Uno scrittore è davvero grande se sa raccontare il sesso. Il corpo – che è,
sempre, corpo del reato – è il banco di prova della scrittura: proprio perché è
così prossimo, così presente, resta indicibile, resiste arcano, un tabù. Fate la
prova: gli scrittori italiani di oggi, genericamente, mettono il profilattico
alla penna, hanno la tastiera algida, fanno la parte dei castrati – forse,
semplicemente, lo fanno male. Non si va, in letteratura, oltre languide carezze,
mortificanti sveltine, rituali brutalità alla bisogna. Nell’era di PornHub e di
OnlyFan, del corpo ovunque esposto, comunque in vendita, il sesso è assassinato;
tra le ossessioni letterarie è quella praticata peggio.
Per quel che ne so, il più grande scrittore sessuomane del Novecento è il
francese Marcel Jouhandeau, cattolico professo (ovviamente, quasi del tutto
assente nel perbenista panorama editoriale italico), mentre il più grande
scrittore di sesso è Isaac B. Singer. In un racconto, Sangue, Singer narra di
due – Reuben, macellaio, e Risha, ninfa-milf di trent’anni più grande di lui –
che fanno sesso nel macello, tra i “rantoli di morti delle bestie”. Non c’è da
stupirsi: ebreo di genia yiddish, Singer proviene da una cultura che ha
partorito uno dei più folgoranti poemi erotici della storia, il Cantico dei
Cantici (leggere per credere, meglio se nella versione di Guido Ceronetti,
stampa Adelphi). D’altra parte – lo dice il libro dei libri, Genesi –, è nella
scoperta di essere nudi (“e conobbero di essere nudi”, Gen 3, 7) il carattere
fondamentale dell’uomo, creatura divina svergognata su questa terra.
E la poesia italiana? Il culto erotico inaugurato da Saffo – che è poi un
viatico sapienziale – è stato raccolto dalle formidabili poetesse cortigiane,
spregiudicate in intelligenza (Veronica Franco, per dire) e dalle scrittrici
mistiche, non aliene da trafitture verbali di sacra lascivia (Caterina Vannini,
ad esempio, che fu, quindicenne, prodigiosa prostituta a Roma, fino a
convertirsi e a sedurre il cardinal Borromeo, oppure Maria Maddalena de’ Pazzi e
Veronica Giuliani; per un repertorio si veda: Mistiche, Magog, 2025). Un lavoro
pioneristico, in questo senso, lo hanno svolto, quarant’anni fa, Guido Almansi e
Roberto Barbolini varando una fenomenale “Antologia della poesia erotica
italiana”, La passion predominante, edita – con dodici incisioni di Agostino
Carracci – da Longanesi. Le conclusioni di Almansi – autore, tra l’altro, nel
’74, di una Estetica dell’osceno per Einaudi –, nella sugosa intro (Il problema
sessuale), sono letali: a parte rari casi – spesso eccezionali – siamo di fronte
a “un panorama da educande”.
Il pregio antologico fu quello di sovvertire il canone della poesia italiana: il
sole, in questa prospettiva, è raffigurato da Giambattista Marino, “tra i
massimi poeti erotici di ogni tempo”. Tra gli astri più splendenti, spiccano
autori altrimenti marginalizzati dalle pie accademie: il geniale Giorgio Baffo –
“poeta monologico: la mona è la sua monade” – autore di una paracula Lode al
culo, Pietro Aretino, “sovrano di una letteratura italiana del sottosuolo” e
Olindo Guerrini, istrione del verso, l’inventore di Argia Sbolenfi, ragazza di
“mediocre istruzione”, colta da “isteriche sofferenze… spesso erotiche”, a cui
sono ascritte delle Rimepretenziose, pretestuose, stuzzicanti, un’autentica
anomalia in un Ottocento altrimenti esangue, piantumato dal pudore.
Naturalmente, giganteggia D’Annunzio, che “s’aggira nel mondo della poesia come
un califfo nel suo harem”.
