Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore
di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi
dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo
il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta
forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire,
nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia
è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.
Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo
infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del
cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello
guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia
provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno
dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare
la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese –
con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che
ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come
traccianti nel cielo scuro.
Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra
entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra
l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il
futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo,
colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei
legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della
sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai
versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che
passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna
di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del
reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita
senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli
uomini, in quello animale vegetale e minerale.
*
Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908
Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul
castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano.
Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del
mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e
nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate
al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una
questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare,
almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno
sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato
poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il
verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti
permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo:
un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di
amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze
dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa
sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio
l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo
si scioglie, il fiume trova la sua via…
> “Scorderò anno, giorno, data. Solo
> staro rinchiuso con un foglio di carta.
> Produciti, magia per nulla umana
> dei vocaboli che il dolore rischiara!”
*
Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente
del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente
spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per
questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino”
l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle
cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di
Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità,
illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel
flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per
prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in
premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale
è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta:
impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e
dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.
Boris Pasternak (1890-1960)
Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla
fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe
interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è
illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di
acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo
sferragliare di un treno.
> “E la notte vince, i pezzi si scansano,
> io riconosco la bianca mattina del volto”
*
Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo
ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto
e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda
cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere
azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati
del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non
so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo
segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle
parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge,
imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette
dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra
l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può
avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una
bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi
indovini col dito i contorni di una città fantastica.
Velimir Chlebnikov (1885-1922)
Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi
versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un
cavallo bianco.
“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.
*
Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel
cielo nero.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923
L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a
Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
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Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca:
pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima,
Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso
rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei
pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia
pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da
Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il
cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di
nulla.
Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e
intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e
ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij,
il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra
gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era
reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna
Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del
1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987),
pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che
> “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una
> genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che
> semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito
> e una loro sensibilità unica”.
Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel
1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj
Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà
fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività
controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir
Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.
Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una
“Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark
Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono
“modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente
anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in
ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che
esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa –
e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris
Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie
alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista,
Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro
che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti
embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.
Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto
ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej
Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché
abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto
per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata
lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico
pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:
> “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun
> tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni,
> ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande
> purezza, abnegazione e responsabilità”.
La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella
stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un
biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li
vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero
finita in un vicolo cieco”.
Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una
selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina
Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una
vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la
interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte
delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia
di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in
una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere
“l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In
una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:
“Oh, non educatelo
Alla stanzialità e alla sorte!
Nella poltiglia stagna dei sentimenti
… Oh, non trattenetelo!
Nel domestico sottovaso
Dio – come la begonia di casa
Alla finestra – non fiorisce!
… Perché egli corre – è movimento”.
Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova,
“Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e
da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione
così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj
& Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per
l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la
seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi,
è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di
Marina.
A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi
adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.
> “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una
> collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò
> sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete
> una donna comunissima’”.
>
> (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller,
> 1993)
L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”,
per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri,
scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia
segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti
conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche
più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina,
‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022
come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e
Marina, supreme latitanti al proprio tempo.
Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo
Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in
questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):
> “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del
> poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere
> russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la
> gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate
> nella tundra”.
I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il
poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma.
*In copertina: Anna Achmatova (1889-1966)
L'articolo La lotta perenne del poeta di genio contro il regime proviene da
Pangea.
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog,
2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un
invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo,
in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del
cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i
boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a
condurre la danza della sua penna furiosa.
Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni.
Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro
Regno?
Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate,
non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della
crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena
coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene
rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il
dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione,
l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto.
Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse,
anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il
poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La
fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un
gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete,
incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.
A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria
Palomba)
**
Io, la pagina per la tua penna
Io, la pagina per la tua penna.
Riceverò tutto. Io, una pagina bianca.
Io, la custode del tuo bene:
lo coltiverò e farò rendere il centuplo.
Io, la campagna, la terra nera.
Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia.
Tu, il Signore e il Padrone, e io,
l’hummus nero e la pagina bianca.
18 luglio 1918
Marina Cvetaeva
Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.
In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte
L'articolo “I poeti hanno le stigmate, non sanno fingere agio negli inferi
mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
> “…Non sta alla tua ragione
> giudicare il sangue in fiamme”.
>
> 28 febbraio 1923
Convinta della verità di queste parole scrivo qualche pensiero sulla Cvetaeva,
pochi barlumi delle innumerevoli luci che le sue parole accendono.
Non la amo interamente, il mio istinto di sopravvivenza combatte, è molto forte.
La leggo come una donna legge le parole di un’altra donna, per quanto poeta.
Interamente, dunque, la comprendo e mi difendo dall’entrare così a fondo nelle
sue parole. Penetro ogni sfumatura, ogni dettaglio da cui genera quella specie
di furia espressiva, smisurata e rigorosa, il mio sguardo non fatica ad aderire
al suo. Perché so fino a che punto si vedono chiare le cose con quel taglio, con
quell’occhio!
Marina è terribilmente attraente e con altrettanta intensità respinge. E turba,
non si può starle lontano e nemmeno vicino. Da parecchi mesi prendo e lascio i
suoi libri, mi manca e mi allontana e poi la cerco ancora. Tutto ciò che nella
vita ci insegnano a osteggiare, a tenere al guinzaglio, lei lo libera. Sfrenata,
non conosce rallentamenti ma solo sterzate a tutta velocità e di segno opposto,
guidata da una lucidità così cristallina da diventare millimetrica, ossessiva e
disturbante, spaventa il mondo che deve prenderne le distanze o fuggire.
*
“La tua estate di parole” dice Rilke e la ama. Certo Marina ha amato –
poeticamente – dei giganti, ma gli altri… questa facilità di infatuazione è
decisamente invidiabile seppur distruttiva. Marina, butta a mare gli idoli! non
crearteli, prendili a sassate, non dopo, subito! – si vorrebbe gridarle con
amore materno. Invece ha ragione Nadežda Mandel’štam quando generosamente
riconosce che “donne così sono un prodigio”, donne che sanno “trarre dall’amore
il massimo di gioia e sofferenza”.
Io istintivamente arretro… di fronte a questo soffermarsi sul tema amoroso,
quasi fosse un marchio dell’essere femminile, della poesia dei poeti donna o
delle “poetesse” diciamo… (mi fulminerebbe lo so). Ma la Cvetaeva sa sciogliere
molti nodi, perché in lei femminile e maschile si coniugano per istinto e per
scelta, la potenza di eros travalica le identità sessuali, è persona non
riducibile a queste categorie. I suoi singhiozzi non si compiacciono, sono
furenti, sono vulcanici, di lacrimucce non sa che farsene perché “con sangue
bollente si paga, non con le lacrime”. Le sue lacrime non annebbiano lo sguardo,
lo ripuliscono, consentono di vedere ogni lato dell’oggetto, uno sguardo
simultaneo su tutti i volti e i nomi dell’altro, amico, amante, figlio,
situazione, accaduto: ci gira intorno e lo penetra, lo scruta e lo fende,
affonda le mani in ogni piega. E poi lo pronuncia decisa sul foglio avendo visto
tutto, avendo com-preso tutto, “abbracciato e capito” con impeto violento ma
inerme perché “in tutto io sto stretta”.
Esemplare il massacro dei critici letterari. Come non essere soli, isolati?
Esiste un mondo che accetti questo?
*
> “Ah, non credete mai alla morte delle passioni…”
Allora lei trova una strada: esistere nell’assenza, diventare creatura di
passioni nella distanza: da una debolezza Marina crea una forza. Non è volontà
di sublimare le proprie pulsioni, ma poetica esplosione dell’identità del suo
essere. Perché lei sa bene che siamo corpo e che la passione è sangue e che
l’anima arriva fino alla pelle – “come se insieme alla pelle mi avessero
strappato l’anima” – deborda da occhi, respiri, gesti. E la sua corporeità si fa
così appassionata che trabocca dalle parole, ed esse diventano carne, sono
corpo, sono sublimi indizi terrestri, e se la donna spesso non ha potuto o
voluto unirsi all’amato, la parola-corpo non rinuncia, non fallisce, prende a
calci gli ostacoli o li oltrepassa in un balzo.
