Ralph Waldo Emerson sorrideva spesso: la vita si avvera nella gioia – una gioia,
osava dire, ferina. Tuttavia, era capace di deflagranti asprezze. In uno dei
suoi libri più vertiginosi, The Conduct of Life (1860), il formidabile pensatore
stigmatizza i ciechi al destino, i fannulloni del fato, si scaglia contro le
“creature piagnucolanti, stupide, comatose, sollevate di letto in letto, dal
nulla della vita al nulla della morte”.
Austero, sagace, programmaticamente entusiasta, il sapiente di Concord,
Massachusetts, è l’autentico profeta del messianismo americano. Secondo Harold
Bloom, “Il genio di Emerson continua a essere il genio dell’America: questo
filosofo gettò le basi della nostra vera religione… La fiducia in se stessi non
è una dottrina consolante, perché ci esorta a ricadere sul nostro genio oppure a
cadere verso l’esterno e verso il basso”. Nella sua visione cabbalistica della
letteratura, Bloom installava Emerson nei recessi di Din, la quinta Sefirot, che
soprintende il “Potere”, o meglio, il “Giudizio”. Insieme a lui, confinava Emily
Dickinson, poetessa dall’intelletto faina, suprema nel morso, che a Emerson deve
parte della propria ‘luccicanza’ lirica.
Possiamo dire, in effetti, che Emerson è la grande scaturigine, è il grande sole
della letteratura americana. Amico di Henry David Thoreau – che ha fortificato
nello sgretolato io, con cui ha fondato la rivista “The Dial” –, ha eletto per
primo, con furibonda preveggenza, il genio di Walt Whitman: in una lettera che
ha fatto storia – spedita da Concord il 21 luglio del 1855, ne sfogliate
l’originale, digitalizzato, nel “Walt Whitman Archive”– Emerson riconosce “quel
meraviglioso dono che è Foglie d’erba, opera di arguzia & sapienza tra le più
straordinarie prodotte in America”. Del verbo trascendentalista da lui forgiato
si sono nutriti, con diversi gradi di intensità, Nathaniel Hawthorne e Herman
Melville.
Beh, parrà paradossale ai più ma è proprio Emerson, il fondatore della cultura e
del pensiero autenticamente statunitense, a essere il punto d’unione tra gli
States e l’Iran. O meglio – visto che è vile rimestare nei torbidi della
decantata attualità – tra Stati Uniti e Persia. In due saggi, tra gli altri,
Emerson riconosce la propria filiazione diretta con la cultura persiana antica:
in Persian Poetry – pubblicato nel 1858 sull’“Atlantic Monthly”, oggetto, per i
nostri lettori, di un prossimo PAN – compie, soprattutto, un formidabile elogio
di Hafez, il grande poeta di Shiraz, vissuto nel XIV secolo. Della poesia
persiana, Emerson apprezzava la raffinatezza, il gergo epigrafico, la capacità
morale, poderosa fino all’insidia, in grado di essere, al contempo, caustica e
aggraziata. In un’epoca – l’Ottocento – in cui i poeti anglofoni si davano a
poemi-megafono, esorbitanti, Emerson preferiva il ghazal, il talento di
riassumere un mondo in un distico, una vita in un ritornello, l’effimero
nell’emblema. In Inghilterra aveva conosciuto Coleridge e Wordsworth; non aveva
dubbi nel dire che nell’opera di Hafez “si mescolano il genio di Pindaro, di
Anacreonte, di Orazio e di Robert Burns”.
Nessun fatuo ‘esotismo’ attanagliava Emerson, nessun frainteso da Mille e una
notte, con volgarità di harem e di jinn. Leggeva Firdusi e Attar, Hafez, Enweri
e Nisami dal tedesco, nelle versioni approntate dall’orientalista austriaco
Joseph von Hammer-Purgstall – si lamentava del provincialismo delle accademie
americane “incapaci di produrre una traduzione degna di nota dei poeti
d’Oriente”; allo stesso modo, decenni dopo, Ezra Pound (emersoniano a contrario)
lancerà improperi contro gli accademici ciechi di fronte all’oceanica cultura
cinese. Le prime, notissime, traduzioni (pardon, rifacimenti) di ʿUmar Khayyām a
cura di Edward FitzGerald sarebbero uscite nel 1859; negli States
le Rubáiyát dell’“Astronomer-Poet of Persia” sarebbero state pubblicate soltanto
nel 1878: nel frattempo, Emerson faceva da sé, con arguta audacia:
> “Apri la porta, perché tu sei l’Aperto
> mostra la via, perché tu sei la guida.
> Non ho fede nel pilota né nelle carte
> perché sono transitori – soltanto tu resti”.
Nel volume che raccoglie le Translations di Emerson, spicca la relazione con i
poeti persiani. Il guru americano traduce l’Epitaffio di Hafez così:
> “Misero cuore, che amaro scherzo
> ha giocato il Fato a questo ragazzo:
> per avere il caldo petto di una fanciulla
> ha ricevuto il freddo marmo di una lapide”.
Questo è invece il poeta persiano di origini turche Badr al-Din Hilali, vissuto
nel XVI secolo:
> “Ora grida, ora sussurra il flauto struggente:
> non ha lingua ma i venti fanno gemere le sue
> guance di legno: ‘Amore mio, l’antico sortilegio
> rimane: se io sono e tu sei come essere uno?’”.
Nel 1864 Emerson dedica un lungo saggio a Saadi – cioè: Saʿdi –, l’autore
del Bustan, opera poetico-sapienziale del XIII secolo tradotta in Italia come
“Il roseto”, tra gli altri, da Pio Filippani Ronconi (per l’‘Enciclopedia di
autori classici’ Boringhieri curata da Giorgio Colli).
> “Saadi è il poeta dell’amicizia e dell’amore, della dedizione a se stessi,
> della serenità. Nelle sue pagine l’energia è costante, la gioia trascende in
> grazia. Tali modi non sono frutto della leggerezza né della facile
> convivialità ma di una natura felice, che si libera delle avversità, si libra
> su di esse, sensibile ai piaceri, colma di risorse per fronteggiare il dolore.
