Bomarzo, 4 gennaio 2026
Il borgo abbarbicato su di un dirupo è avvolto da una benda di nebbia
inviolabile. Sulle scabre dimore in pietra e sui boschi si abbatte unâapocalisse
di pioggia.Â
LÏ, da anni, esiliato e felice, vive, con la moglie Sandra Holt, Nanni Cagnone,
poeta che sfugge a qualsiasi tassonomia letteraria e persino a se stesso. Â
Sandra mi accoglie con un ombrello e due occhi che sono diaspri neri, un
precipizio. Senza troppi convenevoli, ci avviamo verso casa, passando per un
andito esterno, le cui pareti sono rivestite da un florilegio di libri di ogni
genere, preda dellâumiditĂ esiziale di quel giorno. Entriamo, lasciandoci alle
spalle il diluvio, e Nanni è lÏ, ad attendermi, dietro lo schermo giganteggiante
del suo computer: il volto è pallido, quasi ectoplasmatico, ma il sorriso è
sgargiante, come il suo sguardo. Ci abbracciamo, a lungo. Poi Sandra prepara un
tè affumicato che Nanni stesso si era procurato in uno dei suoi vagabondaggi
parigini.
La casa, me ne accorgo subito, è davvero âgrande come una valigiaâ[1], e la sua
scrivania ne è il cardine, archeologia nostalgica dellâinfanzia, un prato di
amuleti; su di essa giacciono, come dèi dormienti, pietre, foglie secche,
accendini, e oggetti dâun tempo antico. Mi racconta dei sassi, raccolti nel
fiume Bormida, dove ha trascorso i momenti piĂš radiosi della sua fanciullezza.Â
Nanni nasce il 10 aprile 1939, a Carcare, paese ligure che disdegna il mare, un
poâ come lui, che, appunto, gli preferisce il fiume camaleontico, i boschi, le
alture. La sua vita è un arabesco di esperienze, dissidenze e incontri miliari
che lo hanno reso un poeta e un uomo straordinario, disallineato, un eresiarca
senza seguaci. PerchÊ Nanni, in effetti, è, fin da ragazzo, un dissidente, uno
che al liceo si appassiona a Eschilo e, anni dopo, lo traduce poichĂŠ trova
insipienti e insipide le traduzioni esistenti. Nanni, in giovinezza, finisce
addirittura per subire un ricovero psichiatrico a causa della sua personalitĂ
tracimante e indomabile. Me lo racconta con amarezza, mentre si accende una
sigaretta, e gli si spezza un poco la voce, giĂ arrochita e sfilacciata dal
tabacco.
Ed è proprio quella personalità a trascinarlo per anni in un vortice di passioni
e dimissioni: il poeta, infatti, prima di scoprirsi tale, si dedica a studi
eterogenei (la medicina, la filologia, la filosofia) senza mai portarli a
termine, sâinnamora del jazz, che pratica come batterista, e, mentre vagabonda
per il mondo, fra incontri artistici ed erotici, intraprende una sequela di
lavori disparati (impiegato comunale, facchino, direttore creativo per agenzie
pubblicitarie, docente universitario etc.). Frequenta altri vagabondi celebri,
come Emilio Villa, Carmelo Bene, Giuseppe Pontiggia, Fernanda Pivano, Elio
Pagliarini, e lâamata Amelia Rosselli, che elegge ad apogeo della poesia
novecentesca e alla quale dedica, nel 2017, una stanza del poema Ingenuitas (La
Finestra Editrice, 2017)[2]. Â
Mi dice che, fra i suoi anni piĂš belli, annovera quelli trascorsi in una villa a
Stresa, sul mio lago Maggiore, del quale â scopro quel pomeriggio â amiamo
entrambi lâaustera eleganza e il silenzio severo ma misericordioso; scambiamo
anche qualche battuta sullo storico Gigi Bar, dove un tempo ci si incontrava e
ci si innamorava al ritmo della musica degli anni Sessanta. Dopo tutto, Nanni,
per un lungo periodo, alla poesia ha preferito donne e balere notturne.
