“Confinati nell’Essere, sconfiggiti”. Rassegna di poeti Sufi

Pangea - Friday, March 6, 2026

Mentre predica l’estinzione, il poeta Sufi ribadisce il proprio nome: etereo, eterno sigillo della sua dedizione alla materia. Che fa, in effetti, la poesia: ci lega a questo mondo, con sapienti mani da tessitrice, oppure, sonnambula Penelope, aracnide che riavvolge la propria trappola trama, ci slega dalle cose? Parole al veleno, quelle dei poeti: ci imprigionano o ci sprigionano? 

Mentre pratica la sconfitta del sé, il poeta Sufi si strugge per il volto di un’amata di passaggio; mentre ascende verso i cieli dell’Amato, inneggia al vino, artefice di sacra ebbrezza. Statuario in instabilità, il poeta vaga tra i ‘paradisi artificiali’ di cui dirà Baudelaire e gli hadith del Profeta. La poesia Sufi, in fondo, con fili d’oro, illumina ciò che nel transitorio testimonia l’eterno. Eterna razzia: occorre inseguire le tracce di colui che ci sta cacciando; tentare di prendere alle spalle chi ci attende da sempre, chi già ci tiene sotto scacco, il fatale Dio-assedio. 

Detto con altre più rigorose parole (quelle di Mahmood Jamal, autore di una affascinante antologia di “Sufi Verse, Islamic Mystical Poetry, per Penguin, 2009, da cui abbiamo setacciato autori e testi meno consueti):

“Le idee mistiche alla base della poesia Sufi possono essere riassunte così: Dio è Assoluta Bellezza e Assoluto Bene, precede ogni creato, esiste di per sé. Poiché è nella natura delle bellezza essere ammirata, adorata e svelata, Egli ha creato il mondo fenomenico: per rivelarsi in tale bellezza. Il desiderio di Dio è che l’occulto sia manifesto. Ma questo mondo è soltanto il riflesso della Verità, è transitorio. La creazione, per quanto magnifica, è imperfetta, è il Non-Bene, dacché rimanda semplicemente al Bene, ne è il barlume, il bagliore, lo spiraglio”. 

In questa contraddizione si muove il delirare del poeta: affascinato dai ‘segni’ che Dio semina nel mondo, è insoddisfatto, vaga famelico per le vie – reali e mentali –, tra tormento e estasi. Così, Dio è ovunque e da nessuna parte, è l’Essere che divora e l’Assente, è il Tutto che dilaga in Nulla. In questo proliferare di moduli retorici, il poeta Sufi fa la parte dell’anarchico per eccesso di rigore: Sarmad, il grande poeta persiano vissuto nel XVII secolo, nato in Iran da famiglia armena, transfuga in India, arriverà a dileggiare l’etica dei capi religiosi, che mascherano con sacri paramenti la propria plateale insipienza. Scriverà, Sarmad, che questo mondo come l’altro sono idoli, equivalenti in ipocrisia, che il vero fedele è orientato soltanto a Lui, alle segrete del suo segreto, ed è lì che vuole stare segregato. Accusato di ateismo, sarà giustiziato per ordine dell’imperatore Moghul Aurangzeb. 

In sostanza, il poeta Sufi, attraverso la poesia, crea uno spazio di incontro con Dio: erige una pagoda per dialogare, in nudità, con l’Amato. La poesia è il linguaggio privilegiato per sfiorare gli indicibili, per uscire dalla nota grammatica delle cose, dalle consolidate formula. Se è ostaggio della creatura, il linguaggio è l’abito del male, mistura di menzogne, misura della pusillanime ragione; occorre sobillare le forme, allora, andare, come ladri, nell’aldilà del linguaggio, nei luoghi ignoti, per scampare dalla tentazione del ‘dire’ e farsi pura eco di Dio. È questo il moltiplicato dramma che lega poesia e preghiera. Se la forma lirica instupidisce in liturgia, nel suo saturo scimmiottamento (come capita nella rassegna, pur bella, edita di recente da Claudiana come Libro di Preghiere), la poesia scema, si fa implorazione, adorazione di forme, ombra tra le ombre. L’azzardo, al contrario, può sfogare in afasia del verbo, è vero, ma levitare in fuoco perenne, vigoria divina, scala del paradiso: in questo senso, le poesie-preghiere della conturbante Marina Cvetaeva (in: M. Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, 2026) sono più ‘efficaci’ di innumeri trattati di teologia. 

Di norma, il poeta Sufi ama la forma breve – il ghazal – perché l’allusione, l’enigma, l’apoftegma rendono il testo una specie di rebus – o uno stiletto atto a far sanguinare chi lo subisce. Il ghazal: lucernario della letteratura, a un passo dalle stelle – sta a noi, artefici-lettori, ‘agire’ il testo, camminare sui tetti. 

La sinstesi usata da Pierre Pascal – all’epoca “Cancelliere dell’Ambasciata dell’Iran presso la Santa Sede” – per celebrare l’opera di Omar Khayyam (nella versione delle Rubʿayyāt approntata per l’‘Enciclopedia di autori classici’ curata da Giorgio Colli per Boringhieri) vale in parte anche per i poeti Sufi:

“Non lodi né vituperi, non benedizioni né maledizioni uscirono dal suo calamo, ma solo le conclusioni della sua contemplazione delle nuvole nell’acqua d’una fontana, del mulinar dei cieli e del cammino degli astri, seguiti a lungo dall’alto di qualche terrazza”.

Nei poeta Sufi, tuttavia, l’ardore sfianca il rigore, l’estasi domina sulla ragione, l’eros sovrasta la scienza. 