> Saadi è consapevole che leggi benevole governano il mondo e ispira nel lettore
> la speranza nel bene. Che contrasto tra il tono cinico di un Byron e la
> benevola sapienza di Saadi!”.
Dicendo di Saadi, Emerson sembra dire di sé. Mirabile la conclusione finale – in
specie, in relazione al tempo presente:
> “Hanno definito i Persiani ‘i francesi dell’Asia’: l’intelligenza superiore,
> la stima con cui ammantano gli uomini di genio, l’accoglienza riservata ai
> viaggiatori occidentali, la tolleranza verso i cristiani che vivono nel loro
> territorio, in contrasto con il fanatismo turco, sembrano derivare dalla
> profonda cultura poetica, consolidata nel corso di cinquecento anni, che ha
> permesso a questa civiltà di raffinare i conquistatori preservando la propria
> identità profonda”.
Era affascinato da una terra in cui il poeta aveva un ruolo tanto preminente,
come profeta, guida ‘morale’ – perfino nel culto dell’ebbrezza, dell’uscita
fuori di sé – e custode del genio del luogo. Nel suo sorriso, per enigmi,
traluceva quello di Saadi.
Estremo, estroso omaggio alla cultura persiana è la ‘maschera’ lirica ideata da
Emerson. Seyd Nimetollah, sapiente del Quhistan, antica regione persiana, è un
derviscio edotto nella “danza astronomica”: i maestri “danzando, imitano la
rotazione dei corpi celesti, ruotando nello stesso tempo intorno al gran
maestro, che funge da sole”. Durante la danza, viene intonato questo Song di
Seyd Nimetollah:
“Ruoto come una sfera! Vago, brucio
non distinguo i piedi dalla testa
né il cuore dal mio amore
né la coppa dal vino.
Quello che faccio non appare
alla mia percezione: perduto
vago tra vorticose sfere –
so solo che devo amare.
Sono un cercatore della pietra
vivente gemma di Salomone;
giunto dalla riva delle anime
mi sono immerso nell’oceano dei sensi;
ma cos’è la terra, cos’è l’oceano
per me che bramo il prezioso?
L’amore è un fuoco intenso
il cuore è l’incenso;
ardo come le radicate fiamme
dell’aloe, ardo ma l’incensiere lo ignora.
So tutto – so nulla
non fermarti, non esitare – va.
Non chiedermi come i Mufti
recitino il Corano: amo la dolcezza
dei significati e calpesto
il libro sotto i miei piedi.
L’amore di Dio arde alto:
al suo cospetto ogni diversità
si estingue. Chi sono i musulmani
chi sono gli infedeli? Tutti
appartengono all’Amore.
Abbraccio i veri credenti
e amo chi mi inganna.
Il mio cuore si stringe al Cielo
incurante delle verità inferiori
sulla terra, sotto i miei piedi
ignoro gli umani affanni”.
La poesia – mistico gioco di specchi – viene pubblicata nel saggio sui Persian
Poetry, a mo’ di diamante; salvo entrare di diritto nel canone lirico di
Emerson. Né traduzione né rifacimento: una sorta di eversione, di evasione
dall’invasione occidentale. Tessitura di paradossi: l’uomo più ‘americano’ di
tutti, trovava ispirazione leggendo i poeti persiani. Lasciamocelo così, a piena
bocca, il paradosso: sa di miele.
L'articolo “So solo che devo amare”. Emerson & il genio della poesia persiana
proviene da Pangea.
Tag - Iran
Stando a quanto riporta Al Jazeera ora Google, Microsoft, Palantir, IBM, Nvidia
e Oracle sono nella lista dei bersagli dei pasdaran. Le parole dell’agenzia
Tasnim: “Si amplia anche la portata degli obiettivi legittimi dell’Iran”. Il 3
marzo colpiti i data center: 9 milioni senza app di pagamento.
I giganti tecnologici americani entrano ufficialmente nel mirino dei missili e
dei droni iraniani, perché Teheran li considera parte integrante ed essenziale
della macchina bellica americana. L’antipasto era stato servito il 3 marzo,
quando velivoli senza pilota (manovrati a distanza) avevano attaccato 3 data
center di Amazon in Bahrein e negli Emirati Arabi. L’11 marzo Tasmin, l’agenzia
di stampa degli Ayatollah, ha incluso sedi, uffici e infrastrutture dei colossi
americani tra i legittimi obiettivi militari del regime. “Con l’espansione della
guerra regionale, la portata diventa gradualmente più ampia”, si legge nel
documento. La lista dei potenziali bersagli ora include Google, Amazon,
Microsoft, Nvidia, IBM, Oracle e Palantir. A rischio le sedi di lavoro, i data
center e i centri di ricerca, le infrastrutture, ovunque siano, in Israele e nei
Paesi del Golfo, comprese Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi.
Leggi su:
* Il Fatto Quotidiano
* Fanpage
* CNBC
Mentre predica l’estinzione, il poeta Sufi ribadisce il proprio nome: etereo,
eterno sigillo della sua dedizione alla materia. Che fa, in effetti, la poesia:
ci lega a questo mondo, con sapienti mani da tessitrice, oppure, sonnambula
Penelope, aracnide che riavvolge la propria trappola trama, ci slega dalle cose?
Parole al veleno, quelle dei poeti: ci imprigionano o ci sprigionano?
Mentre pratica la sconfitta del sé, il poeta Sufi si strugge per il volto di
un’amata di passaggio; mentre ascende verso i cieli dell’Amato, inneggia al
vino, artefice di sacra ebbrezza. Statuario in instabilità, il poeta vaga tra i
‘paradisi artificiali’ di cui dirà Baudelaire e gli hadith del Profeta. La
poesia Sufi, in fondo, con fili d’oro, illumina ciò che nel transitorio
testimonia l’eterno. Eterna razzia: occorre inseguire le tracce di colui che ci
sta cacciando; tentare di prendere alle spalle chi ci attende da sempre, chi già
ci tiene sotto scacco, il fatale Dio-assedio.