Le sue sono parole di candore e di innocenza, di eterna giovinezza: la passione,
qualunque sia l’oggetto che investe, “non è inganno, non mente”, non è
costruzione ma irruzione, aborre tattiche e strategie.“Ciò che per voi è
‘gioco’, per noi è l’unica cosa che facciamo sul serio”. Marina non è una
giocatrice e per questo l’abbraccio forte.
*
> “L’anima (…) per l’uomo spirituale è quasi carne”.
Anima… quante volte ripete questa parola, ci insegna a pronunciarla di nuovo, ma
bisogna intenderla. L’anima che la sua parola ci dona è densa, palpabile e
potente, è fiammeggiante, nulla di più lontano da una spiritualità rarefatta
(scriveva Hofmannsthal: “in Maria l’anima è come un velo che copra il
corpo”). Al contrario in Marina che “di tutta me, neanche una spanna di
superficie terrestre”, l’anima è il tripudio del corpo, “urlo – dal ventre”. La
corrispondenza cercata tra senso e suono: l’anima bisogna sentirla coi sensi.
È per questo che la amo profondamente e non mi contraddico, perché in lei si
realizza il sogno di onnipotenza di ogni donna, quello di essere tutto, terra e
stellato insieme, “aurora e minerale, sospiro e pane”. La sua poesia sana ogni
separazione e crea un incontro nuziale, fa della parola poetica il luogo
miracoloso e risanatore dove terra e cielo si fondono, e noi possiamo dire con
lei: “… Insieme eravamo più interi. Veri.”, parole rare da sussurrare alla
persona amata e alla poesia.
*
> “Allora, anima, comanda
> i mondi su cui vuoi regnare (….)
> cresci: crea”.
Marina è poeta, lo è davvero, è un’anima creatrice. Che la vita miserabile non
ha offuscato. Questo è uno di quei fatti sorprendenti che talvolta accadono, è
un segno assoluto di speranza, una traccia luminosa. So che è possibile, so che
esiste, scie di luce, creature come fiori, vita che esplode nelle situazioni più
oppresse e letteralmente invivibili, l’ho visto coi miei occhi, l’ho sentito con
l’anima, ho avuto il privilegio di questi incontri in carne ed ossa in luoghi
derelitti. Marina è così, in solitudine, in miseria, in esilio crea.
Marina è poeta: ebreo errante, paria, creatura in esilio, “emigrante
dall’Eternità nel tempo”. Ed è proprio questa condizione che la rende
contemporanea, la fa appartenere al suo tempo. È il suo essere fuori posto,
fuori luogo, fuori tempo, è il suo essere inattuale che le dona la distanza o
l’anacronismo necessari per comprendere pienamente il tempo in cui vive e
inchiodarlo. Lì l’atto poetico può sbocciare.
Poeticamente crea respirando con la poesia, carnalmente crea le creature che
ama, le investe con tutta sé stessa e le genera: possono anche essere
insignificanti perché sarà lei a riempirne i vuoti, a crearle con la forza
generatrice della sua anima. In questo modo colma il vuoto o la tragedia di ogni
separazione, così combatte la morte che ogni separazione porta con sé (dal
proprio paese, da un luogo, dal figlio, dall’amato). In questo modo Marina non
solo ci dice che ogni donna o meglio, che ognuno è madre della persona amata, ma
che ogni poeta genera ciò che ama nominandolo. Tutto ciò che Marina ama si
fa parola, diventa “il cielo più basso – più vicino – della terra”.
L’amore in cui Marina vive è questo, e non c’è contraddizione con la coscienza
che “non sfiorando le labbra, non è dato saziare l’anima” perché la sua anima
corre instancabilmente verso un’acme, una vetta, una cima protesa verso quel
cielo terrestre che è per lei la parola: “la vita comincia a significare solo
trasfigurata, cioè nell’arte” e la trasfigurazione deve avvenire sul monte, lì
si può splendere.
La sua morte: “Pendio dell’argine!/ Tutte le cose strappate dagli incastri”.
> “Se esiste l’Ultimo Giudizio della parola – davanti ad esso sono pura”.
Cinzia Thomareizis
*In copertina: Marina Cvetaeva nel 1917
L'articolo “Allora, anima, comanda i mondi”. Tentativi di ingresso nell’opera di
Marina Cvetaeva proviene da Pangea.
Cinquant’anni fa, per Einaudi, usciva un libro straordinario.
Titolo a caratteri cubitali, numero 70 della collana “Nuovo Politecnico”: era
l’8 febbraio del 1975 – la copertina ricordava Malevič (piccolo quadrato rosso
su fondo bianco), l’autore, Roman Jakobson, era noto per essere – così la
bertuccia Treccani – l’“iniziatore del metodo formalista” e “fra i fondatori…
dello strutturalismo in linguistica”; un tempo i suoi Saggi di linguistica
generale erano dati per naturale bagaglio nella ‘formazione’ di uno studente. Il
pamphlet – Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, trenta pagine uscite
in origine nel 1931 – tentava di analizzare “Il problema Majakovskij”: in
realtà, era il più sottile atto d’accusa mai scritto contro il dominio
sovietico. Più in generale, era il più potente atto d’accusa mai scritto contro
ogni potere che per giustificare e assolvere se stesso ha bisogno,
sistematicamente, di eliminare i suoi poeti. Per sussistere, un potere –
tirannico o ‘democratico’ che sia – ha bisogno di cantori; ha bisogno di
assassinare i poeti.
> “Noi viviamo nel cosiddetto periodo ricostruttivo e, probabilmente, produrremo
> ancora non poche locomotive d’ogni sorta e non poche ipotesi scientifiche. Ma
> alla nostra generazione è già predestinata la penosa impresa di una
> costruzione priva di canti”.
Che pena l’epoca – che è poi questa, la nostra – che si svolge “priva di canti”,
priva di incanto.
Nell’introduzione a quel libello che fu incendio, Vittorio Strada scriveva che
“La leggenda di Majakovskij non ha pari nella poesia del secolo”: oggi, della
“leggenda” resta l’infiorescenza bibliografica – Majakovskij si legge senza
scosse, si traduce al merletto, in lode della botticelliana madama Filologia,
non fa più legge, non ‘penetra’ più nelle nostre rivoluzioni domestiche. Roman
Jakobson aveva temprato le proprie scoperte studiando gli sconcertanti poemi di
Velimir Chlebnikov, il suo amico più caro, il più folle.
Poi verranno i Gulag, la “guerra patriottica”, la Guerra Fredda. Verranno
Solženicyn e Šalamov, Brodskij e Limonov. Verranno i reclusi, le accuse, gli
esodi e gli esordi. Roman Jakobson capì per primo l’origine indicibile del
problema: un’epoca “priva di canti” sfocia, con cruenta naturalezza, nella
società del controllo, nella società cannibale – questa. La lista dei
massacrati, degli annientati – che culmina con il proiettile che perfora il
cuore di Majakovskij, un proiettile che potremmo chiamare Zeus – è micidiale:
> “La fucilazione di Gumilëv (1886-1921), la lunga agonia spirituale, gli
> insopportabili tormenti fisici e la fine di Blok (1880-1921), le crudeli
> privazioni e la morte tra sofferenze inumane di Chlebnikov (1885-1922), i
> meditati suicidi di Esenin (1895-1925) e di Majakovskij (1894-1930). Così nel
> corso degli anni venti periscono in età dai trenta ai quarant’anni gli
> ispiratori di una generazione, e in ognuno di essi v’è la coscienza
> dell’ineluttabile condanna, intollerabile nella sua lentezza e precisione”.
Jakobson insegnava a Praga e a Brno; nel 1939, per scampare ai tedeschi, si era
rifugiato a Oslo, per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Nel 1962 sarà candidato
al Nobel per la letteratura. Riteneva che i pur “splendidi libri” di Pasternak e
di Mandel’štam fossero “poesia da camera, che non accenderà una creazione
nuova”. Sbagliava. Mentre in Italia usciva – tardivamente – Una generazione che
dissipato i suoi poeti – in una collana che contava, a quei tempi, opere di
Roland Barthes e di Kate Millet, di Enrico Berlinguer e di Franco Basaglia –
Roman Jakobson incontrava, a Stoccolma, Bengt Jangfeldt, all’epoca trentenne,
che sarebbe diventato, come dicono le quarte, “uno dei massimi conoscitori al
mondo dell’opera di Majakovskij” (dida, alle mie orecchie, che sa di dedizione
borgesiana). Jangfeldt – i suoi libri majakovskijani sono editi in Italia da
Neri Pozza – tenne con sé le registrazioni di quegli incontri per un po’; nel
1992 le riunì in un libro, che esce oggi come Io, futurista per Feltrinelli
(nella traduzione di Serena Prina, la grande interprete di Dostoevskij,
Bulgakov, Pasternak).
