Mentre predica l’estinzione, il poeta Sufi ribadisce il proprio nome: etereo,
eterno sigillo della sua dedizione alla materia. Che fa, in effetti, la poesia:
ci lega a questo mondo, con sapienti mani da tessitrice, oppure, sonnambula
Penelope, aracnide che riavvolge la propria trappola trama, ci slega dalle cose?
Parole al veleno, quelle dei poeti: ci imprigionano o ci sprigionano?
Mentre pratica la sconfitta del sé, il poeta Sufi si strugge per il volto di
un’amata di passaggio; mentre ascende verso i cieli dell’Amato, inneggia al
vino, artefice di sacra ebbrezza. Statuario in instabilità, il poeta vaga tra i
‘paradisi artificiali’ di cui dirà Baudelaire e gli hadith del Profeta. La
poesia Sufi, in fondo, con fili d’oro, illumina ciò che nel transitorio
testimonia l’eterno. Eterna razzia: occorre inseguire le tracce di colui che ci
sta cacciando; tentare di prendere alle spalle chi ci attende da sempre, chi già
ci tiene sotto scacco, il fatale Dio-assedio.
Detto con altre più rigorose parole (quelle di Mahmood Jamal, autore di una
affascinante antologia di “Sufi Verse, Islamic Mystical Poetry, per Penguin,
2009, da cui abbiamo setacciato autori e testi meno consueti):
> “Le idee mistiche alla base della poesia Sufi possono essere riassunte così:
> Dio è Assoluta Bellezza e Assoluto Bene, precede ogni creato, esiste di per
> sé. Poiché è nella natura delle bellezza essere ammirata, adorata e svelata,
> Egli ha creato il mondo fenomenico: per rivelarsi in tale bellezza. Il
> desiderio di Dio è che l’occulto sia manifesto. Ma questo mondo è soltanto il
> riflesso della Verità, è transitorio. La creazione, per quanto magnifica, è
> imperfetta, è il Non-Bene, dacché rimanda semplicemente al Bene, ne è il
> barlume, il bagliore, lo spiraglio”.
In questa contraddizione si muove il delirare del poeta: affascinato dai ‘segni’
che Dio semina nel mondo, è insoddisfatto, vaga famelico per le vie – reali e
mentali –, tra tormento e estasi. Così, Dio è ovunque e da nessuna parte, è
l’Essere che divora e l’Assente, è il Tutto che dilaga in Nulla. In questo
proliferare di moduli retorici, il poeta Sufi fa la parte dell’anarchico per
eccesso di rigore: Sarmad, il grande poeta persiano vissuto nel XVII secolo,
nato in Iran da famiglia armena, transfuga in India, arriverà a dileggiare
l’etica dei capi religiosi, che mascherano con sacri paramenti la propria
plateale insipienza. Scriverà, Sarmad, che questo mondo come l’altro sono idoli,
equivalenti in ipocrisia, che il vero fedele è orientato soltanto a Lui, alle
segrete del suo segreto, ed è lì che vuole stare segregato. Accusato di ateismo,
sarà giustiziato per ordine dell’imperatore Moghul Aurangzeb.
In sostanza, il poeta Sufi, attraverso la poesia, crea uno spazio di incontro
con Dio: erige una pagoda per dialogare, in nudità, con l’Amato. La poesia è il
linguaggio privilegiato per sfiorare gli indicibili, per uscire dalla nota
grammatica delle cose, dalle consolidate formula. Se è ostaggio della creatura,
il linguaggio è l’abito del male, mistura di menzogne, misura della pusillanime
ragione; occorre sobillare le forme, allora, andare, come ladri, nell’aldilà del
linguaggio, nei luoghi ignoti, per scampare dalla tentazione del ‘dire’ e farsi
pura eco di Dio. È questo il moltiplicato dramma che lega poesia e preghiera. Se
la forma lirica instupidisce in liturgia, nel suo saturo scimmiottamento (come
capita nella rassegna, pur bella, edita di recente da Claudiana come Libro di
Preghiere), la poesia scema, si fa implorazione, adorazione di forme, ombra tra
le ombre. L’azzardo, al contrario, può sfogare in afasia del verbo, è vero, ma
levitare in fuoco perenne, vigoria divina, scala del paradiso: in questo senso,
le poesie-preghiere della conturbante Marina Cvetaeva (in: M.
Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, 2026) sono più ‘efficaci’ di
innumeri trattati di teologia.
Di norma, il poeta Sufi ama la forma breve – il ghazal – perché l’allusione,
l’enigma, l’apoftegma rendono il testo una specie di rebus – o uno stiletto atto
a far sanguinare chi lo subisce. Il ghazal: lucernario della letteratura, a un
passo dalle stelle – sta a noi, artefici-lettori, ‘agire’ il testo, camminare
sui tetti.
La sinstesi usata da Pierre Pascal – all’epoca “Cancelliere dell’Ambasciata
dell’Iran presso la Santa Sede” – per celebrare l’opera di Omar Khayyam (nella
versione delle Rubʿayyāt approntata per l’‘Enciclopedia di autori classici’
curata da Giorgio Colli per Boringhieri) vale in parte anche per i poeti Sufi:
> “Non lodi né vituperi, non benedizioni né maledizioni uscirono dal suo calamo,
> ma solo le conclusioni della sua contemplazione delle nuvole nell’acqua d’una
> fontana, del mulinar dei cieli e del cammino degli astri, seguiti a lungo
> dall’alto di qualche terrazza”.
Nei poeta Sufi, tuttavia, l’ardore sfianca il rigore, l’estasi domina sulla
ragione, l’eros sovrasta la scienza.
