In che lingua sogna un émigré? Quali suoni scortano i suoi ricordi verso il
porto incerto della memoria? La fisionomia di Boris Poplavskij ricorda a volte
un orso, a volte una docile marmotta. Lo sguardo è sempre un po’ imbronciato,
con quell’aria di sfida sottolineata dalla piega del labbro. Lo corteggiano gli
angeli e i teppisti. Come il cherubino di Rozanov muove prima al pianto e poi al
riso, così il sommesso dialogo di Poplavskij è confessione celeste di un
principe decaduto e un omicida astrale.
Oh Boris, campione di tenerezza, re degli esiliati, ladro di visioni
equatoriali… Come la bellezza si posa mansueta sulle tue lievi ginocchia
nell’alba soffusa di Costantinopoli! In quella mattina, tra i barbagli delle
scaglie dei pesci e il richiamo del muezzin, hai avvertito il veleno
dell’incanto circolare in tutto l’albero del tuo corpo, dai rami nodosi alle
fronde cariche di foglie e frutti…
C’è qualcosa di celestiale e demoniaco in Poplavskij, arcangelo e sterminatore.
È un bambino crudele e senza pietà che non conosce né passato né futuro: vive
solo nel perenne lampo del presente. Poplavskij nasce a Mosca nella primavera
del 1903. In quegli anni, poderose ondate di freddo ritardavano il disgelo agli
inizi di maggio. Forse è per questo che nei versi del poeta russo si sente un
misterioso e lento fluire acquatico, forse è per questo che nelle sue quartine
la neve si trasforma in fitta nostalgia.
I genitori gli dedicano un affetto svogliato e incostante. L’infanzia e
l’adolescenza trascorrono tra occasionali viaggi in Italia e Svizzera e la
frequentazione assidua di pittori e musicisti. Figura centrale è la sorella
maggiore Natal’ja, poeta dalla sensibilità tormentata che nel 1917 pubblica una
raccolta di versi dal titolo Poesie della Dama in Verde. Muore all’improvviso a
soli vent’anni per un’overdose di stupefacenti. La sua scomparsa lascia in
Poplavskij un vuoto incolmabile: è il primo e decisivo confronto con la morte e
l’approfondirsi di una dimensione mistica che da sempre gli infiamma il cuore e
i nervi.
La Rivoluzione d’Ottobre coglie i Poplavskij di sorpresa e li costringe a
lasciare il paese. Raggiungono la Crimea, uno dei centri di resistenza
dell’Armata Bianca. Qui, matura la vocazione poetica di Poplavskij. Nel 1919
legge per la prima volta le sue poesie al circolo letterario “Čechov”. Con la
vittoria ormai certa dei Rossi, Poplavskij fugge prima in Germania, poi a Praga
e infine a Parigi, dove si stabilisce definitivamente nel 1921.
Boris Poplavskij (1903-1935)
La capitale francese è, con Berlino, il centro di aggregazione degli émigrés. Vi
fioriscono costellazioni più o meno effimere di giornali, riviste e case
editrici di lingua russa. È la Parigi di Chodasevič e Nina Berberova. In un
giorno di cielo sereno, la città si dispiega da Montmartre come un mare di
flutti dorati. I tetti cerulei si fondono nella sinfonia bianca dei palazzi, i
grandi viali sono come le arterie di un leviatano. Poplavskij si aggira di notte
per le strade di Montparnasse. Tra eterni dibattiti, manifesti letterari,
sbornie e risse, i caffè e le bettole rigurgitano di facili entusiasmi e
altrettanto facile ira. Tira di boxe, legge e scrive, tiene un diario su cui
appunta le oscillazioni del suo spirito. Apprezza Kandinskij e Magritte. Per
anni ha interrogato le linee della sua mano per capire se lo attendeva un
destino di pittore o di poeta. La Russia non gli manca, per la Russia non
piange. Lo attraggono i luoghi che non si trovano sulle mappe, quelli per cui
non esiste un nome, quelli per cui esiste solo il fiore disperso del verso. Non
per nulla, tra i suoi idoli c’è Rimbaud. Scrive Nina Berberova:
> “portava sempre gli occhiali scuri, cosicché era senza sguardo. In lui c’era
> «la balbuzie divina», la capacità miracolosa di dare forma a ciò che vedeva e
> sentiva, eppure una tristezza inspiegabile mi cresceva dentro quando parlavo
> con lui: era un uomo senza sguardo, senza gesti, senza voce. Aveva una visione
> nebulosa del mondo e sfocata di sé stesso. Nella poesia e più tardi nella
> prosa fu più libero che nella vita, ma non veramente libero.”
Un uomo puro, senza compromessi. Troppo per un mondo stretto nelle pastoie di
ciò che è mediocre, fittizio, di seconda mano. Nel 1931 pubblica l’unica
raccolta di versi in vita, Флаги (Bandiere). Per Chodasevič è il poeta più
talentuoso dell’emigrazione russa. Un giovane Nabokov ne stronca il talento in
un articolo uscito all’indomani della pubblicazione di Bandiere. Di tutto
questo, del discreto clamore attorno a lui, Poplavskij pare non abbia sentore.
Vive al di fuori di ogni contingenza, al di fuori di ogni apparente nesso di
causalità. Una nebbia perpetua pare accompagnarlo. Nei versi del poeta russo
senti un tenero nulla impossessarsi a poco a poco dell’esistente: senza
schianti, senza rivelazioni, come neve che cade lieve. Non esistono più nord e
sud, alto e basso, verticale e orizzontale: tutto si confonde in un unico,
candido abbraccio.
Nel 1935, Poplavskij si congeda dalla vita terrena per un’overdose di narcotici.
Penso a Georg Trakl. Non tutti credono a questa versione. Tra questi, Nina
Berberova. Nel suo meraviglioso Parla Ricordo, Nabokov, in una potente quanto
rara smentita di una sua affermazione, scrive:
> “Conobbi molti altri autori russi émigré. Non conobbi Poplavskij, che morì
> giovane, un violino lontano tra balalaike vicine.
>
> Dormi, Morella, com’è terribile la vita delle aquile.
>
> Non dimenticherò mai le sue vibranti tonalità malinconiche né mai mi perdonerò
> la recensione stizzosa con cui lo attaccai per alcune manchevolezze
> insignificanti nei suoi versi ancora implumi”.
I versi di Poplavskij hanno la stessa sospensione temporale dei fiocchi di neve
un attimo prima di posarsi. Ecco, una macchia di colore, come un fiore o un
frutto, nel bianco abbacinante.
Lorenzo Giacinto
**
Attentato con mezzi inadeguati
A Il’ja Zdanevič
Una corona di sonetti mi aiuterà a vivere,
scrivo subito, ma non è un aiuto sicuro,
come frana in fretta la costa del burrone.
Dal gomito un brivido corre sul foglio di carta.
È vuota la tana d’orso dell’anima
c’è dentro una bottiglia, un foglio di giornale.
nel serraglio della città, come l’ebreo errante il padrone
cammina avanti e indietro vicino alle sbarre di un carcere.
Così la nostra vita, nel diletto del nostro tempo,
per potenza superiore all’uomo,
è immersa nella prigione del destino.
Solo cinque piedi ci sono stati lasciati per correre,
cinque giambi, la volontà tormentosa delle parole
perché la belva non dimentichi la libertà.
1925
*
Lo spirito della musica
Sul ballo rilucevano le nuvole della musica,
all’ingresso ardeva un verde brillante,
là c’era la vita, ma a dieci passi
si faceva blu la notte e gli anni scorrevano nell’eternità.
Ballavamo la nostra vita al suono
di enormi trombe, dove rombava il tempo
rideva l’ubriaco vedendo così tante lune
addormentate nelle rose e negli abbracci della decomposizione.
Al richiamo delle trombe sopra l’abisso degli àuguri,
con le ali di accese bandiere sulle spalle,
passarono i ballerini con passo brioso,
come il bagliore di razzi che vagano nelle notti.
Ridevano, piangevano, erano mesti.
Lanciavano rose ai riflessi delle stelle,
innalzavano libri misteriosi,
tacevano in lontananza attraversando il ponte.
Ogni cosa spariva, veniva meno, s’interrompeva,
e la musica gridava «Avanti il coro»,
Si torceva le mani nel vicolo la compassione
e chiamava la gente a uccidere la musica.
Ma gli angeli giocavano placidamente.
Loro ascoltavano: l’erba, i fiori, i bambini,
turbinando, i ballerini si davano teneri baci
E si svegliavano su un altro pianeta.
Pareva loro di fiorire all’inferno,
in fondo, lontano, l’aria era blu.
Lo spirito della musica sognava nel giardino notturno
Con un enigmatico sorriso d’usignolo.
Là il ballo si spense. Là c’erano l’alba, la quiete
soltanto con sottile mano di ferro
Intonava il suffragio la morte
si levava piano al di là del fiume il sole.
1930
*
Romanza
La città è buia, i suoi parchi misteriosi,
mentre lassù il cielo è un mare cangiante
di smeraldi. Salomè – l’anima dimentica
come la tua voce somigliasse alla morte.
E ora ricordo, tu uscisti dal tramonto,
una coppa nera tra le tue mani snelle. Al canto
dell’acacia bianca, la sera si allontanò…
oltre il fiume e dentro le nuvole.
Tutto sembrava inutile e strano.
Il cavaliere nero chiuse gli occhi. L’orchestra
del ristorante fluttuò sopra la palude,
e nell’interminabile lontananza.
Spettro dormiente, non c’è modo
che io possa svegliarti, io sono il tuo sogno.
Salomè ora china il capo per cantare
all’unisono con le acque della palude solitaria.
Il tempo vola via, lo spettro dalle ali nere
della terra è scomparso già da tempo.
Ti aspetterò nella torre del castello,
dove la stella canta in lontananza.
Attraverso i secoli che passano tu
rimarrai: dorata, unica e viva.
Dormi, mio cavaliere, sopra Roncisvalle,
come quei fuochi meravigliosi lassù tra le nuvole.
Affinché tu non veda la tristezza
e possa vivere felice nel corso di quest’anno,
getterò la coppa nera nel mare;
camminerò verso quelle paludi radiose.
Gli anni si tingono di rosa sulle montagne.
Tutto ciò che è passato è vicino alla primavera.
Là, sotto questa lucente stella di libertà,
la memoria dorme, sorridendo nei suoi sogni.
*
Madonna nera
Giorni che s’azzurravano, si facevano lilla,
oscuri, magnifici, vuoti.
Sui tram la gente s’addormentava,
chinando le teste sante,
Dormiva l’asfalto, dove il mezzogiorno aveva lasciato impronte.
E sembrava che nell’aria, nella tristezza,
ogni minuto un treno partisse.
Inizierà a schiamazzare la festa popolare,
lanterne da pochi soldi appese a fili,
e sulla povera radura calpestata
inizieranno a morire il clarinetto e il violino.
E ancora una volta, proprio davanti alla bara,
emetteranno, partoriranno un suono magico,
e i musicisti piangeranno a dirotto
birra scura da mani sudate.
E allora passerà indifferente,
accaldata e per nulla lieta della festa,
la cavalleria, in rosse uniformi,
l’artiglieria che ritorna dalla parata.
E alla polvere, alla colonia, al sudore,
al ronzio dell’arco voltaico sulla testa,
si unirà l’odore del vomito,
il fumo di polvere da sparo dei fuochi d’artificio.
E udrà d’un tratto un giovane superbo,
con l’immenso fondo a zampa dei pantaloni,
il breve sparo della felicità, l’istante fuggiasco dell’estate,
la rossa luna dell’estate sulle onde.
D’un tratto risuonerà sulle labbra del trombone
lo stridio di sfere che ruotano nelle tenebre.
Un grido selvaggio lancerà la Madonna nera,
le braccia spalancate in un sonno mortale.
E attraverso l’arsura notturna, sacra, infernale,
attraverso il fumo viola dove cantava il clarinetto,
comincerà a volteggiare la bianca, spietata,
neve che cade da milioni di anni.
*
Partenza da Jalta
Piovve tutta la notte. La tempesta durava già da un mese.
All’ingresso del bosco umido il cancelletto
sbatteva sui cardini sfasciati. Scuro e vorticoso,
il fiume dei cieli correva verso sud.
Quel fiume era trafficato come un’autostrada.
Il cartellone pubblicitario sferzava sopra il padiglione bagnato.
Il passante, con la testa ben china,
svoltava nel vicolo dove tutto è ancora verde.
Oltre l’alto molo la nebbia bianca volava alta
vorticando, per poi ricadere nell’oceano.
Là, sopra le rocce, il globo nero della torre
preannuncia l’uragano imminente.
Arrivano le taccole gridando sulle carogne;
la loro lotta contro il tempo prefigura l’inverno.
L’onda in fuga dalla spiaggia di ciottoli
si scaglia carica di polvere sulle vetrine dei negozi.
Tutto è stato serrato, le panchine svuotate.