Detto con altre più rigorose parole (quelle di Mahmood Jamal, autore di una
affascinante antologia di “Sufi Verse, Islamic Mystical Poetry, per Penguin,
2009, da cui abbiamo setacciato autori e testi meno consueti):
> “Le idee mistiche alla base della poesia Sufi possono essere riassunte così:
> Dio è Assoluta Bellezza e Assoluto Bene, precede ogni creato, esiste di per
> sé. Poiché è nella natura delle bellezza essere ammirata, adorata e svelata,
> Egli ha creato il mondo fenomenico: per rivelarsi in tale bellezza. Il
> desiderio di Dio è che l’occulto sia manifesto. Ma questo mondo è soltanto il
> riflesso della Verità, è transitorio. La creazione, per quanto magnifica, è
> imperfetta, è il Non-Bene, dacché rimanda semplicemente al Bene, ne è il
> barlume, il bagliore, lo spiraglio”.
In questa contraddizione si muove il delirare del poeta: affascinato dai ‘segni’
che Dio semina nel mondo, è insoddisfatto, vaga famelico per le vie – reali e
mentali –, tra tormento e estasi. Così, Dio è ovunque e da nessuna parte, è
l’Essere che divora e l’Assente, è il Tutto che dilaga in Nulla. In questo
proliferare di moduli retorici, il poeta Sufi fa la parte dell’anarchico per
eccesso di rigore: Sarmad, il grande poeta persiano vissuto nel XVII secolo,
nato in Iran da famiglia armena, transfuga in India, arriverà a dileggiare
l’etica dei capi religiosi, che mascherano con sacri paramenti la propria
plateale insipienza. Scriverà, Sarmad, che questo mondo come l’altro sono idoli,
equivalenti in ipocrisia, che il vero fedele è orientato soltanto a Lui, alle
segrete del suo segreto, ed è lì che vuole stare segregato. Accusato di ateismo,
sarà giustiziato per ordine dell’imperatore Moghul Aurangzeb.
In sostanza, il poeta Sufi, attraverso la poesia, crea uno spazio di incontro
con Dio: erige una pagoda per dialogare, in nudità, con l’Amato. La poesia è il
linguaggio privilegiato per sfiorare gli indicibili, per uscire dalla nota
grammatica delle cose, dalle consolidate formula. Se è ostaggio della creatura,
il linguaggio è l’abito del male, mistura di menzogne, misura della pusillanime
ragione; occorre sobillare le forme, allora, andare, come ladri, nell’aldilà del
linguaggio, nei luoghi ignoti, per scampare dalla tentazione del ‘dire’ e farsi
pura eco di Dio. È questo il moltiplicato dramma che lega poesia e preghiera. Se
la forma lirica instupidisce in liturgia, nel suo saturo scimmiottamento (come
capita nella rassegna, pur bella, edita di recente da Claudiana come Libro di
Preghiere), la poesia scema, si fa implorazione, adorazione di forme, ombra tra
le ombre. L’azzardo, al contrario, può sfogare in afasia del verbo, è vero, ma
levitare in fuoco perenne, vigoria divina, scala del paradiso: in questo senso,
le poesie-preghiere della conturbante Marina Cvetaeva (in: M.
Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, 2026) sono più ‘efficaci’ di
innumeri trattati di teologia.
Di norma, il poeta Sufi ama la forma breve – il ghazal – perché l’allusione,
l’enigma, l’apoftegma rendono il testo una specie di rebus – o uno stiletto atto
a far sanguinare chi lo subisce. Il ghazal: lucernario della letteratura, a un
passo dalle stelle – sta a noi, artefici-lettori, ‘agire’ il testo, camminare
sui tetti.
La sinstesi usata da Pierre Pascal – all’epoca “Cancelliere dell’Ambasciata
dell’Iran presso la Santa Sede” – per celebrare l’opera di Omar Khayyam (nella
versione delle Rubʿayyāt approntata per l’‘Enciclopedia di autori classici’
curata da Giorgio Colli per Boringhieri) vale in parte anche per i poeti Sufi:
> “Non lodi né vituperi, non benedizioni né maledizioni uscirono dal suo calamo,
> ma solo le conclusioni della sua contemplazione delle nuvole nell’acqua d’una
> fontana, del mulinar dei cieli e del cammino degli astri, seguiti a lungo
> dall’alto di qualche terrazza”.
Nei poeta Sufi, tuttavia, l’ardore sfianca il rigore, l’estasi domina sulla
ragione, l’eros sovrasta la scienza.
A conclusione del suo lavoro, Mahmood Jamal auspica che
> “il fiume di tale immaginario poetico, bloccato dalle dighe artificiali
> dell’ortodossia puritana o dimenticato nelle secche del mondo moderno,
> continui a scorrere. È tempo che le barriere erette davanti allo spirito di
> una grande civiltà vengano rimosse, che tale fiume inondi le nostre menti di
> bellezza e di amore, per fornirci risorse spirituali nuove, rinnovate, in un
> tempo sempre più travagliato”.
Come non essere d’accordo? Certo, la cerca, la grande caccia non lascia indenni,
non propaga irenica quiete, non redige la pace dei pavidi. Si tratta, piuttosto,
di svolgere la guerra esteriore in guerra interiore – si tratta di essere
marziali nel sé – cioè, infine, autentici – spregiudicati nel gioire. Si tratta,
infine, di avere coraggio.
**
Rābiʿa al-ʿAdawiyya
(Bassora, 713/717 – 801)
Penetri in ogni spiraglio
del mio essere
come solo l’intimo
amico sa fare. Quando parlo
di Te parlo, quando taccio
di Te arde il mio desiderio.
