La purezza del carnefice. Le poesie di Georges Bataille

Pangea - Tuesday, March 24, 2026

La brezza blu dell’angoscia scompiglia il fogliame d’ossa dell’anima, agitandolo dinanzi alla faccia lapidata del cielo… Quell’angoscia irriducibilmente nuda, e per questo ancor più erotica, che denudando sé e colui che perseguita apre le nozze di morte all’amplesso inconcludente di quelle due vacuità – Dio e l’uomo. L’angoscia… questa prostituzione della divinità – di colui che non è me, ma è più me di me stesso –… profanazione della sua bellezza, profanazione che ancor più la magnifica: questo cerca, qui, Georges Bataille: l’improfanabilità della Bellezza…  

E all’improfanabile, a ciò che non è toccato dalla profanazione, ecco, si giunge… profanando, se stessi. Lettore di Nietzsche, fece sua questa predicazione di Zarathustra: “La notte è anch’essa un sole”. È lì lo snodo mistico, l’inversione divina dei valori, quel che nel reale ha aura di disgusto, di miserando, di carcame, insomma, che tende a essere vissuto come profanazione apparente, qui invece, nella noche oscura, è Grazia disvelante Dio, sottrae Dio dal suo inviolabile distacco e, una volta aperta la breccia nell’anima, questa lo inghiotte, lo risucchia…  La profanazione è dunque l’angelo messaggero di Dio, e a pochi è dato di non essere annientati dal messaggio che reca; ma se lo si sopporta, se lo si vive fino al disgusto, fino alla vertigine, fino alla gnosi… 

Dice, Simone Weil, che vi è un punto della sventura giunto il quale non  desideriamo seguitare a subirla oltre, né che essa ci venga tolta. Aggiungerei, con Kafka: è proprio quel punto che bisogna raggiungere. E per essere più spietato ancora: da quel punto, proprio da quel punto, il più brutale della notte, notte che non  può in alcun modo sprofondare in notte più notturna ancora… ecco – da lì soltanto sgorgherà luce.

Qui in Bataille siamo nell’oscura luminosità di quest’esperienza interiore, nell’ambivalenza tra trascendenza e martirio, siamo il cane di fuoco che sbrana l’amore nel rito di adorazione. Penso alla Pentesilea di Kleist, lei che scambiava, violata dal troppo pieno, gangrenata da questa malattia della luce, il bacio col morso, e che si scagliò, con le sue cagne, come una cagna, a divorare Achille: è che raggiunse l’improfanabile ormai. Comprendiamo anche come Bataille si sia innamorato di Angela da Foligno, la santa scanfarda cristica, colei che per puro amore beveva l’acqua di lavatura dei leprosi, non sentendone, sulla lingua, che dolcezza. Travolti dall’angoscia, e risucchiati nell’infinita bontà dell’assoluto, semplicemente, come mirabilmente scrisse Rilke: “l’orrido sorride”…

Georges Bataille (1897-1962)

L’Arcangelico di Bataille è di questa stessa crudeltà, di questa bontà crudele e ingenua. E, forse, redentrice: “Io sono padre e la tomba del cielo”, dice. Non potrebbe essere altrimenti, nell’amplesso con Dio, si diventa Dio, come ben sapeva Eckhart. Ma quale tentativo di redenzione non passa oggi, nietzschianamente, attraverso l’abisso della condanna eterna del soggetto eroico? Tutto risiede in questa semplice consapevolezza: la vera dottrina della Bellezza è una soteriologia che ci condurrà alla nostra stessa immolazione, a presentare sulla soglia lo scalpo del nostro cuore, se vogliamo che ci venga concesso di varcarla. A questo è condannato chiunque voglia salvare, battezzare nella Bellezza: vivere nella propria anima tutta l’apocalisse che vi conduce…

Che sia accettata l’immolazione, che la coscienza del gorgo si tramuti in gioia di dover morire. Che si riesca, con Bataille, a dire di se stessi, un giorno, io sono la gioia dinanzi alla morte. Ben ci stia il ruolo di vittima della Bellezza, ché il Giardino risiede nella spada di fuoco con la quale dovremo profanare – amare – sgozzare – vivere – Dio.