Ma è a partire proprio dagli anni Sessanta che Cagnone, dopo svariate
metamorfosi professionali, giunge a inverare i suoi talenti, approdando al mondo
editoriale; fra i diversi ruoli ricoperti, è redattore presso lâeditore Lerici,
collabora con la rivista dâavanguardia Marcatrè, si dedica al giornalismo per
testate come Chelsea Review, Icognita, Il Giornale, IlMessaggero, Panorama, e
altre, e, sul declinare degli anni Ottanta, fonda Coliseum, piccola casa
editrice che edita libri insoliti, proteiformi, in cui si intrecciano il
pensiero ellenistico, quello persiano, il protoromanticismo europeo, la mistica
ebraica, la filosofia, avanguardie varie e altre raritĂ .
A guardarlo quel pomeriggio, lâennesima sigaretta fra le dita ad affumicare
ulteriormente il mio tè, e una gestualità lenta, quasi olimpica, mi viene
spontaneo chiedergli dove sia finito il Nanni febbrile e inquieto dei tempi
andati. Lui mi racconta a lungo del corpo prostrato, il che non lo priva di una
certa serenitĂ , dovuta alla consapevolezza di sĂŠ e delle proprie scelte; scelte
che gli hanno fatto bene, come quella di sposare Sandra â donna di rara
generositĂ e vigore lapideo â e di appartarsi con lei in un borgo a perpendicolo
su un declivio boscoso.Â
Non si è mai pentito, mi confessa, di essersi estraniato da un sistema
editoriale intorpidito, arreso allo smercio di favori e alla produzione
incontrollata di opere per lo piĂš pedestri, e soprattutto di aver ripudiato le
conventicole dei poeti, dalle quali, con dolcezza paterna, mi invita a stare
lontana (come se ce ne fosse bisogno). Ma mi dice anche che lâinquietudine, in
realtà , è ancora desta e sta proprio lÏ, nel desiderio della scrittura,
nellâinesausta ricerca della parola accurata, della parola eccelsa, una parola
capace di osteggiare la sciatteria del linguaggio, che altro non è se non lo
specchio della volgaritĂ dellâepoca contemporanea. Dâaltronde, in uno dei suoi
libri piĂš icastici (Le cose innegabili, Avagliano, 2019), Nanni suggella la
dichiarazione della sua poetica: âNon scrivere parole/ di cui al risveglio/
dispiacertiâ.Â
Ă proprio lâaspetto del linguaggio, la sua portata metastorica, che mi fa amare
questo poeta piĂš di altri, un poeta che, per oltre cinquantâanni, con pertinacia
e coraggio, ha mantenuto alta lâintonazione dei suoi versi, disprezzando
apertamente la truffaldina e insopportabile atrofizzazione della nostra lingua,
la sua crudele disincarnazione (ipocritamente spacciata per modernizzazione).Â
Ă Nanni stesso a confessarlo in una intervista pubblicata proprio su questa
rivista:Â
> âLa mia lingua è imperterrita, e ormai per pochi: affronto volentieri lâaccusa
> dâesser aulico, quindi anacronistico, debolmente contemporaneo. Abbassare la
> propria lingua per renderla gradita e comprensibile aglâignari, è agire da
> vili, da ruffiani; equivale a cedere al presente, epoca involgarita e
> stupidaâŚâ[3]
Cagnone non ama i compromessi, il tacere per tornaconto; al contrario, è
spietato censore non soltanto dellâultima generazione poetica, ma anche di
grandi autori novecenteschi (Zanzotto, Montale, Merini, per citarne alcuni); per
questo è stato spesso tacciato di alterigia, da chi, evidentemente, non ne ha
mai compreso sapienza e nitore intellettuale.Â
Cagnone combatte il declino del presente per contrasto, mantenendo il passato
vibrante, soprattutto quello classico, le cui ombre circonfondono la sua lingua,
la innalzano, ma senza mai renderla vanamente indecifrabile; passato e presente,
nella sua poesia, si amalgamano, la tradizione non è tumulazione del lessico, ma
Ă ncora che il poeta getta e leva, inducendo cosĂŹ un costante rinnovamento della
memoria.Â
Ecco ancora le sue parole:Â
> âLa poesia non dovrebbe dipendere dalle circostanze, ma essere in certo modo
> metastorica. PoichĂŠ tiene care le possibilitĂ e la memoria della lingua, e non
> la sua condizione momentanea; la lingua della poesia facilmente si sottrae