A conclusione del suo lavoro, Mahmood Jamal auspica che

“il fiume di tale immaginario poetico, bloccato dalle dighe artificiali dell’ortodossia puritana o dimenticato nelle secche del mondo moderno, continui a scorrere. È tempo che le barriere erette davanti allo spirito di una grande civiltà vengano rimosse, che tale fiume inondi le nostre menti di bellezza e di amore, per fornirci risorse spirituali nuove, rinnovate, in un tempo sempre più travagliato”. 

Come non essere d’accordo? Certo, la cerca, la grande caccia non lascia indenni, non propaga irenica quiete, non redige la pace dei pavidi. Si tratta, piuttosto, di svolgere la guerra esteriore in guerra interiore – si tratta di essere marziali nel sé – cioè, infine, autentici – spregiudicati nel gioire. Si tratta, infine, di avere coraggio. 

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Rābiʿa al-ʿAdawiyya

(Bassora, 713/717 – 801)

Penetri in ogni spiraglio
del mio essere
come solo l’intimo
amico sa fare. Quando parlo
di Te parlo, quando taccio
di Te arde il mio desiderio. 

*

Signore: se ti adoro
per paura dell’inferno
dell’inferno fammi fiamma – 

se ti adoro 
perché voglio il paradiso
dal paradiso esiliami – 

se ti adoro
perché Ti voglio
non negarmi
la tua eterna 
bellezza

**

Al-Hallaj

(Tur, Iran, 858 ca. – Baghdad, 922)

Quando il Bucefalo della solitudine ti disarciona
e ruggiti di dolore sparigliano la speranza

afferra nella sinistra l’umiltà corazza
nella destra la spada del pianto

scagiona l’ego scioglilo
e temi la vile rivalsa

se migri nell’oscurità 
sia tua la torcia della purezza

rivolgiti all’Amato: Mira la mia rovina
perdonami – voglio incontrati – 

mio Amore non separarti da me
non abbandonarmi: realizzami

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Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr

(Mayhana, Iran, 967 – 1049)

Il sapiente che conosce il Mistero
non ha più io, è tutto in Dio:
confinati nell’Essere, sconfiggiti
questo significa: “Nessun Dio all’infuori di me”.

*

Non mi sono mai allontanato da Te
gli astri mi hanno servito bene:
mi sono estinto nell’Essere
ho assistito alla Tua luce. 

*

Non biasimarmi se mi ubriaco 
e cerco di fondere amore e vino:
da sobrio, vivo tra i briganti; 
da ebbro precipito nell’Amico. 

**

Sheikh Ahmad-e Jami

(Namaq, Iran, 1049 – Torbat-e Jam, 1141)

Ovunque io guardi, guardo l’Amato
Ovunque le meraviglie della Sua creazione

Ovunque vedo il Bene – tutto 
ciò che è bello è l’Amato

Ogni bellezza che è al mondo
è un segno della bellezza dell’Amato

Perché vuoi diventare folle, Ahmad?
per diventare saggio e vedere l’Amato

*

Il destino dell’Amore è diverso
da quello della sapienza:

l’Amore è barattato per le strade
l’Amato lo trovi sotto la forca. 

Chi viene ucciso dall’obbedienza
riceve nuova vita ogni giorno. 

**

Sana’i di Ghazna

(Ghazni, Afghanistan, 1080 – 1150)

Nessuno può conoscerlo
soltanto Lui può penetrare
la Sua natura – la ragione lo bracca
invano: soltanto l’abbandono lo trova.
Fu la Sua pietà a sussurrare: Eccomi, conoscimi. 
Nessun intelletto può scoscendere in Lui. 
Come possono i nostri sensi 
avvicinarsi alla Sua verità?
La ragione ti conduce alla soglia:
soltanto la grazia può inoltrarti
oltre il portone. Slegati dalla ragione
smetti di errare: se non riesci
a conoscere te tesso, come puoi
pretendere di conoscere Dio?

*

Di notte sono felice perché prego
e sento il fiato dell’Amico vicino a me.

Di notte tutte le luci si spengono
mia sola luce è la preghiera.

Al giorno della separazione segue la notte
dell’unione: giorno, allontanati da me!

Finché dimoro nell’Amico non provo dolore
finché avrò vita sarò lo schiavo dell’Amico. 

Soltanto al cospetto dell’Amico 
sono felice e il dolore si dilegua. 

**

Saʿdi

(Shiraz, Iran, 1210 – 1291)

Che un uomo 
renda a Dio 
la cronaca dei suoi
fallimenti

non sarà mai in grado
di enumerare le Sue benedizioni. 

*

L’Amore non ha giorno e non ha notte
gli amanti si amano continuamente. 
I musicisti si dileguano – i Sufi ascoltano:
l’Amore ha un principio ma non ha fine. 
Ognuno chiama l’Amato con il proprio nome
ma il mio Amato non ha nome.
L’unico idolo che Sa’di distrugge
è il sé. 

**

Sarmad

(Kashan, Iran, 1590 ca. – Delhi, 1661)

Velato: rivelati
infinitamente ti cerco
a Te voglio unirmi – da troppo
tempo ti nascondi.

*

Sarmad, sei un vero devastatore:
hai sacrificato la tua fede per un paio di occhi!
Hai trascorso la vita sul divano del divino Corano
e ora ti consegni senza requie a un’idolatra!

*

Chi desidera questo mondo, chi l’altro
ma io voglio liberarmi da questi impostori.
Non desidero altro: fai razzia di me
strappa tutti i veli, rivelami il Tuo segreto. 

*

Sono puro e desidero l’Amico. 
Non datemi rosario né sacri paramenti
ipocrisie gonfie di inganno. 
Per ascendere, non mi servono. 

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