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“Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore
In che lingua sogna un émigré? Quali suoni scortano i suoi ricordi verso il porto incerto della memoria? La fisionomia di Boris Poplavskij ricorda a volte un orso, a volte una docile marmotta. Lo sguardo è sempre un po’ imbronciato, con quell’aria di sfida sottolineata dalla piega del labbro. Lo corteggiano gli angeli e i teppisti. Come il cherubino di Rozanov muove prima al pianto e poi al riso, così il sommesso dialogo di Poplavskij è confessione celeste di un principe decaduto e un omicida astrale. Oh Boris, campione di tenerezza, re degli esiliati, ladro di visioni equatoriali… Come la bellezza si posa mansueta sulle tue lievi ginocchia nell’alba soffusa di Costantinopoli! In quella mattina, tra i barbagli delle scaglie dei pesci e il richiamo del muezzin, hai avvertito il veleno dell’incanto circolare in tutto l’albero del tuo corpo, dai rami nodosi alle fronde cariche di foglie e frutti… C’è qualcosa di celestiale e demoniaco in Poplavskij, arcangelo e sterminatore. È un bambino crudele e senza pietà che non conosce né passato né futuro: vive solo nel perenne lampo del presente. Poplavskij nasce a Mosca nella primavera del 1903. In quegli anni, poderose ondate di freddo ritardavano il disgelo agli inizi di maggio. Forse è per questo che nei versi del poeta russo si sente un misterioso e lento fluire acquatico, forse è per questo che nelle sue quartine la neve si trasforma in fitta nostalgia.  I genitori gli dedicano un affetto svogliato e incostante. L’infanzia e l’adolescenza trascorrono tra occasionali viaggi in Italia e Svizzera e la frequentazione assidua di pittori e musicisti. Figura centrale è la sorella maggiore Natal’ja, poeta dalla sensibilità tormentata che nel 1917 pubblica una raccolta di versi dal titolo Poesie della Dama in Verde. Muore all’improvviso a soli vent’anni per un’overdose di stupefacenti. La sua scomparsa lascia in Poplavskij un vuoto incolmabile: è il primo e decisivo confronto con la morte e l’approfondirsi di una dimensione mistica che da sempre gli infiamma il cuore e i nervi.  La Rivoluzione d’Ottobre coglie i Poplavskij di sorpresa e li costringe a lasciare il paese. Raggiungono la Crimea, uno dei centri di resistenza dell’Armata Bianca. Qui, matura la vocazione poetica di Poplavskij. Nel 1919 legge per la prima volta le sue poesie al circolo letterario “Čechov”. Con la vittoria ormai certa dei Rossi, Poplavskij fugge prima in Germania, poi a Praga e infine a Parigi, dove si stabilisce definitivamente nel 1921.  Boris Poplavskij (1903-1935) La capitale francese è, con Berlino, il centro di aggregazione degli émigrés. Vi fioriscono costellazioni più o meno effimere di giornali, riviste e case editrici di lingua russa. È la Parigi di Chodasevič e Nina Berberova. In un giorno di cielo sereno, la città si dispiega da Montmartre come un mare di flutti dorati. I tetti cerulei si fondono nella sinfonia bianca dei palazzi, i grandi viali sono come le arterie di un leviatano. Poplavskij si aggira di notte per le strade di Montparnasse. Tra eterni dibattiti, manifesti letterari, sbornie e risse, i caffè e le bettole rigurgitano di facili entusiasmi e altrettanto facile ira. Tira di boxe, legge e scrive, tiene un diario su cui appunta le oscillazioni del suo spirito. Apprezza Kandinskij e Magritte. Per anni ha interrogato le linee della sua mano per capire se lo attendeva un destino di pittore o di poeta. La Russia non gli manca, per la Russia non piange. Lo attraggono i luoghi che non si trovano sulle mappe, quelli per cui non esiste un nome, quelli per cui esiste solo il fiore disperso del verso. Non per nulla, tra i suoi idoli c’è Rimbaud. Scrive Nina Berberova:  > “portava sempre gli occhiali scuri, cosicché era senza sguardo. In lui c’era > «la balbuzie divina», la capacità miracolosa di dare forma a ciò che vedeva e > sentiva, eppure una tristezza inspiegabile mi cresceva dentro quando parlavo > con lui: era un uomo senza sguardo, senza gesti, senza voce. Aveva una visione > nebulosa del mondo e sfocata di sé stesso. Nella poesia e più tardi nella > prosa fu più libero che nella vita, ma non veramente libero.” Un uomo puro, senza compromessi. Troppo per un mondo stretto nelle pastoie di ciò che è mediocre, fittizio, di seconda mano. Nel 1931 pubblica l’unica raccolta di versi in vita, Флаги (Bandiere). Per Chodasevič è il poeta più talentuoso dell’emigrazione russa. Un giovane Nabokov ne stronca il talento in un articolo uscito all’indomani della pubblicazione di Bandiere. Di tutto questo, del discreto clamore attorno a lui, Poplavskij pare non abbia sentore. Vive al di fuori di ogni contingenza, al di fuori di ogni apparente nesso di causalità. Una nebbia perpetua pare accompagnarlo. Nei versi del poeta russo senti un tenero nulla impossessarsi a poco a poco dell’esistente: senza schianti, senza rivelazioni, come neve che cade lieve.  