Vengono – giustamente – esaltati i poeti dialettali, la cui lingua meglio si
acclimata a un panorama di tette, fiche e lussurie in abbuffata (tra il Belli e
Tonino Guerra preferisco Carlo Porta e la sua indimenticabile Ninetta del
Verzee e il Filò di Zanzotto, grandguignolesco elogio del “toco de gnoca”).
Della nostra aurea tradizione vengono prediletti i bischeri, i briganti del
verso, dal “Pistoia” al Ruzante; alcuni sono delle assolute scoperte: il “poeta
marchigiano, che fu avvocato in Roma” Marcello Giovanetti, ad esempio, oppure
l’urbinate Giovan Leone Sempronio, che canta La bella zoppa, o ancora Giuseppe
Artale, poeta e spadaccino, di cui è accolto un sonetto che dice di una Pulce
sulle poppe di bella donna. Tutti autori del Seicento, l’epoca in cui
furoreggiava, in area artistica, l’icona di Maria Maddalena, spesso senza veli,
spesso eroticamente pronta, e quella di Davide come giovane efebo, un
“femminiello” dallo sguardo smaliziato, capace di vincere il più virile dei
Golia. Insomma, il gioco di dissacrare i sacrari, di smagnetizzare i moralismi
è, in letteratura, un balsamo.
Il pistoiese Francesco Berni – morto, probabilmente, avvelenato – riassume il
sale del tutto: “perché ’l fottere a tutti sempre piace”. Certo, nessun italiano
è paragonabile al Rimbaud di Les Stupra, quando attacca “Le antiche bestie
montavano perfino in corsa/ con il glande corazzato di sangue e di merda”, ma
tant’è.
Antologia ineguagliata, che a suo modo fece epoca, La passion predominante torna
per Bibliotheka, con una prefazione di Roberto Barbolini (scrittore con gli
attributi: si leggano, almeno, i suoi “Racconti perversi”, raccolti come Sade in
drogheria, usciti una decina di anni fa per il mitico Guaraldi) che ragiona
sull’impresa di allora, motivandola:
> “il sesso – che pure ci mette a nudo – rimane una faccenda abbastanza
> misteriosa. È il chiodo fisso che alimenta tanto la ‘passion predominante’ di
> Don Giovanni quanto il ‘pensiero dominante’ del Poeta di Recanati, ma ridotto
> all’osso trova la sua sintesi forse più precisa nel cartesiano ‘coito ergo
> sum’ di un freddurista implacabile come Marcello Marchesi”.
Rispetto alla raccolta di allora, sono scomparsi i cantanti (Lucio Dalla,
Fabrizio De André, Enzo Jannacci) e alcuni autori (Guido Ceronetti, Jolanda
Insana, Valentino Zeichen…), probabilmente per ragioni di diritti: poco cambia
nel complesso della furibonda impresa. Spiace, più che altro, l’assenza di
alcuni inattesi come Julius Evola, “il Barone Nero della destra”, di cui si
ricalcava, all’epoca, “un erotico delirio”: “Tu sei vicina strana cosa viziosa
tu attendi distesa le mie mani che ti liberino delle vesti…”. I cammei
introduttivi, spesso, introducono a una ‘poetica’, a un modo d’essere, come
quello dedicato ad Antonio Delfini, “Dandy di provincia, surrealista in ritardo,
finto contrabbandiere, ricco possidente andato in rovina…”.
Dietro la maschera di autori novecenteschi dalla biografia improbabile
(Alessandra Manzettina, “ignota poetessa di origine lombarda, di cui si è
pervenuto un inedito” e Guido da Cortona, autore dalla vita “nomade e
sedentaria”, di cui è riferito un solo testo sulla “divina sodomia”), si celava
Almansi. Come a dire, in mancanza di meglio, meglio fare da sé. Mero onanismo
borgesiano? Come diceva quell’altro, alle masturbazioni cerebrali – difetto di
troppi poeti – preferiamo chi si masturba per il gusto.