A conclusione del suo lavoro, Mahmood Jamal auspica che
> “il fiume di tale immaginario poetico, bloccato dalle dighe artificiali
> dell’ortodossia puritana o dimenticato nelle secche del mondo moderno,
> continui a scorrere. È tempo che le barriere erette davanti allo spirito di
> una grande civiltà vengano rimosse, che tale fiume inondi le nostre menti di
> bellezza e di amore, per fornirci risorse spirituali nuove, rinnovate, in un
> tempo sempre più travagliato”.
Come non essere d’accordo? Certo, la cerca, la grande caccia non lascia indenni,
non propaga irenica quiete, non redige la pace dei pavidi. Si tratta, piuttosto,
di svolgere la guerra esteriore in guerra interiore – si tratta di essere
marziali nel sé – cioè, infine, autentici – spregiudicati nel gioire. Si tratta,
infine, di avere coraggio.
**
Rābiʿa al-ʿAdawiyya
(Bassora, 713/717 – 801)
Penetri in ogni spiraglio
del mio essere
come solo l’intimo
amico sa fare. Quando parlo
di Te parlo, quando taccio
di Te arde il mio desiderio.
*
Signore: se ti adoro
per paura dell’inferno
dell’inferno fammi fiamma –
se ti adoro
perché voglio il paradiso
dal paradiso esiliami –
se ti adoro
perché Ti voglio
non negarmi
la tua eterna
bellezza
**
Al-Hallaj
(Tur, Iran, 858 ca. – Baghdad, 922)
Quando il Bucefalo della solitudine ti disarciona
e ruggiti di dolore sparigliano la speranza
afferra nella sinistra l’umiltà corazza
nella destra la spada del pianto
scagiona l’ego scioglilo
e temi la vile rivalsa
se migri nell’oscurità
sia tua la torcia della purezza
rivolgiti all’Amato: Mira la mia rovina
perdonami – voglio incontrati –
mio Amore non separarti da me
non abbandonarmi: realizzami
**
Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
(Mayhana, Iran, 967 – 1049)
Il sapiente che conosce il Mistero
non ha più io, è tutto in Dio:
confinati nell’Essere, sconfiggiti
questo significa: “Nessun Dio all’infuori di me”.
*
Non mi sono mai allontanato da Te
gli astri mi hanno servito bene:
mi sono estinto nell’Essere
ho assistito alla Tua luce.
*
Non biasimarmi se mi ubriaco
e cerco di fondere amore e vino:
da sobrio, vivo tra i briganti;
da ebbro precipito nell’Amico.
**
Sheikh Ahmad-e Jami
(Namaq, Iran, 1049 – Torbat-e Jam, 1141)
Ovunque io guardi, guardo l’Amato
Ovunque le meraviglie della Sua creazione
Ovunque vedo il Bene – tutto
ciò che è bello è l’Amato
Ogni bellezza che è al mondo
è un segno della bellezza dell’Amato
Perché vuoi diventare folle, Ahmad?
per diventare saggio e vedere l’Amato
*
Il destino dell’Amore è diverso
da quello della sapienza:
l’Amore è barattato per le strade
l’Amato lo trovi sotto la forca.
Chi viene ucciso dall’obbedienza
riceve nuova vita ogni giorno.
**
Sana’i di Ghazna
(Ghazni, Afghanistan, 1080 – 1150)
Nessuno può conoscerlo
soltanto Lui può penetrare
la Sua natura – la ragione lo bracca
invano: soltanto l’abbandono lo trova.
Fu la Sua pietà a sussurrare: Eccomi, conoscimi.
Nessun intelletto può scoscendere in Lui.
Come possono i nostri sensi
avvicinarsi alla Sua verità?
La ragione ti conduce alla soglia:
soltanto la grazia può inoltrarti
oltre il portone. Slegati dalla ragione
smetti di errare: se non riesci
a conoscere te tesso, come puoi
pretendere di conoscere Dio?
*
Di notte sono felice perché prego
e sento il fiato dell’Amico vicino a me.
Di notte tutte le luci si spengono
mia sola luce è la preghiera.
Al giorno della separazione segue la notte
dell’unione: giorno, allontanati da me!
Finché dimoro nell’Amico non provo dolore
finché avrò vita sarò lo schiavo dell’Amico.
Soltanto al cospetto dell’Amico
sono felice e il dolore si dilegua.
**
Saʿdi
(Shiraz, Iran, 1210 – 1291)
Che un uomo
renda a Dio
la cronaca dei suoi
fallimenti
non sarà mai in grado
di enumerare le Sue benedizioni.
*
L’Amore non ha giorno e non ha notte
gli amanti si amano continuamente.
I musicisti si dileguano – i Sufi ascoltano:
l’Amore ha un principio ma non ha fine.
Ognuno chiama l’Amato con il proprio nome
ma il mio Amato non ha nome.
L’unico idolo che Sa’di distrugge
è il sé.
**
Sarmad
(Kashan, Iran, 1590 ca. – Delhi, 1661)
Velato: rivelati
infinitamente ti cerco
a Te voglio unirmi – da troppo
tempo ti nascondi.
*
Sarmad, sei un vero devastatore:
hai sacrificato la tua fede per un paio di occhi!
Hai trascorso la vita sul divano del divino Corano
e ora ti consegni senza requie a un’idolatra!
*
Chi desidera questo mondo, chi l’altro
ma io voglio liberarmi da questi impostori.
Non desidero altro: fai razzia di me
strappa tutti i veli, rivelami il Tuo segreto.
*
Sono puro e desidero l’Amico.
Non datemi rosario né sacri paramenti
ipocrisie gonfie di inganno.
Per ascendere, non mi servono.
L'articolo “Confinati nell’Essere, sconfiggiti”. Rassegna di poeti Sufi proviene
da Pangea.
