“Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un eresiarca senza seguaci

Pangea - Wednesday, April 8, 2026

Bomarzo, 4 gennaio 2026

Il borgo abbarbicato su di un dirupo è avvolto da una benda di nebbia inviolabile. Sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatte un’apocalisse di pioggia. 

Lì, da anni, esiliato e felice, vive, con la moglie Sandra Holt, Nanni Cagnone, poeta che sfugge a qualsiasi tassonomia letteraria e persino a se stesso.  

Sandra mi accoglie con un ombrello e due occhi che sono diaspri neri, un precipizio. Senza troppi convenevoli, ci avviamo verso casa, passando per un andito esterno, le cui pareti sono rivestite da un florilegio di libri di ogni genere, preda dell’umidità esiziale di quel giorno. Entriamo, lasciandoci alle spalle il diluvio, e Nanni è lì, ad attendermi, dietro lo schermo giganteggiante del suo computer: il volto è pallido, quasi ectoplasmatico, ma il sorriso è sgargiante, come il suo sguardo. Ci abbracciamo, a lungo. Poi Sandra prepara un tè affumicato che Nanni stesso si era procurato in uno dei suoi vagabondaggi parigini.

La casa, me ne accorgo subito, è davvero “grande come una valigia”[1], e la sua scrivania ne è il cardine, archeologia nostalgica dell’infanzia, un prato di amuleti; su di essa giacciono, come dèi dormienti, pietre, foglie secche, accendini, e oggetti d’un tempo antico. Mi racconta dei sassi, raccolti nel fiume Bormida, dove ha trascorso i momenti più radiosi della sua fanciullezza. 

Nanni nasce il 10 aprile 1939, a Carcare, paese ligure che disdegna il mare, un po’ come lui, che, appunto, gli preferisce il fiume camaleontico, i boschi, le alture. La sua vita è un arabesco di esperienze, dissidenze e incontri miliari che lo hanno reso un poeta e un uomo straordinario, disallineato, un eresiarca senza seguaci. Perché Nanni, in effetti, è, fin da ragazzo, un dissidente, uno che al liceo si appassiona a Eschilo e, anni dopo, lo traduce poiché trova insipienti e insipide le traduzioni esistenti. Nanni, in giovinezza, finisce addirittura per subire un ricovero psichiatrico a causa della sua personalità tracimante e indomabile. Me lo racconta con amarezza, mentre si accende una sigaretta, e gli si spezza un poco la voce, già arrochita e sfilacciata dal tabacco.

Ed è proprio quella personalità a trascinarlo per anni in un vortice di passioni e dimissioni: il poeta, infatti, prima di scoprirsi tale, si dedica a studi eterogenei (la medicina, la filologia, la filosofia) senza mai portarli a termine, s’innamora del jazz, che pratica come batterista, e, mentre vagabonda per il mondo, fra incontri artistici ed erotici, intraprende una sequela di lavori disparati (impiegato comunale, facchino, direttore creativo per agenzie pubblicitarie, docente universitario etc.). Frequenta altri vagabondi celebri, come Emilio Villa, Carmelo Bene, Giuseppe Pontiggia, Fernanda Pivano, Elio Pagliarini, e l’amata Amelia Rosselli, che elegge ad apogeo della poesia novecentesca e alla quale dedica, nel 2017, una stanza del poema Ingenuitas (La Finestra Editrice, 2017)[2].  

Mi dice che, fra i suoi anni più belli, annovera quelli trascorsi in una villa a Stresa, sul mio lago Maggiore, del quale – scopro quel pomeriggio – amiamo entrambi l’austera eleganza e il silenzio severo ma misericordioso; scambiamo anche qualche battuta sullo storico Gigi Bar, dove un tempo ci si incontrava e ci si innamorava al ritmo della musica degli anni Sessanta. Dopo tutto, Nanni, per un lungo periodo, alla poesia ha preferito donne e balere notturne.