Non esistono più nord e sud, alto e basso, verticale e orizzontale: tutto si confonde in un unico, candido abbraccio. Nel 1935, Poplavskij si congeda dalla vita terrena per un’overdose di narcotici. Penso a Georg Trakl. Non tutti credono a questa versione. Tra questi, Nina Berberova. Nel suo meraviglioso Parla Ricordo, Nabokov, in una potente quanto rara smentita di una sua affermazione, scrive:  > “Conobbi molti altri autori russi émigré. Non conobbi Poplavskij, che morì > giovane, un violino lontano tra balalaike vicine. > > Dormi, Morella, com’è terribile la vita delle aquile. > > Non dimenticherò mai le sue vibranti tonalità malinconiche né mai mi perdonerò > la recensione stizzosa con cui lo attaccai per alcune manchevolezze > insignificanti nei suoi versi ancora implumi”. I versi di Poplavskij hanno la stessa sospensione temporale dei fiocchi di neve un attimo prima di posarsi. Ecco, una macchia di colore, come un fiore o un frutto, nel bianco abbacinante. Lorenzo Giacinto ** Attentato con mezzi inadeguati A Il’ja Zdanevič Una corona di sonetti mi aiuterà a vivere, scrivo subito, ma non è un aiuto sicuro, come frana in fretta la costa del burrone. Dal gomito un brivido corre sul foglio di carta. È vuota la tana d’orso dell’anima c’è dentro una bottiglia, un foglio di giornale. nel serraglio della città, come l’ebreo errante il padrone cammina avanti e indietro vicino alle sbarre di un carcere. Così la nostra vita, nel diletto del nostro tempo, per potenza superiore all’uomo, è immersa nella prigione del destino. Solo cinque piedi ci sono stati lasciati per correre, cinque giambi, la volontà tormentosa delle parole perché la belva non dimentichi la libertà. 1925 * Lo spirito della musica Sul ballo rilucevano le nuvole della musica, all’ingresso ardeva un verde brillante, là c’era la vita, ma a dieci passi si faceva blu la notte e gli anni scorrevano nell’eternità. Ballavamo la nostra vita al suono di enormi trombe, dove rombava il tempo rideva l’ubriaco vedendo così tante lune addormentate nelle rose e negli abbracci della decomposizione. Al richiamo delle trombe sopra l’abisso degli àuguri, con le ali di accese bandiere sulle spalle, passarono i ballerini con passo brioso, come il bagliore di razzi che vagano nelle notti. Ridevano, piangevano, erano mesti. Lanciavano rose ai riflessi delle stelle, innalzavano libri misteriosi, tacevano in lontananza attraversando il ponte. Ogni cosa spariva, veniva meno, s’interrompeva, e la musica gridava «Avanti il coro», Si torceva le mani nel vicolo la compassione e chiamava la gente a uccidere la musica. Ma gli angeli giocavano placidamente. Loro ascoltavano: l’erba, i fiori, i bambini, turbinando, i ballerini si davano teneri baci E si svegliavano su un altro pianeta. Pareva loro di fiorire all’inferno, in fondo, lontano, l’aria era blu. Lo spirito della musica sognava nel giardino notturno Con un enigmatico sorriso d’usignolo. Là il ballo si spense. Là c’erano l’alba, la quiete soltanto con sottile mano di ferro Intonava il suffragio la morte si levava piano al di là del fiume il sole. 1930 * Romanza La città è buia, i suoi parchi misteriosi, mentre lassù il cielo è un mare cangiante di smeraldi. Salomè – l’anima dimentica come la tua voce somigliasse alla morte. E ora ricordo, tu uscisti dal tramonto, una coppa nera tra le tue mani snelle. Al canto dell’acacia bianca, la sera si allontanò… oltre il fiume e dentro le nuvole. Tutto sembrava inutile e strano. Il cavaliere nero chiuse gli occhi. L’orchestra del ristorante fluttuò sopra la palude, e nell’interminabile lontananza. Spettro dormiente, non c’è modo che io possa svegliarti, io sono il tuo sogno. Salomè ora china il capo per cantare all’unisono con le acque della palude solitaria. Il tempo vola via, lo spettro dalle ali nere della terra è scomparso già da tempo. Ti aspetterò nella torre del castello, dove la stella canta in lontananza. Attraverso i secoli che passano tu rimarrai: dorata, unica e viva. Dormi, mio cavaliere, sopra Roncisvalle, come quei fuochi meravigliosi lassù tra le nuvole. Affinché tu non veda la tristezza e possa vivere felice nel corso di quest’anno, getterò la coppa nera nel mare; camminerò verso quelle paludi radiose. Gli anni si tingono di rosa sulle montagne. Tutto ciò che è passato è vicino alla primavera. Là, sotto questa lucente stella di libertà, la memoria dorme, sorridendo nei suoi sogni. * Madonna nera Giorni che s’azzurravano, si facevano lilla, oscuri, magnifici, vuoti. Sui tram la gente s’addormentava, chinando le teste sante, Dormiva l’asfalto, dove il mezzogiorno aveva lasciato impronte. E sembrava che nell’aria, nella tristezza, ogni minuto un treno partisse. Inizierà a schiamazzare la festa popolare, lanterne da pochi soldi appese a fili, e sulla povera radura calpestata inizieranno a morire il clarinetto e il violino. E ancora una volta, proprio davanti alla bara, emetteranno, partoriranno un suono magico, e i musicisti piangeranno a dirotto birra scura da mani sudate. E allora passerà indifferente, accaldata e per nulla lieta della festa, la cavalleria, in rosse uniformi, l’artiglieria che ritorna dalla parata. E alla polvere, alla colonia, al sudore, al ronzio dell’arco voltaico sulla testa, si unirà l’odore del vomito, il fumo di polvere da sparo dei fuochi d’artificio. E udrà d’un tratto un giovane superbo, con l’immenso fondo a zampa dei pantaloni, il breve sparo della felicità, l’istante fuggiasco dell’estate, la rossa luna dell’estate sulle onde. D’un tratto risuonerà sulle labbra del trombone lo stridio di sfere che ruotano nelle tenebre. Un grido selvaggio lancerà la Madonna nera, le braccia spalancate in un sonno mortale. E attraverso l’arsura notturna, sacra, infernale, attraverso il fumo viola dove cantava il clarinetto, comincerà a volteggiare la bianca, spietata, neve che cade da milioni di anni. * Partenza da Jalta Piovve tutta la notte. La tempesta durava già da un mese. All’ingresso del bosco umido il cancelletto sbatteva sui cardini sfasciati. Scuro e vorticoso, il fiume dei