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Morì nel 1492, secondo il calendario d’Occidente, Jami – un anno fatale.
Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America; il Sultanato di Granada, ultimo
lembo musulmano in Spagna, veniva definitivamente corroso. A suo modo, anche la
figura di Jami è uno spartiacque tra il vecchio e il nuovo mondo della poesia
persiana – con lui, un pioniere, benché radicato nella tradizione, un’epoca
finisce. Mahmood Jamal, ideatore, per Penguin, della più nota antologia di
poesia Sufi, Islamic Mystical Poetry, lo definisce “l’ultimo grande poeta
sufista, l’ultimo grande interprete della lirica persiana”.
Mawlanā Nūr al-Dīn ’Abd al-Rahmān – questo il nome autentico, per esteso –
nacque a Torbat-e-Jam, nell’attuale Iran, al confine con l’Afghanistan, nel
1414. Fu il padre a introdurlo alla mistica Sufi, dopo averne saggiato i
‘segni’. Jami – il nome proviene dal luogo natio; così il poeta si celebra in un
distico: “Jam è il mio paese natale, del miele di Ahmad/ si è abbeverata la mia
profetica penna” – perfezionò gli studi a Samarcanda. Nel curriculum di un
sapiente dell’epoca, la conoscenza lirica – necessaria ad assurgere a Dio, ad
assaggiarne il nettare – si mescola a quella scientifica, terrena: all’uomo
compiuto è chiesto di unire cielo e terra nelle proprie mani, di divorarli. Di
Jami, tra i molteplici scritti – un’ottantina – resiste uno studio per
progettare strumenti idrici ancora efficaci. Conosceva i metodi per irrigare a
dovere i campi – i modi per dare acqua agli assetati di sapienza.
Per un po’, pensò di unirsi totalmente a Dio, mollando il mondo con radicalità
catacombale. Infine – sedotto da un sogno, certo di averne intuito i rivoli
simbolici – sposò la nipote del suo maestro, Kasgari. Ebbe quattro figli – tre
morirono poco più che neonati; il dolore, a fendenti, istruì Jami negli
impossibili meandri della perseveranza. Ebbe incarichi a Herat, dove edificò la
sua scuola; dominavano i Timuridi, gli eredi di Tamerlano. Fu attratto dalla
dissoluzione del sé – a tratti, disse di sentirsi “sparire” – e lo sentì
“spaventosamente”.
Nei suoi insegnamenti mistici, Jami enfatizzava la via dell’amore – “O Jami,
solo Amore è la via verso Dio:/ la pace ammanti chi segue la vera via” – l’unica
capace di scuotere l’uomo dal mondo. Credeva nella veglia incessante, nella
pratica del silenzio, nella meditazione che porta a confondere il proprio stato
terreno con quello celeste. Credeva che l’uomo può – scotennando la propria
crosta transeunte – sbocciare in creatura angelica. Uomo, crisalide di Dio.
Scrisse che Dio è ovunque, che si manifesta in ogni cosa, che il compito del
seguace Sufi è assurgere alla dimensione del ‘santo’, colui che supera l’etica
della differenza, le istituite distinzioni, al di là del bene e del male,
immerso nell’ardore.
Radunò una serie di celebri “Fiabe mistiche” che sfociano in una morale
spiazzante rispetto ai canoni mondani. È nella poesia, tuttavia, che si
consolidano le sue esperienze mistiche e sapienziali. È vero: Jami non è un
innovatore – sarebbe inesatto intenderlo come un ‘esecutore’. Egli porta a
compimento il ciclo della grande poesia persiana – di Rumi, di Hafez, per
intenderci – riutilizzandone codici e cliché; eppure, alcune sentenze trovano
nei suoi versi una freschezza arcana, immotivata, soltanto sua. Tentò di elevare
l’uomo dalle ganasce del pensiero, dai sofismi, le levatrici del maligno;
scrisse che “Ogni pensiero/ che non sia memoria di Dio è malvagio”.
Un’epigrafe irradiava, dalla tomba, il suo estremo sentire. “Quando il tuo viso
si nasconde, come la luna è nascosta dalle nuvole oscure, stillo lacrime
stellari: nonostante le stelle, a miriadi, rimane buia la mia notte”. È bello –
nei giochi delle corrispondenze – tracciare avidi legami, impossibili, con
Giovanni della Croce (uno spagnolo, non a caso). Anche in Jami, il rovesciamento
dei simboli è totale: ciascuno sperimenti la propria notte, fino alla cecità. In
sovrappiù, Jami identifica l’andare ‘lunatico’ dell’Amato, la necessità del
pianto – quasi che le stelle non siano che lacrime cristallizzate. Del sapiente,
svanì la tomba, il corpo, l’eremo del pianto.
Agli studenti che gli chiedevano di essere ammessi alla sua scuola, Jami
chiedeva, anzi tutto, se fossero mai stati innamorati. Di fronte a chi diceva,
con servile severità, di non aver mai amato, rispondeva, “Vai – ama – poi
ritorna: ti mostrerò la via”. A dire che non esiste ascesi senza l’abisso della
carne, la rovina del corpo – sfigurarsi sullo spigolo di questa terra.
***
Nel giardino
Nel giardino, sulla riva del fiume
con il calice in mano:
Sorgi, Saqi! Versami il vino!
L’astinenza qui è crimine!
Lo Sceicco è ubriaco di religione:
la paura affolla le moschee,
ma la vera estasi permane
nella bettola piena di ubriaconi.
Hai baciato il calice con le tue
labbra: ero così ubriaco che
non ho distinto il rosso della
tua bocca dal rosso del vino.
Non devi sguainare la spada
per spezzarmi il cuore:
trattieni le armi, il tuo sguardo
è un dardo sufficiente.