Di seguito, delle poesie inedite di Bataille, tratte dall’Arcangelico e da altre raccolte sparse nel suo esodo fuori dalla letteratura. (De Saint-Cyr)

***

io sono il morto 
il cieco 
l’ombra senz’aria 

come fiumi al mare 
il rumore e la luce 
in me si perdono senza fine 

io sono il padre 
e la tomba 
del cielo

***

Il tempo mi opprime 
cado scivolo sulle ginocchia 
le mie mani tastano la notte 

addio ruscelli di luce 
non mi resta che l’ombra 
le feci il sangue 

attendo il rintocco di campana 
quando gettando 
un grido entrerò nell’ombra

***

Di là della morte 
un giorno 
la terra ruota nel cielo 

io sono morto 
e la tenebre 
si alternano senza fine con il giorno 

l’universo mi è chiuso 
resto cieco dentro di lui 
in accordo con il nulla. 

***

Il nulla non è che me stesso 
l’universo non è che la mia tomba 
il sole non è che la morte 

i miei occhi sono il fulmine cieco 
il mio cuore il cielo 
dove scoppia il temporale 

in me stesso 
in fondo a un abisso 

l’immenso universo è la morte

***

Sputa sangue 
è rugiada 
la sciabola di cui morirò 

dal margine del pozzo 
guarda il cielo stellato 
ha la trasparenza delle lacrime. 

***

Sono maledetto ecco madre 
quant’è lunga questa notte 
la mia lunga notte senza lacrime

notte avara d’amore 
oh cuore spaccato da pietre 
inferno della mia bocca di cenere 

tu sei la morte delle lacrime 
sii maledetta 
il mio cuore maledetto i miei occhi malati ti cercano 

tu sei il vuoto e la cenere 
uccello senza testa che batte le ali nella notte 
l’universo è fatto della tua poca speranza 

l’universo è il tuo cuore malato e il mio 
svolazzante da sfiorare la morte 
al cimitero della speranza 

il mio dolore è la gioia 
la mia cenere fuoco. 

*** 

Più alto 
più alto dell’oscuro del cielo 
più alto 
della folle apertura 
una scia di lucore 
è l’alone della morte.

***

Attraverso la menzogna, l’indifferenza, il clicchettio dei denti, la felicità insensata, la certezza, 
nel fondo del pozzo, dente contro dente della morte, un’infima particella di vita accecante nasce da un accumulo d’immondizia, ne rifuggo, insiste; iniettato, nella fronte, un rivolo di sangue si mischia con le lacrime e mi bagna le cosce, 
infima particella nata dall’inganno, da avarizie impudenti, non meno
indifferenti a sé che all’altezza del cielo, 
e purezza del carnefice, d’esplosione che tagliuzza le grida. 

***

La stella è la mia nudità 
le stelle sono i miei denti 
mi scaravento presso i morti 
vestito di bianco sole. 

***

Poggio la verga contro la tua guancia 
la punta ti sfiora l’orecchio 
lecca lentamente le mie sacche 
la tua lingua è dolce come acqua 

la tua lingua è cruda come una macellaia 
è rossa come un coscio 
la sua punta è un cucù strillante 
la mia verga singhiozza di saliva 

il tuo sedere è la mia dea 
si apre come una bocca 
lo adoro come il cielo 
lo venero come il fuoco 

bevo dal tuo squarcio 
adagio le tue gambe nude 
le apro come un libro 
dove leggo quel che mi uccide.

***

Oh cranio ano della notte 
cosa che muore il cielo il respiro 
il vento reca l’assenza all’oscurità 

Deserta un cielo falsifica l’essere 
voce vuota lingua pesante di bare 
la testa urta contro l’essere 
la testa sottrae l’essere 
la malattia dell’essere vomita un sole nero di sputi 

La camicia sollevata attraverso 
l’acqua fiorita di peli 
quando la felicità sporca lecca la lattuga 

Il cuore malato 
dalla pioggia alla luce vacillante 
della bava lei ride agli angeli.

Georges Bataille

*In copertina: Georges Bataille, Sacrifices, 1936

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