Ciò che affascina dell’“esteta armato” è il suo essere un antimoderno, un fuori
tempo, una creatura all’arma bianca nell’era dello sterminio di massa. Gabriele
d’Annunzio e Thomas Edward Lawrence – autentici prototipi dell’“esteta armato” –
riformano il culto dell’individuo nell’epoca degli eserciti, alla mera
obbedienza preferiscono l’adesione a un compito, al soldato – l’assoldato da un
governo – antepongono il ‘mestiere delle armi’, l’avventatezza rinascimentale, a
uno Stato la conquista di una città da incorporare nel proprio medagliere.
Entrambi – il ‘Vate’ e ‘Lawrence d’Arabia’, uomini indistinti dal mito – fanno
della guerra un’opzione estetica, una poetica. Che estetizzino la guerra è un
fatto: d’altronde, è soltanto nel cuore del conflitto – interiore ed esteriore –
che sorge – o soccombe – un poeta.
L’“esteta armato” – riprendo, abusandone, lo stemma coniato da Maurizio Serra,
già diplomatico, ‘Immortale’ di Francia, in L’esteta armato. Il
Poeta-Condottiero nell’Europa degli anni Trenta, Il Mulino, 1990, poi La
Finestra Editrice, 2015 – non è il soldato scrittore. Per intenderci, Ungaretti
e Rebora – che dalla trincea hanno rifondato la poesia italiana – non sono
esteti armati. Per voracità visionaria Kaputt è il romanzo di un esteta armato,
Curzio Malaparte – non lo è, per dire, Il sentiero dei nidi di ragno né la vasta
scaffalatura della narrativa ‘di guerra’ all’italiana. Il partigiano Johnny, per
elettricità lirica, sta nel mezzo. Pur avendo partecipato alla guerra civile
spagnola, George Orwell non è stato un esteta armato; avrebbe voluto esserlo
Ernest Hemingway, lo è stato Ernst Jünger. Per il genio della sprezzatura, lo è
stato anche Henry de Montherlant: nei suoi romanzi l’estasi è sempre
all’assalto. Non sempre la guerra eleva a esteta un soldato: la poesia
risorgimentale italiana, fitta di poeti ‘garibaldini’, è tra le più brutte mai
scritte. Tra gli ultimi esteti armati va annoverato, senza dubbio, Eduard
Limonov: sognava poesie sfrecciando sui blindati. In Italia, va letto Gian
Ruggero Manzoni: potrebbe ideare una brigata, ora, ancora; ha un toro e un leone
nel cuore.
A differenza dei paladini dell’estetismo, che esistono in favore di pubblico,
l’esteta armato, in forme diverse – per una sorta di sopraffazione del sé, di
esilio imposto, di genio della distruzione – finisce per sparire, in perpetua
lotta con se stesso. Non ha nulla da difendere – se è il sole, è un sole nero:
per eccesso di splendore finirà per eclissarsi. Non parteggia per alcuna patria
che non sia la propria: di sé ha fatto un continente, una Atlantide – se i
soldati muoiono in terra, l’esteta armato svanisce ascendendo al cielo.
L’icona dell’esteta armato – o meglio, dei poètes guerriers, per dire secondo la
versione francese del libro di Serra, che conchiude il ‘genere’ in un periodo
storico preciso, gli anni Trenta – ha sedotto la letteratura di Francia. Penso –
come autore-totem – a Chateaubriand; pensiamo a Stendhal, che ha rovesciato
l’estetismo ‘in armi’ nel suo opposto, nell’inermità enorme dello sguardo; poi a
Barrès, a René Crevel, a Drieu, a Roger Nimier. Su tutti, spicca André Malraux:
ossessionato da d’Annunzio, idolatrava T.E. Lawrence; guidò gli aerei in Spagna,
si mise in azione – settantenne, ormai politicamente fuori assi, preda dei
deliri dell’ego – per il Bangladesh. Voleva costruire un esercito ai suoi ordini
– glielo impedirono. L’esteta armato, in fondo, non soddisfa nessuno: inadatto
alla burocrazia militarizzata, malvisto dai politici, mal sopportato dai critici
letterari, proni a un irenismo da Sirene in lutto, da serenata sotto casa.