*In copertina: la “Venere Rokeby” di Diego Velázquez oltraggiata con un coltello
da macellaio, il 10 marzo 1914, dalla suffragetta Mary Richardson
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italiana proviene da Pangea.
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I narratori delle pianure li conosciamo bene, come no: celati (anzi, Celati con
la c maiuscola) fra nuvole ariostesche e nebbie felliniane, sempre ansiosi di
perdersi nell’indeterminato orizzonte di bruma. Ma i narratori delle colline
sono un filino diversi… Praticamente il contrario. Amano i dettagli precisi
quanto i primi inclinano alla vaghezza; le trame solide con un inizio, uno
sviluppo e uno scioglimento invece del libero vagabondaggio della scrittura.
Sarà per via dei monti che scolpiscono il paesaggio e precludono lo sguardo a
perdita d’occhio, obbligandoli a “stare al punto”? Non lo so, ma a prima vista
l’idea che mi sono fatto leggendo A prima vista, il divertente screwball
mystery di Alessandra Calanchi edito da Galaad, ambientato durante un’estate dei
primi anni Settanta in un paesino dell’Appennino bolognese, è che ci sia davvero
un certo mood comune fra gli scrittori di pascolo e d’altura. Qualcosa che al di
là d’ogni giudizio di valore li differenzia profondamente da quelli di pianura e
li spinge a consumar sandali «battendo i sentieri da capre dell’Italia», come
Osip Mandel’štam pellegrino sulle tracce di Dante, per braccare indizi
enigmatici e impronte sfuggenti che aiutino a risolvere qualche mistero
cruciale, in modo da far tornare i conti. Da Celati a Benati, da Cavazzoni a
Mammi, i narratori delle pianure di far tornare i conti invece se ne
infischiano; amano andare in giro a vanvera fino a perdersi nella fumana; il
loro ideale rimane Astolfo che cavalca l’ippogrifo fin sulla luna alla ricerca
del senno perduto d’ Orlando.
Tutto diverso è il panorama se ci si arrampica su per i greppi e le cime avare
dell’Appennino. Pensateci bene: non è strano? In una certa zona a cavallo tra
l’Emilia e la Toscana, in un’area geografica limitatissima lungo la linea
sinuosa che va da Montombraro di Zocca a Pàvana, da Porretta Terme a Fiumalbo, è
tutto un gran fiorire d’enigmi d’autore: dal venerabile Loriano Macchiavelli in
coppia con il non meno venerabile Francesco Guccini al fiumalbino d’Algeria
Claudio Nizzi, sceneggiatore principe di Tex Willer dopo la scomparsa di
Gianluigi Bonelli, ma anche autore di umorosi romanzi dove la detection svolge
un ruolo capitale.
Ultima ma non ultima, Alessandra Calanchi s’aggiunge a questa consorteria di
scrittori d’altura con un romanzo fresco e leggibile, che va giù come un
sorbetto. Scritto in modo piano e affabile da chi ben conosce, per passione e
per studi, tutti i trucchi e le risorse del thriller, A prima vista è anche un
concentrato di sapori perduti: conserve della nonna e stoviglie color nostalgia,
streghe di campagna e donnoni felliniani, magici tarocchi e interminabili
partite a briscola, comari pettegole e ubriaconi esibizionisti. Macchiette d’un
tempo che fu, sulle quali si staglia, per potenza scatologica e carisma di
stampo rabelesiano, quel Mangiacristiani di nome e di fatto, Bestemmiatore
ufficiale del paese, che avrà un ruolo capitale nello scioglimento della trama.