Solo il giornalaio lancia il suo grido lacerante.
Lassù nel freddo i comignoli sussurrano le solite assurdità,
e un colpo lontano risuona dalle montagne.
Tutto dorme. L’alba non è lontana.
E allora bevi, caro amico, spacchiamo i nostri bicchieri.
Carichiamo questo vecchio, glorioso grammofono
e cantiamoci insieme, senza pensarci.
Abbiamo capito, abbiamo sconfitto il male,
abbiamo fatto tutto ciò che brilla nel freddo.
Abbiamo rifiutato tutto, la neve ci ha sbarrato il cammino,
quindi bevi amico mio, spacchiamo i nostri bicchieri.
E per quanto riguarda la Russia, non piangeremo per lei!
Le candele si spegneranno sugli alberi di Natale, e dormiremo.
Le candele moriranno e ci sarà buio sopra gli alberi,
ed essi bruceranno di stelle e di eternità.
Per tutta la notte i soldati cantarono fino all’alba,
finché alla fine rimasero freddi, silenziosi e abbattuti.
Senza più nulla da bere non potevano che aspettare il giorno…
il suo volto cupo appare e il vento soffia interminabile.
Ora non è il momento di sprecare le tue forze!
Là, in un sonno profondo, sorge la patria segreta.
Anche se è inverno senza di noi, gli anni sono come bianca neve,
i cumuli crescono e crescono per potersi un giorno sciogliere.
E solo tu potrai raccontare ai giovani
di ciò che essi cantarono e piansero fino all’alba,
e solo tu canterai la pietà per i caduti,
l’eterno amore che non attende risposta.
Per l’ultima volta il sacerdote sulla montagna
ha celebrato la messa. Il mattino è sorto
e nel piccolo monastero vicino
un’altra anima malata è partita per l’eternità.
Lo scafo della nave brilla, immenso e severo:
chi è questo osservatore solitario con le mani infilate nel cappotto?
Come lentamente si tinge di rosso l’oriente notturno!
Chi può credere che vi siano così tanti anni di distacco…
Chi avrebbe potuto sapere allora… che era quello, o la morte?
In pace il vecchio ha sollevato l’Eucaristia…
perché potessimo credere, piangere e bruciare di nostalgia,
ma senza parlare mai di felicità.
Boris Poplavskij
*In copertina: Boris Poplavskij boxa a Parigi negli anni Venti
L'articolo “Senza parlare mai di felicità”. Sulla poesia di Boris Poplavskij,
l’angelo sterminatore proviene da Pangea.
Tag - letteratura russa
Una data sigilla il padre al figlio. Nel 1962 Andrej Tarkovskij ottiene il Leone
d’oro a Venezia per L’infanzia di Ivan. È il suo primo lungometraggio, il
regista compie trent’anni. A Mosca, nello stesso anno, esce il primo libro del
padre, Arsenij Tarkovskij. S’intitola Neve imminente, è tirato in seimila copie,
immediatamente esaurite. Arsenij compie cinquantacinque anni ed è riconosciuto,
per via della sua screanzata singolarità, l’erede di Osip Mandel’štam. Anna
Achmatova aveva detto che “di tutti i poeti contemporanei, Tarkovskij è il solo
che può dire di essere totalmente se stesso. È un poeta indipendente, che non
assomiglia a nessuno – ha la caratteristica più importante che deve avere un
poeta: è poeta per diritto di nascita”.
Il suo primo libro avrebbe dovuto essere pubblico molti anni prima. Nel 1946 era
stato marginalizzato dallo ždanovismo; il Comitato centrale del Partito divulgò
una velina esplicativa: “Poeta di grande talento, Tarkovskij appartiene a quel
Pantheon Nero della poesia russa a cui appartengono anche Achmatova, Gumilëv,
Mandel’štam e l’emigrante Chodasevič, e perciò quanto più talento vi è in questi
versi tanto più essi sono nocivi e pericolosi”.
Nato in Ucraina, a Kropyvnyc’kyj, il 12 giugno del 1907, Tarkovskij era stato
arrestato nel 1921 per la pubblicazione di un acrostico su Lenin ritenuto
offensivo – riuscì a fuggire, rocambolescamente, da un treno. Il padre,
Aleksandr, era stato arrestato poi spedito al confino, qualche decennio prima,
per la sua vicinanza a “Narodnaja Volja” (Libertà del popolo), il partito
rivoluzionario che aveva ordito l’assassinio dello zar Alessandro II – conosceva
diverse lingue, tra cui l’italiano, il polacco, il serbo e l’ebraico; lavorava
in banca. Arsenij Tarkovskij visse, per lo più, di traduzioni: amava la poesia
armena e quella turkmena, conosceva i poeti sufi.
Andrej Tarkovskij nacque dal primo matrimonio di Arsenij, contratto a vent’anni
con Marija Višnjakova. Nel 1951 il poeta si unirà alla terza moglie, acquistando
una dacia a Golicyno, a una quarantina di chilometri da Mosca, per condurre una
vita ritirata, di studi. Nel 1941 si lega – ma è una relazione in fuga, tra
annientati – a Marina Cvetaeva, la “negromante”; durante la Seconda guerra
lavora come inviato. Ferito gravemente, gli verrà amputata la gamba. I libri non
lo consoleranno: la vicina di casa userà gli oltre quattromila volumi della sua
biblioteca come combustibile per la stufa.
L’opera di Tarkovskij è tra le più potenti del canone russo del Novecento. Egli
non è semplicemente un seguace dei grandi poeti dell’“Era d’Argento”, un
prosecutore – al contrario, impone nella poesia russa uno sguardo nuovo, una
raffinata primordialità. A una prima lettura, è come se l’eleganza di Pasternak
fosse temprata dalle pitture parietali di Lascaux. C’è qualcosa di insondabile
nei versi di Tarkovskij, che continuano a lavorare per giorni nella nostra mente
– Tarkovskij è un poeta capace di ispirare, è un poeta, cioè, che ha creato un
mondo pieno di fori, che respira, felice all’invasione (laddove molti poeti,
anche grandi, creano mondi conchiusi, cristallizzati, infine claustrofobici, che
si nutrono del lettore più che dargli nutrimento).
In Italia siamo fortunati. Gario Zappi ha tradotto con magistrale complicità
l’opera di Tarkovskij, le prose (Costantinopoli, Libri Scheiwiller, 1993) e una
selezione di poesie (per Giometti & Antonello, in: Stelle tardive, 2017,
e Stelle tardive. Vol. 2: Album di immagini inedite e poesie disperse, 2020),
ricostruendo la biografia del poeta. Naturalmente, tanto ancora resta da
tradurre. Nell’esercizio in calce, abbiamo tentato di tradurre alcune poesie
assenti dai repertori citati dalla versione inglese di Philip Metres e Dimitri
Psurtsev (in: I Burned at the Feast. Selected Poems of Arseny Tarkosky,
Cleveland State University Poetry Center, 2015). Si tratta, naturalmente, di
meri esercizi, chiose intorno all’icona, tentativi di trarre scintille dallo
scempio.
In uno scritto recuperato e tradotto da Zappi, probabilmente della “fine degli
anni ’40”, Tarkovskij abbozza una poetica.
> “Più o meno dal 1928 alcuni giovani poeti che non si curavano di dare alle
> stampe i propri versi issarono una bandiera che non venne notata quasi da
> nessuno. Su di essa era scritto: Verità poetica”.
È proprio dei poeti russi inserirsi in una leggenda, in una mitologia
biografica. Meglio ancora: è a loro proprio intingere la vita nella poesia – e
viceversa. Intendere la poesia come uno strumento conoscitivo, come il più
raffinato e letale strumento di verità. Non esiste estetica che non comporti
un’etica: a differenza delle altre arti, la poesia coinvolge in una rivoluzione
interiore, spirituale.
Tarkovskij procede nel ragionare così:
> “Assaggiammo e riassaggiammo tutto, riannusammo, riascoltammo, riguardammo,
> ritastammo e – cosa più importante di tutto – risoffrimmo di nuovo. Colmi di
> fede nel valore di ogni moto dello spirito, non ci fidavamo in anticipo di un
> prefissato punto di vista. Poi, quando maturammo, ognuno di noi imboccò una
> propria strada. Ed io mi misi a scrivere versi senza ormai sapere più quale
> fosse il mio uditorio, confidando solo che la mia voce non sarebbe scomparsa
> visto che non era apparentata alle imperscrutabili tenebre”.
Non curarsi del pubblicare e del pubblico perché si è certi di lavorare nella
luce, di “cantare… come canta un uccello”. Tarkovskij educa alla libertà – la
spregiudicata. Educa a guardare dove non guarda nessuno – a non accontentarsi di
due occhi soltanto – a coltivare “un modo individuale di vedere”. Anche da
questi accenni capiamo la libertà di Andrej Tarkovskij – è una libertà che ha
origini lontane. Andrej cita le poesie del padre in Lo specchio, Stalker,
Nostalghia; in patria, i libri di Arsenij venivano tirati in un numero di copie
che superava, di norma, le ventimila.
Dal 1982, Andrej Tarkovskij scelse di non fare ritorno in patria – morì il 29
dicembre del 1986, sessant’anni dopo Rilke, il poeta così amato da Marina
Cvetaeva. Arsenij morirà tre anni dopo, a fine maggio, come Pasternak. Con
Pasternak, condivide la meta ultima: Arsenij Tarkovskij è sepolto a Peredelkino,
poco lontano dal grande poeta. Erano amici – Pasternak volle rompere perché
Tarkovskij gli aveva detto di preferire le sue poesie al Dottor Zivago. Baruffe
tra titani.
Tarkovskij amava fissare il cielo – per diletto, praticava l’astronomia.
**
Libro d’erba
Non sono la città turrita sul fiume
della città io sono lo stemma.
Non sono lo stemma, ma la stella che brilla
sullo scudo dello stemma.
Non sono il celeste visitatore sulle oscure acque
sono il nome della stella.
Non sono la voce né la veste sulla lontana riva –
posso soltanto brillare.
Non sono il raggio di luce che spezza il tuo sguardo
ma la casa in rovina a causa della guerra.
Non quella casa sull’altura
ma il ricordo della tua casa.
Oh, non il tuo amico, il messaggero del fato
io sono il suono di uno sparo distante.
Ti conduco nella steppa lungo il costone
e mi sdraio sull’umida terra.
Divento il libro dell’erba nuova
e mi acquatto nel suo grembo.
1945
*
Ho imparato l’erba e cominciai a scrivere
e l’erba fischiava come un flauto.
Ho imparato a unire il colore al suono
e quando la libellula ha intonato il suo inno
come una cometa tra le verdi fronde
ho riconosciuto una lacrima in ogni tratto di rugiada.
Ho capito che in ciascun coccio del suo enorme occhio
in tutti quegli arcobaleni di vorticoso volare
dimora l’ardente parola del profeta –
fu per miracolo che scoprii il segreto di Adamo.
Ho amato quel tormentato compito, questo intricato
disporre le parole, stazzonate insieme alla loro luce
rissa di enigmi, di sensi e di improvvisa chiarezza
che si libra. In verità pensai che la verità fosse apparsa.
La mia lingua era vera, come un’anamnesi spettrale
e le parole si radunavano intorno ai miei piedi.
Hai ragione a dirmi, amico, che ho udito
un quarto del rumore, ho visto appena metà della luce.
Ma non ho oltraggiato l’erba né la mia famiglia
non ho insultato le avite terre con la mia oltranza:
finché ho lavorato sulla terra, accettando
il dono delle fresche acque e del pane fragrante,
il cielo si chinava, abissale, sopra di me, e le stelle
palpitavano, precipitando verso le mie mani.
*
Possa perdonarmi Vincent van Gogh:
non l’ho aiutato – non ho
pavimentato di foglie i suoi passi
sulla strada in fiamme, non gli ho
slacciato gli stivali impolverati
non gli ho offerto, nei torridi giorni
nulla da bere, non gli ho impedito
di uccidersi in ospedale.
Sono ancora qui, gli occhi verso
il cipresso che si contorce come una fiamma.
Il giallo limone, il blu profondo – non
sarei mai diventato me stesso senza quei colori.
Avrei sconfessato le mie promesse
ignorando il suo fardello.
L’angelo di juta che unisce
le sue pennellate ai miei versi
vi porta all’abisso dello sguardo
dove Vincent van Gogh respira stelle.
*
Vita, vita
Non credo nei presagi, non temo
i segni avversi. Nessun veleno, nessuna
menzogna mi abbattono. La morte non esiste:
tutti siamo immortali. Nulla muore.
Non occorre avere paura della fine – a diciassette
come a settant’anni. C’è solo questa vita, questa luce
sulla terra; non esistono oscurità né morte.
Siamo già tutti sulla spiaggia:
io sono uno di quelli che tirano le reti
mentre l’immortalità nuota oltre la barriera di sabbia.