I russi hanno il genio per l’autobiografia. Tutto ciò che vivono – per una
qualche complicità con l’apocalittica –, anche il più minuto fatto, splende con
la potenza di un’icona, di un annuncio. Scrittori e poeti altrimenti
incomparabili – chessò: Anna Achmatova e Vladislav Chodasevič, Vladimir Nabokov
e Iosif Brodskij – sono uniti dal genio della memoria, dal talento
autobiografico. Nella sua autobiografia più lucida, Uomini e posizioni– ma la
prima, Il salvacondotto, è ben più bella, per folleggiare del linguaggio – Boris
Pasternak scrive che degli anni che precedono e seguono la Rivoluzione, di quel
“mondo di fini e di aspirazioni, di problemi e di imprese prima sconosciuti”, di
quel “mondo unico e senza pari”, “bisogna scriverne in modo tale che il cuore si
stringa e i capelli si rizzino in testa”. Entrambe le sue autobiografie
terminano con il suicidio di Majakovskij – la seconda, l’ultima, accenna
all’altro, il più assurdo e dolente, quello di Marina Cvetaeva. Le memorie di
Jakobson parlano di quel mondo “senza pari” con il cuore spezzato.
Il tema fondamentale è ribadito con costanza senza ostacoli: la Rivoluzione
russa è stata, prima di tutto, una rivoluzione del linguaggio, è stata
una poetica. Come dar torto a Jakobson? Le radici di una nazione – di una
conversione – sono sempre, misteriosamente, liriche. Ogni sconvolgimento storico
ha alla sua base, misteriosamente, un poeta. Walt Whitman e Robert Frost hanno
fondato i momenti miliari della storia degli Stati Uniti d’America; Hugo,
Baudelaire, Valéry e René Char sono le fonti della storia moderna francese come
Wordsworth, Tennyson, Auden e Ted Hughes lo sono stati della storia moderna
inglese. William Butler Yeats ha ‘creato’ l’odierna Repubblica d’Irlanda come
Hugh MacDiarmid è all’origine delle rivendicazioni nazionaliste scozzesi; in
Italia abbiamo avuto, nelle ultime diverse fasi, Manzoni, D’Annunzio, Ungaretti
e Pasolini. Naturalmente, in questa considerazione non conta il ‘gusto’ o la
singola potenza lirica (potrei preferire Leopardi, Pascoli, Campana, Zanzotto),
ma la singolare possanza storica di un poeta. Quando un Paese ignora o tenta
sistematicamente di marginalizzare il poeta, di industriarlo all’indifferenza,
accade un sovvertimento radicale dei valori ‘politici’ – sorge una generazione
senza identità, serva, servile, benché cieca in ferocia.
Di Majakovskij – il protagonista, in fondo, di Io, futurista – si dice che “non
fu mai felice”, che “non amava i bambini” perché era un bambino all’eccesso, che
“amava molto i cani”. Majakovskij era “l’uomo del futuro”, il poeta-Adamo che
seminava versi per la nascita di un nuovo mondo. Quel mondo, se mai nacque,
nacque storpio, malvagio – l’albero della conoscenza svoltò in gogna e
ghigliottina. “Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro
perché ci potesse restare un passato”, scrive Jakobson, con sobria veggenza,
in Una generazione che ha dissipato i suoi poeti – di cui Io, futurista è, di
fatto, l’appendice. Nella straziante poesia “in morte di Vladimir Majakovskij”,
Pasternak scrive dell’eterno ragazzo che si getta “ancora una volta di colpo/
nella schiera delle leggende giovani”. Le poesie “in morte di Majakovskij”
diventarono una moda, un modo per costruire il futuro incenerendolo; Marina
Cvetaeva aveva riconosciuto in lui i caratteri dell’“arcangelo carrettiere”.
In Io, futurista il Futurismo c’entra poco. Jakobson ricorda la gita di
Marinetti a Mosca nel gennaio del 1914. Fu un incontro sballato, tra estranei.
> “Marinetti era un grande diplomatico e sapeva fare buona impressione su certi
> settori del pubblico. Parlava francese con un forte accento italiano, ma molto
> bene. Ebbi modo di ascoltare Marinetti due o tre volte. Era un uomo nel
> complesso limitato, con un grande temperamento, che sapeva leggere con grande
> effetto anche se in modo superficiale. Ma tutto questo non ci irretiva. Non
> capiva affatto i futuristi russi. Chlebnikov gli era profondamente avverso”.
Quando il futurismo russo decise di ergersi a soggetto politico chiamandosi
“Kom-Fut”(comunisti-futuristi), per iniziativa di Majakovskij, nel 1919, fu
presto sciolto – e cominciarono i guai. Per le sorti della Rivoluzione, i poeti,
che ne erano stati il propellente primo, diventarono un problema. Nel maggio del
1921, sul margine del poema 150.000.000, che gli era stato donato da
Majakovskij, Lenin scrive, “Una sciocchezza… una stupidità matricolata e
pretenziosa. Secondo me solo una su dieci di queste cose dovrebbe essere
pubblicata e in non più di 1500 esemplari per le biblioteche e per gli
eccentrici”. La politica comincia, clinicamente, cinicamente, a impedire l’opera
dei poeti – a limitare le pubblicazione, a censire censure.
In calce al libro, le lettere di Jakobson a Elsa Triolet. Nata Ella Kagan, donna
di inflessibile bellezza, fu l’imperterrita amata di Jakobson, monito della
perduta gioventù. Le lettere sono belle, svenevoli a tratti – “E adesso, mentre
ti scrivo, di nuovo non è questione di domande o di racconti, ma solo di labbra
che si contraggono e di un pensiero caparbio, caparbio: voglio Elsa. Adesso non
c’è altro pensiero” –; insegnano l’ovvio: dietro ogni grande rivoluzione –
poetica, scientifica, politica – c’è un grande amore. Elsa preferì, con
meteorologica precisione, sempre altri a Jakobson: l’ufficiale francese André
Triolet la portò a Tahiti e a Parigi, infine, dove conobbe tanti altri e, nel
’28, Louis Aragon, l’uomo della vita.
La sorella maggiore di Elsa, Lilja, fu la leggendaria amante di Majakovskij. A
tal proposito, la scena più bella di Io, futurista, a pagina 81, racconta di
quando Majakovskij, affittuario di “un borghese di medio livello”, tale Bal’šin,
sradicò il telefono di casa, inchiodato al muro, per portarselo in camera, “con
un pezzetto di parete”, e discutere, in intimità, “con la sua Lilicka”. Come
scriveva Pasternak, “Quando un poeta ama,/ è un dio smanioso che si innamora/ e
il caos di nuovo sbuca alla luce/ come ai tempi dei fossili”. Il poeta che
sradica con foia il telefono dalla parete per parlare con la donna che ama – per
urlare parole d’amore. Eccolo, l’emblema di un’epoca irripetibile – l’epoca
delle passioni forti.
L'articolo Per urlare ancora parole d’amore. Lamento su un’epoca che ha ucciso i
suoi poeti. (Ovvero: intorno a Majakovskij) proviene da Pangea.
Vasilij Kamenskij, poeta futurista, “esuberante pioniere del volo”, ossessionato
dalla velocità, scrive che “Majakovskij desiderava recitare i suoi versi in
groppa a un elefante”. Immagine perfetta per indicare l’indole di ‘Vlad’:
domatore di belve, istrione, allo stesso tempo Mangiafuoco e Minotauro. Le
memorie di Kamenskij, reduce di un’epoca inimmaginabile, uscirono nel 1940: il
poeta, sfiancato da un incidente, “afferma con ottimismo straziante di avere
ancora vent’anni” (Angelo Maria Ripellino); Majakovskij, il genio per sempre
giovane, era morto dieci anni prima.