cieli correva verso sud. Quel fiume era trafficato come un’autostrada. Il cartellone pubblicitario sferzava sopra il padiglione bagnato. Il passante, con la testa ben china, svoltava nel vicolo dove tutto è ancora verde. Oltre l’alto molo la nebbia bianca volava alta vorticando, per poi ricadere nell’oceano. Là, sopra le rocce, il globo nero della torre preannuncia l’uragano imminente. Arrivano le taccole gridando sulle carogne; la loro lotta contro il tempo prefigura l’inverno. L’onda in fuga dalla spiaggia di ciottoli si scaglia carica di polvere sulle vetrine dei negozi. Tutto è stato serrato, le panchine svuotate. Solo il giornalaio lancia il suo grido lacerante. Lassù nel freddo i comignoli sussurrano le solite assurdità, e un colpo lontano risuona dalle montagne. Tutto dorme. L’alba non è lontana. E allora bevi, caro amico, spacchiamo i nostri bicchieri. Carichiamo questo vecchio, glorioso grammofono e cantiamoci insieme, senza pensarci. Abbiamo capito, abbiamo sconfitto il male, abbiamo fatto tutto ciò che brilla nel freddo. Abbiamo rifiutato tutto, la neve ci ha sbarrato il cammino, quindi bevi amico mio, spacchiamo i nostri bicchieri. E per quanto riguarda la Russia, non piangeremo per lei! Le candele si spegneranno sugli alberi di Natale, e dormiremo. Le candele moriranno e ci sarà buio sopra gli alberi, ed essi bruceranno di stelle e di eternità. Per tutta la notte i soldati cantarono fino all’alba, finché alla fine rimasero freddi, silenziosi e abbattuti. Senza più nulla da bere non potevano che aspettare il giorno… il suo volto cupo appare e il vento soffia interminabile. Ora non è il momento di sprecare le tue forze! Là, in un sonno profondo, sorge la patria segreta. Anche se è inverno senza di noi, gli anni sono come bianca neve, i cumuli crescono e crescono per potersi un giorno sciogliere. E solo tu potrai raccontare ai giovani di ciò che essi cantarono e piansero fino all’alba, e solo tu canterai la pietà per i caduti, l’eterno amore che non attende risposta. Per l’ultima volta il sacerdote sulla montagna ha celebrato la messa. Il mattino è sorto e nel piccolo monastero vicino un’altra anima malata è partita per l’eternità. Lo scafo della nave brilla, immenso e severo: chi è questo osservatore solitario con le mani infilate nel cappotto? Come lentamente si tinge di rosso l’oriente notturno! Chi può credere che vi siano così tanti anni di distacco… Chi avrebbe potuto sapere allora… che era quello, o la morte? In pace il vecchio ha sollevato l’Eucaristia… perché potessimo credere, piangere e bruciare di nostalgia, ma senza parlare mai di felicità. Boris Poplavskij *In copertina: Boris Poplavskij boxa a Parigi negli anni Venti L'articolo “Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij, l’angelo sterminatore proviene da Pangea.
July 7, 2026 / Pangea
“E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia di Arsenij Tarkovskij
Una data sigilla il padre al figlio. Nel 1962 Andrej Tarkovskij ottiene il Leone d’oro a Venezia per L’infanzia di Ivan. È il suo primo lungometraggio, il regista compie trent’anni. A Mosca, nello stesso anno, esce il primo libro del padre, Arsenij Tarkovskij. S’intitola Neve imminente, è tirato in seimila copie, immediatamente esaurite. Arsenij compie cinquantacinque anni ed è riconosciuto, per via della sua screanzata singolarità, l’erede di Osip Mandel’štam. Anna Achmatova aveva detto che “di tutti i poeti contemporanei, Tarkovskij è il solo che può dire di essere totalmente se stesso. È un poeta indipendente, che non assomiglia a nessuno – ha la caratteristica più importante che deve avere un poeta: è poeta per diritto di nascita”.  Il suo primo libro avrebbe dovuto essere pubblico molti anni prima. Nel 1946 era stato marginalizzato dallo ždanovismo; il Comitato centrale del Partito divulgò una velina esplicativa: “Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv, Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, e perciò quanto più talento vi è in questi versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi”.  Nato in Ucraina, a Kropyvnyc’kyj, il 12 giugno del 1907, Tarkovskij era stato arrestato nel 1921 per la pubblicazione di un acrostico su Lenin ritenuto offensivo – riuscì a fuggire, rocambolescamente, da un treno. Il padre, Aleksandr, era stato arrestato poi spedito al confino, qualche decennio prima, per la sua vicinanza a “Narodnaja Volja” (Libertà del popolo), il partito rivoluzionario che aveva ordito l’assassinio dello zar Alessandro II – conosceva diverse lingue, tra cui l’italiano, il polacco, il serbo e l’ebraico; lavorava in banca. Arsenij Tarkovskij visse, per lo più, di traduzioni: amava la poesia armena e quella turkmena, conosceva i poeti sufi.  Andrej Tarkovskij nacque dal primo matrimonio di Arsenij, contratto a vent’anni con Marija Višnjakova. Nel 1951 il poeta si unirà alla terza moglie, acquistando una dacia a Golicyno, a una quarantina di chilometri da Mosca, per condurre una vita ritirata, di studi. Nel 1941 si lega – ma è una relazione in fuga, tra annientati – a Marina Cvetaeva, la “negromante”; durante la Seconda guerra lavora come inviato. Ferito gravemente, gli verrà amputata la gamba. I libri non lo consoleranno: la vicina di casa userà gli oltre quattromila volumi della sua biblioteca come combustibile per la stufa.  