II
Se abiti una casa, la casa non cadrà.
Elenca i secoli e io
vi costruirò una casa.
Ecco perché sono con me
i nostri cari e i figli, attorno alla tavola,
abbastanza grandi per antenati e nipoti.
il futuro ci mostra il volto
se alzo la mano, cinque
raggi dimoreranno in mezzo a voi.
Ogni giorno usavo le clavicole
come tronchi per puntellare il passato –
misuravo il tempo a cubiti e a spanne
per attraversarne la catena montuosa.
III
Ho plasmato l’età sul mio corpo
poi ci siamo diretti a sud, sollevando polvere
nella steppa. Le alte erbe fumavano. La cavalletta
giocava, appoggiando le antenne su un ferro
di cavallo: come un monaco, profetizzò distruzione.
Ho legato il mio destino alla sella.
Anche ora, nel tempo a venire,
resto in piedi sulle staffe, come un ragazzo.
L’immortalità mi si addice –
il mio sangue scorre di era in era.
Avrei pagato con la vita, con voluttà,
per un angolo caldo e sicuro –
se l’ago volante non mi avesse
trascinato come un filo nell’universo.
*
La vista era tutto il mio potere ma ora
scema: due lance invisibili di diamante;
l’udito si fa debole, pieno di antichi tuoni
e del respiro della casa di mio padre.
I muscoli, un tempo bene annodati,
si riposano come grigi tori assisi
su un campo arato; le ali sulle mie spalle
non splendono più quando cala la sera.
Sono una candela. Bruciavo al banchetto.
Raccogli la mia cera al mattino
affinché questa pagina ti ricordi
l’orgoglio e il pianto, ti dica come donare
l’ultimo terzo della felicità e morire
felici sotto un rifugio di fortuna
per bruciare postumi, come una parola.
Arsenij Tarkovsij
*In copertina: Arsenij Tarkovskij (1907-1989)
L'articolo “E le stelle palpitavano, precipitando verso le mie mani”. La poesia
di Arsenij Tarkovskij proviene da Pangea.
Conobbi Gioia in un fumoir a San Pietroburgo. Era una discoteca all’occidentale,
ricavata nel retro di una fabbrica dismessa con una galleria d’arte nei vecchi
uffici. Due russi ci presero per mano e presentarono: avevamo in comune il
passaporto italiano. Gioia aveva gli occhi color malva sotto le luci al neon del
minuscolo spazio ricavato con il cartongesso.
Entrambi sentivamo l’imbarazzo dell’incontro. Dopo i convenevoli, dopo averla
trovata interessante e spontanea, iniziai a indagare di più sulla sua persona.
Eravamo due apostati eremiti nei fumi della notte pietroburghese, a cercare di
incensare l’anima con la nicotina.
I suoi nonni, entrambi, erano pittori. Da poeta, le citai Orazio. Ridemmo e, a
quel punto, ci sedemmo su una specie di panchina, anch’essa in cartongesso,
ricavata direttamente dal muro. Accendemmo una seconda sigaretta quando iniziò a
raccontarmi.
I nonni si conobbero al Bar Jamaica. Il figlio di uno e la figlia dell’altro,
seguendo i padri. Si piacquero. Nacque lei. Nel frattempo, Fontana squarciava il
cielo con la luce della promessa del taglio, mentre intorno i saltimbanchi
uscivano dai cespugli a spargere la rugiada dell’arte per le strade. E l’unico
Manzoni assottigliava la distanza tra la materia artistica e il corpo, ci si
comprimeva dentro.
Le chiesi se conoscesse il Cane Randagio, disse di no e le raccontai qualche
cosa, chiedendole di interrompermi se si annoiava: parlo troppo, la regola delle
trenta parole a testa in una conversazione non so applicarla; quindi, o parlo
troppo e metto in soggezione o ascolto avidamente e metto in soggezione. Mi
sembrava una storia simile a quella della sua nascita.
Le raccontai di un posto, il Cane Randagio appunto, in cui ogni sera trovavi
Anna Achmatova, con gli occhi gelidi e tristi, ad ascoltare il mondo che si
rovesciava ovunque, seduta a un tavolo in disparte, a superare per sempre con il
solo ascolto la poesia. Anna, che teneva per mano la generazione dei reietti che
hanno scritto la storia con l’inchiostro dell’impiccagione, della rivolta, del
confino. Anna, che sussurrava a ogni amante la perdita dell’anello d’oro, una
anacoreta della perdizione del mistico diurno. Di quel cercare gli oggetti persi
di cui si narra in versi. Al Cane Randagio, dove i poeti si sparavano tra loro
per un bicchiere di troppo, per un amante che non voleva diventare marito, per
un endecasillabo rubato. Dove nasceva Majakovski inneggiando alle orge. Un posto
da cani per un direttore cane. Dove c’era una separazione netta tra chi d’arte
moriva, gli artisti, e chi d’arte viveva, il pubblico: il farmacista.
Allora tornai a Roma e dissi a Edoardo di vederci ogni mercoledì al Cane
Randagio, alle otto in punto. Il Cane Randagio si trova in un luogo imprecisato
tra Piazza Sempione e Piazza San Cosimato. E noi il mercoledì alle otto in punto
ci vediamo al Cane Randagio, perché il mercoledì è il giorno del Cane Randagio,
alle otto in punto.
Lo diciamo solamente a quelli che d’arte ci muoiono, perché non si può morire
altrimenti. Non ci si vive, ci si riaggrega e, se tutto va bene, ci si muore
tutti insieme, perché non c’è nessun altro posto dove andare il giorno dopo.
Kazimir Malevič, Paesaggio con cinque case, 1932
Non abbiamo nessuna casa a cui tornare né alcun lavoro prodigo da svolgere. Non
ci sono uffici in cui ci attendono, né stagisti da frequentare e sottomettere o,
peggio ancora, da educare. Ci vediamo al Cane Randagio perché non potrebbe
essere altrimenti; non abbiamo nessun luogo che ci protegga se non il verso
storto, riletto, copiato e abbandonato. Nessun pubblico a cui tornare, perché il
pubblico della notte è sempre diverso e, se è sempre lo stesso, sono dei cretini
che non vogliamo: ai miracoli si assiste univocamente (quante volte hai letto
Mandel’štam per la prima volta?).
Il mercoledì al Cane Randagio non vogliamo nessun borghese che non sia stato
escluso dalla propria famiglia, a cui non abbiano tolto gli alimenti o che non
abbia dormito per strada. Non vogliamo nessuno che non sia stato insultato e
diseredato da tutte le persone che ha intorno almeno una volta, e che abbia
preso anche solo una buona decisione. Perché al Cane Randagio, di mercoledì,
alle otto precisamente, entrano soltanto i fradici di gioia e i
malfattori. Parliamo di quello che ci propongono di fare e non facciamo, di
quello che ci propongono di scrivere e non scriviamo finché non ci si spezza il
cuore per un riflesso. Finché non c’è più nessun argomento di cui borbottare
egomaniaci, e comincia il sarcasmo, e il cuore non riluce più del racconto di sé
stessi. Ci si incontra per spezzarci il cuore, per raccontare e, dopo aver
raccontato, spezzato il cuore, dopo che ognuno ha detto quello che ha scritto
per spezzarcisi il cuore e che nessuno lo ha più ascoltato perché a nessuno
interessa veramente come l’altro si spezza il cuore, dire futilità per oblio.
Dopo che ci siamo raccontati come il cuore è andato in frantumi, ne ridiamo
tutti insieme per non prenderci sul serio, perché quello che conta è solo l’atto
dell’umano che ascende al divino. E tutti insieme si santifica l’offerendum
all’infinito delle bassezze del corpo e delle fasulle altezze dello spirito,
sgranocchiando cibo spazzatura cinese e filmografia indiana. Ci incontriamo
perché l’incontro non ha più alcuna mistica, per incontrare l’altro intero,
senza la menzogna della parola. Chi non è attraversato come mezzo dell’altissimo
non può considerarsi poeta, e il poeta è chi si fa strada nell’indicibile per
essere strumento di tutto ciò che non è ancora stato tradotto dal cielo.
Ci incontriamo per l’incontro, insieme e nemici, per un’ontologia dell’arte che
si è fatta pelle. Noi alle otto, ogni mercoledì, al Cane Randagio, discutiamo e
ci inebriamo fino a non avere più nessun argomento di senso, fino al trastullo
dell’ironia e del decrepito ripetuto, finché non emerge la carne senza il suo
racconto.
*
Sì Graziano, dovremmo andare a correre al Verano, a inventare arcobaleni di
rugiada sulle grigie tombe e fare urli all’altipiano. Non si vede nessuno tranne
l’ultimo dei mohicani.
Sì vediamoci alle otto al Cane Randagio perché gli artisti stanno insieme per
non dirsi artisti, fottiamo la connessione e il digitale. Solo la connessione
sensoriale.
Kazimir Malevič, Otto rettangoli rossi, 1915
Hanno detto alla prima mostra degli impressionisti quei quadri può farli anche
un bambino. Hai visto, adesso i critici non ci stanno proprio?
La roccia sul mare mi ha detto hai sentieri di eternità sottopelle, nelle
braccia, mi ha detto accomoda i reni e in mezzo alla fronte hai il terzo,
levigalo con cura: ti farà vedere.
Il surrealismo sta nelle cosce, si attiva camminando. Il rock ’n’ roll sta nella
cervicale: punti quantici.
Abbracciamoci per essere svuotati e pieni, felici e austeri, Voglio un
coccodrillo per Natale e un ippopotamo nella tazza da tè, per favore.
Le montagne mi dicono non vendere i tuoi libri e anela al mistero: «Scrivi solo
nella tua mente adesso».
Ricordati di quello che contrabbandava porcellane dalla Francia e dell’altro che
tagliava l’acqua del mare con le forbici. Qui invece è un liceo perenne si
conoscono tutti e arrivano anche a Timbuctù per leggere due versi. Pagano pure
la benzina. Poi tornano in classe.
Perciò ricordati di scordarti di te, di aprire le porte, dentro in fondo a
sinistra, alla Holden Caulfield per intenderci, vicino al fuoco dello sciamano
pitturato. Senti i piedi degli indiani che danzano? Balla coi lupi. Lo vedi il
copricapo all’orizzonte? Seguilo tra Piazza Sempione e San Cosimato. I chip
rifuggono l’energia vitale. Gli allarmi tacciono davanti al muro bianco.
Annusa la folla e schivala, sii istrione, raccontami una canzone che sia
intonata con la follia, andiamo alla fonte:portiamoci via da bere e da sognare.
Che una notte non basta, vogliamo incastonarci nel futuro: scriviamo. Non
abbiamo altro: scriviamo a matita nell’aria, al Cane Randagio.
Graziano Mazza e Edoardo Piazza
*In copertina: Kazimir Malevič, “Ritratto di donna”, 1932
L'articolo “Annusa la folla e schivala. Vogliamo incastonarci nel futuro:
scriviamo” proviene da Pangea.
Partiamo da una foto – quella riprodotta in copertina. È l’estate del 1914,
siamo a San Pietroburgo, nello studio dell’insigne fotografo Karl Bulla. Alla
sinistra di chi guarda c’è Osip Mandel’štam: sguardo penetrante, tra la colomba
e la volpe, cristalleria della sprezzatura; l’anno prima aveva pubblicato la
prima raccolta, Kamen’.Quello al fianco di Mandel’štam – sguardo aperto,
capelli-elmo e baffetti – è Kornej Čukovskij (in realtà Nikolaj Kornejčukov):
anglista, amava Lewis Carroll; eccelleva nello scrivere favole, per cui divenne
famosissimo (alcune sono tutt’ora tradotte in Italia) – la figlia, Lidija
Čukovskaja, ci ha lasciato straordinarie testimonianze dei suoi incontri con
Anna Achmatova e Marina Cvetaeva. Insieme a Jurij Annenkov – l’ultimo a destra,
quello dallo sguardo più serio, svagato, l’unico a non fissare l’obiettivo –,
l’artista che ci ha lasciato i più bei ritratti dei poeti russi della cosiddetta
“Epoca d’argento” – virili, rapaci, ‘vorticisti’ –, allievo, a Parigi, di Félix
Vallotton e amico di Matisse, Kornej Čukovskij sorregge il più aitante del
gruppo. Sguardo fiero, da falchetto, sorriso irresponsabile, testa rasata,
giacca, maglia a collo alto: Benedikt Livšic è l’unico che indossa gli stivali.
Benedikt Livšic era nato il giorno di Natale del 1886 a Odessa: il padre, di
origine ebraica, era socio di una fabbrica di mattoni, guidava un negozio di
generi alimentari. Laureatosi in Giurisprudenza a Kiev, Benedikt dimostrò quasi
subito un talento naturale per la poesia: preferiva Ovidio alla Bibbia, Omero a
Virgilio, “un poeta affetto da pallore letterario, troppo pudico” – traduceva
Orazio. Benché stimasse gli ‘acmeisti’, guidati dalla coppia Achmatova-Gumilëv,
fu svezzato al contemporaneo dai fratelli David e Vladimir Burljuk (entrambi,
come lui, di ucraini natali): grazie a loro, fu intruppato tra i Cubofuturisti
dove si stava facendo strada un poeta-Sansone, Vladimir Majakovskij.