> alla linguistica sincronica. In poesia, non ci sono nĂŠ arcaismi nĂŠ neologismi,
> la sua lingua non appartiene del tutto al presente dâuna lingua. In poesia,
> ogni lingua particolare non è che un pratico sogno. Ed è, in certo modo,
> lingua morta.â[4]
Oltre al lessico coltissimo, classicheggiante, eteroglossico[5], inarrivabile,
Nanni possiede una raffinata sensibilitĂ musicale, la quale imprime ai suoi
versi (per lo piĂš, senari, settenari e novenari) effetti ritmici e fonetici del
tutto originali, conferendo loro una cadenza onirica, ondivaga, a tratti persino
psichedelica. Leggere i suoi testi è come ascoltare certi ariosi, voluttuosi
fraseggi del jazz, significa pencolare fra sogno, sonniloquio e improvvisi
risvegli, questi ultimi cagionati dalle chiuse spiazzanti. Sono versi, i suoi,
che hanno una grazia sospesa, dalla quale si ha sempre lâimpressione che
tralucano frammenti di ignoto.Â
Eppure, il linguaggio è solo uno dei volti della sua ricerca poetica, è
senzâaltro la sua ossessione, ma non è lâala della sua poesia. La poesia di
Nanni Cagnone sâinvola sopra la mediocritĂ comune, poichĂŠ in essa predomina non
giĂ la postura (spesso posticcia) del poeta, ma lo sguardo dellâuomo. Nanni ne è
sempre stato convinto: non può prodursi grandezza artistica in animi meschini. E
il suo animo, nonostante la franchezza ferina di certe esternazioni, ha una
delicatezza rara, la celeste indulgenza dei suoi versi.Â
In quellâinterminabile pomeriggio invernale, mi ribadisce che accogliere la
poesia significa rifuggire il compromesso in nome di una libertĂ di spirito
incondizionata. Occorre lasciarsi contaminare dalle cose, sfiorarne la polvere
invisibile, arrendersi allo smarrimento e allâignoto, vivere incautamente,
poichĂŠ soltanto cosĂŹ può sgorgare quella âescandescenza del pensieroâ e quella
âanomalia del linguaggioâ che si traducono in un autentico gesto poetico. Un
pensiero che deve nascere giĂ in forma lirica, non come meditazione preesistente
e successivamente strutturata in versi. PerchÊ la poesia, per Nanni, non è
rimpasto di conoscenze letterarie (spesso maldigerite), nĂŠ, dâaltro canto, è il
rigurgito di unâemotivitĂ estemporanea e dâimpatto, di un ego che sviscera se
stesso. Nasce, invece â per utilizzare una delle sue folgoranti definizioni â,
come âuna difficoltĂ di pensieroâ.Â
Del resto, basta leggere le sue opere â che spaziano dalla lirica alla prosa,
dalla saggistica alla drammaturgia, sino alla traduzione[6]Â â per sperimentare
lâautenticitĂ e lâoriginalitĂ della sua scrittura. Nei testi poetici, in
particolare, si percepisce nettamente lâarretrare dellâautore dinanzi
allâepifania delle cose, soprattutto le piĂš infime, quelle minuzie con aura
dâeterno che egli abita con grazia e dimestichezza, ma soprattutto con amore. Le
ho davanti a me, le sfioro sulla sua scrivania, le vedo alle sue spalle, fra i
suoi libri, nella tazza del tè, in un pacchetto di sigarette accartocciato, e
persino nel suo spesso cardigan variopinto.Â
Ma come si rinominano le cose? Nanni dice (in alcune geniali speculazioni su
poesia ed estetica[7]):Â facendosi indifesi contro la loro veritĂ , contro le
veritĂ del mondo, e persino contro il vuoto, senza mai arrendendersi a un
riduzionismo nichilista, accettando semmai lâinconciliabilitĂ fra il bisogno di
dare ordine al caos e lâimpossibilitĂ di ricondurre la complessitĂ dellâesistere
a un sistema chiuso. La poesia di Nanni, io la vedo cosÏ, è uno sporgersi, un
costante oscillare in un campo di tensione fra metafisica e corpo, una
sollecitudine verso ciò che è essenziale, umano e vulnerabile. à suono di una
purezza strabiliante. Come il jazz, appunto, che è lâarte del quasi, del non
detto, cosĂŹ la sua poesia si traduce in una coalizione perfetta fra silenzio e
parola; una parola che non dice il mistero dellâesistenza, ma vi allude
soltanto, con quel senso di malinconia e disincanto che deriva dalla
consapevolezza della sua inafferrabilitĂ .