Poeta-agitatore, poeta-poligrafo, poeta-titano, Majakovskij va avvicinato, per
piglio politico ed estro erotico, a Gabriele d’Annunzio più che a Filippo
Tommaso Marinetti. Il Futurismo di Majakovskij – epico e ‘panico’ nella sua
matrice intima – ha a che fare con La pioggia nel pineto più che con Zang Tumb
Tumb; la sua Fiume fu la Rivoluzione russa; la delusione per gli esiti,
esiziali, fu roboante: nel 1919 i Soviet impedirono al Kom-Fut (il “Collettivo
comunista-futurista”) di consolidarsi in partito; due anni dopo, Lenin in
persona intimò alla casa editrice di stato (l’unica ammessa, la Gosizdat) di
limitare le pubblicazioni di Majakovskij “non più di due volte l’anno e in non
più di 1500 copie”. È vero: Majakovskij fa paura, rivolta il peana di partito in
ruggito; Majakovskij va urlato, va suonato, va cantato – lo ha fatto, ad
esempio, il Teatro degli Orrori di Pierpaolo Capovilla, nell’album A sangue
freddo, era il 2009 –; Majakovskij inaugura rivolte, anche i suoi slogan – a
proposito di D’Annunzio… – preludono all’urlo, sovvertono i luoghi verbali
comuni.
Un tempo, mistificandolo, lo si riteneva “un poeta… al megafono” (copy Eugenio
Montale), non proprio un complimento: Editori Riuniti stampava le sue Opere in
otto volumi. Da tempo, grazie al lavoro di Paola Ferretti, sappiamo che “Il
furore del Majakovskij poeta d’amore non è scorporabile da quello del
Majakovskij poeta della rivoluzione” (in: V. Majakovskij, Poesie d’amore
1913-1930, Einaudi, 2023). In particolare, Di questo (Einaudi, 2025) è l’Everest
della poesia ‘amorosa’ di Majakovskij. Il poema fu scritto a partire del
dicembre del 1922: la mitologica amante, Lili Brik, aveva imposto al poeta un
diktat: non si sarebbero visti per un paio di mesi. Majakovskij riscattò il
delirio d’amore in versi di esuberante potenza: lui, il leone dei poeti russi,
si dice “scoiattolo poetico”; il tema d’amore, che “tutti gli altri eclissa”,
che “intenebra il giorno”, lo assale, lo azzanna, “mi accoltella alla gola”.
Quando Lili decise di rompere il veto, invitò Majakovskij ad accompagnarla a
Pietroburgo. È il 28 febbraio del 1923. Majakovskij recitò a Lili il suo poema,
in treno: lei lo sigillò con il pianto, apollineo. La sera ululava, fuori dai
finestrini – i due, di nuovo uniti, ulularono.
Si erano conosciuti sette anni prima, nel 1915, amandosi tra foia e fobia. Lili,
“la musa dell’avanguardia russa” (copy Pablo Neruda), più audace che bella,
cresciuta nei ranghi di una ricca famiglia ebraica, suonava il pianoforte,
parlava con destrezza francese e tedesco, faceva l’attrice, fece perdere la
testa a molti. Aveva sposato Osip Brik nel 1912: il marito accettava di buon
grado i suoi tradimenti. La sorella, Elsa – sposatasi incidentalmente con un
ufficiale francese, André Triolet – farà coppia fissa con Louis Aragon,
dominando, di fatto, per un trentennio, la cultura francese (fu la prima donna a
vincere un Goncourt).
Di questo piacque, tra gli altri, a Carmelo Bene: ne lesse alcuni brani nel
mirabile Spettacolo-concerto Majakovskij ideato nel 1960; ampliato nei testi e
negli autori, andò in onda su Rai 2 e Rai 3 nel 1977 come Bene! Quattro diversi
modi di morire in versi. L’“ufficio stampa della Rai” pubblicò per l’occasione
un “libretto” introdotto da Angelo Maria Ripellino: la poesia di Majakovskij, a
suo dire, “è tutta un groppo di nervi, si aggrinza per smorfie di raccapriccio”,
alternando “scoppi di roso… a singhiozzi e fiotti di lacrime”.
Intorno ai versi 690-700 del poemetto (p.45 dell’edizione italiana) c’è un
ragazzo che si uccide per amore. “Fino a che punto/ mi somiglia!”, sussulta il
poeta. Il biglietto d’addio improvvisato dal tizio (“Io muoio…/ Addio…/ Non
incolpate nessuno”) ricorda terribilmente quello scritto, sette anni dopo, da
Majakovskij: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente
pettegolezzi”.
Nel suo studio su Majakovskij (un tempo edito da il Saggiatore), Viktor
Šklovskij scrisse che il poeta “era un uomo fortissimo”, scrisse che agli occhi
di tutti era “l’eterno vincitore”. Eppure, si rivelò il poeta più fragile, di
vitrea onnipotenza. “Nel caricatore c’era una sola pallottola. Non ci fu un
amico abbastanza premuroso da togliere quella pallottola, da andare a trovare il
poeta, da telefonargli”, scrisse Šklovskij, incolpando se stesso, incolpando
un’intera generazione. Alcuni dissero che Majakovskij si era ucciso per colpa di
Lili. “Lili, amami”, scrive Vladimir nel biglietto definitivo. Lili era a
Berlino; da tempo il poeta frequentava la giovanissima – e gelosissima –
Veronika. Boris Pasternak, anni dopo, disse che “Majakovskij si è sparato per
orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé o attorno a sé”; all’impronta, in
quell’aprile mai così grigio del 1930, abbozzò una poesia, Morte d’un poeta,
dalla chiusa leggendaria: “Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di
vigliacchi”. Con la morte di Majakovskij muore l’epica della Rivoluzione russa.
Majakovskij era ossessionato dall’immortalità. Verso il finale di Di questo – un
poema che è, in fondo, un esorcismo: imita Oscar Wilde e tende a Puškin per
volgersi agli sciamani siberiani – il poeta implora, per tre volte,
“Risuscitami”, “Risuscitami” perché “la voglio vivere tutta, la mia quota!”;
parlava a viso aperto al XXX secolo. Roman Jakobson ricorda che Majakovskij era
affascinato dalle teorie di Einstein e dalle nuove, spaventose, scoperte della
scienza:
> “allora con un’ostinatezza ipnotizzante, che certamente è nota a tutti quelli
> che hanno conosciuto più da vicino Majakovskij, il poeta disse, serrando le
> mascelle, ‘Io sono assolutamente convinto che la morte non ci sarà. I morti
> saranno risuscitati’”.
Le fotografie del suo cadavere, di cinematografica bellezza – viso in sempiterno
splendore, una floreale macchia rossa, non troppo vasta, sul petto –, finirono
per diventare un simbolo. Fu sepolto a Mosca, il poeta; i funerali finirono per
essere un evento, l’ennesima messa in scena: vi parteciparono quasi duecentomila
persone. Più che alle folle, tuttavia, Majakovskij parlava alle stelle – anche
questo ricordano i suoi amici. Per questo continuiamo a leggere i suoi versi,
ribelli all’era delle passioni tenui, delle passioni tristi: per addestrare un
cuore-toro, un cuore mohicano.
*
Da Di questo
L’ultima morte
Con piú scrosci
di un rovescio, piú vigore
di un tuono, ciglio
a ciglio, all’unisono,
da tutti i fucili,
da tutte le batterie,
da ogni Mauser e da ogni Browning,
da cento passi,
da dieci,
da due,
a bruciapelo,
una scarica via l’altra.
Tirano fiato un momento
e ancora spargono piombo.
Per lui è la fine!
Il piombo è in cuore!
Che non ci sia neppure un brivido!
Alla fin fine
– tutto ha fine.
Perfino i brividi.
Ciò che è rimasto
Compiuto è il massacro.
Gorgoglia gaiezza.
Gustando i dettagli, si sperdono lenti.
Solo, sul Cremlino,
brindelli di poeta
scintillano al vento – rosso vessillo.
Il cielo,
come un tempo,
è trapunto di lirica.
Riguarda
stupito l’ammasso di stelle –
l’Orsa Maggiore trovatoreggia. Perché?
Tra le regine di poesia
sgomita?
Col mestolo-arca,
lungo ere-Ararat,
nel cielo del diluvio,
Maggiore, trascinami!
A bordo
della nave spaziale,
da fratello
dell’orsa,
rintrono il creato di versi.
Presto!
Presto!
Presto!
Nello spazio!
Lo sguardo piú fisso!
Il sole irraggia i monti. I giorni
dalla banchina sorridono.
Da Vladimir Majakovskij, Di questo, a cura di P. Ferretti, Einaudi, Torino 2025.
L'articolo Il poeta a brandelli. Vladimir Majakovskij, o del delirio d’amore
proviene da Pangea.