L’opera di Tarkovskij è tra le più potenti del canone russo del Novecento. Egli non è semplicemente un seguace dei grandi poeti dell’“Era d’Argento”, un prosecutore – al contrario, impone nella poesia russa uno sguardo nuovo, una raffinata primordialità. A una prima lettura, è come se l’eleganza di Pasternak fosse temprata dalle pitture parietali di Lascaux. C’è qualcosa di insondabile nei versi di Tarkovskij, che continuano a lavorare per giorni nella nostra mente – Tarkovskij è un poeta capace di ispirare, è un poeta, cioè, che ha creato un mondo pieno di fori, che respira, felice all’invasione (laddove molti poeti, anche grandi, creano mondi conchiusi, cristallizzati, infine claustrofobici, che si nutrono del lettore più che dargli nutrimento).  In Italia siamo fortunati. Gario Zappi ha tradotto con magistrale complicità l’opera di Tarkovskij, le prose (Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993) e una selezione di poesie (per Giometti & Antonello, in: Stelle tardive, 2017, e Stelle tardive. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, 2020), ricostruendo la biografia del poeta. Naturalmente, tanto ancora resta da tradurre. Nell’esercizio in calce, abbiamo tentato di tradurre alcune poesie assenti dai repertori citati dalla versione inglese di Philip Metres e Dimitri Psurtsev (in: I Burned at the Feast. Selected Poems of Arseny Tarkosky, Cleveland State University Poetry Center, 2015). Si tratta, naturalmente, di meri esercizi, chiose intorno all’icona, tentativi di trarre scintille dallo scempio.  In uno scritto recuperato e tradotto da Zappi, probabilmente della “fine degli anni ’40”, Tarkovskij abbozza una poetica.  > “Più o meno dal 1928 alcuni giovani poeti che non si curavano di dare alle > stampe i propri versi issarono una bandiera che non venne notata quasi da > nessuno. Su di essa era scritto: Verità poetica”.   È proprio dei poeti russi inserirsi in una leggenda, in una mitologia biografica. Meglio ancora: è a loro proprio intingere la vita nella poesia – e viceversa. Intendere la poesia come uno strumento conoscitivo, come il più raffinato e letale strumento di verità. Non esiste estetica che non comporti un’etica: a differenza delle altre arti, la poesia coinvolge in una rivoluzione interiore, spirituale.  Tarkovskij procede nel ragionare così: > “Assaggiammo e riassaggiammo tutto, riannusammo, riascoltammo, riguardammo, > ritastammo e – cosa più importante di tutto – risoffrimmo di nuovo. Colmi di > fede nel valore di ogni moto dello spirito, non ci fidavamo in anticipo di un > prefissato punto di vista. Poi, quando maturammo, ognuno di noi imboccò una > propria strada. Ed io mi misi a scrivere versi senza ormai sapere più quale > fosse il mio uditorio, confidando solo che la mia voce non sarebbe scomparsa > visto che non era apparentata alle imperscrutabili tenebre”.  Non curarsi del pubblicare e del pubblico perché si è certi di lavorare nella luce, di “cantare… come canta un uccello”. Tarkovskij educa alla libertà – la spregiudicata. Educa a guardare dove non guarda nessuno – a non accontentarsi di due occhi soltanto – a coltivare “un modo individuale di vedere”. Anche da questi accenni capiamo la libertà di Andrej Tarkovskij – è una libertà che ha origini lontane. Andrej cita le poesie del padre in Lo specchio, Stalker, Nostalghia; in patria, i libri di Arsenij venivano tirati in un numero di copie che superava, di norma, le ventimila.  Dal 1982, Andrej Tarkovskij scelse di non fare ritorno in patria – morì il 29 dicembre del 1986, sessant’anni dopo Rilke, il poeta così amato da Marina Cvetaeva. Arsenij morirà tre anni dopo, a fine maggio, come Pasternak. Con Pasternak, condivide la meta ultima: Arsenij Tarkovskij è sepolto a Peredelkino, poco lontano dal grande poeta. Erano amici – Pasternak volle rompere perché Tarkovskij gli aveva detto di preferire le sue poesie al Dottor Zivago. Baruffe tra titani.  Tarkovskij amava fissare il cielo – per diletto, praticava l’astronomia. ** Libro d’erba Non sono la città turrita sul fiume della città io sono lo stemma. Non sono lo stemma, ma la stella che brilla sullo scudo dello stemma. Non sono il celeste visitatore sulle oscure acque sono il nome della stella.   Non sono la voce né la veste sulla lontana riva –  posso soltanto brillare.  Non sono il raggio di luce che spezza il tuo sguardo ma la casa in rovina a causa della guerra.  Non quella casa sull’altura ma il ricordo della tua casa.  Oh, non il tuo amico, il messaggero del fato io sono il suono di uno sparo distante.  Ti conduco nella steppa lungo il costone e mi sdraio sull’umida terra.  Divento il libro dell’erba nuova e mi acquatto nel suo grembo.  1945 * Ho imparato l’erba e cominciai a scrivere e l’erba fischiava come un flauto.  Ho imparato a unire il colore al suono e quando la libellula ha intonato il suo inno come una cometa tra le verdi fronde ho riconosciuto una lacrima in ogni tratto di rugiada.  Ho capito che in ciascun coccio del suo enorme occhio in tutti quegli arcobaleni di vorticoso volare dimora l’ardente parola del profeta –  fu per miracolo che scoprii il segreto di Adamo.  Ho amato quel tormentato compito, questo intricato disporre le parole, stazzonate insieme alla loro luce rissa di enigmi, di sensi e di improvvisa chiarezza che si libra. In verità pensai che la verità fosse apparsa.  La mia lingua era vera, come un’anamnesi spettrale e le parole si radunavano intorno ai miei piedi.  Hai ragione a dirmi, amico, che ho udito  un quarto del rumore, ho visto appena metà della luce.  Ma non ho oltraggiato l’erba né la mia famiglia non ho insultato le avite terre con la mia oltranza: finché ho lavorato sulla terra, accettando il dono delle fresche acque e del pane fragrante, il cielo si chinava, abissale, sopra di me, e le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani.  * Possa perdonarmi Vincent van Gogh: non l’ho aiutato – non ho pavimentato di foglie i suoi passi sulla strada in fiamme, non gli ho slacciato gli stivali impolverati non gli ho offerto, nei torridi giorni nulla da bere, non gli ho impedito di uccidersi in ospedale. Sono ancora qui, gli occhi verso  il cipresso che si contorce come una fiamma.  Il giallo limone, il blu profondo – non  sarei mai diventato me stesso senza quei colori.  Avrei sconfessato le mie promesse ignorando il suo fardello.  L’angelo di juta che unisce  le sue pennellate ai miei versi vi porta all’abisso dello sguardo dove Vincent van Gogh respira stelle.  * Vita, vita Non credo nei presagi, non temo i segni avversi. Nessun veleno, nessuna menzogna mi abbattono. La morte non esiste: tutti siamo immortali. Nulla muore.  Non occorre avere paura della fine – a diciassette come a settant’anni. C’è solo questa vita, questa luce sulla terra; non esistono oscurità né morte.  Siamo già tutti sulla spiaggia: io sono uno di quelli che tirano le reti mentre l’immortalità nuota oltre la barriera di sabbia.  II Se abiti una casa, la casa non cadrà. Elenca i secoli e io vi costruirò una casa.  Ecco perché sono con me i nostri cari e i figli, attorno alla tavola, abbastanza grandi per antenati e nipoti.  il futuro ci mostra il volto se alzo la mano, cinque raggi dimoreranno in mezzo a voi. Ogni giorno usavo le clavicole come tronchi per puntellare il passato –  misuravo il tempo a cubiti e a spanne per attraversarne la catena montuosa.  III Ho plasmato l’età sul mio corpo poi ci siamo diretti a sud, sollevando polvere  nella steppa. Le alte erbe fumavano. La cavalletta giocava, appoggiando le antenne su un ferro di cavallo: come un monaco, profetizzò distruzione.  Ho legato il mio destino alla sella. Anche ora, nel tempo a venire,  resto in piedi sulle staffe, come un ragazzo.  L’immortalità mi si addice –  il mio sangue scorre di era in era.  Avrei pagato con la vita, con voluttà, per un angolo caldo e sicuro –  se l’ago volante non mi avesse trascinato come un filo nell’universo. * La vista era tutto il mio potere ma ora scema: due lance invisibili di diamante; l’udito si fa debole, pieno di antichi tuoni e del respiro della casa di mio padre. I muscoli, un tempo bene annodati,  si riposano come grigi tori assisi  su un campo arato; le ali sulle mie spalle non splendono più quando cala la sera.  Sono una candela. Bruciavo al banchetto.  Raccogli la mia cera al mattino affinché questa pagina ti ricordi l’orgoglio e il pianto, ti dica come donare l’ultimo terzo della felicità e morire  felici sotto un rifugio di fortuna per bruciare postumi, come una parola.  Arsenij Tarkovsij *In copertina: Arsenij Tarkovskij (1907-1989) L'articolo “E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia di Arsenij Tarkovskij proviene da Pangea.
June 29, 2026 / Pangea
“Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo”
Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale, ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del minuscolo spazio ricavato con il cartongesso. Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona. Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di incensare l’anima con la nicotina.   I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso, ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a raccontarmi.  I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro, seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si comprimeva dentro.  Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi sembrava una storia simile a quella della sua nascita.  Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.  Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio, alle otto in punto.  Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.  Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932 Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o, peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto Mandel’štam per la prima volta?).  Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì, alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio. Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito, sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero, senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo. Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo racconto.  * Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne l’ultimo dei mohicani.  Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione sensoriale. Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915 Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio? La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo, levigalo con cura: ti farà vedere. Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella cervicale: punti quantici. Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.  Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo nella tua mente adesso». Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure la benzina. Poi tornano in classe. Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco. Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare. Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio. Graziano Mazza e Edoardo Piazza *In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932 L'articolo “Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo” proviene da Pangea.
