“Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs

Pangea - Saturday, March 14, 2026

No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno ci sfiora, se non per un attimo.

Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!

Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano, e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava innocente fottuta paura.

Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la pulizia della casa, per recuperare energie e forze.

No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di egoismo.

Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la letteratura le è stata accanto.

La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒ persino nello strazio.

(Giorgio Anelli)

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Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora


nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo

poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒

Nelly Sachs

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