Ma è a partire proprio dagli anni Sessanta che Cagnone, dopo svariate metamorfosi professionali, giunge a inverare i suoi talenti, approdando al mondo editoriale; fra i diversi ruoli ricoperti, è redattore presso l’editore Lerici, collabora con la rivista d’avanguardia Marcatrè, si dedica al giornalismo per testate come Chelsea Review, Icognita, Il Giornale, IlMessaggero, Panorama, e altre, e, sul declinare degli anni Ottanta, fonda Coliseum, piccola casa editrice che edita libri insoliti, proteiformi, in cui si intrecciano il pensiero ellenistico, quello persiano, il protoromanticismo europeo, la mistica ebraica, la filosofia, avanguardie varie e altre rarità.

A guardarlo quel pomeriggio, l’ennesima sigaretta fra le dita ad affumicare ulteriormente il mio tè, e una gestualità lenta, quasi olimpica, mi viene spontaneo chiedergli dove sia finito il Nanni febbrile e inquieto dei tempi andati. Lui mi racconta a lungo del corpo prostrato, il che non lo priva di una certa serenità, dovuta alla consapevolezza di sé e delle proprie scelte; scelte che gli hanno fatto bene, come quella di sposare Sandra – donna di rara generosità e vigore lapideo – e di appartarsi con lei in un borgo a perpendicolo su un declivio boscoso. 

Non si è mai pentito, mi confessa, di essersi estraniato da un sistema editoriale intorpidito, arreso allo smercio di favori e alla produzione incontrollata di opere per lo più pedestri, e soprattutto di aver ripudiato le conventicole dei poeti, dalle quali, con dolcezza paterna, mi invita a stare lontana (come se ce ne fosse bisogno). Ma mi dice anche che l’inquietudine, in realtà, è ancora desta e sta proprio lì, nel desiderio della scrittura, nell’inesausta ricerca della parola accurata, della parola eccelsa, una parola capace di osteggiare la sciatteria del linguaggio, che altro non è se non lo specchio della volgarità dell’epoca contemporanea. D’altronde, in uno dei suoi libri più icastici (Le cose innegabili, Avagliano, 2019), Nanni suggella la dichiarazione della sua poetica: “Non scrivere parole/ di cui al risveglio/ dispiacerti”. 

È proprio l’aspetto del linguaggio, la sua portata metastorica, che mi fa amare questo poeta più di altri, un poeta che, per oltre cinquant’anni, con pertinacia e coraggio, ha mantenuto alta l’intonazione dei suoi versi, disprezzando apertamente la truffaldina e insopportabile atrofizzazione della nostra lingua, la sua crudele disincarnazione (ipocritamente spacciata per modernizzazione). 

È Nanni stesso a confessarlo in una intervista pubblicata proprio su questa rivista: 

“La mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri l’accusa d’esser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la propria lingua per renderla gradita e comprensibile agl’ignari, è agire da vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca involgarita e stupida…”[3]

Cagnone non ama i compromessi, il tacere per tornaconto; al contrario, è spietato censore non soltanto dell’ultima generazione poetica, ma anche di grandi autori novecenteschi (Zanzotto, Montale, Merini, per citarne alcuni); per questo è stato spesso tacciato di alterigia, da chi, evidentemente, non ne ha mai compreso sapienza e nitore intellettuale. 

Cagnone combatte il declino del presente per contrasto, mantenendo il passato vibrante, soprattutto quello classico, le cui ombre circonfondono la sua lingua, la innalzano, ma senza mai renderla vanamente indecifrabile; passato e presente, nella sua poesia, si amalgamano, la tradizione non è tumulazione del lessico, ma àncora che il poeta getta e leva, inducendo così un costante rinnovamento della memoria. 