Non so se Tom Buron apprezzi tale lignaggio; non so se sia un “poeta guerriero”
– è un poeta, tanto basta. Estroso del verso, fautore di una poetica della
spregiudicatezza, scrittore a pugni tesi, nel 2025 ha pubblicato per
Gallimard Les cinquantièmes hurlants, poemetto di urticante vertigine, in
contrasto al dire dominante, minimale, da Orfeo in salotto. Su questo foglio ne
abbiamo già parlato. Nato a Évry nel 1992, parenti di Padova – un suo avo fu
ispirato dall’anarchismo ad attraversare le Alpi –, generosità dilagante, Tom è
stato in Ucraina dal 2022 al 2024. “Ho effettuato diversi viaggi di andata e
ritorno per missioni umanitarie, prima al confine polacco, poi a Kiev, Charkiv
sul versante del fronte meridionale e orientale, poi Zaporižžja, Cherson,
Odessa”. Reclutato da un amico irlandese, nel 2024 si sposta “in una base
militare vicino a Pokrovs’k. Il suo obiettivo era quello di creare nella brigata
un gruppo di stranieri per costruire, preparare e programmare droni destinati a
difendere la città”. Tom resta al fronte per due mesi e mezzo, nell’estate del
’24, quando l’avanzata russa si fa prepotente.
Parte dell’esperienza di guerra del poeta è raccontata in un libro, Le nom de la
bataille, stampato dalle Éditions 49 pages, di cui qui si propongono le prime
pagine. Anche la ‘quarta’ è, per così dire, una specie di milizia. “I ragazzini
dell’Europa occidentale amano dissertare di guerra. Certamente, un po’ di tempo
fa avranno letto Kaputt e Addio alle armi, avranno visto Jarhead e Requiem per
un massacro. Sognano gli ussari blu, un’Europa da bucanieri e da corsari,
l’amicizia virile, le cariche eroiche, le bevute tra complici. Scambiano la vita
per un campo da rugby. Forse hanno imbracciato il fucile, una volta, durante una
gara di tiro al piattello e sparato qualche colpo, tra la Corsica e la
Normandia, per giocare a fare gli adulti. Con la testa piena di grandi idee e di
grandi miti, questi vergini della vera guerra non conoscono l’essenziale, cioè i
dettagli. Perché la morte si annida nei dettagli. Cosa si mangia al fronte?
Quanto ci si annoia? Questo libro mostra cosa la guerra fa agli uomini – cosa
distrugge dentro di loro”.
Nessuna enfasi né enfiagione di aggettivi azzoppa la prosa di Tom, di un
realismo allucinato. Il libro nasce sotto l’egida di Cormac McCarthy: in esergo
spicca un brano tratto da Meridiano di sangue che attacca con una di quelle
frasi apodittiche, eraclitee, “La guerra è eterna”. Le edizioni si chiamano “49
pages” perché pubblicano libri di 49 pagine – in calce, impilano “49 buone
ragioni” per abbonarsi al loro progetto. Ne cito alcune: “Perché le nostre vite
sono brandelli di fuoco”; “Per imparare a leggere tra le righe”; “Per averci
sempre in tasca”; “Perché le storie migliori si raccontano attorno al fuoco”;
“Perché vogliamo bruciare subito e durare per sempre”; “Perché non ci manca il
fiato”. È bello quando un editore indica una direzione, inaugura una poetica.
Il libro di Tom – un poeta-cannibale, che ama e divora: domani potrebbe
scrivermi dall’Indonesia, dopodomani potrebbe varare un allevamento di lupi in
Alaska, tra tre giorni potrebbe invitarmi a Zembla, la fantasmagorica terra di
Nabokov, dove avrà sellato un orso bianco – si conclude così: “e noi, così
rovinosamente umani”. È un libro che dice dell’umanità eccessiva,
dell’uomo-cerino, delle cenere che tutto avvolge, della certezza di voler
essere, di essere tutto-e-nulla. Estetismo ridotto alla calvizie, qui; ciò a cui
si anela, come sempre, è l’uomo, depredato nell’essere, scarnificato
dall’irragionevole. La poesia addestra a essere umani – non poeti. Quello è mero
artificio, il tutt’altro dalla poesia. Ogni poeta autentico, appena gli dici che
è un poeta, mette mano alla fondina.