Il 1914, in effetti, fu un anno importante per Benedikt Livšic. Aveva pubblicato
– con un certo sonoro successo – la seconda raccolta, “Il sole dei lupi”;
soprattutto, si era dimostrato il più reattivo antagonista di Filippo Tommaso
Marinetti, nei giorni – fine gennaio, inizi di febbraio – in cui il papà del
Futurismo aveva attraversato San Pietroburgo e Mosca. In sostanza, Benedikt
Livšic stigmatizzò gli atteggiamenti ‘borghesi’ del poeta italiano
avanguardista, da gagà in gita lirica fuori porta; riteneva che il Futurismo
‘alla russa’ avesse specificità proprie, imparagonabili alle moine marinettiane.
Insomma: i veri ‘rivoluzionari’ erano Majakovskij & Co. La storia gli avrebbe
dato ragione. Intanto, insieme all’amico Velimir Chlebnikov, Benedikt Livšic
ideò un manifesto al veleno, interessante per capire i rapporti culturali che
intercorrono, da sempre, tra Russia e resto del mondo occidentale. I due,
infatti, si ribellavano a quelli che “cadono ai piedi di Marinetti”, vili
traditori, perché “costringono l’Asia a chinare il suo nobile collo sotto il
giogo dell’Europa”. Angelo Maria Ripellino – in: Majakovskij e il teatro russo
d’avanguardia, Einaudi, 1959 – ricorda che i Cubofuturisti erano soliti
travestirsi, per incutere, allo stesso tempo, timore e risate nel pubblico:
David Burljuk “passeggiava per Mosca con le guance dipinte, l’occhialino, il
cilindro e panciotti vistosi sul massiccio ventre”; Livšic lo seguiva, “aveva
scelto a ornamento la gorgiera increspata di Pierrot”.
Nel 1914, per altro, in aprile, Livšic aveva abbracciato la Chiesa Ortodossa: di
qui la potenza profetica, fuori asse rispetto ai compagni di avanguardia, del
poeta. In Russia, era naturale per il poeta consegnarsi a una fede: era la fede,
infine, a conferire carisma, tensione, avvenire ai versi. In molti si nutrirono
della fede nella Rivoluzione, nel Partito-Chiesa; altri optarono per la teosofia
o per una sorta di religione personale, per pochi – Chlebnikov, ad esempio –,
intrisa di sciamanesimo e di soteriologia d’Oriente.
La fotografia doveva fungere da ricordo benaugurale. Benedikt Livšic, infatti,
stava partendo per il fronte. Aveva incrociato gli amici sulla Nevskij
Prospekt, aveva mollato la falange, obbligandoli a immortalare l’incontro.
Benedikt Livšic aveva un carattere leonino – gli amici lo chiamavano ‘Ben’.
Ferito presso Lublino, ‘Ben’ fu decorato, per il coraggio dimostrato in
battaglia, con la Croce di San Giorgio. Ritornato in Russia nel 1915, portò
all’altare Vera Arngold, la cugina del poeta tuttologo Andrej Belyj. La coppia
ebbe un figlio, Alexander, morto a dieci anni di scarlattina. Il poeta, nel
frattempo, si era unito a Ekaterina Konstantinovna: ballerina, ben più giovane
di ‘Ben’, gli diede un figlio, Kirill, nato, come il padre, il giorno di Natale
– morirà, neppure ventenne, durante la battaglia di Stalingrado.
In Italia, Benedikt Livšic è noto per lo più per la sua “Autobiografia del
futurismo russo”. Il libro, scritto con genio, una gioia per i lettori una manna
per gli storici, s’intitola L’Arciere dall’occhio e mezzo: uscito nel 1933, con
ampia tiratura (5300 copie), è stato tradotto da Laterza nel 1968 e da
hopefulmonster nel 1989. Ripellino lo ha definito “lirico piuttosto vicino agli
acmeisti e intenditore di poesia francese”. Eccellente traduttore di Laforgue,
Corbière e Rimbaud, nel 1934 Benedikt Livšic preparò in effetti un’antologia
della poesia francese Dai Romantici ai Surrealisti che gli diede fama. Si fa un
torto a Livšic, però, dimenticando la sua poesia che spesso si eleva, per
qualità formali e doti visionarie, su quella di diversi compagni di ribalderie
letterarie, spesso troppo stretti nelle maglie dell’ideologia avanguardista.
Benedikt Livšic, per chi ama le sigle, è il punto d’unione tra due movimenti
inconciliabili, l’acmeismo e il cubofuturismo.
La fotografia del ’14, tuttavia, svela, dietro la campitura dei sorrisi
diversamente in germoglio, qualcosa di tragico. Dei quattro lì ritratti,
soltanto Čukovskij e Annenkov scamparono alle purghe organizzate da Stalin.
Costantemente vessato dal regime, Mandel’štam fece la fine che sappiamo:
arrestato definitivamente nel 1938, costretto ai lavori forzati, morì a fine
anno, in un campo di transito presso Vladivostok. Benedikt Livšic fu arrestato
il 25 ottobre del 1937 nell’ambito di una immane operazione di polizia che
coinvolse diversi scrittori. Accusato di far parte di una “organizzazione
terroristica trotskista anti-sovietica intenta a compiere atti di sabotaggio”,
Benedikt Livšic si difese da par suo. Secondo i documenti del caso, Livšic
avrebbe ritrattato, dopo aver subito tortura; era amico di Valentin Stenich,
traduttore di Joyce, di Chesterton e di Jack London in russo, figlio di un ricco
mercante ebreo, mecenate d’arte, voce critica contro l’imperiale Stalin. Livšic
fu condannato e fucilato il 21 settembre del ’38; di concerto, fu arrestata la
moglie, Ekaterina, condannata a cinque anni di reclusione e alla perdita di ogni
diritto. Il figlio di ‘Ben’ e di Ekaterina fu affidato a un orfanotrofio.
Incidentalmente, Ekaterina era amica di Nadežda, la moglie di Mandel’štam.
Così vivevano i poeti, in Russia – così morivano. Il poeta fu riabilitato,
insieme a tanti altri, nel 1957 – nei suoi versi, il sussurro dell’erba si
mescola all’armonia delle superne sfere.
**
Nel gorgo universo, dove regna
e domina la spada del verbo
a volte ho composto qualche verso
parola non mia – di divino scalpo.
Ma le mie poesie, ora, sono
imprigionate tra i dialetti del tempo
e devo estrarle zappando la memoria
nei calanchi dell’altrove.
Canto con l’erba, urlo nel vento
mio solo compagno, l’eterno desiderio
di forgiare un unico poema
che mi incagli all’anima universale.
*
“In principio era il Verbo”, è detto.
Ma di chi è questo verbo? oso pensare
da quando una parola – spada sguainata dalle
sue fauci – mi ha espulso dalla coscienza del mondo.
La terra è avvolta da fumi violacei
(tutto da lontano sembra sprofondare)
la terra su cui non mi alzerò più
occhi forati in cui crolla chi mi ama.
Sussurro all’orecchio, vivo come mi è dato
ma ho dimenticato la via delle stelle
che porta verso la Santa Trinità: vivo al di là
del tempo terreno, continuo a camminare.
*
Non capisco le voci dei contemporanei
a poco a poco il battito assordante
del sangue è soffocato. Se pieghi i cieli
ti mescolerai al fragore delle chitarre.
Verrai al canto grigio delle colombe
busserai alla mia porta, servile ruffiana
ma non so più ciò che era né ciò che
eri, non so più la gloria e l’Eterno tuono.
Sono caduto nel tempo, ossificato essere
in un campo straniero, arato da sconosciuti:
apri l’arida gola, spaventapasseri di ghiaccio,
memoria esausta di antichi lampi.
Inclinare i cieli, tenerli in mano
svelare senza indugio i pilastri del mondo.
Ma come puoi annientare il grido degli inumani
astri e riempire il vuoto con lo sgattaiolare della chitarra?
La musica delle sfere è invincibile, è troppo
per me: non posso accontentarmi del garrire
dei corvi – tra noi si frappone una verità
rabbiosa: la condurrò verso altre vie.
*
No, non è per mancanza di fede
che il verde vello della terra mi è caro:
da tempo l’impassibile mondo
e il suo destino mi lasciano indifferente.
Segmenti. Corde. Un angolo. La modernità.
Cicaleccio di rivali. Piedi puntati su una panca.
Non è forse questo – direbbe Madame de Récamier –
il plusvalore di Marx su una sdraio?
Latitudini. Meridiani. Nessuno
ha udito il giuramento delle egerie:
O, anima mia! O Psiche! O pulcino!
Nessuno ti scalzerà dal nido.
Se solo potessimo, alla vigilia di un addio,
assaporare l’aria come un sorso di vino:
oltre al sonno, sapremmo serbare
il discreto fascino delle mezze verità.
L'articolo “Vivo al di là del tempo”. Gloria & morte di Benedikt Livšic, poeta
proviene da Pangea.
In uno dei racconti più luminosi di Vladimir Nabokov, un poeta di nome
Vasilij Šiškov scompare all’improvviso, senza lasciare alcuna traccia di sé. Il
poeta si è dissolto nella sua stessa opera, sublimandosi in versi – estremo
compimento di un destino dalla parabola esemplare. Mi piace pensare che anche
Nikolaj Gumilëv abbia vissuto questa aderenza totale dell’uomo al poeta – uomo
vitruviano perfettamente inscritto nel cerchio della poesia, con la punta del
compasso dritta nello sterno.
Gumilëv non è morto davanti al plotone d’esecuzione, trafitto in mezzo alle
costole dal piombo sovietico – questa è un’immagine buona per i biografi e i
compilatori di enciclopedie virtuali. Né i suoi carnefici sarebbero stati in
grado di bendare quegli occhi che avevano visto divampare roghi di stelle sopra
il Sahara. No, un addio diverso spettava a questo poeta viaggiatore, esploratore
inesausto di terre arcane. Anche lui, in fin dei conti, ha varcato la soglia che
divide l’inchiostro dalla carne. Il suo congedo dalle caselle del calendario
altro non è che un segno di alleanza con l’invisibile e misteriosa immortalità
dei versi.
Nelle poesie di Gumilëv avverti la freschezza sorgiva dell’ispirazione, la
contiguità del dettato poetico alle gesta compiute in vita. Ecce homo, senza
infingimenti o maschere. Ecce poeta, senza alcun tipo di sovrapposizione
innaturale. I due diventano indissolubilmente uno. In questo, Gumilëv è fratello
di Keats, Rimbaud, Dickinson, Puškin, Hölderlin. Quanto commovente è, nel più
alto senso della parola e senza alcun cedimento alla retorica, questo dare la
propria vita in pasto alla poesia? Questa naturale e spontanea attitudine a
estinguersi nel verso, come il riflesso della luna che si increspa in fondo a un
pozzo, può assumere i contorni di una inestinguibile tenerezza?
In Gumilëv c’è qualcosa del folletto di Charleville. Gattona tra gli atlanti
prima ancora di poterne pronunciare la meraviglia. Sfiora i mappamondi come
fossero dolce promessa di altrove – il bianco avorio fiammeggiante, lo sguardo
di brace delle tigri, epiche migrazioni di uccelli verso nord, le favole che
fioriscono nelle pieghe del ginocchio di una donna. Che non si pensi a un fatuo
esotismo, ma piuttosto alla necessità esistenziale di aprire un varco nella
trama feriale dei giorni, di approdare infine all’altro lato delle cose. Il
regno dei sensi, del quotidiano giogo trasformato in perenne scoperta, in un
mondo di pieni colori che si offre al poeta come se egli fosse un nuovo Adamo. E
in questo mondo, che si accende di nuovi legami e di nuovi nomi, ci accorgiamo
che si compie di noi la parte più autentica. E a questo mondo occorre infine
dare spazio e tempo affinché cresca come edera dentro di noi, e preservarlo
dalle grandinate dei ricordi, dal vento della nostalgia, dal fumo acre del
rimpianto, dai terremoti e dagli assalti all’arma bianca della vita. Come a dire
– insieme a Gumilëv – che esiste da qualche parte, nel rovescio dei giorni, un
luogo che sarebbe stato inventato per corrisponderci nel profondo, un luogo di
cui avremmo potuto essere re giusti e felici, se solo il pungiglione della vita
non ci ricordasse a suon di trafitture che è lampo di effimero splendore tutto
l’oro del desiderio. Per Gumilëv, questo luogo è l’Africa. In una delle sue più
celebri poesie si legge:
> “dal bruciante giovane Sahara
> forse tra cento o duecento anni,
> branchi selvaggi di lupi di sabbia
> si scaglieranno contro il nostro vecchio, verde mondo,
> occupando il Mediterraneo, Parigi, Mosca e Atene
> e a quel punto noi, come beduini sui cammelli,
> torneremo a credere nei fuochi celesti”
Il poeta dei grandi spazi, dei cieli stellati e degli oceani schiumanti si
mostra docile e disarmato nei confronti dell’amore. Anche nel sentimento amoroso
affiora sempre una spinta verso il movimento nel tempo e nella geografia,
all’interno e all’esterno di sé. Le donne e tutto ciò che rappresentano entrano
a far parte di un altro ordine d’idee, rovescio del visibile e della logica. La
destinazione che rincorre la prua è la pura beatitudine: la rotta conduce verso
le “isole della gioia” che per approssimazione riusciamo talvolta ad avvistare
nelle feritoie del presente o che sogniamo nelle notti di plenilunio o che
circumnavighiamo solamente attraverso i versi. La donna che manca come fedele
compagna di giorni e notti solitarie è l’ultimo soffio decisivo di maestrale per
approdare infine alle rive agognate. Riusciremo mai a isolare, nella vorticosa
corrente dei volti, quell’unico e irripetibile ovale del viso a cui dare un nome
– monile di felicità, non più promessa ma finalmente benevolo sorriso del
destino?