Ecco ancora le sue parole: 

“La poesia non dovrebbe dipendere dalle circostanze, ma essere in certo modo metastorica. Poiché tiene care le possibilità e la memoria della lingua, e non la sua condizione momentanea; la lingua della poesia facilmente si sottrae alla linguistica sincronica. In poesia, non ci sono né arcaismi né neologismi, la sua lingua non appartiene del tutto al presente d’una lingua. In poesia, ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è, in certo modo, lingua morta.”[4]

Oltre al lessico coltissimo, classicheggiante, eteroglossico[5], inarrivabile, Nanni possiede una raffinata sensibilità musicale, la quale imprime ai suoi versi (per lo più, senari, settenari e novenari) effetti ritmici e fonetici del tutto originali, conferendo loro una cadenza onirica, ondivaga, a tratti persino psichedelica. Leggere i suoi testi è come ascoltare certi ariosi, voluttuosi fraseggi del jazz, significa pencolare fra sogno, sonniloquio e improvvisi risvegli, questi ultimi cagionati dalle chiuse spiazzanti. Sono versi, i suoi, che hanno una grazia sospesa, dalla quale si ha sempre l’impressione che tralucano frammenti di ignoto. 

Eppure, il linguaggio è solo uno dei volti della sua ricerca poetica, è senz’altro la sua ossessione, ma non è l’ala della sua poesia. La poesia di Nanni Cagnone s’invola sopra la mediocrità comune, poiché in essa predomina non già la postura (spesso posticcia) del poeta, ma lo sguardo dell’uomo. Nanni ne è sempre stato convinto: non può prodursi grandezza artistica in animi meschini. E il suo animo, nonostante la franchezza ferina di certe esternazioni, ha una delicatezza rara, la celeste indulgenza dei suoi versi. 

In quell’interminabile pomeriggio invernale, mi ribadisce che accogliere la poesia significa rifuggire il compromesso in nome di una libertà di spirito incondizionata. Occorre lasciarsi contaminare dalle cose, sfiorarne la polvere invisibile, arrendersi allo smarrimento e all’ignoto, vivere incautamente, poiché soltanto così può sgorgare quella “escandescenza del pensiero” e quella “anomalia del linguaggio” che si traducono in un autentico gesto poetico. Un pensiero che deve nascere già in forma lirica, non come meditazione preesistente e successivamente strutturata in versi. Perché la poesia, per Nanni, non è rimpasto di conoscenze letterarie (spesso maldigerite), né, d’altro canto, è il rigurgito di un’emotività estemporanea e d’impatto, di un ego che sviscera se stesso. Nasce, invece – per utilizzare una delle sue folgoranti definizioni –, come “una difficoltà di pensiero”. 

Del resto, basta leggere le sue opere – che spaziano dalla lirica alla prosa, dalla saggistica alla drammaturgia, sino alla traduzione[6] – per sperimentare l’autenticità e l’originalità della sua scrittura. Nei testi poetici, in particolare, si percepisce nettamente l’arretrare dell’autore dinanzi all’epifania delle cose, soprattutto le più infime, quelle minuzie con aura d’eterno che egli abita con grazia e dimestichezza, ma soprattutto con amore. Le ho davanti a me, le sfioro sulla sua scrivania, le vedo alle sue spalle, fra i suoi libri, nella tazza del tè, in un pacchetto di sigarette accartocciato, e persino nel suo spesso cardigan variopinto. 

Ma come si rinominano le cose? Nanni dice (in alcune geniali speculazioni su poesia ed estetica[7]): facendosi indifesi contro la loro verità, contro le verità del mondo, e persino contro il vuoto, senza mai arrendendersi a un riduzionismo nichilista, accettando semmai l’inconciliabilità fra il bisogno di dare ordine al caos e l’impossibilità di ricondurre la complessità dell’esistere a un sistema chiuso. La poesia di Nanni, io la vedo così, è uno sporgersi, un costante oscillare in un campo di tensione fra metafisica e corpo, una sollecitudine verso ciò che è essenziale, umano e vulnerabile. È suono di una purezza strabiliante. Come il jazz, appunto, che è l’arte del quasi, del non detto, così la sua poesia si traduce in una coalizione perfetta fra silenzio e parola; una parola che non dice il mistero dell’esistenza, ma vi allude soltanto, con quel senso di malinconia e disincanto che deriva dalla consapevolezza della sua inafferrabilità.