*
Da Le nom de la bataille
“Se Pokrovs’k cade, Mila…”
Furono le ultime parole, le ultime prima di crollare, disarmato dall’ebbrezza, a
mala pena mi avvicinavo a lei, Mila, senza un gesto, il vino del Caucaso e
l’horilka mi avevano fatto sputare quelle ultime parole, infine sprofondai in
quella specie di sonno, mi chiedevo se fossi un assassino, svanii nella notte
senza recepire risposta – “ho ucciso?”, mormorai… Perché ero ubriaco, teatrale,
come sempre, guascone perfino davanti alla rovina; noi che abbiamo il gusto
dell’azzardo, che amiamo scivolare tra le crepe del destino, sempre. Basti dire
questo. Il gattino sventrato, scuoiato dai mastini all’ingresso dell’hangar per
il gusto di vederlo morire dissanguato, la processione dei cadaveri rimpatriati,
tutti quei giovani mutilati, le viscere a mezz’aria, la parata di bare di legno,
il viavai dei blindati tra la città e il fronte…
“Se Pokrovs’k cade…”
Prima notte esule dal Donbass, camera d’albergo a Dnipro, a bere e a parlare con
lei, forse c’è qualche camerata, mentre mi accarezza le dita per calmarmi, non
ricordo – “Al diavolo la musica… Agli eroi la gloria… Ancora sulla breccia,
amici… Una volta ancora…” –, tenerezza, tenerezza annacquata dall’alcol, poi me
ne vado. A nulla indenne. Un giorno, sparirà anche lei. Mila. Poco più che
un’apparizione, una silhouette sulla riva del Mar Nero, quando le mine piagavano
la spiaggia di Odessa, dunque…
Ma stanotte, la mia prima notte, lascio il ristorante georgiano annegato nel
Saperavi – letto sfatto, vano vaneggiare di guerre nel cervello, una bottiglia
di horilka gelida in una mano, quel brandy armeno che osano dire cognac
nell’altra, mi addormento, lentamente, fisso i suoi occhi, il suo sorriso – cosa
ci faccio qui, cosa ne so… – sorpreso perché non sento detonazioni intorno – mi
metto a ridere – finalmente mi addormento, mi addormento come un agnello, dopo
mesi di sonno sotto rivoli di artiglieria, sotto gli Shahed, forse ancora umano,
lontano dall’esercizio di uccidere o sopravvivere.
Laggiù, a circa tre ore di distanza da qui, siamo soltanto un gruppo di ragazzi
tra i tanti che lavorano per evitare che la città cada – se qualcuno muore, ci
si rimprovera di essere ancora in vita. Siamo migliaia – ingranaggi – piccoli
dadi nell’ingranaggio dell’immensa macchina bellica.
Se Pokrovs’k cade è tutto fottuto, è certo – è la fine della guerra.
*
Di notte, in questa notte di torpori, torbida, immagino un giovane soldato
nemico – non è la prima volta –, un ragazzo che non ha ancora conosciuto donna,
e gli levo il tempo di vivere, così, tutto il tempo di vivere – non ricordo dove
ho udito questa espressione – e una orribile babushka mi si fa incontro, lo fa
ormai da mesi, cammina, mi guarda, mi fissa, Pochemu? Perché? Perché? Poi mi
sveglio, lenzuola inzuppate di sudore, estate, Mila che mi prende tra le braccia
e mi chiede dove sono finiti i miei amici, poi, più tardi, accendo una
sigaretta, per terra, contro il muro, il balcone è troppo piccolo – “Ho ucciso,
è vero?”
Saranno le quattro, Mila dorme, il cielo non reca minaccia, la redenzione è a
mille miglia di distanza. Cosa ci faccio qui? Dovrei essere con i ragazzi. I
russi continuano ad avanzare. Ocheretyne è caduta alla fine di aprile… Prohres è
caduta un mese fa, a metà luglio, Prohres che porta a Hrodivka dunque a
Pokrovs’k. Una sigaretta dopo l’altra.
Nelle ultime settimane il nemico avanza, rosicchia, intensifica. Per le strade,
nelle vie della città e dei villaggi, brulicano i droni, ci braccano. Hanno
preso Hrodivka con qualche giorno di anticipo – Pokrovs’k comincia a essere
evacuata.
Tom Buron
*In copertina: Tom Buron a Charkiv, 2023; le immagini nel testo sono gentilmente
concesse da Tom Buron
L'articolo “Noi che abbiamo il gusto dell’azzardo”. Tom Buron, il poeta in
guerra proviene da Pangea.
Tag - Guerra
Da anni un popolo di poveri cristi, di poveri mussulmani, e persino di poveri
atei è sottoposto al martirio. Non c’è crudeltà che sia stata loro risparmiata.