*
Signore: se ti adoro
per paura dell’inferno
dell’inferno fammi fiamma –
se ti adoro
perché voglio il paradiso
dal paradiso esiliami –
se ti adoro
perché Ti voglio
non negarmi
la tua eterna
bellezza
**
Al-Hallaj
(Tur, Iran, 858 ca. – Baghdad, 922)
Quando il Bucefalo della solitudine ti disarciona
e ruggiti di dolore sparigliano la speranza
afferra nella sinistra l’umiltà corazza
nella destra la spada del pianto
scagiona l’ego scioglilo
e temi la vile rivalsa
se migri nell’oscurità
sia tua la torcia della purezza
rivolgiti all’Amato: Mira la mia rovina
perdonami – voglio incontrati –
mio Amore non separarti da me
non abbandonarmi: realizzami
**
Abu Saʿīd ibn Abi l-Khayr
(Mayhana, Iran, 967 – 1049)
Il sapiente che conosce il Mistero
non ha più io, è tutto in Dio:
confinati nell’Essere, sconfiggiti
questo significa: “Nessun Dio all’infuori di me”.
*
Non mi sono mai allontanato da Te
gli astri mi hanno servito bene:
mi sono estinto nell’Essere
ho assistito alla Tua luce.
*
Non biasimarmi se mi ubriaco
e cerco di fondere amore e vino:
da sobrio, vivo tra i briganti;
da ebbro precipito nell’Amico.
**
Sheikh Ahmad-e Jami
(Namaq, Iran, 1049 – Torbat-e Jam, 1141)
Ovunque io guardi, guardo l’Amato
Ovunque le meraviglie della Sua creazione
Ovunque vedo il Bene – tutto
ciò che è bello è l’Amato
Ogni bellezza che è al mondo
è un segno della bellezza dell’Amato
Perché vuoi diventare folle, Ahmad?
per diventare saggio e vedere l’Amato
*
Il destino dell’Amore è diverso
da quello della sapienza:
l’Amore è barattato per le strade
l’Amato lo trovi sotto la forca.
Chi viene ucciso dall’obbedienza
riceve nuova vita ogni giorno.
**
Sana’i di Ghazna
(Ghazni, Afghanistan, 1080 – 1150)
Nessuno può conoscerlo
soltanto Lui può penetrare
la Sua natura – la ragione lo bracca
invano: soltanto l’abbandono lo trova.
Fu la Sua pietà a sussurrare: Eccomi, conoscimi.
Nessun intelletto può scoscendere in Lui.
Come possono i nostri sensi
avvicinarsi alla Sua verità?
La ragione ti conduce alla soglia:
soltanto la grazia può inoltrarti
oltre il portone. Slegati dalla ragione
smetti di errare: se non riesci
a conoscere te tesso, come puoi
pretendere di conoscere Dio?
*
Di notte sono felice perché prego
e sento il fiato dell’Amico vicino a me.
Di notte tutte le luci si spengono
mia sola luce è la preghiera.
Al giorno della separazione segue la notte
dell’unione: giorno, allontanati da me!
Finché dimoro nell’Amico non provo dolore
finché avrò vita sarò lo schiavo dell’Amico.
Soltanto al cospetto dell’Amico
sono felice e il dolore si dilegua.
**
Saʿdi
(Shiraz, Iran, 1210 – 1291)
Che un uomo
renda a Dio
la cronaca dei suoi
fallimenti
non sarà mai in grado
di enumerare le Sue benedizioni.
*
L’Amore non ha giorno e non ha notte
gli amanti si amano continuamente.
I musicisti si dileguano – i Sufi ascoltano:
l’Amore ha un principio ma non ha fine.
Ognuno chiama l’Amato con il proprio nome
ma il mio Amato non ha nome.
L’unico idolo che Sa’di distrugge
è il sé.
**
Sarmad
(Kashan, Iran, 1590 ca. – Delhi, 1661)
Velato: rivelati
infinitamente ti cerco
a Te voglio unirmi – da troppo
tempo ti nascondi.
*
Sarmad, sei un vero devastatore:
hai sacrificato la tua fede per un paio di occhi!
Hai trascorso la vita sul divano del divino Corano
e ora ti consegni senza requie a un’idolatra!
*
Chi desidera questo mondo, chi l’altro
ma io voglio liberarmi da questi impostori.
Non desidero altro: fai razzia di me
strappa tutti i veli, rivelami il Tuo segreto.
*
Sono puro e desidero l’Amico.
Non datemi rosario né sacri paramenti
ipocrisie gonfie di inganno.
Per ascendere, non mi servono.
L'articolo “Confinati nell’Essere, sconfiggiti”. Rassegna di poeti Sufi proviene
da Pangea.
Gli stabilimenti AWS sono stati colpiti dai droni iraniaio, che hanno causato
l'interruzione dei servizi di rete nella regione
Amazon Web Services, la piattaforma di cloud computing più diffusa al mondo, ha
subito una brusca interruzione dei suoi servizi in Medio Oriente, dopo che i
droni hanno colpito data center e strutture operative negli Emirati Arabi Uniti
(EAU) e in Bahrain. A notificare quanto accaduto è stata la stessa compagnia,
che la scorsa domenica ha comunicato ufficialmente che alcune delle sue
strutture erano state colpite da “oggetti” non identificati, causandovi un
incendio. Per spegnere il fuoco, Amazon si è vista costretta a tagliare
l’alimentazione ai suoi impianti, causando di fatto un’interruzione dei servizi
per un tempo prolungato.
leggi l'articolo
La trasmissione si apre con una "interferenza" di Andrea Borgnino, che ci
racconta l'utilizzo della radio in questi giorni in Iran; allarghiamo poi la
discussione ad altri contesti di guerra e in Palestina.
A proposito di telecomunicazioni, in Iran c'è un nuovo blackout di Internet, e
negli Emirati Arabi Uniti vediamo che alcuni data center di Amazon sono stati
colpiti dagli attacchi Iraniani. Seguiamo poi la vicenda del contratto di OpenAI
con il ministero della guerra statunitense, che ha scalzato Anthropic.
Negli USA, Google collabora con ICE ben più di quanto la legge gli impone;
viceversa, migliaia di telecamere collegate alla sorveglianza interna di ICE
risultano essere state danneggiate.