Tutto è indugio nei versi di Nanni, polisemia, stratificazione, sospensione e languore, come nel sogno, che per lui, “ostinato redentore”[8], ha dignità pari alla veglia. Eppure, sarebbe eresia pensare che la sua poesia sia l’esito di vacue astrazioni, di un processo di dematerializzazione delle cose. Essa, al contrario, “è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne prosegue il desiderio. Non potrà mai sapere il desiderio”[9]. Ed è proprio quel desiderio la matrice della creazione di nuove forme capaci di circoscrivere il vuoto, di dargli concreta sembianza, avvertibile risonanza.

Si potrebbe scrivere a lungo di Nanni Cagnone, la cui opera si traduce, in fin dei conti, in un corpus unico, un discorso clastico protrattosi per più di cinquant’anni. Ho provato a dire di più in un contributo per la rivista Poesia (Crocetti), comparso, a mo’ di odiosa profezia commemorativa, soltanto tre giorni prima della sua morte (la poesia, si sa, è azzardo, una trama di segni che sfasa la logica anonima del reale).

Ma qui, ora, stiamo vivendo il presente del passato – per dirla con Sant’Agostino – e il ricordo di un poeta deve lasciare spazio alle sue parole. D’altronde, lui stesso, in Esito, il suo monologo finale, ci ammonisce: 

Non ha cerimonie 
l’addio, né gonfior 
di lingua –  
per una volta, 
tacere avanti ai fatti”.

E allora io taccio, amato Nanni, e lascio parlare te, come quel quattro gennaio, fra un’eruzione di cielo, un abbraccio e una tazza di tè.

Maura Baldini

***

Da Armi senza insegne, Coliseum, 1988

Raggiungere la morte
di un pensiero – sarà questa
giustizia, o congiungerlo vivente
all’opposito qualunque il suo merito,
finché accerti i tormenti
di non essere solo, e perda
la grazia in indurita bellezza.
Tenere fede alla prova,
passando la spirale
fino al colmo ove ripete
uguale. Un solo filo d’erba
divenuto tempesta,
un dio senza rimedio, inoperoso.

**

Da Index vacuus, Edgewise Presse, 2004

Oscuro
come una guarigione,
una prodezza del respiro,
questo solenne encomio
dell’inverno – dormienti
contesi dal primo riverbero,
al congedo di una canzone
d’esuli, e noi nell’ordito,
mani vuote, di qua
dal risoluto orizzonte,
così elementare
per un Borromini
delle nuvole.

Alfine uno si volga
verso la meditazione
della resina
sul vecchio pinastro.

*

Fine del mutevole.
Roveti di fiori. Abbàssati
finché l’argilla manda odore.
Non resta che la terra,
il polveroso promemoria,
il gelo il calco l’arsura.
Fossimo tra i primi,
macchiati da spavento,
la sapremmo dura sindone
di un’insaziata parte
di cielo.

**

Da Perduta comodità del mondo, La Camera verde, 2013

Vieni scorrere accanto,
mia diletta, e non esser mai
della stirpe dei ricordi.

Conosci gli sposi
della rugiada, e
– nella silenziosa chimica
dei boschi – coloro
che affidano il mondo.

Non nominare la scure.

**

Da Tornare altrove, La Finestra Editrice, 2016

Mi smarrii quel giorno
in un villaggio
– prego, non ridere –
come potrei smarrirmi
in un riverbero,
nell’erba tremula
a un ruscello, ne
l’inatteso suo sorriso,
donna che in un punto
fa delicato il mondo.

**

Da Le cose innegabili, Avagliano Editore, 2018

I

Non sarà l’annuvolato cielo,
né il difettoso patto,
a tralasciare uno dei due
su mulattiere d’infanzia –
saremo noi, senza fretta
in un istante, contenti
d’assodarci e guarire.