Dostoevskij era ossessionato dal suicidio. Più che dal corpo morto, era
ossessionato dall’anima scassinata, avvizzita. Nel Diario di uno scrittore,
l’immane rubrica pubblicata su “Il cittadino” dal 1873 – in Italia stampa
Bompiani, nell’atavica traduzione di Ettore Lo Gatto – Dostoevskij scrive spesso
di suicidi. Nell’ottobre del 1876, ad esempio, dice di “una povera giovane” che
“si era buttata dalla finestra, dal quarto piano… tenendo nelle mani un’immagine
sacra”. Questo “suicidio umile” sarà il pretesto per uno dei racconti più noti
di Dostoevskij, La mite.
Anche Nathaniel Hawthorne, lo scrittore della Lettera scarlatta, era
ossessionato dal suicidio. Nel suo Diario – cito dalla traduzione di Agostino
Lombardo, Neri Pozza, 1959 – appunta che il 9 luglio del 1845, in un fiume nei
dintorni di Salem, era stato ritrovato il “cadavere d’una fanciulla annegata:
era una certa Miss Hunt, di circa diciannove anni, ragazza colta e raffinata, ma
depressa e infelice”. È una pagina terribile e – dunque – meravigliosa:
Hawthorne, con olimpica pietà, racconta, nel dettaglio, il corpo del
suicida (“Non avevo mai visto o immaginato uno spettacolo di tanto perfetto
orrore. La rigidità era terribile a vedersi. Le sue braccia s’erano irrigidite
nell’atto di lottare; ed erano curve davanti a lei, con le mani ad artiglio”); è
affascinato dalla scena, sensazionale, di cui vuole carpire il principio.
A Hawthorne interessa il carattere della ragazza morta. Dostoevskij, invece,
indaga la ragione del suicidio, una ragione irragionevole. Le ragazze di cui i
due grandi scrittori narrano il suicidio sono simili: “la mite anima che ha
annientato se stessa” di Dostoevskij è analoga alla pia fanciulla descritta con
sinistra minuzia da Hawthorne, “pare che fosse religiosa, e di elevata
moralità”. Dalla diversa capacità di raccontare un suicidio – uno ausculta
l’anima l’altro descrive il corpo, uno tenta la compassione l’altro la
redenzione – potremmo tracciare il confine che separa la latitudine della
letteratura russa da quella statunitense.
Hawthorne muore nel 1864, quando Dostoevskij pubblica Memorie del sottosuolo: li
immagino camminare insieme, lungo la Neva. Entrambi – tra l’altro – avevano una
passione per i matti.
Nel breve scritto sulla giovane suicida che si getta dalla finestra abbracciando
un’icona, Dostoevskij aggiunge un dettaglio decisivo.
> “Semplicemente, era diventato impossibile vivere”.
Questa frase è l’oblò da cui guardare l’oceanica opera di Dostoevskij. Lo
scrittore deve scrivere di quel luogo in cui, semplicemente, è diventato
impossibile vivere. In uno dei racconti più belli di Dostoevskij, Il sogno di un
uomo ridicolo (accolto, nella nuova traduzione di Serena
Prina, nei Racconti editi da Feltrinelli, 2023), pubblicato sul Diario di uno
scrittore nell’aprile del 1877, un uomo, semplicemente, capisce che è
impossibile vivere. “All’improvviso sentii che mi era del tutto indifferente se
il mondo esistesse o se non ci fosse nulla da nessuna parte”. Una notte, così,
l’uomo ridicolo – parente stretto dell’uomo del sottosuolo – decide di
uccidersi. È il tre di novembre, è sera, “una sera cupa, la più cupa che possa
esistere”, sono le undici. L’uomo fissa una stella e compie la sua scelta,
“quella notte stabilii di uccidermi”. D’altronde, tutti lo credono pazzo perché
l’uomo ridicolo riconosce l’insensatezza di tutte le cose: è un profeta del
nulla, un gretto guru del disordine, capace di ledere il sistema di convivenza
sociale. Chi ride di lui si crede potente, ma è un ipocrita perché vive in un
mondo illusorio. I veri pazzi sono quelli che stanno bene a questo mondo.
La faccio breve. L’uomo ridicolo non si ammazza. A salvarlo – inconsapevolmente
– è una bambina di otto anni, “tutta fradicia”, lacera, che “urlava in modo
sconnesso… Mammina! Mammina!”. L’uomo la allontana da sé in malo modo: rientrato
a casa, si accascia in poltrona, si addormenta. Al risveglio dal sonno –
picaresco, “fantastico”, cristico, che evito di raccontare – l’uomo ridicolo è
preso da un incendio religioso. Proclama l’amore universale, sventola il
Vangelo, diventa “una sorta di jurodivyj”, uno “stolto in Cristo”, un
pellegrino, ispirato e poverissimo. In ogni caso, è creduto pazzo.
Morale: l’esperienza del nulla è necessaria per riconoscere Cristo, che
altrimenti resta orpello, il doppiopetto dei vili; il vero cristiano è chi
scampa da una crisi che schiaccia, che pone sulla soglia del suicidio. Fuori dal
cristianesimo, semplicemente, non si può vivere, non ha senso la vita.
La “ragazzina” che salva la vita all’uomo ridicolo – “quanto alla ragazzina,
l’ho rintracciata…”, scrive ‘Dost’, dando al racconto l’impeto di una sequela –
è la suicida rediviva, la mite mitizzata, è Matrëša risorta, la ragazzina
“bionda e lentigginosa”, dal “viso comune ma con qualcosa di molto infantile e
quieto”, che si impicca dopo essere stata violata da Stavrogin, il demonio
attorno a cui ruota la vicenda de I demoni. Secondo Lev Šestov, che sui libri di
Dostoevskij ha fondato il suo implacabile sistema filosofico, Il sogno di un
uomo ridicolo è l’opera quintessenziale dello scrittore russo, quella che
riassume i suoi temi totem.
> “Dostoevskij, come i santi in cerca di salvezza, ascolta senza tregua una voce
> misteriosa che gli sussurra: Osa! Tenta il deserto, la solitudine. Sarai
> bestia o Dio”.
Soltanto l’uomo imbestiato, che percorre l’abisso e l’abiezione, scorge, poco
dopo il demone, Dio.
Secondo Michail Bachtin, invece – così ci spiega Serena Prina – è Bobok il
“microcosmo di tutta l’opera di Dostoevskij”. Il testo – intriso d’ironia nera,
un Edgar Poe allucinato dalla vodka – racconta di “un tale”, scrittore in
disfatta, che un giorno, capitato al cimitero, ascolta i pettegolezzi dei morti.
Il racconto oltraggia i contrasti: i veri saggi sono i pazzi (“colui che
rinchiude un altro in manicomio non dimostra certo la propria condizione di
persona savia”), la vera vita, forse, è la morte, secondo l’enigmatico aforisma
di Euripide (“Chi sa se forse vivere è morire e morire è vivere”). Bobok è
l’intercalare borbottato da uno dei morti, “quasi del tutto decomposto”: parola
insensata, che “significa comunque che anche in lui la vita conserva ancora
un’impercettibile scintilla”. Bobok è la parola ultima, estremo sigillo di vita
sulla soglia della fine, fetida fiamma. Fa parte, Bobok, di quel vocabolario
minimo di neologismi lunari: si installa tra Pallaksch, parola-amuleto di
Friedrich Hölderlin (un insensato che vuol dire sì e no allo stesso tempo,
asserzione che si fonda sulla negazione), e Aphinar, parola-mappa, la meta,
inesistente, a cui Rimbaud chiede di essere destinato, morente, paralizzato, sul
letto ospedaliero di Marsiglia.
Bobok è il richiamo delle Muse-iene, a un passo tra ispirazione e disperanza.
Si legge Dostoevskij, d’altronde, sempre in prossimità di un delirio, di un Dio
a venire, avventato.
*In copertina: un disegno di Victor Hugo
L'articolo “Osa! Sarai bestia o Dio”. Dostoevskij, o dell’impossibile proviene
da Pangea.
