I narratori delle pianure li conosciamo bene, come no: celati (anzi, Celati con
la c maiuscola) fra nuvole ariostesche e nebbie felliniane, sempre ansiosi di
perdersi nell’indeterminato orizzonte di bruma. Ma i narratori delle colline
sono un filino diversi… Praticamente il contrario. Amano i dettagli precisi
quanto i primi inclinano alla vaghezza; le trame solide con un inizio, uno
sviluppo e uno scioglimento invece del libero vagabondaggio della scrittura.
Sarà per via dei monti che scolpiscono il paesaggio e precludono lo sguardo a
perdita d’occhio, obbligandoli a “stare al punto”? Non lo so, ma a prima vista
l’idea che mi sono fatto leggendo A prima vista, il divertente screwball
mystery di Alessandra Calanchi edito da Galaad, ambientato durante un’estate dei
primi anni Settanta in un paesino dell’Appennino bolognese, è che ci sia davvero
un certo mood comune fra gli scrittori di pascolo e d’altura. Qualcosa che al di
là d’ogni giudizio di valore li differenzia profondamente da quelli di pianura e
li spinge a consumar sandali «battendo i sentieri da capre dell’Italia», come
Osip Mandel’štam pellegrino sulle tracce di Dante, per braccare indizi
enigmatici e impronte sfuggenti che aiutino a risolvere qualche mistero
cruciale, in modo da far tornare i conti. Da Celati a Benati, da Cavazzoni a
Mammi, i narratori delle pianure di far tornare i conti invece se ne
infischiano; amano andare in giro a vanvera fino a perdersi nella fumana; il
loro ideale rimane Astolfo che cavalca l’ippogrifo fin sulla luna alla ricerca
del senno perduto d’ Orlando.
Tutto diverso è il panorama se ci si arrampica su per i greppi e le cime avare
dell’Appennino. Pensateci bene: non è strano? In una certa zona a cavallo tra
l’Emilia e la Toscana, in un’area geografica limitatissima lungo la linea
sinuosa che va da Montombraro di Zocca a Pàvana, da Porretta Terme a Fiumalbo, è
tutto un gran fiorire d’enigmi d’autore: dal venerabile Loriano Macchiavelli in
coppia con il non meno venerabile Francesco Guccini al fiumalbino d’Algeria
Claudio Nizzi, sceneggiatore principe di Tex Willer dopo la scomparsa di
Gianluigi Bonelli, ma anche autore di umorosi romanzi dove la detection svolge
un ruolo capitale.
Ultima ma non ultima, Alessandra Calanchi s’aggiunge a questa consorteria di
scrittori d’altura con un romanzo fresco e leggibile, che va giù come un
sorbetto. Scritto in modo piano e affabile da chi ben conosce, per passione e
per studi, tutti i trucchi e le risorse del thriller, A prima vista è anche un
concentrato di sapori perduti: conserve della nonna e stoviglie color nostalgia,
streghe di campagna e donnoni felliniani, magici tarocchi e interminabili
partite a briscola, comari pettegole e ubriaconi esibizionisti. Macchiette d’un
tempo che fu, sulle quali si staglia, per potenza scatologica e carisma di
stampo rabelesiano, quel Mangiacristiani di nome e di fatto, Bestemmiatore
ufficiale del paese, che avrà un ruolo capitale nello scioglimento della trama.
Ma che razza di paese sarà mai questo Porto Apollo collinare dove non «c’era il
mare, e non c’era nemmeno un laghetto», un posto il cui maggior vanto stava
nell’aver dato i natali a un pittore, tale Giovannino da C. detto anche il
Pittorucolo, un villano che nella Felsina pittrice dell’eccelso Malvasia è
dileggiato perché s’illudeva di saper dipingere senza averne la minima
disposizione? Una veloce detection su internet farebbe presto a fornirci
l’identikit del paese reale che si cela dietro il microcosmo caricaturale così
saporosamente tratteggiato da Alessandra. Procedimento più che lecito, se
vogliamo seguire il profumo intenso delle spezie memoriali che l’autrice ha
sparso a piene mani sul “mondo piccolo” di Porto Apollo: un posto meraviglioso
per le scorribande fluviali e boscherecce della banda di ragazzini guidata dalla
Castellana (vistoso autoritratto dell’autrice come Giamburrasca), ma anche un
autentico mortorio per una combriccola che vorrebbe divertirsi un po’ alla sera,
ma può scegliere solo fra pomiciare di nascosto al cimitero o pomiciare ballando
un lento davanti allo sfavillante juke-box a gettoni nel bar del paese, emblema
sonoro della civiltà di massa che sta avanzando, con i suoi miti canori
importati dall’America. Perfino il prete del borgo, don Maicol, ha un nome made
in Usa, italianizzato storpiandolo secondo una voga che prenderà sempre più
piede negli anni; mentre il gobbo del paese si chiama semplicemente Mino, un
diminutivo alla vecchia maniera che nessuno dei tanti che vorrebbero toccargli
la gobba-portafortuna può in alcun modo storpiargli.
Magari mi sbaglio, ma è proprio in questo personaggio scempiato e marginale, un
sempliciotto dotato d’una doppia diversità insieme fisica e cognitiva, che
Alessandra è andata a nascondersi per esprimere al meglio lo sgomento dello
scrittore davanti al mondo delle parole che gli vorticano in testa e a cui
vorrebbe dare forma:
> «Che ironia della sorte! Sentire voci, pensieri, parole, e non poterne fare
> nulla se non farle danzare nella propria testa; farle accoppiare, mescolare,
> separare, in una continua giravolta di toni, accenti, significati?».
È quasi una confessione. Tutto il resto: l’immancabile delitto, il ritrovamento
del cadavere da parte della Castellana e dei suoi “sudditi”, il groviglio da
romanzo gotico che tira in ballo nel plot anche un convento (con tanto di suora
in giardino che prende il sole in bikini), fino al decisivo scioglimento servito
su un piatto d’argento al lettore, fa parte della strategia narrativa d’una
scrittrice che – non contenta di scherzare coi fanti – si guarda bene dal
lasciar stare i santi. Anzi, si diverte a scovare la gobba che ciascuno di loro
(e di noi) si porta addosso, pronto all’occorrenza a ingannare gli altri
spostandola da una spalla all’altra come l’irresistibile Igor di Frankenstein
Junior.
Davanti alla libera giravolta di parole e pensieri che s’affollano sulla pagina
Alessandra Calanchi non si ritrae, anzi la governa con piglio ironico ma deciso,
lo stesso che la Castellana sfoggiava, in quella distesa estate degli anni
Settanta, dominando i ragazzini suoi coetanei. Se fosse stata una scrittrice di
pianura, Alessandra si sarebbe forse abbandonata ai piaceri (e ai doveri) della
vanvera fino a volare con l’ippogrifo sulla luna come a volte succede, da
ragazzi, quando ci si smarrisce completamente in un gioco. Ma non c’è bisogno
della seconda vista per accorgersi che l’autrice di A prima vista non ama i
viaggi verso l’ignoto: i narratori delle colline non possono fissare troppo a
lungo un orizzonte che si spalanca all’infinito, neppure per riderci
sopra. Nella partita a nascondino con il lettore giunge allora il sospirato
«Tana libera tutti» che ci riconsegna, con qualche nostalgia, alla cosiddetta
realtà.
Roberto Barbolini
*In copertina: fotografia di scena da “Otto e mezzo”, il film di Federico
Fellini del 1963
L'articolo Dei narratori di pianura e di quelli di collina… Discorso intorno
allo “screwball mistery” di Alessandra Calanchi proviene da Pangea.