
“Era pericoloso fare poesia”. Su un libro di Antonella Antonia Paolini
Pangea - Thursday, April 23, 2026Leggere Il macello moderno di Antonella Antonia Paolini (Aragno, 2025) è un’esperienza estrema, che fa trasalire, e lascia sconcertati in quanto possiamo riconoscerci da umani tutti gettati in quel macello. Tra Ivano Ferrari, Amelia Rosselli e Nanni Balestrini, con la lingua affilatissima di una poesia che non cede mai al buonismo né al dolorismo viviamo una trasfigurazione del limite, nella leopardiana coscienza dell’impossibilità di abitare la natura umana senza dolore, e che questa stessa ferita e dolore coincida con la letteratura e sia perciò sacrificio inestirpabile, pena la fine dell’arte. Paolini testimonia l’infinitudine dell’arte letteraria e la sua solenne crudeltà, in quanto madre assoluta e matrigna, oltre tempo e spazio, si abbatte sui corpi, li viviseziona e divora, concedendo soltanto squarci di luce nel regno delle formiche, abitanti notturne della dimensione della scrittura, tanto quanto gli scarafaggi di Psicosi delle 4:48 di Sarah Kane. Il prologo ricorda proprio Psicosi delle 4:48, i quindicimila scarafaggi per Paolini diventano formiche. Però, nel suo monologo, l’occhio, la pelle, si apre alla luce.
“Formiche. Una sensazione di formiche nel buio, mi attraversano il viso, il corpo, scendono e salgono sulla bocca, sul collo, sulle braccia, sul seno, sui polsi, entrano ed escono dalla camicia, si infilano ovunque; non le vedo perché è buio. È buio e scritto qui dove sono. È buio e stretto qui dove sono. Non so quanto tempo sia trascorso, devo essermi addormentata.
Mi fanno male le nocche delle mani. La gola. Ho gridato. Ho bussato, battuto sulla superficie che mi schiaccia da tutte le parti”.
Tutta questa lotta con la carne, con la mente, l’ossessione, l’identità, le ossa frantumate, la prigione, il cielo, la letteratura, la nostra aria, il respiro che può esistere soltanto attraverso la conoscenza.
“Il vento soffia nelle mie ossa cave d’uccello
si fa strada con la sua parola urlata e continua,
preme ai miei vetri.
Mi raggela e lucida come un cielo di tramontana.
Aguzza mi guardo limpida,
m’inchiodo”.
Emoziona, commuove, dilania. La sostituzione della letteratura alla vita, l’essere fantasma spettro in vita, il tema dell’identità e della soglia, del vuoto – commuove e dilania. La lingua è la trasformazione alchemica più potente non in quanto edulcorante di false banalità buoniste, ma in quanto, nel restare ferma nel terrore di sé medesimo, il dolore riesce a rendere la verità occulta dell’esistenza mediante una lingua che fa propri gli strumenti della letteratura e della poesia e li trasforma, li trasfigura completamente. Vi è una doppia trasformazione: una trasformazione del dolore in bellezza e una trasformazione del linguaggio – di ciò che giunge da una lingua letteraria – per farne una nuova lingua letteraria che non ripete il passato, ne diviene sepolcro.
Ilaria Palomba

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A R.S.
Credo solo nell’ossessione
ma l’ossessione deve svolgersi
srotolarsi per tutto il labirinto
e arrivare
fuori.
*
L’ho pagato a caro prezzo ogni passo,
Ho pagato e pago un prezzo alto
Alto
E sono come un uccello che non ha compagni
[di volo su questo grattacielo
Non guardo né su né giù,
Sento il vento della sera.
*
Era pericoloso
fare poesia
essere uno che la faceva sul serio la poesia
la poesia
la sentiva in ogni angolo di sé
sperperato
questo era
uno che si era rovinato
sperperato
sempre puro a troppo
un costo alto
metteva il piede male nella vita lui
sono bravo a far poesia
si disse nel pomeriggio
era disperato,
un ottimo candidato alla poesia e al suicidio.
In quel momento aveva la bocca amara amara amara
più amara di una moramara.
*In copertina: Joachim Beuckelaer, Macelleria, 1568
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