Un conoscente, in vena cinica, disse, dopo aver dato un occhio al cadavere e
sogghignato sui presenti, “d’altronde, si è scavato la fossa da solo”. Nel
ritratto firmato da Boris Kustodiev ha il doppio petto, le mani eleganti giocano
con una sigaretta, il viso reca un sorriso cupo, violento, che non ha paura di
nulla. Evgenij Zamjatin morì il 10 marzo del 1937, d’infarto: aveva 53 anni, il
cielo era, secondo il canone, grigio, simile a un pugno. “Molto ho visto… si è
chiuso un cerchio. Ancora non so, non vedo quali curve si profilino nella mia
vita”, aveva scritto in un abbozzo autobiografico, nel 1928. La vita l’aveva
portato a Parigi, tra i russi emigrati, antibolscevichi, solitamente ricchi,
eleganti, rappresentati dall’eccentrica Zinaida Gippius e da Ivan Bunin,
scrittore eccelso, tolstojano, adatto, che nel 1933 era stato insignito del
Nobel per la letteratura.
Zamjatin, che aveva creduto nell’euforia della Rivoluzione, non stava bene in
quel giro. Se li inimicò tutti, scrisse qualche sceneggiatura per Jean Renoir,
morì povero di tutto. Fu sepolto nel cimitero di Thiais, fuori Parigi, dove
sarebbero stati sepolti anche Joseph Roth e Paul Celan: la tomba è semplice,
cruda, al funerale parteciparono rari conoscenti. Zamjatin finì per azzerarsi.
Nel 1931 era arrivato a Parigi tramite le buone relazioni di Maksim Gork’ij.
> “Il giorno era straordinariamente caldo e un temporale tropicale aveva
> scassato Mosca”, ricorda Zamjatin, “quando la segretaria di Gork’ij annunciò
> che mi si voleva a cena”.
La cena era una specie di raduno di letterati, una festa, nella villa in
campagna di Gork’ij. Il vino illuminava la conversazione. Zamjatin era
considerato un reietto dall’Unione degli scrittori sovietici – da cui si era
felicemente ‘licenziato’ –, una specie di sovversivo dai politici. Incurante del
disastro, nel 1924 aveva fatto in modo che il suo romanzo proibito, Noi,
attraversasse il confine, fosse tradotto, venisse pubblicato a New York, da E.P.
Dutton.Come si sa, il libro inscena gli esiti di un regime totalitario, secondo
l’epica statale sovietica e l’etica del lavoro taylorista. Zamjatin era stato
tra le barricate bolsceviche nel 1905; credeva che la Rivoluzione fosse,
soprattutto, una rivoluzione spirituale, estetica, che i veri rivoluzionari
avessero l’onere di criticare la deriva autoritaria del Politburo. Si stava
scavando la fossa, appunto. Peccava di logica, di buon senso, di lucidità – o
meglio: di comicità.
Nel 1919 Lenin aveva varato le Edizioni di Stato, Gosizdat, che sostituirono le
case editrici private, con funzioni per lo più censorie. Nel 1921 Zamjatin firmò
un articolo, Ho paura, in cui riassume lo stato dell’arte nell’era dell’arte di
Stato:
> “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono
> funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori,
> ribelli, scettici”.
Una frase da stampare sui muri dei palazzi di governo. Dieci anni dopo scrive a
Stalin di poter lasciare l’Unione Sovietica, “qui la mia posizione è disperata,
la condanna a morte grava su di me, nella mia patria, in quanto scrittore”.
Nella fatidica cena in villa, Gork’ij si avvicinò a Zamjatin dicendogli che “la
faccenda del passaporto è risolta”; gli chiese di ritornare sulle sue posizioni.
Zamjatin preferì non abboccare.
> “Era appena terminato il temporale. Gork’ij si accigliò, tornò dagli altri
> ospiti. Più tardi, me ne stavo andando, mi domandò quando ci saremmo rivisti,
> ‘in Italia, forse?, vieni a trovarmi, ti prego’”.
Non si videro mai più: Gork’ij, “il fondatore del realismo socialista,
l’iniziatore della letteratura sovietica” (così nelle antologie scolastiche
russe), morì, in situazioni mai chiarite, un anno prima di Zamjatin.
Ingegnere navale, Zamjatin, nel 1915, andò a lavorare a Glasgow, Newcastle,
Sunderland, “costruivo rompighiaccio”. I tedeschi sganciavano bombe dagli
zeppelin e allo scrittore l’Occidente parve “tutto nuovo e tutto strano”.
Zamjatin resta, sempre, straordinariamente russo: rientrò in patria per gustarsi
la Rivoluzione, “nel settembre del 1917, su un vecchio piroscafuccio inglese… a
fari spenti, con addosso le cinture di salvataggio, le scialuppe pronte”, certo
che “se non fossi vissuto insieme alla Russia, non sarei più stato in grado di
scrivere”.
I Racconti di Zamjatin (Mondadori, 2021), raccolti a cura di Alessandro Niero,
già traduttore di Noi – e di un altro splendido ribelle, Boris Pasternak –,
quasi una primizia (i Racconti inglesi sono editi da Voland nel 1999; alcuni
testi, Nella vecchia Russia, X e La caverna, sono usciti per Urban Apnea nel
2019), testimoniano il genio caustico, scorbutico, espressionista dello
scrittore che un po’ da tutti era ritenuto una specie di Gogol’ redivivo. La
scrittura sconcerta per eccessi (questo è l’incipit de La iolla: “Le nubi,
addensatesi per due settimane, si squarciarono all’improvviso, come
accoltellate, e dallo strappo, stendendosi per numerosi aršiny e saženi, sgusciò
l’azzurro”), ha livore e gioia; la critica politica è ovunque. Zamjatin non
sopporta l’istituzione, la clausura burocratica, la botanica dei delatori, il
sacerdozio delle norme: lo Stato non include, occlude con la sua perversa
pervasività; tutto ciò che limita l’esplosione anarchica della fantasia uccide,
è coercitivo, un veleno. Da Parigi vide il deperimento della Rivoluzione in
marchingegno del terrore: si fece livido, solo. Morì tra la morte di Vladimir
Majakovskij, che si spara un giorno di aprile del 1930 sigillando la fine di
ogni pia utopia comunista, e quella di Vladislav Chodasevič, il poeta, passato a
Parigi, pure lui, nel 1925, malato, morto di stenti, nel 1939, gran maestro di
Nabokov, che nel suo capolavoro tombale, Necropoli, ricorda “le misure
inibitorie contro la libera creazione artistica” subite da Zamjatin.
Noi diventò il libro di culto degli anticomunisti e degli occidentali liberi: vi
si ispirarono George Orwell, Aldous Huxley, Kurt Vonnegut; Tom Wolfe,
nell’oceanica intervista rilasciata alla “Paris Review” nel 1991, dichiara di
aver iniziato a scrivere imitando Zamjatin, su cui si era laureato. Tutto bello.
In un saggio del 1923 Zamjatin scrive che
> “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero… Il dogma,
> nella scienza, nella religione, nella vita sociale, nell’arte, è l’entropia
> del pensiero. Il dogma non brucia; è glaciale. Al posto del Discorso della
> Montagna, infuocato, assistiamo alla preghiera sonnolenta magnificata nelle
> chiese; invece di Galileo ci sono calcoli in stanze ben attrezzate, epigoni
> che costruiscono le proprie strutture e le proprie carriere intorno
> all’intuizione di un genio… Il dogma accusa la letteratura eretica: afferma
> che essa è dannosa. Ma la letteratura ‘dannosa’ è più utile di quella utile,
> utilitaristica, perché sfida la calcificazione, la sclerosi, il muschio, la
> quiescenza”.
Eppure, questa è l’era della rabbia senza mediazioni, senza meditazione, degli
intellettuali servili, dei sudditi. Zamjatin fa l’effetto di uno che ti sega la
calotta cranica e riempie il vuoto cerebrale di falchi, di fenici.
L'articolo “Gli eretici sono l’unico rimedio contro l’entropia del pensiero”.
Elogio di Zamjatin proviene da Pangea.
Paolo Nori conclude il suo assai smilzo repertorio di “poesie russe”
– s’intitola E questo cielo, e queste nuvole, Crocetti, 2025 – con una poesia
italiana di Angelo Maria Ripellino, “un poeta che è stato anche russista e
boemista”. Un gesto di onestà prima che di grazia. Ripellino è l’autore della
formidabile Poesia russa del ’900 (Guanda, 1954; poi, dal 1960, Feltrinelli):
antologia superba, pionieristica per sapienza, folleggiare antiaccademico,
creatività, titanomachia dei luoghi comuni, eccedenza del linguaggio. Perché al
posto di commissionare a Nori un’esangue antologia della poesia russa – fiacca
per estro & per autori antologizzati –, in cui l’autore parla di sé e dei libri
suoi e dei fatti suoi, non ripubblicano l’antologia di Ripellino? L’antologia di
Ripellino è un atto d’amore, quella di Nori un atto d’ufficio, un compitino. A
pagina 95 (la penultima) Nori scrive che “quello che mi interessa… non sono i
premi letterari”: intanto, è nella cinquina dello Strega con un libro dedicato a
un grande poeta, Raffaello Baldini. Auguri.