Agli uomini che confidano
nella ragione non spiegare
le pene d’amore; non svelare
tali segreti ai mediocri.
Jami è ubriaco del tuo Amore
e non ha ancora cominciato
a bere: in questo banchetto
nessuno ha bisogno di vino.
*
Il senso dell’insensato amore
Quando l’eternità sussurra “Amore”
Amore mette il fuoco nello stilo.
La penna sorge dall’eterno desco
e disegna ogni bellezza possibile.
I cieli sono i virgulti di Amore
gli elementi vengono al mondo grazie ad Amore.
Senza Amore non capisci il bene né il male;
ciò che orbita lontano da Amore è inesistente.
Il tetto azzurro del mondo
che ruota lungo le vie del giorno
è il Loto del giardino di Amore
è l’elsa del bastone di Amore.
Il magnete nel cuore della pietra
che costringe il ferro a scalpitare
è Amore dalla volontà ferrea
appare nell’abisso della roccia
contempla la pietra nel suo riposo
e ama chi lo ama. Da qui
proviene il dolore di chi è lapidato
dall’Amore per l’Amato.
È vero: Amore reca dolore
ma è anche il più puro conforto.
L’uomo non può sfuggire al ciclo
della vita e della morte senza la benedizione di Amore.
*
O Tu, la cui bellezza è in tutto ciò che è manifesto
possano mille venerabili spiriti essere il Tuo sacrificio!
Come un flauto canto il canto della separazione
da Te, anche se mi sei vicino in ogni istante.
L’Amore si rivela in tutto ciò che vediamo:
a volte ha le vesti di un re, altre volte
è un mendicante, vive per strada
ha la ciotola dell’elemosina in mano.
Issati, o Saqi, e versa il vino
che lenisce il dolore dai nostri cuori!
Quel vino ci libera dall’onnipotente io
gettandoci nella certezza del Potente.
O Jami, solo Amore è la via verso Dio:
la pace ammanti chi segue la vera via.
*
Sono così ubriaco che il vino mi esce dagli occhi;
il mio cuore è in fiamme: sento il suo odore mentre brucia!
Se l’Amato si presenta a mezzanotte senza veli
un anziano estremista scapperà dalla moschea.
Ti ho visto all’alba e ho dimenticato di pregare:
è inutile la supplica quando il sole sorge.
Su una goccia del dolore di Jami cadesse nel fiume,
i pesci, arsi dal dolore, balzerebbero a riva.
*
Ti attraggono le forme terrene:
il destino le incenerirà tra un attimo –
va’ e dona il tuo cuore a chi è sempre
stato con te e con te resterà sempre.
*
Ho vissuto rincorrendoti – ho lottato
per unirmi a Te: intuire il tuo sguardo
tra fraintesi d’ombra è preferibile, per me,
che assaggiare le più belle bellezze della terra.
*
Oh, mio cuore… quanto ancora cercherai
il perfetto nelle scuole, per quanto tempo
continuerai a perfezionarti con la filosofia
e le regole matematiche? Ogni pensiero
che non sia memoria di Dio è malvagio.
Inchinati davanti a Dio, slaccia da te
ogni pensiero, molla il mondo dei concetti
ai filosofi, agli stolti intellettuali!
*
Il mondo esiste grazie a Te
ma di Te non c’è traccia:
benché Tu non abbia bisogno
di me, io vivo per Te.
*
Il vicino e il parente, lo straniero e il vagabondo:
tutti sono Lui! – Lui è nell’abito del mendicante
e nella stola del re. Nelle assemblee e nelle alcove
nei tribunali e nei postriboli, Dio è in tutto, il tutto è Lui.
*
Senza velo non posso vederti
senza schermo non posso fissarti:
prima devo raggiungere l’illuminazione.
D’altronde, chi può scrutare le sorgenti del sole?
*
Se vuoi essere l’inquieto usignolo, diventa usignolo!
Tu sei una parte e la Realtà è il Tutto:
per qualche giorno medita sul Tutto, diventa Tutto!
Se nel tuo cuore appare una rosa, diventa quella rosa.
**
Fiabe mistiche
Un cammello e un asino marciavano assieme. Giunti alla riva di un fiume, il
cammello si immerse per primo in acqua. L’acqua gli arrivava poco oltre le
ginocchia, refrigerando appena il corpo. Così disse: “Vieni anche tu, il fiume
mi arriva soltanto ai fianchi!”. “Ti credo”, rispose il saggio amico dalle
lunghe orecchie, “ma noi siamo molto diversi: l’acqua che ti arriva ai fianchi
mi sommergerebbe la schiena…”.
Il saggio rifiuta di farsi condurre oltre le profondità che conosce.
*
Il cane e il pane
Un cane, straziato dalla fame, stava alle porte di un villaggio quando vide una
pagnotta rotolare fuori dalle mura e dirigersi verso il deserto. Il cane si
lanciò all’inseguimento, corse, gridando, “Oh Bastone della Vita, Potenza del
Viaggiatore, Oggetto del mio Desiderio, Consolazione dell’Anima! In quale
direzione volgi i tuoi passi, dove stai andando?”
“Nel deserto”, gli disse il pane, “a trovare i miei amici, il lupo e il
leopardo, per ricambiare la visita che mi hanno fatto, un tempo”.
“Il tuo discorso sprezzante non mi spaventa”, replicò il cane, “ti inseguirei
nella bocca di un coccodrillo, tra le fauci di un leone. Se rotolassi per tutto
il mondo, ti inseguirei comunque”.
Chi vive di solo pane si sottomette, per averlo, ai più vili abusi: è come un
cane famelico.