Nuovo affondo della Russia su Telegram, accusato di supporto al terrorismo e
intelligenza col nemico.
Ascolta l'audio sul sito di Radio Onda Rossa
Che sia un solo verso, a volte, a colpirci, lo sappiamo. La potenza di alcune
parole irretisce retina e cuore. L’intelletto gode, l’emozione si fa scossa.
Brivido è la colonna vertebrale. Così è quando leggo: Dovrò prepararmi a
fiorire, e subito la fantasia immagina poesie che si estendono da questa gemma
primordiale.
Ho con me in mano un libro, che di quel verso ne ha fatto il titolo. Si tratta
di un’antologia, curata e tradotta da Faezeh Mardani e Francesco Occhetto, che
dà voce a Forugh Farrokhzād, Bitā Malakuti, Leila Kordbacheh, Parvin Salājeghe,
Fereshteh Sāri e Grānāz Moussavi. È la prima rassegna italiana della poesia
femminile di un Paese quale l’Iran da sempre abituato ad affidare al canto
poetico tutte le componenti della propria vitalità esistenziale e spirituale.
> Ardue prove mi offrì il giardiniere del firmamento
> ma che si può dire al predatore dei tempi?
> Che si può fare se il destino è morire?
> Sei giunto al giardino e noi ce ne andammo,
> colui che qui ti condusse ci prese e ci portò via.
> In questo libro di vittoria il cielo
> conteggiò per noi l’incalcolabile.
> Il fiore, appena vide acqua e aria,
> ignaro di dover presto appassire sbocciò.
> Il coppiere della taverna del mondo è Destino,
> tutti beviamo il vino dalla sua coppa.
>
> Parvin Eʻtesāmi (1907-1941)
Che sia la poesia a farsi bandiera universale è bene ricordarlo sempre. Poesia
che si dimentica ai più, ma che ci costituisce. Poesia cellula, atomo, big-bang
del mondo. Poesia che garrisce. Poesia che sta nel vento, fa frusciare l’erba,
inventa rivoluzioni. Poesia che è voce e protesta ‒ bellezza incontinente.
Fruscia essa stessa nell’esondazione del peccato.
È bene ricordare, quindi, come ci ricorda il libro stesso, che in Iran è ancora
centrale la figura del poeta quale profetico testimone della storia di un intero
popolo cui è stata privata la libertà ma non il sentimento di profonda
appartenenza a una millenaria tradizione artistica e letteraria.
Perché in occidente ‒ forse, maldestramente ‒ ce lo siamo dimenticato? La poesia
è del popolo, e sta tra il popolo, ne dà voce. Senza poesia, il terrore
prevarica su tutto.
E anche un giardino ‒ che sia pieno di rose, o di parole, o di pesci e sorgenti
‒ come ci insegna Forugh Farrokhzād nella prossima poesia, va coltivato e curato
finché si è in vita, prima che esso diventi immortale o moribondo, e ci
abbandoni al nostro, forse vuoto, forse triste, destino. E anche un cortile va
curato, affinché la memoria si perpetui, e la parola continui a raccontare e a
raccontarsi nel cuore dell’uomo attraverso la tradizione.
Mi fa pena il giardino
Nessuno pensa ai fiori,
nessuno pensa ai pesci,
nessuno vuole credere
che il giardino sta morendo,
che il suo cuore si gonfia sotto il sole
e la sua memoria si svuota lentamente
del ricordo del verde
e il suo sentire astratto
si consuma in solitudine.
Il cortile di casa nostra è solo,
il cortile di casa nostra
sbadiglia in attesa di una pioggia sconosciuta.
Vuota la vasca nel cortile,
dagli alberi cadono per terra
piccole ingenue stelle.
La notte dalle pallide finestre
si sentono colpi di tosse
nella casa dei pesci.
Il cortile di casa nostra è solo.
Dice mio padre:
«È troppo tardi,
è troppo tardi per me.
Ho portato il mio peso
e ho fatto tutto quel che potevo».
Da mattina a sera, nella sua stanza
legge il Libro dei re o il Compendio delle storie.
Mio padre dice a mia madre:
«Al diavolo i pesci e gli uccelli.
Quando sarò morto,
che differenza farà
se ancora ci sarà
il giardino oppure no.
Mi basta la pensione».
L’intera vita di mia madre
è un tappeto da preghiera
steso sulla spaventosa soglia dell’inferno.
Mia madre in fondo a ogni cosa
cerca le orme del peccato,
e pensa che la bestemmia di una pianta
abbia contaminato il giardino.
Mia madre prega tutto il giorno.
Mia madre è peccatrice per natura
e per esorcizzare ogni peccato
soffia sui fiori e sui pesci,
soffia su sé stessa.
Mia madre aspetta la venuta del Promesso
e le grazie che ne discenderanno.
Mio fratello chiama il giardino cimitero.
Conta i cadaveri dei pesci imputriditi
sotto l’acqua infetta
e si beffa dei confusi grovigli dell’erba.
Mio fratello è malato di filosofia.
Per lui la cura del giardino
consiste nella sua distruzione.
Si ubriaca.
Dà pugni sui muri, sulle porte
e prova a mostrare
quanto è triste, stanco e disperato.
Porta in strada e al bazar
la sua disperazione
come se fosse una carta d’identità,
un’agenda, un fazzoletto, un accendino, una penna.
Ma la sua disperazione
è così piccola che svanisce
nella calca dell’osteria tutte le sere.
Mia sorella, che era amica dei fiori
e quando mia madre la picchiava
raccontava le pene del cuore
a quei fiori gentili e silenziosi
e invitava ogni tanto la famiglia dei pesci
a una festa di dolcetti e sole,
ora abita dall’altra parte della città.
Lei, nella sua casa finta,
con pesciolini rossi finti,
protetta da un marito finto,
sotto i rami di un melo finto,
canta canzoni finte
ma partorisce figli veri.