*
Ma non è questo il punto.
A pagina 34 Paolo Nori antologizza Gli Sciti, poemetto straordinario – e
straordinariamente feroce – di Aleksandr Blok. Il testo – bello di per sé, senza
ma né se – è emblematico per capire la distanza cosmica tra Russia ed Europa,
fin dall’attacco:
> “Voi siete milioni. E noi miriadi miriadi miriadi.
> Provateci a combattere con noi!
> Sì, noi siamo sciti! Sì, noi siamo asiatici,
> Dagli occhi avidi e obliqui!”
Blok rimodella un topos della letteratura russa – la ‘missione’ della Russia, il
panslavismo, il suo essere alle frontiere dell’Asia, né Ovest né Est, nutrice
d’Occidente, alcova d’Oriente, nazione del destino, totalmente ‘altra’ –
conferendogli un ritmo di cembali e tamburi, un ritmo dionisiaco. Forse Gli
Sciti è una delle poesie più violente mai scritte. La Russia è simboleggiata
dalla “Sfinge” e dall’“enigma”; la fratellanza che promette stritola.
“…Nessuno di voi sa amare da tempo!
Avete dimenticato che al mondo c’è l’amore,
Che brucia e che distrugge!
Noi amiamo tutto: e il calore dei freddi numeri,
E il dono delle visioni divine,
A noi tutto è chiaro: e l’acuto spirito gallico
E il tenebroso genio germanico…
Noi amiamo la carne, e il suo gusto e colore,
E l’odore soffocante, mortale della carne…
Siamo forse colpevoli se scricchiola il vostro scheletro
Tra le nostre pesanti, tenere zampe?”
Ricalco, qui, dalla vecchia traduzione di Eridano Bazzarelli – I Dodici. Gli
Sciti. La patria, Bur, 1998 – il quale, a differenza di Nori, fa capire il
contesto in cui è stato scritto il poema e il suo significato, per così dire,
‘politico’ (o ‘geopoetico’): “Il poeta si rivolge agli europei: o venite e state
con noi come fratelli o noi, questa volta, lasceremo che l’orda asiatica vi
distrugga”.
Secondo Angelo Maria Ripellino, Blok “apparve ai contemporanei in una luce di
leggenda, angelo caduto fra le paludi di Pietroburgo… e intorno a lui si formò
un alone di favola e nacque un culto”. In Blok, cioè, la figura del poeta e del
profeta convergono, fino al punto d’ustione, d’incendio. I Dodici e Gli Sciti,
scritti intorno alla Rivoluzione, sono l’esito estremo – apocalittico – della
sua poesia: il poeta, ora, vive in un’aura di fiamma, in nozze col rogo.
*
Affastello qui una serie di dati per capire lo stivaggio simbolico del testo di
Blok.
Gli Sciti sono i leggendari abitanti del Ponto: abili nell’arco e
nell’addestrare i cavalli, prodigiosi nella razzia e nell’arte orafa. Erodoto
dice, nel libro quarto delle Storie, che “quando uno scita abbatte il primo
nemico, ne beve il sangue”, lo scotenna e usa la sua pelle per foggiarsi
mantelli e faretre. Il cranio del nemico più odiato viene rivestito d’oro e
voltato per farne delle coppe.
Quando un re degli Sciti muore, il suo corpo viene “completamente spalmato di
cera; il ventre aperto, ripulito, riempito di cipero tritato, di aromi, di semi
d’apio e di aneto”. Per onorare il triste evento, vengono strangolati cinquanta
cavalli, i più potenti – svuotati di viscere, il corpo è rimpinguato di paglia
perché resti prestante nell’altro mondo – e cinquanta giovani.
La testimonianza più bella della postura esistenziale degli Sciti ci viene però
dallo storico romano Curzio Rufo. Nel settimo libro delle Storie di Alessano
Magno – tradotte in Italia per la Fondazione Valla – si dice dell’impossibilità
del grande re macedone, durante le razzie in Battriana, di sgominare gli Sciti.
Alessandro accoglie nella sua tenda una delegazione di Sciti perché “non hanno
un’intelligenza grossolana e primitiva e alcuni di loro coltivano la sapienza”.
Il più anziano di questi pronuncia parole che spiazzano il sommo guerriero:
> “Dall’Europa vai in Asia, dall’Asia passi in Europa; poi, se avrai sconfitto
> tutto il genere umano, muoverai guerra alle foreste, alle nevi, ai fiumi e
> alle bestie feroci… Eppure: anche il leone è stato qualche volta il pasto di
> piccolissimi uccelli, e la ruggine corrode il ferro. Niente è così forte che
> non possa essere messo in pericolo anche dal debole… Oltrepassa pure il Tanai:
> saprai quanto siano grandi i territori che occupano, ma non raggiungerai mai
> gli Sciti. La nostra povertà sarà più veloce del tuo esercito, che trasporta
> il bottino di tanti popoli”.
Così si coltiva, lungo la criniera dei secoli, la leggenda degli Sciti, il
popolo irraggiungibile.
*
Molti anni fa, nel 1964, il Saggiatore pubblicava, nella collana ‘Il
Marcopolo’, I popoli delle steppe, uno studio dell’archeologo tedesco Karl
Jettmar. È un libro bellissimo, ricco di immagini, che mostra i manufatti degli
Sciti: placche d’osso, spade, pettini e fibbie d’oro, tappeti e diademi. Quasi
sempre, gli Sciti ritraevano animali: il cervo e l’aquila, il grifone e il
cavallo. A volte, le bestie sono stilizzate, a nitor di simbolo. Tra le immagini
più audaci: un serpente che accerchia il lupo, fino a soffocarlo – sembra
sussurrargli frasi incantatorie. Un sapere tanto esatto prevede adorazione e
dialogo tra il guerriero scita e la bestia, una sorta di immedesimazione. Dilaga
la magia.
*
Ancora grazie a Eridano Bazzarelli, scopriamo la dimensione ‘lirico-politica’
dell’inno di Blok. L’epica degli Sciti viene rinnovata dagli artisti
‘rivoluzionari’: Skify (Gli Sciti) “gruppo di letterati e poeti, di intonazione
mistica”, guidati da Ivanov Razumnik e da Andrej Belyj, “proclamavano che base
della nazione e della rivoluzione doveva essere la coscienza nazionale russa… La
Rivoluzione avrebbe vinto in tutto il mondo perché i suoi portatori erano i
russi, un popolo giovane, fresco, selvaggio”. Alla Rivoluzione sociale, costoro
anteponevano quella spirituale e artistica. Nella rivista “Skify” – durò un paio
di numeri, editi tra il 1917 e il ’18 – apparvero testi di Sergej Esenin, di
Belyj e di Evgenij Zamjatin, l’autore di Noi. Ben presto, il movimento
d’avanguardia, quella oreficeria dell’anima, quello scrivere con l’arco a
tracolla, entrò in contrasto col regime bolscevico. L’arcangelico Aleksandr
Blok, che prestò voce e aiuto ai fasti della Rivoluzione, fu falciato dal
sospetto, dalla guerra civile, dal cupo inverno. Un mondo di speranze era mutato
nel sabba delle iene.
*
Nel febbraio del 1921, in memoria dell’ottantaquattresimo anniversario dalla
morte di Puškin, Aleksandr Blok, già alieno dalla storia, pronunciò un discorso
memorabile, La missione del poeta (lo trovate qui: A. Blok, L’intelligencija e
la Rivoluzione, Adelphi, 1978). Disse che “il poeta è figlio dell’armonia”, che
il poeta deve “liberare i suoni dalla nativa anarchia degli elementi in cui sono
immersi” e “condurre quei suoni all’armonia”. Soprattutto, osò dire che “pace e
libertà sono indispensabili al poeta per la liberazione dell’armonia”; osò
scagliarsi contro
> “quei funzionari che si preparano a indirizzare la poesia su rotte da loro
> prestabilite, attentando così alla sua segreta libertà, impedendole di
> adempiere alla sua misteriosa missione”.