> E griderò: «Dove sei, donna
> nata dal fuoco?
> I miei occhi sono immutati,
> il mio canto è immutato,
> «Io resto servo della tua bellezza,
> la mia forza è ancora la tua forza,
> e la vera felicità, l’ultima
> felicità, sei ancora: tu!»
Penso che Gumilëv, dopo ogni approdo, sognasse ardentemente di riprendere il
mare. Che amasse le isole con l’incostanza fatale di Odisseo. D’altronde, il
poeta russo era nato su un’isola trenta miglia a largo di San Pietroburgo. La
sua stessa vita veste la leggerezza del viaggiatore – colui che sorride di tutto
ed è saggio abbastanza per capire che ogni alba in terra straniera è l’inganno
più bello per credersi immortali.
> “Ameremo di nuovo il fascino del lontano,
> e l’orizzonte indorato della luna,
> di nuovo vedremo le sacre palme
> e il Ponto che strepita e spuma”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Eppure, tra la folle altalena dei giorni e le distanze marine percorse, un
Odisseo segnato dal sole e dalla salsedine si convince che gli dei abitano nella
calma. E anche l’eroe greco, dopo aver versato lacrime di dolore, costringe il
suo cuore a essere felice. Il ritorno del guerriero è già presagio di morte, di
un filisteo rientro nei ranghi. Bello e desiderabile è il tempo della vita in
cui
> “abitava nei muscoli un’indicibile forza,
> una fiaba nella piegatura del ginocchio,
> ed era bello come una nube
> il capo di Micene ricca d’oro”
>
> trad. it. di Franco Matacotta, in: N. Gumilëv, Perle, Passigli, 2026
Che almeno l’arte possa salvarci dagli anni che scolorano verso il
tramonto. Spira come leggera brezza nei versi di Gumilëv una dorata aristocrazia
dello spirito, e allora volti e vicende si muovono percorrendo un’altra orbita,
illuminati dal fulgore del mito.
Nikolaj Stepanovič Gumilëv (1886-1921) insieme ad Anna Achmatova e al figlio Lev
Nella Grecia Antica, chi era caro agli dei si trasformava in una costellazione o
un fiore. Rilke ha scritto di volersi estinguere nell’ombra di una mela in un
famoso quadro di Jan van Eyck. Gumilëv sogna di diventare una miniatura
persiana. Scopriamone insieme i vividi colori e l’arte sapiente. Sotto un cielo
turchese un principe leva il suo sguardo verso delle donne in volo. Uno scià
intento a cacciare insegue la sua preda con furente ostinazione. I sentieri sono
cosparsi di fiori mai visti prima. Nitido come le nuvole del Tibet, il sigillo
di un grande arista conferisce all’opera grande prestigio. Qualcuno con sguardo
allenato alla bellezza – un mercante o un cortigiano – s’invaghirà della
miniatura, essa diventerà per lui un mondo di radiosa perfezione. L’antico
sogno, quello di destare ovunque l’adorazione, sarà finalmente realtà. Avviene
il miracolo dell’arte.
Miniatura Persiana
Quando avrò infine concluso
di giocare a nascondino con la morte tetra,
il Creatore mi trasformerà
in una miniatura persiana.
E il cielo sarà come turchese,
e un principe che appena solleva
i suoi occhi a mandorla
verso il volo di un’altalena di fanciulle.
E uno scià col dardo insanguinato,
che insegue per un sentiero incerto,
su vette color del cinabro,
una cerva in fuga.
E tuberose mai viste,
né in sogno né nella veglia,
e viti già reclinate sull’erba
in una dolce sera.
E sul rovescio,
pulito come le nuvole del Tibet,
mi sarà caro portare
il sigillo di un grande artista.
Un vecchio profumato,
mercante o cortigiano,
guardandomi, mi amerà all’istante
di un amore acuto e ostinato.
Dei suoi giorni monotoni
io sarò la stella polare;
il vino, le amanti e gli amici
io sostituirò a vicenda.
E così avrò appagato
senza estasi e senza sofferenza
il mio antico sogno:
destare ovunque l’adorazione.
Lorenzo Giacinto
Dove non diversamente specificato, la traduzione dei testi è dell’autore
dell’articolo.
L'articolo “Destare ovunque l’adorazione”. Omaggio a Nikolaj Gumilëv, il poeta
dei cieli stellati proviene da Pangea.
L’episodio biblico di Tobia e l’Angelo ha dato vita a un copioso topos pittorico
particolarmente diffuso in Italia durante il Rinascimento. La storia è nota: il
giovane Tobia, incaricato dal padre di riscuotere del denaro in Media, viene
scortato durante il lungo e periglioso viaggio dall’arcangelo Raffaele, il quale
lo aiuterà a recuperare i soldi, a prender moglie e a guarire miracolosamente la
cecità del padre al rientro a casa. Tra le raffigurazioni artistiche
rinascimentali, Tobia e l’Angelo è quella preferita da Nina
Berberova. Nell’interpretazione di Tiziano, Tobia serra la mano dell’Angelo e lo
segue fiducioso mentre gli mostra rassicurante il cammino. Chi di noi non si
sente, nel lungo viaggio della vita, timoroso e smarrito come Tobia? Chi, come
lui, non ha bisogno del conforto di una guida, di una mano tesa, di qualcuno che
vede già tutto ciò che a noi non è ancora concesso vedere? La marcia serena dei
due compagni di viaggio accompagna simbolicamente le peregrinazioni di Nina
Berberova. Anche noi, sparuti avventurieri dell’ignoto, affidiamo a loro le
nostre vulnerabili preci.
Camminare per San Pietroburgo è come elevare una sorta di preghiera. Ricordo di
aver visto, là dove la Neva si offre ai venti del Baltico, uno dei tramonti più
intensi di sempre: il disco aranciato del sole versava il suo oro sulle acque e
sui palazzi della città. E ancora, il rumore della neve fresca sotto gli
scarponi, i riflessi dei lampioni sul lungofiume, la casa dove ha vissuto Puškin
(eccola in veste neoclassica, stranamente non ha niente di così diverso dalle
altre e perché mai dovrebbe, perché arriva sempre prima la letteratura e poi
tutto il resto, è sempre stato così). I bagliori delle notti bianche per un
attimo facevano pensare alla cupola di Sant’Isacco come a un bastoncino di
zucchero filato. In questa città, nella città dipinta evocata creata da
Dostoevskij, Gogol’ e Belyj, nasce nel 1901 da padre armeno e madre russa Nina
Berberova. Le sue foto da giovane ci consegnano il ritratto di una vestale della
semplicità. Nina è bella e austera, nulla fa per sembrare diversa da quella che
è: porta i capelli corti, appena un filo di rossetto sulle labbra. Quello
superiore disegna un cuore perfetto e lo offre a due fossette che lo uniscono a
un naso leggermente aquilino. Lo sguardo non è quasi mai sorridente, a volte
velato di tristezza, eppure non privo di una certa scanzonata ironia. Gli occhi,
splendidi, rubati agli altopiani armeni.
A soli dieci anni, fulminea lepre del destino, fiuta quella che sarà la sua
“professione” da grande: la scrittrice. Sin dall’infanzia, fioriscono nella
Berberova sia un senso di avversione verso tutto ciò che potrebbe ingabbiare il
libero sviluppo della personalità, sia un’imperiosa e sempre presente esigenza
di controllo su ogni sfera della sua vita. Alla luce di questo precoce spirito
d’indipendenza, talvolta non pienamente compreso, si spiegano le decisioni
nette, le ferree convinzioni, gli eventi di opposta fortuna vissuti con feroce
consapevolezza. Scrive con furia romantica versi a non finire per un
“traboccamento dell’anima”; ricalca Lermontov ai limiti del plagio. Recita
poesie su una nave che solca le acque del Mare del Nord, come un giullare o un
cantastorie che incanta alle feste. A una serata di lettura incontra Blok e
l’Achmatova, il primo già una leggenda, la seconda un astro nascente. Già in
quegli anni, seppur ancora in maniera confusa e istintiva, la Berberova sente di
vivere un periodo di forte cesura, avverte che lei stessa e la sua vita ne sono
il riflesso perfetto: come la doppia natura del dio Giano, ella è sospesa tra
passato e futuro, tra un mondo che ormai svanisce come le nebbie di Pietroburgo
e un domani che sopraggiunge a volto coperto dal tumulto della storia…
La scomparsa del vecchio mondo, almeno di quello letterario, ha una data
precisa: il 7 agosto 1921. Aleksandr Blok, da anni in uno stato di allarmante
deperimento fisico e nervoso, muore a soli quarant’ anni. A San Pietroburgo, per
i funerali, si raccoglie una folla enorme. Accorrono scrittori, poeti,
intellettuali e semplici ammiratori da ogni parte del paese. Durante una serata
in un circolo letterario, la Berberova conosce Vladislav Chodasevič. L’incontro
è di quelli decisivi: i due decidono di vivere insieme e di lasciare la Russia.
Hanno pochi soldi, ancor meno certezze. Lei è attratta dalla sua innata eleganza
e dallo spessore poetico; lui, più grande di quindici anni, scopre in Nina una
donna intelligente, determinata, pronta a seguirlo e a sostenerlo nelle sue
scelte e nei suoi momenti di scoramento. Nel giugno del 1922, Nina e Vladislav
partono alla volta dell’Europa.
Sorrento, 1925: Nina Berberova con il marito, Vladislav Chodasevič
**
Il simbolo di Berlino è un orso e in effetti la città porta con sé una traccia
di ferina natura. Negli anni Venti, per varie ragioni, la città tedesca diventa
la capitale della comunità di émigrés russi. Qui hanno sede giornali e riviste
di lingua russa, associazioni filantropiche, organizzazioni politiche. Nelle
strade, il russo è la seconda lingua che si sente parlare. Vladimir Nabokov si
aggira tra Charlottenburg e il Tiergarten. Tra non molto, la crisalide si
tramuterà in una farfalla pronta a spiccare il volo verso i reami del genio.
L’altra capitale della diaspora russa è Parigi. Città meretrice, si dà a tutti e
da tutti esige un tributo di sangue e umori. Città di deambulazioni notturne e
di insonnie condivise per affinità di destini, di incontri peregrini a
Montparnasse e a Montmartre, di conversazioni fino all’alba che un giorno,
trasfigurate nell’arte, diventeranno dei libri per la vita. A Parigi, al termine
di peregrinazioni durate quasi tre anni, si stabilisce definitivamente nel 1925
Nina Berberova. Parigi, la capitale delle arti, la città-ombelico nei ruggenti
anni Venti. La comunità russa che abita a Parigi, ancora una volta, fa storia a
sé. Pur essendo formidabile luogo di estro creativo e fermento artistico, non è
per i russi la Parigi della Festa Mobile di Hemingway, degli esuli sudamericani
spinti da suggestioni letterarie, dei surrealisti intenti a tappezzarla dei loro
sogni e manifesti. Le vicende di Sylvia Beach e Gertrude Stein appaiono sullo
sfondo, distanti. Berberova intravede James Joyce in un ristorante di Rue Jacob.