*
La vespa rossa e l’ape
Una vespa rossa, un giorno, attaccò un’ape, desiderosa di suggere della sua
dolcezza. L’ape iniziò a piangere dicendo: “Circondanti come siamo dal più puro
miele e dal dolce nettare dei fiori, perché insegui soltanto me, abbandonando
tutto il resto?”. La vespa rispose: “Se c’è del miele al mondo, tu ne sei la
fonte; se c’è dolce nettare, tu ne sei la sorgente”.
Felice l’uomo che distingue il vero dal falso e rifiuta di accettare il poco.
*In copertina: Y.Z. Kami, Endless Prayers XXVIII, 2009
L'articolo “Se nel tuo cuore appare una rosa, diventa quella rosa”. Jami, il
poeta sapiente proviene da Pangea.
Di solito, la storia delle religioni da’ su un bivio implacabile. Da un lato, la
via della Legge – il viatico dell’obbedire – dall’altro quella del cuore –
l’ammutinamento a sé, la più sublime obbedienza. Da una parte, un radicare il
dio in questo mondo, nel mondano; dall’altra, sradicarsi dal mondano, tornare
mondi, rientrare nel feto del tempo, in un perpetuo primo giorno del mondo. La
via ‘legalista’ – che è poi: riflessione nei meandri dei sacri precetti – ha la
sua ancella nella vita ‘attiva’: il fedele partecipa alla Storia, si fa carico
delle storie di tutti, è presente nel ‘sociale’. La sua vita è moralmente
integra: mira a creare una città celeste nelle nostre metropoli. Al contrario,
c’è chi smaterializza la Legge fino al simbolo, fino al suo superamento; si fa
estraneo alla Storia perché partecipe dell’Eterno, non contempla il ‘sociale’ –
pur amando l’uomo come amerebbe un insetto o una pietra – perché tutto è già
salvo: la ‘non azione’, o meglio, la contemplazione – questa è la sua via – lo
porta a estraniarsi dal mondo, a preferire la solitudine. Per gli uni, è da
attendere il Giudizio, che separerà i retti dagli irredenti, per quest’altro il
Giudice ha i contorni sconfinati dell’Amato. All’agorà, all’assemblea, costui
preferisce il deserto – perché soltanto lì potrà rinfocolare un eden, un
giardino –; alla politica predilige i sentieri dell’apolide, alla teologia la
fame, ai paramenti sacri la nudità, al rito la preghiera incessante. Il suo
spazio non è il tempio – angusto chiavistello di Dio – ma il vento, l’incavo tra
le rocce e il roveto, il fuoco e la nube: i luoghi dove agli esordi Dio parlava,
muggiva, fischiava.
Queste due dimensioni – la prima alla luce degli eventi storici, l’altra nelle
tenebre del nascondimento: ma lo spettro di tale lucore è illusorio – presiedono
ogni sentiero spirituale; a volte sono in contrasto, di certo non sono
sovrapponibili. Se il rischio del primo livello è la retorica fine a stessa, il
formalismo, l’Iddio bigiotteria, l’Iddio orpello; quello del secondo è l’afasia,
l’abulia, la confusione tra miracolo e miraggio, fino a fare del deserto un
idolo, della solitudine una regola, una reggia. Al contrario, la via ‘negativa’
incendia ogni norma, ogni ‘normalizzazione’: la regola è l’irregolare, a lambire
il fuorilegge, dacché, per natura, nulla è fuori dalla legge di Dio.
Nato nel gennaio del 1630 in Punjab, all’epoca dell’India Moghul, di Sultan Bahu
sappiamo poco, oltre i veli dell’agiografia, Manaqib-i Sultani, scritta molti
anni dopo la sua morte, accaduta nel 1691. Da ragazzo, amava vagare nelle
foreste; fu la madre, Ravi, nel tentativo di avviare a un destino a temperatura
spirituale quel figlio indocile, ad affidarlo a un maestro sufi. Bahu studiò a
Delhi, si affratellò alla Qadiryya, l’ordine fondato da Abdul Qadir Gilani,
diffuso in India, Pakistan e Afghanistan. Visse scrivendo, insegnando una rude
compassione; fondò una confraternita, “Sarwari”, che predicava l’annientamento
in Dio, l’inutilità dei precetti esteriori, la folgore di un contatto diretto
con il divino. Esprimeva i suoi insegnamenti in poesie di glaciale nitidezza,
sagaci nel paradosso, nell’esasperare i modi della poesia persiana: l’estro
erotico (tipico in Hafez, ad esempio) si esaurisce nella meditazione, in quel
rogo azzurro; il cuore non è più un incendio ma un oceano. A volte, Sultan Bahu
procede per terzine polemiche, che stigmatizzano chi crede di poter ingabbiare
Dio in un luogo, un lemma, un codice:
> “Dio non giace sui troni, Dio non è imprigionato alla Kaʿba
> non troverai Dio nei libri, Dio non è nel mihrab, nel mirare alla Mecca.
> Egli non si sprigiona se nuoti nel Gange o se intraprendi un pellegrinaggio”
La purezza non proviene dal fiume, la fede non si basa sui ‘pilastri’
dell’islam. “Le poesie mistiche di Sultan Bahu esprimo una critica alle forme,
alla cristallizzazione legalista, alle istituzioni del religioso; egli crede
nella possibilità di una relazione individuale con Dio. Bahu enfatizza il punto
centrale del Sufismo: l’assoluto amore, la profonda dedizione a Dio sono il
risultato di uno smarrirsi nel divino. Per ‘annegare in Dio’ è necessario
eliminare tutti gli ostacoli, i desideri, gli umani affetti, l’attaccamento al
mondo carnale, transeunte. Attraverso un sistematico distacco dal mondo e la
pratica dell’ascetismo sotto la guida di un maestro – cioè: meditando
incessantemente il nome di Dio – il Sufi avrà successo e domerà l’anima” (così
Jamal J. Elias in Death Before Dying. The Sufi Poems of Sultan Bahu, University
of California, 1998).