La più atroce di tutte: quella sui bambini. Qualcosa che nemmeno Iddio avrebbe
il diritto di perdonare, se la pensassi come Ivan Karamazov. È stata scritta e
ancora si sta scrivendo una delle più vergognose pagine della “storia universale
dell’infamia”. Comunque la si pensi, qualunque sia la fede: un’infamia! Silenzio
delle nostre autorità governative, se non qualche balbettio, o peggio
complicità, se c’è del vero nel “qui tacet, consentire videtur”. La più vile
forma di complicità, quella del silenzio, dell’acconsentire tacendo, lo stesso
vigliacco silenzio che acconsentì al martirio degli Ebrei d’Europa, in altri
tempi. Poi succede che il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di
Terrasanta vengano fermati dalla polizia israeliana lungo la Via Crucis. Succede
che venga loro impedito l’ingresso alla Basilica del Santo Sepolcro per la
celebrazione della Messa della Domenica delle Palme. Non accadeva da secoli.
Allora si assiste a un miracolo: la resurrezione del nostro Ministro degli
esteri, ché altrimenti avrebbe rischiato di non passare alla storia come uno
“nato con un cuor di leone”. Facendosi forte dell’indignazione della
Cristianità, guardandosi alle spalle, poi a destra, quindi al centro e poi a
sinistra, di sotto e soprattutto di sopra, e persino sotto il letto, infine pare
essersi deciso a convocare alla Farnesina l’ambasciatore di Israele.
A onor del vero o perlomeno ad essere sinceri, sino ad oggi non mi è sembrato
molto leonino nemmeno il Pontefice che porta il nome di Leone, semmai piuttosto
vago: è il minimo sindacale che un papa predichi la pacem in terris. Giusto
qualche giorno fa la predicava nel suo viaggio apostolico in Costa Azzurra, a
convertire i ricchi monegaschi. Parole al vento che il Mistral avrà disperso. A
convincerli non ci riuscì neanche Tolstoj col racconto Costa caro. Cristo,
invece, credo fosse con quelle ragazze e quei ragazzi che partirono alla volta
Costa del Sangue e furono fermati e sequestrati in acque internazionali. Ma nel
caso del Papa, almeno, si ha a che fare con la più antica diplomazia del mondo,
più che altro sotterranea, forse un retaggio dei tempi eroici in cui i papi si
nascondevano nelle catacombe. Però ci sono momenti, nella vita del più comune
essere umano come nella storia del papato, dove non può esserci diplomazia che
ci trattenga.
Però non è di questo che avrei voluto fare materia del presente articolo.
Dopo essermi tolto un piccolo peso dal cuore, volevo e ora voglio cominciare col
descrivere, in poche e povere parole, la morte e la resurrezione secondo il
“libero mercato”, quel credo nella “manina invisibile” e simili superstizioni
nella plutonica provvidenza. Vorrei farlo dalla parola catacresi, figura
retorica che in greco significa abuso. Tradotta nella neolingua dei giornali
finanziari, ma non solo, tradotta e usata nel classico gergo borsistico essa va
oltre l’abuso etimologicamente certificato per mistificare ancora di più la
verità. Verità che consiste nella ciclica macellazione soprattutto di quella
parte del suddetto “libero mercato” chiamata “parco buoi” “, ossia la massa
planetaria dei piccoli risparmiatori e magari aspiranti quanto improbabili
speculatori. Ma c’è di peggio e di più. Parlare o scrivere di “Sofferenza dei
mercati”, “Panico dei mercati”, “Calvario dei mercati” e simili bestemmie, come
d’uso nella più fetente letteratura giornalistica, significa offendere Dio e
l’umanità. Par che a soffrire e morire non sia la gente a causa della guerra,
delle bombe, della fame, dei contractors dell’Apocalisse, ma i banchieri, gli
speculatori finanziari e simili adoratori del “vitello d’oro” che dei mercenari
e della manipolazione, come di qualunque altro strumento, si servono per
riempirsi la pancia e arricchire sino a vomitare. Basta un tweet postato
“dall’uomo più potente del mondo” e si assiste al miracolo della “Resurrezione
del mercato”. Ma è un trucco, una frode peggiore di quella tecnicamente
conosciuta come “inside trading”. E di certo, con la guerra e la rapina delle
risorse, non soffrono ma anzi ingrassano non solo i finanzieri, i petrolieri e
“simile lordura”, ma i soliti avvoltoi come i produttori di armi e “i mercanti
di morte”. Questa è cosa arcinota, ma giova ripeterla sempre, poiché sembra
diventato normale e moralmente accettabile che un tale possa privatamente
trafficare armi su scala industriale e insieme ricoprire apicali incarichi
pubblici. Però si invocano e fanno leggi per disarmare (giustamente) dei
ragazzini che in fondo non fanno che emulare gli adulti. Ma non si educa
soprattutto con l’esempio? Non sono gli adulti, perlomeno certi adulti, a
invocare il riarmo universale? A strombazzare “si vis pacem, para bellum”? Che
poi, liberamente attualizzata e tradotta dal “latinorum” in italiano, la
locuzione suonerebbe così: “Colonnello non voglio pane, voglio piombo per il mio
moschetto!” Quante storie per dei ragazzi che si addestrano al combattimento
all’arma bianca, in attesa di essere arruolati e mandati al fronte! Insomma, i
ragazzi potrebbero rispondere: “O la borsa o la vita! Dateci i vostri missili e
noi vi daremo i nostri temperini. Lasciateci rimbambire con gli smart… (sic!),
con gli smartphone che ci avete donato per riempire il vostro vuoto sin dalla
nostra più tenera infanzia. Lasciateci gli smartphone, perché il giorno che ce
ne priverete e cominceremo a pensare faremo tremare il mondo!”