È colpita dal fatto che con la moglie e i figli parla in italiano. Avvista anche
Henry Miller, dinoccolato, aggirarsi con postura di vorace dinosauro tra i caffè
di Parigi con la moglie June. No, non è questa la Parigi degli émigrés. La
comunità russa è fatta di individui colpiti da uno stesso destino che si è
imposto senza lasciare scelta. Tra di loro c’è “un legame critico, nevrotico,
instabile”. Talvolta, i sentieri si incontrano e proseguono uniti per un certo
periodo, oppure si separano verso direzioni diverse. All’interno di questo
contesto che ha una sua geografia e un suo ritmo prende vita una galleria
palpitante di personaggi russi: scrittori giovani e vecchi, premi Nobel e
scribacchini, vecchie promesse e meteore letterarie. Entriamo attraverso lo
sguardo di Nina negli appartamenti, ne ascoltiamo le conversazioni e i dialoghi,
assistiamo ai momenti di ira e a quelli di allegria: avvertiamo tra le pagine
quello che si può definire “il colore” di un’epoca o il “rumore del tempo”,
parafrasando Mandel’štam.
La Berberova entra nel circolo di Gor’kij, ormai una sorta di mummia letteraria.
Con lui e i suoi accoliti trascorre brevi periodi di vacanza sul Baltico e in
Italia. Qui, conosce i primi momenti di vaga spensieratezza durante l’esilio.
Visita Roma con Pavel Muratov, indimenticato autore di Immagini dell’Italia. Si
innamora di Venezia (c’è una Venezia russa – la canta anche Brodskij nel
suo Fondamenta degli incurabili), forse perché con San Pietroburgo la città
italiana condivide il riverbero dei giorni e delle notti nell’acqua, il colore
pastello dei palazzi in centro, la sensazione che la bellezza sia in agguato
oltre un canale, là dove esso abbraccia lo scintillante sfolgorio del mare.
Conosce anche Bunin, fresco poeta Nobel, che dipinge piuttosto impietosamente
come un uomo iracondo afflitto da una forte invidia verso chiunque potesse
oscurare la sua fama.
Ma qui ci dobbiamo fermare un attimo e parlare di Chodasevič. Alto, esile,
l’ovale lungo del viso incorniciato da capelli lunghi, acmeista per
classificazione cronologica, simbolista nella sua austera e selettiva
solitudine, classico nella versificazione e nella scelta filologica delle
parole. Caterina Graziadei, che del poeta russo ha curato una recente antologia,
definisce senile l’intonazione del dettato poetico di Chodasevič. Ma la senilità
è una condizione tipica di chi sta ancora dentro l’esistenza. Bisogna spingersi
oltre: Chodasevič si installa in un punto che è al di fuori della vita, alieno
al passato come al futuro. Il presente è un buco nero che attira verso di sé le
immagini della realtà: dall’altro lato dell’abisso c’è il nulla vestito di
algida ironia. Sono rari i momenti in cui il disincanto del poeta russo viene
meno, trafitto da esili raggi di speranza. Né contribuiscono i frequenti episodi
di malattia che lo affliggono ormai da decenni. Talvolta, il ricordo di
un’infanzia serena o l’immagine di una donna passata entrano dalla finestra
della sua esistenza come sentore di acacia, e per qualche sparuto attimo di
tempo la sua anima si raccoglie in un fugace sorriso. Inesausto Chirone russo,
Chodasevič dedica le sue esigue energie soprattutto agli altri: Nabokov lo
elegge come uno dei suoi maestri. Molti dei dialoghi che animano Il dono – dice
la Berberova – sono stati pronunciati in una stanza tra Nabokov e Chodasevič,
tra giochi a carte, carezze al gatto e tazze di tè fino a notte fonda. Berberova
e Chodasevič condividono un decennio tra traslochi, malattie, qualche viaggio:
quasi dieci anni vissuti in gravi ristrettezze economiche e materiali. Nel 1931,
ormai estenuata dalle frequenti ricadute fisiche e nervose del poeta, Nina
Berberova decide di separarsi da Chodasevič, al quale fino ad allora l’aveva
unita un legame simile a quello che si instaura tra un’allieva e il suo maestro,
o tra due compagni di viaggio. I due continueranno comunque a frequentarsi e a
volersi bene, fino alla dipartita di lui, nel 1939.
**
Annunciata da inquietanti voli di corvi e anomalie nei raccolti, arriva infine
la guerra. La topografia della comunità russa in Europa è sconvolta: è il tempo
di un primo e decisivo bilancio. Uno: la letteratura degli emigrés russi ha in
gran parte fallito, e ha fallito perché, secondo la Berberova, non è riuscita a
creare un suo stile unico e inconfondibile capace di risuonare nitidamente nella
musica della storia. Due: per paradossale che possa sembrare, “la letteratura fu
l’unica cosa che rimase di quegli anni”, capace di dar voce, più o meno
compiutamente, a quel movimento storico e culturale gigantesco che è stato la
diaspora russa. Soltanto uno scrittore emigré si distanzia talmente tanto, per
talento e per stile, da diventare ben presto un marziano: si tratta di Vladimir
Nabokov. La Berberova lo conosce a Parigi, dove si trasferisce negli anni Trenta
con la moglie Vera e il figlio. Partecipano a incontri letterari e sedute di
lettura. Mangiano insieme quantità industriali di bliny. Una notte, Nabokov
confessa a cuor leggero di non aver letto I racconti di Sebastopoli di Tolstoj,
provocando le ire funeste di Bunin. Un giorno la Berberova va a casa sua – un
piccolo e scomodo appartamento ai limiti del praticabile. Nabokov è influenzato,
ma fa comunque gli onori di casa. A un certo punto, egli va dal piccolo Dimitri,
gli dà il suo guantone da boxe e lo prega di colpirlo il più forte possibile.
Poi, lascia la stanza del bambino soddisfatto, sorridente e forse anche un po’
dolorante. La Berberova legge i primi capitoli di La difesa di Lužin, apparsi
nel 1929 su Sovremennye Zapiski.
> “Li rilessi due volte. Avevo davanti a me uno scrittore contemporaneo eccelso,
> maturo, complesso; uno scrittore russo straordinario, nato, come la fenice,
> dal fuoco e dalle ceneri della rivoluzione e dell’esilio. Da quel momento la
> nostra esistenza ebbe un senso. Tutta la mia generazione fu assolta… La mia
> generazione vivrà in lui, non scomparirà, non si dissolverà tra i cimiteri di
> Billancourt, di Shanghai, di New York e di Praga; noi tutti, fortunati (se ce
> ne sono) e sfortunati (un’intera dozzina), pendiamo da lui come una zavorra.
> Nabokov è vivo, quindi lo sono anch’io!”
**
Alla fine del quinto capitolo, Fiere polene sulla prua delle navi, assistiamo
allo svolgersi dolente di una sorta di ballata in prosa su ciò che è rimasto di
quella che un tempo era la comunità russa. Cessata la tempesta portata dalla
guerra, sono rimaste solo le rovine. Ma come penetra nel libro il soffio
violento dei sei anni di guerra? La risposta è in una costola del libro stesso,
o meglio in un piccolo satellite che si è staccato dall’opera principale e che
non è stato inserito nell’edizione adelphiana di Il corsivo è mio (c’è in quella
francese): Il quaderno nero. Si tratta di un vero e proprio diario tenuto dalla
scrittrice. Inizia il giorno della firma del patto Molotov-Ribbentrop e dura
fino alla fine del conflitto. Alla data del 6 gennaio 1944 si legge: “Oggi c’è
stato lo sbarco in Normandia”.
Ma torniamo a Il corsivo è mio. La prima, tragica manifestazione concreta della
barbarie è l’arresto dell’ultima moglie ebrea di Chodasevič, Olja. Nina
Berberova fa quello che può per sottrarla alla deportazione nei campi nazisti,
ma a nulla vale il suo disperato tentativo. Entriamo ad occhi aperti
nell’oscurità di una delle più drammatiche pagine della storia: la stella gialla
cucita sugli impermeabili, i volti sanguinanti per le percosse, la burocrazia
nazista della morte, l’incertezza di un futuro già scritto…
La guerra è finita. Resta un persistente senso di convalescenza. Le immagini e i
gesti del mondo giungono ovattati, quasi da un’altra dimensione, come se
qualcuno avesse tolto il sonoro. La Berberova ha perso quasi tutto e tutti.
Mentre passeggia nei giardini del Trocadéro, un lampo balena nella sua mente:
ancora una volta, è deciso, lei partirà. Dopo 25 anni passati a Parigi, decide
di lasciare la Francia. Non solo le condizioni economiche sono disastrose, ma
ormai anche quel manipolo di persone consacrate alla poesia e con le quali si
era creato un certo “esprit de corps” è scomparso. Inoltre, il clima culturale
degli anni dopo la guerra è particolarmente scoraggiante, votato alla fame
spirituale e al filisteismo. Giunta quasi alla conclusione del suo libro, Nina
si interroga sulla parabola tragica della sua vita e della sua generazione. “Ora
che la tragedia è finita”, dice, “è iniziato l’epos”. E lo humour ha diritto di
esistere nell’epos. Nel 1950, a bordo di un transatlantico, Nina Berberova
raggiunge New York. Sbarca in una fredda alba di novembre. Il primo dialogo, in
un inglese alquanto stentato, è con il medico alla dogana. Viene sottoposta a
una radiografia. Le sue costole sono come la gabbia di un pappagallo e al centro
lui, il pappagallo-cuore, con l’aorta scura simile alla cresta di un uccello
tropicale. Poi, la Berberova si perde tra le altezze vertiginose di New York. È
l’inizio di un’altra storia.
**
La Berberova è sicura di non fare più ritorno in Russia (la sua lunga vita la
smentirà). C’è però un episodio che ha il sentore di un vaticinio. A Parigi, nel
1965, Nina incontra Anna Achmatova a bordo del vagone che la riporterà a Mosca.
Le due scambiano qualche parola, gli sguardi si aprono a un timido sorriso. Sono
passati quarantatré anni dal loro ultimo incontro. Il treno sbuffa per
annunciare la sua partenza imminente e la Berberova scende. Poco dopo, i vagoni
cominciano a muoversi e a sfilare lentamente. L’Achmatova, affacciata a un
finestrino, agita la mano in segno di saluto prima di scomparire, dopo l’ultima
svolta, verso l’orizzonte.
La Russia è stata un sogno – dice Remizov, con sguardo malinconico, in un
passaggio del libro. La Berberova, quel sogno l’ha realizzato nel 1989, anche se
nel libro non c’è traccia del suo viaggio in Russia. Quando abbiamo la fortuna
di ricongiungerci con gli angeli della nostra infanzia, è bene che il silenzio
sigilli il miracolo dentro la diafana luce del destino.
Lorenzo Giacinto
L'articolo “La Russia è stata un sogno”. Nina Berberova, l’avventuriera
dell’ignoto proviene da Pangea.
Passeggiando per il centro di Chișinău, percorrendo la ampia Stefan cel Mare
(Stefano il Grande), arteria principale della capitale moldava dedicata all’eroe
e santo della Chiesa ortodossa, a un certo punto si incrocia la via Puškin.
Nulla di singolare, ogni città o contrada russa o che per lungo tempo ha
gravitato nell’orbita della Santa Madre – e la Moldova lo ha fatto per molto e
in diverse occasioni – ha una strada, una piazza, un viale dedicati all’autore
riconosciuto come il padre del russo moderno e della lingua letteraria russa.
Quello fra Aleksandr Sergeevič Puškin e la piccola capitale della ex Repubblica
socialista sovietica di Moldova, però, è un legame ben più profondo rispetto a
quello che può emergere da una ordinaria scelta toponomastica. Per approfondirlo
bisogna percorrere qualche passo fuori dal cuore pulsante di Chișinău,
lasciandosi alle spalle la cattedrale e l’arco di trionfo simboli della città.
Difatti, sulla vicina stradina intitolata al musicista e folclorista romeno
Anton Pann, nascosto fra alberi, piccoli broli e altre casucce tutte uguali a un
piano o due, troviamo un edificio bianco con le imposte brunastre cui è affissa
una targa con su scritto in romeno: “Casa-muzeu A. Pușkin”.
Fermiamoci sulla soglia e scopriamo cosa ci fa a Chișinău un museo dedicato
all’autore dell’Evgenij Onegin, la “bibbia” della letteratura russa. È
necessario tornare al 1820. Il 21 settembre di quell’anno, il ventunenne
Aleksandr Puškin arrivava nella città che al tempo portava il nome russo di
Kišinëv. Non si trattava di un viaggio di piacere, ma di una tappa del suo lungo
esilio.
Giovane funzionario del Ministero degli Esteri e autore di componimenti
apprezzati da una platea sempre più eterogenea, Puškin fu esiliato dallo zar
Alessandro I, nipote di Caterina la Grande, per i suoi legami con presunti
cospiratori del potere e per il contenuto delle sue poesie, eccessivamente
liberali agli occhi del sovrano, e, pertanto, bollate come antizariste. Spedito
prima nella Nuova Russia – a Ekaterinoslav, la attuale città ucraina di Dnipro
–, Puškin fu poi indirizzato ancora più a Sud, ancora più ai margini
dell’Impero, nella povera Bessarabia, sulla riva sinistra del Dnestr, un’area
scarsamente abitata fino agli ultimi decenni dell’Ottocento.