A dire di Sultan Bahu, l’intelligenza serve a sbriciolare l’intelletto, la
cultura distoglie dalla ricerca del vero, la cui lampante evidenza è avvelenata
dai chiosatori. Come tutti i mistici, i poeti-profeti, Bahu ama guerreggiare con
il linguaggio attraverso l’arma del paradosso:
> “Per rintracciare l’Amato ti basti la prima lettera, alif
> non hai bisogno di aprire il Corano”.
Nel suo vagabondaggio nelle tane dell’eterno, Bahu sembra oscillare tra la
“preghiera del cuore” – l’insondabile mantra, auspicio di una perdizione che
orienta, lanterna degli esicasti e del ‘pellegrino russo’ – e i “doveri del
cuore” (Chovot ha-Levavot, il trattato di Bahya ibn Paquda, rabbino vissuto
nella Spagna islamica un millennio fa). Eppure, gli è necessaria la poesia,
garrulo dire da fedele in disgrazia, il cui alimento è l’amore:
> “Come il falcone è impedito al volo se gli legano le zampe
> così, senza amore, Bahu smarrisce ogni parola”.
Sapienza degli insipienti, vocabolario di analfabeti, gloria degli ignoti e
degli ignavi, vita da lebbrosi d’amore: ogni contrasto è varcato da chi percorre
la via negativa. Il frainteso è ovunque, le trappole degli artificieri
d’accademia pure: la vera fede è tacciata di infedeltà, l’innocenza presa per
abominio – ma è proprio quello il segno. Della vita di un uomo, a ben dire, non
resta che il sussurro, il flebile fiorire di una leggenda – un’esasperazione di
oasi. Chiameremmo colibrì quel Corano colabrodo – di lui diranno: si è fatto in
briciole per attirare Dio, perché se ne nutrisse, a piene mani.
*
Sultan Bahu
(Shorkot, Pakistan, 1630 – Jhang, Pakistan, 1691)
Sei infimo se infine
all’essenza divina
non ti affratelli
Fa’ razzia del tuo io
fai a pezzi quella iena
Se i desideri ti sovrastano
resterai uno svergognato
Uno che vive già nella tomba
*
Non sopporto la padronia
del cuore – i desideri
mi logorano
Gli amici non sanno
acquietare il cuore
l’amore è un incendio
Nell’arena dell’amore
tutto arde e tutto muore
Mi sacrifico perché Bahu
persiste nell’impazienza
*
Pietà inondi Shorkot
la città di Bahu
Pietà ammanti
cercatori e pionieri
con la stessa cura
con cui il giardiniere
accudisce i fiori
La divina visione della Pietà
si appropria di te all’istante
Bahu, l’uomo nobile,
accoglie l’amato nella sua casa
*
Vivi nel canto:
sei un discepolo
diventa cercatore
Aggrappati al manto
del maestro – un maestro
diventa
Immergiti nel credo:
se pronunci
continuamente
il nome di Allah
Allah ti purificherà
*
Chi pratica lo spirito
senza la sapienza
è un infedele e morirà
demente
Lo adorano da secoli
ma nessuno conosce Allah
L’ignoranza erige templi
in cui dimora un idolo
analfabeta – c’è
Chi attenta all’Unità
dell’Uno: a lui io
mi attengo
*
Non ha luogo l’intelletto
non ha casa il pensiero
nelle segrete del Glorioso
Non esistono mullah
né astrologhi né chi strologa
in teologia – tutto
Ha annientato il Divino
Io, Bahu, ho avuto accesso
ai misteri della sapienza
senza aprire alcun libro
*
L’amore arde e mi chiama
alla preghiera – le orecchie
rispondono alla chiamata
Eseguo l’abluzione nel sangue
Allah mi chiama, vuole
che io mi annienti:
Nessun ritorno è possibile
Chi accoglie la chiamata
realizza il sapere
*
Soltanto un vero
amante può eseguire
la preghiera d’amore
che non ha parole.
Nessun altro può cantare
l’inno d’amore: egli
Esegue l’abluzione con il sangue
del cuore e le lacrime degli occhi
La lingua non si muove
le labbra non tremano:
questa è la vera preghiera
*
Se ami sei nel rogo
e il tuo cuore è una montagna
Nemici a frotte
fiottano insulti: per te
non sono che prati in fiore
Come Al-Hallaj crocefiggi
il tuo segreto: non
Desistere dall’umiliazione
che continuino a dirti infedele
*
Chi ama vaga
nell’incendio
Vive in due mondi
chi ha donato l’anima
all’Amato
Perché accendere una lampada
quando il cuore è già luce?
Oltre i regni dell’intelletto
Bahu annienta ogni
forma di intelletto
*
Il cuore è un abisso
più profondo dei fiumi
e degli oceani: chi può
dire di conoscerlo?
Nei suoi meandri:
velieri e zattere
alberi e mozzi – come
una vela si dispiegano
i quattordici regni
tra gli spiragli del cuore
chi ha confidenza con il cuore
detto Bahu sarà amato
dal Salvatore
L'articolo “Fa’ razzia dell’io, fai a pezzi quella iena”. Le poesie mistiche di
Sultan Bahu proviene da Pangea.
Accadde in marzo, era il 922, alle porte orientali di Baghdad. Il califfo ordinò
la crocefissione; lo flagellarono, lo legarono a un tronco di palma, segate mani
e piedi. Esposto – a monito – per una notte. Poi: decapitato, arso il corpo,
ceneri spalate nel Tigri. Che di lui non resti memoria, che del suo dire si
abusi fino a usura. Tentarono di estirparne gli insegnamenti; atterriti gli
scarsi discepoli. Come sempre: aura di traditori attorno a lui. Secondo un
compagno di prigionia,
> “quando venne portato sul luogo della crocefissione e vide travi e chiodi,
> scoppiò a ridere, tanto da averne le lacrime agli occhi”.