Ma che razza di paese sarà mai questo Porto Apollo collinare dove non «c’era il
mare, e non c’era nemmeno un laghetto», un posto il cui maggior vanto stava
nell’aver dato i natali a un pittore, tale Giovannino da C. detto anche il
Pittorucolo, un villano che nella Felsina pittrice dell’eccelso Malvasia è
dileggiato perché s’illudeva di saper dipingere senza averne la minima
disposizione? Una veloce detection su internet farebbe presto a fornirci
l’identikit del paese reale che si cela dietro il microcosmo caricaturale così
saporosamente tratteggiato da Alessandra. Procedimento più che lecito, se
vogliamo seguire il profumo intenso delle spezie memoriali che l’autrice ha
sparso a piene mani sul “mondo piccolo” di Porto Apollo: un posto meraviglioso
per le scorribande fluviali e boscherecce della banda di ragazzini guidata dalla
Castellana (vistoso autoritratto dell’autrice come Giamburrasca), ma anche un
autentico mortorio per una combriccola che vorrebbe divertirsi un po’ alla sera,
ma può scegliere solo fra pomiciare di nascosto al cimitero o pomiciare ballando
un lento davanti allo sfavillante juke-box a gettoni nel bar del paese, emblema
sonoro della civiltà di massa che sta avanzando, con i suoi miti canori
importati dall’America. Perfino il prete del borgo, don Maicol, ha un nome made
in Usa, italianizzato storpiandolo secondo una voga che prenderà sempre più
piede negli anni; mentre il gobbo del paese si chiama semplicemente Mino, un
diminutivo alla vecchia maniera che nessuno dei tanti che vorrebbero toccargli
la gobba-portafortuna può in alcun modo storpiargli.
Magari mi sbaglio, ma è proprio in questo personaggio scempiato e marginale, un
sempliciotto dotato d’una doppia diversità insieme fisica e cognitiva, che
Alessandra è andata a nascondersi per esprimere al meglio lo sgomento dello
scrittore davanti al mondo delle parole che gli vorticano in testa e a cui
vorrebbe dare forma:
> «Che ironia della sorte! Sentire voci, pensieri, parole, e non poterne fare
> nulla se non farle danzare nella propria testa; farle accoppiare, mescolare,
> separare, in una continua giravolta di toni, accenti, significati?».
È quasi una confessione. Tutto il resto: l’immancabile delitto, il ritrovamento
del cadavere da parte della Castellana e dei suoi “sudditi”, il groviglio da
romanzo gotico che tira in ballo nel plot anche un convento (con tanto di suora
in giardino che prende il sole in bikini), fino al decisivo scioglimento servito
su un piatto d’argento al lettore, fa parte della strategia narrativa d’una
scrittrice che – non contenta di scherzare coi fanti – si guarda bene dal
lasciar stare i santi. Anzi, si diverte a scovare la gobba che ciascuno di loro
(e di noi) si porta addosso, pronto all’occorrenza a ingannare gli altri
spostandola da una spalla all’altra come l’irresistibile Igor di Frankenstein
Junior.
Davanti alla libera giravolta di parole e pensieri che s’affollano sulla pagina
Alessandra Calanchi non si ritrae, anzi la governa con piglio ironico ma deciso,
lo stesso che la Castellana sfoggiava, in quella distesa estate degli anni
Settanta, dominando i ragazzini suoi coetanei. Se fosse stata una scrittrice di
pianura, Alessandra si sarebbe forse abbandonata ai piaceri (e ai doveri) della
vanvera fino a volare con l’ippogrifo sulla luna come a volte succede, da
ragazzi, quando ci si smarrisce completamente in un gioco. Ma non c’è bisogno
della seconda vista per accorgersi che l’autrice di A prima vista non ama i
viaggi verso l’ignoto: i narratori delle colline non possono fissare troppo a
lungo un orizzonte che si spalanca all’infinito, neppure per riderci
sopra. Nella partita a nascondino con il lettore giunge allora il sospirato
«Tana libera tutti» che ci riconsegna, con qualche nostalgia, alla cosiddetta
realtà.
Roberto Barbolini
*In copertina: fotografia di scena da “Otto e mezzo”, il film di Federico
Fellini del 1963
L'articolo Dei narratori di pianura e di quelli di collina… Discorso intorno
allo “screwball mistery” di Alessandra Calanchi proviene da Pangea.