Mia sorella,
ogni volta che viene a trovarci
e si sporca l’orlo della gonna
con la miseria del giardino,
fa un bagno nell’acqua di colonia.
Lei,
ogni volta che viene a trovarci,
è incinta.
Il cortile di casa nostra è solo,
il cortile di casa nostra è solo.
Tutto il giorno, dietro la porta,
si sente il frastuono
di scoppi e crolli.
I nostri vicini
nei loro giardini
al posto dei fiori
piantano granate e mitragliatrici.
I nostri vicini ricoprono
le vasche di maiolica del cortile
che controvoglia diventano
depositi di polvere da sparo
e i ragazzi del nostro quartiere
riempiono le borse
di piccole bombe.
Il cortile di casa nostra è stordito.
Ho paura
di questo tempo che ha perduto il suo cuore
ho paura
dell’immagine di queste mani vuote
di questi volti sconosciuti.
Io, come una scolaretta
che ama follemente
le lezioni di geometria, sono sola
e penso che si possa portare il giardino all’ospedale
penso…
penso…
penso…
e il cuore del giardino si gonfia sotto il sole
e la sua memoria si svuota lentamente
del ricordo del verde.
(Giorgio Anelli)
*In copertina: Forough Farrokhzad (1934-1967)
L'articolo “Che si può fare se il destino è morire?” Qualcosa sulla poesia
iraniana contemporanea proviene da Pangea.
È recentemente apparsa un’antologia che segna uno spartiacque nel mondo della
letteratura e degli studi iranistici italiani. Sino ad ora, dell’Iran si aveva
un’immagine perlopiù fuorviata, o da rappresentazioni che ne enfatizzavano le
antiche memorie di sfarzosi sultani e fiabesche notti arabe o da reportages di
impronta giornalistica, fissatisi negli ultimi anni soltanto sulla drammatica
situazione politica del Paese.
Da un punto di vista letterario, dal Settecento in poi, grande attenzione
traduttiva è stata riservata alla Persia, basti ricordare l’amore goethiano per
Hāfez, le pregevoli versioni europee di Rumi e ‘Attār, Sā‘di e Firdusi, fino
alla secolare fortuna di un classico dei classici della poesia universale quale
Omar Khayyām. Tale lascito ha senz’altro posto la letteratura classica persiana
nell’olimpo delle grandi imprese di traduzione moderna, portando l’iranistica a
esiti raffinatissimi a discapito di qualsivoglia incursione nei suoi più recenti
sviluppi. Mi riferisco alla smisurata quantità di imprescindibili autori
iraniani vissuti tra XIX e XX secolo del tutto ignorati dall’accademia
occidentale, consegnati a impietoso oblio, lo stesso incrementato dalla
narrazione politica e massmediatica internazionale ideologicamente impegnata,
dal 1979 in poi, a far emergere solo alcuni aspetti – soprattutto politici ed
economici – della multisfaccettata e particolarmente feconda cultura dell’Iran.
Con Poeti iraniani (Mondadori, 2024) scopriamo invece un Paese dove la poesia
rappresenta ancor oggi il linguaggio identitario di un popolo desideroso di
raccontarsi in ogni aspetto, esistenziale e filosofico. Il volume è curato da
Faezeh Mardani che della letteratura persiana contemporanea è tra le massime
esperte non solo in Italia, e compendia le dodici più emblematiche voci della
poesia, presentate secondo un criterio diacronico in un’ottica riassuntiva anche
degli enormi mutamenti sociopolitici del Novecento iraniano. Si parte da Nimā
Yushij, padre della Poesia nuova nonché primo autore che nel 1921 aprì al verso
libero e ai temi del modernismo simbolista, per arrivare ad Ahmad Shāmlu,
poeta-profeta la cui opera di magmatico impegno civile galoppa per tutto il
secolo breve innalzando monumentali mausolei di carta, passando per Mehdi
Akhavān Sāles, nostalgico aedo delle attuali rovine persuaso del potere
salvifico delle fonti preislamiche, sino alle voci più conosciute nel mondo
occidentale come Forugh Farrokhzād, la poetessa del peccato che negli anni
Sessanta osò per prima pubblicare versi di spregiudicata femminilità in
opposizione a una cultura maschilista e retrograda, o Sohrāb Sepehri, vero
mistico sufi interessato alla pittura e alle vie esoteriche orientali. Da questa
prima generazione di poeti – non a torto definiti “colonne della Poesia nuova” –
si giunge poi a una seconda ondata, toccata invece da istanze
neoavanguardistiche e antiletterarie. Abbiamo qui Bijan Jalāli, autore di densi
frammenti lirici dal registro colloquiale ma profondo valore
sapienziale, Yadollāh Royāi, maestro della Nouvelle vague letteraria iraniana e
di uno sperimentalismo linguistico mai privo di pathos e autenticità, Mohammad
Reza Shafiei Kadkani, prodigioso conoscitore dell’eredità lirica persiana i cui
lacerti d’oro interseca a versi carichi di disincanto e dissenso per l’oggi,
fino a Seyyed ‘Ali Sālehi, decano della Poesia parlata che nei suoi testi
inaugura un connubio tra linguaggio popolare e mistico. L’antologia si chiude
con le firme ad oggi più amate e lette: Ziyā’ Movahhed, poeta-filosofo
insuperabile nell’intrecciare riflessioni metafisiche a lampi e intuizioni di
gusto impressionista, Abbās Kiārostami, artista abilissimo nel tratteggiare il
proprio visionario orizzonte interiore tramite fulminei fotogrammi-haiku, e
infine Garous Abdolmalekiān, poeta poco più che quarantenne ma già affermato e
celebrato, firma di diverse opere dove un ispirato afflato lirico si interseca a
una dolente e impetuosa denuncia civile.