Le memorie di al-Hallaj sono piene di risa: “camminava leggero malgrado le
catene, ridendo”; “scoppiò in una fragorosa risata”; “mentre si avviava al
patibolo, sorrideva”. Non è, la sua, risata di scherno; non è la risata di
Democrito che ride dell’insipienza degli abderiti, che ride sopra la vita e la
morte. La risata di al-Hallaj è come la danza dei dervisci: è l’abbaino
dell’abbandono, l’alcova dell’unione, è l’ultima serratura prima
dell’annientamento.
Ridere, cioè: compiersi.
Agli astanti che gli chiedono: “Cosa ti fa sorridere?”, il maestro risponde, “Le
moine della Bellezza quando chiama gli eletti all’unione”.
Secondo Abu Bakr al-Shibli, le ultime parole di al-Hallaj, pronunciate “con voce
altissima”, mani e piedi amputati, sono queste:
> “Solo conta per l’amante che l’Unico lo riporti all’unità”.
Credeva che il punto supremo della sofferenza coincidesse con quello della
rivelazione – lo umiliarono perché aveva osato dire Anā al-Haqq, io sono Dio
(ergo: io sono la verità ultima). Mangiava pochissimo – “non l’ho mai visto
mangiare altro che sale e aceto”, giura uno dei suoi discepoli –, indossava un
vecchio abito, un cappuccio; se era festa, vestiva di nero, “è l’abito, diceva,
di chi vede respinte le sue opere”.
Praticò l’unione mistica, percorse la via negativa. Era lui a predare Dio perché
di Dio era la preda – al culmine della caccia (che è poi la danza) perfino il
sangue svasa in vento, la carne è un inconveniente del prossimo inverno. Roba su
cui si accucciano i corvi, i re della terra.
Alla conoscenza anteponeva la vertigine – a cui seguiva, secondo una gerarchia
dello sprofondare, lo stupore, la contemplazione, l’annientamento. Di al-Hallaj
si tramandano versi spesso paradossali (parte del suo Diwanè stato tradotto in
Italia da Alberto Ventura, per Marietti 1820, nel 2005); in un distico il sommo
maestro insegna che l’annientamento si annienta annientandosi – a quel punto,
l’io, libero da ogni norma e da ogni contro-norma, destro a ogni addestramento e
a ogni sobillazione del sé, innocuo, superiore al sapere e al non sapere, è
davvero libero. È acqua e usignolo, è lupo e crocevia, è la bava
dell’Insondabile.
> “Quando Dio si impossessa di un cuore lo vuota di tutto ciò che non è Lui.
> Quando si lega a qualcuno, lo annienta per chiunque altro. Quando prende in
> predilezione una persona, incita i suoi servitori a perseguitarla, affinché la
> spingano verso di Lui e continui così ad avvicinarsi. Ma come spiegare ciò che
> mi accade: di Dio non trovo traccia, né avvicinandomi intravedo bagliore,
> eppure la persecuzione continua!”
Notizie su al-Hallaj – in Italia: Morcelliana, 2012, a cura di Luisa Orelli – è
un libro formidabile perché al di là della libraria forma. Lo è, intendo, l’idea
stessa dell’Akhbar: sono assemblate, senza preoccupazione cronologica,
un’ottantina di testimonianze di discepoli, amici, ignoti attorno alla vita del
maestro. A volte si narrano episodi biografici, altre volte frammenti
sapienziali. L’eterogeneità delle lasse rende mutevole, inquieta la lettura: non
ci sono maniglie narrative, cunicoli, raccordi, come nelle agiografie o nelle
devote biografie – qui è un precipizio, un invito alla fuga. Tutto, cioè, è
foriero di fraintesi – tutto comporta il frantumarsi – che il frumento così
creato sia fecondo non è da credervi.
Allo stesso tempo, si balbetta lo Pseudo-Dionigi, si entra nell’antro di Borges:
> “Dio non ha dove, non lo contiene un luogo. Non ha quando, non lo definisce un
> tempo. È al di là del cuore e dei sentimenti. Non si presta a scoperte e
> spiegazioni. È troppo santo per essere percepito dai nostri sguardi e
> afferrato da pensieri e congetture”.
Non fu un mero contemplativo, al-Hallaj. Preferì la predicazione – cioè: la
provocazione pubblica – e il pellegrinaggio. Si dice abbia raggiunto la Cina, si
dice di ragguagli sul taoismo e altre discipline. Ad ogni modo, il più profondo
non ha verbi per essere comunicato, non è vile polline che va di orecchio in
orecchio a fioritura di sette e di club filosofici. Di al-Hallaj si dice che
mormorasse tra sé “parole di cui nessuno intese il significato”. Così, il
discepolo si abitui ad avanzare in un regno che non ha definizioni, che non si
confina in quie là:
> “L’iniziato è colui che sceglie di non avere legami con questo mondo e con
> l’altro”.
Così Luisa Orelli riassume la via di al-Hallaj:
> “La conoscenza di Dio è una in-conoscenza (docta ignorantia): in quel buio in
> cui la mente è come cieca, lì, come disse Eckhart, Dio splende; nella caligine
> luminosa del non sapere nella quale si immerse Mosè, modello, anche per
> al-Hallaj, di quella conoscenza che supera il confine che delimita
> l’inaccessibilità divina. È questa la via apofatica; una via negationis che
> procede per via di togliere, e prelude (come in alcuni procedimenti
> calcografici: cavando la luce dal nero) alla teofania”.
