  Tastano la misera luce del muschio e il brusco presentimento dei rami spezzati. Tastano l’età della corteccia e la consistenza della resina. Tastano l’umidità del colore verde e l’alito degli scarabei. Accarezzano anche gli occhi dell’animale morto e palpano nel suo sguardo l’ombra azzurra di ogni cammino, l’acqua desiderata. Accarezzano il polso fertile e misterioso della sua decomposizione. Le mie mani parlano allora un’altra lingua: quella che hanno imparato toccando il tessuto del bosco, il suo mistero tangibile. XXIV Là dove, infine, mi siedo a riposare ogni giorno c’è un odore di lichene bruciato, di ruta e di timo. È un luogo che abitava in me prima di conoscerlo. È un’ombra desiderata con dolcezza. Sotto quest’ombra, il mio corpo è una fonte. E adesso posso anche sentire il freddo oscuro e sotterraneo, la sorgente invisibile che risiede in me. Che le radici e gli uccelli di passo vengano ad abbeverarsi, se lo vogliono. Nella mia fatica ho visto altre strade, una pineta più pura. Adesso osservo il mio sudore e scrivo queste parole che sono foglie del bosco, foglie umide che annunciano il suo segreto. Prima di fare ritorno, prima di mettermi un’altra volta in cammino, un sole cupo lava il mio corpo con la sua resina bianca. Traduzione di Cinzia Thomareizis *In copertina: Georgia O’Keeffe, From the Faraway, Nearby, 1937 L'articolo “Questa lingua antica che risana”. Nel bosco segreto di Vicente Valero proviene da Pangea.
April 3, 2025 / Pangea