Eravamo pretendenti,
poi spericolate serietà
di cui nessuna
attenta a uno spiraglio,
solo un trasalire di colori
in falso lume.

Noi come siamo
ora, noi che siamo
distanziato sogno.

*

V

E un giorno
non si resiste più
ai particolari: l’intonaco
ancora screpolato
qui, l’esclamazione
d’un libro accantonato,
quell’insistere d’ombre
verso il buio. E noi,
alberi sfrondati, ignari,
dell’abbondanza del disegno
e minuziosamente asserviti.

Anomalíe – tra selci
e amuleti, respinti doni.

*

IX

Mattino,
che giunge senza scorta
tranne le sue abitudini,
fanciullo assorto
già invaghito
di un’ansia pomeridiana,
e affanno di passi
nei molti recinti, scrutando
le sconfinate pretese d’erba –
alta sfinita erba di novembre,
le sue speranze
non sono che le nostre.

Uomo scolaro d’ombra,
abbassa le tue palpebre.

*

X

Addietro, ove per tempo
l’antagonista delle lontananze
addomesticò il vuoto,
quante cose custodite
che non sono, esuli in serre
che non han stagione.

Quel che germoglia qui,
non mai disfatto –
per indolenza di fioritura.

*

XIII

Questo lento inverarsi non è il mio,
che saprei precipitare il mondo
come un disastroso condottiero,
almeno incontrando cose
invece di guardar avanti
se sopravvivano a loro stanchezza –
le cose innegabili, esordio senza sigillo
il cui adempimento richiede il tu,
temerario ornamento dell’io.

*

XXIX

E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.

Invidia d’una vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
un’abitudine – come
in certe locande fuori mano,
sai, quando sbagli strada
e chissà dall’errore
cosa speri.

*

XXXI

Vegliare accanto ai solchi
ove i semi insonni maturano
senza rumore, senza sognarsi
spighe, poi andar via,
orme superstiti
su rovesciate zolle, simili
al coltivatore dell’inverno,
orfano di terra, che inutile
andrà verso una casa
come farebbe la grandine.

*

XLI

È simile a un assedio
questa luce,
a un volitare in arnie
e nessun ridosso per noi
che verremo espugnati
prima del crepuscolo.

Così ripensi all’inverno,
all’invenzione del buio
che mise in pericolo
i nostri sentimenti,
li costrinse nel respiro
ma li promise a marzo –
marzo che irrompe
come un teppista
nel cagionevole noi.

*

XLIV

Al fine, scrivere la storia
delle cose minute –
la vicenda d’un pettine
ai capelli
o il culto delle scaglie
di madreperla.

È tempo di destarsi
per consistere
nell’ardua interezza
dei frammenti:
è qui che si viene vinti –
un vetro offuscato,
un appuntamento
con la polvere.

**

Da A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020

La notte
sparse quel che doveva,
a impoverire accomunare
la terra. La notte
chiese un’altra notte,
resina di sogni
sotto ultimi rami,
e tacito affinché.

Potesse questo buio
dietro l’impeto dei sogni
ritornare
le sue tristi sorgenti
o il riso inascoltato,
quel lontano fermaglio
delle molte vite
caduto quando
prendemmo a sognare.

*

Nascere.
Illudere luce
percuotere onde.
Andar di nuovo
lungo muri di sale,
spargendo voce
su cose finite.
Timore che il sonno,
nel suo racconto,
completi ognuno
col pianto.

**

Da Esito, La Finestra Editrice, 2024

Mandriano di sogni,
li spingi controluce
a migrazione,
sei stanco
mentir aurore.

Non si ha più
indipendenza –
in questo
febbricitante
convivere – caduto
in subbuglio
il disadorno scudo –,
è opera dei vivi
il nostro morire.

Vado tra coloro
che in giorni senz’età
hanno già pianto.

*

Non ha cerimonie
l’addío, né gonfior
di lingua –
per una volta,
tacere avanti ai fatti.
Guárdati da brevità,
non vorrai deludere
quel peso – sollevalo,
lascialo ricadere
tra fólle taciturne
d’altre età,
pensa senza luogo
a quel laggiù
ove imaginavi
comprendere.