June 18, 2026 / Pangea
“Vivo al di là del tempo”. Gloria & morte di Benedikt Livšic, poeta
Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914, siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto, capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov): anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra, quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –, l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta “Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata, giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.  Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv, fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi, come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.  Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato – con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”; soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo ‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane. Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due, infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico: David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.  Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede, infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –, intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.  La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti, stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro. Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’. Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale – morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.  In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue, Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista. Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.  La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti, soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin. Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo: arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”, Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich, traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio. Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam. Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato, insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si mescola all’armonia delle superne sfere.   ** Nel gorgo universo, dove regna e domina la spada del verbo a volte ho composto qualche verso parola non mia – di divino scalpo. Ma le mie poesie, ora, sono  imprigionate tra i dialetti del tempo e devo estrarle zappando la memoria nei calanchi dell’altrove.  Canto con l’erba, urlo nel vento mio solo compagno, l’eterno desiderio di forgiare un unico poema  che mi incagli all’anima universale.  * “In principio era il Verbo”, è detto.  Ma di chi è questo verbo? oso pensare da quando una parola – spada sguainata dalle  sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.  La terra è avvolta da fumi violacei (tutto da lontano sembra sprofondare) la terra su cui non mi alzerò più occhi forati in cui crolla chi mi ama.  Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato ma ho dimenticato la via delle stelle che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là  del tempo terreno, continuo a camminare.  * Non capisco le voci dei contemporanei a poco a poco il battito assordante  del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli ti mescolerai al fragore delle chitarre. Verrai al canto grigio delle colombe busserai alla mia porta, servile ruffiana ma non so più ciò che era né ciò che  eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.  Sono caduto nel tempo, ossificato essere in un campo straniero, arato da sconosciuti: apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio, memoria esausta di antichi lampi.  Inclinare i cieli, tenerli in mano svelare senza indugio i pilastri del mondo.  Ma come puoi annientare il grido degli inumani astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra? La musica delle sfere è invincibile, è troppo per me: non posso accontentarmi del garrire dei corvi – tra noi si frappone una verità  rabbiosa: la condurrò verso altre vie.  * No, non è per mancanza di fede che il verde vello della terra mi è caro: da tempo l’impassibile mondo  e il suo destino mi lasciano indifferente.  Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.  Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.  Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –  il plusvalore di Marx su una sdraio? Latitudini. Meridiani. Nessuno  ha udito il giuramento delle egerie: O, anima mia! O Psiche! O pulcino! Nessuno ti scalzerà dal nido.  Se solo potessimo, alla vigilia di un addio, assaporare l’aria come un sorso di vino: oltre al sonno, sapremmo serbare il discreto fascino delle mezze verità.  L'articolo “Vivo al di là del tempo”. Gloria & morte di Benedikt Livšic, poeta proviene da Pangea.
May 18, 2026 / Pangea
“Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta dei cieli stellati
In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del compasso dritta nello sterno.  Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità dei versi. Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza? In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire – insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più celebri poesie si legge: > “dal bruciante giovane Sahara > forse tra cento o duecento anni, > branchi selvaggi di lupi di sabbia > si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo, > occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene > e a quel punto noi, come beduini sui cammelli, > torneremo a credere nei fuochi celesti” Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia, all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome – monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del destino?  > E griderò: «Dove sei, donna > nata dal fuoco? > I miei occhi sono immutati, > il mio canto è immutato, > «Io resto servo della tua bellezza, > la mia forza è ancora la tua forza, > e la vera felicità, l’ultima > felicità, sei ancora: tu!» Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno più bello per credersi immortali. > “Ameremo di nuovo il fascino del lontano, > e l’orizzonte indorato della luna, > di nuovo vedremo le sacre palme > e il Ponto che strepita e spuma”  > > trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026 Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in cui  > “abitava nei muscoli un’indicibile forza, > una fiaba nella piegatura del ginocchio,  > ed era bello come una nube > il capo di Micene ricca d’oro”  > > trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026 Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita, illuminati dal fulgore del mito. Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene il miracolo dell’arte.  Miniatura Persiana Quando avrò infine concluso di giocare a nascondino con la morte tetra, il Creatore mi trasformerà in una miniatura persiana. E il cielo sarà come turchese, e un principe che appena solleva i suoi occhi a mandorla verso il volo di un’altalena di fanciulle. E uno scià col dardo insanguinato, che insegue per un sentiero incerto, su vette color del cinabro, una cerva in fuga. E tuberose mai viste, né in sogno né nella veglia, e viti già reclinate sull’erba in una dolce sera. E sul rovescio, pulito come le nuvole del Tibet, mi sarà caro portare il sigillo di un grande artista. Un vecchio profumato, mercante o cortigiano, guardandomi, mi amerà all’istante di un amore acuto e ostinato. Dei suoi giorni monotoni io sarò la stella polare; il vino, le amanti e gli amici io sostituirò a vicenda. E così avrò appagato  senza estasi e senza sofferenza  il mio antico sogno: destare ovunque l’adorazione. Lorenzo Giacinto Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore dell’articolo. L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta dei cieli stellati proviene da Pangea.
May 8, 2026 / Pangea
“La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto
L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le nostre vulnerabili preci. Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin (eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi, splendidi, rubati agli altopiani armeni.  A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua “professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un “traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia… La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti, intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia. Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav partono alla volta dell’Europa. Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič ** Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio.  L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno, trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925 Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob. È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico, instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi, assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”, parafrasando Mandel’štam.  La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria. Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio. Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare. Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse oscurare la sua fama. Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile, l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia, definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo, Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič, tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio: quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931, ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro, o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939. ** Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj, provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato, ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri, gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile. Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’ dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi nel 1929 su Sovremennye Zapiski.  > “Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso, > maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice, > dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la > nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia > generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di > Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce > ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra. > Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!” ** Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso, o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è stato lo sbarco in Normandia”.  Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti, ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto… La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti. Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente: ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È l’inizio di un’altra storia. ** La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel 1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca. Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima svolta, verso l’orizzonte. La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino. Lorenzo Giacinto L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera dell’ignoto proviene da Pangea.