Al tempo, la Bessarabia, col suo nome che sa di incanto e di
spezie, corrispondeva alla più piccola e perifericagubernija del grande Impero
russo, strappata agli ottomani al termine della guerra russo-turca del
1806-1812. Un’area, da sempre contesa e al centro di contrasti e di commistioni
etniche, culturali e religiose, in cui per tutto l’Ottocento fu portata avanti
la russificazione del popolo.
Tenerlo lontano dalla temperie culturale e dal fermento intellettuale di
Pietroburgo, dalle dame e dai gentiluomini – soprattutto dalle dame – e dai
salottini della “città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre”,
nelle intenzioni di Alessandro avrebbe rappresentato una punizione esemplare per
l’eccentrico poeta. Il suo estro si sarebbe sfibrato fino a spezzarsi col duro
confino in quelle lande abitate da chissà quale razza di bifolchi. In realtà
Puškin era conosciutissimo anche lì, alle estreme periferie dell’Impero, fra
quella gente assai meno incolta rispetto a quanto credeva il
regnante. A Chișinău il giovane poeta fu accolto come una stella, talento più
fulgido della nuova poesia russa, con fiori e omaggi, tanto dal popolo quanto
dai vertici politici locali.
Nell’odierna capitale della Moldova, ad Aleksandr Puškin fu riservata
l’abitazione del generale Ivan Inzov, pluridecorato comandante dell’Impero russo
durante la campagna di Napoleone in Russia, nominato governatore della
Bessarabia e capo del comitato per i coloni della Russia meridionale. Inzov, che
alla rettitudine e durezza del generale univa una sensibilità inusuale per un
militare del suo rango, instaurò subito un rapporto di fidanza col cantore russo
e lo presentò all’aristocrazia locale.
Seppur il primo impatto non fu esattamente esaltante – il poeta esule scrisse di
Chișinău come di “città maledetta”, “città oscura”, che “la lingua non si stanca
mai di insultarti” –, il periodo moldavo di Puškin fu senza dubbio formativo e
distinto da notevole ispirazione poetica.
L’esilio durò tre anni. Un esilio dorato, potremmo dire, grazie alla eccezionale
fiducia accordatagli da Inzov. Il governatore si preoccupò di favorire al
condannato l’instaurazione di rapporti sociali, gestì con indulgenza le sue
passioni giovanili e concesse al poeta financo la possibilità di viaggiare per
la regione. Un privilegio per un proscritto dello zar. Nella vivace e
multietnica Bessarabia e fra i bucolici paesaggi della Moldova, l’originale
genio creativo di Puškin maturò.
A Chișinău scrisse lunghe parti de Il prigioniero del Caucaso e de La fontana di
Bachčisaraj, dopo una visita alla città della Crimea. Ispirato all’esilio in
Bessarabia nacque poi il poema Gli zingari:
> “Gli zingari in chiassosa folla
> Vagano per la Bessarabia,
> Oggi sul fiume
> Nelle lacere tende pernottano.
> Come la libertà è giocondo il loro giaciglio
> E pacifico sonno sotto il cielo”.
Negli anni di esilio, Aleksandr Puškin mise le basi anche della sua opera più
celebre, l’Evgenij Onegin, “immortale ed inarrivabile poema” secondo
Dostoevskij, capolavoro in versi della letteratura russa di ogni tempo, “nel
quale è incarnata la vera vita russa, con una tale forza creativa e con una tale
perfezione, quale non era mai esistita prima di Puškin”.
Quella che alle nostre latitudini chiameremmo, meno propriamente, la casa del
confino di Puškin è stata cancellata dai conflitti, dalle devastazioni e dagli
stravolgimenti geopolitici che hanno segnato Chișinău e l’inquieta Europa
dell’Est nel corso del Novecento, ma la dimora del soggiorno dell’illustre
ospite è stata riallestita, fedele ai gusti e ai costumi dell’epoca, nel terreno
su cui doveva sorgere duecento e passa anni orsono.
La Casa-museo, ufficialmente aperta nel 1948 e inserita nella lista dei
monumenti nazionali della Moldova,conserva materiali originali dalla fine del
Diciottesimo secolo alla prima metà del Diciannovesimo. Le sale rimandano alla
cultura rurale bessarabica e all’ambiente letterario e sociale del tempo con una
collezione di cimeli d’epoca e vedute, e poi mezzibusti, lettere, schizzi,
stralci di manoscritti originali, lettere e ritratti, non soltanto di Puškin, ma
pure di amici, artisti contemporanei e maestri del poeta. Fra questi Lord Byron,
affascinante e ribelle poeta romantico, nume tutelare del giovane Puškin che lo
ricordava come il “maestro dei miei pensieri”.
Nel parchetto attorno alla dimora, inoltre, si incontra un busto dell’aedo russo
realizzato dallo scultore Mikhail Anikushin, già autore del monumento di Puškin
collocato nella stazione Puškinskaja della metropolitana di San Pietroburgo.
Un’altra statua raffigurante il genio dell’Onegin si trova nel parco Stefan cel
Mare, lungo l’omonimo viale della capitale moldava. Il monumento fu innalzato
grazie al contributo degli abitanti di Chișinău, che raccolsero del denaro per
ricordare il passaggio di Puškin in città una volta concluso il suo confino.
L’esilio nelle regioni di frontiera dell’Impero russo terminò alla fine del
1825. Trasferito negli ultimi anni di pena a Odessa e poi nell’oblast’ di Pskov
– nei pressi di Michailovskoe, la città oggi intitolata al poeta col nome di
Puškinskie Gory –, Puškin rientrò a Pietroburgo grazie alla decisione di Nicola
I, succeduto al fratello Alessandro alla morte di questi, di cancellare il
provvedimento del precedente imperatore.
Seguì il matrimonio con la bella e raffinata Natal’ja Gončarova, sposata nel
1831, e la prematura morte a duello, nel febbraio 1837 a soli trentasette anni,
per mano del barone Georges d’Anthès, perdigiorno dal sangue blu e banale
amatore impenitente, di cui aveva il forte sospetto, fomentatogli nell’animo da
alcune lettere anonime, fosse l’amante della moglie. Un autentico finale alla
russa, uno sgambetto del fato.
Antonio Pagliuso
*In copertina: Orest Kipenskij, “Ritratto di Puškin”, 1827; le fotografie dalla
Casa-museo di Puškin a Chișinău sono di Antonio Pagliuso
L'articolo Consteggiando il mito. Viaggio in Bessarabia, nei luoghi dell’esilio
dorato di Puškin proviene da Pangea.
Leggo che l’argento, fra tutti i metalli noti in natura, è il miglior conduttore
di elettricità e calore. È forse per questo che nei versi dei poeti russi
dell’epoca d’Argento nascono vasti incendi e tempeste elettromagnetiche. Secondo
il celebre linguista e amico dei poeti Roman Jakobson, la poesia è la più alta
forma di espressione della Russia. Mai nessun tempo e nessun luogo vide fiorire,
nello stesso momento e così numerosa, una schiera di poeti per i quali la poesia
è, prima di tutto, un sole che esplode nello sterno.
Ammiriamo la poesia russa come fosse pietrisco di stella, con l’entusiasmo
infantile verso i disegni del futuro: sondiamo le ascese e gli schianti del
cuore, stupefatti passanti nel campo del meraviglioso. Quanto sarebbe bello
guardare a fondo negli occhi di Chlebnikov e capire da quali anfratti di ciglia
provengono a folate gli orsi azzurri. Indovinare l’elegante incedere di un cigno
dal piumaggio nero, nero come la nobile malinconia di Anna Achmatova. Ricordare
la postura taurina di Majakovskij, simile a quella di un boxeur in borghese –
con un piccolo lampo d’immaginazione trasformarlo in uno scoiattolo poetico che
ruzzola esuberante in un bosco. Le biografie di questi poeti sono come
traccianti nel cielo scuro.
Majakovskij, ossia l’esempio di una vita vissuta sempre “a piena voce”, fra
entusiasmi folgoranti, esplosivi innamoramenti e l’oscillare rapsodico tra
l’esaltazione e il disincanto – quei versi lanciati a folle velocità verso il
futuro e uno sparo improvviso nel silenzio. Chlebnikov, imperdonabile vagabondo,
colto e selvatico, insieme amichevole e refrattario all’umano e ai ceppi dei
legami, perturbatore di incancrenite abitudini – fino all’ultimo respiro della
sua breve e convulsa vita compone poesie. Poeti che danno la propria vita ai
versi. Letteralmente, fisicamente. Seguite con lo sguardo la scia di fosforo che
passa dalla mano del poeta alla carta su cui scrive. Pasternak, anima fraterna
di un grande frequentatore di vette – Rilke –, così presente in ogni fibra del
reale, così miracolosamente disciolto in ogni manifestazione della vita
senziente – avvertite il battito della sua giugulare pulsare nel regno degli
uomini, in quello animale vegetale e minerale.
*
Vladimir Majakovskij (1893-1930) da ragazzo, agli arresti, nel 1908
Majakovskij- per gli amici Volodja – prende il tempo e lo spariglia. Soffia sul
castello di carta dei giorni feriali e non è soffio, ma vento di uragano.
Individua un nemico, mira al bersaglio con furiosa ostinazione. Al centro del
mirino c’è già la carcassa del presente. Si aggira nei corridoi, nelle strade e
nei versi invocando una rivoluzione dei costumi e dello spirito. Dice: “mandate
al diavolo una letteratura che viene servita come un dessert”. La poesia è una
questione di vita o di morte. Vi sfido a leggere i suoi versi senza provare,
almeno una volta, la sensazione di camminare sui tizzoni ardenti. È uno
sfolgorio verbale, un tiro continuo di shrapnel, lancio di granate nel dettato
poetico e nel tessuto dei giorni. Volodja, con quale sfrontatezza prendi il
verso russo e lo trafiggi con spilli di futuro. Non impunemente un regime ti
permette di combatterlo con l’unica arma in grado di annientarlo:
un’irresistibile vocazione al domani. Il futuro è un investimento sotto forma di
amore – un amore vasto, possente, circolare – che a volte prende le sembianze
dell’ovale di una donna. Chiamala come vuoi, Lilička o Tat’jana… La lingua russa
sa regalare memorabili momenti di aspra dolcezza. Volodja, avessi appreso meglio
l’arte della pazienza. A volte, sai, bisogna solo aspettare. Prima o poi il nodo
si scioglie, il fiume trova la sua via…
> “Scorderò anno, giorno, data. Solo
> staro rinchiuso con un foglio di carta.
> Produciti, magia per nulla umana
> dei vocaboli che il dolore rischiara!”
*
Ho sempre pensato che la fisionomia di Pasternak ricordasse quella di un agente
del KGB in un film americano. Il mento prominente, il volto taurino leggermente
spigoloso – uno sguardo che ricorda quello inquieto di una bestia. Forse è per
questo che Achmatova, nella stupenda poesia dedicata a Pasternak, dice “equino”
l’occhio del poeta. L’occhio di una bestia non conosce mai la stanchezza delle
cose viste ogni giorno al levar del sole. Trova la sua strada il verso di
Pasternak, come la porzione di luce che a poco a poco fruga nell’oscurità,
illumina e porta alla vita. Nominare significa creare, immettere le cose nel
flusso del tempo, catturare il fremito del preverbale, della parola che per
prima s’affaccia tremante sul palcoscenico del mondo. Pasternak “ha avuto in
premio un’eterna fanciullezza e la perspicacia magnanima degli astri”. Immortale
è colui che saluta come un miracolo l’arrivo di ogni giorno. Eccolo, il poeta:
impertinente funambolo del tempo, adorabile canzonatore dello spazio. Ovunque e
dovunque, egli sovverte i nessi di causa-effetto, i rapporti spazio-temporali.
Boris Pasternak (1890-1960)
Sui volti adombrati degli uomini s’addensano nubi che erano lontane, sulla
fronte dei bambini rosseggia il fuoco di un falò, furtivi sguardi di volpe
interrogano le distanze. Il pioppo diventa re, regina l’usignolo. Il parquet è
illuminato dalla luce della luna. Entra dalle finestre spalancate sentore di
acacia. Da qualche parte nel buio, presagio di un altrove, giunge lo
sferragliare di un treno.