Insomma, una caleidoscopica rassegna volta a far scoprire ai lettori italiani lo
scrigno dei tesori poetici dell’Iran contemporaneo e altresì il particolare
sentimento che unisce il Paese alla poesia, a tutti i livelli. Nell’introduzione
dei suoi Canti azzurri (2010), Ziyā’ Movahhed spiega così la propria ragione
poetica:
> «Il regno della poesia è totalmente diverso dal territorio della prosa. La
> poesia è dire l’indicibile… Vi siete mai chiesti perché gli uccelli mentre
> volano e saltano da un ramo all’altro cantano? Non potrebbero saltare e volare
> senza cantare? Avete mai sentito il canto degli uccelli sui rami al mattino
> presto? Cos’è che li fa cantare? Quale bisogno è appagato dal canto? Non
> basterebbe solo volare? La poesia è la forma più alta del piacere e di quella
> libertà che allontana ansia e paura. È la voce della protesta che può
> esprimere l’ineffabile. E, infine, è il canto degli uomini, il canto
> dell’anima, il canto cui aspira il nostro spirito».
In tale passaggio di Movahhed si precisano le due direttive su cui scorre tanto
la letteratura persiana contemporanea quanto il sentire profondo che lega il
popolo iraniano alla poesia, considerata all’unisono voce della protesta e canto
dello spirito. Per quanto riguarda la cifra di dissenso e impegno civile, ne è
da sempre il principale canale, essendo la figura del poeta ancora socialmente
centrale in Iran come testimone della storia di un intero popolo cui è stata
privata la libertà ma non il fermento culturale, il senso profondo di
appartenenza a una millenaria tradizione di arte, musica, cultura e, appunto,
scrittura poetica. Non è un caso che quand’anche si tinga di furia e ribellione,
la poesia persiana suole comunque vestirsi di una singolare, epica solennità,
osservando una radicata fiducia e riverenza verso la parola, ritenuta sacra.
Ed ecco arrivati alla ancestrale tensione metafisica che seguita a perdurare e
ardere nella poesia persiana dal Novecento a oggi. Sebbene il più giovane tra
gli antologizzati, Garous Abdolmalekiān, scriva «La poesia non è poesia/ se non
è manciate, manciate, manciate, / se non è sassi, sassi, sassi,/ se non è…», la
ricerca che sembra impregnarne i versi discende dalla stessa tradizione
neoplatonica avente come primario interesse la vita e la cura dell’anima: fuoco,
cardine di una nuova generazione di poeti che, pur essendosi distaccati dalle
forme metriche della maestosa civiltà letteraria del passato, continuano a
diffonderne, con picchi di assoluta creatività sperimentale, l’intenso portato
filosofico e teosofico. Da qui la plenaria attenzione riservata al fragile e
dissacrato universo della parola, intesa sempre quale alata messaggera
dell’ispirazione, bussola che orienta a invisibili mondi.
Sohrāb Sepehri (1928-1980)
«Ci siamo svegliati all’alba/ ci siamo sciacquati la faccia/ abbiamo lavato le
mani/ ma non/ le parole. […] Possa Dio redimerci l’anima / per averle lasciate
così sporche» scrive Ziyā’ Movahhed. E così, di rimbalzo, Shafiei Kadkani: «In
principio era la parola e la parola era sola/ e la parola era bella./ Bacio,
pane e sguardo di colomba era./ Dalle dita di Salomone, il demone/ sfilò la
gemma del sapere e della bellezza./ Fece magie quel perfido vecchio/ e la parola
(il mistero decretato) divenne sterile e inerme.// O tu, principio,/ rovina,
sommità, abisso,/ o tu, cantore dell’esistenza, scintilla d’ogni verso e poema/
ridona alla parola, un’altra volta,/ quell’eterno splendore, gioia e lucore,/
equità e sapienza./ Ridona alla parola quell’arcana magnificenza,/ amen!/ La
purezza del primo giorno ancora,/ amen!». Come si può notare, l’inchiostro in
cui i nostri poeti intingono la loro penna è lo stesso dei mistici del passato,
consci, secondo la prescrizione coranica, dei pericoli conseguenti a un
esercizio bulimico e retorico della parola strappata alla sua primordiale e
ineffabile lucentezza, al suo uso oculato e allegorico. Esemplare, in tal senso,
un passo del sufi Jāmi:
> «Meglio è per il derviscio celare le sciagure
> e per l’innamorato usare l’intelletto:
> poiché le parole sono un velo sul volto dell’Amico
> migliore di qualsiasi discorso è il silenzio.
>
> Tu, preso da continua brama di parlare,
> se sei saggio sappiti misurare.
> Né svelare potrai i segreti dell’Essere,
> perla che nemmeno il diamante della parola trafigge.
> Sopra brutto e bello tira una riga
> tira il velo che occulta il nascosto Splendore:
> i piedi nella veste, la testa sul petto ritrai:
> non fuor di te abita la luce di Quella bellezza».
Se è nell’oscuro oceano dell’umana e cosmica interiorità ad annidarsi la luce
divina, i poeti iraniani cercano ancor oggi di preservarne l’abissale vertigine
verbale eleggendo la poesia a unico linguaggio capace di esprimere la suprema
essenza della vita, attraverso i movimenti e le accensioni di un iridescente,
magico dettato: «O sermone dell’acqua/ vergato su metalliche tavolette marine/
magari in questa greve eloquenza d’indaco/ fosse il mio corpo una dolce
pronuncia d’acqua!» invoca a tal proposito Royāi. Del resto, ricordando
l’appellativo ladri di fuoco assegnato ai poeti occidentali da Rimbaud, già
Giuseppe Conte parlò di loro come eredi dell’acqua, adoratori delle antiche
sorgenti sapienziali dell’umanità, mai così necessari per tutti noi. «Ho parole
da vedere, annusare, toccare/ e non da spiegare/ parole come onde d’acqua/
tortuose e increspate» confessa Movahhed, rispolverando l’antica e immortale
metafora della poesia associata al ventre marino, il cui vero idioma non può che
essere una misteriosa, equorea sinfonia recante in sé l’esperienza dell’abisso,
del celeste fondale da cui riaffiorano «le parole dense del tacere».