Se in tua anàmnesi
una patria, evita
far ritorno, ché
un vento più antico
dell’ordine dorico
schiantò i tuoi boschi.
All’orlo precipitoso
degli eventi, non puoi
con affanno soffermarti –
sommessamente
non t’aduni negli eventi,
hai diritto
a maggior grembo.

Addío – germogliante –
benevola piaga.

[1] Intervista di Fabrizio Buratto, dicembre 2018, Bomarzo, reperibile in rete.

[2] “Il letto era fatto. La povertà / annusava il suo dovere.’ / Non servono altri versi / per sapere Amelia al culmine, / sprofondati coloro che viva / la schernivano, ragazza / da principio malfatta, / che doveva ritrarsi / o ridere a squarciagola, / stremata iraconda fanciulla /straniera ad ogni sé stessa. / Non essendo al servizio / d’ingiustizia, molti anni / dopo, da qui verso di te – / ti chiamo.”

[3] Intervista dell’11 dicembre 2020 pubblicata su questa rivista.

[4] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020, pag. 172.

[5] Sovente, nei testi di Cagnone, si rinvengono latinismi, francesismi, anglicismi, iberismi (oltre ai consueti eleganti arcaismi). 

[6] What’s Hecuba ti Him or He to Hecuba?, Out of London Press, New York, 1975; Andatura, Milano Società di Poesia, 1979; Vaticinio, PDF Press, 1984; Notturno sopra il giorno, Severgnini, Cernusco sul Naviglio, 1985; Armi senza insegne, Coliseum, 1988; Anima del vuoto, Palomar, Bari, 1993; Avvento, Palomar, Bari, 1995; The book of giving back, Edgewise, New York, 1998; Il popolo delle cose, Jaca Book, Milano, 1999; Doveri dell’esilio, Night Mail, Pavia, 2022; L’oro guarda l’argento – Opere scelte, Anterem, Verona, 2003; Index Vacuus, Edgewise, New York, 2004; Le cose innegabili, Avagliano, Modena, 2010; Penombra della lingua, La Camera Verde, Roma, 2012; Perduta comodità del mondo, La Camera Verde, Roma, 2013; Tacere fra gli alberi, Coup d’idée, Edizioni d’arte di Enrica D’Orna, Torino, 2014; Tornare altrove, La Finestra Editrice, Lavìs, 2016; Corre alla sua sorte, Carteggi Letterari – Le Edizioni, Messina, 2016; Cammina mare, La Finestra Editrice, Lavìs, 2016; Ingenuitas, La Finestra Editrice, Lavìs, 2017; La genitiva terra, La Finestra Editrice, Lavìs, 2019; Mestizia dopo gli ultimi racconti, La Finestra Editrice, Lavìs, 2019; Accoglimento, La Finestra Editrice, Lavìs, 2020; A ritroso, 2020-1976, Nottetempo, Milano, 2020; Ex animo, La Finestra Editrice, Lavìs, 2020; Sterpi e fioriture, La Finestra Editrice, Lavìs, 2021; Carmina. Poemi 1979-2017, La Finestra Editrice, Lavìs, 2022; Come colui che teme e chiama, Giometti & Antonello, Macerata, 2023; Esito, La Finestra Editrice, Lavìs, 2024.

[7] Tali speculazioni sono raccolte, fra l’altro, nell’opera Discorde, sorta di zibaldone in origine pubblicato dalla casa editrice Coliseum, diretta da Nanni, e in seguito ripubblicato da La Finestra Editrice (nel 2015). 

[8] Esito, La Finestra Editrice, 2024, pag. 76.

[9] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020.

*In copertina: Nanni Cagnone secondo Dino Ignani

L'articolo  “Addío – germogliante – benevola piaga”. A Nanni Cagnone, un eresiarca senza seguaci proviene da Pangea.