Tutto è indugio nei versi di Nanni, polisemia, stratificazione, sospensione e
languore, come nel sogno, che per lui, âostinato redentoreâ[8], ha dignitĂ pari
alla veglia. Eppure, sarebbe eresia pensare che la sua poesia sia lâesito di
vacue astrazioni, di un processo di dematerializzazione delle cose. Essa, al
contrario, âè la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne
prosegue il desiderio. Non potrĂ mai sapere il desiderioâ[9]. Ed è proprio quel
desiderio la matrice della creazione di nuove forme capaci di circoscrivere il
vuoto, di dargli concreta sembianza, avvertibile risonanza.
Si potrebbe scrivere a lungo di Nanni Cagnone, la cui opera si traduce, in fin
dei conti, in un corpus unico, un discorso clastico protrattosi per piÚ di
cinquantâanni. Ho provato a dire di piĂš in un contributo per la
rivista Poesia (Crocetti), comparso, a moâ di odiosa profezia commemorativa,
soltanto tre giorni prima della sua morte (la poesia, si sa, è azzardo, una
trama di segni che sfasa la logica anonima del reale).
Ma qui, ora, stiamo vivendo il presente del passato â per dirla con
SantâAgostino â e il ricordo di un poeta deve lasciare spazio alle sue parole.
Dâaltronde, lui stesso, in Esito, il suo monologo finale, ci ammonisce:Â
> âNon ha cerimonieÂ
> lâaddio, nĂŠ gonfiorÂ
> di lingua â Â
> per una volta,Â
> tacere avanti ai fattiâ.
E allora io taccio, amato Nanni, e lascio parlare te, come quel quattro gennaio,
fra unâeruzione di cielo, un abbraccio e una tazza di tè.
Maura Baldini
***
Da Armi senza insegne, Coliseum, 1988
Raggiungere la morte
di un pensiero â sarĂ questa
giustizia, o congiungerlo vivente
allâopposito qualunque il suo merito,
finchĂŠ accerti i tormenti
di non essere solo, e perda
la grazia in indurita bellezza.
Tenere fede alla prova,
passando la spirale
fino al colmo ove ripete
uguale. Un solo filo dâerba
divenuto tempesta,
un dio senza rimedio, inoperoso.
**
Da Index vacuus, Edgewise Presse, 2004
Oscuro
come una guarigione,
una prodezza del respiro,
questo solenne encomio
dellâinverno â dormienti
contesi dal primo riverbero,
al congedo di una canzone
dâesuli, e noi nellâordito,
mani vuote, di qua
dal risoluto orizzonte,
cosĂŹ elementare
per un Borromini
delle nuvole.
Alfine uno si volga
verso la meditazione
della resina
sul vecchio pinastro.
*
Fine del mutevole.
Roveti di fiori. AbbĂ ssati
finchĂŠ lâargilla manda odore.
Non resta che la terra,
il polveroso promemoria,
il gelo il calco lâarsura.
Fossimo tra i primi,
macchiati da spavento,
la sapremmo dura sindone
di unâinsaziata parte
di cielo.
**
Da Perduta comodità del mondo, La Camera verde, 2013
Vieni scorrere accanto,
mia diletta, e non esser mai
della stirpe dei ricordi.
Conosci gli sposi
della rugiada, e
â nella silenziosa chimica
dei boschi â coloro
che affidano il mondo.
Non nominare la scure.
**
Da Tornare altrove, La Finestra Editrice, 2016
Mi smarrii quel giorno
in un villaggio
â prego, non ridere â
come potrei smarrirmi
in un riverbero,
nellâerba tremula
a un ruscello, ne
lâinatteso suo sorriso,
donna che in un punto
fa delicato il mondo.
**
Da Le cose innegabili, Avagliano Editore, 2018
I
Non sarĂ lâannuvolato cielo,
nĂŠ il difettoso patto,
a tralasciare uno dei due
su mulattiere dâinfanzia â
saremo noi, senza fretta
in un istante, contenti
dâassodarci e guarire.