Bel mondo davvero… Insomma, che dire a fronte di tante bugie, di tanta infamia e
tanta desolazione? Forse non resta che sperare e aspettare ’A livella del grande
tragicomico napoletano. O immaginare, col grande poeta fiorentino, quel fiume
gonfio di lacrime e sangue dell’umanità, quel fiume che scorre all’Inferno e che
ha le sue sorgenti nel tempo per finire nell’eterno mare o gran lago di
ghiaccio. Quel fiume che ad un certo punto del suo corso strafoga in eterno i
violenti e i prepotenti del mondo. Questo fiume che da giorni è alimentato anche
dal petrolio di una nuova guerra di aggressione. L’ha scatenata il Caligola del
nazionalcapitalismo americano che però, ai tempi del Vietnam, da giovane
miliardario viziato fece carte false per non infangarsi gli stivaletti stile
cafonal nel delta del Mekong. E certo non perché fosse contrario alla guerra. Si
dice che nella guerra contro l’Iran lo abbia trascinato il suo camerata di
stragi israeliano e che non abbia un vero piano. Si dice che sia pazzo, per
quanto ciò non lo darei per scontato nemmeno se nominasse giudice della Corte
suprema il suo cavallo. A dirlo sono soprattutto i suoi concorrenti dell’altro
capitalismo, quelli del credo neoliberista, dell’internazionale neoliberista,
coi suoi propagandisti, politici e giornalisti, quelli che di sofferenze al
genere umano ne hanno inflitte forse più dei nazionalisti. Basti considerare la
guerra che hanno provocato, voluto e alimentato ai confini orientali
dell’Europa, e ancor prima, con la guerra balcanica per lo smembramento della
Jugoslavia, al tempo dei bombardamenti di Belgrado anche con la partecipazione
dell’Italia, regnanti a Roma il grande D’Alema e il suo vice Mattarella. A meno
che non si scopra che a bombardare e a versare il sangue dei romani furono i
serbi.
“Se c’è una speranza, è nei prolet” scrive George Orwell in 1984. Ma sarà poi
vero? È mai esistito, ma per davvero, l’internazionalismo proletario? Cosa resta
del motto “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”? Questo mito in Europa morì e
fu sepolto nelle trincee della Grande guerra, oltre cent’anni fa, il tempo di un
battito di ciglia paragonato ai cicli storici. Per cui mi conforta un poco, lo
ripeto, la poesia del grande tragicomico napoletano.
Enzo Fontana
*In copertina: Otto Dix, Teschio, 1924
L'articolo O la borsa o la vita! Considerazioni intorno al massacro quotidiano
proviene da Pangea.
No, noi non le ascoltiamo le urla del genocidio, che perseverano, nonostante il
silenzio stampa. No, noi non le ascoltiamo più le grida ‒ quella carne
maciullata di fanciullo come di uomo o donna, che nella lontananza forse nemmeno
ci sfiora, se non per un attimo.
Perché a noi interessa il fermo immagine ‒ la moviola! ‒, o il boato di un fuoco
d’artificio nella notte. Missili che sembra capodanno!
Ma io, quelle sirene, me le sento nel cuore – nel sangue. Forse perché da
bambino mia madre mi raccontava che quand’era lei bambina bombardavano Milano,
e, al suono dell’allarme, si correva a più non posso attraversando il torrente
Sorgiorile, che allora era a cielo aperto, e ci si bagnava, e si provava
innocente fottuta paura.
Ma se nemmeno poi li ascoltiamo anche gli strazi della mente, combattendo sul
posto di lavoro, dove tutto è pena e lacerazione. Ingiustizia su ingiustizia e
presa per i fondelli. Si arriva al fine settimana, che si trascura persino la
pulizia della casa, per recuperare energie e forze.
No! Noi non sappiamo nulla di nulla. Generazione al macero. Discarica di
egoismo.