Al poeta non restava che morire – “Noi moriamo, e l’arte rimane”, disse. Morì
pochi mesi dopo, era agosto – “la Rivoluzione, che doveva essere l’inizio di un
rinnovamento non solo della Russia, ma cosmico, si trasformò in un fatto
politico, poliziesco, burocratico” (Bazzarelli). Il cuore scita del poeta
dismise la sella, obliò le briglie. Cavalcava a pelo nudo, per sempre insicuro,
verso le praterie celesti – il suo sibilo, lassù, fu urlo; gli angeli decisero
per la calvizie.
*In copertina: Aleksandr Blok e la moglie Ljubov’ Dmitrievna, nel 1903
L'articolo “Noi amiamo tutto”. Aleksandr Blok, l’arcangelo della poesia russa (o
il mito degli Sciti) proviene da Pangea.
Esiste un tipo d’uomo che nasce aurora e muore nuvola: illumina, promette, ma
non riscalda. Un lampo che non precede il tuono, un seme che conosce la forma
dell’albero ma non affonda mai le radici. Un tipo d’uomo che cammina con parole
di fuoco sulle labbra, ma con piedi di vetro, che parla di verità, giustizia,
bellezza — un profeta senz’altare. Rudin è uno di questi. È l’eco di tutte le
generazioni che hanno saputo cosa cambiare, ma non come.
Nel 1856, Ivan Turgenev pubblicava Rudin, il suo primo romanzo, tracciando il
ritratto inconfondibile di un uomo colto, brillante, idealista – eppure incapace
di agire. A quasi due secoli di distanza, la figura di Dmitrij Rudin resta
inquietantemente attuale. È l’archetipo dell’intellettuale disarmato, simile a
protagonisti russi come Eugene Onegin di Puškin e Pečorin di Lermontov; coloro
che hanno tutte le parole del mondo, ma nessuna azione nelle mani. Uomini di
idee senza opere, di ideali senza sacrifici. Coloro che non vivono, bensì
declamano la vita. Parlano di futuro, ma rimangono prigionieri di loro stessi.
> “Gli uomini hanno bisogno di questa fede; essi non possono vivere di
> impressioni soltanto, è un peccato per loro di temere il pensiero e di non
> aver confidenza con esso. Lo scetticismo si è sempre distinto per fecondità,
> per impotenza.”
In Rudin si annida la malinconia dell’inconcluso, la nobiltà sterile del
pensiero che non sa incarnarsi. È un personaggio che seguirà il filone dei
protagonisti turgeneviani, quelli che come Icaro volano verso il sole con ali di
concetti, e che come Icaro, cadono – ma non per eccesso di coraggio, bensì per
esitazione.
L’influenza dell’idealismo tedesco e del Romanticismo è il prisma attraverso cui
si può leggere gran parte dell’anima di Rudin. Egli parla come un discepolo
tardivo di Hegel, immaginando lo Spirito Assoluto scorrere nei suoi monologhi,
ma senza la forza storica della sintesi. È innamorato dell’infinito, come ogni
romantico educato ai versi di Schiller e alla filosofia di Fichte: per lui,
l’idea non è uno strumento, ma una dimora. Il mondo esterno, con i suoi limiti e
la sua carne, gli appare come una minaccia alla purezza concettuale. Così resta
inchiodato alla soglia, dove l’ideale non diventa realtà, ma simulacro. Come un
pianista che conosce lo spartito ma non osa toccare il piano, Rudin incarna la
grandezza sterile del pensiero assoluto.
Eppure, Turgenev stesso traccerà più avanti un controcanto: in Padri e figli,
egli oppone a Rudin la figura di Bazarov. Se Rudin è il predicatore delle idee
non vissute, Bazarov è il nichilista, l’iconoclasta che nega ogni altezza. Tra i
due si apre una frattura generazionale: l’uno è figlio del Romanticismo e della
filosofia, l’altro del disincanto scientifico. Rudin crede ancora nella bellezza
della parola, Bazarov nella freddezza dell’azione. Entrambi, però, falliscono a
modo loro. Il primo affoga nella retorica, il secondo nel cinismo. In questo
confronto, Turgenev non prende posizione, ma ci offre due specchi: uno per le
illusioni che ci paralizzano, l’altro per le verità che ci svuotano. In Rudin,
Turgenev ha scolpito una condizione che incarna quella malattia dell’anima che
Nietzsche avrebbe poi definito decadentismo dello spirito; ma egli non lo
condanna: lo contempla. Rudin non è un fallito, è un segnale. Un avvertimento
per ogni epoca in cui la parola rischia di sostituire il gesto, e in cui il
cielo, pur bellissimo, si dimentica della terra.
Dmitrij Rudin è incapace di trasformare il fuoco in gesto. È un filosofo da
salotto, un oratore da veranda estiva, innamorato di concetti e idee come altri
uomini si innamorano di donne. Ma le sue idee non mettono radici nella realtà.
Sono fiori secchi in un vaso di porcellana: belli da vedere, ma già morti.
> “Egli dimostrò che l’uomo senza amor proprio è niente, che l’amor proprio è la
> leva di Archimede, con la quale si può sollevare il mondo […] L’uomo deve
> stroncare il tenace egoismo della sua personalità per dare a questa il diritto
> di manifestarsi!”
Anche nell’amore, Dmitrij è incompiuto. La giovane e forte Natal’ja lo ama con
l’istinto del vivere, mentre lui la ama come si ama un’idea: da lontano, con un
certo timore. Quando arriva il momento di scegliere, indietreggia, preferendo la
coerenza astratta alla realtà impura dell’esistenza. Così perde tutto: non solo
l’amore, ma anche l’occasione di diventare ciò che predicava.
Turgenev, con la sua scrittura delicata e malinconica, dà voce a una generazione
post-napoleonica pronta alla bufera rivoluzionaria (forse ci ricorda qualcosa).
Rudin però è il figlio di un tempo sospeso, di una Russia ancora addormentata,
dove l’azione non ha ancora trovato la sua lingua, e la parola si consuma
nell’eco. La sua tragedia è tutta interiore: sapere cosa andrebbe fatto, ma non
riuscire mai a farlo. Rudin però non è un codardo, è solamente privo della forza
incarnata del vivere. È il pensiero che non sa sporcarsi. Forse per questo alla
fine morirà altrove, come un Don Chisciotte tardivo, combattendo una rivoluzione
non sua, in una terra straniera, come se solo lontano dalla propria voce potesse
finalmente agire. Ma è troppo tardi. La sua morte non redime, non compie: è
l’epilogo silenzioso di una sinfonia mai suonata.
> “La frase, è vero, mi ha rovinato, mi ha perduto; sino alla fine non ho potuto
> disfarmene. Ma ciò che ho detto non è una frase. Non sono una frase, fratello,
> questi capelli bianchi, queste rughe; questi gomiti logorati non sono una
> frase.”
Rileggendolo due secoli dopo, capiamo che Rudin vive ancora oggi, in ogni
intellettuale che sa parlare ma non fare, in ogni anima che cerca la verità per
osservarla da lontano. È la figura eterna dell’uomo che conosce il sentiero, ma
si perde nella mappa. Eppure, la sua malinconica grandezza sta proprio lì: nella
purezza dei suoi sogni non realizzati, nella struggente bellezza di chi voleva
cambiare il mondo – e non ha nemmeno cambiato se stesso.
> “Sono nato sopra sabbie mobili – Non posso fermarmi.”
Quante volte abbiamo parlato e non agito? Quante volte abbiamo scambiato
l’ideale per il compimento? La filosofia greca ha esaltato il pensiero come
suprema attività dell’anima, ma in Rudin vediamo il volto oscuro di questa
esaltazione: il pensiero come rifugio, come paralisi. L’ideale, se non si fa
azione, si consuma in se stesso, si svuota. Errore non è cecità, lo è invece
l’inazione; non il peccato, ma l’inerzia dell’anima. L’agire od il patire; Rudin
vive nell’attesa di un’epoca che non arriva, in un eterno non ancora. È un uomo
che vede la vetta, ma non sa camminare. Per questo ci lascia tra le liane del
nostro animo a riflettere: è peggio fallire tentando o non tentare affatto per
paura di fallire?
Tommaso Filippucci
*In copertina: Théodore Géricault, Ritratto di Delacroix, 1819 ca.
L'articolo “Sono nato sopra sabbie mobili”. Apoteosi di Rudin, l’idealista che
non sa agire, l’intellettuale di oggi proviene da Pangea.