Pare infine proprio questo il principale suggerimento che i poeti iraniani
contemporanei, nella loro policroma diversità d’approcci e accenti,
dall’emisfero più infiammato del pianeta intendono consegnarci: rifondare il
senso della scrittura a partire dal suo primato di viaggio interiore, di scavo
metafisico, oltre l’imperio dell’«arido vero», di ogni forma di rivendicazione
ideologico-materialista della letteratura, senza paura d’essere accusati di
rifiuto della realtà. Lo aveva già intuito Hölderlin: «Chi pensa il più
profondo/ ama il più vivo». Tanto più ci si cala in sé stessi, tanto più
dell’Altro si trova e ama. L’unica via di fuga dall’inferno del mondo ce la
abbiamo dentro, l’unica salvezza è smettere di cercare salvezza, imparando a
contemplare l’oasi infuocata di ogni istante. Ce lo ricorda una volta per tutte
Sepehri:
> «Bisogna chiudere il libro.
> Bisogna passeggiare
> nell’orizzonte esteso dell’attimo,
> osservare il fiore,
> percepire l’ambiguità.
> Bisogna correre fino in fondo all’Essere,
> fino al profumo terrestre del Nulla,
> alla congiunzione di albero e Dio».
Francesco Occhetto
*
Il sussurro della parola “vita”
Dietro la pineta, la neve.
La neve, uno stormo di corvi.
Strada vuol dire esilio.
Vento, canto, viaggiatore, un po’ di sonno.
Un ramo d’edera, un arrivo, un cortile.
Io, la nostalgia e il vetro bagnato.
Scrivo in questo spazio.
Due muri e qualche passero.
Qualcuno è triste.
Qualcuno fa la maglia.
Qualcuno conta.
Qualcuno canticchia.
La vita: uno stormo che vola via.
Perché questa angoscia?
Non mancano le speranze: c’è il sole,
il bambino del dopodomani,
la colomba dell’altra settimana.
Ieri notte morì qualcuno
ma ancora è buono il pane di grano.
E ancora gocciola l’acqua, e i cavalli bevono.
Scorrono le gocce,
la neve è sulle spalle del silenzio,
il tempo sulla spina dorsale del gelsomino.
Sohrāb Sepehri
*
Un’altra nascita
a Ebrāhim Golestān
Tutto il mio essere è un canto oscuro
che in un continuo ripetersi ti porterà
verso l’alba di eterne crescite e fioriture.
Ti ho sospirato, in questo canto io
ti ho sospirato, in questo canto io
ti ho unito all’albero, all’acqua, al fuoco.
La vita è forse il lungo viale
che ogni giorno percorre
una donna con la sua cesta.
La vita è forse la corda sul ramo dell’uomo che si impicca.
La vita è forse il bambino che torna da scuola.
La vita è forse accendersi una sigaretta
nella languida pausa tra due amplessi
o lo sguardo assente di un passante
quando si toglie il cappello, banalmente
sorride e all’altro dice: «buongiorno!»
La vita è forse quell’attimo sospeso
quando nelle tue pupille si strugge il mio sguardo,
presentimento che legherò alla percezione della luna,
alla conquista delle tenebre.
In una stanza grande quanto la solitudine
il mio cuore grande come l’amore
scruta le sue semplici pretese di felicità,
la bellezza dell’appassire dei fiori nel vaso,
l’alberello che hai piantato
nel giardino della nostra casa,
il cinguettio dei canarini
che cantano nella cornice della finestra.
Oh…
questa è la mia parte,
questa è la mia parte.
La mia parte è un cielo nascosto da una tenda appesa.
La mia parte è scendere una rampa di logori gradini
per scovare ciarpami e nostalgie.
La mia parte è una passeggiata
melanconica nel giardino dei ricordi,
è morire nella tristezza di una voce
che mi dice: «Amo
le tue mani».
Pianterò le mie mani in giardino,
lo so, lo so, lo so, crescerò
e le rondini deporranno le uova
nelle pieghe delle mie dita sporche d’inchiostro.
Per orecchini indosserò due rosse ciliegie gemelle
e alle mie unghie incollerò petali di dalia.
C’è una stradina
dove i ragazzi che mi amavano
con i loro capelli spettinati
i colli sottili e le gambe magre
pensano ancora al sorriso innocente di una ragazza
che una notte il vento portò via.
C’è una stradina che il mio cuore
ha rubato ai quartieri dell’infanzia.
Viaggio di una sagoma sulla linea del tempo,
di una sagoma che feconda la sterile linea del tempo,
sagoma cosciente di un’immagine che torna
da una festa nello specchio.
È così che qualcuno muore
e qualcuno resta.
Nessun pescatore raccoglierà mai una perla
dall’esile ruscello che sfocia nel fosso.
Io
conosco una fata piccola e triste
che vive nell’oceano e dolcemente
in un magico flauto suona il suo cuore.
Una fata piccola e triste
che di notte muore con un bacio
e all’alba con un altro bacio rinascerà.
Forugh Farrokhzād
*
E la parola era Dio
Quante volte abbiamo taciuto
per non dire quella sola parola.
Figura
allegoria
metafora
poesia
e le nostre mani restarono in tasca.
Ci siamo svegliati all’alba
ci siamo sciacquati la faccia
abbiamo lavato le mani
ma non
le parole.
Accanto a una candela
tenuta così spenta,
ora sia benedetta la notte,
sia benedetta.
Possa Dio redimerci l’anima
per averle lasciate così sporche.
Ziyā’ Movahhed
*
Mi disseto
a un miraggio,
vogliate crederci o no.
Abbās Kiārostami
*
Dimentica
Dimentica
la mitragliatrice
la morte
e pensa al destino dell’ape
che in mezzo alla piazza minata
cerca il ramo di un fiore.
Garous Abdolmalekiān
Traduzioni di Faezeh Mardani e Francesco Occhetto
*In copertina: Forugh Farrokhzād (1934-1967)
L'articolo “Mi disseto a un miraggio”. Per conoscere davvero l’Iran dobbiamo
leggere i suoi poeti proviene da Pangea.