April 18, 2026 / Pangea
Consteggiando il mito. Viaggio in Bessarabia, nei luoghi dell’esilio dorato di Puškin
Passeggiando per il centro di Chișinău, percorrendo la ampia Stefan cel Mare (Stefano il Grande), arteria principale della capitale moldava dedicata all’eroe e santo della Chiesa ortodossa, a un certo punto si incrocia la via Puškin. Nulla di singolare, ogni città o contrada russa o che per lungo tempo ha gravitato nell’orbita della Santa Madre – e la Moldova lo ha fatto per molto e in diverse occasioni – ha una strada, una piazza, un viale dedicati all’autore riconosciuto come il padre del russo moderno e della lingua letteraria russa. Quello fra Aleksandr Sergeevič Puškin e la piccola capitale della ex Repubblica socialista sovietica di Moldova, però, è un legame ben più profondo rispetto a quello che può emergere da una ordinaria scelta toponomastica. Per approfondirlo bisogna percorrere qualche passo fuori dal cuore pulsante di Chișinău, lasciandosi alle spalle la cattedrale e l’arco di trionfo simboli della città. Difatti, sulla vicina stradina intitolata al musicista e folclorista romeno Anton Pann, nascosto fra alberi, piccoli broli e altre casucce tutte uguali a un piano o due, troviamo un edificio bianco con le imposte brunastre cui è affissa una targa con su scritto in romeno: “Casa-muzeu A. Pușkin”. Fermiamoci sulla soglia e scopriamo cosa ci fa a Chișinău un museo dedicato all’autore dell’Evgenij Onegin, la “bibbia” della letteratura russa. È necessario tornare al 1820. Il 21 settembre di quell’anno, il ventunenne Aleksandr Puškin arrivava nella città che al tempo portava il nome russo di Kišinëv. Non si trattava di un viaggio di piacere, ma di una tappa del suo lungo esilio. Giovane funzionario del Ministero degli Esteri e autore di componimenti apprezzati da una platea sempre più eterogenea, Puškin fu esiliato dallo zar Alessandro I, nipote di Caterina la Grande, per i suoi legami con presunti cospiratori del potere e per il contenuto delle sue poesie, eccessivamente liberali agli occhi del sovrano, e, pertanto, bollate come antizariste. Spedito prima nella Nuova Russia – a Ekaterinoslav, la attuale città ucraina di Dnipro –, Puškin fu poi indirizzato ancora più a Sud, ancora più ai margini dell’Impero, nella povera Bessarabia, sulla riva sinistra del Dnestr, un’area scarsamente abitata fino agli ultimi decenni dell’Ottocento. Al tempo, la Bessarabia, col suo nome che sa di incanto e di spezie, corrispondeva alla più piccola e perifericagubernija del grande Impero russo, strappata agli ottomani al termine della guerra russo-turca del 1806-1812. Un’area, da sempre contesa e al centro di contrasti e di commistioni etniche, culturali e religiose, in cui per tutto l’Ottocento fu portata avanti la russificazione del popolo. Tenerlo lontano dalla temperie culturale e dal fermento intellettuale di Pietroburgo, dalle dame e dai gentiluomini – soprattutto dalle dame – e dai salottini della “città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre”, nelle intenzioni di Alessandro avrebbe rappresentato una punizione esemplare per l’eccentrico poeta. Il suo estro si sarebbe sfibrato fino a spezzarsi col duro confino in quelle lande abitate da chissà quale razza di bifolchi. In realtà Puškin era conosciutissimo anche lì, alle estreme periferie dell’Impero, fra quella gente assai meno incolta rispetto a quanto credeva il regnante. A Chișinău il giovane poeta fu accolto come una stella, talento più fulgido della nuova poesia russa, con fiori e omaggi, tanto dal popolo quanto dai vertici politici locali.  Nell’odierna capitale della Moldova, ad Aleksandr Puškin fu riservata l’abitazione del generale Ivan Inzov, pluridecorato comandante dell’Impero russo durante la campagna di Napoleone in Russia, nominato governatore della Bessarabia e capo del comitato per i coloni della Russia meridionale. Inzov, che alla rettitudine e durezza del generale univa una sensibilità inusuale per un militare del suo rango, instaurò subito un rapporto di fidanza col cantore russo e lo presentò all’aristocrazia locale. Seppur il primo impatto non fu esattamente esaltante – il poeta esule scrisse di Chișinău come di “città maledetta”, “città oscura”, che “la lingua non si stanca mai di insultarti” –, il periodo moldavo di Puškin fu senza dubbio formativo e distinto da notevole ispirazione poetica. L’esilio durò tre anni. Un esilio dorato, potremmo dire, grazie alla eccezionale fiducia accordatagli da Inzov. Il governatore si preoccupò di favorire al condannato l’instaurazione di rapporti sociali, gestì con indulgenza le sue passioni giovanili e concesse al poeta financo la possibilità di viaggiare per la regione. Un privilegio per un proscritto dello zar. Nella vivace e multietnica Bessarabia e fra i bucolici paesaggi della Moldova, l’originale genio creativo di Puškin maturò. A Chișinău scrisse lunghe parti de Il prigioniero del Caucaso e de La fontana di Bachčisaraj, dopo una visita alla città della Crimea. Ispirato all’esilio in Bessarabia nacque poi il poema Gli zingari:  > “Gli zingari in chiassosa folla > Vagano per la Bessarabia, > Oggi sul fiume > Nelle lacere tende pernottano. > Come la libertà è giocondo il loro giaciglio > E pacifico sonno sotto il cielo”. Negli anni di esilio, Aleksandr Puškin mise le basi anche della sua opera più celebre, l’Evgenij Onegin, “immortale ed inarrivabile poema” secondo Dostoevskij, capolavoro in versi della letteratura russa di ogni tempo, “nel quale è incarnata la vera vita russa, con una tale forza creativa e con una tale perfezione, quale non era mai esistita prima di Puškin”. Quella che alle nostre latitudini chiameremmo, meno propriamente, la casa del confino di Puškin è stata cancellata dai conflitti, dalle devastazioni e dagli stravolgimenti geopolitici che hanno segnato Chișinău e l’inquieta Europa dell’Est nel corso del Novecento, ma la dimora del soggiorno dell’illustre ospite è stata riallestita, fedele ai gusti e ai costumi dell’epoca, nel terreno su cui doveva sorgere duecento e passa anni orsono. La Casa-museo, ufficialmente aperta nel 1948 e inserita nella lista dei monumenti nazionali della Moldova,conserva materiali originali dalla fine del Diciottesimo secolo alla prima metà del Diciannovesimo. Le sale rimandano alla cultura rurale bessarabica e all’ambiente letterario e sociale del tempo con una collezione di cimeli d’epoca e vedute, e poi mezzibusti, lettere, schizzi, stralci di manoscritti originali, lettere e ritratti, non soltanto di Puškin, ma pure di amici, artisti contemporanei e maestri del poeta. Fra questi Lord Byron, affascinante e ribelle poeta romantico, nume tutelare del giovane Puškin che lo ricordava come il “maestro dei miei pensieri”. Nel parchetto attorno alla dimora, inoltre, si incontra un busto dell’aedo russo realizzato dallo scultore Mikhail Anikushin, già autore del monumento di Puškin collocato nella stazione Puškinskaja della metropolitana di San Pietroburgo. Un’altra statua raffigurante il genio dell’Onegin si trova nel parco Stefan cel Mare, lungo l’omonimo viale della capitale moldava. Il monumento fu innalzato grazie al contributo degli abitanti di Chișinău, che raccolsero del denaro per ricordare il passaggio di Puškin in città una volta concluso il suo confino. L’esilio nelle regioni di frontiera dell’Impero russo terminò alla fine del 1825. Trasferito negli ultimi anni di pena a Odessa e poi nell’oblast’ di Pskov – nei pressi di Michailovskoe, la città oggi intitolata al poeta col nome di Puškinskie Gory –, Puškin rientrò a Pietroburgo grazie alla decisione di Nicola I, succeduto al fratello Alessandro alla morte di questi, di cancellare il provvedimento del precedente imperatore. Seguì il matrimonio con la bella e raffinata Natal’ja Gončarova, sposata nel 1831, e la prematura morte a duello, nel febbraio 1837 a soli trentasette anni, per mano del barone Georges d’Anthès, perdigiorno dal sangue blu e banale amatore impenitente, di cui aveva il forte sospetto, fomentatogli nell’animo da alcune lettere anonime, fosse l’amante della moglie. Un autentico finale alla russa, uno sgambetto del fato. Antonio Pagliuso  *In copertina: Orest Kipenskij, “Ritratto di Puškin”, 1827; le fotografie dalla Casa-museo di Puškin a Chișinău sono di Antonio Pagliuso L'articolo Consteggiando il mito. Viaggio in Bessarabia, nei luoghi dell’esilio dorato di Puškin proviene da Pangea.