Noi no. Ma Nelly Sachs sì che ha vissuto pienamente i suoi drammi. E la
letteratura le è stata accanto.
La poesia. La poesia soltanto rivela. La poesia amuleto. Poesia bellezza ‒
persino nello strazio.
(Giorgio Anelli)
**
Catena di enigmi
al collo della notte
parola regale scritta assai lontano
illeggibile
forse nell’orbita delle comete
quando la ferita del cielo spalancata
dolora
là
nel mendicante che ha spazio
e ha misurato in ginocchio
ogni strada maestra
con il suo corpo
poiché tutto si deve soffrire
ciò che è leggibile
e imparare la morte
nella pazienza ‒
Nelly Sachs
L'articolo “Imparare la morte nella pazienza”. Su una poesia di Nelly Sachs
proviene da Pangea.
Don McCullin nasce a Londra nel 1935, crescendo durante la guerra, fra case
diroccate e bombardamenti, nel quartiere popolare di Finsbury Park, dove
scatterà le prime fotografie, a vent’anni, dopo aver svolto il servizio militare
per la Royal Air Force, ritraendo una banda di Teddy Boy, i Guvnors. La sua
prima fotografia pubblicata mostra i Guvnors in un palazzetto distrutto dalla
guerra. Gliela compra l’“Observer”, stampandola a mezza pagina e chiedendogliene
altre. Don McCullin diventa così un fotografo freelance, lavorando per
l’“Observer” e il “News Chronicle” e la rivista “Town”, viaggiando per
l’Inghilterra in cerca di scatti e abbandonando Finsbury Park, il suo quartiere
d’infanzia.
Nel 1961 la Repubblica Democratica Tedesca comincia la costruzione del muro di
Berlino, e lui decide di andarci a proprie spese, realizzando un portfolio che
sarà premiato dalla British PressAward e che gli frutterà il primo contratto da
professionista, sempre con l’“Observer”. Intanto si è sposato, e di lì a poco
diventerà padre. Ma non rimarrà molto in famiglia, troppo irrequieto per vivere
a lungo nello stesso posto. Nel 1964 parte per Cipro, dove copre l’invasione
turca; qui farà i suoi primi, grandi scatti di guerra, che l’anno successivo
saranno premiati dal World Press Photo. È il suo primo incontro con l’orrore
della guerra. In uno scatto un miliziano turco esce da una casa, di corsa, con
il fucile fra le mani: un’immagine oggi famosa. In un altro una donna piange due
uomini morti, riversi in una pozza di sangue, il marito e il fratello. Don
McCullin scoppia in lacrime, muovendosi a fatica intorno ai cadaveri, componendo
le fotografie “nella stessa maniera in cui Goya dipingeva o abbozzava i suoi
disegni di guerra”, come racconterà anni dopo nella sua
autobiografia, Unreasonable Behaviour, Un comportamento irragionevole, scritta
con Lewis Chester.
Lui è Don McCullin
Le immagini si susseguono. Una donna piange il marito morto, con il figlio
accanto, stringendo le mani ossute; degli uomini trascinano il cadavere di un
vecchio lungo una strada, di fianco a un carro armato; una ragazza turca cammina
imbracciata a un fucile, decisa a vendicare la morte del fratello. Sono scatti
in bianco e nero, istantanee della morte e del dolore che testimoniano la
ferocia e l’insensatezza della guerra, di ogni guerra. È lo sguardo delle
vittime, la loro disperazione e la loro forza, il loro urlo contro gli
assassini.
> “Speravo di aver catturato nelle mie fotografie un’immagine duratura che si
> sarebbe impressa nella memoria della gente” ha detto Don McCullin. “Cercavo un
> simbolo – anche se allora non mi sarei espresso in questi termini – che
> potesse rappresentare l’intera vicenda e avesse la forza d’impatto dei riti e
> delle icone religiose.”
Negli anni successivi Don McCullin continua a viaggiare, di guerra in guerra:
Vietnam, Congo, la Guerra dei sei giorni a Gerusalemme, ancora Vietnam, dove
tornerà oltre quindici volte, Nigeria, per la guerra di secessione del Biafra,
di nuovo Vietnam, nella cittadina di Hue, dove scatterà la sua fotografia forse
più conosciuta, quella del marine traumatizzato, con le mani strette intorno
alla canna del fucile.
Ogni sua immagine è una storia, un momento che si racconta attraverso gli
sguardi o i gesti, le posizioni delle mani e delle braccia e le smorfie sui
volti. Viene in mente la poesia Torture, di WisławaSzimborska:
> “Il corpo si torce, si dimena e divincola,
> fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
> illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.”
