
Dei narratori di pianura e di quelli di collina… Discorso intorno allo “screwball mistery” di Alessandra Calanchi
Pangea - Friday, January 30, 2026I narratori delle pianure li conosciamo bene, come no: celati (anzi, Celati con la c maiuscola) fra nuvole ariostesche e nebbie felliniane, sempre ansiosi di perdersi nell’indeterminato orizzonte di bruma. Ma i narratori delle colline sono un filino diversi… Praticamente il contrario. Amano i dettagli precisi quanto i primi inclinano alla vaghezza; le trame solide con un inizio, uno sviluppo e uno scioglimento invece del libero vagabondaggio della scrittura. Sarà per via dei monti che scolpiscono il paesaggio e precludono lo sguardo a perdita d’occhio, obbligandoli a “stare al punto”? Non lo so, ma a prima vista l’idea che mi sono fatto leggendo A prima vista, il divertente screwball mystery di Alessandra Calanchi edito da Galaad, ambientato durante un’estate dei primi anni Settanta in un paesino dell’Appennino bolognese, è che ci sia davvero un certo mood comune fra gli scrittori di pascolo e d’altura. Qualcosa che al di là d’ogni giudizio di valore li differenzia profondamente da quelli di pianura e li spinge a consumar sandali «battendo i sentieri da capre dell’Italia», come Osip Mandel’štam pellegrino sulle tracce di Dante, per braccare indizi enigmatici e impronte sfuggenti che aiutino a risolvere qualche mistero cruciale, in modo da far tornare i conti. Da Celati a Benati, da Cavazzoni a Mammi, i narratori delle pianure di far tornare i conti invece se ne infischiano; amano andare in giro a vanvera fino a perdersi nella fumana; il loro ideale rimane Astolfo che cavalca l’ippogrifo fin sulla luna alla ricerca del senno perduto d’ Orlando.
Tutto diverso è il panorama se ci si arrampica su per i greppi e le cime avare dell’Appennino. Pensateci bene: non è strano? In una certa zona a cavallo tra l’Emilia e la Toscana, in un’area geografica limitatissima lungo la linea sinuosa che va da Montombraro di Zocca a Pàvana, da Porretta Terme a Fiumalbo, è tutto un gran fiorire d’enigmi d’autore: dal venerabile Loriano Macchiavelli in coppia con il non meno venerabile Francesco Guccini al fiumalbino d’Algeria Claudio Nizzi, sceneggiatore principe di Tex Willer dopo la scomparsa di Gianluigi Bonelli, ma anche autore di umorosi romanzi dove la detection svolge un ruolo capitale.
Ultima ma non ultima, Alessandra Calanchi s’aggiunge a questa consorteria di scrittori d’altura con un romanzo fresco e leggibile, che va giù come un sorbetto. Scritto in modo piano e affabile da chi ben conosce, per passione e per studi, tutti i trucchi e le risorse del thriller, A prima vista è anche un concentrato di sapori perduti: conserve della nonna e stoviglie color nostalgia, streghe di campagna e donnoni felliniani, magici tarocchi e interminabili partite a briscola, comari pettegole e ubriaconi esibizionisti. Macchiette d’un tempo che fu, sulle quali si staglia, per potenza scatologica e carisma di stampo rabelesiano, quel Mangiacristiani di nome e di fatto, Bestemmiatore ufficiale del paese, che avrà un ruolo capitale nello scioglimento della trama.
Ma che razza di paese sarà mai questo Porto Apollo collinare dove non «c’era il mare, e non c’era nemmeno un laghetto», un posto il cui maggior vanto stava nell’aver dato i natali a un pittore, tale Giovannino da C. detto anche il Pittorucolo, un villano che nella Felsina pittrice dell’eccelso Malvasia è dileggiato perché s’illudeva di saper dipingere senza averne la minima disposizione? Una veloce detection su internet farebbe presto a fornirci l’identikit del paese reale che si cela dietro il microcosmo caricaturale così saporosamente tratteggiato da Alessandra. Procedimento più che lecito, se vogliamo seguire il profumo intenso delle spezie memoriali che l’autrice ha sparso a piene mani sul “mondo piccolo” di Porto Apollo: un posto meraviglioso per le scorribande fluviali e boscherecce della banda di ragazzini guidata dalla Castellana (vistoso autoritratto dell’autrice come Giamburrasca), ma anche un autentico mortorio per una combriccola che vorrebbe divertirsi un po’ alla sera, ma può scegliere solo fra pomiciare di nascosto al cimitero o pomiciare ballando un lento davanti allo sfavillante juke-box a gettoni nel bar del paese, emblema sonoro della civiltà di massa che sta avanzando, con i suoi miti canori importati dall’America. Perfino il prete del borgo, don Maicol, ha un nome made in Usa, italianizzato storpiandolo secondo una voga che prenderà sempre più piede negli anni; mentre il gobbo del paese si chiama semplicemente Mino, un diminutivo alla vecchia maniera che nessuno dei tanti che vorrebbero toccargli la gobba-portafortuna può in alcun modo storpiargli.

Magari mi sbaglio, ma è proprio in questo personaggio scempiato e marginale, un sempliciotto dotato d’una doppia diversità insieme fisica e cognitiva, che Alessandra è andata a nascondersi per esprimere al meglio lo sgomento dello scrittore davanti al mondo delle parole che gli vorticano in testa e a cui vorrebbe dare forma:
«Che ironia della sorte! Sentire voci, pensieri, parole, e non poterne fare nulla se non farle danzare nella propria testa; farle accoppiare, mescolare, separare, in una continua giravolta di toni, accenti, significati?».
È quasi una confessione. Tutto il resto: l’immancabile delitto, il ritrovamento del cadavere da parte della Castellana e dei suoi “sudditi”, il groviglio da romanzo gotico che tira in ballo nel plot anche un convento (con tanto di suora in giardino che prende il sole in bikini), fino al decisivo scioglimento servito su un piatto d’argento al lettore, fa parte della strategia narrativa d’una scrittrice che – non contenta di scherzare coi fanti – si guarda bene dal lasciar stare i santi. Anzi, si diverte a scovare la gobba che ciascuno di loro (e di noi) si porta addosso, pronto all’occorrenza a ingannare gli altri spostandola da una spalla all’altra come l’irresistibile Igor di Frankenstein Junior.
Davanti alla libera giravolta di parole e pensieri che s’affollano sulla pagina Alessandra Calanchi non si ritrae, anzi la governa con piglio ironico ma deciso, lo stesso che la Castellana sfoggiava, in quella distesa estate degli anni Settanta, dominando i ragazzini suoi coetanei. Se fosse stata una scrittrice di pianura, Alessandra si sarebbe forse abbandonata ai piaceri (e ai doveri) della vanvera fino a volare con l’ippogrifo sulla luna come a volte succede, da ragazzi, quando ci si smarrisce completamente in un gioco. Ma non c’è bisogno della seconda vista per accorgersi che l’autrice di A prima vista non ama i viaggi verso l’ignoto: i narratori delle colline non possono fissare troppo a lungo un orizzonte che si spalanca all’infinito, neppure per riderci sopra. Nella partita a nascondino con il lettore giunge allora il sospirato «Tana libera tutti» che ci riconsegna, con qualche nostalgia, alla cosiddetta realtà.
Roberto Barbolini
*In copertina: fotografia di scena da “Otto e mezzo”, il film di Federico Fellini del 1963
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