“La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto

Pangea - Saturday, April 18, 2026

L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le nostre vulnerabili preci.

Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin (eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi, splendidi, rubati agli altopiani armeni. 

A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua “professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un “traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia…

La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti, intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia. Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav partono alla volta dell’Europa.

Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič

**

Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio. 

L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno, trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925 Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob. È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico, instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi, assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”, parafrasando Mandel’štam. 

La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria. Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio. Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare. Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse oscurare la sua fama.

Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile, l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia, definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo, Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič, tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio: quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931, ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro, o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939.

**

Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj, provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato, ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri, gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile. Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’ dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi nel 1929 su Sovremennye Zapiski. 

“Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso, maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice, dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra. Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!”

**

Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso, o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è stato lo sbarco in Normandia”. 

Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti, ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto…

La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti. Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente: ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È l’inizio di un’altra storia.

**

La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel 1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca. Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima svolta, verso l’orizzonte.

La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino.

Lorenzo Giacinto

L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto proviene da Pangea.