Eravamo pretendenti,
poi spericolate serietĂ
di cui nessuna
attenta a uno spiraglio,
solo un trasalire di colori
in falso lume.
Noi come siamo
ora, noi che siamo
distanziato sogno.
*
V
E un giorno
non si resiste piĂš
ai particolari: lâintonaco
ancora screpolato
qui, lâesclamazione
dâun libro accantonato,
quellâinsistere dâombre
verso il buio. E noi,
alberi sfrondati, ignari,
dellâabbondanza del disegno
e minuziosamente asserviti.
AnomalĂe â tra selci
e amuleti, respinti doni.
*
IX
Mattino,
che giunge senza scorta
tranne le sue abitudini,
fanciullo assorto
giĂ invaghito
di unâansia pomeridiana,
e affanno di passi
nei molti recinti, scrutando
le sconfinate pretese dâerba â
alta sfinita erba di novembre,
le sue speranze
non sono che le nostre.
Uomo scolaro dâombra,
abbassa le tue palpebre.
*
X
Addietro, ove per tempo
lâantagonista delle lontananze
addomesticò il vuoto,
quante cose custodite
che non sono, esuli in serre
che non han stagione.
Quel che germoglia qui,
non mai disfatto â
per indolenza di fioritura.
*
XIII
Questo lento inverarsi non è il mio,
che saprei precipitare il mondo
come un disastroso condottiero,
almeno incontrando cose
invece di guardar avanti
se sopravvivano a loro stanchezza â
le cose innegabili, esordio senza sigillo
il cui adempimento richiede il tu,
temerario ornamento dellâio.
*
XXIX
E trasognando le vedi,
figure scarse,
livide come un delitto
o per sortilegio amorose.
Invidia dâuna vita
senza le mie vertebre, un
non orgoglioso scorrere
facendo del sorriso
unâabitudine â come
in certe locande fuori mano,
sai, quando sbagli strada
e chissĂ dallâerrore
cosa speri.
*
XXXI
Vegliare accanto ai solchi
ove i semi insonni maturano
senza rumore, senza sognarsi
spighe, poi andar via,
orme superstiti
su rovesciate zolle, simili
al coltivatore dellâinverno,
orfano di terra, che inutile
andrĂ verso una casa
come farebbe la grandine.
*
XLI
Ă simile a un assedio
questa luce,
a un volitare in arnie
e nessun ridosso per noi
che verremo espugnati
prima del crepuscolo.
CosĂŹ ripensi allâinverno,
allâinvenzione del buio
che mise in pericolo
i nostri sentimenti,
li costrinse nel respiro
ma li promise a marzo â
marzo che irrompe
come un teppista
nel cagionevole noi.
*
XLIV
Al fine, scrivere la storia
delle cose minute â
la vicenda dâun pettine
ai capelli
o il culto delle scaglie
di madreperla.
Ă tempo di destarsi
per consistere
nellâardua interezza
dei frammenti:
è qui che si viene vinti â
un vetro offuscato,
un appuntamento
con la polvere.
**
Da A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020
La notte
sparse quel che doveva,
a impoverire accomunare
la terra. La notte
chiese unâaltra notte,
resina di sogni
sotto ultimi rami,
e tacito affinchĂŠ.
Potesse questo buio
dietro lâimpeto dei sogni
ritornare
le sue tristi sorgenti
o il riso inascoltato,
quel lontano fermaglio
delle molte vite
caduto quando
prendemmo a sognare.
*
Nascere.
Illudere luce
percuotere onde.
Andar di nuovo
lungo muri di sale,
spargendo voce
su cose finite.
Timore che il sonno,
nel suo racconto,
completi ognuno
col pianto.
**
Da Esito, La Finestra Editrice, 2024
Mandriano di sogni,
li spingi controluce
a migrazione,
sei stanco
mentir aurore.
Non si ha piĂš
indipendenza â
in questo
febbricitante
convivere â caduto
in subbuglio
il disadorno scudo â,
è opera dei vivi
il nostro morire.
Vado tra coloro
che in giorni senzâetĂ
hanno giĂ pianto.
*
Non ha cerimonie
lâaddĂo, nĂŠ gonfior
di lingua â
per una volta,
tacere avanti ai fatti.