April 8, 2026 / Pangea
“Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov
Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire, nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.  Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese – con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come traccianti nel cielo scuro. Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo, colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli uomini, in quello animale vegetale e minerale.  * Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908 Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano. Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare, almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo: un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo si scioglie, il fiume trova la sua via… > “Scorderò anno, giorno, data. Solo > staro rinchiuso con un foglio di carta. > Produciti, magia per nulla umana > dei vocaboli che il dolore rischiara!” * Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino” l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità, illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta: impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.  Boris Pasternak (1890-1960) Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo sferragliare di un treno.  > “E la notte vince, i pezzi si scansano, > io riconosco la bianca mattina del volto” * Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge, imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano, serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi indovini col dito i contorni di una città fantastica.  Velimir Chlebnikov (1885-1922) Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un cavallo bianco. “A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”. * Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel cielo nero. Lorenzo Giacinto *In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923 L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
March 20, 2026 / Pangea
La lotta perenne del poeta di genio contro il regime
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca: pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima, Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di nulla.  Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij, il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del 1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987), pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che  > “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una > genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che > semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito > e una loro sensibilità unica”.  Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel 1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.  Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una “Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono “modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa – e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista, Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.  Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:  > “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun > tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni, > ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande > purezza, abnegazione e responsabilità”.  La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero finita in un vicolo cieco”.  Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere “l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:  “Oh, non educatelo Alla stanzialità e alla sorte! Nella poltiglia stagna dei sentimenti … Oh, non trattenetelo! Nel domestico sottovaso Dio – come la begonia di casa Alla finestra – non fiorisce! … Perché egli corre – è movimento”.  Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova, “Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj & Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi, è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di Marina.  A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.  > “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una > collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò > sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete > una donna comunissima’”.  > > (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller, > 1993) L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”, per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri, scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina, ‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022 come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e Marina, supreme latitanti al proprio tempo.  Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):  > “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del > poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere > russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la > gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate > nella tundra”.  I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma. *In copertina: Anna Achmatova (1889-1966) L'articolo La lotta perenne del poeta di genio contro il regime proviene da Pangea.
March 5, 2026 / Pangea
“I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog, 2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo, in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a condurre la danza della sua penna furiosa.  Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni. Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro Regno?  Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione, l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto. Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse, anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete, incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.  A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria Palomba) ** Io, la pagina per la tua penna Io, la pagina per la tua penna. Riceverò tutto. Io, una pagina bianca. Io, la custode del tuo bene: lo coltiverò e farò rendere il centuplo. Io, la campagna, la terra nera. Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia. Tu, il Signore e il Padrone, e io, l’hummus nero e la pagina bianca. 18 luglio 1918 Marina Cvetaeva Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.  In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte L'articolo “I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
February 19, 2026 / Pangea