Gli uomini piangono e si disperano o fissano semplicemente l’obiettivo, cioè Don
McCullin che fotografa, oppure sono morti, come il soldato vietnamita riverso al
suolo, nella cittadina di Hue, con le sue fotografie di famiglia sparse accanto
a sé.
Fra una guerra e l’altra, di viaggio in viaggio, Don McCullin trova il tempo di
fotografare anche i Beatles, a Londra, e di passare per la Cuba di Fidel
Castro, dove conosce la scrittrice Edna O’Brien, che diviene sua amica e gli
dedica una poesia, First the lions, then the vultures, Prima i leoni, poi gli
avvoltoi. È il 1968. Don McCullin è ormai un fotografo rinomato, fra i migliori
fotografi di guerra al mondo, anche se odia quest’espressione, “fotografo di
guerra”, dicendo che suona come un’accusa di comportamento mercenario. Le sue
immagini, in un chiaroscuro fatto di ombre e luci, sempre composite, ritraggono
la miseria, la disperazione, la fame, la malattia, la guerra, ma non solo:
alcuni suoi scatti sono momenti di rara bellezza, come il ritratto di Patience,
nel Biafra, una ragazza sedicenne denutrita eppure bella, che guarda il
fotografo con uno sguardo pieno di dignità e dolcezza.
Nel 1970, in Cambogia, Don McCullin viene ferito alle gambe, da una raffica di
mitra. Cerca di salvarsi, trascinandosi con le braccia fra cumuli di cadaveri e
soldati in fuga, strisciando nel fango.Finalmente lo caricano su un camion,
portandolo via. Riuscirà a tornare in Inghilterra, anche se non vi resterà a
lungo, nonostante le ferite, ripartendo quasi subito per il Bangladesh, in
India, dove farà un reportage su un’epidemia di colera. Qui le fotografie sono
terribili, come nelle guerre. Una famiglia piange la madre morta, in un campo
deserto. Dei malati di colera si rigirano sul pavimento, in preda al dolore,
come insetti schiacciati. “Nessuna salvezza, in quegli scatti” ha scritto Guido
Ceronetti, in Ti saluto mio secolo crudele, “l’uomo è privo di ali, l’uomo è
senza il soccorso divino, l’uomo è solo.”
L’uomo è solo anche nella guerra. Don McCullin torna in Vietnam e in Cambogia,
poi in Medio Oriente, per la guerra del Kippur. È come una droga, dice in
un’intervista: non può fare altro che partire, di guerra in guerra, accumulando
orrori.
“Quando tornavo in redazione con le mie fotografie” racconta, “il caporedattore
esclamava: ‘Che orrore! Sarà una buona doppia pagina!’, o: ‘Povera gente! Che
grande copertina!’. E io accettavo il loro gioco, non chiedevo altro che di
ripartire per la prossima guerra, era diventata la mia droga.” E poi:
> “Non è finita, non lo sarà mai. Non ci sarà un giorno senza questi flashback
> nella mia testa. Non posso attraversare una via di Belgrado, o entrare da
> Harrods, o passeggiare sulle colline del Somerset, senza che queste immagini
> ritornino, come gli spot alla televisione. Delle persone nell’ingresso di un
> palazzo di Beirut, in lacrime, mentre i miliziani ricaricano le loro
> mitragliatrici. Li hanno massacrati qualche minuto dopo, davanti a Gilles
> Caron e a me. Ci siamo scambiati uno sguardo, stringendo le palpebre, e non
> abbiamo detto una parola per il resto della giornata.”
Gilles Caron era uno dei più cari amici di McCullin, anch’egli fotografo di
guerra, scomparso in Cambogia nel 1970, probabilmente ucciso dai Khmer rossi.
Nel 1972, in Uganda, Don McCullin viene arrestato dai soldati del dittatore Idi
Amin Dada. Lo rinchiudono in prigione, lo picchiano, lo torturano, per poi
espellerlo a vita dal paese. Più tardi, prefaendo un suo libro di
fotografie, Hearts of Darkness, John Le Carré scriverà:
> “Don McCullin ha conosciuto tutte le forme di paura e ne è diventato un
> esperto. È tornato indietro Dio sa da quanti precipizi, e nessuno assomigliava
> all’altro. Le sue esperienze in una prigione ugandese basterebbero a far
> perdere per sempre il senno a un uomo, di certo a un uomo come me. Dice di
> essersi giocato la vita più volte di quante riesca a ricordare, ma non se ne
> vanta.”