GuĂĄrdati da brevitĂ ,
non vorrai deludere
quel peso â sollevalo,
lascialo ricadere
tra fĂłlle taciturne
dâaltre etĂ ,
pensa senza luogo
a quel laggiĂš
ove imaginavi
comprendere.
Se in tua anĂ mnesi
una patria, evita
far ritorno, chĂŠ
un vento piĂš antico
dellâordine dorico
schiantò i tuoi boschi.
Allâorlo precipitoso
degli eventi, non puoi
con affanno soffermarti â
sommessamente
non tâaduni negli eventi,
hai diritto
a maggior grembo.
AddĂo â germogliante â
benevola piaga.
--------------------------------------------------------------------------------
[1]Â Intervista di Fabrizio Buratto, dicembre 2018, Bomarzo, reperibile in rete.
[2]Â âIl letto era fatto. La povertĂ / annusava il suo dovere.â / Non servono
altri versi / per sapere Amelia al culmine, / sprofondati coloro che viva / la
schernivano, ragazza / da principio malfatta, / che doveva ritrarsi / o ridere a
squarciagola, / stremata iraconda fanciulla /straniera ad ogni sĂŠ stessa. / Non
essendo al servizio / dâingiustizia, molti anni / dopo, da qui verso di te â /
ti chiamo.â
[3]Â Intervista dellâ11 dicembre 2020 pubblicata su questa rivista.
[4] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020, pag. 172.
[5]Â Sovente, nei testi di Cagnone, si rinvengono latinismi, francesismi,
anglicismi, iberismi (oltre ai consueti eleganti arcaismi).Â
[6]Â Whatâs Hecuba ti Him or He to Hecuba?, Out of London Press, New York,
1975;Â Andatura, Milano SocietĂ di Poesia, 1979;Â Vaticinio, PDF Press,
1984;Â Notturno sopra il giorno, Severgnini, Cernusco sul Naviglio, 1985;Â Armi
senza insegne, Coliseum, 1988; Anima del vuoto, Palomar, Bari,
1993; Avvento, Palomar, Bari, 1995; The book of giving back, Edgewise, New York,
1998;Â Il popolo delle cose, Jaca Book, Milano, 1999;Â Doveri dellâesilio, Night
Mail, Pavia, 2022;Â Lâoro guarda lâargento â Opere scelte, Anterem, Verona,
2003; Index Vacuus, Edgewise, New York, 2004; Le cose innegabili, Avagliano,
Modena, 2010;Â Penombra della lingua, La Camera Verde, Roma, 2012;Â Perduta
comoditĂ del mondo, La Camera Verde, Roma, 2013;Â Tacere fra gli alberi, Coup
dâidĂŠe, Edizioni dâarte di Enrica DâOrna, Torino, 2014;Â Tornare altrove, La
Finestra Editrice, LavĂŹs, 2016; Corre alla sua sorte, Carteggi Letterari â Le
Edizioni, Messina, 2016;Â Cammina mare, La Finestra Editrice, LavĂŹs,
2016; Ingenuitas, La Finestra Editrice, LavÏs, 2017; La genitiva terra, La
Finestra Editrice, LavÏs, 2019; Mestizia dopo gli ultimi racconti, La Finestra
Editrice, LavÏs, 2019; Accoglimento, La Finestra Editrice, LavÏs, 2020; A
ritroso, 2020-1976, Nottetempo, Milano, 2020; Ex animo, La Finestra Editrice,
LavÏs, 2020; Sterpi e fioriture, La Finestra Editrice, LavÏs, 2021; Carmina.
Poemi 1979-2017, La Finestra Editrice, LavÏs, 2022; Come colui che teme e
chiama, Giometti & Antonello, Macerata, 2023; Esito, La Finestra Editrice,
LavĂŹs, 2024.
[7] Tali speculazioni sono raccolte, fra lâaltro, nellâopera Discorde, sorta di
zibaldone in origine pubblicato dalla casa editrice Coliseum, diretta da Nanni,
e in seguito ripubblicato da La Finestra Editrice (nel 2015).Â
[8]Â Esito, La Finestra Editrice, 2024, pag. 76.
[9] A ritroso 2020-1975, Nottetempo, 2020.
*In copertina: Nanni Cagnone secondo Dino Ignani
L'articolo  âAddĂo â germogliante â benevola piagaâ. A Nanni Cagnone, un
eresiarca senza seguaci proviene da Pangea.