> “E la notte vince, i pezzi si scansano,
> io riconosco la bianca mattina del volto”
*
Velimir Chlebnikov è arrivato per caso sulla Terra. Il suo incedere per il mondo
ricorda l’arco di un delfino che emerge dall’acqua. Chlebnikov ha imparato tutto
e quel tutto lo riconsegna ai versi, nobile falco di benevolenza. Ci manda
cartoline dall’altro lato della riva, dall’altro capo del ponte. È un cavaliere
azzurro come quello di Kandinsky. Al suo passaggio, nascono margherite ai lati
del sentiero. Le lacrime sono come orsi azzurri: degli orsi condividono quel non
so che di feroce dolcezza. Viaggia, Chlebnikov, portando con sé il suo
segreto. Ha qualcosa di Rimbaud – la sfrontatezza degli inizi, la fiaccola delle
parole estreme che incendia il mondo. Provate a prenderlo, Chlebnikov. Fugge,
imprendibile saetta poetica, tra i richiami che si scambiano gufi e civette
dalla folta oscurità di foreste lontane. È simile agli “dei quando amano,
serrando in giusti limiti il palpito del cosmo”. Donne come donnole, i seni tra
l’erba, respiri di torrida arsura e trecce che diventano alberi: tutto può
avvenire nei versi di Chlebnikov. Succede anche che il passaggio di una
bicicletta disponga a caso arabeschi di polvere su un tavolo e un bimbo vi
indovini col dito i contorni di una città fantastica.
Velimir Chlebnikov (1885-1922)
Il “filo azzurro delle notti” si tende verso l’infinito. È Chlebnikov. I suoi
versi vi rovesciano in faccia schegge di futuro. Dietro un cespuglio galoppa un
cavallo bianco.
“A primavera – proferì la sorte – vi brucherà come fiori un corsiero sellato”.
*
Majakosvskij, Pasternak, Chlebnikov. Scie luminose come bava di lumache nel
cielo nero.
Lorenzo Giacinto
*In copertina: Aleksandr Rodčenko, cover da un libro di Majakovskij, 1923
L'articolo “Scoiattolo poetico, occhio equino e orsi azzurri”. Omaggio a
Majakovskij, Pasternak e Chlebnikov proviene da Pangea.
Anna Achmatova, infine, morì il 5 marzo del 1966, all’ospedale Botkin di Mosca:
pareva immortale. Nel ritratto fotografico che le aveva fatto, molti anni prima,
Moisej Nappelbaum, Anna mostra con aristocratica sprezzatura il profilo: naso
rapace, labbra predatorie, occhi semichiusi, da aquila in estasi di sé. Nata nei
pressi di Odessa nel giugno del 1889, amava ricordare la propria “infanzia
pagana”, diceva di aver scritto la prima poesia a undici anni e di discendere da
Achmat Khan, il condottiero mongolo vissuto nel XV secolo: da lì il
cognome, Achmatova, in vece di quello originario, Gorenko. Non aveva paura di
nulla.
Lo Stato aveva previsto per la più grande poetessa del secolo – per postura e
intensità del dire – il più umiliante dei funerali, quello riservato ai ladri e
ai traditori. Le esequie si tennero nell’obitorio dell’Istituto Sklifasovskij,
il 9 marzo – “primavera” pareva parola defunta dal vocabolario sovietico. Tra
gli astanti, spiccava Iosif Brodskij: il ragazzo – aveva ventisei anni – era
reduce da due anni di prigionia con l’accusa di “parassitismo sociale”. Anna
Achmatova animò campagne pubbliche per la sua liberazione. In un saggio del
1982, La Musa in lutto (in: I. Brodskij, Il canto del pendolo, Adelphi, 1987),
pubblicato dieci anni dopo la sua fuga dall’Urss, Brodskij scrive che
> “Anna Achmatova appartiene alla categoria dei poeti che non hanno né una
> genealogia né uno ‘sviluppo’ ben individuabile. È uno di quei poeti che
> semplicemente ‘avvengono’, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito
> e una loro sensibilità unica”.
Era di una bellezza ipnotica. Amedeo Modigliani l’aveva disegnata, seminuda, nel
1911: Anna era fuggita a Parigi dopo l’ennesima lite con il poeta Nikolaj
Gumilëv. Audace, istrione, poeta, antibolscevico, il marito di Anna verrà
fucilato dai ‘compagni’ nel 1921 con l’accusa di svolgere “attività
controrivoluzionarie”. Nel frattempo, Anna si era unita all’assiriologo Vladimir
Silejko: adorava la sua versione dell’epopea di Gilgamesh.
Anna Achmatova, come è ovvio, è il pilastro di All the World on a Page, una
“Antologia della poesia russa moderna” curata da Andrew Kahn e da Mark
Lipovetsky per la Princeton University Press. Per “moderna” i curatori intendono
“modernista”, ma soprattutto “dissidente”. L’idea di fondo – fondamentalmente
anti-russa – è che i grandi poeti russi del Novecento abbiano scritto in
ostilità ai tiranni sovietici e al loro politburo-codazzo di cortigiani, che
esista una continuità tra i poeti di ieri – custodi della vera identità russa –
e i poeti di oggi. L’antologia, infatti, oltre ad Anna Achmatova e a Boris
Pasternak, a Velimir Chlebnikov, Iosif Brodskij e Vladimir Nabokov, raccoglie
alcuni viventi come Galina Rymbu. Nata a Omsk nel 1990, attivista, femminista,
Galina è autrice, tra l’altro, di una poesia che attacca così: “c’è un mostro
che vive nelle mie ovaie; complesso, ma costituito da semplici/ tessuti
embrionali. si mostra di notte/ e mi sveglia e vorrei farmi qualcosa”.
Insieme ad Anna Achmatova, l’altro pilastro dell’antologia è – altrettanto
ovviamente – Marina Cvetaeva. Anche a Marina l’Urss uccise il marito; Sergej
Efron fu fucilato nel 1941 con l’accusa di essere una spia antisovietica. Benché
abbia amato molti altri – su tutti, Rainer Maria Rilke – Marina fece di tutto
per aiutare il coniuge; il 23 dicembre del 1939 scrisse una lunga, tormentata
lettera al “compagno Berija” (pubblicata dalle Edizioni De Piante come Nemico
pubblico nel 2022), all’epoca Commissario del popolo per gli affari interni:
> “Non so di che cosa sia accusato mio marito, ma so che non è capace di nessun
> tradimento, doppiogiochismo e slealtà. Lo conosco dal 1911, da quasi 30 anni,
> ma quello che so di lui lo sapevo fin dal primo giorno: è un uomo di grande
> purezza, abnegazione e responsabilità”.
La grande poetessa si impiccherà il 31 agosto del 1941, a Elabuga, nella
stamberga dove l’aveva catapultata la sorte. Al figlio, sedicenne, lasciò un
biglietto: “Capiscimi: non potevo più vivere. Di’ a papà e ad Alja – se li
vedrai – che li ho amati fino all’ultimo momento, e spiega loro che ero
finita in un vicolo cieco”.
Da qualche settimana, le edizioni Magog hanno pubblicato Preghiere, una
selezione di testi ‘ispirati’ – alcuni finora inediti in Italia – di Marina
Cvetaeva. Se è vero, come scrive il curatore del libro, Lucio Coco, che “c’è una
vena religiosa che attraversa la poesia russa del Novecento”, Marina la
interpreta non già come una Maddalena, in liriche-latrati – come vasta parte
delle poetesse spiritate dallo Spirito –, ma con impeto marziale, con la foggia
di una Teresa d’Avila, di una fondatrice di ordini e di ordalie. Così, in
una Preghiera del 1909 – aveva diciassette anni – Cvetaeva dice di avere
“l’anima di zingara”, di essere “un’amazzone”, e sibila: “Io voglio tutto”. In
una poesia del 1922, Dio, da far impallidire i teologi, intima:
“Oh, non educatelo
Alla stanzialità e alla sorte!
Nella poltiglia stagna dei sentimenti
… Oh, non trattenetelo!
Nel domestico sottovaso
Dio – come la begonia di casa
Alla finestra – non fiorisce!
… Perché egli corre – è movimento”.
Secondo Brodskij, che fu il più talentuoso discepolo di Anna Achmatova,
“Cvetaeva è il più grande poeta del XX secolo”. L’aveva scoperta da ragazzo, “e
da allora, niente di quello che poi ho letto in russo mi ha fatto un’impressione
così grande come Marina”. Anna Achmatova e Marina Cvetaeva sono un po’ i Tolstoj
& Dostoevskij della poesia del Novecento: la prima domina, con supremo genio per
l’inganno, plenilunio nel pettegolezzo e lirica verità, il reale; per la
seconda, la realtà non esiste: s’impenna verso i cieli, sprofonda negli abissi,
è angelo e latrina. Al profilo rapace di Anna si alterna quello felide di
Marina.
A dire di Arsenij Tarkovskij, che fu l’ultimo amante di Marina e tra i primi
adepti di Anna, le due si incontrarono nel 1939.
> “Anna le donò un anello, mentre Marina regalò all’Achmatova una collana, una
> collana verde. Parlarono a lungo. Poi Marina s’apprestò ad andarsene, si fermò
> sulla soglia e d’un tratto esclamò: ‘Ad ogni modo, voi, Anna Andreevna, siete
> una donna comunissima’”.
>
> (in: A. Tarkovskij, Costantinopoli. Prose varie. Lettere, Libri Scheiwiller,
> 1993)
L’anno dopo, d’estate, Marina Cvetaeva è in coda, “dalle quattro del mattino”,
per acquistare un libro di Anna Achmatova. È un’antologia, Da sei libri,
scampata alla censura sovietica: Anna non poteva pubblicare da anni, la polizia
segreta possedeva di lei un dossier di oltre novecento pagine. “In molti
conoscono e apprezzano le poesie di mia madre. Ma ora tutte le opere poetiche
più importanti della mamma sono sotto sequestro”, appunta il figlio di Marina,
‘Mur’, nel suo diario (in parte pubblicato dalle Edizioni Magog nel 2022
come Grida dai tetti il suo amore per me, a cura di Fabrizia Sabbatini). Anna e
Marina, supreme latitanti al proprio tempo.
Quanto al rapporto tra il poeta e lo Stato, ha scritto parole decisive Angelo
Maria Ripellino in una delle tante edizioni delle Poesie di Boris Pasternak (in
questo caso: Nuova Universale Einaudi, 1959):
> “Il destino di Boris Pasternak non è che una variante della lotta perenne del
> poeta di genio col regime e la società del proprio tempo di cui le lettere
> russe ci offrono tragici esempi. Ma egli vive sin d’ora nel futuro, mentre la
> gloria posticcia di quelli che urlano contro di lui sarà più breve dell’estate
> nella tundra”.
I governi dibattono di attualità, prendono trono tra le cronache e i social – il
poeta si confronta con l’eterno, a quello si conforma.
*In copertina: Anna Achmatova (1889-1966)
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Pangea.
Sentire le Preghiere di Marina Cvetaeva, nella traduzione di Lucio Coco (Magog,
2026), è un canto nell’ardimento, un cuore sbranato dal fuoco di Gerusalemme, un
invito a entrare nel Regno, un occhio aperto sulla caduta dell’uomo nel tempo,
in questo regno inferiore, di carne e sangue, della cui colpa ci macchiammo, del
cui mancare sfioriremo, vivi e morti, nel contatto con l’altro Regno. Fummo i
boia del Cristo bambino, questo Cvetaeva lo vedeva, era il vedere e il sentire a
condurre la danza della sua penna furiosa.
Vedere è attraversare. Una preghiera che incominciò all’età di diciassette anni.
Era forse anche la preghiera di morire per essere finalmente accolta nell’altro
Regno?
Il celeste si svela solo nel sacrificio, nel dolore. I poeti hanno le stigmate,
non sanno fingere agio negli inferi mondani. La poetessa porta il segno della
crocifissione, i suoi occhi aperti al celeste nell’occhio di Dio, nella piena
coscienza della caduta, nella frattura che il corpo offre – che talvolta diviene
rabbia suprema, ma resta fedeltà e gratitudine – in quanto si offre soltanto il
dolore, la libertà del morire, la passività della passione, la non azione,
l’essere serva e supplice, nel canto della grazia che non conosce soggetto.
Marina, oggetto divino, nella miseria, nel fango, chiede di accedere – o forse,
anela – al celeste che smembri i corpi che ci furono dati per prova. Solo il
poeta può farsi tramite del compito, nell’assoluta accettazione della pena. La
fuga è una speranza mortale, si pianta nel petto, nel ventre, lo sferzare di un
gemito che non si può dire, diviene il parlare muti, restare nella sete,
incarnare la fame, senza divorare nulla dell’innocenza, del non nominabile.
A nessuno è concesso di vedere e dirlo senza portare le stigmate. (Ilaria
Palomba)
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Io, la pagina per la tua penna
Io, la pagina per la tua penna.
Riceverò tutto. Io, una pagina bianca.
Io, la custode del tuo bene:
lo coltiverò e farò rendere il centuplo.
Io, la campagna, la terra nera.
Tu per me, il raggio e l’umore della pioggia.
Tu, il Signore e il Padrone, e io,
l’hummus nero e la pagina bianca.
18 luglio 1918
Marina Cvetaeva
Da: Marina Cvetaeva, Preghiere, a cura di Lucio Coco, Magog, Roma 2026.
In copertina: Marina Cvetaeva nel 1908, al pianoforte
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mondani”. Intorno alle preghiere di Marina Cvetaeva proviene da Pangea.