Seguono altri orrori, specie il massacro dei palestinesi a Beirut, in Libano, a
Sabra e Chatila, nel 1982, o la guerra civile in Salvador, dove sarà ferito
ancora, cadendo da un tetto. Ma ormai Don McCullin è stanco. Ha visto troppe
guerre, troppo dolore, e poi sente che la sua fortuna sta per esaurirsi e non
vuole finire come il suo amico Gilles Caron o come Dana Stone o Sean Flynn o il
giapponese Kyoichi Sawada, tutti morti o scomparsi; non vuole morire.
Nel 1985 fotografa i riti religiosi dei pellegrini lungo le sponde del fiume
Gange, in India, dove si reca da anni, uno scenario di quiete; poi comincia a
ritrarre paesaggi e nature morte, in Inghilterra, nel Somerset, nei dintorni di
casa sua. “La mia ora preferita è il crepuscolo” spiega, “non posso non
desiderare che tutto divenga sempre più scuro.” Passa ore intere nel suo
laboratorio, sviluppando immagini. Sono paesaggi cupi, come scattati alla fine
del mondo, nei confini dell’animo umano, fatti di silenzio e oscurità. Sembrano
un epilogo a tutte le guerre che ha vissuto.
> “Immagina di guardare negli occhi di una persona che sta per essere
> giustiziata davanti a te e che ti implora di aiutarla” dice Don McCullin, “ma
> tutto quello che puoi fare è scattare una fotografia e andartene. Quando te ne
> vai, se hai ancora un briciolo di umanità, il tuo cuore è pesante come una
> pietra. Non stiamo parlando di fotografia, ma di una responsabilità molto più
> grande. Io mi porto dietro il peso di quel senso di responsabilità, e di
> colpa. Per questo cerco di alleggerirmi da quel carico facendo fotografie di
> nature morte e di paesaggi. Fotografando i campi allagati, gli alberi spogli,
> il paesaggio antico come le leggende di re Artù ai margini del mio villaggio
> nel Somerset, ho la sensazione di purificarmi da quella colpa.”
Non andrà più in guerra, Don McCullin, con l’eccezione di un breve viaggio in
Iraq, nel 1992, a quasi sessant’anni. Le sue fotografie ormai sono esposte nelle
gallerie di tutto il mondo, a Londra, a Parigi, a Berlino, a New York; nel 1993
la regina Elisabetta lo nomina commendatore dell’Impero britannico e dottore
honoris causa dell’Università di Bradford: una bella rivincita, per uno che non
poteva pagarsi gli studi e che è stato bocciato all’esame di fotografia della
Royal Air Force.
Nei suoi libri di fotografie (The Destruction Business, Hearths of
Darkness, Open Skies, Sleeping With Ghosts, Don McCullin in Africa, Don McCullin
in England) si vedono cadaveri trucidati e divelti e volti sfigurati, figli
mutilati e deformi e madri in lacrime e manicomi deserti e bambini legati ai
letti, a Sabra, sotto i bombardamenti israeliani, oppure la sua Inghilterra – il
cimitero della famiglia Brontë avvolto dalla foschia, un collezionista di teschi
londinese, un gruppo di skinhead adolescenti che prendono il sole, dei pescatori
che giocano a calcio su una spiaggia, un gregge di pecore che si avvia al
macello, all’alba, immagine di finitudine, un barbone malinconico e selvaggio,
simile a Nettuno, che fissa l’obiettivo con grande dignità.
Don McCullin è uno dei grandi testimoni del nostro tempo, non solo per le
fotografie di guerra, immagini dell’orrore e della miseria umana, ma anche per i
suoi scatti dell’Inghilterra e per i suoi paesaggi, le terre deserte e cupe del
Somerset o i campi di battaglia della Somme, in Francia, una delle sue prime
fotografie del nuovo secolo, quasi un monito a ogni guerra presente e futura. Il
suo percorso di fotografo, dai sobborghi di Londra al Vietnam al Biafra a
Gerusalemme fino alle tribù primitive delle isole Mentawai, esplora le
profondità umane e disumane del Novecento, il cuore di tenebra del secolo
ventesimo e forse, da ultimo, la nostra colpevolezza, nelle lande desolate di
una terra ormai priva dell’uomo, senza più guerre, nel silenzio di ogni cosa,
fin dove si spinge lo sguardo – cioè l’obiettivo – di Don McCullin, e forse
ancora più oltre.
Edoardo Pisani
*In copertina e nel testo: fotografie di Don McCullin
L'articolo Don McCullin, l’uomo che ha fotografato il cuore di tenebra del
secolo proviene da Pangea.