Dobbiamo la conoscenza di al-Hallaj all’orientalista Louis Massignon: lo
affascinavano, di quel martyr mystique de l’Islam, i legami con l’esperienza di
Cristo. Amico di Huysmans, imparò l’arabo, viaggiò in Marocco. Al Cairo, nel
maggio del 1907, scopre la figura di al-Hallaj, a cui consacra i suoi studi: nel
’22, alla Sorbona, discute un dottorato su La passion d’al-Husayn-ibn-Mansur
al-Hallaj, che è poi il primo passo del lavoro sommo, La Passion de Hallaj,
edito in quattro volumi da Gallimard nel 1975 (poi 2010; in inglese esce nel
1983 per la Princeton University Press). Nel 1908, dopo l’arresto da parte delle
autorità ottomane con l’accusa di essere una spia e un tentato suicidio, si era
convertito al cristianesimo (“Lo Straniero mi visitò una sera di maggio, sul
Tigri, nella cella della mia prigione, le corde serrate dopo due tentativi di
fuga: entrò, le porte erano chiuse, e infiammò il mio cuore, quel cuore che il
coltello aveva mancato, e cauterizzò la mia disperazione, la spaccò, come la
fosforescenza di un pesce che emerge dal fondo di acque abissali”). Nel dicembre
del ’17, era entrato a Gerusalemme insieme al generale Edmund Allenby: al suo
fianco, T.E. Lawrence. Pur avversari nell’agone politico, si rispettavano.
Ispirato da Charles de Foucauld, gli fu concesso, nel 1949, di accedere al rito
melchita: in al-Hallaj, Massignon scorgeva il punto d’unione tra cristianesimo e
islam.
Spesso le parole del maestro prefigurano l’orrenda fine – “Morirò nella
religione della croce: niente più Mecca o Medina all’orizzonte”. Fu tradito,
intrappolato, “condannato davanti a un tribunale eccezionale, mediante una
formula manipolata ad arte, attraverso la sentenza di un giudice prevaricatore”.
Non voleva trascendere la legge, ma interiorizzarla, escludendo ogni ostacolo
che si frapponesse tra lui e l’Altro. Diventando egli stesso straziata alterità.
Un corpo fatto prato, fatto seggiola per Lui. Dubitava degli studiosi, della
‘cultura’, dei filologi della religione:
> “Chi lo cerca lasciandosi guidare dall’intelletto
> vagherà nella perplessità e vi troverà diletto.
> La sua coscienza verrà tratta in inganno
> e finirà per dubitare che esista”.
Massignon disse di “una via eroica dell’unione divina”. Allora, forse, la via
splendeva, l’eroismo era possibile, prossimo il dio, in ogni mormorio d’erba o
intrigo di rondini. Era un mondo di segni, di simboli – di ferocia e di
assoluti. A volte, anche il fuoco è scuro, è un lago, e a noi non resta che la
veglia – che a pronunciarlo si spacchino le labbra.
**
Con l’occhio del cuore scorgo il Padrone
e gli chiedo: chi tu sei? Tu, egli dice.
Nessun luogo è il suo luogo
perché è in ogni luogo.
L’illusione è illusoria per lui:
come può localizzarlo l’illuso?
Colui che raduna ogni dove
nel nulla ha rifugio.
Nell’annientarmi si annienta
l’annientamento: è lì che ti trovo
uccidendo i nomi e le forme.
Ho preteso me stesso e ho detto: Tu.
Il mio segreto indica Te, il profondo.
Finché non sono morto a me stesso
e tu sei rimasto nelle segrete del cuore.
Ovunque sono, Tu sei.
Tu mi accerchi e non posso
conoscere che te. Ciò che vedo è Tu.
Per questo, modellami nel perdono
nulla desidero tranne Te.
*
Sono l’Amante e l’Amante mi ama:
due anime in un solo corpo –
se vedi me, vedi Lui
se vedi Lui, vedi noi.
*
Dimori nel mio cuore, dove è il segreto
del mio amore per te – che la notte
sia breve, che l’attesa non mi divori:
il mio unico amico è la speranza di averti.
Sono così felice che se ti fa felice distruggermi
distruggimi: qualunque cosa tu voglia, Mio
Assassino, la voglio anch’io!
*
Ho studiato la religione
per possedere la Verità:
ho scoperto che un’unica
radice regge molti rami.
Meglio essere senza fede
per non perdersi nel limbo delle foglie.
Meglio trovare la radice
che rivela ogni senso ed è unica
più chiara del giorno.
*
Immobilità e silenzio, parole caotiche
il sapere, poi, l’ebbrezza, l’annientarsi.
Terra, poi fuoco, poi luce.
Gelo, ombra, meriggio.
Strada contorta di spine, sentieri
selvaggi; fiume, oceano, riva.
Godere, desiderare, amare.
Vicinanza, unione, intimità.
Chiudere, aprire, annullare.
Separarsi, congiungersi, desiderare.
Segni per chi comprende
che ciò che si trova nel mondo
ha scarso valore.
*
Scomparso, resti in me:
ora sei la mia pace.
Nei giorni della separazione
testimonio lo Sconosciuto.
Eri il segreto della mia gioia
conficcato più a fondo di un sogno.
Eri l’amico di un giorno
quello che mi trascina lungo la notte.
*
Uccidetemi, fedeli amici
nella morte è la mia vita.
Amore vuol dire restare
nudi davanti all’Amato
quando sei spoglio di tutto:
soltanto allora i suoi attributi
diventano le tue qualità.
Tra me e Lui, soltanto l’io.
Levatelo, così resterò con Lui.
al-Hallaj
L'articolo “Le moine della Bellezza”: la via mistica di al-Hallaj proviene da
Pangea.